CAPITOLO PRIMO
8 settembre 1943
Trentaduesimo mese di vita militare. Ero capostazione di una fotoelettrica antiaerea situata sulle colline alle spalle di Genova, in località Puin, non lontano dal Forte dei due Fratelli e appena sopra il grande cimitero di Stalieno.
Eravamo in sei, isolati non solo da Genova, ma anche dagli altri paesini limitrofi; tuttavia ricevevamo puntualmente, ad ore prestabilite, ordini dal Comando di Settore e da altre stazioni fotoelettriche con noi collegate.
Sembrava un giorno normale: la sola disposizione ricevuta, che poteva creare qualche perplessità, era quella di scavare una trincea in direzione della Foce. Ci concedemmo qualche attimo per riflettere sull’insolito ordine e infine incominciammo a scavare, pur senza troppa convinzione. Gli scavi della trincea erano incominciati e, dovendo allinearla nella direzione prestabilita, presi il binocolo per verificare la situazione. Durante la rapida ricognizione notai qualcosa di sospetto: un gruppo di militari italiani stava picchettando la zona della Foce. Ancor più sorpreso notai che altri gruppi di militari stavano stendendo reticolari sotto l’ordine, o meglio “la minaccia”, di soldati tedeschi armati di pistole Machine. Non credendo ai miei occhi feci osservare la scena agli altri miei cinque compagni, i quali rimasero anch’essi stupiti. La conferma di quanto avevano visto ci venne data dal vice capostazione, che quella mattina rientrava da un permesso di 24 ore. D’istinto chiamai il Comando di stanza a Righi, ma invano poiché nessuno rispondeva.
Mandai, allora, il vice a chiedere informazioni presso la batteria antiaerea più vicina, dalla quale ci comunicarono di restare al nostro posto in attesa di ulteriori ordini ………..
Verso mezzogiorno due ufficiali di fanteria bussarono alla porta della nostra baracca chiedendoci ospitalità; ci spiegarono il motivo della loro presenza: avevano dovuto fuggire dalla loro postazione perché attaccati di sorpresa da una pattuglia tedesca; inoltre le caserme di Genova-Bolzaneto erano state prese con attacchi improvvisi da parte dei nostri ex alleati.
Ricollegando i due avvenimenti intuimmo la triste realtà.
Nel frattempo, a confermare la dolorosa ipotesi, arrivavano a piccoli gruppi i primi soldati fuggiti dalle caserme: i loro visi esprimevano il dramma di soldati in fuga, presi dal panico e dall’angoscia.
Per quei soldati senza ordini né guida, abbandonati a se stessi, rimaneva infatti solo la fuga e un grande desiderio di tornare alle loro case.
Inoltre si mormorava che il generale comandante la difesa di Genova era stato fatto prigioniero alle quattro di mattina dello stesso giorno. Militarmente Genova era presidiata da circa 10.000 soldati italiani, oltre che dalla Marina, la quale disponeva, nel porto, dell’incrociatore “Garibaldi” armato di tutto punto, di altre navi minori e di guardacoste.
Per contro gli ex alleati tedeschi non raggiungevano probabilmente il migliaio di unità.
Essendo così evidente la sproporzione, non riuscivamo a spiegarci il perché della fuga dei soldati italiani. Anzi, essendo il rapporto di forze a noi tanto favorevole, ci si sarebbe aspettato l’esatto contrario.
L’unica risposta allora plausibile, capace di spiegare eventi così “strani”, penso debba farsi risalire al periodo dei “45 giorni” del governo Badoglio, in cui noi dovevamo prepararci militarmente ad occupare i punti strategici di Genova e La Spezia, così da agevolare lo sbarco dei nuovi alleati.
L’incertezza di ogni soldato pareva riflettere quella dei loro capi, spesso in disaccordo sulle posizioni da prendere. Ed è stata tale incertezza una delle cause di tanti drammi. Il rammarico più grande è stato quello di non aver potuto opporre alcuna resistenza ai tedeschi e, di conseguenza, di non avere anticipato lo sbarco dei nuovi alleati, avvenuto quasi due anni dopo.
Dopo la presa di Genova da parte dei tedeschi, anche il nostro gruppo pensava di abbandonare la postazione. Così, verso le due del pomeriggio, lasciammo il Puin vestiti con la tuta blu da lavoro e portandoci appresso la nostra borsa dei ferri. Dopo aver disinnescato le parti attive del gruppo elettrogeno del proiettore e dei moschetti, organizzammo la melanconica ritirata. La nostra fuga aveva anche un significato di ribellione verso l’esercito, che ci aveva lasciato senza ordini, e verso gli ex alleati ora oppressori. Scendemmo per i sentieri senza incontrare anima viva; dopo aver attraversato un ponte sullo Scrivia, mentre ci avviavamo verso Busalla ci fu intimato “l’Alt” da una pattuglia tedesca che ci chiese i documenti. Ci fu un attimo di angoscia; dopo una rapida riflessione risposi che eravamo una squadra di operai dell’Ansaldo chiamati per un servizio. I tedeschi, vedendoci con la tuta blu e la borsa dei ferri, non sospettarono di nulla, e ci fecero passare. Lo scampato pericolo ci rianimò rinsaldandoci le gambe e consentendoci di proseguire verso la destinazione prefissata, cioè Busalla, dove giungemmo all’imbrunire e dove decidemmo di dividerci in tre gruppi di due persone: io rimasi con un commilitone meridionale che voleva raggiungere Milano. Alla stazione di Busalla una compagnia di Alpini armata di tutto punto stava intanto salendo su un treno in partenza per Milano: il nostro treno…..
Ma qualcosa ci diceva di essere prudenti; infatti, appena partiti gli Alpini, arrivarono in forza i tedeschi arrestando chiunque trovassero in procinto di partire. Nella penombra della sera facemmo appena in tempo a rifugiarci nei servizi. Un ferroviere che aveva intuito la nostra situazione, senza parlare, ci mise in mano una lanterna e ci fece segno di andare verso i vagoni per nasconderci. Era notte fonda quando il nostro occasionale benefattore ritornò, si fece restituire la lanterna e ci informò che tutta la città era ormai occupata dai tedeschi e che noi eravamo al sicuro anche perché il treno più tardi sarebbe partito per Mortara. Scendemmo ad Abbiategrasso e con gli ultimi soldi che ci rimanevano prendemmo il tram sino a Milano. In un bar, dopo esserci augurati buona fortuna, ci separammo.
Arrivai a casa che era notte e il giorno dopo andai in cerca dei miei amici per vedere se la sorte era stata clemente anche con loro.
Il primo incontro lo feci con Aldo Motta proprio a casa sua, dove si trovava dopo averla scampata per miracolo in Jugoslavia. Aldo era caporal maggiore e comandava una stazione radiotelegrafica in Croazia, dove l’esercito italiano combatteva contro i partigiani di Tito. Mi raccontò che in uno scontro a fuoco il suo gruppo era rimasto isolato e circondato dai partigiani; inoltre la radio era stata colpita da alcune schegge di mortaio e resa inservibile. Nonostante la concitazione del momento riuscì a trovare la freddezza necessaria per ripararla. Si mise, allora, in collegamento con il Comando e fu la salvezza sua e dei suoi compagni.
Ricorda la sorella Ida:
“Ai primi di settembre 1943, con grande sorpresa ed infinta gioia, vidi arrivare all’improvviso mio fratello Aldo, che si trovava in Jugoslavia, in Croazia esattamente. Mi disse che era venuto in Italia per la riparazione delle sua radio trasmittente, rotta dopo uno scontro coi partigiani jugoslavi. Era la prima volta in vita mia che sentivo pronunciare la parola “PARTIGIANI” e mi fece uno strano effetto (anche di simpatia). Abbiamo goduto tutti in famiglia di quei giorni della sua presenza. Era senza permesso né licenza, ma non aveva potuto resistere alla voglia di fare una scappata a casa.
Il giorno che aveva deciso di ritornare al fronte era l’8 settembre! Si sentiva dire qua e là che i militari scappavano (a casa, essendo rimasti senza comandanti!) ed Aldo naturalmente decise di rimanere a casa.
Arrivò, dopo tante peripezie, anche Carlo che si trovava a Genova a difesa del porto. Mi accorsi che Aldo parlottava con Carlo sul da farsi. Ricordo una frase di Aldo “Andiamo sulla cascina e col mio moschetto colpiremo chi verrà a prenderci”. Dentro di me pensavo che era meglio così piuttosto che vederli ripartire per una guerra sbagliata, col grosso rischio di non vederli più tornare.
Così Carlo invitò Aldo a seguirlo in montagna a Imberido (in provincia di Lecco) da un suo ex commilitone, il quale a Genova prima di lasciarsi, lo aveva invitato a casa sua. Naturalmente anche mio fratello maggiore ed un suo amico si unirono al gruppo; partirono in bicicletta in tempi diversi per evitare il pericolo di essere notati.
La domenica andavo in bicicletta a portare indumenti e soprattutto sale, che allora era l’alimento che più scarseggiava e dunque si pagava, alla borsa nera, a caro prezzo. In quella famiglia contadina i ragazzi aiutavano nei campi per il raccolto del granoturco e dell’uva e così in cambio avevano vitto ed alloggio.
Una domenica non trovai Aldo e Carlo: mi dissero che erano partiti per Monte San Genesio dove si stava costituendo un gruppo di partigiani.
Non so esattamente per quali motivi, ma verso l’inverno tutti tornarono a casa.
Nel frattempo mio padre trovò il modo di fare avere l’esonero ai miei fratelli in considerazione del lavoro che lui svolgeva”.
Intanto altri amici e parenti ritornavano a casa ed ognuno di loro raccontava le proprie avventure. Sui muri di Vimercate, come del resto in tutta Italia, venivano affissi i manifesti della Kommandantur che intimavano ai soldati dell’ex esercito di presentarsi nelle caserme o ai Comandi tedeschi. Chi non si fosse presentato sarebbe stato considerato “disertore” e quindi condannato alla pena di morte se trovato in possesso di armi.
I bandi tedeschi sembravano non intimidire tutti quelli che come me l’avevano scampata l’8 settembre. Altri miei amici, nelle mie stesse condizioni, avevano deciso di far maturare, nell’incertezza del momento, la situazione, sfollando in montagna. Riparai così con Aldo ed un amico, Magni Ambrogio, sulla alture del lecchese, a Imberido, presso un mio ex commilitone detto il “Castagna”.