CAPITOLO TERZO
Le notizie che giungevano dal paese ci davano un quadro un po’ confuso di come stavano le cose. Risultava, tuttavia, che molti soldati dell’ex esercito avevano anche loro scelto la via delle montagne. Incoraggiati da ciò decidemmo di aggregarci ad un gruppo di questi. Ci comandava il capitano Milani, del 3° Bersaglieri, che ci guidò ad un appuntamento, fissato per l’una di notte con altri ex soldati. Dopo il giuramento di rito partimmo.
Al termine di una lunga marcia forzata arrivammo ad una baita dove altri ex soldati e qualche sergente ancora in divisa ci attendevano. Rimanemmo lì fino alla sera del giorno dopo: ognuno di noi aveva un moschetto e qualche caricatore. La nuova compagnia era quindi formata ed aveva in dotazione anche una mitragliatrice Breda calibro 12 ed una decina di casse di munizioni, portate dai soldati del presidio di Oggiono (in provincia di Lecco). Ci rimettemmo in marcia: l’obiettivo era l’Eremo del Monte San Genesio. Eravamo 90 persone che volontariamente avevano costituito un gruppo autonomo sull’esempio di quello più numeroso che si era formato sui Piani d’Erna e che aveva come scopo la Resistenza organizzata contro il fascismo e i tedeschi. Alla meta giungemmo dopo una notte di marcia. Ci imponemmo un’organizzazione approssimativa tale però da consentire di far fronte a tutte le esigenze che il momento richiedeva. Istituimmo, infatti, turni di guardia e pattuglie che avevano il compito di perlustrare la zona fino ai paesi limitrofi. Ma il tempo che trascorreva e il permanere inoperosi non giovava certo al nostro morale. Non c’era d’aiuto nemmeno la certezza del sostentamento, che ci era assicurato da alcuni industriali lecchesi, amici del Capitano, che, in cambio, chiedevano la protezione dei loro stabilimenti. Era, in definitiva, una situazione insostenibile.
Forte della sua esperienza in Jugoslavia, già raccontata in precedenza, Aldo propose al Capitano una soluzione dettata da una logica elementare. Egli sosteneva, infatti, che stando tutti uniti costituivamo un obiettivo facilmente individuabile dal nemico. Bisognava, quindi, dividersi in più gruppi ed iniziare un’azione, se non perentoria, per lo meno decisa contro i tedeschi. L’interrompere anche una sola linea telefonica poteva essere un inizio della lotta che dovevamo intraprendere. Il Capitano accettò la divisione in gruppi, ma ci apparve molto titubante per quanto concerneva l’azione. Noi non condividemmo il suo temporeggiare e di lì a poco chiedemmo di abbandonare la formazione e svincolarci dal giuramento fatto in precedenza.
Rimasti, così, soli decidemmo di raggiungere la base di “partenza” e di notte rientrammo dal nostro primo benefattore, il famoso padre di sei figli, il quale ci offerse di nuovo ospitalità. Non potevamo farci vedere troppo in giro e quindi decidemmo di andare nei campi a lavorare la mattina presto, mangiare sul posto e ritornare per dormire a sera inoltrata. Cercavamo di fare più lavoro possibile a quel brav’uomo, poiché sapevamo di non potere rimanere a lungo da lui, in quanto ogni tanto bisognava “cambiare aria”, prima che ce la facessero cambiare, con qualche brutta sorpresa, i tedeschi coi fascisti. Dopo qualche tempo, mentre tedeschi e fascisti erano impegnati altrove, ce ne tornammo a casa, dove continuammo il nostro impegno antifascista ritrovandoci clandestinamente alla sera.
Di giorno, con molta prudenza, andavo a casa di Aldo: ci nascondevamo sulla cascina, facevamo qualche lavoretto per l’azienda del padre, commerciante artigiano, e intanto parlavamo anche della creazione di un gruppo di resistenza. Ida, la sorella di Aldo, era molto interessata ai nostri discorsi. Ogni tanto ci si trovava alla montagnetta (nei pressi dello stabilimento di filatura), nascondiglio ideale per i renitenti e per quelli che come noi volevano sapere cosa fare in quella situazione.