CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Il mattino del 2 febbraio 1945 ebbi un presentimento che mi tormentava, così verso sera inforcai la bicicletta e raggiunsi la base di Rossino per avere notizie degli arrestati. Accettai il rischio, dovevo sapere. Giunsi con il cuore in gola, e dal primo partigiano che vidi ebbi la conferma che il mio presentimento era una agghiacciante realtà. I miei compagni erano stati fucilati proprio in mattinata. Accompagnato dal capo del gruppo, Gaetano Rigamonti, non curante del pericolo di una cattura immediata, scesi a Vimercate nell’illusione che le notizie giunte a Rossino fossero false. L’illusione restò tale quando seppi dalla sorella di Aldo le ultime fasi del processo che aveva portato i miei compagni alla morte.
Ancora la sorella di Aldo mi disse che tutti gli arrestati, mio padre, la sorella e la fidanzata di Iginio e Alfredo Parma, erano stati rilasciati qualche giorno prima. Dopo l’incontro salutai e ritornai in montagna.
I miei compagni erano stati trasferiti dalle carceri di Monza a quelle di San Vittore a Milano. Gli interrogatori avvennero nelle carceri di Monza da parte della squadra politica. Nonostante l’uso dei soliti sistemi, cioè violenza e tortura, i partigiani non svelarono nulla di quello che sapevano. Il più provato fu Renato perché era il più giovane. Ma la fedeltà nei loro ideali e la coscienza di essere nel giusto diede ai miei compagni la forza di resistere a quella tremenda prova. Il processo, a porte chiuse, si svolse a Milano il 29 gennaio 1945. I nostri, dopo la terribile sentenza di morte mediante fucilazione (vedi Allegato 1), guardarono i quattro compagni più giovani, che erano stati condannati a trent’anni, e subito fecero coro al canto intonato di “Bandiera rossa”.
I giornali fascisti definirono i nostri partigiani “bieche figure di terroristi”.
Nella cella del raggio della morte del carcere di San Vittore, questi uomini trascorsero gli ultimi giorni della loro vita.
Nel timore di un attacco partigiano per liberare i detenuti, i fascisti fecero pubblicare, sempre dal “Corriere d’Informazione”, che il 1° febbraio sarebbero stati fucilati i Partigiani di Vimercate, da loro chiamati “I banditi di Vimercate”. Infatti questa falsa notizia mise in allarme le brigate della provincia di Milano, che il 1° febbraio appostarono uomini nelle vicinanze delle strade che portavano al campo di Arcore, ma senza esito; infatti la fucilazione avvenne all’alba del 2 febbraio 1945.
Furono portati al campo di Arcore alle 7.30 del mattino. Lì, nella fossa dove venivano provate le mitraglie degli aerei, legati alle sedie ricevettero la benedizione da parte di don Luigi De Agostini, di Monza, e gli venne chiesta la loro ultima volontà. Risposero che volevano essere fucilati in piedi, al petto e senza benda sugli occhi perché non erano dei traditori, bensì dei Patrioti. Non furono esauditi.
Mentre cadevano sotto i colpi dei fascisti, i partigiani gridavano “Viva la libertà”. L’ultimo a cadere fu Luigi, il quale, ferito leggermente, venne finito con un colpo alla nuca: immaginiamo quegli ultimi, interminabili, strazianti secondi di Luigi!
La testimonianza di questi ultimi tragici momenti ci venne fornita dagli operai della Bestetti, che furono fermati ai margini delle officine, e dal prete confessore.
La sera del 3 febbraio anche da Radio Londra giunse la notizia della fucilazione dei partigiani appartenenti alla 103^ Brigata Garibaldi avvenuta al campo di aviazione di Arcore. Radio Londra fece anche i nomi delle due spie di Vimercate. Testualmente annunciò che il 29 gennaio 1945 si era riunito il Tribunale Militare straordinario di guerra di Milano per decidere della sorte dei partigiani della 103^ Brigata Garibaldi. Il verdetto era stato di condanna a morte dei seguenti partigiani:
Pellegatta Renato nato il 25 ottobre 1923 condannato a morte
Ronchi Luigi nato il 10 gennaio 1921 condannato a morte
Colombo Pietro nato il 5 gennaio 1921 condannato a morte
Cereda Emilio nato il 14 agosto 1920 condannato a morte
Motta Aldo nato il 16 giugno 1921 condannato a morte
Quattro condannati a trent’anni, per minore età (Enrico Assi, Felice Carzaniga, Carlo Verderio, Angelo Nava), una condanna a morte in contumacia (Carlo Levati).
Qualche giorno dopo l’esecuzione, Elvira Corbetta e Gino Origgi si recarono dalle famiglie dei sei partigiani a chiedere le fotografie dei loro cari per poter produrre un ritratto fotografico dei martiri. Ricevuto il consenso, Gino ed Elvira fecero riprodurre, in uno studio fotografico a Sesto San Giovanni, 1000 fotografie per quadri grandi e 2.000 per biglietti tascabili, che poi vennero distribuiti clandestinamente (lettera ai Vimercatesi dopo l’Eccidio - vedi Appendice 1).
Il Comando della divisione “Fiume Adda”, comprendente quattro brigate Garibaldi (103^ - 104^ - 105^ e 176^), si insediava a Vimercate il 25 aprile 1945. I morti della divisione furono 75, i feriti 86.
Le forze della Resistenza,subito rinvigorita dai giovanissimi del Fronte della Gioventù, ripreso l’azione e non passava giorno che non portasse il loro contributo alla causa della libertà, in nome dei Martiri Vimercatesi.
La notizia della fucilazione si sparse in un baleno e le popolazioni di Vimercate, Oreno, Ruginello, Arcore e di altri paesi si recarono sul luogo dell’eccidio, sfidando i posti di blocco dei fascisti. Fu un pellegrinaggio di popolo, spontaneo e coraggioso, una dimostrazione ai fascisti che la gente non aveva paura di affrontarli. Era una sfida aperta che dava la misura del legame fra popolo e Resistenza ed era il preludio della insurrezione imminente.
Per giorni fu un continuo pellegrinaggio al cimitero di Arcore, sorvegliato dai fascisti: la forza d’animo acquisita dalla popolazione fu tale che nessuna arma la poteva fermare. L’esempio dei Martiri Vimercatesi diede quasi una forza sovraumana alla gente, che non solo non sentiva più il freddo di quel gelido inverno, ma aveva la forza di sfidare anche il posto di blocco messo all’ingresso di Arcore. Una fiumana di gente per giorni e giorni continuò questo pellegrinaggio, dando grande conforto ai familiari delle vittime.