Padova, 4 gennaio 2022

Al Sindaco di Padova
Sergio Giordani

Al vicesindaco e Assessore ai Lavori pubblici
Andrea Micalizzi

All’Assessore alla cultura
Andrea Colasio

Alla stampa

Una proposta per le statue femminili in Prato della Valle

È certamente nobile l’intento di risarcire dei torti della storia chi, come le donne, quei torti ha così a lungo subito. I torti della storia sono infiniti. Solo nell’800 e nel ‘900 il secolare predominio delle immagini dei potenti (prìncipi e uomini d’arme) ha lasciato il passo anche ad altri più umili protagonisti. È stato in particolare dopo la prima guerra mondiale che centinaia di migliaia di oscuri caduti hanno visto il loro nome impresso sul marmo ai piedi di un monumento che, loro malgrado, li celebrava.

A Padova adesso la proposta è quella di collocare una o due statue di donne sui piedistalli vuoti del ponte settentrionale dell’isola Memmia in Prato della Valle, interrompendo il dominio “maschilista” che caratterizza il circuito monumentale.

In Prato della Valle sono ospitate le statue di padovani e di altri personaggi che sono stati in rapporto con la città, ma si tratta di un Pantheon largamente incompleto. A fronte della presenza di nomi ben poco memorabili, mancano all’appello quelli di Donatello, Tiziano, Cornaro, Falconetto, Ruzante (la bella statua di Amleto Sartori è giustamente collocata davanti al teatro Verdi), Vesalio, Harvey, Falloppio e molti altri. Anche Palladio non c’è, ma lo si credeva vicentino. Giotto è arrivato nel 1865, assieme a Dante (entrambi scolpiti da Vincenzo Vela), ma non è stato collocato su uno dei due piedistalli vuoti dell’Isola Memmia (chi più di lui l’avrebbe meritato?) ma sotto gli archi della Loggia Amulea.

Fu una scelta saggia. Sopra quei piedistalli vuoti c’erano in origine le statue di due dogi, che come le altre dogali collocate sui ponti est e ovest, dove oggi svettano gli obelischi, furono distrutte alla caduta della Serenissima.

Quei vuoti dunque, come giustamente ha indicato lo storico dell’arte Davide Tramarin, sono straordinariamente eloquenti: testimoniano una cesura di importanza capitale: la fine dell’ancien régime, con la cessazione del secolare dominio veneziano sulla città, e sono un esempio della plurimillenaria pratica della damnatio memoriae, di cui la cancel culture è la più recente variante.

Lasciamoli perciò vuoti, quei piedistalli, come sono da più di due secoli.

Perché invece non dedicare alle donne illustri uno spazio più ampio di quello consentito nell’Isola Memmia e a questa prossimo? In primavera si darà il via alla demolizione delle gradinate orientali dello stadio Appiani: è un’occasione unica per riaprire il tratto del canale Alicorno parallelo a via 58° Fanteria. Si potrebbe creare così una magnifica passeggiata lungo la quale, all’ombra dei platani, collocare non una o due ma una serie di statue di donne degne di memoria. Si tratterebbe, probabilmente, di un percorso con pochi uguali in Italia e non solo.

Per il Direttivo
il presidente
Renzo Fontana