Il progetto di un parcheggio sotterraneo in piazza Insurrezione a Padova
L'architetto Maria Letizia Panajotti, presidente della sezione di Padova e del Consiglio Regionale del Veneto di Italia Nostra, il 29 marzo 2004 spedisce al Sindaco di Padova, Giustina Destro, all'Assessore alla Cultura, professor Giuliano Pisani, all'Assessore all'Urbanistica, ingegner Tommaso Riccoboni, all'Assessore alla Mobilità, dottor Domenico Menorello, e all'Assessore all'Arredo Urbano, dottor Rocco Bordin, alcune osservazioni sul progetto di un parcheggio sotterraneo in piazza Insurrezione.
Di realizzare un autosilo in piazza Insurrezione se ne parla dai tempi dell’assessore Liccardo. Si trattava di realizzare 9 piani di garage interrato delle dimensioni di 65 x 35 x 20 metri con due rampe di accesso e 8 torrette di aerazione, per un totale di 700 auto di cui il 50% da destinare ai residenti. Allora l’ipotesi cadde non tanto per le numerose critiche, ma perché da un sondaggio fra i residenti risultò uno scarsissimo interesse per l’acquisto dei posti macchina.
Oggi l’autosilo viene ripresentato, presumiamo più o meno con le stesse caratteristiche, anche se dal 1986 molte cose sono cambiate: il grado d’inquinamento ha raggiunto livelli tali da costringere le amministrazioni a ricorrere a palliativi tipo le targhe alterne, o addirittura a chiudere alle auto i centri storici e parti di territorio sempre più ampi; in taluni casi si è arrivati a mettere il ticket per l’accesso al centro urbano.
In questa situazione, che presumibilmente non potrà che peggiorare, l’unica vera alternativa è puntare su un progetto di mobilità diversa che utilizzi mezzi pubblici moderni, efficienti e frequenti collegati a parcheggi scambiatori in grado di drenare il traffico laddove ha origine, e prima di tutto è necessario porre in essere una politica di sviluppo del territorio che miri a compattare e frenare l’edificazione sparsa.
Ribadiamo che la realizzazione di un così grande autosilo nel cuore della città è un grave errore in quanto si configura come un grande attrattore di traffico sicuramente concorrenziale con il metrotram.
Nemmeno è scontato il ritorno economico di un’operazione come questa, non è scontato in quanto è prevedibile che l’accesso all’autosilo da parte dei “city user” prevedibilmente diverrà sempre più problematico per i divieti di circolazione derivanti dall’inquinamento.
La costruzione dell’autosilo in piazza Insurrezione solleva anche altri gravi problemi. Verrà infatti realizzato in un’area in cui è certa la presenza di reperti archeologici. Non siamo quindi in presenza del famoso “rischio archeologico” per il quale le Ditte si assicurano; qui abbiamo la provata sicurezza, e non solo per i sondaggi della Soprintendenza, ma anche per il non dimenticato scavo nell’adiacente area ex Pisen che ha portato alla luce importanti resti paleoveneti. Non è azzardato prevedere che i 20 metri di profondità dell’autosilo saranno interessati da reperti medievali, romani e paleoveneti.
Qualora si decidesse di procedere comunque con la costruzione dell’autosilo per l’area archeologica si possono prospettare due scenari.
Il primo è quello in cui dagli scavi emergano reperti importanti e inamovibili della storia della città, nel caso più fortunato di edifici pubblici romani. Come tutti sanno sono molto scarsi e molto parziali i ritrovamenti di quella Padova che ai tempi di Augusto era la città più importante del nord d’Italia. In questo caso non si potrebbe più continuare la realizzazione dell’autosilo e la città si arricchirebbe di un parco archeologico che, sistemato con un adeguato arredo urbano, potrebbe essere restituito alla conoscenza e al godimento di cittadini e turisti, come per esempio a Verona in via Cappello o piazza Dante.
L’altro scenario prevede che dallo scavo emerga solo una copiosa messe di reperti asportabili. In questo caso sarebbe possibile “ripulire” l’area da questi fastidiosi ingombri e realizzare l’autosilo.
Solo ancora due piccoli problemi: uno il tempo, dato che il lavoro degli archeologi non può essere condizionato dalle scadenze e dalle urgenze di un cantiere edile e il secondo i costi che non possono essere quantificati a priori. L’uno e l’altro saranno sicuramente consistenti data la vastità dell’area. Pare che la Ditta incaricata dei lavori si sia impegnata per un miliardo, ma se non fosse sufficiente chi si accollerà i maggiori oneri?
Da non sottovalutare infine che ci verremmo a trovare inoltre nell’assurda situazione di aver recuperato numerosi reperti, derivanti da uno scavo aperto non per motivi di studio, o per motivi di urgenza, ma imposto da interessi altri, che rischieranno di diventare un peso e una preoccupazione invece di essere un arricchimento della cultura cittadina.
La responsabilità della Ditta costruttrice nei confronti dei ritrovamenti si limita a coprire parzialmente (presumibilmente) i costi dello scavo archeologico e dell’asporto dei reperti, ma questi, man mano che verranno alla luce, dovranno essere ricoverati in locali adeguati e sottoposti a specifici trattamenti per evitare che si deteriorino a causa del traumatico cambiamento del microclima al quale sono stati sottoposti.
Quindi bisognerà affittare dei magazzini dove ricoverare questi oggetti, metterli in sicurezza in attesa delle operazioni di studio e restauro, per poi trovare spazi e strutture adeguate che consentano la fruizione pubblica.
Purtroppo, quindi, sicuramente andranno ad incrementare quella nutritissima schiera di reperti, fra cui i famosi e numerosi cassoni contenenti le tombe paleovenete di via Tiepolo, che da anni giacciono negletti in ambienti comunque non al riparo di incidenti e manomissioni, in attesa di essere studiati e restaurati, e che potrebbero dare lavoro a decine di giovani studiosi, incrementando le conoscenze del mondo paleoveneto.
Oggi, nell’attuale contingenza culturale ed economica, gli scavi archeologici si devono fare solo in condizioni di emergenza per la salvaguardia del bene archeologico e non per liberare aree da oggetti che “intrigano” che comunque corrono il forte rischio di essere dimenticati.
Altro che “museetto” da realizzare sul sedime di piazza Insurrezione! Quando si fanno simili proposte, per sponsorizzare la realizzazione dell’autosilo, che sembrano colte e impegnate, si dimostra di non essere assolutamente informati su quale sia la reale situazione archeologica padovana, ma soprattutto bisogna poter dimostrare quanti soldi la città è disposta ad impegnare.
Siamo quindi profondamente contrari all’autosilo nel centro della città perché intervento contrario agli indirizzi della moderna mobilità, che diverrà attrattore di traffico, sarà utilizzato dai pendolari solo dopo piogge copiose, rischia di essere molto oneroso per la collettività e infine che non avrà alcun riscontro nella cultura cittadina.