di Paulo Cedro
Ed. Fumarc – Belo Horizonte – 1995
Libera traduzione ed adattamento dal portoghese a cura di Banglanews
Rev.2 del 22 luglio 2013
“Abramo prese la legna per l'olocausto, e la caricò sul figlio Isacco; prese in mano il fuoco e il coltello” (Gn.22, 6.)
Fa impressione vedere il vecchio zingaro Abramo, con il suo figlio prediletto e i servi camminare in silenzio nel territorio di Moria (ebraico: terra di visione).
E la Bibbia ci dice che Dio è entrato nella storia del mondo e nella storia di ciascuno di noi. E Lui entra e interpella. E ad alcuni chiede l'Olocausto. Egli è il Signore del legno, del fuoco e del coltello!
"Ma dove è la vittima? Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto” (Gn.22, 8). Dio è entrato nella storia di Isacco – Il prete zingaro vi è entrato quando era un bambino, e mise nel suo cuore un sogno, qualcuno potrebbe dire, sconcertante. Sogno che è nato da un furto, perché fu rubato il cuore del ragazzo. Rubato da quegli zingari silenziosi che scendevano la collina in un pomeriggio piovoso ... E fu una rapina fatta a tappe piene di dolore e di gioia, attorno a piccoli e grandi falò di molti tronchi tagliati dal coltello e accesi con il fuoco degli sterpi. Ma il fuoco richiede sempre più legna, si bruciano i libri, i diplomi universitari, i dipinti del pittore-artista, i suoi album fotografici, i ricordi dell’infanzia e della gioventù! I fuochi stanno consumando tutto ... il coltello sta tagliando i legami del consumismo, dei compromessi, della sicurezza economica, della paura del futuro e delle giustificazioni di un Vangelo compromesso.
E un giorno il fuoco è cresciuto troppo ... e Isacco-Padre Zingaro partì . Solo e a piedi! Cambiando la vita nei piccoli falò delle tende e degli accampamenti. E lì quando tutti dormono, come in un monastero, "Il prete zingaro" ama, ripara, ringrazia e supplica, dicendo: “Mi metterò di sentinella, in piedi sulla fortezza, s spiare, per vedere che cosa mi dirà, che cosa risponderà ai miei lamenti”... (Abacuc 2:01)
E il "Prete zingaro", ha detto quello che ha visto.
In questo libro vi è la vita del cuore che è stato rubato dagli zingari.
E ora da accampamento a accampamento, le parole scritte sono una sentinella che chiede alle stelle: Se la nostra Santa Madre Chiesa è in arrivo, dove un tempo non arrivava! Arriva per raccontare agli emarginati la storia degli uomini :
«Ecco, vi annunzio una grande gioia" (Luc.2, 9.)
"Andarono dunque senza indugio e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che giaceva nella mangiatoia" (Luc.2, 16.)
Erano zingari?
Che queste pagine ci possano aiutare molto. Specialmente ai giovani, otri nuovi, che sono alla ricerca di nuove vie.
Congratulazioni, cari Padre Pedro Paulo, e Padre Zingaro, per questo poema della sua vita dedicata agli zingari e al personale dei circhi e parchi di divertimento!
Belo Horizonte, 4 ottobre 1994. Festa di San Francesco
+ Dom Sebastian Roque Rabelo Mendes Vescovo ausiliare di BH
Attraverso le pagine di questo libro, sto aprendo alcuni teli della tenda della mia vita personale e alcuni anni di esperienza pastorale a coloro che mi onorano con la loro lettura.
La Carovana attraversa i sogni dell' infanzia, inquietudini ed conformismi giovanili, sempre in ricerca: nelle scuole, università, seminari, conventi e parrocchie dove sono passato.
Tutto era ben marcato nelle cicatrici-medaglie del corpo e nel carosello del cuore che offre nuovi percorsi e orizzonti.
Ho lavorato come Vicario sedentario per quattordici anni. Riflessioni, preghiere e una preparazione necessaria mi hanno portato ad essere un sacerdote nomade, soprattutto dopo che, in un accampamento di zingari mandriani, lontano da tutto, conclusi, alla luce delle stelle: Gesù è nato in un posto come questo. Tutto fu molto difficile e, finora , poche cose sono facili.
Così ho potuto camminare più liberamente sulle strade di tutto ciò che descrivo in queste pagine, non quotando nomi di luoghi o di persone.
Presento qui una esperienza da accampamento a accampamento, senza pretendere di assolutizzare niente. Non voglio dire che i nomadi siano perfetti, né che la Pastorale dei nomadi sia la migliore o che il sacerdote itinerante sia già arrivato all’ Oreb. Siamo in cammino. Spero di poter aiutare coloro che non hanno il coraggio di partire e andare.
Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto. Nella vita eremitica degli accampamenti presenti e li benedico attraverso le stelle.
Grazie all'incoraggiamento e alla disponibilità di tutti per la Pastorale per i Nomadi e dei fratelli di tanti percorsi, lo spettacolo continua, amici!
E il più grande onore va ai fratelli zingari, al personale dei circhi e dei parchi di divertimento. Essi sono la grande festa.
Che Gesù Zingaro dia molta buona fortuna a tutti! Con Dio!
L'autore
In quel giorno di pioggia ero alla finestra, godendo il diluvio e loro venivano giù per la collina in una grande truppa.
E’ stata la prima volta che ammiravo tutte quelle persone con i loro costumi e i cuscini multicolori sugli animali, ornati di orpelli d'argento. Qualche cavallo aveva la criniera sistemata in grosse trecce, le cui estremità erano ornate da fiocchi di colori diversi.
Nonostante i cappelli e i vestiti bagnati dalla pioggia, intravidi nella postura e nello sguardo di bambini, giovani, adulti e vecchi speranza e certezza.
Non erano mai andati giù per il pendio, la via principale della mio paese. Ma la strada che costeggiava la periferia era impraticabile e quindi fu permesso loro di attraversare la città.
Mi chiedevo quante difficoltà avevano affrontato, lungo percorsi, resi ancor più pericolosi dalla pioggia, che avrebbero spaventato i migliori piloti di fuori strada .
Notai che andavano verso il campo di calcio. Alcuni cavalcavano davanti controllando un’ottantantina di animali. Gli altri erano subito dietro con le loro famiglie.
A mezzogiorno, per la pioggia e il temporale non riuscii a scappare attraverso il cancello del cortile per andare a vedere più da vicino. Ma ricordo come continuava imponente la processione e tutte quelle persone restarono nella mia memoria e nel mio cuore. Con un po’ di inquietudine mi ero chiesto che cosa i miei occhi avevano visto.
A pranzo, mentre serviva ai bambini deliziosi biscotti fritti, la mamma commentò, in tono di avvertimento, che quelli erano gli zingari e che dovevamo essere molto attenti, perché rubavano cose, animali e bambini.
Ricordo che mi fissò mentre parlava. Ogni madre conosce bene i suoi bambini e la mia aveva notato le mie tendenze. I miei giochi preferiti erano: bancarelle sotto gli alberi del grande cortile, dove sono nato e cresciuto, giocare e anche dormire in posti improvvisati sotto il portico, impostare e promuovere "spettacoli" col palcoscenico fatto con canne di bambù e fogli di giornale, la cui attrazione principale era la gallina Cotinha che avevo addestrato convenientemente, adornare un altare e "pregare" per le galline nel pollaio, che era diventato la mia cappella; dove mi vestivo anche da prete e celebravo per le mie devotissime galline; organizzare "processioni" con i bambini il giorno del mio compleanno, vestirmi con qualunque cosa e fare di tutto nel teatrino della scuola, dove l'autentica vocazione di una insegnante aveva fatto in modo che non mi vergognassi davvero di niente; essere sempre presente con i lavoranti dei circhi che di tanto in tanto arrivavano nel mio paese.
Ruppi finalmente il silenzio che mi tormentava, dopo i vari avvertimenti di mamma e finalmente le chiesi dove fossero zingari, da dove venivano e cosa avevano fatto. Né lei né mia sorella erano però in grado di rispondere. Una vicina di casa che era presente borbottò qualcosa su quei vagabondi e tornò a ripetere ciò che la mamma aveva detto, aggiungendo con enfasi che portavano molti malanni e addirittura uccidevano le persone.
In tutto il resto del pomeriggio e la sera mi chiedevo: "Zingari? Chi sono gli zingari? Da dove arrivano? Dove vanno? Che fanno? Come vivono? Sono anche loro figli di Dio? Perché sono così attraenti? E perché noi non siamo zingari? Potrei essere uno zingaro? Un giorno lo chiederò a loro. Potrei andare via con loro. Voglio vederli da vicino. Voglio parlare con loro ... "
E, quando andai a dormire, sdraiato nel mio letto fantasticavo e cercavo di immaginare quello che gli Zingari in quel momento stavano facendo. Dove avrebbero messo tutti quegli animali. Avevano un letto per loro e i loro bambini? Avrebbero affittato delle case o dormivano sotto gli alberi? Ma non c'erano alberi sul campo di calcio. Se dormono all'aperto, possono vedere la luna e stelle. Forse anche parlare con loro. Ma ... e quando piove? E quando il freddo è molto forte?
Avrei voluto scappare e andare lì per trovare le risposte alle mie domande. Neanche pensai al buio di quella notte piovosa. Ma mi resi conto che non potevo aprire tutte le porte della nostra casa, così grande, senza far rumore e che non potevo saltare dalle finestre, molto alte.
Domande e fantasie scuotevano il mio corpo ed il mio cuore come una ninna nanna: "Domani vedrai gli zingari" E così, con quella ninna nanna, pian piano presi sonno ...
Nessuna delle caratteristiche negative così fortemente proclamate dalla mamma e dalla vicina mi avevano spaventato.
Era tempo di vacanza e, subito dopo la prima colazione, come un ragazzo in fuga, corsi giù per la collina verso il campo di calcio.
Nella piazza, con grande gioia, capii che non erano andati via, perché gli animali erano al pascolo sulla collina. Corsi fino ad un ponticello e rimasi lì pieno di meraviglia perché cominciavo a vedere quello che la mia immaginazione di ragazzo non era riuscita a percepire il giorno prima.
Ero di fronte ad un accampamento di zingari. Un sacco di bancarelle, panni stesi ad asciugare al sole, bambini che correvano da un lato all'altro e uno dei ragazzi che fumava un enorme sigaro di paglia, vi erano inoltre intorno alle tende polli, anatre, una capra e cani. All'interno uomini e donne mangiavano intorno a grosse pentole. Mi sono avvicinato un po' più vicino e ho visto che tutti erano su un telo che copriva il pavimento e, nonostante fosse ancora presto, erano a pranzo. Un po' timoroso, come quello che cerca di vedere ciò che è vietato, camminai intorno al campo passando dietro quelle baracche che sembravano incantate. Mi resi anche conte che parlavano, ma parlavano una lingua diversa dalla nostra.
Andai poi a sedermi sulle rocce vicino alla passerella del torrente che costeggiava il campo di calcio. Tre zingare arrivarono al torrente, per lavare qualche vestito, e molte altre si avviavano per andare in città. Una delle lavandaie mi chiese: "Abiti qui intorno? (naturalmente sapeva che non era vero!) Risposi velocemente, quasi balbettando:" No, vivo in collina. " E corsi via.
Scappando verso casa per paura che qualcuno della mia famiglia venisse a cercarmi, vidi le zingare che avevano lasciato il campo e che erano sedute sui bordi delle aiuole della piazzetta. Ho notato che chiamavano tutte le persone che passavano e che alcune stavano parlando con qualche passante, tenendogli la mano e guardandolo negli occhi. Altre ancora camminavano per le strade, andavano nei negozi, nei bar o bussavano a qualche porta.
Sono tornato a casa con un po' di paura, ma nessuno mi aveva notato o dato importanza alla mia assenza. Dopo tutto, in circostanze diverse, ero stato via anche per più tempo. Ma ero incerto e pieno di dubbi. Non sapevo se giocare in giardino o sotto il portico. Non sapevo se armare i miei fogli di giornali e la mia tenda da circo. Ogni momento correvo al cancello o ad una delle finestre della casa per vedere se qualche zingara stava salendo o scendendo per la collina.
Arrivò infine l'ora per il pranzo e, mentre eravamo a tavola, sentii come un grido: "Ohi di casa! Donna, Donna di casa!" Mentre mia sorella correva alla porta, la governante, tutta terrorizzata, esclamò: "Madre nostra, è una zingara!" Mamma si avvicinò alla ringhiera della veranda posteriore, dove mangiavamo, in prossimità di una vecchia stufa a legna. E, come in una apparizione improvvisa, la donna con due bambini era già lì prima di noi, essendo entrata direttamente dal cancello laterale. Quando papà minacciò di dire: "Andiamo a pranzo ..." La zingara fissò il suo sguardo su di me, dicendo "Tu stavi seduto vicino al torrente, per vedere noi che lavavamo i vestiti, non è vero?" Abbassai la testa tentando di masticare un pezzo di bistecca, che però non riuscivo a deglutire. Non ebbi il coraggio di guardare in faccia nessuno, ma sentivo che tutti gli occhi erano fissi su di me, e mia madre si preparava al "regolamento dei conti" con un bastone che avrebbe regolato tutti i conti sul mio sedere.
Inoltre, lei era un po' spaventata e ansiosa di porre fine alla visita inaspettata, e avvolse in un foglio di carta ciò che la zingara aveva chiesto. Non contenta la zingara chiedeva anche un aiuto per l'acquisto delle medicine, ma a quel punto intervenne papà, dicendo di passare nel pomeriggio nel suo negozio.
Era la prima volta che vedevo una zingara da vicino, ed era la stessa che avevo visto, più da lontano, al torrente. Il suo vestito di raso azzurro, che la copriva fino alla metà della tibia, era tutto rifinito con volant di pizzo a buon mercato in rosso e arancione, ma brillava. La sua faccia scura sembrava coronata da lunghi capelli d'argento tanto lucidi che scintillavano al sole. Prima di lasciarci guardò mia sorella, che mi fissava senza fermarsi, sollevò il mento verso di me e disse: "E' lui quello che ci guardava stamattina!" Poi mostrando la bocca piena di denti coperti d'oro, con un sorriso ci lasciò sconcertati dicendo a tutti: "Restate con Dio". Ci guardammo l'un l'altro e in quel momento gli occhi di mamma mi anticiparono che avremmo avuto una "lunga conversazione". Mentre la zingara se ne andava il bambino più piccolo diceva qualcosa relativamente al pacchetto che la madre aveva ricevuto mentre il più grande in pochi minuti aveva percorso tutto il cortile e stava gustando un frutto, tenendone in mano altri due.
Uomo di poche parole, ma molto osservatore e perspicace, mio padre commentò con un sorriso la bravura dello zingarello. La cameriera sapeva che era riuscito a entrare nel pollaio della vicina di casa, dove aveva preso quattro uova. Papà aggiunse un'altra frase che ci fece sorridere tutti, ma mamma non la pensava allo stesso modo e tornò a ripetere cose negative sugli zingari, ma concluse poi che affrontavano una vita difficile e chi poteva doveva aiutarli. Mia sorella, maestra di corpo e anima fin da giovane, si soffermò sul fatto che non andavano a scuola. Mio fratello ci raccontò poi che, tornando dalla scuola, aveva visto una zingara che leggeva la sorte ad un nostro amico.
Dopo il dessert andai giù in cortile e mamma, mentre preparava dei dolci con la frutta disse alla cameriera, ad alta voce in modo che potessi sentire: "Quando vai a casa dì ai tuoi figli di non uscire, perché per le strade ci sono molti zingari e rubano i bambini, che non potranno più vedere i loro genitori. Qui a casa nostra ne abbiamo uno che finirà per essere rubato dagli zingari. Gli ho già detto, e non una sola volta, che un bambino non può andare a vedere gli zingari o il circo da solo, senza i suoi genitori... "
Ma io mi rendevo conto di non aver paura per quello che avevo sentito e addirittura percepii che c'era in lei una certa ammirazione per quello che avevo fatto. Il cuore di una mamma non si lascia ingannare e, quando crede, ama ciò che la speranza fa vedere nel futuro del tempo e dell'eternità.
In grandi o piccoli circhi, anche quando i proprietari non sono zingari, molti artisti e quasi sempre i migliori, sono zingari.
In grandi o piccoli circhi, anche quando i proprietari non sono zingari, molti artisti e quasi sempre i migliori, sono zingari.
Persone coraggiose, forti, abituate a viaggiare continuamente, pazienti e perseveranti nell'imparare, per riuscire a far vedere come reale quella che è fantasia, affrontando rischi reali o apparenti, gli zingari erano e sono ancora grandi acrobati, trapezisti, giocolieri, illusionisti, clown, musicisti e incantatori che riescono, con le loro altisonanti parole, a far diventare anche un mediocre spettacolo uno "spettacolo mai visto", quello "migliore di tutto il pianeta" e così via.
La stessa instabilità e imprevedibilità che permea i campi dei grandi venditori di tutte le mercanzie, a volte penetra in profondità nella società del circo, perché, in effetti, lo stile di vita è quasi lo stesso. Ognuno è sempre in cammino. Tutti sono nomadi. Tutti devono affrontare sfide, incomprensioni, pregiudizi ed emarginazioni.
Quindi, in effetti, lo stesso fascino che la mia anima, da quando mi ricordo, coltiva per gli zingari, vale per i circensi e per i giocolieri, molti dei quali sono anche zingari o loro discendenti. Per me le loro tende hanno sempre posseduto un mistero, non rivelando la loro vera identità, ciò che queste persone soffrono e, paradossalmente, fanno e vivono. E tutto questo mi ha attirato come una calamita.
Ricordo che, sin da piccolo, ho sempre tentato di vedere l'arrivo di un circo, la sua installazione, le prove al suo interno. Tutto questo mi ha sempre affascinato. Trapezisti, artisti, nani e animali hanno sempre attirato la mia attenzione in modo che ho spesso dimenticato i doveri di scuola, il bagno e persino i pasti. Ho passato ore e ore a terra accanto alla palestra o dietro la scuola elementare, dove la grande tenda era stata eretta, con due o quattro pali, a seconda delle dimensioni del circo e del tipo di spettacolo. In realtà, volevo stare con loro, volevo essere uno di loro. Quando qualcuno mi ha chiesto: "Che cosa vuoi fare da grande?" Spesso ho risposto: "Il Clown in un circo".
A quel tempo, camminando su enormi trampoli o cavalcando seduti all'incontrario, i clown passavano per le strade, accompagnati sempre da un nugolo di ragazzi, con uno dei due polsi colorati, ad indicare che potevano vedere lo spettacolo in quella giornata. La bocca dipinta di rosso, che non sempre era la base della loro comicità, gridavano: "Oggi c'è, oggi c'è!" E i ragazzi rispondevano al grido "C'è spettacolo oggi?" E loro rispondevano " Sissignore, oggi c'è, oggi c'è"
Io, che ero nel bel mezzo della processione, cercavo di nascondermi quando passavamo davanti alla nostra casa o vedevo in lontananza un parente o un amico di famiglia. La discriminazione era grande. Spesso sentivo da un parente che solo i monelli accompagnano i clown. Ma mai mi giudicai migliore di qualsiasi ragazzo. E inoltre, volevo essere un clown, volevo appartenere a un circo.
Sapevo che papà non mi permetteva di andare, così ho sempre evitato il colore su di un polso, che permetteva di entrare. E una cosa che non mi piaceva: alcuni ragazzi oltre a non seguire i Clown, facevano un buco nella tenda per vedere gratis lo spettacolo.
Più volte ho voluto scappare con il circo. Ricordo che una volta, quando arrivò uno dei circhi che più mi piaceva, vidi da vicino, di notte, uno dei migliori artisti, che sembrava cercarmi, di notte. Non l'ho più incontrato, ma mi sembra di vederlo in tutti i circhi che visito. Sento che lui è lì. Ogni dettaglio della grande tenda, di trapezi e quant'altro mi dice che l'uomo, atletico e di una bellezza orientale è lì.
La sua voce era dolce e il suo parlare aveva incantato il mio cuore di preadolescente. Il suo sguardo era alla ricerca di qualcosa di infinito e i suoi gesti di una gentilezza unica. C'era tenerezza in tutto quello che faceva. Ma avrebbe sofferto molto. Fu catturato in una delle piazze in cui passava. Lo hanno picchiato e lo hanno anche condannato. Di notte, sdraiato nella sua cella, sentiva l'altoparlante dello spettacolo e mentalmente eseguiva nella sua cella il suo numero. Infine fu rilasciato. La sua compagnia lo accolse con gioia e festeggiamenti. È stato un grande artista. Uomo coraggioso e mite, violento e selvaggio ma, al contempo, tenero. Sudato e fragrante. Temprato ma anche delicato. È venuto da lontano passando per molti posti e in procinto di andare in molti altri. Era uno zingaro davvero affascinante.
Tutto questo giustifica la domanda che qualcuno, che tanto mi aveva aiutato nel discernimento, il giorno della mia ordinazione sacerdotale. mi chiese a bruciapelo: "Vuoi ancora di scappare con il circo?"
Un gruppo di zingari arrivò al campo di calcio, un anno dopo che l'altro gruppo, di cui ho parlato prima, era partito per chissà dove. Questi avevano alcuni carri, due piccoli camion, tre jeep e uno sgangherato pick-up. Sembravano avere buone condizioni di vita, intelligenti ma anche sospettosi.
Un pomeriggio, passeggiando con mamma e papà, riuscii a vedere l'accampamento proprio da vicino. Abbiamo camminato intorno al campo in silenzio e intesi questi zingari parlare fluentemente la loro lingua. Le donne avevano abiti lunghi fino alle caviglie, con diversi grembiuli sopra e qualcuna aveva anche uno scialle, che copriva i capelli.
Mi ricordo di una zingara che avvicinò mio padre, mostrando un paiolo di rame e chiedendo: "Non volete comprare una bella pentola di rame, capo?" E mio padre rispose: "Domani".
Non mi ricordo se poi l'abbiamo comprato. Ma so per certo che due belle teglie, che mia madre era solita usare per fare deliziosi dolci erano state fatte da zingari. Molto esigente su tutto, mia madre ne parlava bene in continuazione.
E alla sera, quando tornammo a casa, ricordo che papà disse qualcosa a proposito degli zingari. Disse che erano nomadi provenienti dall'India e diffusi poi in Africa e in Europa, dove avvennero incroci di razze, e che erano presenti in tutto il mondo.
Più tardi ho imparato che, come in un albero, il tronco degli zingari è in India, i suoi rami sono sparsi in tutto il mondo e le sue radici raggiungono il patriarca Abramo e tutto il suo popolo.
Ci sono diverse razze o nazioni zingare, con tradizioni e costumi simili. In tutto il mondo parlano una sola lingua ma non hanno un'unica religione. Credono in Dio, nella Madonna e in vari santi. Conservano bellissimi riti dell'Antico Testamento ed hanno un'anima religiosa greco-ortodossa. Hanno poi un Codice Etico proprio, così come un linguaggio unico, che non sono scritti da nessuna parte e che sono passati oralmente dai genitori ai figli. Vivono di commercio, vendita o scambio di oggetti, animali, gioielli o manufatti vari. Sono esperti nel lavorare rame, argento e oro. Abili ballerini e musicisti, ci hanno portato il violino, la fisarmonica e il tamburello. Hanno dato origine a circhi e parchi di divertimento e sono grandi artisti. Hanno poi spirato molte opere, danze e balletti in tutto il mondo.
Successivamente, quando sono andato a vivere a più stretto contatto con gli zingari, ho imparato che le diverse razze derivano da due gruppi principali: Rom e Calão Quindi ci sono, ad esempio: Caíderasha, Lovara, Maçvais, Moldovais, Horohané, Gorbeta, Doreski, Chucureski, Puroneski, Sinti e molti altri.
Gli zingari, per una psicologia genetica, praticano naturalmente e intuitivamente la lettura degli occhi, dono che utilizzano per contribuire al sostentamento familiare con "La lettura della sorte", un'attività degna come qualsiasi altro lavoro. Una psicologia popolare che offrono a chi la desidera.
Da questa attività e dalla lettura della mano dipendono bambini, giovani, adulti, anziani e malati per l'acquisto di latte, generi alimentari e medicinali. E comprano il necessario per un solo giorno. "Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini" (Mt.6, 34). Guadagni qualcosa oggi? Quindi compra oggi e mangia oggi. Nulla è conservato per domani. Se una qualsiasi attività o proprietà è comprata e conservata, si tratta di un vantaggio temporaneo o di una necessità, non di una mentalità di capitalizzazione o di possesso.
Queste persone che mai hanno aspirato al potere e mai promosso una guerra, sono state perseguitate in ogni luogo, bruciate a migliaia da parte del nazismo e dell'Inquisizione, vittime di molti pregiudizi e discriminazioni da parte dei cristiani, conservano grande tenacia, coraggio, non agiscono per il male, ma per istinto e necessità di sopravvivenza come gli antichi ebrei nel deserto, come Gesù stesso ha vissuto il nomadismo con i suoi apostoli: "In quel tempo Gesù passò tra le messi in un giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano". Ciò vedendo i farisei gli dissero :"Ecco i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato." Ed egli rispose:l"Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell'offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi ompagni, ma solo ai sacerdoti?" (Mt 12, 1-4)
Un gruppo zingaro è sempre unito, molto ospitale e pratica la condivisione dei beni. Tutto è di tutti. Chi ha di più aiuta chi ha di meno. La fedeltà coniugale e la verginità delle ragazze prima del matrimonio sono un valore indiscutibile. Le droghe non entrano negli accampamenti. Le bevande sono utilizzati solo nelle feste. Non viene praticato l'aborto. Il bambino è la benedizione ed il vecchio è l'onore del gruppo. Non si fa nulla senza il consenso dei più anziani, che mai vengono collocati in case di riposo. I bambini non sono messi in collegi. Zoppi e malati sono portati, legati, sul dorso degli asini, quando si tratta di gruppi mandriani. Nessuno viene lasciato mai indietro.
La purezza e la semplicità sono i valori più elevati e luminosi tra quelli che gli zingari conservano, non lasciandosi trasportare dalle mode, dalla massificazione o dalla distorsione di tutto ciò che è così forte nella cultura della loro vita itinerante.
Se togliamo gli ornamenti, resterà la pelle. Se tagliamo la pelle ci sarà il sangue e se faremo la trasfusione del sangue, rimarrà ciò che è più importante, immutabile, eterno: l'anima zingara.
Nella misura in cui la vita commerciale è scomparsa da villaggi e piccole città, con il fenomeno di esodo rurale, i terreni liberi sono stati occupati dalla costruzione di case nella dolorosa urbanizzazione che ha investito le città più grandi. Le recinzioni intorno alle proprietà (anche improduttive) e le pavimentazioni di strade con asfalto, lasciano sempre meno spazio agli zingari per accamparsi. Praticamente sono sempre più costretti a lottare per un posto agli estremi margini delle periferie dei grandi centri urbani.
In molte città non c'è più neanche posto in cui si possa installare un circo. Già molto schiacciati dai brutti spettacoli di una vorace televisione, che trasmette anche mediocri iniziative artistiche locali, i circhi ed i parchi di divertimento stentano a sopravvivere, fagocitati dalle costruzioni delle città che hanno distrutto foreste, spiagge e campagne, in nome di un falso progresso.
Quando ero studente universitario, ebbi modo di vedere ancora degli zingari, in un quartiere poco popolato di una città marittima. Il loro tranquillo accampamento era un angolo di mondo attorniato da alberi e palme autoctone e aveva circa otto baracche. C'erano macchine, cavalli, polli, anatre e cani come quelli che avevo visto da bambino, vicino al campo di calcio del mio paese.
In un tempo di incertezze e indecisioni, come è quello di uno che cammina senza sapere dove sta andando, mi resi conto che essi non vivono questo problema. Lo zingaro è zingaro. Così egli nasce, cresce, vive e muore. La sua vocazione è quella di vivere in un forte spirito di unità che pervade la famiglia e il gruppo, la sua filosofia di vita: la terra è il mio paese, il cielo è il mio tetto e la mia religione è la libertà.
Timidamente e quasi con paura, mi avvicinai e li salutai. Mi fecero entrare, mi offrirono del caffè e una zingaro di mezza età mi chiese se volevo comprare un braccialetto d'argento che aveva tirato fuori dalla tasca della camicia. Un altro stimò il valore del mio orologio e disse che lo avrebbe comprato per una cifra maggiore.
Notai inoltre che avevano già finito di cenare. Erano quasi le cinque del pomeriggio ed allora chiesi perché cenavano così presto; mi risposero che avevano anche pranzato presto e solo allora mi ricordai che, da bambino, li avevo visti pranzare alle 7 e 30 di mattina.
Una mattina della mia infanzia li avevo visti a pranzo. Ora, in un pomeriggio della mia giovinezza inquieta e insoddisfatta, li avevo trovati felici e tranquilli dopo aver cenato.
Anche se penso che le baracche erano un po' più grandi, meglio fornite e più nuove, percepii che non c'era molta differenza tra quello avevo visto, un po' sorpreso, durante l'infanzia e quello che vedevo dieci anni dopo.
Ancora una volta avrei voluto chiedere tante cose e restare con loro. Forse mi potevano dare quello che cercavo e non trovavo? ... Forse avrebbero fatto a me quello che io non potevo fare? ... Forse mi avrebbero mostrato la strada? ... Forse mi avrebbero condotto a quello idolatrato da me, da bambino. quello che aveva rubato il mio cuore e che non ho ancora dimenticato. . .
Nello stesso modo con cui mi accolsero mi fecero però capire che il nostro incontro era terminato. Si dispersero nell'accampamento e, come mi alzai per lasciare i tre con cui ero seduto, ognuno di essi mi disse: "Vai con Dio!" Risposi con indifferenza: "Va bene." E andai via verso il lungomare pensando e parlando a me stesso: "Dio. Tutto in una volta. Ogni cosa a suo tempo e luogo Devo andare avanti, devo cercare. Devo trovare il motivo per vivere: la mia terra, il mio tetto e la mia libertà ".
Nel tardo pomeriggio riuscii a vedere, nel proiettare le loro ombre e i loro misteri, forme e colori delicati, che nel contesto di un armonioso crepuscolo portò la mia mente alla tranquillità, alla dolcezza e alla tenerezza di quello zingaro indimenticabile.
Da lontano, era quasi sera, guardai indietro. Le baracche ed i vestiti erano illuminati, come trasparenti, intorno ai numerosi falò che erano stati accesi. Già sotto la luce delle stelle, il mio cuore accelerato dal mio camminare più velocemente, era come incendiato dal fuoco degli zingari.
Quel "Vai con Dio" mi sarebbe tornato più volte in mente, rafforzato e entusiasmato nel caso di molte domande, ansie e incertezze. Perché gli zingari parlano più con il cuore, con i gesti che con le parole. E c'è il cuore e i gesti nelle parole, perché lo zingaro percepisce il nostro stato d'animo.
Per un breve momento, prima della curva che mi avrebbe rubato la bella vista dell'accampamento, mi fermai, chiusi gli occhi e balbettai tra le lacrime: ".... Dio resta anche con loro. Proteggi questi zingari meravigliosi. È quello che cerco. Il mio zingaro." E le onde, ormai argentate dalla luce della luna, sembravano rispondere in coro: "Amen, Amen, Amen!"
Arrivato nella stanza del dormitorio dove dimoravo, non riuscivo a contenere la mia eccitazione. Stavo dicendo a due colleghi del meraviglioso incontro nel pomeriggio con gli zingari. Non mi lasciarono nemmeno terminare Dissero che ero lunatico, stupido e senza amore per la vita, in quanto l'accampamento degli zingari era molto pericoloso e non era opportuno visitarlo. Che inoltre gli zingari erano fattucchieri, ladri di cavalli, auto, oggetti di valore e bambini. Che il governo avrebbe dovuto sterminare questa"gentaglia vagabonda." Che leggere la sorte, la loro principale attività, è pura ciarlataneria. Che i veri valori umani (per loro gli zingari non erano persone) e cristiani esistono solo per la società sedentaria.
Quel posto era sopra di un locale e vi avveniva di tutto. Non c'era rispetto per gli anziani della zona né, tanto meno, per i bambini. Spesso sparivano oggetti vari, libri, denaro. Spesso diedi anche il permesso a qualche prostituta di riposarsi nella mia camera e ho trascorso diverse ore a parlare con queste povere vittime di chi, a torto, si considerava araldo dei "buoni valori umani e cristiani della società sedentaria." o addirittura "costruttori della società ideale."
Queste povere donne non avevano un posto dove dormire, spesso niente da mangiare, perché non c'erano di notte più autobus in circolazione e inoltre non avevano soldi. In generale, vivevano alla periferia delle periferie, luoghi che l'egoismo, l'avidità e il materialismo del mondo pragmatico stanno creando per gettare degli esseri umani, come rottami, in enormi sacche di povertà e di marginalità. E, contemporaneamente, vengono creati pregiudizi, falsi moralismi e giustificazioni ipocrite. Perciò Gesù disse: "... Le prostitute raggiungeranno prima di voi il Regno dei Cieli." (Mt21, 31).
Solo l'amore edifica e rende liberi. Solo l'Amore rende veramente felici. Non sono liberi gli schiavi ma non è nemmeno libero chi schiavizza e non sarà mai felice. Ricordo di aver sentito quel pomeriggio da un vecchia zingara: "Il mondo è lo stesso da sempre, sono i cuori che peggiorano. Ognuno si preoccupa solo di se stesso, gli altri potranno pure essere dannati...."
Dopo la doccia fredda con cui i miei compagni avevano cercato di congelare il mio cuore, mi ritirai nella mia stanza e mi sdraiai sul letto, senza cambiarmi. Fissando le macchie di muffa dal soffitto, provavo a formare con esse una mappa per trovare la strada che stavo cercando.
Mi vennero a mente i libri di spiritualità che mi avevano aiutato durante i miei conflitti interiori, le mie incomprensioni giovanili e il senso di solitudine. Ricordai addirittura le parole che un Padre Rettore indirizzò a mio padre al cancello del seminario dove ero fuggito nella mia preadolescenza: "Tuo figlio è molto in gamba, ma non ha vocazione. " E dopo quattro mesi di seminario, tornai a casa, dove sperimentai una angoscia adolescenziale e le pressioni di luogo piccolo, dove tutto è piccolo. Conclusi che anche il seminario, come tante istituzioni, era pieno di pregiudizi, simili a quelli dei miei vicini di stanza. Mentre fissavo il soffitto ed accendevo una sigaretta dopo un'altra, con la sensazione di non avere un posto in questo mondo, percepii che erano entrati in me l'aspetto, l'odore e i sentimenti di quegli zingari.
Un altro collega venne però a sedersi ai piedi del mio letto. Mascherando, per quanto potevo, la mia tristezza parlammo molto sulla vita, e sulla tremenda situazione della nostra comunità. Lui era più tranquillo rispetto agli altri, e non era probabilmente migliore degli altri, ma il mio cuore si riempì di gioia quando, al momento di lasciare la mia stanza, mi confidò: "Mi hanno detto che hai visitato un accampamento di zingari e mi piacerebbe andarci. Ammiro molto gli zingari ma anche il tuo coraggio e la tua perseveranza. Sai di avere qualcosa di zingaro? Forse ti trasformerai proprio in uno zingaro? La vita è una continua ricerca, un percorso che non si sa mai dove finirà. Quello che per alcuni è scandalo, per molti altri è virtù. Non ci si può fermare, stabilirsi. Non vedi come la Bibbia parla di vagabondaggio e di ricerca per il popolo ebraico? Camminavano da un accampamento a un altro. Molto presto troveremo un posto migliore, dove, forse, vi è abbondanza di latte e di miele e dove le acque sono abbondanti. Buona notte! "
Ero così perplesso che non risposi nemmeno alla sua "buona notte." Le sue parole erano quelle di un saggio e vecchio zingaro. Mi confermavano ciò che ho sempre maggiormente apprezzato nelle persone: la saggezza dell'anima che guarda al cuore e alla condivisione di gioie e dolori, il senso dell'altro, la parola ferma e fedele, la semplicità e la ricerca della vera libertà. Come un nomade dell'Oriente, come uno zingaro che legge negli occhi della gente, fece brillare, con lo smalto delle sue parole, il cammino della speranza che gli zingari avevano piantato nella mia anima.
Mi alzai, chiusi la porta, spensi la luce e mi tolsi tutti i vestiti. Ero nudo come l'angelo del quadro che c'era sulla testata del letto. Mi prostrai a terra ad adorare Colui che mi ha creato dal nulla. Colui che ha creato dal nulla tutti quelli che indossano maschere di ipocrisia o moralisti. Poi mi sdraiai nudo sulle nude assi del pavimento e misi la vita nelle mani del Divino Amore e riflettei sulle parole di Giobbe, pellegrino in lutto: "Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore "(Gb 1,20-21). E mi trovavo sul pavimento a dormire come gli zingari e molti altri emarginati, ultimi nel mondo degli uomini, primi nel regno di Dio. "...Partito di là, Gesù si diresse dalle parti di Tiro e Sidone Ed ecco, una donna cananea, nativa di quelle terra, si mise a gridare:." Signore, Figlio di Davide, abbi pietà di me! Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio "Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si accostarono implorando:"Esaudiscila, vedi come ci grida dietro!. "Gesù rispose loro:" Io non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d'Israele. "Ma la donna venne a prostrarsi davanti a lui, dicendo:" Signore, aiutami! ». Gesù rispose:" Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini. " " Certo, Signore, lei gli rispose, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni " Allora Gesù le replicò:" Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri. " E, da quell'istante, sua figlia fu guarita." (Mt 15, 21-28).
Nel silenzio della notte, sentii una canzone, il cui suono proveniva dal locale che era sotto la mia stanza: " Dolores Sierra, vive a Barcellona, presso il molo e va volentieri con chi la paga di più"
E pensai alle molte Dolores della Spagna, del Brasile e del mondo intero. Pregai per loro e per tutti i diseredati di questa vita che mendicano affetto, col loro faticoso accattonaggio.
Presentai tutti i miei bisogni, offrendoli per le esigenze di tutti. Chiesi di benedire tutti gli zingari e in particolare quello che mi aveva affascinato ed era andato via ...
Abbracciando e baciando il pavimento mi sentivo incorporato in tutto e per tutto nella nostra Madre Terra, che ci unisce. E poiché il sonno tardava ad arrivare ripetei varie volte: "Non sono granché, ma ho la Vocazione".
La purezza, l'ingenuità, la mancanza di senso del tempo, dello spazio, la paura dell'ignoto, dei fantasmi, e il desiderio di avere anche le cose più semplici che gli altri hanno ricevuto, sono caratteristiche che fanno parte del piccolo universo della mente degli zingari dall'infanzia alla vecchiaia.
Nonostante l'intelligenza, l'arguzia, il coraggio, la forza e la perseveranza, lo zingaro resta sempre un bambino. È questa la più bella caratteristica della sua anima.
È per questo che gli zingari non capiscono alcune battute. Prendono tutto sul serio. Una storia che uno zingaro ha sentito o che sta recitando è quasi sempre vista come qualcosa che sta accadendo in quel momento, perché lui è un grande artista. Questo è uno dei motivi per cui la televisione, per esempio, non li attira, come avviene invece per i sedentari, per cui certi valori e culture regionali, le loro relazioni sociali e dialoghi familiari sono distrutti da questo anti-strumento di vera comunicazione . Essa manipola le coscienze e manovra il popolo in base agli interessi di alcuni gruppi. Gli zingari, anche nei gruppi più caratterizzati, non si lasciano mai massificare.
La bravura, la sua dimostrazione e il coraggio sono fortemente presenti nei sentimenti dei giovani zingari. Sin dalla tenera età devono imparare a lavorare, aiutare la famiglia e comprare quello di cui hanno bisogno. Fatta eccezione per una grave malattia, gli zingari non viziano in alcun modo i loro bambini e non esistono i così detti "figli di papà". Un grande esempio che certi giovani sedentari farebbero bene ad adottare. Spesso, con il pretesto di studiare (o semplicemente frequentare la scuola), ci sono molti giovani che, come parassiti, non lavorano e non sono autosufficienti.
Un'altra grande lezione che i nomadi ci danno è la partecipazione dei bambini e dei giovani a tutto quello che la famiglia o il gruppo vive o soffre. Non vi è alcun segreto fra loro in questo senso. Presto il bambino impara la lingua zingara (Romani); conosce gli affari del padre, i nemici della famiglia, sa cavalcare e condurre un veicolo, installare o disinstallare una tenda; discernere se il percorso da fare è pericoloso; accompagnare i visitatori e parlare con loro per vedere se hanno le giuste intenzioni e sono sinceri, ecc.
Ho sempre pensato che le tende degli zingari, così come i loro abiti, i loro scrigni e alcuni oggetti hanno un certo mistero e segreti. Ma tra di loro, non c'è nulla nascosto. Se il problema riguarda la famiglia o il gruppo, tutti sanno tutto, dai bambini agli anziani. Questi sono sempre consultati, perché danno saggi consigli in base all'esperienza di tanti anni di vita. Raccontano storie e tramandano le tradizioni ai loro figli e agli altri discendenti. A volte, un affare non viene concluso se una vecchia zingara ha qualche presentimento sulle sue conseguenze.
Alcune di queste caratteristiche sono, naturalmente, anche nelle menti e nei cuori di molti bambini e giovani della società sedentaria. È necessario lasciarle sviluppare nell'affascinante mistero della loro purezza e spontaneità. Non c'è male maggiore che si possa fare a un bambino o a un giovane che contrastare una buona iniziativa, un atteggiamento creativo, un gesto spontaneo di collaborazione, di coraggio o di generosità.
Migliaia di esseri umani camminano in difficoltà, in una vita senza ideali e senza bellezza, sfigurati da vizi malefici o dalla apatia (che è gemella della morte), perché qualcuno ha rubato o distrutto la loro vera identità, soffocando i loro talenti, le attitudini e le vere vocazioni. Come molte persone frustrate, disorientate, senza un posto o nel posto sbagliato a causa di interferenze o di orientamenti erronei, talvolta, da parte dei genitori o altri membri della famiglia, che desiderano "risolvere" nei figli o nei nipoti qualche frustrazione della loro vita.
Ho molta paura degli adulti che non sono stati mai inquieti nella loro infanzia o contestatori nella loro adolescenza. Un bambino deve essere bambino, un giovane deve essere un giovane, così come un adulto deve essere adulto ed un vecchio deve essere vecchio. Ma tutti sempre con l'anima e il cuore di un bambino, come i nomadi, pellegrini liberi, allegri, pieni di vita e di speranza, coltivando una vera giovinezza.
Non si deve uccidere o deformare lo zingaro che è in tutti noi. Quando la dimensione "zingara" della vita è soffocata o repressa, il nostro cammino nel grande accampamento di questo mondo si blocca e quello che potrebbe essere meraviglioso diventa noioso, insipido e privo di significato. Ed è così che vediamo così tanti giovani già vecchi e tanti vecchi ancora giovani vivere ogni giorno come un nuovo itinerario non legato all'ieri e non preoccupato per il domani. Riescono a trasformare le cose più semplici dell'oggi in qualcosa di indescrivibile nell'affascinante e luminoso Accampamento del Regno. "... Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. (Is 64,3), Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, se mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano " (1 Cor 2,9).
Sia nell'infanzia che nell'adolescenza e nella giovinezza ho amato con anima e corpo tutto ciò che è relativo a disegno, pittura, declamazione, canto, teatro, e feste sia folcloristiche che religiose.
Molti non capivano questa mia profonda passione, che la mia anima coltivava e il mio spirito faceva esercitare nei gruppi teatrali studenteschi, nei quadri, nel montaggio di carri allegorici in tante feste in cui tutto era veramente tipico e l'arte dell'anima di un popolo parlava più di un interesse meramente commerciale o promozionale come accade, purtroppo, oggi, anche con le più belle e tradizionali feste religiose, travisando la funzione che avevano.
La gente non era mediocrizzata né dalla televisione, né dall'inseguimento del futile modello americano. Ogni cosa era presa molto sul serio: decorare i testi, prove di parecchie ore per vari mesi, disegni di scenari e di allegorie. Si formò così, spontaneamente, un bel gruppo che organizzava feste tradizionali, spettacoli teatrali, sfilate, scuole e altre promozioni, sempre a beneficio della parrocchia, della scuola o dell'ospedale. Ma c'erano anche le critiche: nella famiglia, nella scuola e nella Chiesa. Qualche volta anche intolleranze. Chi fa qualcosa infastidisce sempre e, naturalmente, può fare degli errori. Solo chi non cammina non cade. So che molti pensavano che ero anormale, effeminato, vanitoso e sempre in mostra.
Quando ho finito il liceo, la classe organizzò una festa d'addio. Un insegnante salì sul palco e mi porse un medaglione di argento e oro, fatto da un collega artista. È stato un omaggio della banda guidata da quella grande maestra e motivatrice. I veri educatori sono rari. Rari sono coloro che credono nei giovani. E andai alla ricerca della scuola superiore.
E fu quasi uno scandalo quando comunicai alla mia famiglia e agli amici la mia intenzione di iscrivermi ad un corso di pittura e di belle arti. Molti volevano vedermi insegnante, medico o avvocato.
Vagando per le sale delle scuole in cui ho studiato e insegnato, per le navate di alcune chiese o gli ambienti di alcuni ospedali nei quartieri più poveri, ho poi sentito il bisogno di aprire una più ampia gamma delle mie ricerche ed impegni. Sia in questi luoghi che nei vari convitti di studenti in cui sono stato, ci sono stati bei momenti di amicizia, fratellanza e amore, ma ho desiderato di amare ancora di più, quelli, tanti, che attraversavano la strada con me, in molti altri luoghi, popoli e nazioni. Quella finestra da cui io e un amico poeta contemplavamo il mare, le barche, le persone e le increspature delle onde,come cristalli in movimento che riflettevano la luce della luna, ho sentito che l'Amore gridava alle orecchie del mio cuore: "Vieni con me, lo chiedo per me e per molti! " "... Camminando lungo il mare Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone (detto Pietro) e Andrea suo fratello, che gettavano le reti, perché erano pescatori e disse loro:"Seguitemi e vi farò pescatori di uomini ". Essi all'istante abbandonarono le loro reti e lo seguirono. Passando di là, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello, che riassettavano le reti con Zebedeo loro padre. Li chiamò ed essi, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. "(Mt 4, 18-22).
Ho ricevuto altre attestazioni e premi per i miei lavori e tutto era molto bello. Ma il medaglione d'argento e d'oro che era appeso sulla parete della mia camera da letto, splendeva nelle notti oscure della mia nudità. Ma niente mi soddisfaceva o mi legava. Ho sentito il bisogno di lasciare.
Così frequentai un secondo seminario. Mi si chiedeva di prepararmi per una dedizione totale. Per Lui, per molti. Non parlai di vocazione o di seminario con nessuno. Per circa nove anni ho continuato a pensare, pregare, soffrire, in attesa, nel silenzio del mio cuore. Per questo la mia decisione sorprese e spaventò la mia famiglia e gli amici ancora una volta. Avevo 23 anni.
Disarmai la tenda della mia vita accademica e professionale, e come uno zingaro che prende sempre la strada pieno di speranza, una notte andai via. Solo dopo qualche tempo tutti seppero dove mi trovavo.
Dopo alcuni mesi di seminario il direttore mi rivolse la stessa domanda di molti altri sacerdoti in molti altri luoghi: "Vuoi davvero essere un prete?"
Comprendendo tra le righe di quella domanda che molto presto sarei stato licenziato, andai via quella stessa notte in cerca di un terzo seminario.
Perché non credere che avevo rotto con tutto e tutti, nella retta intenzione di prepararmi per gli studi di filosofia e teologia, verso i quali loro stessi mi avevano orientato? ... Qualcuno che ha lasciato la famiglia, amici e lavoro, oggetto di pesanti critiche e proteste, a 24 anni, non sapeva quello che voleva? ... Non stavo giocando ad essere sacerdote, come nella mia fanciullezza, ma erano loro che giocavano con la mia vocazione! Ancora una volta si resero conto che non ero una "carta carbone" (non esistevano ancora le fotocopie!). Molto tempo dopo un esemplare sacerdote ottuagenario mi ha detto: "Sono diventato prete perché in seminario ho sempre avuto due facce."
Sono arrivato a un altro seminario "senza valigia e senza documenti." Un esperto superiore (lo stesso che mi aprì la porta) mi accolse molto bene. Per diversi anni, mi ha incoraggiato come padre spirituale e buon amico di tutte le ore. Con la sua intelligenza e vivacità mi ha aiutato a essere quello che sono, sia nei modi di vita sacerdotale che nei labirinti avventurosi e imprevedibili del mondo delle arti. Grazie a lui mi fu possibile completare il corso di Belle Arti, mentre studiavo anche teologia, in un tempo in cui infuriava la febbre (ogni stagione ha la sua febbre) della specializzazione. Dopo tutto, ero già un pittore e un insegnante. Volevo essere un sacerdote. Con i pennelli, vernici e solventi avevo a lungo pregato non solo con i quadri, ma anche nelle classi. Ma venivo preso in giro e bloccato.
In verità, ho trovato di tutto in seminari, conventi e canoniche. Alcune strutture legaliste e fredde sembrano specializzate nel distruggere le vocazioni. Giovani uomini e donne pieni di fede e di talenti evangelici non si meritano di vivere dove non c'è rispetto, spirito di fratellanza e di pietà e vero amore per Dio e per il prossimo. Ma soffrono, una volta tornati nelle loro famiglie o nel loro ambiente come artisti di valore, fischiati o respinti da parte di quella società che li aveva attirati, a volte sfruttati, e poi respinti.
Tra barboni, tossicodipendenti, omosessuali, prostitute e molti altri emarginati trovo l'amore, la sincerità, la lealtà, la spontaneità e la semplicità che non ho visto in alcune case, seminari, conventi e chiese.
In artisti hippies buoni o vagabondi, che provocano disgusto a coloro che sostengono di essere figli dei Santi Padri della povera gente, ho sperimentato più educazione, cura e attenzione che in alcuni negozi di libri e articoli religiosi, dove lo spirito commerciale, imprenditoriale e multinazionale prevale su quello apostolico, se non lo soffoca e lo distrugge.
Cresce sempre di più una crisi che fa sì che gli uomini e le donne perdano istruzione, umiltà e fede in seminari e conventi. Nelle loro famiglie e parrocchie erano persone semplici, pie e apostoliche. Improvvisamente diventano esigenti, (ho assistito a interminabili discussioni a causa della marca di una saponetta), borghesi intellettualizzati, aggressivi e presuntuosi. Arrivano a ridicolizzare le persone e persino le cose sacre. Hanno cambiato la semplicità con la ricercatezza e la popolarità con la volgarità. Confondono il sacro con il profano.
Questa crisi è destinata a crescere molto, perché ha radici profonde in coloro che la hanno resa possibile. Diventeranno mercenari per eccessiva preoccupazione sulla intellettualità, sulle finanze e sui beni materiali, sulla vanità e sul distanziamento dalle persone. "Io sono il buon pastore. Il buon pastore da la sua vita per le pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore, che non possiede le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde, perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore. e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre Io do la mia vita per le pecore ". (Gv 10,11-14).
Essi divennero i signori del potere, e le loro parole e i gesti non contagiavano nessuno sul potere del Signore. Si trasformarono in semplici impiegati o professionisti egoistici. Dirigenti sterili che non generano la fede. Persero la loro vera identità e camminano disorientati e persi, perché hanno agito al di fuori della mappa del tesoro nascosto nell'accampamento. "Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo; poi, pieno di gioia, va,vende tutto quello che ha e compra quel campo" (Mt 13.44). Istruiscono male e non sanno educare, perché non credono in quello di cui parlano.
Mai e poi mai Antonio sarebbe fuggito nel deserto e si sarebbe fermato su una colonna, Francesco d'Assisi non sarebbe entrato nei conventi e avrebbe preferito stare con i poveri continuando il suo cammino; Vincenzo de' Paoli avrebbe dormito in baraccopoli o sotto i ponti abbracciando malati e indigenti; Gonçalo avrebbe vissuto tra le prostitute; Alfonso de' Liguori sarebbe arrivato alla sua diocesi a piedi in compagnia del popolo; Ignazio di Loyola avrebbe camminato da solo e a piedi, Giovanni Maria Vianey non avrebbe accettato le opulente mense di alcune canoniche; Massimiliano Maria Kolbe avrebbe dato la sua vita per salvare quella di molte famiglie e Paolo VI avrebbe ripetuto agli zingari: "La Chiesa vi ama... Al Papa piacerebbe camminare con voi" ...
Arrivò il giorno della mia ordinazione sacerdotale, conferita da un pastore saggio, umile e santo, con lunghi capelli bianchi che sporgevano dalla sua mitra. Come i vecchi patriarchi tenendo saldamente in mano il suo bastone, mi indicò la missione da compiere attraverso il deserto e Canaan da raggiungersi col popolo in marcia. Nel caldo di quel pomeriggio d'estate, il sudore faceva brillare ancora di più i suoi occhi ed il suo volto, come se fosse stato "unto". Le sue parole e gesti sembravano quelli di un capo esperto che decide ed indica un imprevedibile cammino alla ricerca di nuove terre.
Prostrato a terra e morendo per me stesso, onde rinascere per molti, mi ricordai di quando avevo dormito sul pavimento della mia stanza, preparandomi ad altre notti in cui avrei dormito sul pavimento delle tende degli zingari.
Vissi le primizie della mia vita sacerdotale, e Dio mi diede la grazia di amici che sono poi diventati veri fratelli e compagni di tutta la vita. Il fuoco del dolore ci purificava e si intrecciava nel grande fuoco dell'amore, dove il fumo del mistero della croce ci fece sublimare incomprensioni e sofferenze.
Di ritorno da un viaggio, la macchina si capovolse. Attribuisco il miracolo della mia guarigione dopo tre mesi di ospedale, cinque interventi chirurgici e tre anni di terapia fisica alla Madonna delle Grazie e Padre Eustachio.
Ma il più grave disastro sarebbe accaduto dopo: ancora nel letto d'ospedale, fui dispensato dal campo di lavoro pastorale in cui davo la mia collaborazione. Ho iniziato a lavorare in un altro, e i medici mi dicevano che non riuscivo a stare fermo. E questo mi costò un'altra dura proscrizione. Ero licenziato e proscritto.
Come gli zingari che sono cacciati e sono in cerca di un posto per accamparsi, e vivono questo problema più volte nello stesso giorno, mi sentivo ancor più spogliato per vivere la mia vocazione. Fui anche costretto a vendere o barattare il medaglione d'argento e d'oro per un lavoro in quella diocesi che, caritatevolmente, mi aveva accolto. Dopo tutto, quello era l'unico documento di Onore e Merito che avevo. Ancora una volta ero "senza niente e senza documenti". Un esiliato, un proscritto non ha nessun documento di presentazione. Ma la Madonna intercesse per me, nella voce di quella donna che si trovava al mio fianco all'interno di una cattedrale e che mi disse: "Non preoccuparti, andrà tutto bene" e io mi presentavo al Capo. Ed Egli apre sempre tutte le porte, soprattutto per quelli che, con le mani vuote, si collocano davanti a Lui come poveri.
Senza nemmeno la forza di portare un bagaglio, ho portato le cicatrici sul corpo e sull'anima. Perso nel tempo, il medaglione, sciolto dal fuoco del distacco, avevo nel mio corpo placche e viti di metallo per ricostruire le mie braccia, schiacciate nel grave incidente stradale. La loro luminosità si trasformava in un velo opaco di tristezza che avvolgeva il mio cuore. Mi sono fidato nella protezione della Madre, ma ho cercato risposte ad alcune domande: "Perché predicare tanto la giustizia, l'amore e la fratellanza (in quell'anno il tema era:"Comincia a casa tua"), e agire così? Perché tanti opuscoli, schede e manifesti con bellissimi messaggi e illustrazioni, giornali, riviste e libri come "Ritorno alle fonti", "impegno", "minorità" e "fraternità", se sono coltivate l'accettazione delle persone, la persecuzione e persino la vendetta, soffocando i carismi? .. Come parlare di Ecumenismo?"
Come nomade porta i segni di lunghi cammini e di duri scontri, sperimentando pregiudizi ed emarginazione, ho impiantato la mia tenda in una nuova terra e sono stato molto fortunato.
"Poi Abramo levò la sua tenda per accamparsi nel Negheb." (Gen. 12,9).
"Mosè a ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell'accampamento, ad una certa distanza dall'accampamento, e l'aveva chiamata tenda del convegno; appunto a questa tenda del convegno, posta fuori dell'accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore. Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda. Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso della tenda: Allora il Signore parlava con Mosè. Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all'ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda. Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo che parla con un altro. Poi questi tornava nell'accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall'interno della tenda. "(Es 33: 7-11)..
Arrivai in un nuovo campo della pastorale ed ebbi modo di sperimentare con felicità la bontà e la buona convivenza con cui mi accolsero. Aiutavo in tutto ciò che mi chiedevano. Cercavo di partecipare a tutte le pastorali, gruppi, associazioni e assemblee. Non dovevo permettere che nessuno di essi mi monopolizzasse. La Chiesa è Madre e ha nel suo grembo spazio per tutti i suoi figli.
Dopo che mi conobbero meglio, mi portarono in un'altra città. Fui assistente in una parrocchia il cui parroco, uomo di Dio, altruista e dinamico, per me è stato un padre, fratello esemplare e amico nel cuore. Ho imparato molto dal "Vecchio Curato" così lo chiamavo. Lui mi ha aiutato a piantare la tenda nel nuovo accampamento e ad amare quella gente così semplice e buona.
Nella stessa città, i bisogni della chiesa mi portarono in un'altra parrocchia, dove ho lavorato come Vicario, cambiando di nuovo accampamento. Così vivono gli zingari. Attorno alla stessa città, spostandosi da un luogo all'altro, ma sempre in periferia.
Infatti, è stato in un accampamento di pastori nomadi che Gesù è nato. Laggiù nei campi verdeggianti nacque la Speranza. Fuori dalla città che non aveva accolto Giuseppe e Maria. "Mentre si trovavano là, giunse per Lei il tempo di partorire e diede alla luce il suo figlio primogenito: Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto all'albergo. In quella stessa regione si trovavano dei pastori: vegliavano all'aperto e di notte facevano la guardia al loro gregge. ". (Lc.2,7-8). Nella grotta, circondati da animali, loro, i pastori e l'immensa carovana dei Magi, che erano anche nomadi, al canto del gallo (che è la sveglia degli accampamenti) vissero sotto la luce inebriante della Stella, la notte più illuminata di tutti i tempi, vedendo nascere il Sole della Salvezza, l'orizzonte del Nuovo Tempo, che la fede del popolo in movimento non ha mai perso di vista. I sedentari di Betlemme, ciechi e sordi in quel mercificato e politico tempo del censimento, persero invece questo meraviglioso spettacolo.
Ancora oggi avidità, orgoglio, faziosità e interessi ristretti dei gruppi attaccati al potere non vedono Gesù, che nasce e che appare in molti poveri, nei gesti puri e semplici di tutti i piccoli e degli indifesi, dei viandanti che non hanno un posto fisso e nemmeno lo cercano, e che hanno sofferto così grandi delusioni dalla società sedentaria, piena di meschinità e di futilità. Il loro stile di vita è un grido contro le città prostituite e prostitutrici. Per mascherare la loro decomposizione promuovono atteggiamenti demagogici e fariseici di un falso moralismo e una giustizia corrotta nei palazzi di Erode e dei Dottori della Legge di oggi. " Allora Erode chiamò segretamente i Magi e chiese ad essi informazioni sul tempo esatto dell'apparizione della stella; quindi li inviò a Betlemme dicendo "Andate e fate accurate ricerche del bambino, qualora lo troviate, fatemelo sapere, in modo che anch'io possa andare ad adorarlo." " (Mt.2,7-8). Erano sempre pronti ad uccidere i carismi e ad ingrassare certe istituzioni, che sono così gonfie e alienate, da essere incapaci a seguire il cammino del popolo. Questo, a tentoni, vagando, cadendo, ma continuando a cercare, trova la luce.
Un popolo segnato da una vita operosa ed altri che entrano nella stessa carovana, persone buone, dedicate delle quali mi feci amico e fratello, mi accolsero nel nuovo accampamento di quella parrocchia. I corsi, ritiri, feste e il grande teatro all'aperto che raccontava la Storia della Salvezza ci unì ancora di più e vivemmo di benedizioni e di buona fortuna.
Tra i tanti ricordi che porto nel mio cuore splende quella celebrazione che feci con il gruppo giovanile che feci nel circo che era in città. Quel pomeriggio, all'interno della grande tenda, il Signore ci ha dato molto di più che "manna e quaglie". Nell'Abbraccio di pace, che lasciammo per il finale, la gente del circo non riuscì a trattenere le lacrime. I bambini, i giovani e gli adulti di quella compagnia ci seguirono fino alla strada. Tutti cantavamo insieme: "Il mondo ha molte strade, ci incontreremo. Vogliamo, nelle strade della vita, stringerci la mano ...".
Un signore, dai begli e luminosi occhi azzurri, un giorno venne a trovarmi. Nella tenda della canonica, che era stata piantata in periferia, davanti a una grande collina, parlammo fino all'alba. Tra le molte altre cose, il vecchio amico che era venuto come pellegrino proveniente da una sapienza più che millenaria, predisse con fermezza: "Tu non resterai qui. A breve andrai in un altro luogo, dove trascorrerai un certo tempo per servire, aiutare, amare. Ma non ti fermerai nemmeno lì. Partirai per un altro luogo, e per molti altri ancora, sempre di passaggio, per servire, aiutare e amare. Non avrai né tempio, né casa. Sarai pellegrino ed errante di luogo in luogo, predicando e diffondendo il bene e la pace come al tempo dei patriarchi e dei profeti. Renditi conto che la tua missione è questa:. essere un predicatore nomade ".
Le sue parole trasmettevano sicurezza, equilibrio, certezza, speranza e pace. Illuminarono quell'incontro e quel luogo. Percepii la stessa luminosità delle onde argentate dalla luce della luna, in quella notte in cui avevo visitato l'accampamento dei nomadi. Le sue parole erano un'eco del messaggio di quel capo zingaro ma anche di tutto ciò che mi aveva detto l'amico nel convitto studentesco. Avevano la forza e la bellezza del medaglione che brillava anche all'oscuro, il fascino di quella carovana che avevo visto da bambino e l'incanto di quell'invito: "Vieni con me, ti voglio per Me, per molti". Quasi mi prostrai davanti a lui quando mi accorsi che il suo viso, i suoi capelli bianchi e luminosi, le sue parole e i suoi gesti erano gli stessi del saggio e santo patriarca che mi aveva ordinato sacerdote.
Appena si fece giorno andò via. Non lo rividi più.
Arrivò il tempo di andare in un altro posto. "Sarà in prossimità delle acque" predisse qualcuno. E in effetti è accaduto. Nella regione della valle del fiume che mi vide nascere io servivo, aiutavo e amavo un popolo diviso e sofferente per la febbre (ho già detto che ogni epoca ha la sua febbre) di un fanatismo religioso, in nome di un falso tradizionalismo, perché settario e presuntuoso, che lapidava e depredava la Chiesa legittimamente costituita.
Anche lì, visitavo i gruppi degli zingari e dei circhi di passaggio nella città o nelle vicinanze.
Anche lì sperimentai la grazia di grandi amicizie, alcune fin dai giorni dell'infanzia, ma non mancarono incomprensioni.
Dopo quasi sette anni, era giunto il momento di partire, nella mia mente continuavano a tornare le parole di quel vecchio amico dagli occhi azzurri: "Ma non ti fermerai nemmeno lì ... la tua missione è questa: di essere un predicatore nomade."
Assieme ai sospetti e alle critiche sul mio conto, adesso io stesso mi chiedevo: perché hai sempre desiderato di visitare zingari, circensi e nomadi?
Mi sentii più tranquillo quando mi ricordai di un sacerdote itinerante che avevo incontrato nei Paesi Bassi, accompagnando i nomadi con il suo piccolo camioncino che era, al tempo stesso, la sua casa e la sua cappella. Anche la notizia che un sacerdote brasiliano era cappellano dei camionisti sulle strade di questo paese continentale mi consolò.
Ma anche così, mi sentivo insicuro e con poco coraggio per partire. Una certa stanchezza e disincanto penetrarono in me. Il velo opaco della tristezza avvolse nuovamente il mio cuore, quando mia sorella e mia madre partirono per andare nell'accampamento del cielo.
Sentendo la grande aridità del deserto, in cui mi trovavo, come il profeta Elia, stanco e impotente, mi sentii come un povero, nuovamente con le mani vuote, davanti al ginepraio del tabernacolo, in attesa di un segno, l'ora di Dio per partire e per andare verso l'Oreb.
"Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo. egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse "Ora basta, Signore! prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri." Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora ecco un angelo lo toccò e gli disse "Alzati e mangia!" Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio di acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l'angelo del Signore, lo toccò e disse: "Su, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino". Elia vide vicino alla sua testa una focaccia cotta sotto la cenere, e un vaso di acqua. mangiò, bevve e tornò a dormire. venne l'angelo del Signore, una seconda volta, lo toccò e gli disse: "Alzati e mangia, perché hai una lunga strada da percorrere." Elia si alzò, mangiò e bevve e, con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb". (1Re 19, 3-8).
Fu con gioia davvero non contenuta che lessi su un giornale una intera pagina dedicata al tema del titolo di cui sopra. Quel giornale cattolico presentava un articolo in forma di reportage. Parlava dell'esistenza di questa Pastorale in tutto il mondo e dell'inizio in Brasile solo cinque anni prima, quando un sacerdote italiano, con un'esperienza di oltre venti anni di lavoro con i nomadi, era arrivato qui. Il tutto con l'approvazione e il controllo della Pontificia Commissione per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti ed il sostegno della CNBB (Conferenza episcopale del Brasile)
I miei occhi si spalancavano e il mio cuore batteva più forte, mentre leggevo l'articolo. Mi sembrava di sognare. Ho letto e riletto più volte lo stesso articolo. Volevo scappare, urlando, saltando e mostrando quel giornale cattolico ai molti cattolici che si sentivano imbarazzati, a dir poco, per una visita a zingari, circhi e parchi. Nell'articolo c'erano informazioni, citazioni di documenti ecclesiali e chiarimenti che molte volte mi erano stati negati. E non solo a me, ma a tanti altri sacerdoti e laici che non erano consapevoli della grandezza del cuore di Madre Chiesa. Linee di pensiero personali o di gruppo boicottano spesso comunicati, informazioni e documenti, con una fredda cornice di formalismo burocratico determinato in alcune stanze e uffici, dove si parla di tutto tranne che di pastorale.
Quanti dolori, delusioni, passioni e addirittura morti a causa di questa freddezza, questa durezza di cuore che disprezza e opprime coloro che pensano e agiscono in modo diverso da quello della maggioranza, senza capire che la risorsa più grande è proprio la loro diversità. I fratelli si somigliano, ma non sono uguali.
Ingiustizie eclatanti e infami calunnie arrivano a molte persone che transitano attraverso le sale dell'opportunismo e del carrierismo. Non c'è spazio per la carità, ma solo per moralismi fariseici. La peggiore delle immoralità è il disamore.
"...Perciò ti dico che i suoi molti peccati sono stati perdonati, perché ha dimostrato un grande amore. Colui invece a cui si perdona poco, ama poco". (Lc 7, 47). E sono molti quelli che lo praticano in nome di uno zelo bugiardo. Bugiardo sì, perché cercano di ingannare la gente, utilizzando parole e argomenti diversi davanti a loro, non assumendo la loro parte di colpa e di tristi omissioni travestite da una non necessaria prudenza. Non ci si può fidare di quella voce. "Non seguiranno affatto un estraneo, ma fuggiranno lontano da lui, perché non conoscono la voce degli estranei." (Gv10,5). Alcune proposte e le spiegazioni non sempre sono il vero desiderio della Madre Chiesa , che è anche Maestro e vuole che tutti i suoi figli siano guidati, orientati e incoraggiati nella Verità.
L'articolo inoltre rispondeva ad un sacco di dubbi che avevo. Parlava della Linea Pastorale 6 della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, di cui un vescovo è il coordinatore e responsabile a livello nazionale. I suoi obiettivi principali sono:
1) Essere presenza della Chiesa tra i nomadi (zingari, circensi e artisti dei parchi), pregando per loro e con loro, celebrando i momenti che più valorizzano: nascita, battesimo, matrimonio e morte.
2) Promuovere con loro una promozione umana, insegnando a leggere e scrivere (il 90% è analfabeta a causa della mancanza di una Scuola itinerante) o insegnando qualche piccolo mestiere.
3) Attraverso prediche, conferenze e incontri, informare la comunità sedentaria sulla vita e la cultura dei nomadi, mostrando i valori positivi che coltivano nella loro storia millenaria. Generalmente, le persone conoscono sui nomadi solo cose negative.
Per lettera, con le licenze appropriate, entrai in contatto con il responsabile della Pastorale. Mi rispose con una visita molto felice di un collega italiano. La sua presenza e le sue parole mi incantarono. Aveva la stessa unzione di quel capo zingaro che mi aveva benedetto, del Santo Patriarca che mi aveva ordinato sacerdote, e del vecchio amico dai luminosi occhi azzurri. Sentivo che non ero solo nei miei desideri, non potevo più pensare di essere isolato, il mio cuore batteva con il cuore della Chiesa, e che Dio era venuto a consolarmi, rinnovarmi e rafforzarmi per il mio camminare. Anche se non meritavo, sarebbe arrivato per me il segno che avevo chiesto davanti al ginepraio del tabernacolo. Quel prete era come l'Angelo del Signore avendomi portato "una focaccia cotta e un orcio di acqua "(1 Re 19,6)
Sempre con le licenze appropriate, feci con un caro collega e fratello, già grande amico e compagno, alcune esperienze accampandomi con gli zingari e visitando circhi. Confesso che le prime volte, ho sentito una strana paura e anche un rifiuto. Arrivai anche a pensare di essermi sbagliato. Ma ho continuato a mettere tutto nelle mani di Dio.. Se era la Sua volontà, io avrei risposto alla sua chiamata con il cuore aperto. Solo attraverso la vocazione e un generoso e totale impegno alimentato dalla preghiera, potei proseguire per questa strada di imprevedibilità e senza ricompense tangibili.
A quel tempo non usavo la stanza del Vicario, dormivo in una delle altre stanze della casa, sempre a terra, per abituarmi a riposare come gli zingari. Anche in questo periodo, con alcuni giovani, dopo la riflessione e la preghiera, ho attraversato le strade per cercare di aiutare coloro che dormivano per strada, all'aperto, sul freddo letto dei marciapiedi. Uno di questi giovani mi ha accompagnato un paio di volte nei primi contatti con gli zingari. In diversi posti ho incontrato giovani seminaristi e laici che avevano il mio stesso scopo. Anche amici molto cari, provenienti da luoghi diversi, mi hanno accompagnato con il loro incoraggiamento e le loro preghiere. Essi sono veri intercessori, nuovi Aronne, che sosteneva le braccia di Mosè, erette a beneficio del popolo in marcia. " Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme sino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi a fil di spada." (Es 17, 12-13). Essi continuano ad essere per me sostegno e forza. Nella vita eremitica degli accampamenti, li ho tutti nel mio cuore e percepisco il loro amore fraterno, rivedendo i loro volti e i gesti così affettuosi nello specchio delle limpide acque vive della preghiera quotidiana.
Prima del mio trasferimento all'arcidiocesi, dove mi sarei dedicato a tempo pieno a questo ministero, comunicai la mia decisione discretamente, in modo che nessuno avrebbe saputo il giorno della mia partenza.
E arrivò il momento di partire e nessuno scoprì quel giorno. Non sarebbe d'altronde stato facile dire addio a tanti amici e fratelli con i quali avevo condiviso sorrisi e lacrime in tanti eventi felici o tristi della mia vita, della loro vita, della nostra vita. Incomprensioni, critiche e offese da parte del nebuloso universo della mente meschina e maliziosa di pochi, mai diminuirono la luminosità del Stella Maggiore delle vere amicizie. Essa continua a brillare ed accompagnarmi con la sua luce, soprattutto nelle notti in cui solitudine e nostalgia appaiono come due angeli che presentano a Dio l'oblazione della mia vita. E la offro a beneficio di tutti. Anche di quelli che non hanno capito o che hanno anche provato a farmi del male. Porto nel mio cuore tutti e a tutti offro il mio umile servizio e le mie povere preghiere.
Non furono certo facili i primi viaggi in autobus, sui cassoni dei camion, a piedi per ore e ore e scoprire che gli zingari non erano più dove io ero arrivato. Peggio ancora: ostacoli, respingimenti e freddezza di alcuni sedentari. In molti luoghi, sacerdoti, religiosi e laici, che si dicono impegnati nella Chiesa, non credevano ai documenti che presentavo, e nemmeno ci invitavano a bere un bicchiere d'acqua. Purtroppo, molti pensavano che volevo dei soldi o che avrei comunque richiesto un'elemosina. Generalmente erano quelli che avevano trasformato l'altare in un contatore e che, se non c'era l'elemosina non ci sarebbe stata la celebrazione.
Sia negli accampamenti che nei circhi l'esperienza e i buoni esempi di altruismo e di incoraggiamento di quel sacerdote italiano e di un altro sacerdote paulista, anche coinvolto nella Pastorale dei Nomadi, mi hanno molto aiutato.
L'accoglienza di sacerdoti e vescovi di anima profondamente apostolica, così come il sostegno di molti laici dedicati, in particolare nelle comunità più umili, crea un'atmosfera di gioia, di riconciliazione e di amore. Anche l'opzione di alcuni seminaristi per la Pastorale dei nomadi infonde speranza a tutti. Apre una pagina di Vangelo vivente e sembrano Lazzaro, Maria e Marta che accolgono Gesù e i suoi compagni di viaggio. A volte mi sento quasi tentato di non disarmare la mia tenda e continuare a vivere quell'atmosfera di Tabor, invece delle Betsaidi e Cafarnao di oggi, che Gesù ha considerato peggio di Ninive e di Sodoma, di Tiro e Sidone. Solo allora era chiaro chi era un pagano e chi non. Oggi vi sono cristiani, di nome e abiti, che danno con la loro vita una testimonianza molto peggiore di quella dei pagani.
Gli zingari, che sono spesso considerati da molti come pagani e infedeli, hanno splendide testimonianze di fede espresse in gesti concreti di accoglienza, di condivisione, di fiducia di abnegazione. Con una cultura antica che deve essere rispettata, con una religiosità zingara molto pura e preziosa, questo popolo che cammina vedendo l'invisibile, ha la Terra come patria, il cielo come tetto e la religione come libertà. Nei campi, dove armano le loro tende, o sulle strade che li affascinano perché sono sempre in cammino, come il figlio di Dio che si fece viandante, non hanno un posto dove posare il capo. Cavalcano un mulo, come Giuseppe, Maria e il bambino.
Entrano in ogni città e in ogni accampamento come Gesù che veniva a Gerusalemme. Affrontano tutti i tipi di discriminazioni, pregiudizi e emarginazioni. A volte in un solo giorno, sono scacciati più volte da luoghi diversi. Ma, come i pellegrini, continuano il loro percorsi senza guardare indietro. Sono membri vivi del Popolo di Dio in marcia. Sono anche il Corpo del Signore, della sua Chiesa. E la Chiesa è anche la loro madre.
Per questo proseguono nel loro cammino, fino all'accampamento della Terra Promessa.
"Allora il Signore disse ad Abramo, dopo che Lot si era separato da lui:"Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai spingi lo sguardo verso il settentrione ed il mezzogiorno, verso l'oriente e l'occidente. Tutto il paese che tu vedi, io lo darò a te ed alla tua discendenza per sempre. Renderò la tua discendenza come la polvere della terra: se uno può contare la polvere della terra, potrà contare anche i tuoi discendenti. Alzati, percorri il paese in lungo e in largo, perché io lo darò a te" Poi Abramo si spostò con le sue tende e andò a stabilirsi alle Querce di Mamre, che sono a Ebron, e vi costruì un altare al Signore " (Gn13, 14-18).
Spesso gli zingari parlando con me mi dicevano: "Tu sei più zingaro di noi." Molti pensavano che io fossi figlio o nipote di zingari, e che almeno un po' di sangue di zingaro scorresse nelle mie vene.
Altre volte, viaggiando molto più loro, per incontrarmi con molti gruppi in molti luoghi diversi del Brasile, per determinati usi e costumi, vestiti o gesti, venni considerato come uno di loro.
Non ho mai voluto apparire come qualcosa di diverso o presentarmi con pantaloni e camicie colorate, bracciali, collane e anelli davanti a chicchessia. In realtà se utilizzo costumi e coltivo certe abitudini e modi degli zingari desidero solo di provare la stessa discriminazione, diffidenza, disprezzo, derisione che loro sperimentano ogni giorno.
" Mi sono fatto Giudeo con i giudei, per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge sono diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventare partecipe con loro." (1 Cor 9, 20-22).
Una volta ho sentito il padrone di un bar parlare con la sua cassiera: "Il caffè costa sei cruzados, ma a quello zingaro chiedine dieci." La sera, nella chiesa principale della città, la stessa cassiera abbassò la testa quando mi vide celebrare la Messa e ascoltò la mia omelia sui pregiudizi contro i nostri fratelli nomadi.
Quante volte in un autobus o un posto pubblico le persone si sono subito alzate, appena mi ero seduto accanto a loro ...
Anche in diverse canoniche e chiese mi è stato impedito di entrare e celebrare la messa.
Alcuni vescovi, sacerdoti, religiosi e molti laici mi guardano in maniera strana.
Uno di loro mi ha detto: "Tu sei sacerdote sprecato ..." Molti laici erano convinti che io fossi sposato con una zingara, o con un'altra donna. Dicono che ho perso la mia vocazione e sono un avventuriero. Per inciso, le persone che dicono di avere fede si preoccupano di pregare più per i sacerdoti e si preoccupano meno della loro vita privata. Gesù stesso, che ha anche sperimentato i commenti maligni dei farisei ci chiamò amici, e non schiavi. Ma all'interno delle stesse chiese, cercano di controllare e manipolare la vita dei sacerdoti. Se lui dà o riceve l'attenzione da una donna, sta avendo una relazione con lei. Se è più amico (anche Gesù aveva i suoi prediletti) di un uomo o un ragazzo, ha una relazione con lui. Se accoglie i ragazzi, li sta sfruttando sessualmente. Le buone amicizie sono una grazia del fattore antropologico, indipendenti dai migliori progetti pastorali, ma che aiutano nell'equilibrio e nella vita più di quello che fu chiamato essere tutto per tutti.
L'incontro e l'unione con altri sacerdoti, coinvolti nella pastorale dei nomadi che, come me, soffrivano per lo stesso tipo di incomprensione, da parte di alcuni superiori o altri, mi ha molto aiutato a continuare il mio cammino per seguire zingari, circensi e operatori dei parchi. Anche il sostegno e la preghiera di alcuni vescovi e sacerdoti, nonché di laici dedicati e con una profonda coscienza ecclesiale, sono stati un importante stimolo per la vita itinerante, piena di imprevisti e rinunce. Che grande conforto e speranza, quando sento gli zingari dire: "Padre, non puoi lasciarci. Gesù Cristo è in mezzo a noi."
Una sera, dopo la preghiera, intorno al fuoco davanti alla sua tenda un vecchio zingaro disse: "Dopo che il padre è venuto qui anche i nostri affari sono migliorati. Dio benedica quest'uomo e gli dia la salute, il coraggio e molta fortuna in tutti i suoi cammini. I preti sono uomini di Dio e dove essi arrivano tutto migliora. Hanno una grande autorità. Dio ha dato loro il potere. Essi sono la massima autorità. Essi sono come Gesù. Per questo hanno la barba e si vestono come Gesù. Non metterti mai contro il prete. "
Nel modo degli zingari, quel capo aveva riassunto con fede e rispetto ogni suo sentimento sulla vita sacerdotale. Da molti altri zingari ho poi sentito questo stesso messaggio di ringraziamento, la stessa benedizione e l'incoraggiamento a continuare la missione.
Così come ci sono parroci sedentari, dedicati alla comunità sedentaria, ci sono anche quelli che sono sempre in cammino con i nomadi. La loro casa è una tenda, la loro parrocchia è il campo nomadi, il circo o il parco di divertimenti e il suo altare, spesso, è la stessa terra intorno al fuoco e il secchio di acqua santa. A volte un piccolo altare è improvvisato all'interno della tenda. Nei giorni delle feste del santo, gli stessi zingari, in un grande capannone pieno di ornamenti, costruiscono un grazioso e colorato altare. Alla luce delle torce e dei falò, brillano gli ornamenti di carta argentata o dorata intorno all'immagine del santo, splendono i vestiti più belli, coloratissimi e tratti dal fondo dei bauli. Così fanno i devoti figli di Abramo, padre dei credenti che camminano.
Anche in ambito circense si addobbano i pali del tendone, come i pilastri di sostegno delle grandi cattedrali gotiche, e viene posto un altare per i battesimi, i matrimoni o le funzioni religiose. Il proprietario, la sua famiglia e tutti gli artisti e lo staff si siedono intorno. Essi sono sempre stati applauditi, si fermano proprio lì, per adorare ed applaudire l'Artista più grande, più perfetto, il Creatore dell'universo e degli spettacoli del cielo, di durata infinita, con numeri che gli occhi non avevano mai visto.
Un decreto della Santa Sede, con facoltà speciali ai cappellani e fedeli, dei settori della mobilità umana, così come la disposizione proposta dal Vescovo della diocesi dove il cappellano è incardinato e il supporto della CNBB, garantiscono la sua unità con la Chiesa universale e particolare.
Soprannominato dai nomadi e da qualche sedentario Padre zingaro, io non sono un franco tiratore, che agisce per conto proprio. Sento il mio cuore battere con il grande cuore di Madre Chiesa.
Tutti i sacramenti celebrati sono registrati nei libri di una parrocchia, in modo che il cattolico nomade possa avere dalla chiesa i documenti necessari. Non si riceve alcuna offerta da questi fedeli che, se vogliono, possono liberamente fare una donazione che viene data alla chiesa parrocchiale.
In questa vita itinerante la provvidenza sostiene il sacerdote con elemosine, donazioni da amici, e anche con alcuni piccoli lavori di artigianato che produce e vende.
La dedizione totale fa vivere intensamente l'oggi, con il sudore, con il pane, i dolori, le gioie e le speranze. Non c'è preoccupazione per il domani. "A ogni giorno basta la sua cura." Così, quando qualcuno chiede dove sono, rispondo sempre: "Ora sono qui." D'altronde gli unici momenti certi della nostra vita sono "adesso e nell'ora della nostra morte". Ieri è passato e il domani è incerto.
Come scrisse un certo cardinale, un prete può essere zingaro, vagabondo o anche barbone, purché, come uno di loro, sia di Dio.
Molti pensano erroneamente che un accampamento di nomadi sia tutto promiscuità e disordine. Completamente all'oscuro della storia e della cultura di un popolo che conserva antiche tradizioni, la società sedentaria utilitaristica e vulnerabile di fronte alle onde più assurde che vanno e vengono o alla distribuzione di falsi o reali valori, ha invece molto da imparare dai gruppi nomadi. Bellissimi costumi che la società ritiene obsoleti sono punti onore per gli zingari che, tra feroci persecuzioni e pregiudizi, sopravvivono mantenendo l'unità della famiglia e del gruppo, un grande rispetto per i bambini e gli anziani, valorizzando la verginità, la fedeltà alla parola data, il distacco, la solidarietà, la semplicità e la fiducia in Dio. Le droghe non entrano nei campi. Anche le pillole anticoncezionali non entrano nella maggior parte delle tende. Grande amante e rispettoso della natura, lo zingaro rispetta il ciclo mestruale della donna. Parole profane non escono dalle loro bocche. Non si spogliano vicino a nessuno. Non frequentano le spiagge e non usano costumi da bagno o bikini. Sono orgogliosi di dire: "Le nostre donne sono vestite come la Vergine Maria"
Accusato e perseguitato in tutti i tempi e luoghi, questo popolo non ha mai aspirato a qualche potere, non ha mai fatto una sanguinosa guerra o commesso atti di terrorismo, rapine o omicidi per una semplice aggressione o per avidità. Di solito litigi e anche morti avvengono tra loro, per motivi di famiglia o di gruppo che la loro cultura e il modo di pensare porta a praticare come punti di onore.
Nel modo zingaro, credono in Dio, sono devoti alla Vergine Maria e ad alcuni Santi. Si dice che Gesù ha vissuto come loro. Fanno e mantengono sempre le loro promesse.
Mentre molti sono stati espulsi dalle chiese cattoliche, rispettano la Chiesa e la cercano per battesimi e matrimoni. Per questo valorizzano molto la presenza di un sacerdote in mezzo a loro, perché, non facendo parte della società sedentaria ed essendo marginalizzati da essa, hanno paura a frequentare le chiese. Alcuni sono pentecostali.
Generalmente la vita nell'accampamento inizia alle cinque del mattino. Si accende il fuoco e si prende del caffè nero. Il pranzo è alle 7:30 o alle 8:00 e dopo gli zingari vanno in giro a praticare la chiromanzia e a ottenere il necessario per la cena e il pranzo del giorno successivo. Gli uomini sono a casa e si prendono cura dei bambini; fanno qualche lavoro artigianale e vendite o baratti di animali, automobili, radio, bracciali, anelli, collane, vestiti, coperte, tappeti, articoli di rame o altri oggetti. Sono esperti nel fare gioielli e nel lavorare il rame. Come gli antichi nomadi d'Oriente, gli zingari vivono di commercio. Negli affari e in certe proposte o promesse (ad esempio il matrimonio, è promesso dai genitori quando i due futuri sposi sono ancora bambini), la loro parola è un punto d'onore e non può essere ritirata, se non con reciproco e chiaro accordo tra le parti.
Intorno alle ore 15:00 le zingare tornano al campo e la cena è servita alle ore 16:00.
Il cibo degli zingari è frugale: riso, fagioli, carne, verdura o pasta. Non vi sono pasti intermedi e caffè puro è servito tutti i giorni, soprattutto quando c'è una visita. Alcuni consumano anche dell'ottimo tè.
Naturalmente le abitudini, i costumi, ed anche i vestiti, variano un po' nelle differenti razze degli zingari.
Dopo cena le famiglie si riuniscono per chiacchierare, raccontare storie o commentare i fatti di quel giorno. Al crepuscolo viene acceso il fuoco. Per lo zingaro è un segno di vita, di salute, di forza. Tutti si riuniscono intorno al fuoco, davanti alla loro tenda e questo è uno dei momenti più belli della giornata. I vestiti con vari colori, bracciali, collane e anelli, oltre a stivali e cappelli con ornamenti di argento o oro, brillano quando si muovono intorno al fuoco e formano una corona di apoteosi del balletto di un altro giorno della vita: l'oggi che gli zingari hanno vissuto intensamente.
Al massimo, alle ore 20:00, tutti sono addormentati, con gli stessi vestiti indossati di giorno. Il silenzio è completo e nessun altro (a meno che esista un importante motivo da parte del gruppo) entra o esce.
In un ambiente di tale serietà e rispetto, la vita e la presenza del Padre non può essere differente. A differenza di molti cattolici, gli zingari ancora coltivano nella mente e nel cuore che il sacerdote è "un altro Cristo". Rispettano e ammirano la consacrazione a Dio per loro, e soprattutto per i più anziani, è sempre un santo. La barba del sacerdote, come quella dei vecchi missionari, è per loro uno dei principali segni della consacrazione, molto di più della tonsura di una volta o della tonaca.
Da qui la preoccupazione di mai deludere gli zingari, perché la fiducia una volta persa, difficilmente sarà pienamente recuperata. Così, anche, il sacerdote non può mai essere un semplice passante casuale in mezzo a loro. Deve camminare con loro, essendo presenza di fede, di amicizia e di solidarietà in ogni momento. Deve essere semplice, perché lo zingaro è molto semplice, ma non ordinario. Allo zingaro non piace la volgarità.
Il prete zingaro conduce una vita da monaco del deserto. In alcuni momenti della giornata vi è un clima di silenzio e di tranquillità che offre una maggiore unione con Colui che disse: "Vieni con me, ti voglio per me, per molti." Solo per fede qualcuno capirà questa vocazione. Mentre i giorni passano, più sento in me la potenza della dichiarazione di Gesù: "Non siete stati voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho scelti perché andiate e portiate molto frutto ..."
La mia giornata inizia alle 04:30 recitando le Lodi mattutine vicino al fuoco, davanti alla tenda. Poi recito il rosario e la preghiera di mezzogiorno in unione ai fratelli e colleghi d'Europa e d'Oriente (dove è già mezzogiorno), che pregano anche per me. Durante questa preghiera alcuni zingari vengono a sedersi vicino a me. Si tolgono il cappello, mettendolo contro il petto (segno di grande rispetto) e restano in silenzio. Si avvicinano alcuni bambini e anche loro rimangono in silenzio. A volte alcuni di essi sostengono il breviario o il libro che sto leggendo. Prego per tutti quelli dell'accampamento, citando i nomi e le loro esigenze. Prego, anche, per tutti i gruppi degli zingari, per i nomadi del mondo e per tutti coloro che dedicano ad essi la loro vita. Prego per tutta la Chiesa e per tutte le comunità in cui sono stato. Dopo la preghiera, metto l'acqua a bollire per il caffè e saluto il leader del gruppo. Questo deve essere fatto sia al mattino che alla sera. Se è anziano, chiedo la benedizione e anche io benedico. Nulla si fa senza il suo permesso. A volte prendo il caffè con lui o lui prende il mio caffè. A volte abbiamo fatto colazione anche all'interno di una tenda comune. Dopo una chiacchierata con chi è più vicino, inizio a preparare il mio pranzo e il corso di alfabetizzazione. Questo insegnamento è per bambini, giovani e adulti che desiderano imparare almeno a firmare con il proprio nome e leggere i cartelli stradali. Se il capo o un altro zingaro mi offre il pranzo, la mattina si svolge senza problemi e ho più tempo per le classi che sono individuali e durano, in genere, fino alle 11:00. Dopo e fino alle 15:00, soprattutto quando fa caldo, è impossibile insegnare. Questo tempo viene sfruttato per fare alcuni mestieri, all'ombra di un albero o per celebrare l'Eucaristia nella chiesa più vicina, quando non riesco a celebrare di sera per la comunità sedentaria.
Dopo la cena, che è alle 16:00, abbiamo momenti di visita alle famiglie zingari, stanziali o qualche malato della comunità locale. A volte, alcune persone della comunità locale vengono a visitarci.
Quando comincia a far buio, è tempo di interessanti conversazioni intorno al fuoco. Gli zingari raccontano storie e a volte fanno delle confessioni pubbliche con grande semplicità e spontaneità, "Prega per me,padre. Ne ho bisogno. Ho fatto molto male nella vita. Ieri ho dovuto spezzare il collo di un uomo. Voleva uccidermi, perché mio figlio aveva preso una spiga di grano nella sua fattoria. Gli ho torto il collo e lo ho lasciato sul ponticello. Non l'ho ucciso, perché stava venendo tanta gente a vedere. Gli ho messo la canna della pistola in bocca e ho detto: Non ti ammazzo perché queste persone diranno che sono cattivo. Ora succhia la punta di questa pistola, succhia prima che ti faccia saltare tutto dentro. " La notte, questo zingaro "così coraggioso" entrò di corsa nella baracca dove ci eravamo rifugiati dalla tempesta che stava flagellando tutte le tende. Tremava da capo a piedi e mise solennemente la sua testa vicino all'immagine di Nostra Signora di Aparecida.
Anche attorno al fuoco un giovane zingaro disse che una notte aveva visto un lupo mannaro che mangiava il carbone di un falò spento. Narrava con ricchezza di dettagli, da vero attore, su come era fatto un lupo mannaro.
Una vecchia zingara raccontò, inoltre, che un'ostetrica uccideva i neonati, ed era poi diventata un grande serpente peloso, che spaventava tutti di notte. Era arrivata nelle piantagioni di caffè e nelle fattorie e col suo terribile verso spaventava e svegliava tutti. E concluse dicendo:" Mia madre ha visto quel serpente e non dormì per parecchie notti. Dio ci liberi e ci salvi! Ho avuto un sacco di paura di questo serpente quando il mio vecchio è morto. Non mi piace di ricordarlo. Ha urlato e pianto , si è strappato i vestiti e i capelli. Lui era molto buono. Dio l'aveva preso. Ed io ero sola, spaventata a morte dal serpente peloso. Ho fatto una promessa alla Madonna dell'Esilio e mai più ho avuto paura. "
Una volta uno zingara che visitava il gruppo in cui mi trovavo, mostrò la sua rabbia e risentimento nei confronti di coloro che non avevano adempiuto alla loro parola per il matrimonio di suo figlio, a cui avevano promesso la figlia e successivamente, senza spiegazione, rotto il contratto: "Non sono figlio di Dio, andrò là e li finirò. Prenderò una falce, e farò una x nel petto e nella schiena della sposa. Non sono figlio di Dio, li ammazzerò e li lascerò nudi per gli avvoltoi. Guarda la mia faccia e le mie braccia, sono pieno di cicatrici, ma non ho paura. Prima di Natale andrò lì ed ammazzerò tutte quelle persone ".
Quello stesso zingaro pianse sulla mia spalla quando gli dissi che anche lui è Figlio di Dio, e che non avrebbe dovuto farlo. Che lo stesso Dio che è in me è anche in lui, in quanto è il Padre di tutti. Dopo di che mi disse, ancora piangendo, "Va con Dio, Padre".
Così vivono, lottano, soffrono e credono questi fratelli che sono "semplici come le colombe, ma freddi come i serpenti." Si vantano per gli atti di coraggio, ma hanno anche paura e piangono. Una persona mi ha detto che potevano essere considerati "discriminatamente diabolici", in quanto hanno, allo stesso tempo, la puerilità e le estasi istintive di un popolo che affronta tutti i tipi di incertezze e imprevisti, e che spesso deve esercitare la giustizia in nome della loro dolorosa sopravvivenza, tanto paradossale, agli occhi di molti.
Quel fuoco intorno al quale ci si siede brucia tra le fiamme e nei loro cuori inquieti ma sempre contenti di quello che hanno vissuto oggi. Un fuoco che passa dai genitori ai figli, alcuni nomadi dell'est lo portano in vasi di creta sul dorso di cammelli e lo spengono solo nella notte in cui muore la moglie.
Dopo tutto quello che gli zingari hanno sentito, parlato e pregato intorno al fuoco, che in lingua zingara viene chiamato con la stessa parola significa sole, il silenzio pervade tutto il campo. Mentre i sedentari sono storditi dai tele-giornali, gli zingari già si sono addormentati e forse sognano. All'interno della tenda prego ancora un po' per loro prima di coricarmi sulla terra che ci unisce, come avvenne nella mia stanza del convitto studentesco e sul pavimento della cattedrale in cui sono stato ordinato ed inviato al mondo.
Le stelle scintillano come se fossero il riflesso degli ornamenti dei vestiti e delle pietre degli anelli, visti intorno ai fuochi che le lacrime del sereno hanno spento. Nel buio della notte, regna la gioia e la pace della luna piena.
Nel buio della fede, mi inginocchio e adoro la luce maggiore, la colonna luminosa, la nube di fuoco che guida i pellegrini nel deserto e protegge il loro riposo - Gesù è con me nella piccola ostia consacrata, all'interno della teca, che anch'essa brilla e scintilla. Cammina con me in tutti i viaggi e in tutti gli accampamenti, nonostante la mia indegnità. Ecco il nuovo medaglione.
Così mi addormento e mi sveglio ripetendo come San Francesco d'Assisi: "Il Signore mi ha scelto perché non ha trovato tra i peccatori nessuno più miserabile di me. Signore non sono degno ... ma dì una sola parola ...".
Come gli antichi nomadi d'Oriente, che decifrarono nelle stelle la nascita di Gesù, gli zingari sanno scrutare e conoscere i segni della natura e alcuni eventi della loro vita e di quella degli amici. Sono molto sensibili, percettivi e hanno un forte psicologia intuitiva e naturale.
"Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo." (Mt 2,2).
Una sera una vecchia zingara mi disse, nell'accampamento in cui mi trovavo, "Non sarai in viaggio domani. Resterai qualche giorno di più. E ci sarà un messaggio. Non sentire su di te il peso di quello che ho detto. Ma domani non partirai ".
Dopo aver lasciato la nonna, andai a dormire. Nel cuore della notte mi sono svegliato, per una forte pioggia che durò per ben due giorni. E la mattina dopo è arrivato un messaggio dal telefono dell'ufficio per me: alcuni seminaristi venivano a fare una esperienza pastorale con me. Ho trascorso ancora una settimana con quel gruppo di zingari.
È così che il prete zingaro, servo inutile, eremita del deserto e indegno apostolo del popolo di Dio in cammino, vive, lavora e riposa pensando a tutte le benedizioni e alle promesse degli zingari, sotto le stelle e davanti al fuoco, per il domani .
Una volta, alla ricerca di un accampamento che non stava più nel luogo che mi avevano indicato, andai in un negozio, al bordo di una strada e chiesi a un ragazzo: "Hai visto se gli zingari sono andati a destra o a sinistra?” La risposta è venuta nella forma di un'altra domanda: "Perché? Ti hanno rubato qualcosa?" Ed io risposi subito:"Sì. Hanno rubato il mio cuore, e sono molto amico di essi. Va con Dio ". Il ragazzo ebbe paura ma riuscii poi ad avere l’informazione in un bar vicino.
Qualcuno una volta ha scritto che gli zingari sono ladri di anime. Sì, perché quando sono amici, non lo sono solo a parole, ma in assoluto. Tutto ciò che dicono e fanno agli amici sgorga copiosamente dai loro cuori con una grande e indescrivibile bellezza, perché lo fanno con grande semplicità.
Questi profondi conoscitori di tante strade, ottengono il necessario per la sopravvivenza giorno per giorno. Per questo prendono legna da ardere, acqua e altre piccole cose che trovano. Il legno, i bambù e l'acqua, di cui hanno tanto bisogno, spesso sono costretti a chiederli. Trovano assurdo che qualcuno deve pagare per la legna da ardere o per acqua, che considerano tutto come un dono di Dio, e della terra, che è la loro patria.
Se Gesù ci ha detto che ci ricompensa per un semplice bicchiere d'acqua che forniamo a qualcuno, immagina come deve essere felice quando qualcuno non nega un secchio d'acqua a una zingara per cucinare, lavare i piatti, i vestiti, fare il bagno ai suoi bambini.. .
Qualcuno ha anche scritto che è ormai passato il momento in cui si pensava che ogni negro fosse sporco, ogni indiano pigro e ogni zingaro ladro.
In una società in cui i sedentari con gli strumenti e i mezzi più sofisticati distruggono la vita di innocenti e di vecchi indifesi, approfittando dei vergognosi guadagni che derivano dal contrabbando e dal traffico di droghe, chi può accusare di essere ladri quelli che, a volte, prendono qualcosa non per rubare, ma per uccidere la loro fame e quella dei loro figli? ... Come chiamare ladri, cacciare o addirittura arrestare coloro che non hanno mai fatto del male al paese con il contrabbando di pietre preziose o con i furti noti a tutti in alcune amministrazioni pubbliche e con vari scandali nelle istituzioni? E quanto si potrebbe scrivere su chi ruba sul prezzo, sul peso e sulla qualità di alcuni prodotti, su quelli che rubano sui salari dei lavoratori e in tal modo creano enormi e ingiuste fortune che gridano vendetta al cospetto di Dio, quelli che rubano la dignità, la libertà, il tempo e la voce di milioni e milioni di oppressi, trattati peggio di molti animali!
Andando da un luogo ad un altro, senza alcuna sicurezza, il nomade dovrebbe essere rispettato da coloro che fanno discorsi infiammati nelle tribune dei politici, ma che ignorano o calpestano i principi basilari della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo in favore di tutti i popoli, nazioni, razze; ed anche il riconoscimento da parte delle Nazioni Unite, il 2 marzo 1979, dell'Unione Internazionale degli Zingari, così come quello che recita la Costituzione brasiliana, art. 153, comma 2, che parla dei diritti inviolabili dell'uomo, del divieto di certi pregiudizi, del rispetto dell'integrità fisica e morale e del diritto alle cure sanitarie e all'istruzione.
Alcune autorità che perseguitano gli zingari, ma non pensano a crimini e rapine dei colletti bianchi, dovrebbero invece combattere per avere in questo paese scuole per i nomadi e unità sanitarie itineranti.
Alcuni cristiani che accusano di furto zingari sono certamente ignari del brano del Vangelo di Matteo 12, 1-5, in cui il Figlio di Dio che viveva come nomade, non recrimina agli apostoli il fatto di cogliere le spighe e di mangiarle, perché avevano fame.
Gli zingari non rapinano banche, supermercati, case; non assalgono o rapiscono nessuno. Non rubano il bilancio di un paese, né i fondi per la previdenza.
Nella grande liturgia della Resurrezione, Gesù ci dirà che aveva sete, fame, camminava nudo e non è stato accettato, era malato e in carcere e noi non lo abbiamo dissetato e sfamato, non lo abbiamo vestito, non lo abbiamo accolto, non lo abbiamo visitato…nella persona di tutti gli zingari di fronte ai quali chiudiamo le nostre porte e finestre. Le porte e le finestre dell’individualismo, dell'orgoglio e dell'avidità che le tende dell’accampamento non hanno e dove vi sono semplicità, condivisione e accoglienza per tutti coloro che arrivano.
Lì c’è il mistero di chi sa affascinare, convincere e creare legami coinvolgenti, come il buon ladrone che è riuscito a rubare il cuore del Salvatore, che lo ha portato nell’accampamento del Cielo: "Oggi stesso sarai con me in Paradiso".
Mi ricordo di un certo giorno in cui abbiamo montato e smontato le nostre tende tre volte in luoghi diversi, alla periferia di una città. Polizia, vigili e l'Associazione dei residenti del quartiere ci disse la stessa cosa: "Qui non potete stare! Andate via, andate via! "
"Il mondo è lo stesso, ma i cuori sono cambiati in peggio" – aveva commentato la vecchia zingara quella notte, intorno al fuoco. Eravamo così stanchi che infine abbiamo montato le tende in fretta e dormito sulla nuda terra, senza aver la forza di coprire il pavimento. Eravamo in un posto orribile, dove venivano buttati tutti i rifiuti. Come i più begli gigli nati e cresciuti nelle paludi, nacquero bellissimi fiori di amicizia, di fiducia e di fratellanza. Una comunità ecclesiale molto consapevole della propria responsabilità ci aprì le braccia. Vivemmo giorni di buona fortuna e di benedizioni. I bambini, i giovani e gli adulti del gruppo nomade e di quello sedentario parlavano assieme, allegri e felici.
L'amore entrò nei nostri cuori e rubò le nostre anime perché le donassimo a molti altri fratelli in tanti luoghi e modi in cui noi continuiamo a viaggiare, con sorrisi d'argento e d'oro.
Il coraggio, la forza e la perseveranza sono presenti anche nei circhi perché molti dei loro proprietari, gli artisti e gli impiegati sono zingari. In Europa la percentuale di tale presenza nel mondo degli affascinanti spettacoli raggiunge il 50% e i numeri più belli ed elettrizzanti sono solitamente presentati da loro.
A causa dei pregiudizi in tali società i figli di ex acrobati circensi e creatori di pantomime attraenti preferiscono non rivelare la loro identità e la loro provenienza.
Ma, come per gli accampamenti, anche il circo è una casa di vetro in cui la coesistenza di 24 ore al giorno, entro i limiti di una recinzione, rende la vita molto stressante, con rari momenti di privacy. La sopravvivenza e la buona organizzazione del gruppo richiedono indicibili sacrifici per la coltivazione di valori morali, il rispetto reciproco, nonché imprevisti e spettacoli rischiosi con venti o tempeste che spaventano artisti e pubblico. Né i pregiudizi antichi e moderni o la contemporanea concorrenza della televisione sono nemici dei circhi come questi venti forti "colpiscono dove vogliono e nessuno sa da dove vengono e dove vanno."
Acrobati, maghi, clown, trapezisti e anche animali e i loro domatori fanno brillare gli occhi dei bambini, i giovani e gli adulti tornano ad essere bambini in un mondo di bellezza, fantasia e coraggio, un concerto armonioso di luci, colori e suoni. Il circo ci offre un sano e sorprendente divertimento, senza gli appelli aggressivi e spesso immorali di alcuni programmi e soap-opera della televisione. Alcuni puritani non possono criticare lo spettacolo circense, se non eliminano la televisione nelle loro case.
A volte, anche malati, stanchi o tristi, i trapezisti devono volare in aria, non possono mancare i giocolieri e i clown che devono fare ridere il pubblico, anche quando sotto il loro trucco si vede qualche lacrima.
Una volta, uno di loro si presentò piangendo dal dolore perché si era fratturato il piede. La gente rideva perché pensava che le sue lacrime facessero parte del numero.
"Ridi Pagliaccio, salta, fa la faccia buffa, fa capriole e racconta barzellette affinché il pubblico scoppi in una risata. Nascondi sotto la maschera le tue sofferenze, ridi e muoviti mostrando la tua abilità."
Camminando con i nomadi, mi sono accampato anche nei circhi e ho vissuto con queste persone che trasformano illusioni in incredibili sensazioni di realtà, di speranza e di gioia, facendo sognare la gente circa la possibilità che la vita diventerà un meraviglioso spettacolo di armonia ed equilibrio, prodotto dalla giustizia, per la concordia e la pace.
Aiutando a piantare i pali, distribuendo volantini, contribuendo alla gestione o nella cucina della comunità, ascoltando, parlando e celebrando i misteri principali della fede, il sacerdote cerca di mostrare al mondo del circo e al circo del mondo che tutti, facchini, grandi o piccoli artisti, sono importanti per la vita del buono spettacolo e perché lo spettacolo della vita sia buono.
Oggi non ho più bisogno di accompagnare i clown per le strade per poter entrare nel circo. Sono al suo interno con grande disponibilità e gioia, perché esso è sempre stato dentro di me.
Vari mondi sono presenti nel mondo di un circo. Non soltanto esso è dotato di artisti provenienti da varie regioni e nazionalità, ma soprattutto perché ognuno è un mondo diverso nell’ eclettico universo della grande tenda, in cui vibrano assieme alle vistose decorazioni, passione, amore e la certezza che lo spettacolo di oggi sarà grande, splendido, meraviglioso, il più grande spettacolo del mondo. Uno spettacolo che non si può fermare.
Il sacerdote deve parlare, ma soprattutto ascoltare ogni membro della società, dal proprietario al più umile impiegato. Sorrisi e lacrime sono parte di quelle conversazioni che avvengono nei posti più impensati; sulla pedana dei trapezisti, nella cucina o nei dormitori, nei recinti degli animali.
Un grande circense, amico e fratello, che non nasconde la sua origine zingara e coltiva l'amore per la Chiesa e per la Pastorale dei Nomadi conclude così la presentazione del bellissimo spettacolo della sua compagnia internazionale: "Nel mondo moderno dove il divertimento si basa su violenza, sesso e pornografia, il circo, il circo tradizionale, è diventato come pura poesia. E’ lo spettacolo che ogni genitore vuole guardare quando decide di divertirsi con tutta la famiglia. Bambini, il circo è nato per voi. Vive e vivrà sempre per voi. Quindi l'ultimo saluto del circo è vostro. Arrivederci. Arrivederci! "
Qualcuno che rifletteva con me su questa scelta di vita mi ha chiesto: "Che cosa farai se, per caso, desisterai da questo lavoro insieme con i nomadi?" Ho risposto subito: "Penso che se mi arrendo, andrò in un monastero o andrò a vivere insieme ai mendicanti."
In realtà, la vita del sacerdote nell’accampamento è quella di un monaco, e spesso in diversi luoghi e percorsi, è anche una vita di accattonaggio, come quella di molti zingari che chiedono l’elemosina. Le zingare dei gruppi più poveri, per esempio, non chiamano ciò che chiedono elemosina, per l'onore della razza. Fanno una preghiera, raccontano qualcosa della vita delle persone, preparano medicine con alcune radici o erbe per chi ha bisogno e poi chiedono un "aiuto" ", ma in realtà si tratta di un’elemosina. E anche io, devo spesso elemosinare. La provvidenza non manca mai; gli amici ogni volta che è possibile, mi aiutano, e talvolta, quando è proprio necessario, la diocesi; ma la realtà della vita del pellegrino non è questa. È un povero e deve vivere come tale. Non deve avere nulla di superfluo, infatti, il modo migliore per avere il vero senso del superfluo è andare a piedi, portando uno zaino sulle spalle. Quando la bilancia dice che sono otto chili, dopo due ore di cammino le spalle dicono che invece sono venti. Dovremmo buttare via tutto e, se possibile, andare a piedi, senza niente, nudi come Francesco d'Assisi, il padre di tutti i mendicanti. Per inciso, gli accampamenti e la vita itinerante sono ottimi per un ritorno alle origini (ci sono quelli che dicono fonti, ma queste esistevano dopo le origini) del "prega e lavora", il vero sponsale con "Signora Povertà" e "Minorismo" attraverso la semplicità, l'indigenza e la mendicità. L'instabilità globale e l'insicurezza, la mancanza di risorse tangibili e visibili, e l'imprevedibilità sono i mezzi migliori per aver fiducia nella Divina Provvidenza, che si occupa degli uccelli e veste i gigli del campo (Mt 6, 26-30) . Come i più piccoli che montano allegri sui sedili delle giostre e saltano sui cavallucci, girando, girando e ridendo ai loro genitori e agli altri avventori del parco di divertimenti.
Una volta, un ragazzo paraplegico chiese al ragazzo delle giostre: "Quando passa il cavalluccio bianco, mi ci metti sopra? Pieno di felicità e di gioia, il ragazzo, aiutato da quel giovane, si fermò sul cavalluccio bianco e lo cavalco per molte volte. Sentivo di rivivere la scena evangelica del paralitico che non poteva andare nella piscina. Gesù lo aiutò. Dopo correva felice per la casa, come una nuova creatura, come un bambino (Gv 5, 5-9).
Nei parchi di divertimento si ritorna all'infanzia e i bambini non vogliono crescere e diventare adulti. Anche nei parchi più piccoli e più umili, una contagiosa allegria si diffonde tra tutti quelli che camminano tra le loro giostre e bancarelle.
Ruota panoramica che ruota con noi, sia a terra, a volte in aria, facendoci vedere tutto da lassù.
I cavalli della giostra, fanno scintillare gli occhi dei bambini con la stessa intensità di assortiti lampeggiatori multicolori.
Il piccolo trenino affascina così come le vetture degli auto-scontri.
Le montagne russe poi fanno delirare i giovani che urlano di paura quando entrano nel "tunnel degli orrori".
Le musiche che accompagnano ogni giostra, popcorn, zucchero filato, arachidi tostate, torroni, canditi e quant’altro riportano anche gli adulti al tempo in cui erano bambini.
Tutto è festa al parco di divertimenti. Luce, colore, suono e movimento rivelano lo spirito zingaro che lo anima. Tutto ruota, canta, balla e salta di allegria. Come la grande festa 'del Regno di Dio, partecipata e compresa solo da coloro che diventano bambini, soli, indipendenti e liberi. (Mc 10:14-15).
Se la vita degli zingari è una festa, le sue belle e tradizionali feste mi hanno sempre affascinato durante la mia vita di bambino, giovane e adulto.
Musica, danza, bevande e cibo con grande abbondanza, offerta di regali, belle preghiere a Dio o in onore dei santi solennizzano questi veri festeggiamenti della vita con la gioia dei partecipanti, con la spontaneità dei suoi gesti e la colorata bellezza dei loro costumi tanto degni.
Gli zingari sanno ospitare, condividere e festeggiare in un modo diverso. Certe cerimonie che sono fatte lì avevano bisogno di avere la dignità liturgica che hanno le feste degli zingari. Effettuate su terreni affittati o liberi queste feste hanno una sacralità che non possiamo più trovare in alcuni templi religiosi, dove la cerimonia è stata sostituita da una falsa semplicità, che è talvolta addirittura trasformata in volgarità. Solennità e semplicità vanno di pari passo quando tutto è spontaneo e naturale, senza affettazione o artificiosità.
Bambini, giovani adulti e anziani non si separano per festeggiare o celebrare. Ognuno è lì, allegro, felice, avvolto nel contagioso mistero della Speranza contagiosa, Benedizione e Onore della famiglia e del gruppo, con una viva coscienza della gente. Sarebbe inimmaginabile per queste persone così profondamente unite una festa solo per i bambini, o solo per i giovani, o semplicemente per gli anziani, o solo per le coppie, ecc. Con un così forte il senso di appartenenza, di comunione e di condivisione i fratelli zingari non possono capire la frantumazione della famiglia quando i non-zingari promuovono la cosiddetta "Messa dei Bambini", o la "Messa dei giovani", "Messa di coppie", ecc .
Prima del grande pranzo, in quella bella mattina di primavera, il Maestro della festa mi chiese se si poteva celebrare una Messa durante la quale quattro bambini sarebbero stati battezzati.
Avevo scritto i nomi dei bambini, genitori e padrini quando si presentarono i parenti arrivati per un evento così importante. Il tutto sarebbe poi stato registrato nella parrocchia nel cui territorio stavamo trascorrendo quei giorni.
Mentre stravo annotando tutti i nomi mi resi conto che uno dei nuovi arrivati alla festa del Santo mi guardato con insistenza. Mi fissava con i suoi grandi occhi neri chiedendomi, con l'espressione della sua faccia: "Chi sei?" "Sai chi sono io?"
Gli zingari osservano molto. Anche quando i loro occhi sono rivolti in un'altra direzione, stanno guardando. Anche distratti da una conversazione o da qualche importante affare, qualcuno sta guardando in diretta. Ma lui non mi guardava in funzione del gruppo o per qualche diffidenza. Era qualcosa di più. Lui mi guardava con insistenza.
Egli era uno dei padrini e mi disse il suo nome. Un nome che non avevo mai udito, ma che comunque mi ricordava qualcosa. Per quanto volevo, non mi veniva in mente in quel momento. E più pensavo più l'emozione non mi permetteva di scoprirlo.
Allontanatosi dal tavolo su cui stavo scrivendo, sotto un pergolato ornato, potei osservarlo meglio, mentre riempivo i moduli relativi al Battesimo.
Era un uomo adulto, ancora atletico. I folti capelli neri contrastavano con una barba ben curata, già argentata da alcuni peli bianchi. Le sue forti braccia incrociate sul petto che si intravedeva sotto una camicia di seta rossa, sembravano fissare vicino al suo cuore la purezza e la bellezza di quella contemplazione. Sembravamo due bambini incantati.
Durante la celebrazione della Santa Messa e dei battesimi era impossibile non notare che i suoi occhi seguivano i miei gesti e il suo cuore si era immerso nella Parola di Dio:
"E ora ascolta, Giacobbe mio servo, Israele, che io ho scelto. Così dice il Signore che ti ha creato, che ti ha formato fin dal seno materno e ti aiuta: "Non temere, Giacobbe, mio servo, Israele, che io ho scelto, poiché farò scorrere acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Effonderò il mio spirito sulla tua progenie, e la mia benedizione sui tuoi posteri; cresceranno come erba in mezzo all'acqua, come salici lungo acque correnti. Questi dirà: "Io appartengo al Signore, quegli si chiamerà Giacobbe; altri scriverà sulla mano: Al Signore, e verrà designato con il nome di Israele" (Is 44, 1-5).
In due momenti belli e suggestivi della liturgia, ci trovammo ancora più vicini, tenendo insieme, una candela accesa nella manina del bambino e quando venne a ricevere la Comunione. In questi due momenti i nostri occhi si incontrarono e si illuminarono al riflesso delle candele accese e nella trasparenza delle lacrime contenute. Entrando in quello specchio la luce e di bellezza fui trasportato: "L'occhio è la lampada del corpo." "Se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà luminoso." (Mt 6,22).
La grande luce che ci avvolgeva aveva eliminato il tunnel del tempo, e in ognuno di questi riflessi, sentivo lo sguardo del vecchio amico sacerdote che mi aveva sostenuto nella mia giovinezza, la voce di chi una volta mi disse: "Tu sei un diamante", il volto illuminato del pastore unto che mi aveva ordinato e mandato dicendo: "Va, figlio mio, molti ti aspettano!"; gli occhi azzurri e sereni del vecchio che profetizzò: "Tu sarai sacerdote itinerante ", il medaglione dorato brillante sul muro della stanza del convitto studentesco, ho sentito la forza rinnovatrice davanti al ginepro del tabernacolo.
Dopo il pranzo ci furono canti, balli e una danza che diventava sempre più animata, mentre arrivava il tramonto.
Prima di sera, dovevo consegnare i paramenti che il prete mi aveva prestato. La chiesa era vicino all'accampamento. Chiesi permesso al capo dell'accampamento e mi ero incamminato, quando sentii la voce di quello zingaro: "Padre, anche io vado lì." Dissi di gradire la sua compagnia e cominciammo a camminare in silenzio. Non appena ci allontanammo dal rumore della festa, cominciò a parlare: "Sai, Padre, oggi è un giorno molto felice per me. Ero accampato lontano da qui e pensavo di non poter venire a battezzare mio nipote. Se mio cognato non mi avesse portato non sarei potuto venire. Non avevo ricevuto i soldi di un affare che avevo fatto. Pensavo che non sarei stato in grado di venire, fino all'ultimo minuto. Mio cognato mi ha incoraggiato, perciò sono venuto. Misi un telo sul suo carrozzone e sono venuto. Ho potuto così soddisfare la promessa fatta a mio fratello: quella di essere il padrino di suo figlio. Ma sono ancora più felice perché ti ho incontrato.Tutti parlano bene di te. Hai già sposato i miei due nipoti. Oggi ne ha battezzati altri due. E, come puoi vedere, ora sto parlando con te. Tutti parlano di te, anche al circo mi hanno detto che sei stato diversi mesi con loro. Tutto il nostro popolo ti vuole bene, perché sei come noi. Per noi è molto difficile avvicinarsi a un prete, non abbiamo studiato e la nostra vita è diversa da quella dei brasiliani. Ma tu sei come noi. Sei un prete zingaro, forse tu sei più zingaro di noi. Ti stavo guardando e ascoltando le tue parole durante la messa. Tu parli la nostra lingua. E siamo stati molto felici di poter pregare nella nostra lingua. Pensavo che non potevamo pregare nella lingua zingara. Non puoi nemmeno immaginare quanto sia felice di poter camminare e parlare con te e di come sono contento di essere venuto. Ho tanto desiderato di poter vedere il prete zingaro ... "
Mentre parlava, i suoi occhi e il suo volto si illuminavano e le sue parole trasmettevano amore e pace. Il silenzio di quel posto, circondato da castagni, pini ed eucalipti, ungeva e sacralizzava le parole del mio fratello di cammino. La leggera brezza di quel pomeriggio primaverile, che portava con sé il profumo dei fiori di campo, incensava la bellezza del mistero dell'incontro.
Dopo aver lasciato la canonica, ci fermammo un po' e sentivo che anch'io avrei dovuto parlare per condividere ciò che il mio cuore custodito. Mi rendevo conto che avevo bisogno di scoprire nei suoi occhi neri, trasparenti e cristallini, la identità zingara che cercavo in me stesso. Come i pellegrini di Emmaus, i nostri cuori bruciavano con il fuoco dell'amore zingaro, con il fuoco di Gesù, che fu nomade anche dopo la sua risurrezione, quel fuoco nel cuore di un popolo che, quando ama, ama veramente e celebra la festa di ciascun momento con il calore di una grande accoglienza, con un gesto di profonda condivisione e di gioia. La splendida natura che ci circondava era come l'accoglienza che quei due giovani zingari nomadi avevano fornito a Gesù. Si sentiva come Egli aveva condiviso il pane con loro, stanchi del lungo cammino da Gerusalemme al loro villaggio, dando loro la gioia e la felicità col trasformare i loro cuori angosciati da tante domande finora senza risposta.
"Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».(Lc 24, 13-32).
Improvvisamente anch'io cominciai a parlare: "Sono anch'io molto felice, anche io ero lontano da qui e temevo di non poter venire, ma avevo dato la mia parola a tuo fratello e sai bene che non possiamo venir meno ad una parola data. Ma sono ancora più felice perché ti ho incontrato. Anche tu sei ben voluto da tutti e il nostro popolo è orgoglioso di te. La tua presenza ha portato una grande gioia a tutti noi. Oggi per me è il giorno di tanti ricordi. Ho pensato molto alla mia infanzia e a molti avvenimenti della mia vita. Mi sono ricordato di tantissimi zingari e circensi che ho incontrato. Molti di loro mi hanno illuminato gli occhi e riempito il mio cuore di ragazzo e di giovane. Quanti sentieri ci hanno condotto in tanti luoghi e situazioni diverse! Quanti paesaggi ci hanno attratto per valli e montagne! Quanti fiumi, cascate e laghi hanno lavato e rinfrescato la nostra gente! Dio è molto buono con noi. Vedi le prime stelle che iniziano a brillare nel cielo ancora così blu. Guarda la chiarezza della luce che, nell'accampamento, inizia ad accendere un falò di vita e di serenità. Torniamo al campo. Quella luce e la gioia saranno ancora maggiori nella festa di un popolo felice. "
Quasi tutti nell'accampamento stavano osservando e guardando nella nostra direzione, quando io e l'altro zingaro stavamo arrivando. Nemmeno il clima della festa, la distribuzione di dolciumi, la mescita di bevande ed i falò dirottavano la loro attenzione. I loro occhi erano fissi su di noi. Sembrava ad essi quasi che due esseri illuminati, angeli messaggeri di una luce splendente stavano per apparire in quel posto. Man mano che ci avvicinavamo ai falò, alla musica e ai balli, quella luce allegra, festosa e contagiosa era sul volto di tutti.
Dopo aver salutato il capo, che ancora una volta ci accolse a braccia aperte e con parole di gioia, ci siamo avvicinati alla sua tenda. Lì, tutti stavano facendo qualcosa, fornendo le cose necessarie per l'animazione e servendo del buon cibo per me e per gli altri visitatori zingari. Tutti indossavano bei vestiti. Gli stivali da uomo con lunghi gambali ornati con fibbie d'argento brillavano alla luce del falò. Uno zingaro abbastanza ubriaco stava tagliando un enorme pezzo di maiale, già cotto su un grande spiedo. Lo colpiva con forti coltellate e la veemenza di chi sta lottando con una bestia feroce. Le donne riccamente vestite e ornate con la dignità tipica delle zingare, avevano organizzato un tavolo per la torta e le bevande che erano state comprate nella pasticceria vicino all'accampamento. Questi dolcetti venivano offerti a tutti gli ospiti mentre gli zingari, soprattutto quelli che avevano organizzato la festa, si astenevano dal mangiarli.
Tre zingari anziani si avvicinarono al tavolo dove io, il mio buon amico zingaro e suo cognato eravamo stati serviti, con grande abbondanza. Non avevano bisogno di parlare, perché i loro occhi già facevano tutte le domande a cui potevamo rispondere. Succede, tuttavia, che quando uno zingaro si rende conto che l'altra persona non vuole parlare o che è impegnato in un'altra discussione, comincia a raccontare ogni cosa come se fosse successa a lui. Ma lo zingaro, così sagace ed astuto, ha anche un atteggiamento di grande rispetto e delicatezza, con una chiara intenzione di non ferire nessuno. E fu così che uno degli anziani sorrise e cominciò a parlare: "Siamo molto onorati dalla tua presenza e per la Messa così bella celebrata per noi. Da parte nostra ti auguriamo ogni fortuna. Sei come Gesù in mezzo a noi. Il nostro popolo, la nostra gente è molto affezionato a te e percepisce anche quanto tu ci vuoi bene, e quanto ci hai onorati. Il padre zingaro che parla la nostra lingua, che capisce i nostri problemi e non ci recrimina per il nostro modo di essere. Che Dio ti ricompensi molto. Egli illumina il tuo cammino. Che la Madonna della Luce Aparecida ti protegga tutti i giorni. Il sole scalderà le tue giornate fredde. La luce ti darà gioia e pace ogni notte. Camminerai sotto l'occhio vigile delle stelle e mai ti mancherà l'acqua fresca, il cibo necessario e un buon ricovero. Il fuoco ti darà la salute, la forza e ti toglierà tutti i mali. E infine troverai quello che stai cercando. Dio benedice molto lo zingaro, l'artista e il nomade. Sia molto onorato il nostro Padre. Nella mia tenda, e in quella dei miei figli, vi sarà sempre un posto per te. "
Mentre il vecchio parlava, tutti facevano commenti ad alta voce, sostenendo o amplificando il significato delle sue parole.
I canti e le danze diventavano sempre più animate, la luna e le stelle riflettevano il loro splendore a tutte quelle persone felici.
Gli anziani chiesero permesso e si diressero verso il pergolato dei festeggiamenti. Insieme a loro andò via anche il fratello del mio grande amico e il capo dell'accampamento.
Ancora una volta eravamo soli e ci sedemmo intorno al fuoco fuori della tenda. Le forti fiamme danzavano nel vento e sembravano accompagnare l'animato ritmo musicale delle danze, arrossavano le nostre mani e le nostre facce. La luna piena argentava i nostri cappelli. Tutto era gioia, serenità e pace.
Come gli occhi dello Zingaro della Galilea, di fronte agli amici e al falò sulla spiaggia, sentii che gli occhi neri del mio amico erano lo specchio del suo cuore che diceva: "Sono io".
La storia del Popolo di Dio comincia con il Patriarca Abramo. Egli è il Padre di tutti i nomadi. Il Padre di coloro che non si fermano. Il Padre di coloro che hanno il coraggio di partire. Il Padre di quelli che decidono di andare. "Parti dalla tua terra e và"-dice il Signore ad Abramo.
La vita di fede ha come essenza quella di spogliarsi di tutte le risorse tangibili e visibili e di andare solo ed a piedi per una strada, che alla fine non sarà per niente quella che pensavamo di trovare. Si tratta di una ricerca costante. Una domanda incessante. Posso cercare solo se mi allontano da dove sono, se vado via da me stesso, se mi metto in cammino. . .
Yahweh si presenta sempre dicendo: "Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe". (Es 3,16), il Signore vuole dire che è Dio di quelli che camminano, che non stanno fermi, che vanno in cerca.
Tutti i Patriarchi, giudici e profeti del Vecchio Testamento vivevano come nomadi, spostandosi da un posto all'altro, da un campo all'altro. Quando il popolo obbedisce ai suoi leader e cammina in fretta, ognuno procede, vince le battaglie ed è fedele al Signore. Quando invece disobbedisce ai suoi capi e cerca di stabilirsi da qualche parte, comincia a regredire, perdendo battaglie e comincia a crescere l'idolatria.
Giovanni Battista, l'ultimo e il più grande di tutti i profeti (Lc 7,28), attraversò i deserti e le montagne della Giudea, i fiumi e il mare di Galilea. Prima della sua nascita, quando Maria va a visitare Elisabetta, è venuto il grande incontro e la sintesi del vecchio e del nuovo, entrambi itineranti e felici. Nell'Antico Testamento sperare significa mettersi in marcia. Nel Nuovo Testamento significa incontrare. La speranza della ricerca è arricchita dalla gioia dell'incontro. Ancora nel grembo di Maria, Gesù trasmette a Giovanni, ancora nel grembo di Elisabetta, il messaggio che è necessario muoversi, partire, andare. Elisabetta, di età avanzata e sterile incontra le promesse del Signore. Maria, una giovane, insicura, che non conosce nessun uomo, oltrepassa le montagne della Giudea e va a visitare Elisabetta. Perché vanno via da sé stessi e possiamo dire che credono. Ecco cosa è la Fede
La strada è il luogo preferito dei veri credenti. Coloro che camminano senza sapere dove e come arrivarci. Pellegrini liberi e spogliati di tutto, si basano solo sulla Fede. Sanno che il desiderio del potere lega in un posto impedendo di partire. Si perdono girando su se stessi. Prima che Verità e Vita, Gesù è la Via. (Gv 14,6). Se dimentichiamo questo, l'esperienza religiosa è apatica, triste, superata e senza nessuna azione apostolica e pastorale. Saremo sedentari e legati come nuovi Ebrei nella Babilonia, creata da alcune strutture arcaiche che impediscono alle persone di camminare a Sion: "Ai margini dei fiumi di Babilonia, ci sedevamo, piangendo, ricordando Sion .. I nostri oppressori richiedevano invece da noi una canzone di gioia ... " (SI, 1-36).
Prima della nascita di Gesù, Giuseppe e Maria andarono da Nazareth a Betlemme, la città era piena di gente. Nemmeno pagando il doppio un umile viandante ha un posto dove passare la notte. I sedentari di Betlemme erano sordi e ciechi per gli egoistici interessi politici e commerciali del censimento. Nessuno prestò attenzione alla coppia. Nessuno si accorse che la donna era incinta di nove mesi. Nessuno è stato colpito dalla povertà e la stanchezza dei due pellegrini.
Come gli zingari di oggi che sono sempre spinti ai margini della città, Giuseppe e Maria dovevano camminare ulteriormente. Seguitarono verso i campi fuori dalla città. Sicuramente qualcuno gridò, come fanno oggi Associazioni di quartiere, Polizia Municipale e gli enti, anche religiosi, tutti i proprietari di tutto il mondo sta pensando: "Fuori, fuori. Cercate altrove, andate via!.».
Là, nei campi, la coppia fu accolta al campo dei pastori nomadi. Erano povera e umile gente, ma piena di coraggio e spirito di condivisione. Vivevano in base alle esigenze della mandria. (S1 22, 1-6).
In uno dei suoi sermoni, Gesù farà riferimento al buon Pastore. Uno che si muove a causa di una sola pecora smarrita. (Lc 15:04)
Non c'è pastorizia senza itineranza. E non vi è alcuna itineranza senza spogliarsi di sé stesso e di avere una viva coscienza di precarietà. Siamo tutti di passaggio, in cammino. E solo quelli che camminano, possono conoscere capire il viandante. È quindi molto difficile per i sedentari, agenti di una pastorale per i sedentari, ministri ordinati o laici, capire come, quando e cosa chiedono i nomadi alla Chiesa. Soprattutto quando questi agenti sono consapevoli che il loro codice di diritto canonico ha una sua legge e certi privilegi.
I pastori accolsero Giuseppe e Maria, perché conoscevano i loro problemi. Quante volte anche loro avevano dovuto vagare e camminare a lungo per ottenere buoni pascoli e acqua per il bestiame e per la sopravvivenza della loro famiglia. I nomadi non si accampano dove non c'è acqua in abbondanza e anche spazi ombreggiati. Gli zingari di montagna vivono molto questo problema. Spesso, anche pagando, non ottengono un buon posto e acqua per tutti. Devono camminare e camminare molto. A volte passano la notte in tende di fortuna nei boschi o ai margini di strade pericolose.
Una grande benedizione arrivò al campo dei pastori, nella notte si svegliarono con il pianto di un bambino. La grande notizia si sparse subito. La benedizione era anche grande: nascerà un bambino. Ognuno corse a vedere il neonato. Andavano e venivano. Gridavano. Saltavano. Cantavano. Suonavano con i loro flauti. Guardavano il cielo e i campi illuminati. Cantavano e ballavano estasiati da quelle bellissime stelle.
Molti altri pastori delle vicinanze restarono impressionati dalla chiarezza di quella notte e corsero anch'essi a ballare, festeggiare e ringraziare intorno ai fuochi di quell'accampamento, il più benedetto di tutto il mondo. (Lc2, 15-18).
Persino gli animali percepirono che si trattava di una nottata diversa. Insieme con gli allegri pastori festeggiarono l'arrivo del bambino. La pecora, il bue e l'asino si inginocchiarono. E il gallo cantò forte, bello, felice, molto felice. Anche oggi, ogni notte, fa lo stesso annuncio in tutti i campi nomadi.
All'interno della tenda, tra stracci e paglia, è stato il piccolo Gesù, sotto gli occhi di Giuseppe e Maria.
I sedentari restarono invece a Betlemme. Tutti gli angeli si precipitarono in quei campi. Tra le famiglie di pastori nomadi e tra falò, anche loro hanno ballato e cantato inni al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei camminatori, e hanno elogiato i pastori di buona volontà, augurando loro la pace. (Lc 2,14).
Quelli che si erano chiusi nelle loro case persero la contemplazione di quel meraviglioso spettacolo, il più grande di tutti gli spettacoli, la più bella di tutte le notti. Persero anche la grande festa dei nomadi per la nascita di un bambino. Persero l'adorazione al Figlio di Dio, vivo e vero. Solo i nomadi lo accolsero, lo celebrarono e lo adorarono.
Molte carovane, di diverse razze e nazioni lontane, arrivavano, per onorare e rendere omaggio al neonato. La profezia dei nomadi aveva vaticinato, con il suo dono di vedere il futuro del tempo e della storia di ciascuno, che molti gruppi sarebbero arrivati, portando doni di valore:
"Sarà invasa da una moltitudine di cammelli, di dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso, e proclamando le lodi del Signore. "(Is 60,6).
Come gli zingari che leggono ancora le stelle, i Magi distinsero la stella che annunciava la nascita di Gesù e dice:
"E chiesero," Dov'è il Re dei Giudei che è appena nato? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. "(Mt 2,2).
È interessante notare che questi indovini, astrologi, mercanti e pagani furono canonizzati dalla devozione popolare e sono chiamati anche oggi i Re Santi. Perché lo stesso popolo è intollerante e addirittura perseguita i nomadi indovini, astrologi e commercianti di oggi?
È sorprendente che nessun sedentario era tra gli adoratori nei campi di Betlemme ed ancor più sorprendente: nessun nomade aiuterà Erode nella sua "strage degli innocenti"..
"Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, tornarono al loro paese per un'altra via." (Mt 2,12). Nessuno nomade aiuterà Pilato per uccidere Gesù.. "Ma i sommi sacerdoti e gli anziani persuasero il popolo a chiedere la liberazione di Barabba e a far morire Gesù." (Mt 27,20).
Gesù è condannato da coloro che hanno lasciato la vita nomade ed erano invidiosi del suo itinerare tra la gente. "(Sapeva bene che avevano consegnato Gesù per invidia)." (Mt 27,18).
La religione di Israele perse la sua caratteristica principale e i sacerdoti e gli anziani del popolo si sedentarizzarono. Il tempio non era più la tenda di Dio, come nel deserto. Mosè a ogni tappa prendeva la tenda e la piantava fuori dell'accampamento, ad una certa distanza dall'accampamento, e l'aveva chiamata tenda del convegno; appunto a questa tenda del convegno, posta fuori dell'accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore. Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda: guardavano passare Mosè, finché fosse entrato nella tenda. Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso della tenda. Allora il Signore parlava con Mosè. Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all'ingresso della tenda e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda. Così il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro. Poi questi tornava nell'accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall'interno della tenda. (Es 33, 7-11). C'era troppo gioco di interessi e di potere. Pesanti fardelli erano collocati su un popolo sofferente e sfruttato.
Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì"dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare "rabbì'', perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. (Mt 23:1-8)
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri! (Mt 21, 13). Il sommo sacerdote, sacerdoti, dottori della legge, scribi e gli anziani si assicurarono il potere e si insediarono sulla cattedra di Mosè. Nel frattempo, Gesù camminava da un luogo ad un altro. Andava e viveva con il popolo. Accoglieva i peccatori pubblici e divenne amico di tutti. Elogiava anche la fede dei pagani e tra di essi fece la maggior parte dei miracoli. Raggiungeva l'anima del popolo nomade di Israele. Molto più di una questione politica, è quella culturale che farà crescere dispetto e odio nelle autorità pagane sedentarie, ma soprattutto nei religioso che avevano abbandonato il nomadismo e non sapevano più camminare come e con il popolo.
Dalla periferia delle periferie di Betlemme di Giuda, Giuseppe, Maria e il bambino fuggono in Egitto, paese lontano, terra sconosciuta.
Il clima con cui avvenne questa fuga è qualcosa di peculiare nella vita degli zingari (Mt 2, 13-15).
Come nomadi che percepiscono i segni del bene e del male, la famiglia dopo l'esilio torna in Galilea.
Nonostante la vita nascosta, a Nazaret, il Vangelo ci permette di capire che si trattava di una vita nomade a metà. Ogni anno andavano a Gerusalemme con il gruppo formato da parenti e amici. Escursioni lunghe, effettuate in tappe e tipiche dei nomadi. Avevano bisogno di conoscere i percorsi più pratici, prendere solo ciò che era necessario, sapendo decifrare i segni della natura e rispettare la gerarchia e l'organizzazione.
"I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua."(Lc 2, 41).
Il primo e il dodicesimo pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme sono delle caratteristiche particolari. In un primo momento il ragazzo è offerto a Dio e sua madre viene purificata. Questa è una pratica rituale tradizionale di molti popoli nomadi. A dodici anni il ragazzo scompare e viene trovato solo tre giorni più tardi, mentre parla e discute di religione con i Dottori della Legge Questo è un atteggiamento tipico di un nomade bambino: parlare seriamente ed essere a conoscenza di tutti gli affari di adulti. Il ragazzo non è spaventato o disorientato. Se un bambino è sedentario, si sarebbe aggirato intorno, disorientato, spaventato e non parlando di questioni che, secondo la mentalità sedentaria, sono riservate agli adulti. (Lc 2, 43-47).
Sempre a piedi da un posto all'altro, di villaggio in villaggio lungo il mare di Galilea, sotto il sole forte e affrontando venti e temporali o sotto la luce della luna e delle stelle nelle montagne della Giudea, Gesù assume pubblicamente la pienezza del profetismo nomade ed è il Sommo ed Eterno Sacerdote, con vestiti, gesti e costumi del suo popolo di anima zingara. "Gesù andava per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno, guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si sparse per tutta la Siria. Gli portarono i malati e gli infermi, gli indemoniati, epilettici, paralitici. Ed egli guarì tutti. Grandi folle lo seguirono dalla Galilea, da Decapoli, Gerusalemme, Giudea, e dai paesi al di là del Giordano. " (Mt4, 23-25).
Il Galileo itinerante attrasse seguaci che divennero poi suoi apostoli e discepoli. Come Lui, tutti dovevano andare in cammino e non avere una residenza fissa.. "Rispose Gesù: le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove reclinare il capo "(Mt 8,20)..
Entrando a Gerusalemme per l'ultima Festa di Pasqua con il gruppo nomade che aveva costituito sceglie di cavalcare un asino e assume l'atteggiamento di semplicità proprio degli zingari mandriani: come si arriva in un nuovo campo, il gruppo che lo accompagna fa una festa, con atteggiamenti spontanei del popolo, che onorano chi arriva e che provocano un grande tumulto in tutta la città di Gerusalemme. Così anche nei luoghi in cui arrivano gli zingari.
Dopo la celebrazione della festa, tipica del nomadismo, Gesù fu arrestato e consegnato alle autorità governative, pagate da quelle religiose.
Davanti al palazzo di Ponzio Pilato, gli stessi che avevano cacciato Giuseppe e Maria da Betlemme, anche lì gridavano,(perché la comunità sedentaria lo sa fare molto bene):"Via, via, crocifiggilo" (Gv 19,15).
E là fuori, al di fuori della città ammazzarono il più illustre pellegrino nomade che era venuto solo per celebrare, per festeggiare con il suo popolo la Festa del Partenza, la festa del Passaggio, la grande festa dell'Esodo di coloro che non sanno, non possono e non vogliono restare fermi.
E dentro, ben all'interno della città i sedentari, salvarono il non-zingaro Barabba "Volendo Pilato soddisfare il popolo, liberò Barabba e consegnò Gesù, dopo aver flagellato, perché fosse crocifisso." (Marco 15:15). Egli è libero anche oggi.
Ogni anno, durante la Settimana Santa, il popolo chiede ancora una volta il suo rilascio. E lui si libera e si diffonde sempre di più. Fa quello che vuole e quello che non vuole. Ruba, rapisce, stupra, seduce, corrompe, uccide, terrorizza bambini, giovani e vecchi, diverte i fondi, saccheggia le istituzioni e i valori morali più importanti. Barabba è dietro a ogni violenza, ogni scandalo, ogni atto di terrorismo. Nessuno lo può fermare. Ha la maggioranza con lui. La maggioranza è sedentaria. I nomadi sono una minoranza. E, come tante altre minoranze discriminate e perseguitate saranno sempre soggetti a detenzione, percosse e persino ad una morte ingiusta. Nel frattempo, Barabba e i suoi seguaci continuano beffardi abusando delle autorità e di tutto il popolo.
Vi sarà ancora qualcuno che avrà il coraggio di chiedere perché il Figlio di Dio non è nato in una sinagoga o in un tempio? Perché non ha vissuto nelle case dei preti o del sommo sacerdote?
Gesù è il Figlio del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, è il Figlio del Dio di chi è in cammino. Egli è il sommo ed eterno Sacerdote della gente che cammina e non vive una religione cristallizzata, congelata nel tempo e nello spazio.
Nessuno può negarlo: Gesù è venuto per tutti, ma è nato tra nomadi e ha vissuto come loro. Il più grande Artista nel meraviglioso spettacolo del "Circo Universale dell'Amore", accende la luce dei riflettori sulle stelle e ha l'infinito applauso di tutti gli Angeli.
Egli è il Dono.
Egli è il Capo.
E io faccio parte del suo gruppo.