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Le origini dei popoli rom e sinti sono antichissime. Sembra ormai dimostrato che essi provengano originariamente dall'India. A tale proposito François de Vaux de Foletier afferma: «La maggior parte degli indianisti fissano la patria dei Rom-Sinti nel Nord-Ovest dell'India e, insieme, li collegano alla casta dei paria. Questo in parte a causa del loro aspetto miserabile (…); in parte a causa dei mestieri subalterni e spesso disprezzati, esercitati nell'India contemporanea da Indiani che sembrano essere loro strettamente apparentati»[1].
Anche il Colocci, nel suo libro del 1889 intitolato Gli zingari - Storia di un popolo errante, attesta come certa la conclusione che i Rom-Sinti provengono dal sub-continente indiano. Il termine “Sinto” deriva proprio da Sindh, nome del fiume Indo.
In realtà essi sono un "popolo senza patria"[2]. Per i Rom-Sinti piuttosto che di patria si deve parlare di luogo di provenienza o di diramazione poiché essi non hanno avuto una nazione d’origine, ma luoghi in cui hanno soggiornato per qualche secolo e da cui, in un certo periodo storico, si sono spostati per emigrare verso altre destinazioni. La loro storia è quella di grandi spostamenti e dei loro centri di diffusione. Il primo di questi centri è la valle dell'Indo.
Infatti vi sono analogie tra la lingua romanes e i dialetti dell'India nord-occidentale come l'hindi, il sindi, il gujarathi, il marathi, il panjabi, il kafir e forti elementi comuni tra le usanze dei Rom-Sinti e quelle di alcuni gruppi tribali indiani quali i Banjara dell'Hindustan, i Leusi del Punjab, i Gaduliya Lohar del Rajastan: tribù di nomadi che si spostavano tra le foci dell'Indo e le pendici dell'Himalaya e che, molti secoli fa, incominciarono a migrare verso Occidente. Cronache persiane, arabe, greche e bizantine fanno riferimento a questa grande migrazione.
Come afferma Adriano Colocci, un grande apporto allo studio delle origini rom-sinte fu indubbiamente dato dallo sviluppo della filologia comparata.
L'analisi della lingua romanes è un mezzo fondamentale di conoscenza, in quanto le componenti linguistiche presenti nei vari dialetti rom-sinti ci danno notizia dei popoli con cui sono venuti in contatto nelle loro continue migrazioni, permettendo così di disegnare i loro itinerari. Itinerari che hanno seguito, nel corso dei secoli, il percorso dei grandi fiumi quali l'Indo, il Tigri e l'Eufrate, il Danubio, l'Elba, il Reno, il Rodano.
Le cause di queste ondate migratorie ci sono per ora sconosciute ma è probabile fossero guerre o motivi di ordine economico che costrinsero questi popoli a spostarsi nel V secolo. Le culture Rom e Sinti, essendo incardinate sull'oralità, non hanno mai avuto una classe dominante o una casta sacerdotale incaricata di fissare in documenti scritti le proprie origini, le tradizioni, i miti. La loro è una storia vista attraverso gli occhi degli altri, colta nelle annotazioni dei cronisti, nelle disposizioni e nei provvedimenti legislativi che li riguardano.
Tra le più antiche testimonianze vi sono quelle di due scrittori arabi del X secolo: il cronista Ilamzah d'Isfahan, autore di una Storia dei re di Persia e il poeta persiano Firdusi, autore de Il libro dei re. Quest’ultimo ci narra la leggenda secondo cui il re persiano Bahram Gûr, vissuto nella prima metà del V secolo, avrebbe chiesto a Shankal, sovrano dell'India, l'invio di diecimila musicisti per rallegrare il suo popolo durante le feste. Come ricompensa lo scià concesse loro di stabilirsi nei suoi territori e donò viveri, animali e terre da coltivare; ma questi, da buoni artisti, lasciarono incolti i campi e nel giro di breve tempo dissiparono beni e averi, per cui furono costretti dal re ad abbandonare il paese.
Questa leggenda, dunque, ci narra come i Rom-Sinti non fossero adatti alla vita rurale ma, piuttosto, dediti alle arti e alla musica.
I nomadi provenienti dall’India risalirono il corso del fiume Indo e penetrarono in Afghanistan, poi in Iran e in Persia. La conquista araba ampliò il raggio di nomadizzazione dei Rom-Sinti che iniziarono a circolare liberamente all'interno “dei territori posti sotto il vessillo dell'Islam, dalla Persia alla Siria all'Egitto”[3].
Le popolazioni nomadi che sarebbero giunte nei secoli successivi in Europa (i Phen) proseguirono il loro cammino verso Nord-Ovest, attraversando il Kurdistan e giungendo in Armenia e nel Caucaso meridionale (che era una zona di influenza bizantina). Alcuni di essi, i Bocha, si insediarono in Armenia, altri lasciarono il paese, nel XI secolo, e proseguirono il loro viaggio verso Ovest, penetrando in Turchia.
Nel 1054, in Grecia, venne annotato da un monaco del monastero Iviron, sul monte Athos, il passaggio di “nomadi, maghi, indovini e incantatori di serpenti”, denominati Atsinganoi[4], che erano soliti insediarsi tra le rovine di castelli abbandonati, oppure in capanne creando piccole comunità, dette Gyphtokastra.
Nella seconda metà del XIV secolo con l'espansione dei Turchi ottomani, i Rom-Sinti si allontanarono dalla Grecia, in cui vissero per circa tre secoli, e si dispersero nei Balcani.
L'area balcanico-danubiana costituì un luogo di fortissimo insediamento rom-sinto e fu il più importante centro di irradiamento dell'espansione successiva. In questa zona essi vivevano in villaggi nei pressi di feudi o di monasteri, prestando loro servigi in qualità di maniscalchi, fabbri ferrai, esperti nella lavorazione dei metalli. Furono cercatori d'oro in Transilvania e venivano apprezzati in Ungheria per le loro doti musicali e per la loro abilità di artigiani nel forgiare armi.
«Fu tale l'importanza della loro arte, da venir chiamati per lo più in base ai lavori esercitati: Rom Kalderasa (calderai), esperti nella lavorazione dei metalli; Rom Lovara (dall'ungherese lob: cavallo) o Grestari (da grest: cavallo), dediti all'allevamento e al commercio equino; Rom Curasa (da curi: coltello o da cura: setaccio), fabbricanti di scope, pettini e spazzole; (…) Ursari (ammaestratori di orsi), Gurvara (mandriani), Masara (pescatori) e così via»[5].
L’arrivo in Italia dei primi nuclei è riconducibile alla battaglia del Kosovo (1392) fra le armate ottomane e quelle serbo-cristiane che, con la vittoria delle prime, affermò l’influenza islamica nei Balcani [6].
Ciò causò una complessa migrazione di popolazioni diverse in direzione dell’Occidente europeo che, eccettuata la penisola iberica (dove è forse l’Africa il canale di penetrazione dei Rom dall’anomalo dialetto kalò), non conosceva la loro presenza[7].
Fu quindi nell’ultimo decennio del Trecento che i primi Rom-Sinti giunsero sulle coste centro-meridionali dell’Italia al seguito dei profughi croati e dei rifugiati kossovari, albanesi e greci. Non è un caso, infatti che, a distanza di sei secoli, nelle zone a più alta densità di Arberes[8], come il Molise e il Cosentino, fortissimo sia l’insediamento di comunità rom. Il loro arrivo avvenne via mare e ciò è stato dimostrato dalla caratteristica del loro romanès che non presenta prestiti slavi, al contrario di tutti gli altri gruppi che penetrarono via terra nella penisola italiana.
Il primo documento che attesta la presenza in Italia delle popolazioni rom-sinte è il Corpus Chronicorum Bononiensum di un anonimo cronista bolognese:
“Anno Christi Mcccc22. Adì 18 de luglio venne in Bologna uno ducha d’Ezitto, lo quale havea el nome el ducha Andrea, et venne cum donne, putti et homini de suo paese; et si possevano essere ben da cento persone…”[9]
Tanto tranquillo il rapporto tra i Rom-Sinti e le popolazioni locali non deve essere stato «in quanto, il grande "roboare" (rubare) dei primi spinse le autorità a permettere ai derubati di riconquistare con le loro forze i propri beni e a dichiarare il divieto di frequentare Rom-Sinti, pena una multa di parecchi ducati e la scomunica»[10].
La pena di morte era di solito riservata agli uomini, ma ad esempio in Germania, i Rom-Sinti di ambo i sessi, sopresi sul territorio, erano praticamente consegnati al carnefice. Non era necessario alcun processo, né alcuna condanna penale. Nel 1500 la Dieta dell’Impero decretò che “chi uccide uno zingaro non commette reato”.
I Rom-Sinti giunsero a Roma attraversando le Marche e l'Umbria. «Secondo alcuni storici il gruppo guidato dal duca Andrea lungo le antiche vie Emilia e Flaminia, giunse a Roma e lì venne ricevuto in udienza dal Papa Martino V, il quale dopo averli ascoltati, sembra grazie ai buoni auspici di un cardinale, Baldassarre Cossa, concesse loro una lettera di accompagnamento per proseguire nel loro pellegrinaggio verso l'Europa»[11].
Essi viaggiavano in gruppi di centinaia di persone guidati da capi che si facevano passare per re, duchi, conti, capitani o voivoda del Piccolo Egitto. Per tale ragione vennero spesso scambiati per "egiziani". Da questa convinzione derivano i termini con cui ancora oggi sono chiamate le popolazioni rom-sinte: in Spagna Gitanos, in Inghilterra Gypsies, in Grecia Gyphtoi.
«Dicevano di essere pellegrini costretti a viaggiare per il mondo per espiare antiche colpe dei loro progenitori adducendo motivi ispirati alla Sacra Scrittura: per aver rinnegato la religione cristiana, per aver negato l'ospitalità della Sacra Famiglia durante la fuga in Egitto o persino per aver forgiato i chiodi con cui fu crocifisso Gesù. Molti di loro erano muniti di salvacondotti, passaporti o lettere di protezione rilasciati da principi, governanti, sovrani e persino da papi e imperatori che consentivano loro di circolare liberamente o di sostare senza essere molestati»[12].
Questi gruppi si spostavano attraverso l'Europa nel periodo a cavallo tra XV e XVI secolo[13].
Mentre nella maggior parte degli stati europei i Rom-Sinti venivano perseguitati e cacciati dai loro territori, nelle terre della Moldavia e della Valacchia, si decise, attraverso la schiavitù, di legare strettamente queste popolazioni ai possedimenti signorili e nobiliari.
Ciò avvenne per circostanze economiche poiché, in tal modo, c’era ampia disponibilità di preziosa manodopera.
«Il primo caso di Rom-Sinti schiavi (robii) a noi pervenuto, risale agli atti notarili del 1385, ma nel 1482 vi sono già diversi nuclei di Rom-Sinti che lavorano come servi della gleba in Moldavia. Alcuni studiosi ritengono che il motivo della loro schiavitù in Valacchia e in Moldavia si debba ricercare, tra le altre cose, nella decisione degli stessi Rom-Sinti di vendersi come servi in un momento di tragica carenza di mezzi di sostentamento. Sommersi dai debiti, solo in questa maniera potevano sfuggire alla galera. Divenuti ormai schiavi, potevano essere venduti come oggetti o bestie dai loro padroni che quasi sempre erano dei nobili o dei grandi funzionari della chiesa»[14].
Ogni cittadino libero che si univa con un Rom-Sinto diventava immediatamente schiavo.
Una situazione anomala rispetto al resto d’Europa, dove, dalla fine del XV secolo, cominciò a mutare il rapporto tra i Rom-Sinti e la società ospitante.
«Se nei primi tempi i Rom-Sinti, circondati da un'aura di mistero e di esotismo, furono accettati o tutt’al più tollerati dalle popolazioni sedentarie, che giunsero persino a dispensare loro viveri, vesti, denaro e foraggio per i loro cavalli, alla fine del secolo XV, venendo meno gli ideali ascetico-caritativi e trasformandosi l'atteggiamento verso i poveri, i vagabondi e i nomadi cominciarono ad essere oggetto di repressione»[15].
Da questo periodo vi fu, quindi, un acuirsi dell'azione persecutoria nei confronti dei Rom-Sinti ed un consolidarsi degli stereotipi negativi e dei pregiudizi nei loro confronti.
«Storicamente in Europa soprattutto Ebrei e Rom-Sinti sono stati giudicati come "corpo estraneo", nemico della collettività, la loro presenza in Occidente è stata ciclicamente additata come caratterizzata da un doppio fine: far finta di integrarsi per continuare a coltivare i propri interessi e non quelli della collettività. Dunque per questo cacciati o relegati in ghetti, tollerati o ciclicamente perseguitati»[16].
Secondo il Colocci:
«In Italia i nostri Stati e le nostre Repubbliche cominciarono fin dal principio del decimosesto secolo ad impensierirsi di questi incomodi ospiti e ad emanare ordinanze contro di loro»[17]. Il primo decreto di espulsione a noi noto in Italia, quello del 1512 a Milano, espelle Rom-Sinti e mendicanti come possibili portatori di peste.
A questo periodo (prima età moderna) datano le prime rigide disposizioni contro i Rom-Sinti.
«Dalla fine del sec. XV (a partire dal primo provvedimento emanato nel 1492 in Spagna con il quale si condannavano all'esilio mori, ebrei e Rom-Sinti) cominciò lo stillicidio di leggi e decreti dei sovrani europei impegnati a cacciare i Rom-Sinti dai propri territori con la minaccia di tremende punizioni che andavano dalla fustigazione ai tratti di corda, alla perforazione delle narici all'amputazione delle orecchie, al marchio a fuoco, alla galera e all'impiccagione»[18].
Tra i capi d'accusa rivolti verso i Rom-Sinti, che sono stati all'origine della loro cacciata da quasi tutti gli stati europei, ci fu perfino quello di antropofagia. Ma già prima «nel 1482, in Ungheria, l'accusa di cannibalismo costò la vita a ben 200 Rom-Sinti»[19]. A questi si addossavano le colpe più assurde tra cui quella di essere portatori di malattie gravi, motivo per cui dovevano essere espulsi o perfino uccisi.
L'unico paese che si dimostrò abbastanza clemente con la popolazione rom-sinta fu la Russia, dove, a metà del Settecento, essi divennero oggetto di curiosità come lo erano stati nel resto dell'Europa quattro secoli prima, al loro arrivo.
Le cose cominciarono a cambiare solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo quando il dispotismo illuminato di alcuni sovrani europei «ebbe l'ambizione di mettere fine a secoli di persecuzioni. Ma con l'intento di assimilare completamente i Rom-Sinti e di farne cittadini come tutti gli altri, li spogliava di tutte le loro tradizioni. Insomma senza espulsione né genocidio, tendeva ad annullarli come popolo»[20] (politica dell’inclusione).
I provvedimenti dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria, di Carlo III di Spagna, di Federico II di Prussia e dell'imperatrice Caterina di Russia mirarono ad «assimilare i nomadi alla popolazione locale con mezzi coercitivi, anche se dettati da idee filantropiche e illuminate: la forzata sedentarizzazione, l'abbandono dei loro usi, costumi, linguaggio e persino del loro nome per cancellare per sempre la loro entità etnica ed eliminare qualsiasi parvenza di distinzione dal resto della popolazione»[21].
Nel caso dell'Austria, l'imperatrice Maria Teresa e suo figlio Giuseppe II decisero di “realizzare la felicità” dei Rom-Sinti, loro malgrado. In Ungheria e in Transilvania, dove vivevano da secoli secondo le loro usanze, dovevano perdere persino il loro nome, chiamandosi non più Rom ma "nuovi coloni" o "nuovi Magiari”. Divenuti obbligatoriamente sedentari, erano obbligati ad abbandonare il romanes, esprimendosi solo in ungherese o tedesco; dovevano abitare in case, esercitare mestieri onesti senza mai mendicare, frequentare le chiese e vestirsi come la gente del paese. I figli sarebbero stati allontanati dai genitori per essere educati lontani dalla famiglia. In cambio il governo distribuiva case, bestiame e attrezzi agricoli. Inutile dire che l’iniziativa fallì.
Essi non poterono reggere questo tipo di vita e alla fine si rifugiarono in montagna, dove si diedero al brigantaggio, mentre i bambini scappavano per raggiungere i loro genitori. Il governo fu costretto a tornare un po' alla volta a una politica più liberale.
In Romania, il principe Costantino comincia ad interessarsi alla loro sorte. “Egli dichiarava: "Gli zingari sono stati creati da Dio come gli altri uomini ed è peccato grave trattarli come bestiame". A questo punto la liberazione dei Rom-Sinti non poteva più tardare”[22].
I paesi rumeni presero così un poco alla volta coscienza di questa anomalia: la persistenza della schiavitù in un paese cristiano. E fu tra il 1855 e il 1856 che si ebbe la liberazione di tutti i Rom-Sinti in Romania.
A seguito di ciò cominciò una grande emigrazione non solo verso la Russia, la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria, l'Europa centro-occidentale, ma anche verso le terre d'oltremare. Già nella prima metà dell'Ottocento aveva avuto inizio una grande emigrazione di Rom-Sinti verso gli Stati Uniti, il Messico e l’America latina in particolare Brasile e Argentina.
«Questo fenomeno di migrazioni intercontinentali, che interessò specialmente i Rom di origine balcanica, andò intensificandosi ed ebbe punte elevate nella seconda metà dell'Ottocento con l'emancipazione degli schiavi rumeni, dopo la prima guerra mondiale in seguito allo sfacelo dell'impero austro-ungarico e durante la seconda guerra mondiale, per sfuggire alle persecuzioni naziste»[23].Il nazismo, infatti, riservò ai Rom-Sinti lo stesso trattamento riservato agli ebrei. Essi furono deportati in campi di concentramento o massacrati nei paesi occupati (politica dell’esclusione). Sebbene ariani puri, secondo l’aberrante logica nazista, si erano imbastarditi con sangue di razze inferiori, come quella slava; il verdetto finale del Centro di Ricerca sulla Ereditarietà di Berlino fu di irrecuperabilità.
Circa 500.000 Rom-Sinti trovarono la morte durante il barò porrajmos (in lingua romanes: grande genocidio).
Una drammatica testimonianza sulla persecuzione nazista è riportata da Rudolf Hoess, comandante del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nelle sue memorie:
“Negli anni 1937-1938 tutti gli zingari nomadi furono raccolti nei cosiddetti campi di abitazione, perché fosse facile sorvegliarli. Nel 1942 venne l’ordine di arrestare tutti gli individui di tipo zingaresco, compresi gli zingari di sangue misto, che si trovavano nel Reich, e di trasportarli ad Auschwitz a qualunque età e sesso appartenessero (…). Nel luglio del 1942, Himmler venne a visitare il campo. Gli feci percorrere in lungo e in largo il campo degli zingari, ed egli esaminò attentamente ogni cosa: le baracche di abitazione sovraffollate, i malati colpiti da epidemie, vide i bambini colpiti dall’epidemia infantile Noma, che non potevo mai guardare senza orrore e che mi ricordavano i lebbrosi visti in Palestina: i loro piccoli corpi erano consunti e nella pelle delle guance grossi buchi permettevano addirittura di guardare da parte a parte; vivi ancora, imputridivano lentamente (…). Gli zingari atti al lavoro vennero trasferiti in altri campi, e alla fine rimasero da noi (era l’agosto del 1944) circa 4000 individui da mandare alle camere a gas”[24].
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale i Rom-Sinti si sono rimessi in movimento. Nel dopoguerra Rom Kalderàsa, Lovara e Curara si sono spostati dalla Jugoslavia, dall’Ungheria e dalla Turchia verso l’Europa occidentale mentre altri sono affluiti dalla Carelia verso la Finlandia. In tempi più recenti con la guerra nei paesi della ex Jugoslavia, il flusso è considerevolmente aumentato.
In sintesi, dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, la storia dei popoli rom-sinti è colma di spostamenti all'interno dell'Europa e si può affermare che «la loro espansione, iniziata oltre 2500 anni fa non si è ancora conclusa»[25].
[1] F. DE VAUX DE FOLETIER, Mille anni di storia degli zingari, Jaca Book, Milano, 1990, p. 38.
[2] A. ARLATI, "La lunga marcia del popolo zingaro", in Calendario del popolo, n° 52, Teti Editore, Milano, n. 606, febbraio 1997, p. 7.
[3] A.ARLATI, Op.cit. p. 10.
[4] Dal greco classico “intoccabili”, da cui deriva il nome di zingari, tsiganes, zigeuner, cygani.
[5] A. ARLATI, Op. cit., p. 12.
[6] Nasce in queste circostanze il gruppo dei Khorakhané, “portatori del Corano”, rom musulmani.
[7] M.CONVERSO, Rom, Sinti e Camminanti in Italia: l’identità negata in AAVV, Zigeuner-Lo sterminio dimenticato, Roma, Sinnos Ed., 1996, p.83
[8] Italiani di origine albanese.
[9] DE VAUX DE FOLETIER, Op.cit., p.
[10] G. VIAGGIO, Storia degli zingari in Italia, Anicia, Roma, 1997, pp. 19-20.
[11] G. VIAGGIO, Op.cit. p. 23.
[12] A. ARLATI, Op. cit., p. 13
[13] I Rom-Sinti giunsero nel 1418 nel bacino del Reno; nel 1419 in Francia, nella valle del Rodano; in Spagna nel 1425, nei pressi di Saragozza sul fiume
Ebro, e nel 1427 a Parigi; in Inghilterra nel 1480, in Scozia nel 1492, in Portogallo e in Russia nel 1501, in Danimarca nel 1505, in Svezia nel 1512, in
Finlandia nel 1515 e in Norvegia nel 1540.
[14] K. WIERNICKI, Nomadi per forza – Storia degli zingari, Rusconi, Milano, p. 50.
[15] A. ARLATI, Op. cit., pp. 13-14.
[16] G. VIAGGIO, Op. cit., p. 33.
[17] A. COLOCCI, Gli zingari, storia di un popolo errante, Arnaldo Forni Ed., Torino 1889, p. 79.
[18] A.COLOCCI, Op. cit. p. 14.
[19] K. WIERNICKI, Op. cit., p. 45.
[20] F. DE VAUX DE FOLETIER, Op. cit., p. 95
[21] A. ARLATI, Op. cit., p. 14
[22] A. ARLATI, Op. cit., p. 51
[23] A. ARLATI, Op. cit., p. 15
[24] R.HOESS, Comandante ad Auschwitz, Torino, Einaudi, 1997
[25] A. ARLATI, Op.cit., p. 18.
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In Europa
Gli Zingari rappresentano la più grande minoranza paneuropea: sono presenti in quasi tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa. La storia e la cultura degli Zingari fanno parte integrante della storia europea (i primi gruppi documentati giunsero nel 1400). Ma la percezione generale è spesso molto diversa: anche nei Paesi dove gli Zingari vivono da secoli, sono spesso considerati dalla maggioranza della popolazione come “altri”, come stranieri nei loro paesi natali.
Osserva tra le altre cose la “Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dei Rom nell'Unione europea” pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea del 23.02.06:
“(...) la comunità Rom continua a non essere considerata una minoranza etnica o nazionalein tutti gli Stati membri e paesi candidati ed essa pertanto non gode in tutti i paesi dei diritti connessi a tale status”.
Scrive il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Alvaro Gil-Robles nel “Rapporto finale sulla situazione dei Diritti Umani dei Rom, Sinti e Viaggianti in Europa” del febbraio 2006:Nel corso della storia rappresentazioni di “fastidio” “si sono tradotte in manifestazioni di discriminazione e esclusione in tutta l’Europa. La vita degli Zingari è stata caratterizzata dall’isolamento – al massimo fonte di curiosità, e ben peggio vittime di rigetto, violenza e persecuzione. L’apice atroce della persecuzione è stato raggiunto con lo sterminio di circa mezzo milione o più durante l’Olocausto. (...)
Nella maggioranza dei paesi che ho visitato, le popolazioni zingare si scontrano con ostacoli notevoli per esercitare i loro diritti fondamentali, soprattutto per ciò che concerne l’accesso alla sanità, all’alloggio, all’educazione e all’occupazione; inoltre spesso essi sono colpiti molto più degli altri dalla povertà. La discriminazione e il razzismo, che possono sfociare in atti di violenza, restano un grave problema in tutto il continente e costituiscono un ostacolo maggiore al pieno godimento dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.
Il 65 % dei rom in Romania e il 45 % in Bulgaria vive in abitazioni prive di acqua corrente In base allo studio UNDP svolto alla fine del 2001, oltre l’80 % dei rom ha un reddito inferiore alla soglia di povertà nazionale in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia. Secondo lo stesso studio, circa il 45 % dei rom in Ungheria e Slovacchia non dispone di servizi sanitari Interni. Nel 2003, in Slovacchia, oltre l’85 % dei rom in età lavorativa non era inserito ufficialmente nel mondo dell’occupazione. Oltre metà dei bambini delle scuole speciali in Slovacchia era di origine rom nel 2002-2003. Nel 2003, in Germania, solo metà dei bambini rom è andata a scuola; di quelli che vi sono andati, l’80 % frequentava scuole speciali. I bambini rom sono sovrarappresentati nelle scuole speciali anche in Ungheria, Bulgaria, Polonia e Slovenia.
Fonti: Commissione europea, The situation of Roma in an enlarged European Union e Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), Avoiding the dependency trap.
In Italia
La presenza degli Zingari in Italia – nonostante periodici allarmismi – è una presenza esigua e molto diversificata: costituiscono circa lo 0,23% della popolazione. È difficile dire il numero esatto degli Zingari presenti: Non esistono dati statistici ufficiali sulla presenza dei Rom; fino alla metà degli anni novanta le cifre dichiarate (Liegeois, Opera Nomadi, Caritas) erano tra i 90.000 e i 120.000 presenti, di cui più della metà cittadini italiani (Sinti, Rom Abruzzesi, Camminanti Siciliani, Calderasa). Accanto a loro i Rom giunti in Italia dalle diverse Repubbliche dell'ex Jugoslavia da più di trenta anni; i Rom giunti dai Balcani a seguito delle guerre che hanno sconvolto la regione tra il 1991 e il 2000 e - ultimi cronologicamente - gli Zingari provenienti dalla Romania. Con l’arrivo dei Rom dalla Romania – mai censiti in maniera organica – il numero potrebbe essere di circa 120-140 mila. Tra questi circa 70.000 sono cittadini italiani. A questi grandi gruppi si possono aggiungere gruppi minori come un gruppo di Zingari polacchi (in particolare a Novara) o un altro di origine irakeno-francese i Kaulia ( in particolare a Roma e Napoli). A differenza di ciò che comunemente si pensa - che gli Zingari siano un popolo nomade, termine con cui sono indicati dalle istituzioni pubbliche e dai mass media – gli Zingari in Italia sono ormai un popolo che si è quasi totalmente sedentarizzato.
Spesso si parla di zingari come di un unico popolo monolitico, ma come accomunare in un'unica categoria famiglie che abitano in case popolari, altre in case private, altre in ville, altre in campi con luce e acqua, altre in baracche da terzo mondo, altre sui greti dei fiumi o nelle grotte?
Si può davvero parlare indifferentemente dei Kaulia scuri di carnagione provenienti dall'Irak (via Francia), e dei "pallidi" zingari polacchi presenti in nord Italia?
In realtà ciò che li accomuna sono le origini, la lingua e il disprezzo che tutti colpisce.
Gli zingari italiani sono nella maggior parte cattolici. Una parte degli Zingari della ex Yugoslavia e della Romania sono cristiani ortodossi, mentre i bosniaci, i macedoni e i kosovari sono generalmente musulmani.
Sono una popolazione molto giovane circa il 40 % ha meno di 14 anni; è raro trovare nei campi persone anziane, la vita media di un romano è di oltre 80 anni, per uno Zingaro è meno di 50 anni. In una stessa città convivono due mondi completamente diversi.
Se da un lato molti degli zingari cittadini italiani sono considerati stranieri – anche se i loro avi si insediarono qui nel 1400! – d’altra parte molti degli Zingari “stranieri” sono nati in Italia, ma non sono riconosciuti come italiani, anzi spesso non hanno nessuno status giuridico e nessun diritto, sono considerati “clandestini”.
Figli o nipoti di cittadini di uno Stato che non esiste più, non possono ottenere un passaporto, e non sono cittadini italiani perché la legge non lo permette: molti potrebbero essere considerati degli apolidi di fatto.
Come nel resto d’Europa, anche in Italia queste comunità non sono riconosciute come minoranze nazionali, e nella discussione della legge sulle minoranze linguistiche (divenuta poi Legge 15 Dicembre 1999, n. 482 " Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche ") gli zingari sono stati “depennati” in corso di trattazione. Uno dei motivi principali dell’esclusione è stato il loro presunto nomadismo: non “insistono” su un territorio omogeneo.
Esistono peraltro diverse proposte di legge sull’argomento, ma mai discusse.
Non esistono leggi nazionali sui Rom e Sinti, le uniche disposizioni di carattere nazionale sono circolari del Ministero dell’Interno (quindi in un ottica di ordine pubblico). Non hanno dunque un particolare status nella legge nazionale.
I recenti rapporti (tra cui quello del commissario del Consiglio d’Europa per i diritti umani Alvaro Gil-Robles,) hanno messo in luce come gli zingari anche in Italia siano largamente discriminati.
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Simbolo internazionale della popolazione romanì (dal 1971), forse di origine indiana
Zingari, zigani, zingani o gitani sono termini generici usati per indicare un insieme di diverse etnie, originariamente ritenute nomadi. Attualmente il nomadismo interessa solo una minoranza di queste popolazioni che, indipendentemente dalle proprie abitudini, cerca di mantenere l'uso di lingue di origine indiana.
A causa della connotazione negativa che la parola zingari ha assunto, alcuni ritengono politicamente scorretto definirli con questo termine e perciò vengono da alcuni superficialmente o erroneamente anche definiti nomadi (anche se la maggior parte non lo è più),rom (ma non tutti lo sono), sinti (il nome di una delle etnie), oppure in modo totalmente erroneo anche rumeni o slavi a causa della cittadinanza di molti di loro. In realtà non c'è alcuna connessione - neppure etimologica - tra il nome "rom" e il nome dello Stato di Romania, il popolo di lingua neolatina dei rumeni o la lingua rumena, né teoricamente con le popolazioni slave, in quanto i rom e i sinti sarebbero di origine indiana.
Secondo diversi studiosi, il termine corretto da utilizzare sarebbe quello proprio dell'etnia o il termine più generale di popolazione romaní, sostituendo i termini zingaro e zingari, laddove usati come aggettivi, con i corrispondenti aggettivi romanó e romaní.
In Italia, tuttavia, in relazioni di emanazione ministeriale, come ad esempio gli studi del Ministero dell'Interno, si continua ad utilizzare il termine "zingari" per indicare l'insieme delle etnie e l'aggettivo "romaní" viene utilizzato solo in relazione alla lingua propria dei rom e sinti.
In Italia sono presenti diversi gruppi etnici della popolazione romaní: rom e sinti; l'etnia kalé è presente soprattutto in Spagna. Le popolazioni romaní sono in massima parte stanziali e hanno generalmente la cittadinanza del paese in cui vivono.
Origine del termine
La parola italiana zingaro, come il francese tsigane, il portoghese cigano, il rumeno ţigan, l'ungherese cigány e il tedesco Zigeuner, deriva dal greco medievale (Α) τσίγγανοι(A)tsínganoi (greco moderno Τσιγγάνοι, Tsingáni), tribù dell'Anatolia. Non è escluso che l'etimo originario sia indo-ario, atzigan. Un'opinione diffusa all'inizio del XX secolo ne faceva risalire l'origine allo stanziamento in Mesopotamia di popolazioni sire, etiopi e nubiane, in seguito alle vittorie dell'imperatore Costantino V di Bisanzio, che si sarebbero chiamate Athingan, in seguito disperse dalle invasioni turche.
Zingaro e zingano (così come Ατσίγγανος) sono da alcuni autori è fatti risalire a Αθίγγανοι Athínganoi, "intoccabili", nome di gruppi eretici stanziati nelle regioni anatoliche di Frigiae Licaonia; essa avrebbe avuto connotazione, secondo molti, negativa (dato che trattasi dello stesso nome dell'infima "casta-non casta" indiana, i paria, da cui proverrebbero, per esempio, i necrofori).
Altri ritengono invece che la connotazione del significato fosse positiva, portando a sostegno di ciò un documento del 1387 di Nauplia, in Grecia, dove i veneziani confermarono i privilegi agli zingari concessi a loro dai bizantini. Privilegi che ritroviamo per questi popoli in diversi documenti per un centinaio di anni in diversi luoghi dell'Europa, come quella, per esempio, del 1423:
« Noi Sigismundo, per grazia di Dio sempre Augusto Re dei Romani, Re d'Ungheria, di Boemia, di Dalmazia, di Croazia... Per la quale cosa dovunque il detto Ladislao Voivoda e la sua gente giungano nei nostri domini, città e castella, con la presente lettera comandiamo e ordiniamo alle nostre fedeltà che il medesimo L.V. e gli zingari i suoi sudditi, tolto ogni impedimento e difficoltà debbano essere favoriti e protetti e difesi da ogni attacco e offesa. Se poi tra loro stessi sarà sorta qualche zizzania o contesa, allora né voi, né nessun altro di voi, ma lo stesso Ladislao Voivoda, abbia facoltà di giudicare e liberare. »
(da Jean-Paul Clébert, Les Tziganes)
Intorno al XVI secolo il termine avrebbe assunto la connotazione - negativa - che troviamo ancora oggi.
Spesso, per indicare le etnie romaní, vengono usati anche altri nomi meno precisi: ad esempio, in italiano zingari (popolare zingani) e gitani; in inglese gipsies e travellers; in francese gens du voyage, tsiganes e manouches; in spagnolo e in catalano gitanos; in tedesco Zigeuner; inungherese cigány; in polacco cyganie, ecc.
La parola gitano, come l'inglese gypsy, il francese gitan e lo spagnolo gitano alimentava la leggenda di una loro provenienza dall'Antico Egitto e il mito degli zingari discendenti dal figlio di Abramo e della sua schiava Agar, sulla scorta del fatto che Ismaele, nella Bibbia, viene considerato "colui che camminava con Dio" (Gen. 21,20).
Piero Colacicchi sostiene che nomade, riferito ai rom, è un termine ottocentesco, usato non tanto per indicare lo stile di vita di questi quanto piuttosto con intento discriminatorio verso coloro che ritenevano "uomini inferiori" poiché pigri, vagabondi, caratterialmente instabili,in contrapposizione a quello dell'uomo eletto, amante della patria, posato e seguace della morale.
Rom sta ad indicare una precisa etnia di popolazione romaní, ed è il termine con il quale il non-zingaro, oggi, intende indicare, erroneamente, tutti i gruppi di popolazioni romaní; questi, sia kalé, sinti e rom ritengono, da parte loro, che il termine "zingaro" sia offensivo.
Zingari in Europa
Gli zingari di origine indiana in Europa (ovvero zingari di Lingua romaní) sono rappresentati dai gruppi etnici:
-Rom (in Europa centro-orientale)
-Sinti (presenti in Francia, Germania, Spagna e nord Italia), i Manouches in Francia
-Kalé (presenti principalmente in Spagna)
-Romanichals (principalmente presenti in Regno Unito e Galles)
-Romanisæl (principalmente presenti in Svezia e Norvegia)
Ciascuno di questi gruppi contiene al proprio interno ulteriori suddivisioni (sottogruppi).
Popolazioni non-indiane a volte genericamente accomunate sotto lo stesso termine di "zingari":
-"Gens de Voyage" "Les Gitans" (Francia)
Distribuzione storica dei popoli di lingua romanì in Europa
William-Adolphe Bouguereau: giovane zingara (1879)
Quale sia il luogo d'origine del popolo zingaro (ammesso che gli zingari provengano da un unico luogo) è una questione a lungo dibattuta. La maggior parte degli studiosi ritiene essere una regione situata tra India e Pakistan attuali, che verso l'anno mille abbandonarono per sfuggire alle devastanti invasioni di Mahmud di Ghazni. Il principale argomento di tale tesi, comunque variamente circostanziata, è la derivazione indiana della loro lingua, il loro aspetto fisico e le documentazioni storiografiche della loro antica presenza in tali territori.
Non è tuttavia chiaro se la regione indiana sia stata il luogo di origine primitivo della cultura zingara oppure piuttosto una tappa intermedia di una migrazione più complessa, dal momento che tale cultura risulta radicalmente diversa da quelle dell'area indiana: si suppone quindi che debba avere una più antica origine allogena, ancora non identificata, portata da un misterioso popolo ivi migrato e successivamente mescolatosi con stirpi locali e indianizzato nel linguaggio.
Seguendo le tracce linguistiche gli studiosi affermano che nella propria migrazione la popolazione romaní giunse prima in Armenia, ivi stanziando abbastanza a lungo da acquisire anche dalla lingua armena molti vocaboli, tra cui "vurdón" (carro); poi dall'Armenia si spostò verso l'Impero Bizantino.
La prima testimonianza scritta della presenza delle popolazioni romaní in Asia Minore, è un manoscritto agiografico scritto nel 1068 ("La Vita di San Giorgio di Athos" 1009-1065), da un monaco georgiano, George Hucesmonazoni, del Monastero Iviron, sul monte Athos.
In questo scritto viene raccontato un episodio avvenuto nel 1054, durante il regno di Costantino IX Monomaco, nel quale viene utilizzato il termine "atsincani", la versione georgiana delle forme greche "atsinganoi/tsinganoi" (Ατσίγγανος), ritenuta una corruzione della parolaathinganoi, che in greco significa "che non vuole essere toccato/che è intoccabile". In questa testimonianza viene raccontato che Costantino IX aveva portato un gran numero di animali pregiati nel Philopation di Costantinopoli; un giorno però vide delle bestie selvatiche che aggredivano i suoi animali, chiamò quindi "i Simoniaci, discendenti dei samaritani, atsincani" affinché usassero la loro magia per salvare le sue preziose bestie. Nel racconto gli atsincani uccisero gli animali selvatici con carne avvelenata collocata all'interno del parco, facendo credere all'imperatore che si trattasse di magia.
Documenti di epoca posteriore, come un documento scritto tra il 1170 ed il 1178, ad opera del canonista bizantino Teodoro Balsamone, riferiscono di un gran numero di "athinganoi" dall'Asia minore, con serpenti nelle loro ceste, che praticavano la magia della predizione del futuro ed altre pratiche stregonesche "che dicono ad una persona che è nato in un giorno sfortunato, e ad un altro che è nato sotto una buona stella".
L'origine della setta degli Athinganoi non è stata ancora datata per certa e di conseguenza non ci sono elementi per pensare che si trattasse di precursori dell'esodo delle popolazioni rom.
Si stima che la popolazione romaní arrivò in Europa prevalentemente tra il XIV ed il XV secolo.
Migrazioni della popolazione romaní
Si ritiene che i primi immigrati di etnia rom e sinti siano arrivati in Italia nel 1392 come conseguenza della battaglia del Kosovo fra learmate ottomane e quelle serbo-cristiane: con la vittoria delle prime, si affermò l'influenza islamica nei Balcani.[15] Tuttavia le prime testimonianze storiche della presenza della popolazione romaní risalgono al XV secolo e sono costituite principalmente da racconti di viaggiatori e pellegrini in Terra Santa. Per l'Italia sono fondamentali due cronache: la Cronica di Bologna, di autore anonimo, e ilChronicon Foroliviense di frate Girolamo Fiocchi; da questi testi si desume che i primi zingari sono arrivati a Bologna e a Forlì nel 1422(documenti degli archivi municipali, deliberazioni e conti dei comuni in cui compaiono le varie liberalità concesse su richiesta dei rappresentanti degli zingari).
Nei secoli successivi la presenza si consolida in tutto il mondo. Rom, Sinti, Kalé e Romanichals arriveranno ai nostri giorni superando persecuzioni di ogni genere: arresti di massa in Spagna nel XVIII secolo, la schiavitù in Romania (abolita solamente dopo il 1850), icampi di concentramento nazisti ed i sentimenti xenofobi sviluppatisi nell'epoca attuale.
Religione
La popolazione romaní normalmente adotta la religione praticata dalle popolazioni fra cui vivono. Per la stragrande maggioranza sono cristiani: nel nord Europa sono protestanti, inSerbia, Russia, Romania, Bulgaria, Grecia, etc., ortodossi, mentre in Ungheria, Italia, Spagna, Francia, Polonia, Austria, Croazia, Slovenia, ecc. sono cattolici. Nel complesso risultano essere in gran maggioranza cattolici (battezzati). In piccola parte sono musulmani, in alcune zone della Bosnia, della Macedonia e del Kosovo e nei Paesi islamici, dove però sono raramente presenti.
I rom ed i sinti hanno la visione mitica di un mondo diviso tra forze oscure e contrarie, benefiche o malefiche, in perpetua lotta. Le due forze sono Dio e il diavolo. Dio creatore, principio del bene e il diavolo, principio del male, sono ambedue potenti e in lotta tra loro. Il Dio creatore (Del o Devél) è assistito da forze spirituali soprannaturali benigne, dall'altra parte vi sono creature maligne che agiscono nella sfera dominata dal diavolo (Beng). Inoltre essi credono ai santi ed agli spiriti dei defunti (mulé).
Di regola quindi rom, sinti, kalé e romanichals possono essere cristiani cattolici, cristiani ortodossi, cristiani protestanti o musulmani. Essi quasi sempre rielaborano queste religioni inserendo i concetti mitici della loro cultura.
Sposa romanì in Rep. Ceca
Sebbene non esiste uno schema generale della struttura sociale valido per tutte le etnie, si può affermare che fra gli zingari non esistano le classi sociali come si intendono comunemente. Le uniche distinzioni all'interno delle comunità sono quella tra i sessi (maschi - femmine) e quella basata sull'età (giovane - anziano).
Inoltre in primo luogo per lo zingaro conta la famiglia, e precisamente marito, moglie e figli. Al di là del nucleo famigliare vi è la famiglia estesa, che comprende i parenti, con i quali vengono sovente mantenuti i rapporti di convivenza nello stesso gruppo, comunanza di interessi e di affari. Poi esiste la kumpánia, cioè l'insieme di più famiglie estese non necessariamente unite da legami di parentela, ma tutte appartenenti allo stesso gruppo ed anche allo stesso sottogruppo o a sottogruppi affini.
“Gli zingari hanno sempre avuto una netta divisione tra maschio e femmina, ma più come divisione dei compiti, che di potere effettivo, anche se per l'esterno l'uomo rappresenta il capofamiglia. La vita zingara non è scandita da un ritmo temporale. Per loro il primo posto nella scala dei valori è la famiglia. ...Nella famiglia... che è sempre spinta all'autonomia, il prestigio viene conquistato dal capofamiglia per quello che realmente fa e non tanto perché riesce ad imporre la propria volontà ad altre persone.”
Nella popolazione romaní l'ospedale, il medico, il prete ricordano la morte e pertanto i contatti con loro devono essere ridotti al minimo. La donna mestruata e la puerpera sono fonte di impurità e non possono fare vita pubblica o lavare i propri panni insieme con quelli degli altri.Nei rom "vlaχ" (originari della Valacchia), presso i quali il concetto di impurità è più radicato, durante la gravidanzae per quaranta giorni successivi al parto alla neo-mamma non è consentito svolgere alcuna attività (ad esempio cucinare). Al termine del periodo di purificazione, i vestiti indossati, il letto, i piatti, i bicchieri e gli altri oggetti adoperati dalla puerpera sono distrutti o bruciati.
Il matrimonio, che di solito matura in giovane età, è regolato da usanze, che sono diverse da etnia a etnia. Così nei Sinti il matrimonio avviene per fuga (i due giovani si rifugiano per alcuni giorni presso parenti), invece nei rom avviene per "acquisto": quando c'è l'accordo dei due giovani e delle rispettive famiglie, la famiglia dello sposo corrisponde una somma di denaro alla famiglia della sposa a titolo di risarcimento.
Il matrimonio può aversi anche tra persone di diversa etnia o tra un/una romaní e una/un "gağé" (cioè estraneo alla popolazione romaní).
La nascita e la morte sono considerati eventi impuri. Il culto dei morti è molto sentito ed è diffusa la convinzione che il morto, se non debitamente onorato, possa riapparire in forma di animale o di uomo per vendicarsi.
Lingua
La lingua parlata dalle etnie rom e sinti è il romaní, lingua di ceppo indoario, affine al sanscrito e alle lingue moderne dell'India.
Porajmos
Il regime nazista attuò il genocidio della popolazioni romaní, uccidendo 250.000 zingari nei campi di sterminio. Altri 250.000 morirono appena catturati oppure durante il trasferimento verso i lager. I rom ricordano questa tragedia con il termine romaní Porajmos ("devastazione"), analogo a quello con cui si ricorda il più noto sterminio nazista del popolo ebraico, la Shoah ("sterminio") .
Zingari in Italia e in Europa
Nel 2005 e nel 2006 il razzismo nei confronti delle popolazioni gitane è diventato oggetto di attenzione a livello europeo, con l'adozione di una risoluzione del Parlamento europeo, il primo testo ufficiale che parla di "Anti-Gypsyism/Romaphobia" (in lingua inglese) e "antitsiganisme/romaphobie/tsiganophobie" (in lingua francese). Le conferenze internazionali OSCE/EU/CoE di Varsavia (ottobre 2005) e Bucarest (maggio 2006), hanno confermato il termine «anti-Gypsyism» a livello internazionale. (vedi anche: Antiziganismo)
Secondo il Consiglio d'Europain Europa vivono 10-12 milioni di gitani; in alcuni paesi europei (Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia) rappresentano il 5% della popolazione. In base a tali stime, la Romania è il paese con il maggior numero di gitani (nel 2001 ne sono stati censiti 535.140, pari al 2,5% della popolazione). Bulgaria, Spagna e Ungheria hanno ognuna una popolazione di 800.000 gitani, Serbia e Repubblica Slovacca 520.000, Francia e Russia tra i 340 e i 400mila; ma secondo il rapporto Dominique Steinberger del 2000 in Francia vivrebbero almeno un milione di gitani. Nei restanti paesi le presenze maggiori si riscontrano nel Regno Unito (300.000 persone), in Macedonia (260.000 persone), nella Repubblica Ceca (300.000 persone) e in Grecia (350.000 persone).
Le migrazioni di etnie romaní dall'est Europa che hanno interessato l'Italia nel Novecento sono state principalmente le seguenti: alla fine della Seconda guerra mondiale, dalla Croazia di lingua italiana; a cavallo degli anni sessanta e settanta, a seguito al terribile terremoto che devastò la Macedonia (Skopje); dall'anno 1987, con il grande esodo verificatosi a seguito della guerra nella ex Jugoslavia, principalmente dalla Bosnia ed Erzegovina e dal Kosovo; infine alla fine del socialismo reale, quindi dai paesi dell'Europa orientale.
Ragazze rom che danzano
Suddivisioni e presenze in Italia
In Italia la popolazione zingara nel 2007 ammontava a circa 200.000 persone, di etnia rom e sinti. Altre fonti parlano di 130/150 000 presenze, di questi i Rom propriamente detti, di antico insediamento, sarebbero 45.000, di cui circa l'80% è cittadino italiano e il 20% è costituito da rom provenienti dai paesi dell'Est Europa.
Si stima che circa la metà di questa popolazione sia composta da minori, bambini e giovani adolescenti e che solo il 3% supera i 60 anni. Il tasso di natalità è elevato (5/6 figli per i nuclei familiari di nuova formazione); anche il tasso di mortalità è elevato.
In Italia la popolazione romaní si divide in:
Rom italiani (con cittadinanza): circa 90.000, di cui:
-Rom harvati: 7.000 giunti dalla Jugoslavia settentrionale dopo la seconda guerra mondiale. I khalderasha ne costituiscono un sottogruppo.
-Rom lovari: 1.000, che si occupano principalmente dell'allevamento di cavalli (la parola viene dall'ungherese ló, che significa appunto cavallo).
-Rom balcanici: 70.000
-Rom jugoslavi: presenti principalmente in campi del Nord Italia. Meno del 10% dei minori frequenta le scuole pubbliche, bassissimo è il tasso d'impiego degli adulti.
--Khorakhanè ("lettori di Corano"): caratterizzati dalla religione musulmana e provenienti da Kosovo e Bosnia ed Erzegovina, sono il gruppo più numeroso di rom stranieri presente nel Bresciano. La migrazione è avvenuta dalla seconda metà del 1991 fino all'estate del 1993, in concomitanza con l'aggravarsi della situazione bellica nella exJugoslavia
--Dasikhané: caratterizzati dalla religione ortodossa, provenienti da Romania o Bulgaria.
--Rom romeni: sono il gruppo in maggior crescita; hanno comunità a Milano, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Pescara, Genova, ma si stanno espandendo nel resto d'Italia.
-Sinti: 30.000, residenti principalmente in Nord e Centro Italia e un tempo occupati principalmente come giostrai, mestiere che però sta scomparendo e che li costringe a reinventarsi in nuovi mestieri, da rottamatori a venditori di bonsai.
-30.000 nel Sud Italia, distinguibili in:
--Rom abruzzesi e molisani, giunti in Italia al seguito dei profughi arbëreshë dall'Albania dopo la battaglia di Kosovo Polje nel 1392, parlano romanì mescolato ai dialetti locali e praticano l'allevamento e il commercio di cavalli, oltre che, nel caso delle donne, la chiromanzia (romnìa). Diversi nuclei sono emigrati in vari centri del Lazio a partire dal Novecento
--Rom napoletani (napulengre), ben integrati, fino agli anni settanta si occupavano principalmente della fabbricazione di attrezzi da pesca e di spettacoli ambulanti.
--Rom cilentani: 800 residenti ad Eboli, con punte di elevata alfabetizzazione
--Rom pugliesi, si dedicano in maggioranza all'agricoltura ed all'allevamento di cavalli (alcuni di loro gestiscono macellerie equine)
--Rom calabresi: uno dei gruppi più poveri, con 1550 ancora residenti in abitazioni di fortuna
A questi si aggiungono i clandestini, il cui numero non è stabilito.
Suddivisioni, presenza e regolamentazione in Europa
-Francia: si stimano 340/400 000 presenze Rom/Sinti/Manouches. La legge Besson del 5 luglio 2000 (preceduta da una regolamentazione già attiva con la legge 69-3 del 3 gennaio 1969) prescrive che ogni città con più di 5.000 abitanti deve allestire uno spazio a disposizione per gli itineranti. A loro vengono riservate particolari condizioni di stazionamento e fornitura di acqua e di elettricità a patto che abbiano "les carnets de voyage" rilasciati dalle prefetture e ripartiti in 3 categorie (vedi pagina Sinti) - La legge Besson prevede anche un programma immobiliare di case da dare in affitto agli zingari stanziali e terreni familiari su cui costruire case per famiglie semistanziali. Con Sarkozycome ministro dell'interno, nel febbraio 2003, sono state introdotte sanzioni per chi non rispetta le regole dei campi. Chi occupa abusivamente un'area pubblica può essere arrestato e il suo mezzo può essere sequestrato .
-Germania: si stimano 130 000 presenze che la legge considera «minoranza nazionale» dando loro diritti e doveri. A partire dagli anni sessanta, la Germania ha accolto gran parte di rom in fuga con un progetto di welfare, dando loro possibilità di lavorare e sostenendoli sia con case popolari che con sussidi per il vitto.
-Grecia: si stima una presenza di 200.000 su una popolazione di 10.000.000 di abitanti.
-Spagna: la stima è di circa 800 000 presenze rom/sinti/kalè, la Spagna ha una delle comunità nomadi più popolose, occupando in Europa il terzo posto: al primo posto c'è laRomania e al secondo la Bulgaria. Dalla fine degli anni ottanta ha elaborato un programma di sviluppo stanziando annualmente tre milioni di euro; ad essi si aggiungono i finanziamenti delle regioni e delle ONG. È stato istituito un ufficio che coordina le politiche sociali per gli zingari.
-Irlanda e Regno Unito: 19.000 Irish Travellers in Irlanda e tra 20.000 e 30.000 Irish Travellers nel Regno Unito, di cui 1.900 in Irlanda del Nord
La prima notizia che si ha degli zingari in Spagna - di etnia Kalé - risale al 1415, quando attraversarono i Pirenei e si stanziarono nella penisola iberica. Probabilmente la comunità dei Kalè spagnoli rappresenta uno degli esempi più proficui di convivenza ed integrazione storicamente verificata tra popolazioni europee e popolazioni romaní, avendo prodotto un sostanziale adattamento culturale della seconda (in questo caso del tutto stanziale) alla realtà sociale ed economica locale senza che si sia verificata completa assimilazione.
Condizioni abitative in Italia
Nel decidere la propria collocazione abitativa, gli zingari tendono a preservare l'unità della famiglia estesa (comprendente fino a 60 persone), cercando allo stesso tempo di non mescolarsi con altri gruppi.
La maggior parte degli zingari in Italia è stanziale e vive in aree attrezzate, o in case popolari e alloggi costruiti dai comuni o enti pubblici in aree specifiche o in case di proprietà o in affitto.
Esistono numerosi "campi nomadi" autorizzati dai comuni, dove le abitazioni sono costituite da container, roulotte, tende e baracche. Le condizioni igieniche e di sicurezza abitativa sono talvolta precarie, non sono rari gli incendi e gli incidenti mortali dovuti all'utilizzo di candele (spesso manca l'elettricità). Oltre ai campi autorizzati, esistono diversi campi abusivi, abitati principalmente da rom dell'est Europa.
Sono stati compiuti tentativi di creare micro-villaggi che permettessero alla popolazione romaní di preservare la propria struttura familiare e al tempo stesso innalzare i propri standard abitativi e sociali, talvolta con risultati positivi:
-Area residenziale per famiglie rom del "Guarlone" a Firenze. L'esperienza in questo caso ha dato esito positivo poiché a dieci anni di distanza, l'area residenziale ed i suoi abitanti fanno parte integrante del quartiere, [...] e l'attenzione con la quale gli abitanti curano l'area smentisce lo stereotipo del rom secondo il quale "non è abituato a vivere in casa e vive nello sporco";
-un villaggio rom è stato costruito a Cosenza nel 2001.
-un altro villaggio è stato costruito ad Arghillà, quartiere periferico di Reggio Calabria
di Wolftraud De Concini
Un popolo in diaspora, perseguitato e violentato, che ha forti tradizioni letterarie e artistiche
Oggi molti sono sedentari, studiano o lavorano. Ma i più poveri sono costretti ai campi
http://www.nonluoghi.info/old/rom6.html
E' certamente un popolo strano quello che non ha un verbo per tradurre il termine "avere", che designa il ieri e il domani con la stessa parola, un popolo senza patria e senza guerre. E' un popolo, quello degli zingari, che suscita, dovunque si presenti, fortissime reazioni: di benigna curiosità o di categorico rifiuto.
Zingaro barone - o zingaro di strada? Non c'è al mondo un altro popolo attorno al quale opinioni e giudizi si dividano come attorno agli zingari. Mitizzati e invidiati dagli uni, vengono disprezzati e perseguitati dagli altri, per cui è sempre difficile distinguere la verità dall'invenzione, la realtà dalla romanticizzazione o dallo spregio. Per tanta divergenza di opinioni c'è, probabilmente, una spiegazione: il non conoscere gli zingari, il non sapere niente della loro origine, della loro storia, della loro vita.
Chi sei? da dove vieni? sono domande che gli zingari stessi si sono poste raramente. Esistono. Esistono oggi. Il passato e il futuro sono la stessa cosa: sono taissa, sono "ieri" e "domani" espressi con la stessa parola. Interessa solo il giorno presente. Vivono oggi, mangiano oggi, si divertono oggi, piangono oggi. Lo ieri è ormai passato e dimenticato, il domani si vedrà. E' una mentalità fatalista dovuta sicuramente alle origini orientali degli zingari.
Le similitudini linguistiche con il sanscrito
Per secoli erano state formulate le teorie più fantasiose sull'origine degli zingari, quando nell'Ottocento alcuni linguisti cominciarono ad osservare notevoli similitudini tra la lingua zingara e il sanscrito. Basti citare qualche esempio: la parola zingara kalo "nero" deriva dal sanscrito kala, rat "sangue" da rakta, rup "argento" da rupya, bal "capelli" da vala. E si potrebbero trovare molte altre similitudini, anche con dialetti dell'odierna India nord-occidentale e del Pakistan.
Partendo dalla linguistica, si è potuto concludere che la terra d'origine degli zingari sia l'India. Si presume che attorno all'anno 1000, ma forse anche prima, abbiano cominciato il loro lungo viaggio verso occidente, per motivi finora mai chiariti. Prestiti linguistici, raccolti "per strada" e tuttora presente nel romanes, cioè nella lingua degli zingari, ci permettono di seguire la loro rotta di viaggio: attraverso l'Afghanistan, l'Iran, l'Armenia, la Turchia e la Grecia giunsero ai Balcani, per apparire in Italia ai primi anni del Quattrocento.
Non passarono inosservati: la pelle scura, i vestiti sgargianti di foggia orientale li rendevano "diversi" fin dalla prima comparsa in Europa. Per essere accolti si dichiaravano pellegrini, per guadagnarsi da vivere facevano gli indovini, lavoravano il rame e l'argento, addestravano orsi per farli ballare in strada, si esibivano come musicisti ambulanti. E viaggiavano, viaggiavano sempre: per scelta e "vocazione" - oppure perché non fu mai permesso loro di fermarsi, perché furono sempre cacciati?
Una storia di persecuzioni
La storia degli zingari, infatti, è una storia di scontri continui con la società non-zingara, maggioritaria, che ha opposto e oppone a loro, gli eterni "altri", divieti, proibizioni e rifiuti. A cominciare dal XVI secolo gli zingari furono, assieme agli ebrei, espulsi e perseguitati dai grandi stati nazionali che si stavano formando, perché considerati, nella loro "diversità", elementi di disturbo nella unificazione e nel senso di unità dei popoli. In certe epoche gli zingari potevano essere uccisi impunemente, in Romania furono schiavizzati per 400 anni (fino ad oltre la metà del secolo scorso). Ma nessuna persecuzione fu così sistematica come quella nazista quando nei campi di concentramento tedeschi morirono mezzo milione e forse più di zingari: a Dachau e a Ravensbrück, dove donne e bambine zingare furono sterilizzate, a Auschwitz-Birkenau, dove fu tenuto un libro che riporta, annotati con incredibile acribia, i nomi di 20.946 zingari, a Natzweiler-Struthof, nell'Alsazia francese, dove furono sottoposti a vari e mortali esperimenti medici, a Buchenwald da dove furono ceduti alle grandi società farmaceutiche per 170 marchi per "capo": un olocausto troppo spesso dimenticato.
Secondo le stime, in Europa vivono oggi dai nove ai dieci milioni di zingari (sono sette-otto milioni nei paesi dell'Europa orientale), in Italia 110.000-120.000, di cui la maggioranza è di cittadinanza italiana. Quelli presenti da secoli nel nostro paese si dividono in due gruppi principali: i Sinti e i Rom, distinti tra di loro per dialetto, usanze, caratteristiche somatiche, occupazione.
I rom artigiani e commercianti, i sinti artisti di strada
Mentre i Rom (che di prevalenza si trovano al centro e al sud dell'Italia) sono abilissimi artigiani del rame e commercianti, una volta di cavalli, ora di macchine, i Sinti erano da sempre dediti allo spettacolo di strada, ai circhi (sono di origine sinta le grandi famiglie di circensi come gli Orfei e i Togni), alla musica.
Le tracce del cammino millenario si trovano anche nella musica zingara che ha una forte, evidente matrice orientale - ma che "zingara" non è. I musicanti zingari hanno da sempre dimostrato grande abilità nella reinterpretazione della musica dei luoghi in cui si trovavano, assorbendone gli elementi più tipici. Il risultato è una musica dall'identità inconfondibile, attraverso la quale gli zingari riescono ad esprimere meglio di altri tutta la scala dei sentimenti, dalla profonda tristezza alla più sfrenata allegria.
La musica ha fatto sì che gli zingari, nel corso dei secoli, si siano trovati in situazioni paradosse: mentre i musicisti, virtuosi nati e bravissimi interpreti (basti pensare all'immagine, stereotipizzata, del focoso violinista tzigano!), erano richiesti alle corti europee, il popolo zingaro veniva maltrattato e bandito dai paesi. I musicisti zingari invece dovevano divertire, distrarre: nelle feste popolari come ai matrimoni, nei balli di corte, nei reclutamenti di piazza come nelle marce verso i forni crematori dei campi di annientamento nazisti.
La tradizione letteraria
E' facile trovare nella letteratura colta figure di zingari: la "Gitanilla" di Cervantes e la "Carmen" di Prosper Mérimée sono solo due degli esempi più famosi del passato. Nel nostro secolo è Federico Garcia Lorca che, con il "Romancero gitano" e il "Poema del cante jondo", dà voce e corpo agli zingari. Fino a poco tempo fa era invece raro, se non impossibile, incontrare tra i Sinti e i Rom autori di testi letterari. Da quando però gli zingari - o meglio: una ristrettissima élite tra di loro - hanno cominciato a confrontarsi con il mondo dei gage (come sono chiamati da loro i non-zingari), hanno imparato ad usare anche le loro forme di espressione artistica e poetica.
Scrivono romanzi e poesie: delle volte in romanes, più spesso però nella lingua del paese che li ospita.
Nonostante i tanti tentativi di repressione nei loro confronti, gli zingari sono rimasti fedeli al romanes, che è parlato, seppure con molte varianti dialettali, da quasi tutti gli oltre dodici milioni di zingari nel mondo - come sono rimasti fedeli anche a certe tradizioni e valori culturali di derivazione orientale. Solo qualche esempio: quando una famiglia zingara si sposta, porta con sé - per piccola o grande che sia la roulotte - varie bacinelle per usi ben distinti: per lavare il corpo, per lavare i piatti, per lavare la biancheria. Nel passato, i vestiti degli adulti venivano lavati separatamente da quelli dei bambini (e questi preferibilmenti nell'acqua limpida di una sorgente) per evitare contaminazioni: sono precetti di purezza che gli etnologi riconducono all'origine indiana. E quando muore uno zingaro, presso molti gruppi si usa ancora oggi (come vuole anche la tradizione indù) bruciare tutti i suoi beni personali, dai vestiti alla roulotte. Come non esiste un verbo per tradurre il termine "avere" (bisogna comporlo con un "a me è, a te è...), così non esiste eredità. Ogni zingaro deve costruirsi il suo patrimonio da solo, come gli zingari hanno sempre dovuto cominciare daccapo, ogni giorno, dovunque arrivassero dopo viaggi lunghi e faticosi.
Un popolo in diaspora
Gli zingari sono, come gli ebrei, un popolo in diaspora, senza precisa dislocazione geografica: un popolo senza patria, l'unico popolo del mondo senza patria - e quindi anche l'unico popolo al mondo che non abbia mai combattuto una guerra. Ma come avrebbe potuto svilupparsi il concetto di patria in un popolo continuamente espulso e cacciato?
Nemmeno a Saintes-Maries-de-la-Mer, che gli zingari hanno fatto conoscere al mondo con il loro colorato, intenso pellegrinaggio annuale in onore della "loro" Santa Sara, i gitans erano sempre i benvenuti. Fino verso la metà degli anni Trenta (del nostro secolo, non del medioevo!) erano banditi dalla chiesa: potevano assistere alla messa solo dalla piccola cripta, rigorosamente divisi, con cancelli chiusi a chiave, dalla comunità degli "altri" fedeli. E anche oggi, finita la festa del 24 e 25 maggio, devono andarsene al più presto possibile.
In Europa molti diventano sedentari e hanno una casa
Parecchie cose sono cambiate negli ultimi tempi. Tra gli zingari europei vi sono oggi stimati professionisti, valenti artisti, scrittori e musicisti - e ultimamente anche un santo: il gitano Zeffirino Giménez Malla, detto El Pelé, fucilato nel 1936 in Spagna, è stato beatificato nel 1997 da Papa Giovanni Paolo II. Anche in Italia vi sono molti che, senza negare il loro essere zingari, si sono sedentarizzati, studiano e lavorano. Vivono in modo totalmente diverso da quello, tanto enfatizzato da certa televisione e stampa, dei grandi campi zingari, degradati, disumani e umilianti, alle periferie delle città - campi dove si sono insediati soprattutto gli "ultimi arrivati" e quindi i più poveri: quelli scappati, nel corso degli ultimi decenni, da paesi dell'Europa orientale.
Ma lo zingaro resta un outsider
Anche oggi, comunque, lo zingaro è ancora un outsider. E' accettato e diverte quando si presenta, con la sua ammiccante furbizia e la sua secolare saggezza, nei film, come nel "Tempo dei gitani" e nel "Gatto bianco, gatto nero" di Emir Kusturica, oppure quando si esibisce, come i Gipsy Kings o i Tekameli, sui grandi palcoscenici. Ma nella realtà quotidiana rimane tuttora, e solo raramente per propria scelta, fuori dalla società che lo circonda: rimane "alle porte della città", come dice Olimpio Cari, zingaro, in una sua poesia.
Alle porte della città / aspetto un sorriso. / Tu hai ballato nel bagliore del fuoco, / con la musica del mio violino, / ma non hai visto la mia tristezza. / Alle porte della città / aspetto una mano. / Sei venuto nella mia tenda, / ti sei riscaldato al fuoco, / ma non hai calmato la mia fame. / Alle porte della città / aspetto una parola. / Hai scritto lunghi libri, / hai posto mille domande, / ma non hai aperto la mia anima. / Alle porte della città / aspettano con me / molti zingari.