Questo testo è per offrire ai nomadi uno strumento per recuperare la Bibbia come loro libro. Mentre il sedentario quando legge il testo sacro deve attualizzarlo alla propria situazione e in qualche modo “rileggerlo”, il nomade deve solo leggerlo.
Il testo sacro non deve essere riportato e rivisitato in una cultura diversa, no, la Bibbia per il nomade è il libro della sua storia e della sua cultura.
Chi scrive queste prime pagine ha già fatto l’esperienza della sedentarizzazione, della terra coltivata e della città e riconosce questo un grande dono di Dio. Specialmente l’autore di queste pagine ha già riflettuto a lungo sulla terra promessa e ha concluso che la terra è un grande dono. Scrivendo queste pagine del Genesi poste all’inizio della Bibbia (mentre vengono dopo molti altri libri) chi scrive ha pure capito che “l’uomo nel benessere non intende e diventa come le bestie” (Sal. 48).
E’ espressa nelle pagine una nostalgia per il passato, per il tempo dei Patriarchi quando nella vita nomade sembra all’autore che fossero più vicino a Dio e sulla strada più giusta, così nasce questa apologia del nomadismo: la tesi è la seguente: “Dio dà o promette all’uomo una terra (è un bene oggettivo) ma quando l’uomo si ferma (nel benessere) si corrompe e Dio lo deve nuovamente mandare via a riprendere la vita nomade”.
Per l’uomo sedentario che diventa cattivo, Dio deve usare il castigo, mentre nel cammino si rivela e fa promessa di un’altra terra.
Il primo dono che il Creatore fa all’uomo e alla donna, dopo aver dato loro la vita, offre una terra veramente benedetta, “un paradiso di delizie” (Gen. 2, 8) dove “fa spuntare dal suolo ogni sorta di alberi che danno frutti soavi al gusto e belli a vedersi” (Gen. 2, 9) mentre dopo il castigo l’uomo dovrà ricavare i frutti con tanto sudore (Gen. 3, 17) e ancora l’uomo è posto come custode (Gen. 3, 15) nobilissimo incarico che dopo la condanna verrà dato ai Cherubini stessi (Gen. 3, 24).
Tutti i particolari di questo dono che è la terra ci dicono quale grande regalo è la terra stessa che dalle mani di Dio viene data all’uomo. E così lungo i secoli questo ricordo si trasforma in una Terra Promessa che potrà almeno assomigliare a questa terra del primo mattino del mondo.
Così Dio, ponendo l’uomo sulla strada nella foresta e nel deserto, gli promette sempre una terra dove abitare.
Comincia la storia.
L’uomo è nel benessere e nel benessere fa ciò che è cattivo agli occhi di Dio (Gen. 3). L’uomo si è corrotto e ha peccato e così la prima terra, benedetta nel primo giorno della creazione, diventa maledetta (Gen. 3, 17) da Dio stesso e l’uomo e la donna vengono cacciati.
Dio toglie ai progenitori la terra benedetta, ma promette subito un’altra terra da coltivare. Il cammino in questo caso è breve: il tempo di imparare a vestirsi e a coltivare la terra.
I due figli diventano il prototipo del bene e del male. Caino continua il lavoro dei campi (Gen. 4, 1), il lavoro del padre, il lavoro che dà più sicurezza e normalmente anche più benessere e diventa nelle mani dell’autore biblico simbolo del peccato.
Abele continua il cammino e diventa nomade (Gen. 4, 2). Non vuole rischiare di rimanere in una terra simile a quella in cui i suoi genitori si sono corrotti e per questo maledetta.
Abele in cammino, pastore in terre meno fertili di quelle del fratello, vivendo una vita più dura, rotto le tende diventa prototipo del bene.
Caino e Abele fanno un sacrificio (Gen. 4, 3-4). Il testo, apparentemente senza spiegazioni, dice solo che il sacrificio di Abele fu gradito a Dio mentre quello di Caino non fu gradito affatto (Gen. 4, 4-5). Il contesto di questi primi capitoli della Bibbia, essendo un inno al nomadismo, dice chiaro come Dio gradisce la vita dura del nomade e meno quella del sedentario, che è più facile, e può portare al peccato.
Abele, quindi simbolo del bene, viene sacrificato (Gen. 4, 8), mentre Caino, dopo aver ucciso il fratello, deve confrontarsi con Dio. Lo schema che segue è lo stesso della cacciata dal Paradiso. Caino viene cacciato dalla vita sedentaria (che offre più tentazioni) e viene forzato a vivere la vita nomade (Gen. 4, 11).
Caino si lamenta e presenta i pericoli: “chiunque mi incontrerà potrà uccidermi” (Gen. 4, 14). Dio non aveva punito con la morte Adamo e nemmeno punisce con la morte Caino, ma gli offre la sua misericordia. Il regno della misericordia (Gen. 4, 15) è posto su Caino e da questo momento il peccatore perdonato diventa il Padre dei nomadi.
A renderci Caino una figura positiva è che nel suo ravvedimento, prima di preoccuparsi della propria vita, si lamenta che, cacciato, non potrà più vedere il volto di Dio (Gen. 4, 14).
Ora Caino riparte non solo con un segno di misericordia, ma lui stesso diventa segno della misericordia di Dio e trova subito una terra dove abitare a oriente dell’Eden (Gen. 4, 16).
Il primo figlio di Caino, Enoc, costruisce subito la città di Enoc e inizia di nuovo la vita sedentaria, quindi la benedizione di una terra, il benessere, ma vedremo anche che in questa vita sedentaria presto la corruzione griderà verso il Cielo (Gen. 6, 5).
Per l’autore biblico alla sesta generazione di Caino riprende la vita nomade: i figli di Lamec e delle due madri Ada e Sella sono i nomadi conosciuti al tempo della stesura del testo: “Ada partorì Iabel, che fu il padre di coloro che abitano sotto le tende e dei pastori. Il nome di suo fratello fu Iubal, il quale fu padre dei sonatori di cetra e d’organo. Sella partorì anche Tubalcain, che lavorò col martello e fu artefice in ogni sorta di lavori di rame e di ferro (Gen. 4, 20-22).
Infatti la cultura beduina si era sviluppata da oltre 1.200 anni, così i nomadi lavoratori dei metalli avevano già lasciato molti segni nella archeologia del tempo.
Dopo aver presentato Caino, perdonato e riabilitato nella sua discendenza che sceglie di nuovo il nomadismo come Abele, lo stesso Caino non viene più preso in considerazione.
Tra i sedentari che vivono nella città di Enoc, figlio di Caino, e gli altri figli di Adamo, la vita piacevole (Gen. 6, 1-2) e il potere nella figura dei giganti (Gen. 6, 4) fa vedere che si va verso la corruzione nuovamente, al punto che Dio si pente di aver creato gli uomini (Gen. 6, 5). Adesso li dovrà cacciare di nuovo e fare ancora l’esperienza del nomadismo per poi dare nuovamente una terra.
L’Autore non vuole scegliere il nuovo servo di Dio e Patriarca delle future generazioni tra i figli di Caino: il peccato di fratricidio era stato troppo grave e quel nome di Caino, anche se perdonato, era meglio lasciarlo nell’ombra.
L’Autore sceglie il nuovo patriarca ancora nella discendenza di Adamo, nella persona di Noè che trovò grazia dinanzi al Signore e fu uomo giusto e perfetto (Gen. 6, 8-9). Noè è la decima generazione di Adamo.
Il bisnonno di Noè, Enoc, camminò con Dio. Si sottolinea due volte questa azione di camminare anche se è figurativa e questo pellegrinaggio con Dio merita ad Enoc di non vedere la morte, ma di essere rapito al cielo (Gen. 5, 22-23). Anche di Noè si usa lo stesso linguaggio e si dice anche di lui che camminò con Dio (Gen. 6, 11).
E’ bene ancora non lasciar sfuggire il particolare del nome che viene scelto per il padre di Noè, cioè Lamec (Gen. 5, 28-29) ed è lo stesso nome che è registrato nella discendenza di Caino come padre dei nomadi (Gen. 18b seg.).
Noè in mezzo a tanta commozione viene incaricato di salvare la propria famiglia e pure la famiglia degli animali (Gen. 6, 13ss.) Infatti Dio manderà il diluvio che sterminerà ogni vivente. Noè con la sua famiglia fa l’esperienza di 40 giorni di nomadismo puro. Non sa dove va. E’ portato dalle onde solo affidato a Dio. Dio però dà nuovamente una terra benedetta (Gen. 8, 21-22). Là si moltiplicano figli e figlie e costruiscono città come Babilonia (Gen. 10, 10), Ninive (Gen. 10, 11) e molte altre (Gen. 10).
Ora queste popolazioni sedentarizzate non solo hanno costruito le città, ma vogliono costruire il Simbolo della città: Babele, una città la cui cima della torre tocchi il cielo (Gen. 11, 4). Questi popoli nella vita della città e comunque nella vita sedentaria si corrompono non solo facendo azioni malvagie tra di loro, ma arrivano a sfidare Dio, vogliono toccare il cielo.
Così la terra data da Dio, quindi benedetta, abitata dagli uomini sedentarizzati (abitanti di città) diventa maledetta e Dio dovrà nuovamente cacciarli e disperderli. E’ così che Dio decide di confondere le loro lingue (Gen. 11, 7). Furono in questo modo, nuovamente dispersi e “cessarono di costruire città” (Gen. 11, 8b) e ricevono ora non una terra ma tutta la terra (Gen. 11, 9).
L’Autore riporta nuove genealogie e lascia intravedere che anche questa volta la vita della città è un grande rischio per cui Dio previene il peggio e salva almeno uno di nome Abramo con la sua famiglia (Gen. 12, 1). Dio invita Abramo ad uscire dalla città, lasciarla definitivamente e riprendere la vita nomade, senza sapere dove andrà. Dio promette un’altra terra. E il Signore disse ad Abramo: “Parti dalla tua terra, dal tuo parentado e dalla casa di tuo padre e vieni nel paese che io ti mostrerò” (Gen. 12, 1).
La terra di Canaan è la prima terra che Dio promette ad Abramo, ma sarà solo per i suoi discendenti (Gen. 12, 7), poi Abramo va in Egitto (Gen. 12, 10ss) torna in Canaan (Gen. 13) e i figli e servi e animali di lui e del nipote Lot si moltiplicano al punto che devono separarsi.
Lot si scelse il paese intorno al Giordano (Gen. 13, 11), era una terra molto preziosa agli occhi di Lot e l’autore biblico ci tiene a sottolineare che era irrigata come il Paradiso del Signore (Gen. 13, 10). Si ripete lo schema. Anche a Lot Dio dà una terra, ma subito il nostro pastore è attratto dalla vita sedentaria e va ad abitare nella città di Sodoma (non distante da Gomorra).
La vita della città è certamente più piacevole di quella dei pastori, ma nella vita sedentaria è difficile mantenersi onesti e per questo Dio incontrando Abramo dice che vuole andare a vedere se in Sodoma e Gomorra la vita è onesta.
Intanto Abramo va ad abitare nella valle di Mambre (Gen. 13, 18). Da questo punto lo schema sedentarizzazione (città) – corruzione – cacciata – un’altra Terra Promessa prende dimensioni molto più ampie ma molto significative.
La Genesi fino al Cap. 50 narra la storia di questi grandi Patriarchi: Abramo, Isacco e Giacobbe, nella loro vita benedetta sotto le tende, dove si moltiplicano i greggi e le ricchezze (in questo contesto) segno di benedizione di Dio.
Uno dei fatti importanti che dobbiamo prendere in considerazione è quello di Lot in Sodoma dove la corruzione è grande e dalla quale viene cacciato. In realtà già un’altra volta Lot era stato strappato dalla città di Sodoma durante una sconfitta (Gen. 14, 12), ma dopo che Abramo lo salvò dai nemici (Gen. 14, 16) tornò a vivere in città.
Dopo altri avvenimenti Dio confida ad Abramo il quale visse sempre in tenda (Gen. 18, 1), ciò che sta per fare a Sodoma e Gomorra e dice: “Il grido contro Sodoma e Gomorra si è fatto più forte e il loro peccato è diventato troppo grande” (Gen. 18, 20). Dio nella figura di due angeli scende a Sodoma e va nella casa di Lot (Gen. 19, 3). Gli angeli erano andati per rendersi conto se proprio c’era tanta corruzione come si sentiva dire (Gen. 18, 21).
Dopo cena gli uomini della città assaltarono la casa di Lot per fare violenza ai due ospiti (Gen. 19, 4-5) e Lot arrivò al punto di essere disposto a dar nelle loro mani le sue due figlie vergini purché non venisse profanata l’ospitalità (Gen. 18, 6-11) (l’ospite è sacro per quasi tutte le popolazioni nomadi). E’ venuta l’ora di fuggire: “alzatevi, uscite da questo luogo perché il Signore sta per distruggere questa città” (Gen. 19, 14).
Poiché tardavano ad uscire, gli angeli presero per mano Lot, la moglie e le figlie “e lo condussero via e lo misero fuori della città” (Gen. 19, 17) e poi gli imposero di non fermarsi, di non voltarsi nemmeno indietro, e di non fermarsi nelle vicinanze, ma correre sulle montagne (e riprendere la vita nomade) (Gen. 19, 17b).
Lot comunque chiede ancora di fermarsi in una città piccola (Gen. 19, 20) e il Signore glielo concede, ancora per un momento, finché capisca definitivamente la lezione.
Il Signore allora fece piovere fuoco zolfo dal cielo e distrusse la città e i dintorni, con tutti gli abitanti della città e con tutta la coltivazione (Gen. 19, 24-25) la vita sedentaria ancora una volta è distrutta.
La moglie di Lot essendosi voltata indietro (Gen. 19, 26) e cioè provando ancora sentimenti di nostalgia per ciò che stava perdendo, diventò una statua di sale (Gen. 19, 26b). Quando Lot vide con i suoi occhi la distruzione di Sodoma e Gomorra, e specialmente il benessere e il peccato che rappresentavano, non si fermò più nella piccola cittadina di Seor, ma scappò anche di là e fuggì sui monti e riprese il cammino distante dalla città vivendo in una caverna (Gen. 19, 30).
Il binomio nomadismo e vita sedentaria continua nelle seguenti pagine. Al capitolo 25, 27 ci incontriamo con la storia di Esaù e Giacobbe; Esaù è l’uomo dei campi, della coltivazione ed è certamente più sfortunato del fratello Giacobbe che è nomade, vive sotto le tende ed è pacifico. Ricordano un po’ Caino e Abele, il sedentario e il nomade per eccellenza: Esaù non arriva ad uccidere il fratello come aveva fatto Caino ma desiderò di farlo (Gen. 27, 41).
Giacobbe con astuzia si fa vendere letteralmente la primogenitura (Gen. 25, 27-34) e riesce pure a ricevere la benedizione del padre (Gen. 27, 1-40). Dio accompagna Giacobbe lungo tutto il suo cammino (Gen. 35, 3) abitando “vicino alla città” e “in tende” (Gen. 33, 17-20).
Giacobbe fino alla fine della sua vita vive da nomade come lo era stato suo padre Isacco e suo nonno Abramo (Gen. 35, 27b). Merita ricordare che Giacobbe, mentre benedice i due figli di Giuseppe, paragona se stesso a una pecora guidata ai pascoli fin dalla sua adolescenza da Dio stesso, il Grande Pastore (Gen. 48).
L’inizio dell’Esodo prepara l’avvenimento centrale della apologia del nomadismo che è presentato dalla Bibbia. Da un lato c’è l’Egitto con le sue città e il suo benessere. In questo Paese il popolo Ebreo era conosciuto e diventato forte dal tempo in cui Giuseppe, uno dei figli di Giacobbe, era diventato viceré d’Egitto. Il popolo, diventato numeroso, suscitò le paure del Faraone che cominciò ad opprimerlo con una dura schiavitù.
Dio vuole liberare il suo popolo da quelle città e da quel benessere che porta al peccato, allora lo porta via con mano potente, prima attraverso la schiavitù che però è ancora preferibile alla vita del deserto (Esodo 16, 3) dove il popolo tornerà ad essere nomade per 40 anni.
Si prepara così il giorno del Passaggio dalla vita sedentaria a quella nomade: “Questo giorno sarà per voi un memoriale e lo celebrerete con perpetuo culto di generazione in generazione come giorno solenne del Signore” (Esodo 12, 14).
Il capitolo 14 dell’Esodo descrive con toni altamente epici il grandioso passaggio del Mar Rosso dopo che Mosè stese il bastone sulle acque e le separò, in modo che il popolo poté uscire dalla terra d’Egitto, simbolo di benessere, di tentazione, peccato e da ultimo di schiavitù. Ma la schiavitù era già il primo passo della tormentosa liberazione preferibile di gran lunga alla terribile esperienza del deserto, dove il popolo dice a Mosè: “Ah, quanto era meglio morire per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando (nonostante la schiavitù) sedevamo attorno alle caldaie della carne, mangiando pane a sazietà!” (Esodo 16, 3) (Numeri 16, 13-14).
Adesso Dio, per mano di Mosè, dovrà rieducare il popolo che Dio stesso si è scelto attraverso la vita nomade veramente dura, nel deserto. Ribellioni ripetute da parte del popolo, punizioni e tanta misericordia da parte di Dio e del suo servo Mosè.
Nascono in questo tempo le leggi e le prescrizioni che dureranno per i secoli. E’ bene ricordare che il Tempio, la casa di Dio, in questo tempo non è una costruzione simile ai palazzi dei Re, ma è una tenda, una Grande Tenda (Esodo 26) segno della presenza di Dio. E non si dimentichi che all’epoca dei Re, quando sarà costruito il Tempio di Gerusalemme, continuerà ad avere nel cuore dell’Edificio la grande tenda o Tabernacolo per alimentare nella memoria del popolo che Dio continua ad abitare in tenda.
Viene poi stabilita una delle grandi festività (una delle sei feste più grandi) che è chiamata Festa dei Tabernacoli, cioè delle tende (Levitico 23, 33-44). Le Feste dei Tabernacoli durano sette giorni. Il 15 del settimo mese iniziano le festività in onore del Signore (Levitico 23, 34) e dureranno sette giorni. Dio ordina a Mosè per le feste delle tende: “Per sette giorni abiterete in tende. Ogni uomo della stirpe d’Israele abiterà in tende affinché i vostri posteri imparino che io ho fatto abitare sotto le tende i figli d’Israele, quando li trassi dalla terra d’Egitto” (Levitico 23, 42-43).
E’ pur bene ricordare che nella legislazione del Levitico c’è un particolare che riguarda la terra. La proprietà della terra rende l’uomo sedentario, ebbene qui la terra è di Dio: “La terra non si venderà per sempre, perché la terra è mia (dice il Signore) e voi siete forestieri e miei coloni” (Levitico 25, 23). Non si vende la terra ma solo un certo numero di anni; si vende il tempo in cui chi compra potrà raccogliere i frutti di quella terra (Levitico 25, 16).
Il libro dei Numeri, al secondo capitolo, dà una descrizione di uno degli accampamenti più interessanti della storia.
Il Signore disse ancora a Mosè e ad Aronne: “Gli Israeliti si accamperanno ciascuno vicino alla sua insegna con i simboli dei casati paterni; si accamperanno di fronte a tutti intorno alla tenda del convegno.
A est, verso oriente, si accamperà l’insegna del campo di Giuda con le sue schiere; il capo dei figli di Giuda è Nacason, figlio di Amminadab, e la sua formazione è di sessantaquattromilaseicento registrati. Accanto a lui si accamperà la tribù di Issacar; il capo dei figli di Issacar è Netaneel, figlio di Suar, e la sua formazione è di cinquantaquattromilaquattrocento registrati. Poi la tribù di Zàbulon; il capo dei figli di Zàbulon è Eliab, figlio di Chelon, e la sua formazione è di cinquantasettemilaquattrocento registrati. Il totale dei registrati del campo di Giuda è di centosettantaseimilaquattrocento uomini, secondo le loro schiere. Si metteranno in marcia per primi.
A mezzogiorno starà l’insegna del campo di Ruben con le sue schiere; il capo dei figli di Ruben è Elisir, figlio di Sedeur, e la sua formazione è di quarantaseimilacinquecento registrati. Accanto a lui si accamperà la tribù di Simeone; il capo dei figli di Simeone è Selumiel, figlio di Surisaddai, e la sua formazione è di cinquantanovemilatrecento registrati. Poi la tribù di Gad: il capo dei figli di Gad è Eliasaf, figlio di Deuel, e la sua formazione è di quarantacinquemilaseicentocinquanta registrati. Il totale del campo di Ruben è di centocinquantamilaquattrocentocinquanta uomini, registrati secondo le loro schiere. Si metteranno in marcia in seconda linea.
Poi si metterà in marcia la tenda del convegno con il campo dei leviti in mezzo agli altri campi. Seguiranno nella marcia l’ordine nel quale erano accampati, ciascuno al suo posto, con la sua insegna.
Ad occidente starà l’insegna del campo di Efraim con le sue schiere; il capo dei figli di Efraim è Elisama, figlio di Ammiud, la sua formazione è di quarantamilacinquecento registrati. Accanto a lui si accamperà la tribù di Manasse; il capo dei figli di Manasse è Gamliel, figlio di Pedasur, e la sua formazione è di trentaduemiladuecento registrati. Poi la tribù di Beniamino; il capo dei figli di Beniamino è Abidan, figlio di Ghideoni e la sua formazione è di trentacinquemilaquattrocento registrati. Il totale dei registrati del campo di Efraim è di centottomilaseicento uomini, secondo le loro schiere. Si metteranno in marcia in terza linea.
A settentrione starà l’insegna del campo di Dan con le sue schiere; il capo dei figli di Dan è Achiezer, figlio di Ammisaddai, e la sua formazione è di sessantaduemilasettecento registrati. Accanto a lui si accamperà la tribù di Aser; il capo dei figli di Aser è Paghiel, figlio di Ocran, e la sua formazione è di quarantunmilacinquecento registrati. Poi la tribù di Nèftali; il capo dei figli di Nèftali è Achira, figlio di Enan, e la sua formazione è di cinquantatremilaquattrocento registrati. Il totale dei registrati del campo di Dan è dunque centocinquantasettemilaseicento. Si metteranno in marcia per ultimi, secondo le loro insegne”.
Questi sono gli Israeliti registrati secondo i loro casati paterni. Tuuti gli uomini dei quali si fece il censimento e che formarono i campi secondo le loro formazioni, furono seicenotremilacinquecentocinquanta. Ma i leviti, secondo l’ordine che il Signore aveva dato a Mosè, non furono registrati nel censimento, insieme con gli Israeliti. Gli Israeliti agirono secondo gli ordini che il Signore aveva dato a Mosè; così si accampavano secondo le loro insegne e così si mettevano in marcia, ciascuno secondo la sua famiglia e secondo il casato dei suoi padri.
Intanto si cammina verso la Terra Promessa (Numeri cap. 13) tra ribellione, peccati e perdono. Intanto Dio educa il suo popolo nel cammino del deserto. Alla fine dei “quarant’anni” il Signore ricorda al suo popolo che è stato forzato a una vita nomade dopo una vita sedentaria dove pur nella schiavitù c’era pesce a poco prezzo, cocomeri, meloni, porri, cipolle, agli (Numeri 11, 5) e carne e pane (Esodo 16, 3).
Ma perché Dio ha fatto questo? Ecco la risposta: “Ricordati di tutto il cammino per il quale il Signore ti ha condotto quarant’anni nel deserto, per affliggerti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi in cuore” (Deut 8, 2). “Riconosci dunque che, come un uomo istruisce il suo figlio, così il Signore Dio Tuo ti ha istruito (Deut 8, 5).
Dio è sul punto di dare la Terra Promessa al suo popolo, una terra ricca di acqua che produce grano, orzo, viti, fichi, melograni, ulivi, miele e ogni abbondanza (Deut 8, 7-9).
Però proprio in questo momento il popolo viene ammonito perché si conosce di che pasta è fatto e gli si dice: “Guardati, dunque, dal dimenticarti del Signore Dio Tuo, … e non ti capiti che dopo aver mangiato a sazietà, dopo aver edificato e abitato belle case … dopo aver avuto oro e argento il tuo cuore s’insuperbisca e dimentichi il Signore Dio Tuo” (Deut 8, 11-14).
E’ importante ricordare che anche alla fine del libro di Giosuè dopo tutte le guerre vinte e la terra promessa conquistata perché, secondo il testo, Dio ha combattuto al posto loro, troviamo le forti raccomandazioni finali: “Se non sarete fedeli alle promesse, … sarete levati e dispersi da questa meravigliosa terra che vi è stata data” (Giosuè 23, 15; 24, 20).
Giosuè dice queste cose nel suo discorso finale prima di morire perché conosce la sua gente e insiste perché sa che nel benessere è molto facile che si corrompano e per questo debbano essere castigati nuovamente con la dispersione in una vita più radicalmente nomade.
Al capitolo 16 di IRe un pastore è consacrato Re: Davide. Dio conferma la sua linea pedagogica. Ora che il popolo è diventato un regno che vive in un certo benessere e sedentarizzato, la figura di questo giovane pastore scelto dal profeta è appunto segno di questa preferenza di Dio.
Si stabilizza la vita sedentaria, ma al momento in cui Davide decide la costruzione di un grande Tempio per il Dio di Israele, il profeta va da lui e gli riferisce le parole del Signore: “… sarai tu che mi costruirai una casa perché vi abiti? Veramente io non ho dimorato in una casa dal giorno in cui trassi i figli di Israele dalla Terra d’Egitto fino ad oggi, ma sono passato da un luogo ad un altro sotto un Tabernacolo sotto una Tenda…” (II Re 7, 5-6).
Ma adesso è il momento di offrire nuovamente la stabilità al popolo, dopo un così lungo cammino: “Io darò una dimora fissa al mio popolo Israele – dice il Signore – e lo pianterò; egli vi abiterà senza essere più agitato…” (II Re 7,10).
Con Salomone si arriva all’apice del benessere: “Giuda e Israele erano innumerevoli come la arena del mare e mangiavano, bevevano e stavano allegri (III Re 4, 20). Ogni giorno Salomone consumava i viveri: trenta cori di fior di farina, sessanta cori di farina, dieci buoi grassi, venti buoi da pascolo, cento montoni, senza contare la cacciagione di cervi, di caprioli, di daini e di uccelli ingrassati” (III Re 4, 22-23).
Dio diede pure a Salomone una sapienza e prudenza grandissima (III Re 4, 29). E’ ancora Salomone che costruisce il Tempio (Re cap. 6).
Però dopo la preghiera di Salomone per la dedicazione al Tempio, il Signore non si stanca di ripetere anche a Lui: “… se camminerai di fronte a me nella semplicità di cuore e nell’equità… io stabilirò il trono del tuo regno in eterno; … ma se non osserverete i miei comandamenti e servirete degli stranieri… io sradicherò Israele dalla Terra che gli ho data e rigetterò dal mio cospetto il Tempio che consacrai al mio nome e Israele diventerà proverbio e favola per tutti” (III Re 9, 4-7).
E anche questa volta nel benessere Salomone si corrompe e va verso gli dei stranieri trascinato dalle sue mogli e ne riceve la punizione (III Re cap. 2).
Si succedono però infedeltà dei Re e del popolo che dal benessere deve essere nuovamente castigato. Al capitolo 17 del III Libro dei Re si parla delle cause della rovina del Regno di Israele: “… perché i figli di Israele avevano peccato contro il Signore Dio loro… perché avevano adorato gli dei stranieri… si fabbricarono degli altri luoghi in tutte le loro città dalla torre di guardia alla città fortificata” (IV Re 17, 7-9).
Il culmine del castigo è nella distruzione di Gerusalemme bruciando il Tempio, la casa del Re, tutte le case di Gerusalemme e i fabbricati e il paese viene deportato con tutte le ricchezze di Gerusalemme specialmente oro, argento e rame (IV Re cap. 25).
Era il 609 a.C. quando Nabucodonosor di Babilonia distrusse Gerusalemme.
Una pagina importante di questa storia che si snoda tra premio e castigo, tra nomadismo e sedentarizzazione, è il ritorno a Gerusalemme dopo la lunga schiavitù. Ciro proclama l’editto per il rientro a Gerusalemme: “Così dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio del cielo, mi ha concetto tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giudea. Chi di voi proviene dal popolo di lui? Il suo Dio sia con lui; torni a Gerusalemme, che è in Giudea, e ricostruisca il tempio del Signore Dio d’Israele: egli è il Dio che dimora a Gerusalemme. Ogni superstite in qualsiasi luogo sia immigrato, riceverà dalla gente di quel luogo argento e oro, beni e bestiame con offerte generose per il tempio di Dio che è in Gerusalemme” (Esdra 1, 2-4).
Il re Ciro rimanda tutti i beni che Nabucodonosor aveva portato via dal tempio di Gerusalemme e messo nel tempio del suo Dio (Esdra 1, 7-11). Si succede poi il decreto di Dario per la costruzione del Tempio che era stata interrotta (Esdra 6, 3-12) ed è questa volta puntualmente ricostruito (Esdra 6, 13).
Fedeltà e castigo si susseguono. E’ bene sottolineare che parlando di nomadismo e sedentarizzazione non possiamo precisare un momento molto particolare in cui si passa alla vita sedentaria, ma è un lungo processo dove il popolo eletto convive con la vita pastorale e quella della città.
Il fatto importante è che quando si arriva al Tempio dei Re quali Davide, Salomone, pur nella vita sedentaria, si fa sempre riferimento al tempo dell’Esodo, il tempo del nomadismo per eccellenza ed è sempre presente la tesi che nel benessere, nella vita di città e della sedentarizzazione, l’uomo si corrompe e deve essere rimandato via dal luogo, dalla Terra Promessa e donata.
Il cammino biblico è quello che va dal peccato alla virtù, dall’ignoranza alla legge del Signore, dalla città al luogo di purificazione, al luogo penitenziale.
Sal 1, 1
Beato l’uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi, e non si ferma sulla strada dei peccatori.
Sal 1, 6
ll Signore prende a cuore la via dei giusti e la strada degli empi finisce nella perdizione.
Sal 48
L’uomo nel benessere non intende, diventa come le bestie che non capiscono nulla.
Sal 2, 12
Signore, non mi lasciar perdere fuori della giusta via.
Sal 4, 2
Aprimi una strada larga.
Sal 22, 2-4
Il Signore è mio Pastore, non manco di nulla, in pascoli di erbe fresche mi fa riposare, ad acqua di sollievo mi conduce, e dà vita piena all’anima mia. Mi guida per sentieri di giustizia per amore del suo nome e se anche cammino per valle tenebrosa non temo alcun male perché Tu sei con me.
Sal 22, 6
(e alla fine) dopo che la Tua misericordia mi avrà seguito per tutta la vita abiterò nella Tua casa, o Signore, per molti anni.
Sal 26, 4-5
Ho chiesto una cosa sola al Signore e cerco solo questo: abitare nella casa del Signore tutti gli anni della mia vita per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo Tempio. Certo nel giorno del pericolo Egli mi nasconderà nella sua Tenda (anzi) mi proteggerà nella parte più nascosta del suo Tabernacolo.
Sal 26, 11
O Signore, dammi una regola nella tua via e guidami per cammino diritto.
Sal 30, 4
Tu sei la mia roccia, il mio rifugio, la mia guida e il mio Pastore.
Sal 42, 3
(la tua forza, la tua luce e la tua verità) mi guidino e accompagnino al tuo monte santo e alle tue tende.
Sal 67, 5
Cantate a Dio, salmeggiate al suo nome, preparate la strada a colui che ascende verso il tramonto.
Sal 67, 8-9
O Dio, quando andavi innanzi al tuo popolo, quando passavi nel deserto la terra tremò, i cieli si liquefecero.
Sal 76, 20
Tu facesti una strada nel mare.
Sal 76, 14
O Dio come sono sante le tue strade!
Sal 77, 15-17
Hai fatto uscire l’acqua dalla roccia, e l’acqua correva come fiume e dissetava (il popolo). Ma il popolo (quando stava bene) continuava a peccare contro il Signore.
Sal 77, 19-20
E parlarono male di Dio dicendo: “Potrà forse Dio imbandire una mensa nel deserto? Sì, ci ha dato l’acqua, ma potrà darci anche il pane? E preparare delle carni per il suo popolo?”.
Sal 77, 24
(il Signore) fece piovere su di essi la manna per cibo che fu come pane disceso dal cielo.
Sal 77, 27-28
Il Signore fece poi piovere carni come polvere, erano uccelli che cadevano in mezzo al campo, intorno alle loro tende. (Il popolo ne mangiò e fu oltremodo sazio. il Signore diede loro tutto quello che desideravano, avevano ancora il cibo in bocca quando il castigo di Dio si levava contro di loro).
Sal 77, 34
Quando il Signore li faceva morire essi lo cercavano, tornavano a Lui con ogni premura, si ricordavano che Dio è loro aiuto (poi, quando stavano bene, nuovamente Lo irritavano e dimenticavano tutti i suoi miracoli).
Sal 84, 11
Guidami sulla tua strada, o Signore, io voglio camminare nella tua verità.
Sal 84, 14
(So che la giustizia camminerà di fronte a te) e lascerà sulla strada la sua impronta.
Sal 90, 9-13
(Se) hai preso l’Altissimo a tuo rifugio il male non si avvicinerà a te e il flagello non si accosterà alla tua tenda: perché ai suoi angeli ha dato ordine di custodirti in tutte le tue strade. Ti porteranno sulle loro mani, affinché il tuo piede non inciampi nei sassi. Camminerai sopra il serpente e il basilisco e calpesterai il leone e il drago.
Sal 106, 4-7
Andavano errando per il deserte su lande aride, senza trovar la via di una città dove abitare. Erano affamati e assetati. Si sentivano venir meno gli spiriti. Nella tribolazione gridarono al Signore e li liberò dalle loro angustie e li condusse per la via dritta, in modo che giungessero in città dove abitare.
Sal 106, 35-37
Mutò i deserti in laghi, la terra arida in sorgenti d’acqua e vi collocò gli affamati, che vi fondarono città da abitare. Seminarono campi e piantarono vigne e ne ebbero frutti abbondanti.
Sal 106, 40-41
Il disprezzo era gettato sopra i capi: li aveva fatti errare per un deserto senza via, ma Egli rialzò il povero dalla miseria e ne moltiplicò le famiglie come greggi.
Sal 106, 43
Chi da sapiente terrà a mente queste cose e considererà le misericordie del Signore?
Sal 118, 37
Signore distogli i miei occhi dal guardare la vanità e fammi vivere nella tua strada.
Sal 118, 127
Mi son diretto secondo tutti i tuoi precetti e ho avuto in odio ogni via malvagia.
Sal 126
Sono andato errando come pecora persa: cerca il tuo servo (o Signore).
Sal 135, 1
Celebrate il Signore perché Egli è buono, perché eterna è la sua misericordia.
Sal 135, 11-13
Egli trasse Israele (dall’Egitto) con mano potente e braccio teso, perché eterna è la sua misericordia. Divise in due il mar Rosso perché eterna è la sua misericordia.
Sal 135, 16
e guidò il suo popolo attraverso il deserto perché eterna è la sua misericordia. (Ma dopo aver ricevuto in dono quella terra promessa e donata la perdemmo ancora a causa della nostra infedeltà).
Sal 136, 1-6
Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci ponemmo a sedere e a piangere nel ricordarci di Sionne. Ai salici che vi erano appendemmo le nostre cetre perché là quelli che ci avevano condotti schiavi ci chiedevano dei canti: “Cantateci qualcuno dei canti di Sion”. Come potremo cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimenticherò, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra e mi s’attacchi la lingua al palato, se mi dimenticherò di te, se non porrò Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia.
Il cammino di Dio è cammino di liberazione che porta alla terra promessa ma è anche cammino pedagogico.
Ora dai Proverbi raccogliamo un inno al cammino di Dio.
Prov 3, 5-6
Non ti appoggiare alla tua prudenza, ma in tutte le tue vie pensa solo a Lui.
Prov 3, 17
Le vie della Sapienza sono vie belle e i suoi sentieri sono sentieri di pace.
Prov. 8, 32
(dice la Sapienza) beati quelli che camminano sulle mie vie.
Prov 10, 17
Chi tien conto della disciplina è nella via della vita, chi non cura la correzione è fuori strada.
Prov 12, 28
Nel sentiero della giustizia c’è la vita, ma la vita sbagliata conduce alla morte.
Prov 13, 6
E la giustizia protegge i passi dell’innocente. La sapienza dell’accorto sta nel conoscere la sua strada.
Prov 15, 19
La via dei pigri è come siepe di spine, la via dei giusti non ha inciampo.
Prov 15, 21
L’uomo prudente va dritto per la sua via.
Prov 16, 25
Vi è una via che all’uomo sembra diritta, ma in fondo va a finire nella morte.
Prov 29, 27
Gli empi hanno in dominio quelli che sono sulla retta strada.
Prov 14, 11
(ricordiamo con forza che) La casa degli empi sarà distrutta ma le tende dei giusti saran floride.
Elia è riconosciuto il più grande dei Profeti o comunque colui che li rappresenta, nella pagina evangelica della Trasfigurazione accanto a Gesù con Mosè che rappresenta la Legge.
Elia ripercorre alcuni passi sulle impronte di Mosè nell’epopea dell’Esodo. Come Mosè va dal Faraone che lo vorrà uccidere, così Elia va da Acab che lo vorrà uccidere.
Mosè e il popolo di Dio vanno nel deserto, Elia verso il Giordano. Sia Mosè che Elia vengono nutriti dal cielo. “Poi la parola del Signore fu rivolta (ad Elia) in questo modo: ‘Parti di qui e va verso Oriente e nasconditi lungo il torrente Carit che è in faccia al Giordano: qui berrai al torrente; io ho comandato ai corvi di nutrirti in quel luogo’.
Egli dunque partì e facendo secondo la parola del Signore, andò a vivere lungo il torrente Carit, che è di fronte al Giordano: i corvi gli portavano del pane e delle carni la mattina, del pane e delle carni la sera ed egli beveva al torrente” (III Re 17, 2-6).
Come Mosè sale il Monte per incontrare il Signore nella teofania del Sinai (Esodo 24, 18) così Elia va nel deserto e cammina anche lui per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte Oreb (III Re 19, 4-8).
Elia è come Mosè il camminatore. Entrambi camminano nel deserto e vanno verso il monte per incontrare Dio e per accompagnare a Lui il popolo loro affidato.
E’ bene ricordare che non solo sono dei camminanti coloro che guidano il popolo eletto ma anche Dio stesso è presentato spesso in cammino dalla prima pagina biblica, poi Dio che passa quando fa l’Alleanza con Abramo (Gen 15,17); ancora Dio che cammina alla testa del popolo nella nuvola e nella colonna di fuoco (Es 13, 21) ed è Dio che passa accanto a Mosè (Es 34, 6) e ancora Dio che passa accanto ad Elia (III Re 19-11).
Ci incontriamo poi con il grande profeta Isaia che all’inizio della sua vocazione dice di aver sentito la voce del Signore che diceva: “Chi potrò mandare? Chi andrà al posto nostro? (chi andrà a predicare la conversione ad un popolo che si è corrotto in una vita di benessere prostrandosi a falsi dei e meritando punizione?)
E io (Isaia) dissi: “Eccomi: manda me” (Is 6, 8). Quanto sarà grande questa punizione? La vita sedentaria delle città abbandonate da Dio deve essere nuovamente distrutta e bisogna ancora disperdere il popolo perché capisca.
Ecco la missione di Isaia fin dove deve andare: “Finché le città non siano devastate e senza abitanti e le case non restino senza uomini e la terra non sia lasciata deserta. Il Signore manderà (ancora) lontano gli uomini e si moltiplicheranno i deserti della terra. Essa sarà ancor decimata; ma si convertirà e sarà mostrata a dito come terebinto e come quercia che spandeva i suoi rami e ciò che resterà in lei sarà santa semente” (Is 6, 11-13).
E ne viene una carrellata di grida di invasioni e distruzioni dalla Siria, a Giuda (Is 8), alla Samaria e al Regno di Israele (Is 9, 8 ss) la caduta di Babilonia (Is 4, 13-14). Distruzioni di Moab e allora “Come uccelli raminghi, come nidiata di uccellini dispersi saranno le figlie di Moab al passaggio dell’Arnon” (Is 15-16) e “Damasco cesserà di essere città” (Is 17,1) e “le città di Aroer saranno abbandonate ai greggi che si riposeranno senza essere scacciati da nessuno” (Is 17, 2).
Seguono le profezie contro l’Etiopia (Is 18), contro l’Egitto (Is 19), contro Edom e Arabia (Is 21), contro Gerusalemme (Is 22) e Riro (Is 23) e proprio di Tiro si dice: “Non è forse questa la vostra città, quella che vantava le sue antiche origini? I suoi piedi la condurranno a pellegrinare lontano” (Is 23, 7).
Queste grida ci ripetono in forme diverse che “(Dio) abbasserà la città superba, la umilierà e la abbasserà fino a terra” (Is 26, 5). E di Edom che simboleggia il mondo delle nazioni si dice: “Nei suoi palazzi cresceranno le spine, le ortiche e i rovi nelle sue fortezze e sarà dimora di dragoni e parco per gli struzzi (Is 34, 13); il riccio ha la sua tana e vi alleva i suoi piccoli… là si radunano gli avvoltoi uno accanto all’altro” (Is 34, 15).
E subito Isaia innesca l’inno della liberazione. Il Popolo Eletto torna dalla schiavitù a far rifiorire la Terra Promessa. “Il deserto, la terra senza vie sarà pieno di gioia” (Is 35, 1). “Le acque sgorgheranno nel deserto, e i torrenti nella solitudine: la terra arida diventerà un lago. La terra riarsa avrà abbondanza di sorgenti.
Dove prima erano i covili dei dragoni verdeggerà la canna e il giunco. Vi sarà un sentiero (una indicazione) una via: la via sarà chiamata santa. Non vi passerà l’immondo. Quella sarà per noi la diretta via: chi la segue, anche se ignorante, non potrà sbagliare. In essa non vi saranno leoni né bestia malefica vi metterà piede, ma vi cammineranno quelli che saranno liberati” (Is 35, 6-9).
Isaia poi annuncia la liberazione definitiva di Israele e il regno messianico. Una voce nel deserto aveva preparato l’arrivo del liberatore: “Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate nella solitudine i sentieri del nostro Dio. Ogni valle sarà colmata, ogni monte e ogni colle sarà abbassato, le vie storte diventeranno diritte e le malagevoli pianeggianti. Allora apparirà la gloria del Signore” (Is 40, 3-5a).
Il popolo così dopo la corruzione e la penitenza tornerà a camminare accompagnato dal Signore: “Condurrò i ciechi per strade che non conoscono, li farò camminare per sentieri da loro ignorati. Davanti ad essi cambierò le tenebre in luce e le vie storte in diritte” (Is 42, 16).
“Farò scaturire nel declivio dei colli i fiumi e in mezzo ai campi le fontane, cambierò il deserto in laghi di acqua e la terra disidratata sarà irrigata da ruscelli. Farò venire nella solitudine il cedro, l’acacia, il mirto, l’ulivo, metterò nel deserto l’abete, l’olmo e il bosso insieme” (Is 41, 18-19).
La consolazione arriva al suo culmine: così parla il Signore: “Nel tempo della grazia ti ho esaudito (Is 49, 8) … per dire a quelli che sono in catene: andate liberi”, e a quelli che sono nelle tenebre: “venite alla luce”. Pascoleranno lungo la via e avranno pascoli in tutte le pianure. Non patiranno la fame né la sete, non li offenderà il caldo, né il sole perché chi ne ha pietà li guiderà e li farà dissetare alle fontane di acqua.
E ridurrò a strada tutte le mie montagne e le mie vie saranno elevate. Ecco venir questi da lontano, ecco venirne altri dal settentrione e dal mare e altri dalla parte del mezzogiorno. Cantate o cieli, esulti la terra, e voi monti erompete in grida di gioia, perché il Signore ha consolato il suo popolo e avrà pietà dei suoi poveri” (Is 49, 9-13).
Isaia nel contemplare la Gerusalemme premiata dopo tanta penitenza la vede ancora con l’immagine della tenda, quasi per rifarsi ancora una volta dell’importanza del nomadismo, perché in esso Dio si è rivelato durante il tempo dei Patriarchi e adesso in cui il popolo che vivrà in Gerusalemme riceve il premio del riposo deve ancora pensarsi come a quel tempo e Isaia esplode in questa espressione: “Allarga lo spazio della tua tenda, distendi senza risparmio i teli dei tuoi padiglioni, allunga le tue funi, rendi più solidi i tuoi piuoli, perché ti allargherai a destra e a sinistra, la tua stirpe dominerà le nazioni e abiterà le città deserte” (Is 54, 2-3).
Questa visione è anche un monito a non ripetere i costumi della vita delle città già tanto castigate ma di vivere come se fosse al riparo di una grande tenda.
Anche Geremia nella sua lamentazione non può far a meno di ricordare il tempo della vita nomade del popolo di Israele che proprio allora fu accompagnato e guidato dalla mano di Dio: “Dov’è il Signore che ci fece uscire dalla terra d’Egitto e ci guidò attraverso il deserto, per terre disabitate e impraticabili, per terre aride e immagine della morte, per terre nelle quali nessuno passò e nessuno abitò? E vi feci entrare nella Terra del Carmelo, a mangiarne i frutti e le delizie e voi, entrati che foste, contaminaste quella mia terra. Faceste della mia eredità una abominazione” (Ger 2, 6-7).
In soli due versetti Geremia dipinge il tempo del nomadismo dove è stato accompagnato da Dio, e l’ingresso nella terra promessa dove ha potuto vivere di delizie e subito si è corrotto, per cui Dio deve nuovamente disperdere.
Solo dopo sette versetti c’è: “La sua terra è ridotta a un deserto e le sue città sono incendiate e senza abitanti” (Ger 2, 156); e così il pianto di Dio: “Io ti piantai con ottimi magliuoli, come dunque ti sei mutata in (vigna) cattiva, o vigna bastarda?” (Ger 2,21).
Si sottolinea ancora la distruzione della città e la dispersione: “Al rumore dei cavalieri e degli arcieri ogni città si dà alla fuga, (tutti) si rifugiano in luoghi difficili; montano sulle rupi: tutte le città sono state abbandonate, non v’è più un uomo” (Ger 4, 29). E ancora: “Tagliatene le piante, alzate le trincee intorno a Gerusalemme; questa è la città destinata al castigo regnando in essa ogni sorta d’oppressione (Ger 6, 6).
C’è poi al cap. 23 un momento di grande speranza. Con un’immagine molto forte del mondo nomade: “Ed io radunerò gli avanzi del mio gregge da tutte le terre nelle quali li avrò cacciati e li farò tornare ai loro pascoli e cresceranno e si moltiplicheranno. E susciterò per essi dei pastori che li pasceranno e non avranno più né timore né spaventi e di quanti sono non mancherà nessuno, dice il Signore” (Ger 23, 3-4).
Il pianto di Geremia sulla città distrutta culmina nella distruzione del Tempio (Ger 52), ma continua il grido di Geremia che descrive la Città delle Città abbandonata, castigata in una sofferenza senza misura.
Questo testo è chiamato Le lamentazioni di Geremia e consiste in cinque capitoli che, in un primo momento, avrei voluto riportare integralmente, almeno i primi due capitoli, ma essendo un corpo così unitario ciascuno se li può meditare nella Bibbia.
Riporto appena un versetto del primo capitolo: “Gerusalemme fece un gran peccato e per questo è divenuta nomade”.
Anche Baruc ripete la tesi che Dio è di famosa e grande misericordia ma a causa del peccato nel luogo del benessere, è forzato a disperdere nuovamente il suo popolo (Baruc 2, 13; 29).
Dopo la dispersione ecco che Dio ridà la Terra Promessa, Gerusalemme, e al capitolo 5 la città si prepara a ricevere gli esiliati.
Fino al capitolo 34 Ezechiele ripete in modi diversi la condanna di Dio al popolo che si è corrotto specialmente nella grande città e lo deve castigare e disperdere per poi richiamarlo nella Terra Promessa.
Merita una particolare meditazione per la nostra tesi sul nomadismo il capitolo 34 di Ezechiele. Ecco l’immagine messianica del Buon Pastore: “Ed ora ecco quanto dice il Signore: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine. Le riterrò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione. Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà suo monti alti d’Israele; là riposeranno in un buon ovile e avranno rigogliosi pascoli sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia”.
Anche in Daniele viene raccontato lo stesso messaggio che cerco di ripetere in tutte queste pagine: la città, la vita sedentaria è un dono di Dio, ma l’uomo nel benessere si corrompe e deve, nuovamente disperso, rinviato alla vita nomade nella quale ricupera la dimensione umana, riconosce il suo Dio e lo stesso Dio gli ridona la casa, la città, il luogo del riposo.
In Daniele Nabucodonosor re di Babilonia fa il sogno dell’albero grande fino al cielo. Il testo introduce il sogno dicendo: “Io Nabucodonosor vivevo tranquillo nella mia casa e glorioso nella mia reggia” (Dan 4, 1).
In questo benessere vede un albero grande che arriva al cielo (Dan 4, 7-9) e viene dato l’ordine di tagliarlo e lasciare una punta delle sue radici che dopo sette tempi verrà ricuperata.
Daniele spiega il sogno al re dicendo che lui è quell’albero di splendore e per la sua corruzione verrà mandato via dal mondo degli uomini e vivrà come le bestie fino a finire la sua penitenza, capire chi è Dio e ritornare alla reggia. Il sogno si avvera e il testo conclude: “(Nabucodonosor) fu cacciato dalla società, mangiò fieno come un bue, il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo, tanto che i suoi capelli, crescendo, divennero come le penne dell’aquila e le sue unghie come gli artigli degli uccelli” (Dan 4, 30).
Tornatagli la ragione benedisse l’Altissimo (Dan 4, 31) e ritornò nel suo regno (Dan 4, 33).
In Osea si ripete lo stesso concetto e la stessa tesi: nel benessere e nella città l’uomo si corrompe, bisogna disperderlo per poi richiamarlo. “Israele si è dimenticato del suo Creatore e costruito dei templi (agli dei) mentre Giuda ha moltiplicato le città forti; ma io metterò fuoco nella sua città e saranno divorati i suoi palazzi” (Osea 8, 14)
Nelle città infatti si erano corrotti e han cominciato a disubbidire Dio: “Il mio Dio li rigetterà, perché non lo hanno ascoltato, ed essi andranno nomadi per le nazioni” (Osea 9, 17).
La tesi è sottolineata da Osea quando dice che più erano nel benessere (dato da Dio) e più si ribellavano a Lui. “Israele è una vite frondosa carica di frutti. Quanto più abbondò i frutti, tanto più moltiplicò gli altari (ad altri dei): quanto più produsse la terra tanto più fece belle le statue” (Osea 10, 1); ma il castigo non è mai per sempre: “Ma io sono il Signore Dio Tuo fin dalla terra d’Egitto e ti farò ancora dimorare nelle tende, come nei giorni di festa” (Osea 12, 9).
E’ sempre bene ribadire che il nomadismo nella Bibbia ha quasi sempre le due componenti: è un tempo penitenziale, ma per il fatto che ravvicina a Dio, diventa anche tempo di liberazione e di festa.
Gioele racconta la punizione di Dio: “L’avanzo dell’eruca l’ha mangiato la cavalletta, l’avanzo della cavalletta l’ha mangiato il bruco e l’avanzo del bruco l’ha mangiato la ruggine” (Gioele 1, 4).
Il paese è devastato, la terra è in lutto, sono distrutti grano, vino e olio e i fichi, il melograno, la palma e il melo, tutto è secco” (Gioele 1, 10-12). I greggi dell’armento muggiscono, non trovano pascoli e così spariscono e il fuoco ha divorato (anche) ciò che c’era di bello nel deserto” (Gioele 1, 206).
Il profeta invita a chiedere perdono e convertirsi e Dio perdona e ridà la vita; lo stesso Dio viene ad abitare nella città di Sion (con i suoi figli) (Gioele 3, 21).
Anche il profeta Abdia parla contro Edom che è diventata potente, ma a causa della sua superbia e dei suoi peccati è stata umiliata. “Anche se tu fossi andato in alto come l’aquila e avessi posto il tuo nido tra le stelle, ti farò scendere anche da lassù” (Abdia 1, 4), e alla fine il Signore regnerà nuovamente (Abdia 1, 21).
La tesi dell’esaltazione del nomadismo come luogo penitenziale e di liberazione e l’umiliazione della Città come luogo di corruzione in Giona acquista toni epici: due grandi protagonisti: Giona e Ninive.
Giona è invitato come Abramo, come altri profeti, a mettersi in cammino e andare in missione, ma ha paura e si rifiuta. Sceglie di andare a vivere nella tranquillità di Tarso, ma Dio lo sorprende nella sua quiete e nel sonno, nella nave lo scuote fino all’impossibile. Lo fa divorare da un pesce e per giorni e notti lo immerge negli abissi del mare, dove Giona capisce, grida a Dio di essere liberato, fa questo lungo e intenso cammino penitenziale, dopo di che viene liberato (Giona 1; 2).
Il secondo protagonista di questo libro è Ninive: una città potente e corrotta al punto che Dio la condanna alla distruzione (confr. Nahum 1; 2:3) e manda appunto Giona a predicare che fra quaranta giorni Ninive sarà distrutta.
Una pagina di storia (non della Bibbia) dice che Ninive era così violenta e superba che aveva preteso uccidere tanti uomini al punto di coprire di pelle umana tutte le mura della città. Ninive è simbolo della città nella quale il benessere porta alla corruzione e così Dio la deve castigare e rimandare alla “vita nomade” per convertirsi.
In questo caso alla predicazione di Giona tutti, uomini e animali, iniziano un digiuno assoluto senza cibo né acqua e tutti coperti di cenere gridano a Dio. La città si trasforma per così dire in “deserto” e come Israele camminò disperso nel deserto per quaranta anni, così i Niniviti fanno vita di deserto per quaranta giorni e alla fine Dio ha misericordia e ridà loro la loro città (Giona cap. 3).
Anche Michea medita sulla rovina di Samaria, Israele, Giuda e specialmente Gerusalemme, grande, gloriosa, potente, poi punita, schiavizzata e nuovamente liberata (Michea cap. 1; 2:3; 4).
Anche Abacuc si rifà al passaggio del mar Rosso, il grande evento di cammino verso la liberazione (Ababuc 3, 15).
E Sofonia si unisce anche lui al grande coro contro la vita delle città che abbandonano il bene e si scelgono i più diversi idoli: “Quello sarà un giorno d’ira, un giorno di tribolazione e d’angoscia, un giorno di calamità e di miseria, un giorno di tenebre e di caligine, un giorno di nebbia e di bufere; il giorno della tromba e del tumulto contro le città forti e le torri elevate. Io metterò gli uomini nelle tribolazioni ed essi cammineranno come ciechi perché han peccato contro il Signore” (Sofonia 1, 17).
Specialmente nei Maccabei continuano guerre, vittorie, sconfitte causate dalla corruzione del popolo e quindi del castigo meritato. Infine dopo la penitenza torna al Signore e Lui perdona e concede nuovamente le loro città per abitarvi.
Merita un ricordo particolare il testo messo in bocca al settimo fratello martire Maccabeo e il più giovane, il quale prima di essere torturato ed ucciso dice: “E’ a causa dei nostri peccati che noi soffriamo queste cose e se il Signore adirato per breve tempo con noi ci ha castigato per correggerci, si riconcilierà di nuovo con i suoi servi” (Maccabei 7, 32-33).
Conforme alla profezia di questo giovane alla fine nuovamente Dio ha pietà del suo popolo: cessano i castighi e Dio ridà la città al suo popolo; conforme all’ultima notizia dell’epilogo che chiude l’Antico Testamento leggiamo: “e siccome da quel tempo gli Ebrei restarono padroni della città, io pure con queste cose porrò fine al mio racconto” (II Maccabei 15, 38). (Si riferiva qui alla guerra di Giuda Maccabeo contro Nicamore).
Nel Nuovo Testamento il discorso del cammino si fa ancora più intenso in quanto è Gesù stesso che ripercorre gli stessi passi dell’Antico Testamento o almeno la teologia della Chiesa primitiva, sottolinea l’importanza del nomadismo che fu già dei Patriarchi.
Gesù nasce a Betlemme, fuori dalla città. Anzi la città lo rifiuta. A noi non interessa l’aspetto archeologico (in quale grotta Gesù sarebbe nato) ma quello teologico. La riflessione della Chiesa che fa ripercorrere a Gesù l’Antico cammino pone Gesù tra i pastori. Nasce tra i nomadi, come erano stati Abramo, Isacco, Giacobbe.
Anche Giovanni dice: “E venne a piantare la sua tenda tra di noi” (Gv 1, 14), non è ricevuto in casa (Gv 1, 11) e i pastori stessi sono i privilegiati nel ricevere per primi la notizia della nascita del Salvatore (Lc 2, 9-12) e sono ancora i pastori (dopo gli angeli) i primi a dare notizia del grande avvenimento. Sono essi i primi evangelizzatori (Lc 1, 18).
Non si può nemmeno dimenticare la visita dei tre Magi, questi capi tribù, nomadi dell’Oriente, quasi dei Patriarchi come Abramo, Isacco e Giacobbe, che vengono non solo a ricordare il passato ma a dire che si continua a camminare sulle stesse orme della storia di Dio e del suo popolo.
Ancora nel ventre della madre è subito in cammino alla casa di Elisabetta per il servizio.
La teologia di Matteo riporta Gesù a pellegrinare già bambino, sui passi di Abramo che andò in Egitto (Gen 12, 10), e come lui, Giuseppe, che con i fratelli e il padre Giacobbe, diventarono poi un clan numeroso per quattrocento anni. Quando questo popolo si era abituato al benessere dell’Egitto (ricordato nelle Lamentazioni del deserto) che non era solo pentole di carne, cipolle eccetera, ma era anche il legame a una cultura e una religione che li sviava dal Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe; a quel punto vengono fatti schiavi e liberati attraverso il lungo cammino, simbolo del nomadismo, il più santo di tutti i tempi.
Gesù non fa il cammino penitenziale per i suoi sbagli, ma facendosi carico del peccato altrui, ripercorre lo stesso cammino dei cacciati, degli esuli, dei penitenti, verso il premio della Città, Gerusalemme Celeste.
L’altro fatto significativo è che Gesù fino a trent’anni fa un lavoro nomade: il carpentiere.
L’iconografia ha preferito presentare un Gesù nella bottega con Giuseppe e Maria, pressappoco come il carpentiere o il falegname fa oggi.
Al tempo di Gesù e non solo allora, i carpentieri si riunivano per mesi o anni dove una costruzione era programmata: essi dovevano preparare i pezzi, eseguire le sculture, sistemare gli incastri. (Pensiamo alla fabbrica del tempio: i carpentieri erano riuniti dove si costruiva il tempio) (III Re 5, 13-18).
Gesù con Giuseppe e i colleghi di lavoro si spostarono da un luogo di lavoro all’altro facendo però riferimento a Nazareth dove Maria, la madre, li attende.
Quando Gesù inizia la predicazione va anche nelle sinagoghe, ma preferisce la riva del lago, la collina dove si riuniscono migliaia di fedeli. I Vangeli ci presentano sempre Gesù in cammino. “Or Gesù andava per città e villaggi predicando e annunciando il Regno di Dio e con Lui erano i dodici e alcune donne” (Lc 1-2a).
La sua predicazione è sempre legata a uno scenario esterno che si poteva vedere: pastori, pescatori, pesci, vigna, fichi, tempeste, campi di grano, zizzania, fiori, uccelli del cielo, vento, tramonti eccetera. Il suo è quasi sempre un discorso all’aperto.
Quando descrive se stesso dice che è un nomade: un pastore, uno che non ha una pietra su cui posare il capo. L’unica volta che gli apostoli pensano di costruire un’abitazione per Lui pensano di preparargli una tenda: “Facciamo tre tende, una per Te, una per Mosè e una per Elia” (Mc 9, 4).
Gesù piange pensando alla città, alla Gerusalemme della terra, e infine è crocifisso a Gerusalemme ma fuori dalle mura della città. Seppellito fuori le mura è là che lascia il sepolcro vuoto e ancora sul monte ascende al cielo.