80. Fermo restando il primato della carità, che accende nelle persone e nelle istituzioni il desiderio di favorire la piena comunione con Cristo di ogni singolo essere umano e ogni comunità, comprese quelle zingare, occorre considerare quali siano le strutture più adeguate per l’avviamento, dove non si sia ancora iniziata, o per il miglioramento, della pastorale per, fra e con gli Zingari. Visto che ci troviamo di fronte a una loro realtà complessa e pluriforme, e che la situazione delle diverse Chiese particolari è pure molto variegata, i criteri generali riportati qui di seguito andranno applicati alle concrete circostanze locali, con gli opportuni adeguamenti. Occorrerà inoltre distinguere ciò che trova la sua realizzazione a livello locale, da ciò che si estende a un’intera Nazione o regione, o addirittura alla Chiesa universale, anche se va ben curato il relativo coordinamento e la necessaria comunione gerarchica.
81. Papa Giovanni Paolo II, nella Costituzione Apostolica Pastor Bonus, del 28 giugno 1988, affidava al Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti il compito di rivolgere «la sollecitudine pastorale della Chiesa alle particolari necessità di coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria patria o non ne hanno affatto; parimenti [il Consiglio] procura di seguire con la dovuta attenzione le questioni attinenti a questa materia» (art. 149). Esso «s’impegna perché nelle Chiese locali sia offerta un’efficace e appropriata assistenza spirituale, se necessario anche mediante opportune strutture pastorali, sia ai profughi e agli esuli, sia ai migranti, ai nomadi e alla gente del circo» (art. 150 § 1). Questo Dicastero è, pertanto, una nuova espressione della cura costantemente manifestata dalla Chiesa nei passati decenni, con successive creazioni di vari Organismi e Uffici operanti all’interno della Curia Romana.
82. La realizzazione concreta del mandato ad esso affidato si svolge nel lavoro quotidiano di animazione, promozione e coordinamento della pastorale, come pure nella presenza a diverse attività dell’Apostolato dei Nomadi. Il Pontificio Consiglio si rivolge dunque alle Conferenze Episcopali, alle corrispondenti Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche – nel rispetto della competenza della relativa Congregazione – e alle Federazioni regionali e continentali delle Conferenze Episcopali, nonché a singole Diocesi/Eparchie, per stimolare, nell’attuazione specifica, questa cura pastorale. Per favorire, poi, la diffusione e la condivisione delle esperienze concrete nelle varie Chiese locali, il Dicastero organizza esso stesso congressi, incontri e seminari internazionali, e partecipa, nella misura del ragionevole, a quelli indetti pure da altre entità. Inoltre, si mantengono contatti diretti con vari Enti internazionali impegnati nella promozione umana e nella pastorale della gente nomade.
83. Considerato il carattere specifico della pastorale per gli Zingari, un ruolo speciale spetta in essa alla Conferenza Episcopale del Paese dove vivono gli Zingari e alle corrispondenti Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche che, per mezzo della Commissione istituita nel suo seno per la pastorale dei Migranti e degli Itineranti, avrà una particolare attenzione per la specificità zingara. Nella distribuzione delle risorse umane e materiali disponibili, la Conferenza Episcopale e la corrispondente Struttura Gerarchica delle Chiese Orientali Cattoliche sarà poi attenta a che la pastorale per gli Zingari non subisca discriminazioni, ma riceva un trattamento proporzionato alla sua importanza, nel contesto anche delle altre minoranze.
I compiti della relativa Commissione includono non solo il coordinamento delle istanze locali, ma anche gli sforzi per sensibilizzare fedeli e Pastori circa la realtà zingara. I Vescovi daranno dunque la dovuta attenzione a questa pastorale durante una qualche loro sessione di formazione permanente (cfr PG 24). Sarà inoltre necessario promuovere un’informazione nelle comunità, che sia sostenuta dall’insieme dei Pastori, anche se il Promotore episcopale – o chi per lui – riceve il suo incarico specifico. Egli comunque non può svolgerlo da solo. Tenendo in conto la distribuzione geografica della popolazione zingara, potrebbe risultare inoltre conveniente un certo coordinamento pastorale a livello regionale o continentale, oltre che nazionale.
84. Dal rapporto d’immanenza reciproca fra Chiesa universale e singole Chiese particolari (cfr LG 13), deriva una cattolicità che congiunge e plasma entrambe le dimensioni ecclesiali. Ogni singola Chiesa particolare, cioè, è cattolica in sé stessa, con una cattolicità che si traduce in cordiale comunione. La Chiesa «che in tutte le lingue si esprime e tutte le lingue nell'amore intende e abbraccia, vincendo così la dispersione babelica» (AG 4), raggiunge, penetra, e assume le diversità umane nella pienezza cattolica (cfr AG 6).
85. Compito dei Vescovi è dunque quello di mantenere e approfondire l’unità delle Chiese particolari, nella missione, riconoscendo e valorizzando ogni esperienza umana aperta alla dimensione religiosa e trascendente, con particolare sollecitudine verso quei fedeli che sono in situazione di emarginazione. La minoranza zingara deve attirare dunque la loro attenzione pastorale, evitando che la caratteristica “internazionale” di questa popolazione si traduca in mancanza di una sua percezione a livello locale e regionale.
86. Come custodi, per eccellenza, della comunione, i Vescovi tenderanno concretamente a custodire l’unità e l’identità zingara, e l’unione fra essa e quella ecclesiale autoctona. Se non rispetta la loro identità, in effetti, la Chiesa particolare non può neppure costruire la propria unità. Parimenti è un’esigenza della comunione ecclesiale che gli Zingari sentano come propria la Chiesa locale in cui si trovano. I Pastori cercheranno quindi di stimolare questo sentimento. Un’espressione pratica di tale comunione ecclesiale è certamente il dialogo sincero e autentico tra le varie comunità stabili autoctone e gli Zingari. È compito ancora dei Vescovi favorire e agevolare tale comunicazione, nella piena considerazione, appunto, dei valori, della cultura e dell’identità di ciascuno.
87. La peculiarità della pastorale zingara è tale che una Chiesa particolare o locale può trovarsi senza possibilità adeguate – soprattutto per mancanza di Operatori pastorali adatti – per attuarla con efficacia. Occorrerà dunque pensare alla possibilità di una direzione interdiocesana o nazionale/sinodale, che faccia capo alla Conferenza Episcopale o alla corrispondente Struttura Gerarchica delle Chiese Orientali Cattoliche, e che possa occuparsi della congrua distribuzione delle risorse, nel senso ampio del termine, della preparazione degli Operatori pastorali, del coordinamento e del rapporto con istituzioni simili di altri Paesi, ecc. A questo proposito potrebbe risultare utile o addirittura necessaria un’unità di direzione pastorale, che segua efficacemente il lavoro e le condizioni in cui vivono i Cappellani e gli altri Operatori pastorali, ferma restando la potestà dei Vescovi diocesani.
88. Le dimensioni del “fenomeno zingaro”, infatti, e le sue peculiarità non sempre rendono facile una risposta pastorale efficace impostata esclusivamente sulla figura della “Cappellania” diocesana o interdiocesana. Una soluzione complessiva, duratura, più sicura e con adeguati margini di autonomia – sempre in armonica convergenza con le Autorità ecclesiali locali – potrebbe essere cercata nell’ambito delle strutture pastorali previste nella legislazione e nella prassi della Chiesa.
89. È necessario che all’interno delle Conferenze Episcopali e delle corrispondenti Strutture Gerarchiche delle Chiese Orientali Cattoliche interessate sia nominato un Vescovo Promotore della pastorale per gli Zingari. È auspicabile che egli abbia una qualche esperienza pastorale presso questa popolazione, ma in ogni caso dovrà avere una formazione personale sufficiente per penetrare la specificità del mondo zingaro e comprenderla, giacché questa non è riducibile a ciò che viene comunemente affermato o ritenuto. Il Promotore episcopale, come è evidente, dovrà permanere in stretto contatto con l’équipe nazionale relativa e vi apporterà anche la visione della Chiesa universale in relazione alla Chiesa locale, al fine di far captare la dimensione generale, oltre la relazione fluttuante degli Zingari con la società e con la Chiesa. Egli si mostrerà particolarmente sollecito in favore degli Zingari, sostenendo l’azione pastorale che a loro vantaggio svolgono i Cappellani e i Parroci. Occorrerà, inoltre, informare i Vescovi della presenza zingara nelle loro diocesi/eparchie – e viceversa – e invitarli magari a destinare un sacerdote, una religiosa o un laico, per tener desta la preoccupazione dell’evangelizzazione fra gli Zingari. Nei Paesi poi in cui tale popolazione è numerosa e in espansione, uno dei primi compiti sarà quello di creare una struttura pastorale nazionale/sinodale, regionale o nell’ambito di una specifica Chiesa sui iuris, o di rafforzare quella esistente.
90. Anche se le “Cappellanie” nazionali, o simili, sono organizzate in modo non uniforme, in genere esse comprendono un Direttore nazionale, magari coadiuvato da uno o due assistenti, secondo la consistenza della popolazione zingara e l’ambito geografico in cui essa è presente. Incontri nazionali, o simili, in cui partecipano Zingari e sacerdoti, religiose e laicigağé, permettono di trattare i grandi problemi che riguardano questa popolazione e di emettere proposte per l’azione pastorale ecclesiale. In questo ambito, l’indirizzo del Promotore episcopale è indispensabile. L’asse portante di ogni attività tenderà comunque a far sì che gli Zingari stessi siano responsabili del loro destino. Il Direttore nazionale, o l’equivalente, sarà persona con vasta conoscenza della popolazione zingara, con visione internazionale ed esperienza sul terreno e di lavoro in équipe.
91. Il Direttore nazionale, o l’equivalente, incoraggerà anche la creazione – se necessario – di équipes regionali e diocesane/eparchiali con il compito di analizzare la comune esperienza, sia in vista di una maggiore giustizia nei confronti degli Zingari, sia per migliorare la qualità e la continuità dell’assistenza religiosa e della catechesi. Saranno proposte poi sessioni annuali di formazione per Cappellani, religiosi/e e laici. Sarebbe opportuno altresì organizzare periodi di convivenza presso famiglie e comunità zingare, per comprenderne dall’interno la mentalità, la rete relazionale, la povertà relativa, le qualità e le carenze esistenti. È un’esperienza difficile, ma anche arricchente. La Direzione nazionale, o l’equivalente, potrà altresì sostenere la creazione di “scuole della fede” per le coppie e le famiglie zingare, chiamate a partecipare, in forma più concreta, all’animazione cristiana delle loro comunità.
92. Allo scopo di non escludere nessuno dalla comunione ecclesiale, una ormai collaudata esperienza affianca alle strutture pastorali su base territoriale – sostanzialmente le parrocchie – altre strutture, rivolte invece a diverse categorie di persone bisognose di una pastorale specifica. Troviamo così nella Chiesa Cappellanie/Missioni per i migranti, i rifugiati, gli universitari, gli ammalati negli ospedali, i carcerati, il mondo dello sport, dello spettacolo, ecc. Abbiamo richiamato questo contesto perché in esso trova il suo posto la “Cappellania” che realizza una specifica pastorale degli Zingari, dotata di tutti i mezzi necessari per adempiere la sua missione.
93. Per esercitare il ministero pastorale specifico con gli Zingari è necessaria una speciale preparazione, guidata dal Promotore episcopale, indirizzata dalla Direzione nazionale, o l’equivalente, in comunione con i Vescovi diocesani/eparchiali interessati. Questo compito di formazione dei presbiteri per il mondo zingaro richiede così un’équipe nazionale, o equivalente, efficiente e preparata. In ogni luogo dovrebbe poi operare un numero di Cappellani proporzionato alla presenza in loco di popolazione zingara.
Tale pastorale coinvolge naturalmente anche i Parroci del luogo, che non debbono caricare l’intero peso dell’impegno apostolico con gli Zingari sulle spalle dei Cappellani/Missionari di pastorale specifica. Fra essi e i Parroci dovrà svilupparsi, comunque, una grande sinergia e uno spirito di collaborazione. Spetta infatti specialmente a questi ultimi sensibilizzare pastoralmente la comunità parrocchiale nei riguardi degli Zingari, mentre debbono essere disposti anche a lasciarsi aiutare dal Cappellano/Missionario nel ministero presso di loro.
94. Dato che il ministero nelle Cappellanie/Missioni di pastorale specifica per gli Zingari si presenta come un impegno particolarmente difficile, i Sacerdoti destinati a questo compito vanno aiutati e incoraggiati.
Si raccomanda, poi, il coordinamento tra pastorale territoriale e personale e si auspica che i Parroci e tali Cappellani/Missionari cerchino e realizzino un proficuo dialogo tra di loro. È importante altresì che nei Seminari e negli Istituti di formazione dei religiosi e delle religiose dei Paesi interessati si dia almeno una qualche nozione circa la pastorale a favore degli Zingari.
95. Il decreto della Pontificia Commissione per la Pastorale delle Migrazioni e del Turismo, del 19 marzo 1982, riportava un elenco di sette facoltà speciali di cui godevano i Cappellani di alcune categorie di fedeli, tra cui i Cappellani dei nomadi (facoltà che si estendevano anche al sacerdote che, assente o impedito il Cappellano, fosse stato nominato a farne le veci).
Va tenuto conto che quando fu emanato l’anzidetto decreto, oltre al Codice di Diritto Canonico del 1917, vigeva l’istruzione De pastorali migratorum cura, della Sacra Congregazione per i Vescovi, del 22 agosto 1969, il cui n. 36 § 2 prevedeva che la nomina di tali Cappellani avvenisse attraverso un suo rescritto.
Comunque, nel considerare le facoltà dei Cappellani/Missionari dediti alla pastorale in favore degli Zingari, occorre tener presente ora non solo la disciplina del CIC del 1983 e quella delCCEO riguardo alle singole materie a cui si riferiscono le facoltà, ma soprattutto il fatto che i Cappellani/Missionari sono nominati dal competente Ordinario/Gerarca, per esempio a norma del CIC can. 565 e del CCEO can. 585. Come tali, dunque, le facoltà si riferiscono a una certa diocesi/eparchia, con eccezione della facoltà di ascoltare le confessioni, data ora normalmenteubique terrarum.
Rimarrebbe unicamente, quindi, la facoltà di riservare il Santissimo Sacramento inroulottes, sebbene anche qui la normativa del can. 934 conceda maggiore possibilità di azione all’Ordinario di quanto lo facesse il can. 1265 del Codice del 1917. In ogni caso il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti può concedere simile indulto, a certe condizioni.
96. Gli Operatori pastorali, uomini e donne, coppie zingare o di gağé, laici, diaconi, religiosi non sacerdoti e religiose, sono chiamati a mettersi al servizio degli Zingari con una responsabilità precisa ed eventualmente con “lettera di missione” del Vescovo o di chi regge la struttura pastorale eretta a tal fine. Spetta al Vescovo diocesano o al Gerarca del luogo riconoscere e definire il servizio richiesto, preoccupandosi di affidarne la formazione all’équipe nazionale, o a quella regionale, guidata dal Promotore episcopale.
97. In genere, per la formazione varrà ricordare che un Operatore pastorale anche con relazioni permanenti con famiglie zingare, non è facilmente accettato o riconosciuto dalla comunità territoriale, mentre è pure vero che non sempre è immediatamente accettato dagli Zingari stessi. Egli comunque dovrà intensificare i suoi contatti per conoscerne la storia e la situazione e per comprendere la rete relazionale di un quartiere zingaro o di un’area di sosta.
Gli Operatori pastorali inoltre cercheranno di preoccuparsi di formare un’équipe di riflessione con presenza zingara, non facile da realizzare, soprattutto d’inizio. Per questo non pochi Operatori pastorali si stancano e si scoraggiano perché si trovano da soli ad analizzare le loro esperienze e a sopportarne il peso. Situati alla frontiera di due mondi culturali diversi, essi devono invece contare su una comunità cristiana accogliente, che cerca, anche grazie a loro, di andare incontro agli Zingari, di camminare insieme, affinché la fraternità cristiana universale proclamata sia effettiva.
98. In tali situazioni di sperimentata e oggettiva difficoltà, le cosiddette comunità-ponte, costituite da Operatori pastorali gağé che condividono la vita di una comunità zingara, si sono dimostrate una valida espressione di unità organica e vanno quindi incoraggiate. In effetti, la condivisione della vita quotidiana ha spesso più valore di molti discorsi, per cui esse si rivelano quasi indispensabili affinché anche le comunità cristiane si liberino dei pregiudizi e delle condanne generalizzate degli Zingari e accettino d’incontrarli.
L’intervento del Promotore episcopale e del Vescovo diocesano/eparchiale, in questo campo, è particolarmente decisivo, al fine di ottenere che tali comunità-ponte siano appoggiate e promosse, e contemporaneamente non diventino una facile giustificazione per il disinteresse degli altri cristiani. Per lo stesso motivo, poi, il Promotore episcopale e l’Ordinario diocesano o il Gerarca del luogo saranno sistematicamente informati circa l’operare della comunità-ponte.
99. Da una pastorale ben impostata dovrebbe nascere, come frutto naturale, un “protagonismo” degli stessi Zingari. Essi saranno cioè apostoli di se stessi. Anche in questo modo troverebbero allora compimento le parole di Papa Paolo VI, che attestò, pur in altro contesto: «Occorrerà un’incubazione del ‘mistero’ cristiano nel genio del vostro popolo, perché poi la sua voce nativa, più limpida e più franca, si innalzi armoniosa nel coro delle altre voci della Chiesa universale».
Comunque, generalmente, i laici zingari impegnati nella pastorale preferiscono un compito non definitivo e rinnovabile, poiché, di fatto, le loro condizioni di vita, più di altre, sono soggette alle incognite dell’esistenza. La povertà di alcuni familiari, per esempio, quando diventa insopportabile, rende per essi impossibile l’esercizio della propria responsabilità apostolica, dato che l’urgenza di lottare per sopravvivere richiede tutte le loro forze. Inoltre la poca recettività dell’ambiente, nel caso in cui si percepisca il laico come un inviato dei gağé, può indurre a rinunciare al servizio, poiché ciò implica il rischio di escludere lo Zingaro dalla sua comunità originaria.
100. La formazione di laici zingari per compiti pastorali è comunque una priorità e impegna il futuro della Chiesa. Essa non è cosa semplice poiché presuppone sempre il rapporto personale con un sacerdote, un religioso, una religiosa o un laico che vive abitualmente in legame con una o più famiglie zingare, e che ha individuato la disposizione e la generosità di una persona o di una coppia ben accette nel proprio ambiente e la cui influenza è percepibile. La loro formazione però non deve essere realizzata con separazione dalla famiglia, le cui reazioni e prese di coscienza devono essere puntualmente considerate. Essa dovrà avvenire, come ideale, congiuntamente anche ad altre persone o coppie zingare che abbiano accettato questo invito.
L’équipe animatrice dovrà comunque discernere regolarmente l’evoluzione del gruppo e la sua ripercussione sull’ambiente zingaro. L’esperienza della cattolicità porterà a valutare poi se gli Zingari prendono facilmente la parola, scoprendo sempre più che la fede è relazione personale con Cristo, il Quale è amore gratuito verso ogni persona. Anche la comunità cristiana che accompagna l’équipe animatrice dovrà interrogarsi sulla qualità della sua accoglienza e delle sue aspettative. L’iniziativa dovrà dunque essere reciproca e fonte di una esperienza cristiana condivisa, con parole e condizioni di vita alle quali i laici non sono in genere abituati.
101. All’interno di tale “protagonismo” sgorgherà la preghiera affinché lo Spirito susciti fra gli Zingari generose vocazioni sacerdotali, diaconali e religiose, necessarie perché si possa parlare di una autentica implantatio Ecclesiae (radicamento della Chiesa) in ambiente zingaro. Occorrerà quindi operare un’adeguata promozione delle vocazioni, memori che «la Chiesa mette più profonde radici in un gruppo umano qualsiasi, quando le varie comunità di fedeli traggono dai propri membri i ministri della salvezza» (AG 16).
102. Ci auguriamo che questi Orientamenti rispondano alle aspettative di molti che desideravano avere un indirizzo pastorale d’insieme nel ministero a favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nomadi. Per la Chiesa, l’accoglienza degli Zingari rappresenta certamente una sfida. La presenza dei nomadi, diffusa quasi ovunque, è in effetti anche un appello costante a vivere con fede il nostro pellegrinaggio terreno, a realizzare la carità e la comunione cristiana, affinché si superi ogni indifferenza e animosità nei loro riguardi. Nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, Papa Giovanni Paolo II ci invita di fatto a «promuovere una spiritualità di comunione»,che significa soprattutto condivisione delle gioie e delle sofferenze altrui, con intuizione dei loro desideri e cura dei bisogni di ciascuno, per offrire a tutti vera e profonda amicizia.
Roma, dalla sede del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, l’otto Dicembre 2005, nella Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria.
Stephen Fumio Cardinale Hamao -Presidente
Agostino Marchetto Arcivescovo titolare di Astigi -Segretario
Sigle e abbreviazioni
AAS: Acta Apostolicae Sedis
AG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’attività missionaria della Chiesa Ad Gentes
CCEO: Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium
CD: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’ufficio pastorale dei Vescovi Christus Dominus
CIC: Codex Iuris Canonici
IM: G.PaoloII, Bolla di indizione del Grande Giubileo dell’Anno 2000 Incarnationis Mysterium
LG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium
PG: Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica post-sinodale sul Vescovo servitorePastores Gregis
PL: Patrologia Latina, Migne
RM: G. Paolo II, Lettera Enciclica sul mandato missionario Redemptoris Missio
UR: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio