via WhatsApp - 16 dicembre 2024
Leggendo questo libro ho pensato a voi e vi invito a leggerlo. Non sto facendo una presentazione pubblicitaria e tantomeno una recensione, ma semplicemente una rivisitazione di un testo che meno lo capivo, più mi appassionava e che vorrei consigliare ai miei amici più amici.
Spesso sono attratto verso ciò che non conosco e non capisco, e la curiosità a volte mi accompagna dove la mia creatività non oserebbe mai sperare. Se mi fosse capitato sotto mano il libro Dio e l’ipercubo dopo la terza liceo, è probabile che mi prendesse il desiderio di arruolarmi nell’esercito dei matematici, per riuscire dopo alcuni anni a leggerlo senza dover tralasciare nulla: un apice, un segno, un grafico, un numero reale, razionale o irrazionale, un’espressione matematica.
Nella mia famiglia ho avuto l’onore di avere un cugino enfant prodige in matematica, ma io non ho coltivato quel carisma. In ogni caso, in questo volume, Francesco Malaspina (docente di matematica al Policlinico di Torino) ha avuto pietà anche di coloro che, come me, non sono diventati matematici: infatti accompagna il lettore con un linguaggio strettamente scientifico e tecnico e, in parallelo, con un linguaggio intuitivo, per cui offre la possibilità anche ai non addetti ai lavori di non scoraggiarsi e di non chiudere il libro dopo le prime pagine.
Come per Alessandro Magno furono molti (almeno 4 storiografi) coloro che scrissero di lui, mettendo in luce aspetti diversi che un solo biografo non avrebbe colto, così è stato per Gesù. I quattro evangelisti e migliaia di autori hanno tentato di mettere a fuoco qualche suo aspetto: Sant’Agostino, San Girolamo, San Tommaso d’Aquino, San Francesco, Santa Teresa del Bambino Gesù e molti altri ancora. Tra i contemporanei, anche Malaspina ha tentato di fare la sua parte, mettendo a fuoco l’avventura dell’Incarnazione con la sensibilità del matematico.
In questo testo l’autore si addentra ben oltre il titolo, in quanto l’ipercubo non è solo un’espressione della corrente artistica – nota come arte cinetica – che propone un’esperienza di sintesi tra movimento, luce e geometria, e non è semplicemente l’estensione del cubo geometrico in più dimensioni, ma viene assunto come parabola per alimentare la nostra fede.
L’autore utilizza infatti il termine “ipercubo” in un senso concettuale che supera le convenzionali tre dimensioni percepite. Nelle prime citazioni bibliche e specialmente nel Prologo di Giovanni intravedo infatti una stringata coerenza tra quei testi e gli sviluppi matematici di Malaspina.
Sono poi stato catturato dal brano in cui esplode un temporale, o meglio il Big Bang della salvezza. Nel suo lungo cammino, l’umanità aveva cercato in mille modi di raggiungere il Cielo, l’Infinito, il trascendente, l’Eterno, la salvezza, il paradiso: non solo i costruttori della Torre di Babele si erano mossi in questa ricerca, spinti da una speranza inscritta nel DNA della loro storia. Malaspina ci racconta con numeri e formule il tracciato di quello sforzo titanico dell’uomo per formare in sé stesso l’uomo spirituale, sebbene questo sforzo non sia bastato. Anche il matematico – ci mette in guardia Malaspina – con tutte le sue formule ha tentato di trovare qualche strada per passare dal finito all’infinito, ma si è sempre trovato impossibilitato. Un indefinito numero di finiti non raggiunge un infinito. Così l’uomo spirituale, che aveva già fatto un cammino significativo in questa tensione e nel tentativo di raggiungere l’Olimpo, ha solo faticato molto, senza però riuscire neppure ad avvicinarsi alla punta. La scintilla del divino posta nell’uomo l’aveva accompagnato, ma l’uomo era rimasto immerso nel temporale della storia, al buio, tra lampi e tuoni che semmai avevano balbettato qualche suono inarticolato simile a parole di Dio, rimanendo però sempre frustrato per aver fallito il suo tentativo di arrivare all’Infinito, e quindi a Dio stesso.
Ma in un insignificante e sconosciuto villaggio della Galilea, quando l’uomo meno se l’aspettava e viveva il suo quotidiano come sempre – pescando, seminando, pascolando e pregando nella sua piccola sinagoga, mentre le donne cucinavano, pulivano o filavano, cantando la vita e piangendo la morte – proprio là scoppiò il Big Bang della storia della salvezza: l’Infinito attraversò tutti i cieli e i temporali della storia e venne a raggiungere il finito. E se l’uomo non ce l’aveva fatta a salire fin lassù «il cristianesimo ci rivela invece un infinito che scende fino a noi e si fa finito». «Abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio» (Eb.4,14).
L’autore soggiunge: «L’infinito, insomma, si spoglia di se stesso, va fino al finito e prosegue ancora fino all’annientamento, fino all’umiliazione della croce».
La scintilla del divino aveva spinto l’uomo verso l’alto, mentre è stata la forza della gratuità ad attirare l’infinito verso il finito: è stato l’amore. «L’Incarnazione del Verbo tra le stoviglie di Nazareth è un atto di amore gratuito e fa sì che Dio, proteso verso l’umanità, si svuoti e diventi un bambino, un servo dell’umanità, un massacrato, per poterla servire e salvare. Ma con Gesù la croce viene esaltata». In ogni caso, Dio non vuole salvare il mondo solo con suo Figlio Gesù, ma vuole coinvolgerci affinché anche noi facciamo la nostra parte.
«L’infinito attraversa tutti i livelli di infinito, squarcia il numerabile e atterra a un finito che è da noi raggiungibile», invitandoci così a fare la nostra parte, ovvero a compiere quegli ultimi passetti che mancano (cfr. Col. 1,24). Così il Figlio di Dio Gesù, con i nostri piccoli atti d’amore e il suo grande amore, ama il mondo; con i nostri piccoli atti di perdono e il suo grande perdono, perdona il mondo e con le nostre piccole croci e la sua grande croce, salva il mondo.
L’autore non intende pertanto modellizzare il cristianesimo e neppure renderne ragione, ma semplicemente far sì che le formule matematiche e le figure geometriche evochino e richiamino qualcosa sul cristianesimo. Così associa Dio a una sfuggente infinità di infiniti e l’uomo a un insieme di finiti. Possiamo quindi affermare che, dopo Gesù Cristo, nell’infinito di Dio c’è un tratto di finito che ci permette di vedere una scintilla della sua bellezza, mentre nel cuore dell’uomo, che tende drammaticamente all’infinito, intravediamo una scintilla di eterno.
Gesù sarà poi colui che raggiunge l’uomo più spoglio, povero e miserabile, come Zaccheo o Matteo: quando l’infinito raggiunge il finito esplode la conversione e il perdono. E nella povertà del finito si intravede la possibilità che nasca una povertà evangelica, la quale farà proclamare una beatitudine: «Beati i poveri», che non significa «beato chi fa la scelta dei poveri» o «beati coloro che hanno a cuore i poveri», ma proprio «beati i poveri». E tanto Zaccheo, quanto Matteo s’incammineranno sulla luce di questo invito.
Il matematico tratta anche dell’Eucarestia, altro segno di quella povertà radicale: l’infinito diventato scandalosamente finito in un pezzo di pane. In quel contesto, si parla ancora di perdono e di conversione, altro modo in cui l’Incarnazione, la kenosis, continua la sua dinamica attraverso la Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo.
«Se duemila anni fa – ci ricorda Malaspina – l’infinito ha scelto il Corpo fisico di Gesù per incontrare il finito, nel resto della storia utilizza un corpo formato dalla totalità dei cristiani, che diventano dunque Tempio dello Spirito Santo, corpo e sangue di Cristo, Eucarestia adorabile. Sembra che la Chiesa non sia degna di un compito così alto: come ciascuno di noi indegnamente è un “Cristoforo” (portatore di Cristo) e Lui non disdegna di abitare con noi, in noi, nel più intimo del nostro intimo, tanto da identificarsi con noi, anche nella Chiesa troviamo l’orgoglio, la superbia, la ricchezza e il potere. Ed è vero che il corpo di Cristo, il nostro corpo e quello della Chiesa sono solo un vaso di creta, ma portatore della più grande preziosità: Dio stesso.
Sempre con il linguaggio suo proprio, nel secondo capitolo l’autore ci parla dei giorni della morte e resurrezione di Cristo che, pur essendo racchiusi in un breve e circostanziato intervallo temporale, condizionano tutta la storia, dando speranza e significato a ogni uomo.
Per discorrere dello spazio e del tempo, nelle pagine che seguono Malaspina chiama in causa un filosofo come Zenone o il matematico Pitagora, trattando degli spazi metrici – cioè di insiemi in cui è presente un concetto di distanza tra due elementi – in modo da riflettere sulla speranza del Regno di Dio che verrà e che è già arrivato.
Poi si diverte davanti alle bolle di sapone, focalizzando l’attenzione sulla sfera, sul suo centro e sul bordo: attraverso la bolla tridimensionale e quella bidimensionale (che diventa un segmento) accompagna il lettore a cogliere la linea del tempo tra l’inizio e la fine dell’umanità, nella quale è inserita la vicenda terrena di Gesù, quale punto e centro della storia.
Ci presenta poi la nostra vita come un intervallo limitato, ma frazionato infinite volte, in cui sperimentiamo l’eterno e in cui Dio compie «il suo viaggio squarciando il numerabile» per raggiungerci indefinite volte. Se in questo intervallo accettiamo, con la fede, che Dio sia morto per amore e risorto, ecco che siamo spinti con la virtù della speranza a «sperare che questa sorte attenda anche noi»: infatti, secondo San Paolo, la fede è «fondamento di ciò che si spera».
Così Dio, abitando le infinite frazioni del nostro tempo, riesce a starci infinitamente vicino e ci canta una bella canzone:
«se dovrai attraversare le acque, sarò con te
i fiumi non ti sommergeranno
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai
la fiamma non ti potrà bruciare
poiché io sono il Signore, tuo Dio
il Santo d’Israele, il tuo salvatore...
tu sei prezioso ai miei occhi,
poiché sei degno di stima e io ti amo...
Non temere poiché io sono con te».
Dopo questo canto che, scritto da Dio in casa di Isaia, con l’analogia degli intorni omeomorfi accompagna al Regno di Dio, verso la fine del libro l’autore ci racconta che in ogni piccolissima frazione di tempo può essere condensata in qualche senso tutta la storia dell’umanità. Così l’intorno temporale della morte e resurrezione di Gesù, che appartiene alla nostra storia, raggiunge la vita di ogni uomo e così anche l’uomo – che come Cristo offre la vita – può sperare di risorgere.
Ma la nostra resurrezione non avverrà perché noi abbiamo dato la vita, ma solo perché Lui è risorto: è il suo amore che ci ha salvati. Amare Dio è importante, ma la cosa più importante è che Dio ama noi. Il nostro amore per Lui è discontinuo, mentre il suo è eterno. Potrei non aver mai conosciuto Gesù Cristo, o appartenere a una religione che non lo riconosce, ma Lui ci ha già salvati e ha salvato anche i nostri fratelli che lo ignorano.
Mentre leggo, rispondo anche a una domanda che qualcuno potrebbe fare: “E allora? Nessuna differenza tra un credente e un ateo?” Ma certamente! Il credente ha un amante (Gesù) che lo ama al 100% e per questo è fuori di testa per la gioia; anche l’ateo ha un amante (Gesù) che lo ama al 100%, ma non lo sa e per questo ha una felicità in meno.
In tutte le considerazioni matematiche, però, dobbiamo essere estremamente umili quando parliamo di resurrezione, in quanto la vita oltre la morte ci porta in una dimensione che si trova oltre la retta infinita del tempo. Dobbiamo fermarci un momento prima.
Mi viene di dire a questo punto che non appare possibile una complessa espressione algebrica al termine della quale il risultato sia: «Dio esiste (o la resurrezione è vera)», così come non lo è quella contraria: «Dio non esiste». Al termine della prima espressione avremo pur sempre bisogno di un atto di fede e al termine della seconda dovremo onestamente presupporre un atto con un rischio molto alto, pensando alla preziosità che c’è in gioco.
Alla fine del capitolo sulla metrica escatologica, tuttavia, incontriamo ancora la testarda volontà di Gesù Cristo che non vuole, nel modo più assoluto, perdere nessuno. Ci invita a lavorare nel suo Regno a tutte le ore del giorno, anche quando il sole sta per tramontare, solo per avere la scusa di darci un salario come ricompensa di un lavoro, anche se il premio è totalmente gratuito.
Infatti si conclude con un canto, questa volta intonato da noi uomini fragili e mortali, ma immortalati dall’amore di Cristo, dal quale nulla e nessuno ci può separare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincenti, solo perché Qualcuno ci ha amati. Sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm8,35.37-39).
Nell’ultimo capitolo, Malaspina ci parla della Trinità, intesa come una varietà topologica localmente omeomorfa ai poveri della terra, ai tapini (tapeinos) e spiantati. Prima di affrontare i concetti astratti, tuttavia, mette il lettore di fronte alla parabola del bambino che, sulla riva del mare, cerca di versare l’acqua in un piccolo foro scavato nella sabbia, impresa ovviamente impossibile. In questo modo il discorso trinitario, astratto e impalpabile, viene messo in analogia con l’amore concreto e palpabile di Gesù, che si identifica con l’affamato, l’assetato, il nudo, il malato, lo straniero e il carcerato. Ma, prima di questa analisi, l’autore ha già dimostrato in concreto che non c’è modo migliore di incontrare Dio se non amando e servendo il prossimo povero e bisognoso. Se al povero darò da mangiare, da bere, da vestire, come ci dice Matteo, mi inginocchierò in contemplazione di fronte a Dio stesso.
Il matematico offre alcuni flash di questa contemplazione, per esempio introducendo il lettore nella “Casa del cuore puro” (Nirmal Hriday), dove Madre Teresa ha cominciato ad accogliere i moribondi, per accompagnarli a morire con dignità. La stessa Madre Teresa invitava infatti le sue suore a trattarli con lo stesso amore e delicatezza con cui il sacerdote tratta il corpo di Cristo durante la Messa.
Poi ricorda Charles de Foucauld, il quale afferma con forza che quando il povero, nudo, viandante, sofferente, è passato davanti a noi e non ci siamo accorti del suo bisogno, in verità abbiamo lasciato passare lo stesso Gesù. L’incontro con Lui non è dunque un’astratta ed eterea visione mistica, ma un concretissimo contatto umano.
E, ancora, ci presenta Francesco d’Assisi che, baciando il lebbroso, si rende conto come in quel gesto ci sia tutta la sua sequela e il servizio a Gesù stesso.
Non si lascia infine sfuggire coloro che sono stati catturati dal Gesù vivo e vero nei disabili, i preferiti di Dio. Tra questi, cita Giuseppe Benedetto Cottolengo, che nel1932 fondò la piccola Casa della Divina Provvidenza e Jeans Vanier con la Comunità dell’Arca, oppure Oreste Benzi con la Comunità Papa Giovanni XXIII e quanti altri!
Nel contesto della disabilità, nel suo finale inno all’amore, Malaspina afferma che non soltanto sveliamo qualcosa dell’amore di Dio al mondo quando compiamo un gesto di carità, ma anche quando siamo bisognosi di riceverne. L’autosufficienza, il sapercela cavare da soli può diventare un grande ostacolo e ancora ci consiglia: meglio sarebbe se, quando riceviamo dei favori e vogliamo immediatamente restituire (quasi sdebitarci), invece di offrire la ricompensa al donatore cercassimo una terza persona per alimentare la gratuità in entrambi.
Aggiungerei che ogni atto sociale e politico veramente sincero, almeno per noi cristiani, è anche e sempre un atto liturgico.
Al termine del capitolo sulla Trinità, e quindi sull’amore, viene presentata la punta dell’iceberg e cioè l’amore sponsale con la simbologia dell’icona della Trinità di Andrej Rublëv, che conferma come Dio sia anche localmente omeomorfo all’amore sponsale e quest’ultimo lo sia al cuore di Dio. Nell’enciclica Deus Caritas est di Benedetto XVII, si fa appunto riferimento al fatto che, nella visione cristiana, in realtà la sessualità – come apice della tenerezza tra due sposi – viene innalzata tanto da sfiorare il divino.
Nell’opera viene poi incorniciata la lavanda dei piedi: nel momento solenne dell’ultima cena, Gesù toglie il mantello della festa e veste un asciugatoio (unico abito liturgico che ha indossato) e lava i piedi ai discepoli, mostrando così come nel servizio troviamo la concretizzazione dell’amore e il suo compimento.
Non ci sarebbe nulla da aggiungere, ma l’autore vuole ancora dirci che questo unico tesoro, Gesù Cristo, che abbiamo ricevuto e conserviamo in un vaso di creta, dev’essere portato al mondo intero e che questa è la nostra missione.
La speculazione di Malaspina ci mostra che partendo da una «varietà topologica astratta», in pochissimi passaggi ci si trova davanti a un povero visibile e concreto, che è Dio stesso. Gesù inginocchiato di fronte a Giuda e agli altri a cui, poco dopo, consegnerà anche il pane e il vino consacrati, è un’icona da capogiro. L’amore invisibile, imperscrutabile, irraggiungibile e inaccessibile diventa amore che abbraccia, consola, sostiene, asciuga le lacrime, si prende cura, sorride, perdona incondizionatamente, imbocca, gioca, cambia pannolini e pannoloni, accoglie e disseta.
Nel susseguirsi di pagine preziose, l’autore ha risposto a problemi di tipo scientifico servendosi di nozioni matematiche: ci ha parlato della vicinanza di Dio con gli spazi metrici e dell’incontro concreto tra Dio e l’uomo con le varietà topologiche, ma le ha usate con un linguaggio analogico, appunto per parlare dell’impianto teologico del cristianesimo.
Portare, in missione, Gesù agli altri e testimoniarlo con il servizio è una grande sfida e fatica, per questo abbiamo un profondo bisogno di riposare il nostro cuore e di ricaricarlo nel cuore di Dio: questa attività si chiama Preghiera. Quando, in missione, sosteremo in una cappella di fronte all’Eucarestia non ruberemo tempo al servizio dei poveri, perché il tempo della preghiera fa parte di quel servizio, tanto che, se ne fosse privato, perderebbe il suo significato. Non le nostre parole, ma il servizio e la preghiera susciteranno la conversione dei cuori, che si trasmetterà per contagio: se la causa, come si è detto, è la carità, l’effetto sarà la gioia.
Sia chiaro che Malaspina non ha usato argomenti per inchiodarci a credere alle tesi enunciate, ma ha camminato in punta di piedi con noi, con infinito rispetto della libertà. È lui che conclude con queste parole: «Ci piace un Dio che non usa argomenti inattaccabili e stringenti, ma rispetta profondamente la nostra libertà. La matematica non serve a dimostrarci qualcosa su Dio, ma abbiamo visto come alcune sue nozioni ci sappiano parlare di Lui».
P.S. Il volume di Malaspina, per difficile che possa apparire, non è quello di Apocalisse 5,1-2, «chiuso con sette sigilli, difficile da aprire e da capire», che solo Gesù Cristo potrà dischiudere per rivelare i segreti che contiene, ma si presenta comunque con più di un sigillo, tanto che solo con gli occhi limpidi e la fede nel cuore si può assaporare, dissetandosi alla sua fontana.
Al termine di questo lungo e, per me, faticoso e gioioso percorso di rivisitazione, mi preme sottolineare come il nostro autore, servendosi dei suoni neutri della matematica e organizzandoli in accordi e in forme narrative, ha ottenuto una corale che ha “cantato” un prezioso spartito di cristianesimo.
Da https://www.mondonomadi.it/ Settembre 2023
Ndr: Nel rispetto delle leggi sulla privacy dei minori e per volere di d. Renato alcuni link sono stati omessi
Amici,
terminando i 50 anni di convivenza con gli zingari, vi trasmetto i principali progetti degli ultimi 30 anni. Troverete i titoli delle attività svolte e una descrizione molto generale con la possibilità di approfondire i vari progetti dando uno sguardo ai testi e alle immagini, che possono offrire elementi nuovi. Questa è una lettera personale, ma per la privacy chiediamo di non pubblicare foto o video dove compaiono bambini.
UN MINUTO E MEZZO PER COMINCIARE
Sotto le tende degli zingari
GRUPPI NOMADI INDIANI
Lungo gli anni, in tempi diversi, abbiamo creato progetti di alfabetizzazione e scolarizzazione, di salute e di fede per tutti questi gruppi.
1. Hakipikki
Sono nomadi indiani cacciatori del Karnataka, Maharastra e Tamil Nadu.
2. Rabari
Nomadi pastori che vivono specialmente in Rajasthan, Gujarat, Madia Pradesh.
3. Gadiya Lohar
Nomadi indiani, artigiani del ferro
4. Nari Korawas
Nomadi del Sud-India, oggi sono lavoratori di bigiotteria.
5. Bavari
Nomadi indiani che in passato modellavano le statue delle divinità per le celebrazioni religiose; oggi costruiscono statue in cemento bianco e le vendono ai bordi delle strade.
6. Scalpellini
7. Eunuchi
8. Pardi
NOMADI BARA, MADAGASCAR (progetto in corso)
Questo è l’ultimo progetto con i nomadi Bara del Madagascar.
Il mio primo incontro con loro mi ha dato la possibilità di vedere in quale drammatica situazione vivevano e alcune possibilità di intervento grazie ai francescani che vivono presso di loro.
Il progetto è stato iniziato da Fr. Pascal, mentre Fr. Felix lo ha amministrato fino al 2022, passando ogni mese, a piedi, in 30 centri che sono nati ai confini di una vallata lunga 200 chilometri dove vivono i nomadi Bara. Sono nate 30 cappelle, alcune chiese e 30 scuole, alcune delle quali molto semplici. Le scuole sono supervisionate da un’insegnante che ha una buona esperienza e una forza straordinaria, che le permette di fare da 4 a 6 ore al giorno su e giù per quelle impervie montagne. A seguire i catechisti ci ha pensato personalmente Fr. Felix (e ora ancora Fr. Pascal), con la stessa difficoltà e fatica. C’è poi l’assistenza sanitaria di un’infermiera e un signore che si intende di agricoltura e ha già fatto veri e propri miracoli.
PROGETTO SCUOLE MOBILI
È stato creato per consentire a questi gruppi di zingari nomadi o semisedentari di avere accesso ad un minimo di strumenti culturali (leggere, scrivere ed esercitare il pensiero) che possa garantire loro una condizione di vita più dignitosa ed umana o almeno, non così emarginata.
SCUOLE MOBILI CON ZINGARI PASTORI, INDIA
Nel 2001 nei villaggi della regione di Jabua, 40.000 bambini facevano i pastori a tempo pieno. Le loro famiglie accampate nelle periferie di grandi città lavorando in diversi settori (edilizia, ferrovie, asfalti etc.) lasciavano i bambini soli nei loro villaggi, ad occuparsi del pascolo.
Nasceva per sei mesi all’ anno una società dei bambini. Con essi abbiamo iniziato le scuole mobili che oggi hanno cambiato la loro vita.
SCUOLE SEMISEDENTARIE (progetto parzialmente in corso)
Scuole per bambini nomadi in aree semisedentarie.
MAHALI DEL NORD, BANGLADESH
Due famiglie che appartengono al gruppo tribale nomade dei Mahali vivono nella periferia di Rajshai, in un territorio che abbraccia diverse parrocchie. La maggior parte dei Mahali sono cristiani cattolici. La loro attività lavorativa è quella di confezionare cesti e oggetti di vario genere, comunque sempre intrecciati con lamelle di bambù. Da oltre 20 anni, due famiglie che appartengono a questo gruppo gestiscono una serie di progetti riguardanti la scuola, la salute e la catechesi.
INIZIATIVE A DAMKURÀ, BANGLADESH (progetti conclusi)
A Damkurà abbiamo un’organizzazione che si occupa di scolarizzazione, salute e artigianato presso i gruppi Mahali della regione: nomadi e semisedentari. Personalmente negli ultimi anni ho investito per questo gruppo la maggior parte delle risorse che avevo a disposizione.
PROGETTO PREPARAZIONE ALLA MATURITÀ (progetto in corso)
A Damkurà, per tre mesi all’anno, si preparano gli studenti (ragazzi e ragazze) per due tipi di esami: da inizio novembre a gennaio compreso, studiano gli adolescenti che dovranno sostenere l’esame di quinta ginnasio, mentre da inizio dicembre a fine febbraio studiano coloro che si preparano alla maturità liceale per avere accesso all’Università. Nei tre mesi di preparazione, gli studenti hanno vitto e alloggio in una struttura di due piani costruita per questo servizio. Il coordinatore di questi corsi, David Murmu, sceglie per questi mesi i migliori insegnanti e propone un ritmo di lavoro dalle 4 del mattino alle 11 di sera con un’ora di riposo e, ovviamente, i vari intervalli tra le ore di lezione e quelle di studio, dei pasti e due tempi di preghiera al giorno. I corsi sono massacranti, ma sorprendenti: il 97-99% di essi sono promossi, mentre nelle altre scuole i promossi non superano il 50%. Gli studenti stessi pretendono quel ritmo perché ne conoscono il risultato. Tutti i giovani di Rajshai vorrebbero prepararsi agli esami con David Murmu, ma i posti sono limitati a 110 e ogni anno bisogna vedere quanti soldi arrivano per sovvenzionare questa bella pagina di storia.
PROGETTO SALUTE PER I VILLAGGI SPERDUTI A DAMKURÀ
I SAHARAWI, ALGERIA (progetto in corso)
Nel 1974 il Marocco aveva occupato il Sahara Occidentale e un gran numero di beduini nomadi fuggirono dal loro deserto riparando nel deserto algerino. Oggi questi 184.000 Saharawi sono accampati a 400 Km di distanza dal confine col Marocco in 5 accampamenti.
Essi, per sopravvivere, hanno dovuto affidarsi a Governi, Municipalità e istituzioni caritative di tutto il mondo che, in queste ultime decine di anni, hanno dovuto provvedere a tutto.
Il primo progetto che propongo è quello dei bambini epilettici nei campi dei Saharawi presso Tindouf, in Algeria. Dal 2008, dopo alcune visite che ho effettuato sul luogo e brevi permanenze insieme alla signora Rossana Berini, che poi continuò a vivere quasi permanentemente in quei campi, si è deciso di aprire una porta di speranza per circa 220 bambini e alcuni più adulti, malati di epilessia. Coadiuvati da neurologi che hanno continuato a fare visite sul posto, con EEG e visite specializzate, abbiamo cominciato ad offrire le cure necessarie per chi soffriva di questa malattia.
Dal 2008 ad oggi la nostra Ruah Onlus (oggi RE.TE) ha offerto i medicinali per 100 bambini, per una somma equivalente a 10.000,00 euro ogni anno. Un’altra organizzazione spagnola ha provveduto ad altri 100 malati e una terza organizzazione si sta occupando di altri 20.
Per saperne di più, ecco alcune immagini d’archivio dal 2008 al 2020 e alcune del 2021-22
GLI ZINGARI DEL MARE: I BAJAU, FILIPPINE (progetto in corso)
In Indonesia, Malesia e Filippine, milioni di famiglie vivono sul mare, spostandosi con barche o case galleggianti, o ancora su palafitte che non potrebbero resistere alle onde del mare, se non fossero protette da vere e proprie dighe di mangrovie.
Pur avendo cercato collaboratori nei tre Stati, solo nelle Filippine, nel 1994, ho incontrato giovani coraggiosi, disposti a lavorare nel rischio permanente nel cuore del terrorismo che da anni lacera le coste delle isole di Basila, Jolo, Tawi Tawi e Siasi.
Dal 1984 al 1994 un centinaio di cristiani, catechisti e religiosi, compresi un Vescovo e il suo segretario, furono sacrificati. Nel 2017 due dei nostri insegnanti furono sequestrati per 43 giorni e nel 2019 due bombe nella cattedrale di Jolo provocarono 74 morti e un centinaio di feriti.
I Clarettiani hanno accettato la sfida di lavorare con questo gruppo di nomadi del mare, occupandosi in primo luogo di scolarizzazione, ma anche di artigianato e di proposte alternative per un’alimentazione più adeguata, che prevenga le malattie della povertà. Dal 1994 la nostra Pastorale dei Nomadi sostiene un progetto di sostegno alla scuola e alla salute.
CATECHESI NELLE COMUNITA' BHILL, INDIA
Raccogliendo l’eredità del grande catechista e artista Gabu D’Amor, è nato un progetto di catechesi molto coinvolgente. Gabu aveva composto 600 canti che hanno raccontato tutta la Bibbia nella lingua del proprio gruppo tribale Bhill e, per non perdere tale patrimonio della Chiesa, una ventina di giovani guidati da John Mandorian hanno iniziato serate di show nelle varie parrocchie e comunità, cantando e drammatizzando le pagine più belle del Vangelo. Nel 2020, con le restrizioni dovute alla pandemia da Coronavirus, l’attività è stata ridotta a incontri rispettosi della distanza sociale tra i partecipanti. Dalla fine del 2021 le attività sono state riprese normalmente.
TRA GLI ASTROLOGI DI MANDURAI, INDIA
Il progetto riguarda 7 famiglie che hanno adottato 70 bambini (10 per ogni famiglia). Avevo incontrato un gruppo di circa 1.000 famiglie, ancora molto impegnate nella loro attività di chiromanti, cartomanti e maghi in genere, che esercitavano ogni forma di magia. La gente ricorreva e ricorre ancora a loro spesso per il malocchio o forme simili. Anche se molti sono diventati cristiani, la maggioranza continua l’attività di sempre, perché non sa come sopravvivere diversamente. Essi però sarebbero contenti che i loro figli facessero una vita diversa dalla loro. Ecco una soluzione: le prime 7 famiglie diventate cristiane e con alcune doti in più hanno accolto 10 bambini per ogni famiglia, offrendo loro non solo il vitto, ma anche la vita di famiglia, con la possibilità di andare a scuola e al catechismo con i loro figli naturali e di partecipare alla vita della parrocchia. In questi vent’anni alcuni dei bambini adottati hanno raggiunto la scuola superiore e altri si sono sposati. I genitori naturali dei bambini adottati sono contenti che i loro figli possano vivere una vita diversa e più dignitosa della loro. Il progetto è amministrato da una famiglia veramente carismatica, che ai bambini adottati offre non solo il vitto, ma anche la scuola e una vita quasi comunitaria tra le 7 famiglie adottanti. È stato preteso che il marito e padre della famiglia adottante abbia un lavoro rimunerato, affinché la famiglia non debba dipendere unicamente dai bambini adottati. La famiglia che gestisce il progetto (il capo famiglia, Rajangam, è pure insegnante in una scuola statale) è anche impegnata nello stimolare l’intero gruppo a crescere con nuovi diritti e doveri, organizzando manifestazioni in collaborazione con le autorità governative, proponendo attività di vario genere nell’area della scuola, della salute e dell’aggregazione sociale. Rajangam fa anche un prezioso lavoro di sensibilizzazione tra una decina di gruppi tribali nomadi e seminomadi della regione.
GRUPPO BANJARA, INDIA (Progetto in corso)
Chiamati anche Lambadi o Lambadies, in passato li abbiamo accompagnati con le scuole mobili. Oggi con scuole sedentarie e catechesi in due parrocchie interamente del gruppo Banjara.
I Banjara, presenti in varie parti dell’India, formano uno dei gruppi più significativi e vicino ai nostri zingari europei: Sinti, Rom, Kalon, Manush e quanti altri. Specialmente in passato erano i trasportatori di beni ed erano i banchieri dei re. Si spostavano a gruppi da 100 a 2.500 persone: un vero esercito.
Specialmente le donne sfoggiano abiti dai colori sgargianti, generalmente cuciti a mano da chi li indossa. Cariche di argento, ci tengono a mostrare la loro identità e l’appartenenza a un gruppo glorioso. Nella quotidianità, come nelle feste, ogni donna può caricare al collo, alle orecchie, ai piedi, alle mani e ai fianchi, fino a 5 kg di argento finemente lavorato.
Nella regione Centro-est dell’India, un gruppo molto significativo di questi nomadi ha accolto la Chiesa Cattolica, orgoglioso di appartenervi. I bambini vanno a scuola e alcuni adulti sono culturalmente ben preparati. Uno di questi, Ashok, ha fondato una ONG molto attiva, rivolta soprattutto a specializzare i giovani in alcuni mestieri: scuola di computer, sartoria, manufatti artigianali di vario tipo. In particolare, per le donne si cerca di incentivare la lavorazione di borse e altri oggetti finemente ricamati. Si possono comprare questi pezzi di artigianato anche attraverso Amazon. Vedere su Internet: “handicraft embroidery Banjara Bellary”.
I MUKUVAR, INDIA
Pescatori poverissimi che, specialmente in passato, si muovevano tra il Kerala e il Gujarath. Oggi si spostano solo per due mesi, quando al sud il pesce manca totalmente. Quando le reti restano vuote, la maggior parte di loro non si sposta più e per vivere chiede prestiti a un gruppo di strozzini che ben volentieri imprestano quanto vogliono. Dopo due mesi, quando si ricomincia a pescare il pesce, il denaro dev’essere restituito ai creditori che per tutto l’anno si ricompensano abbondantemente per i prestiti offerti. Come i pescatori arrivano a riva, il pesce va subito nelle mani dei creditori e lasciano una piccola quantità al pescatore, senza la quale non potrebbe vivere e non potrebbe continuare a pescare continuando a soddisfare i creditori. Da diversi anni aiutiamo specialmente le bambine per la scuola e alcune hanno già raggiunto la scuola superiore. Oggi se ne occupano le Suore Luigine. Vedere su Internet “pescatori mukuvar del Kerala”.
I JAJABOR DI SAVAR, BANGLADESH
Savar è un centro privilegiato per incontrare i Jajabor (Bede) del Bangladesh. Per 2 mesi all’anno circa 10.000 zingari Bede si riuniscono nella periferia di Dhaka, a 40 minuti dal centro della capitale. Lo scopo di questa riunione è di celebrare le due principali feste religiose, i matrimoni e ancora i genitori che hanno figli già adolescenti, si preoccupano di conoscere meglio i ragazzi e le ragazze che dovranno poi scegliere come mariti o mogli per i propri figli. I figli sanno con certezza che i genitori sceglieranno il meglio per la loro vita coniugale e non vivono come un’imposizione la scelta dei genitori: sarà il dono più grande e l’ultimo che riceveranno dai genitori. Da 15 anni a Savar vive una famiglia (marito, moglie e due figli di 18 e 14 anni): oltre al loro lavoro, che svolgono nella comunità come insegnante e fisioterapista, sono anche una presenza cristiana che testimonia cosa significa essere cristiani in mezzo a una comunità al 100% mussulmana. Negli ultimi 15 anni si sono alternate progetti con loro, riguardanti la scolarizzazione e la salute. Seguono alcune foto (durante il Covid-19) delle ultime 100 mamme con bambini al di sotto dei 6 mesi che hanno ricevuto ciascuna quattro tipi di integratori per aumentare la produzione del latte, beneficiando sia le mamme, sia i bambini.
OPERATI A CUORE APERTO, INDIA (progetto oggi sovvenzionato da un’istituzione tedesca)
Da una decina di anni, Padre Chinnappan, ex cappellano nazionale della Pastorale dei Nomadi in India, amministra un progetto riguardante la salute dei bambini. Un bambino zingaro, che aveva subito un intervento a cuore aperto, aveva messo in moto diverse autorità ospedaliere, politiche, assistenziali ed ecclesiali per raggiungere i quasi 2.000 euro necessari all’intervento. Quel fatto ha detto a voce alta che esisteva il problema di tanti bambini malati di cuore che necessitano interventi chirurgici anche molto complessi. Padre Chinnappan ed io abbiamo creato una fondazione per quello scopo. Dal 2004 al 2007 sono stati eseguiti solo 15 interventi. Dal 2007 allo scorso anno 860 interventi, tutti a cuore aperto.
GLI ZINGARI DEI FIUMI, BANGLADESH
I Jajabor del Bangladesh fanno diverse attività. Gli uomini per lo più sono incantatori di serpenti, le donne spesso andando nei villaggi curano i malati con metodi molto rudimentali, mescolando magia e medicina. Altri vendono bigiotteria, altri ancora fanno i circensi di strada. Sono tutti mussulmani. Pur essendo nomadi e senza proprietà privata, vivono del loro lavoro e mai di furto. Con loro, specialmente nei primi 25 anni, abbiamo investito in progetti di scolarizzazione e salute.
CORSI PER INSEGNANTI
Oltre 200 insegnanti delle scuole mobili e semisedentarie hanno avuto una settimana di aggiornamento.
IN BANGLADESH, LA MIA CASA E I MIEI VICINI
Con gli zingari dei fiumi, la mia casa è una barca, con coloro che si accampano vicino alle strade, la mia casa è una tenda e nelle aree semisedentarie è una palafitta.
Nel 2014 la PNB (Pastorale dei Nomadi in Bangladesh) ha iniziato un intervento sanitario nell’Area della prevenzione della Talassemia.
BICCHIERE PULITO
Da luglio a dicembre del 2019 un centinaio di studenti a Khulna e a Rajshai hanno iniziato la campagna del bicchiere pulito.
CICLONE AMPHAN
In Bangladesh, dopo i primi mesi di pandemia, si è aggiunto il ciclone Amfan, che ha forzato oltre due milioni di persone a vivere in 2000 rifugi (per cicloni), per molte settimane, senza alcuna distanza sociale. Alcune migliaia di loro si sono riparati sotto stracci di tende, senza acqua potabile, né servizi igienici, mentre la pioggia imperversava. Le varie organizzazioni come la Caritas, le Congregazioni religiose e alcuni gruppi diocesani si sono rimboccati le maniche in questo momento di grave emergenza. Un particolare che merita qualche riga è il fatto che il governo, abbastanza efficiente (almeno in questo caso), ha organizzato vari aiuti per le famiglie musulmane colpite gravemente, mentre disse che i cristiani hanno molti amici cristiani in Europa e America, quindi possono farsi aiutare da loro. In quella circostanza avevo scritto una lettera per presentare un poco la situazione e molti di voi hanno risposto generosamente, per cui è stato possibile, oltre ai vari progetti che già sostenete, aggiungere un significativo aiuto a 400 mamme che allattavano i bambini nei primi sei mesi di vita. Il sostegno è consistito in quattro medicinali integratori (prescritti da medici specialisti) da assumere ogni giorno per sei mesi. Poiché nelle parrocchie colpite molti cristiani hanno avuto circa 250 case completamente distrutte e una cinquantina senza più il tetto, con i vostri aiuti è stato possibile rimettere in case decenti quasi 300 famiglie. Altre organizzazioni hanno provveduto a cibo, vestiario e beni di prima necessità. Potete prendere visione delle foto da Internet “Ciclone Amphan in Bangladesh”.
PROGETTO NOXI KHANTA
“Dall’artigianato della Khanta (ricamo Bengalese) è nato un progetto che è stato molto apprezzato ed ha raggiunto tante delle vostre case. Sono stati preparati 4 volumi sulla Bibbia con 80 immagini bibliche ricamate da mamme bengalesi, dalla Creazione alla Resurrezione di Gesù. Le immagini hanno una Chiara connotazione orientale o meglio Indiana. Ogni quadro richiedeva in media 24 giorni lavorativi. Era possibile prenotare i quadri un anno in anticipo. Oggi esiste una serie solo per delle mostre, ma il lavoro non continua perchè alcune donne sono diventate “anziane” e non possono continuare, altre più giovani hanno trovato attività alternative.
ITALIA E BRASILE
I 12 anni vissuti in Italia e gli 8 anni in Brasile non hanno alcuna documentazione fotografica, perché gli zingari erano allergici alla fotografia.
Sentitamente ringrazio Vincenzo Ricotta e Antonella Saracco che hanno reso possibile questa lettera.
Don Renato Rosso
Abbiamo appena chiuso la nostra Ruah Onlus e siamo ospitati da un ramo del Sermig dedicato alla Pastorale dei Nomadi, per cui i nostri dati bancari sono i seguenti:
ASSOCIAZIONE SERMIG RE.TE. PER LO SVILUPPO ONLUS
PIAZZA BORGO DORA 61, 10152 - TORINO (ITALIA)
C.F. 97526870015
IBAN: IT29 P030 6909 6061 0000 0001 481 Banca Intesa San Paolo
CAUSALE: PASTORALE DEI NOMADI
Gerusalemme, aprile 2023
Cari amici,
c'è un tempo per correre, un tempo per camminare e un tempo per stare seduti. Io sono al terzo tempo, ma con gioia. Negli ultimi anni solitamente passavo un paio di mesi all'anno in Israele-Palestina visitando i Beduini e nel resto del tempo attendendo i pellegrini a Nazareth, con il ministero della confessione.
Anche quest'anno sono venuto pensando che, dopo i 50 anni di vita zingaresca, avrei potuto fermarmi anche di più e sembra che il Signore sia stato d'accordo con me regalandomi una severa doppia sciatica, con osteoporosi e artrite ad alcune vertebre che hanno provocato una stenosi al canale del midollo dell'80%, con reumatismi alle gambe (regali anche dell'umidità bengalese). Il tutto mi ha bloccato a stare seduto. In piedi, fermo, non posso stare più di mezzo minuto, ma posso camminare con un'autonomia di 100 metri, poi il dolore mi piega. Seduto, invece, posso rimanere tutto il giorno, senza alcun problema. Se anche mi fosse venuta la tentazione di scappare e tornare nella foresta dove mi son sempre trovato così bene, non avrei potuto. E mi pare che anche dopo un intervento chirurgico, che sarà pur necessario, ormai le ossa dettano legge.
Il tutto non mi dispiace, infatti poter fare ancora un servizio prezioso, anche da vecchio (78 anni) come sto facendo, non posso che considerarlo un dono.
I Progetti con gli zingari li posso seguire anche da qui, poi, se la salute mi permette qualche visita ai collaboratori, tanto meglio. Essi sono molto bravi e adulti e possono lavorare bene anche senza la mia presenza fisica permanente. Fin quando i benefattori vorranno contribuire, io ci sono.
Sono in ritardo nello spedirvi la lettera resoconto di questi ultimi anni, ma arriverà presto.
Vi saluto e vi comunico che da questa settimana, sul settimanale di Faenza e Modigliana, usciranno per 51 settimane degli articoli che ho preparato sulla storia di Gesù. Chi desidera leggerli me lo comunichi e io posso farli spedire settimanalmente sul vostro Whatsapp. Per favore inviatemi il vostro Whatsapp (anche se di qualcuno ce l'ho già).
Dio continui a benedirci.
Don Renato lo zingaro
renatorosso677@gmail.com
Luglio 2022
Carissimi, da gennaio '22 mi sono fermato in Bangladesh a curarmi della lebbra che ho contratto lo scorso anno. Faccio tre sedute di terapia alla settimana nell'ospedale per malati di lebbra. I medici mi dicono che la cura dura un anno, quindi restano ancora 6 mesi.
Due settimane fa, in seguito a un malessere, mi sono ricoverato in un piccolo ospedale. Dopo due giorni la mia situazione respiratoria problematica mi ha forzato ad andare in un altro ospedale, il migliore della cittá di Khulna. Nei due giorni seguenti sono passato in tre reparti diversi, sempre piú organizzati, fino all'Unitá intensiva. Io non riuscivo a respirare e mi sentivo morire. Si trattava di un versamento pleurico + polmonite virale + Covid-19 molto aggressive (quando in Bangladesh quasi non esiste il problema Covid).
A mezzanotte, con molta umiltà, il responsabile dell'Unitá intensiva comunicó che non ce la facevano a salvarmi: in 18 ore non erano riusciti a far salire l'ossigeno da 91 e io andavo peggiorando.
I cari Saveriani, missionari in Bangladesh, da quel momento presero in mano la situazione, con la decisione di trasportarmi in autoambulanza alla capitale nell'unico ospedale che avrebbe potuto tentare di farmi sopravvivere. Il Superiore dei Saveriani, Pier Lupi, mi accompagnó personalmente nell'ambulanza (5 ore di viaggio, mentre stavo morendo) e rimase nella capitale per 10 giorni, visitandomi ogni giorno, facendo i pagamenti ogni due giorni fino alla dimissione.
La fraternitá é un dono straordinario. L'avevo giá sperimentata durante i 15 giorni in coma a causa della malaria cerebrale: mentre ero infetto, due amici preti si erano alternati 12 ore ciascuno per tutto il decorso della malattia, con il rischio di ammalarsi di una malattia quasi sempre mortale.
Solo dopo 7 giorni il primario di quel settore ospedaliero mi disse che da quel momento si poteva sperare di farcela. Per tre giorni sono stato tra la vita e la morte, sentendomi soffocare e anche convinto che non sarei sopravvissuto. É stata una delle piú grandi fatiche della mia vita, ma è la stessa fatica che hanno fatto in tanti, almeno quello che poi sono morti di Covid.
Per tirarmi su da quel pozzo i Saveriani hanno anticipato quasi 5000 euro e non esistevano alternative. Ovviamente tutto viene restituito. Poiché qualcuno di voi mi disse che avrebbe voluto contribuire a questa spesa e da parte mia non voglio usare dei soldi per i poveri, accetto di fare il mendicante. Siamo in tanti amici, per cui sono sufficienti piccole offerte, anche 10 Euro e copriremo la spesa. I bengalesi poveri, quando devono affrontare una grossa operazione in ospedale o una grande spesa, fanno la colletta tra gli amici e chi ne ha tanti risolve il problema. Io sono stato aiutato e adesso voglio aiutare gli altri.
I miei polmoni erano mal ridotti ma oggi, dopo 15 giorni, grazie alle Vostre preghiere, sono quasi normali. Mi sto riprendendo piú in fretta di quanto potessi sperare.
Dio ci benedica.
don Renato
Si puó inviare la piccola offerta all'Ufficio Missionario di Alba.
CONTO CMD UniCredit
ALBA-P.ZA CRISTO RE, 1.
12051 ALBA CN.
UFFICIO MISSIONARIO DIOCESANO.
IBAN IT 79 S 02008 22511 000010355512
Codice BIC SWIFT:UNCRITM1T01
Causale: per don Renato
Maggio 2022
Ho appena ricevuto alcune notizie dal francescano Padre Pascal, che mi informa sul penultimo progetto con i nomadi Bara del Madagascar. Ero stato prima della pandemia a visitare questo gruppo di nomadi e ne era nato un programma a cui sono molto affezionato. Il mio primo incontro con loro mi ha dato la possibilità di vedere in quale drammatica situazione vivevano e alcune possibilità di intervento grazie ai francescani che vivono in quella regione. Non conoscevo quasi nulla di quella regione. Avevo solo visto I disegni dei baobab dell’asteroide B-612, ma non quelli veri del Madagascar. Avevo chiesto informazioni su quel gruppo di cui avevo solo sentito parlare, ma incontrarli e’ stata un’esperienza che ha catturato il mio desiderio di fare qualcosa con loro. Per raggiungerli con alcuni accompagnatori, avevo camminato sette ore e mezza per attraversare la lunga catena di montagne che li separa dal resto del mondo. Quando arrivai era quasi notte ed io, a causa della stanchezza, avevo solo bisogno di fermarmi per un riposo prolungato, ma bisognava accogliersi a vicenda, come si usa presso tutti i gruppi tribali nomadi. C’era un silenzio che da anni non sperimentavo più, senza elettricità, né radio, televisori, cellulari e nulla di tecnologico che disturbasse quell'apparente pace sconosciuta. Mi sembrò di essere in un paradiso terrestre, ma il “serpente” non tardò ad arrivare. Dopo la cena e un riposo prolungato, al mattino cercai di uscire da quel coma e guardarmi attorno. Una signora trentenne era seduta vicino alla sua capanna visibilmente malata e ingenuamente domandai di che si trattava e mi risposero che era malata. Verso le nove un gruppo di Bara arrivò al villaggio del capo con un bambino appena morto. Io pure domandai per quale malattia era morto e mi dissero: “Era malato”. Compresi che là, in quell’altro mondo, nessuno sa perché ci si ammala e nessuno sa perché si muore. La scuola è il pascolo degli zebù. La lingua che si parla è quella degli zebù. La loro ricchezza sono gli zebù stessi. Potrebbero vivere almeno con una buona alimentazione a base di latte, formaggio e carne di zebù, ma il capo, che ne possiede almeno 300, fa di tutto per non macellarli perché sono il suo potere. Anche chi non lo conosce lo rispetta perché ha 300 animali, in quella vallata di circa 200 chilometri. Subito pensai che era stupido, poi mi ricordai che la regina Elisabetta d’Inghilterra ha un castello con 400 stanze tutte riccamente ammobiliate che non usa, ma se non le avesse non sarebbe regina. Ho poi visto in lontananza un'immensa risaia o almeno pensavo che fosse piantagione di riso, ma erano tutte canne selvatiche cresciute in mezzo metro d’acqua. Istintivamente dissi con loro che se crescevano le canne con tutta quell’acqua delle montagne anche una bella risaia avrebbe potuto sostituirle. Bisognava comunque come primo passo pensare alla scuola ma, per costruirne una, tutto il materiale necessario doveva essere trasportato da sette ore di distanza attraverso le montagne.
Sono passati più di due anni. Si è costruita una piccola fornace per i mattoni e poi, passo a passo, le aule, mentre la scuola era provvisoriamente iniziata nel villaggio e nella casa del capo. Nella periferia della vallata sono nate 30 scuolette e altrettante cappelle, punti di riferimento per migliaia di persone. Il progetto é amministrato da Padre Felix , passando in un mese, a piedi, in 30 centri che sono nati ai confini di quella vallata dove vivono i nomadi Bara. Sono nate 30 cappelle, alcune chiese e 30 scuole, alcune delle quali molto semplici. Le scuole sono supervisionate da un’insegnante che ha una buona esperienza e una forza straordinaria che le permette di fare da 4 a 6 ore al giorno su e giù per quelle impervie montagne. A seguire i catechisti ci pensa personalmente Padre Felix, con la stessa difficoltà e fatica. C’è poi l’assistenza sanitaria di un’infermiera, che offre preziosi insegnamenti sull’igiene per prevenire le malattie più comuni e conserva presso la scuola uno stock di medicinali più utili per le emergenze. C’è poi un signore che si intende di agricoltura e ha cominciato con la buona volontà di tutti a bonificare quella immensa risorsa invisibile. Ho da poco ricevuto una foto con il canneto trasformato in una risaia dove tre Bara ci stanno lavorando. Quest’anno alcuni di questi nomadi si sono trasformati in scolari, muratori, qualcuno aiutante infermiere e persino contadini. E il miracolo continua.
Don Renato
Khulna - Aprile 2022
Damkura è un centro abitato a venti minuti dalla Stazione Centrale di Rajshahi e il centro commerciale e abitativo di una estesa regione dove vivono i nomadi Mahali, oggi semisedentari. Essi sono costruttori di cestini e di una ricca oggettistica prodotta con lamelle di bambù e si spostano in piccoli gruppi di due o tre famiglie per supplire al fabbisogno delle famiglie nei piccoli villaggi. La maggior parte di questi tribali hanno accolto il cristianesimo e sono una preziosa testimonianza nella chiesa locale. Due fratelli, David e Robert che, pur nella povertà più disagevole hanno concluso l’Università ora si dedicano a tempo pieno al loro gruppo tribale. Essi si occupano della scuola, della salute e della catechesi. Il loro padre era catechista e oggi lo sono anche i due figli.
Con loro nacquero le prime scuole mobili in Bangladesh e, da quando gli alunni raggiunsero l’età della scuola superiore, i due fratelli cominciarono a preparare quegli studenti alla maturità, con un corso intensivo di tre mesi residenziali. Nei primi anni li ospitavano nella loro stessa casa, tuttora costruita in terra battuta, mentre oggi, in una costruzione apposita di due piani, possono ospitare in regime residenziale almeno un centinaio di giovani Mahali, ragazzi e ragazze. Le famiglie dei parenti, ma non solo, quando hanno problemi di salute vanno a bussare alla loro porta, certi di ottenere una visita medica, medicinali e anche qualche intervento chirurgico negli ospedali di Rajshahi. Essi, secondo il costume tribale, fin quando hanno soldi in casa li spendono volentieri per questa famiglia estesa. E non si limitano a dare un aiuto economico, ma li accolgono in casa loro, prima di una eventuale visita dal medico o per una convalescenza di alcuni giorni dopo un intervento chirurgico per farli rientrare a casa ben risistemati.
Nella loro casa che, come ho già detto, è in terra battuta, ma molto spaziosa, hanno pure adottato altri10 bambini, la maggior parte orfani o senza più una famiglia solida. La scorsa settimana, a Calcutta, due bambini dello stesso gruppo tribale, di cinque e sette anni, senza alcun altro parente in India sono rimasti orfani di padre e madre nel giro di un mese. I due fratelli si sono attivati per accoglierli, in pochi giorni hanno risolto tutti i problemi burocratici e i bambini sono arrivati ad abbellire la già numerosa famiglia a Damkura. Una parente, malata mentale, rimasta isolata, ha pure trovato un posto a casa loro come tutti gli altri membri della famiglia. David (Direttore esecutivo della Pastorale dei nomadi in Bangladesh) e fratello maggiore di Robert, nel 2019 ricevette il premio “Dhonnobad Sir” (premio della gratitudine) per essersi distinto nell’area dell’educazione. Era il decimo anniversario del giornale nazionale del Governo e in una festa per l’occasione con 23mila invitati, David ricevette il prestigioso premio dalle mani della Primo Ministro Asina e da altri otto ministri.
Dallo scorso anno sta nascendo un nuovo progetto che ci infonde molta speranza. C’è un numero indefinito di villaggi distanti da Damkura, anche a due o tre ore di motocicletta su strada brutta o sterrata. Uno dei gravi problemi di quei luoghi impervi è la mancanza totale di un qualche presidio sanitario. Là non arrivano medici, né infermieri, né medicine, ma soprattutto, nella mentalità comune manca la minima nozione di prevenzione e cura, ovvero l’idea che una visita medica, una medicina o un intervento chirurgico possano portare beneficio ed eventualmente permettere qualche decina di anni di vita in più.
Io non conoscevo quella realtà: dove arrivano i gruppi di zingari, generalmente arriva con loro almeno la medicina popolare. Alla fine dello scorso anno con Robert avevo visitato alcuni di quegli sfortunati villaggi e ne ero rimasto molto impressionato.
Il primo caso in cui ci imbattemmo fu quello di un giovane, un trentenne accasciato su se stesso, visibilmente malato. Interpellato, disse che da un mese e mezzo non riusciva a ingerire nulla e quando tentava di mangiare qualcosa, lo vomitava immediatamente. All’altezza dello stomaco sembrava avere una massa che bloccava tutto e, per giunta, il dolore non lo lasciava. Alla domanda: “Cos’ha detto il medico?”, mi ha sorpreso dicendo che dal medico non era mai andato e non sembrava nemmeno preoccupato per quello. Non domandò se avevamo qualche medicina o se potevamo fare qualcosa per lui. Probabilmente sapeva che doveva aspettare o la guarigione spontanea o la morte. Una signora vicino a lui, per scuoterci dal nostro stupore, ci mostrò una protuberanza che le era cresciuta sotto l’ascella e ci disse che aveva quel problema almeno da due anni, con un disturbo quasi continuo. Confessò che anche lei non aveva mai pensato di andare da un medico e soggiunse: “Cosa potrei fare? I medici qui non vengono, per andare in un ospedale ci vogliono soldi e noi dove li prendiamo?”.
Quel giorno Robert ed io abbiamo raccolto tutte le informazioni possibili sui due casi per parlarne con il medico al nostro ritorno. Il giorno seguente siamo tornati per prelevare quei due sfortunati e portarli all’ospedale per una prima visita e qualche esame, affinché il medico potesse rendersi conto di che cosa si poteva fare. Nei giorni seguenti una sorpresa dopo l’altra ci fece pensare che bisognava pur fare qualcosa. Un bambino di una decina di anni era caduto fratturandosi un piede e un ginocchio. Lo avevano fasciato ben stretto e coricato là su un pagliericcio a gridare e forse ad aspettare che le ossa si sistemassero e che rimanesse disabile per tutta la vita. In quel caso era chiaro che bisognava accompagnarlo subito in ospedale per un’ingessatura, cosa che abbiamo risolto quella sera stessa. Abbiamo poi incontrato un ragazzo di 19 anni che, in seguito a un incidente in cui aveva già perso una gamba, è rimasto a letto per due anni aspettando di amputare anche l’altra, poiché, a detta di un medico non era più recuperabile. Perché ha aspettato tanto? Perché per farsi tagliare una gamba ci vogliono soldi e lui non li aveva.
Io sono stato con Robert solo all’inizio, ma ora lui gestirà a tempo pieno il progetto con il fratello David: entrambi sono miei preziosi collaboratori da oltre vent’anni. Due giorni fa ho avuto una delle tante belle notizie che Robert giornalmente condivide con me. Una signora gravida, aveva avuto delle perdite di sangue quindici giorni prima del parto e continuava ad avere dolore. Robert interpellò telefonicamente il medico, che disse di portarla subito in ospedale perché poteva essere molto grave. Immediatamente ricoverata, con il taglio cesareo è stato salvato il bambino che, a detta del medico, avrebbe quasi sicuramente perso.
Uno dei primi lavori che abbiamo cercato di fare è stato di selezionare alcuni medici bravi, ma specialmente onesti. Si sono resi disponibili un ortopedico e tre medici generici, che alla sera, arrivando dai villaggi, potranno essere interpellati, ma che già durante la giornata possono essere consultati per i casi più gravi. Venerdì scorso c’è stato un mini-campo medico vicino a Beniduar, dove sono arrivate una quindicina di persone. Robert ha parlato loro di alcune precauzioni da prendere riguardo all’igiene, specialmente in questo periodo di Covid-19. In seguito, ciascuno ha esposto il suo problema. Alcuni avevano solo bisogno di uno sciroppo per la tosse o di qualche pomata, ma quattro di loro, con problemi abbastanza seri, prima che terminasse quell’incontro, hanno potuto parlare via internet con un medico che si trovava a Rajshahi e che aveva dato la sua disponibilità per sentirli (ovviamente, non in tutti i villaggi c’è la possibilità di una connessione internet e in quei casi si usa solo il telefono). Tre di questi sono tornati con Robert a Damkura dove hanno passato la notte a casa sua per poi, al sabato mattina, essere accompagnati da Robert stesso all’ospedale.
Nell’ultima lettera circolare vi avevo già parlato di alcuni malati che cercavamo di aiutare: Masum con otto calcoli renali; Bidu con un ictus; la mamma di Abdullah che necessitava di un intervento all’intestino, mentre a Suscanto dovevano praticare l’angioplastica per dilatare due arterie quasi otturate e poi procedere a operarla per un brutto tumore alla tiroide (questi ultimi due interventi sono stati effettuati, pare con successo).
Per tornare al papà di trent’anni, sempre nell’ultima lettera vi avevo domandato: «Ma voi vi sentireste di dire a questo giovane papà: “Muori in pace perché le tue operazioni costano troppo e con questi soldi si potrebbero curare una ventina di malati?”. Se io fossi stato al suo posto sarei invece stato contento di sentirmi dire da qualcuno: “Stai tranquillo, piuttosto andiamo a rubare, ma le operazioni te le faremo fare”. Io poi ho la fortuna che non devo nemmeno andare a rubare, perché ho tanti amici, che sono la più grande preziosità che esista al mondo». In ultimo vi chiedo di pregare perché questo progetto possa alleviare la sofferenza di tanti malati.
Don Renato
Febbraio 2022
Carissimi, sostituisco la lettera che comunemente invio a Natale, con due articoli pubblicati su Gazzetta d'Alba. Sono due testimonianze che sono state molto importanti per la mia vita e adesso ci hanno lasciati. Prima della Quaresima spero di inviare una Lettera-Progetto sulla salute nei villaggi perduti del Nord-Bangladesh. A presto
Suor Michelangela, una suora di razza
La nostra Diocesi ha perso uno dei più solidi pilastri della Missione albese: una femminista con tanta energia da poter difendere anche gli uomini. Lavorava instancabilmente per tutti: bambini di strada, donne, uomini, anziani, malati; ma specialmente era sempre al fianco di chi soffriva per l’ingiustizia. Guai a coloro che si mettevano contro di lei: non c’erano compromessi che la fermassero. Se doveva difendere qualcuno o una comunità, andava avanti come un caterpillar, senza arrestarsi.
Non posso dimenticare il fatto che, in questa lotta contro l’ingiustizia, non era sola. La comunità di suore Luigine in cui viveva suor Michelangela variava da quattro a cinque sorelle, tutte ben equipaggiate per agire in una missione che chiede tutto: energia, intelligenza, creatività, santità e tanto amore sempre a rischio.
Lottatrice tra le più “pericolose” che abbia conosciuto in missione, visse la terribile dittatura di quegli anni e la post-dittatura, durante la quale tanti religiosi e laici cristiani diedero la vita. Poco dopo che la suora era entrata in missione, iniziarono infatti le lotte in difesa dei “senza nulla”. I militanti come suor Michelangela si univano a gruppi di volontari e occupavano le terre dei latifondisti, i quali, armati fino ai denti, difendevano le loro ricchezze a costo di massacrare gli innocenti che cercavano solo di sopravvivere. In quegli anni, in Brasile, la media era di un morto - prete, suora, cristiano impegnato - ogni 36 ore.
La società brasiliana, sempre più malata, da un lato produceva miseria e violenza nei confronti delle donne - ricordo un bambino di sei anni che, camminando per la strada, invitava gli uomini ad andare a casa sua, da sua madre, per sole “mille lire”- e, dall’altro, la stessa società mandava avanti degli eserciti schierati a difendere gli innocenti, i “tagliati fuori”. Nacque così la pastorale delle prostitute e suor Michelangela era là. Si intensificò una pastorale per i bambini di strada, che raggiunsero i 23milioni, e Michelangela era là. Nacque la pastorale per difendere le terre rubate dai ricchi e Michelangela era là.
Intanto crescevano le Comunità di Base per coscientizzare le nuove forze. In difesa dei lavoratori, germogliò anche una politica nuova, veramente evangelica, che poi cambiò il Brasile, e Michelangela era là: contribuiva con i suoi interventi a trovare soluzioni per questo nuovo Paese. C’era un gruppo ecclesiale veramente “pericoloso”: quando si riunivano alcuni Vescovi come Helder Camara, Casaldaliga, Josè Maria Piris, Ars, Lorshaider, non c’era da stupirsi di trovare in mezzo a loro anche alcune donne come suor Michelangela e altre, forgiate con una tempra irriducibile.
Con queste poche parole, scelte per tratteggiare un miniprofilo di Michelangela, potrei dare l’impressione di una donna impegnata come tante altre a lottare per l’indipendenza del Paese e basta. Ma la persona di cui sto parlando era inesauribile nelle sue risorse. Chi era questa donna? Una suora di razza, una di quelle di una volta.
La ricordo quando venne a salutarci in Seminario, prima di partire, già con la divisa della missione, tutta bianca. Mi ero commosso: mi sembrava un angelo, ma chi poteva immaginare che cosa si nascondeva sotto quelle piume di acciaio?
Dedicò tutta la sua vita al Brasile, dove ha predicato il Vangelo, celebrando il culto domenicale. Diventò subito ministra dell’Eucarestia - tra le prime - e confessore, come già Caterina da Siena: in ciò non è stata tra le prime, ma tra le uniche (cosa possibile perché si trovava in Brasile, con un vescovo come mons. Quirino di Teofilo Otoni).
Voi, amici di Michelangela, se siete italiani non perdete tempo a chiedere grazie o miracoli a questa suora, perché anche dal Cielo continua a vivere solo per il suo Paese, che si chiama Brasile.
R. R.
Ciao don Boero, un saluto da lontano.
Carissimo don Boero, ti ho sempre chiamato così e continuo a farlo perché mi sento più a mio agio.
Ecco i tre più grandi educatori della mia vita: la mia maestra delle elementari, don Boero e, negli ultimi anni di seminario, don Lisa.
Quando sono entrato in seminario verso le 8,30 del mattino con mia madre e mia zia, lui, don Boero, era là che accoglieva noi bambini e adolescenti un poco spaesati, per cominciare quell’avventura che sarebbe continuata per diversi anni. Io avevo lasciato mia madre che, rimasta vedova, adesso perdeva anche il figlio che in futuro avrebbe potuto lavorare con lei nei campi e rendere meno pesante la sua solitudine. Quel mattino ero stato assorbito in quel cortile pieno di giochi e non vidi più le lacrime nascoste di mia madre. Lei stessa mi disse poi che si era stupita della mia freddezza nel salutarla, mentre venivo risucchiato da quel mondo sconosciuto del seminario e quasi ipnotizzato.
Anch’io avevo poi cominciato le lezioni della scuola, i momenti di preghiera, di gioco, i tempi di ricreazione, le varie iniziative come teatri, presepi a Natale, ricerche di vario genere nella scuola e fuori scuola. Gli insegnanti, tutti bravissimi, alleggerivano il peso dello studio.
Don Boero era presente ovunque: negli impegni di ogni giorno, nella festa, ma specialmente nel dialogo personale. Conosceva noi ragazzi nel profondo e ci sapeva accompagnare, stando al passo di ciascuno. Sembra non conoscesse la punizione, ma la sua autorità ci raggiungeva e correggeva quand’era necessario. Con la sua arte di educatore aveva creato, insieme a don Lisa, una vita comunitaria sconosciuta in altri seminari, al punto che le diocesi vicine decisero di inviare i loro seminaristi per un periodo, prima della teologia, per un corso propedeutico e per sperimentare quel tipo di vita comunitaria, spinta dal vento del Concilio. Questi nostri educatori facevano leva sulla responsabilità di ciascuno, educando noi giovani ad acquisire uno spirito di libertà che ci aiutasse nelle scelte senza troppe inibizioni.
Il seminario, poi, si aprì sempre di più al mondo esterno con iniziative varie, fino a diventare un luogo dove ci si preparava insieme agli studenti, ragazzi e ragazze, che venivano dalle diverse parti della città per capire insieme le proprie vocazioni.
Quando poi il seminario si spostò a Fossano, don Boero continuò la sua missione di educatore e guida, raggiungendo coloro che avevano fatto scelte diverse, pur sempre impegnative, nella società albese. Nell’ultima tappa della sua vita diventò un punto di riferimento per tante famiglie e persone in difficoltà, che avevano scoperto in lui un consigliere e una guida spirituale in grado di sostenerle nelle difficili decisioni con competenza, esperienza e specialmente con un cuore amico, che sapeva abbracciare tutte le sofferenze e le fatiche, aiutando a trasformarle in nuove prospettive di vita.
Ciao, don Boero.
Don Renato
P.S.
Aggiungo che dopo essere rientrato pochi giorni in Italia per il terzo vaccino e qualche urgenza sono tornato subito in Bangladesh per curare la mia salute. Due mesi fa, in seguito a un problema alle mani e ai piedi, ho fatto il test della lebbra che è risultato positivo. Sono rientrato subito per la cura che dovrebbe durare almeno un anno con controlli settimanali all'Ospedale del PIME a Khulna. Io comunque sto bene e riesco anche a lavorare, mantenendo i contatti con i collaboratori, peraltro bravissimi. Farò vita eremitica in quanto il cortisone abbassando le difese immunitarie mi impone di evitare riunioni e luoghi dove si possono contrarre malanni. Ciao. D.Renato
Chi vuol scrivere a d. Renato usi solo questo indirizzo
renatorosso677@gmail.com
Ottobre 2021
Amici carissimi, mi sento veramente a disagio per questo lungo silenzio.
Quest’anno non ho ancora inviato nessuna lettera circolare a voi amici che mi accompagnate dandomi coraggio e sostenendo i progetti tra le nostre popolazioni nomadi. (Ripeterò alcune notizie comunicate ora ad uno, ora all’altro).
I primi sei mesi della pandemia li ho passati in Bangladesh. Un’aula della scuola, chiusa dalle nuove restrizioni del governo bengalese, è diventata la mia residenza: un letto, un fornello a gas, il computer, un angolo di chiesa, comunque tutto quello che mi era necessario. In quei mesi che erano estivi in Bangladesh i colpiti dal virus non erano proporzionalmente tanti come in Europa, ma per noi il problema è stato il blocco delle attività lavorative, in un paese dove il 70% delle persone vive alla giornata. Se il lavoro non c’è, dopo tre giorni fermi a casa comincia il digiuno forzato. Se il virus fosse arrivato 10 anni fa, quando la popolazione era molto più malnutrita, sarebbe stata una strage come lo è oggi in alcune regioni dell’India molto povere.
In Bangladesh dopo i primi mesi di pandemia si è aggiunto il ciclone Amfan, che ha forzato oltre due milioni di persone a vivere in 2000 rifugi (per cicloni), per molte settimane, senza alcuna distanza sociale. Alcune migliaia di loro si sono riparati sotto stracci di tende, senza acqua potabile, né servizi igienici, mentre la pioggia imperversava. Le varie organizzazioni come la Caritas, le Congregazioni religiose e alcuni gruppi diocesani si sono rimboccati le maniche in questo momento di grave emergenza. Un particolare che merita qualche riga è il fatto che il governo, abbastanza efficiente (almeno in questo caso), ha organizzato vari aiuti per le famiglie musulmane colpite gravemente, mentre disse che i cristiani hanno molti amici cristiani in Europa e America, quindi possono farsi aiutare da loro. In quella circostanza avevo scritto una lettera per presentare un poco la situazione e molti di voi hanno risposto generosamente, per cui è stato possibile, oltre ai vari progetti che già sostenete, aggiungere un significativo aiuto a 400 mamme che allattavano i bambini nei primi sei mesi di vita. Il sostegno è consistito in quattro medicinali integratori (prescritti da medici specialisti) da assumere ogni giorno per sei mesi. Poiché nelle parrocchie colpite molti cristiani hanno avuto circa 250 case completamente distrutte e una cinquantina senza più il tetto, con i vostri aiuti è stato possibile rimettere in case decenti quasi 300 famiglie. Altre organizzazioni hanno provveduto a cibo, vestiario e beni di prima necessità.
Nei primi mesi della pandemia 145 volontari (tra cui una cinquantina albesi), hanno aderito a un progetto (di cui avevo già parlato nella lettera precedente) per eliminare il contagio della TBC e del Covid-19. C’è infatti da noi la brutta abitudine di sciacquare in acqua fresca i bicchieri dei ristoranti e quelli del thè venduto in strada, anziché lavarli in acqua bollente o sostituirli da un usa e getta. Su un totale di 15660 email, ne sono state inviate 145, nelle diverse lingue, a 108 ministeri della salute di altrettanti Paesi del terzo mondo, per chiedere alla cittadinanza questo atto semplicemente civile, ma molto importante specialmente in questo tempo di Covid-19.
A novembre ho dovuto rientrare in Italia perché la mia salute ha fatto i capricci, probabilmente per essere stato molti mesi al chiuso, dopo una vita troppo attiva, per non dire agitata. Specialmente le ossa sono state colpite, ma i medicinali hanno lavorato bene e, dopo aver fatto i vaccini per proteggermi meglio, ho potuto rientrare. In Bangladesh siamo nel periodo dei monsoni e quindi di piogge interminabili. Per oggi era stato annunciato un ciclone, ma fortunatamente si è spezzato prima dell’arrivo e così abbiamo avuto solo un normale temporale.
In questi giorni i monsoni bengalesi hanno messo un terzo del Paese sott’acqua, ma guai se questa disgrazia non avvenisse ogni anno, perché lo fertilizza, come il Nilo quando straripa in Egitto. Questa calamità rende il terreno del Bangladesh e dell’Egitto tra i più fertili del mondo: grazie proprio a questa disgrazia, possono produrre tre raccolti all’anno e, in qualche area, anche quattro. L’acqua però benedice e maledice allo stesso tempo. Quando entra nelle case, portando una umidità insopportabile come in questo periodo, fa aumentare le malattie e questa è una delle ragioni per cui volevo rientrare presto in Bangladesh. Una mamma, che era andata a trovare i genitori che vivevano in una regione allagata, rientrando dopo pochi giorni nella sua baracca ha visto che sulla coperta del pagliericcio erano cresciuti piccoli funghi. Immaginate fin dove arriva questo clima.
Il secondo giorno dopo il mio arrivo, Masum (operato 4 volte dai nostri medici italiani volontari) mi disse che aveva avuto bisogno di medicine molto particolari e costose, ma era stato tre mesi senza, perché non poteva comprarle. Oggi ha finalmente ricominciato la cura. Bidu, che lo scorso anno dopo un ictus aveva fatto una lunga cura, mi ha telefonato dicendomi che non cammina più e quindi bisogna pensare a una cura più risolutiva. Abdullahà mi ha fatto sapere che la mamma operata lo scorso anno sta meglio, ma il papà, che era già stato curato per un infarto, ha avuto due ricadute. Sempre oggi, Sushanto (33 anni, padre di due bambini) è entrato in ospedale per essere operato di un brutto tumore alla tiroide, più qualche altra complicazione. Prima di iniziare l’intervento si sono resi conto che il cuore non funzionava bene e hanno rinviato di qualche settimana, sperando di poter fare l’angioplastica per dilatare due arterie quasi otturate (costo per domani: 2800 euro, costo abbastanza standard in diversi ospedali) poi ci sarà l’intervento del brutto tumore alla tiroide e poi tutto il resto.
Ma voi vi sentireste di dire a questo giovane papà: “Muori in pace perché le tue operazioni costano troppo e con questi soldi si potrebbero curare una ventina di malati? Se io fossi al suo posto sarei invece contento di sentirmi dire da qualcuno: “Stai tranquillo, piuttosto andiamo a rubare, ma le operazioni te le faremo fare”. Io poi ho la fortuna che non devo nemmeno andare a rubare perché ho tanti amici, che sono la più grande preziosità che esista al mondo. Sapeste quanti miracoli avete fatto, in questo Paese, voi che siete miei amici! Voi avete ancora fatto un altro grande dono al Bangladesh: avete donato tanta preghiera e si vede dai frutti. Tra di voi ci sono anche circa 150 monasteri che, nelle loro intercessioni, ricordano la nostra piccola missione. La preghiera, infatti, non è solo un augurio che tutto vada bene, ma una realtà come le pietre di una casa o come una medicina, o anche come una carezza, un abbraccio, un bacio. Il mio vicino di casa, quarantenne, durante la stagione delle piogge, avendo meno lavoro (lui è lattoniere) dedica molto tempo alla preghiera. Quando incontra i mendicanti dice: “Io non ho soldi da darti, ma posso pregare per te”. Poi mette la mano sulla testa, fa una lunga preghiera e un segno di croce sulla fronte. I mendicanti lo ringraziano come avesse dato loro un lingotto d’oro.
Prima di spedire la lettera mi comunicano che Bilal, che aveva un tumore al cervello e una gran paura per l’operazione, aveva preferito una cura tipo quelle naturali e questa notte è morto.
Il tutto mi fa pensare a quel bambino che diceva al nonno: “Raccontami ancora le disgrazie. A me piace tanto sentirle”. Però qui in Bangladesh non si raccontano le storie del nonno, ma la realtà di tutti i giorni, o meglio, dei primi due giorni dopo che sono tornato in questo Paese.
Don Renato Rosso