Con la Costituzione Apostolica Pastor Bonus, Giovanni Paolo II affidò al Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti il compito di “impegnarsi perché nelle Chiese locali sia offerta un’efficace e appropriata assistenza spirituale, se necessario mediante opportune strutture pastorali, sia ai profughi e agli esuli, sia ai migranti, ai Nomadi e alla gente del circo”. La Chiesa, pertanto, ritiene che gli Zingari abbiano bisogno di una pastorale specifica, diretta alla loro evangelizzazione e promozione umana. Se – per quanto riguarda l’adempimento di questo compito – prendiamo in considerazione solo il passato recente, ricordiamo per importanza il V Congresso Mondiale della Pastorale degli Zingari, svoltosi a Budapest nel 2003 e organizzato dal nostro Dicastero. Esso diede l’opportunità di ampliare ed approfondire gli aspetti teologici ed ecclesiologici di un tale ministero. Dopo di allora, i Lineamenta del presente documento sono passati tra le mani di esperti, compresi alcuni Zingari, Operatori pastorali, Vescovi e, naturalmente, anche i nostri Membri e Consultori. Alla fine, vari Dicasteri della Curia Romana hanno potuto esaminare il testo e presentare le loro osservazioni, in modo tale da situare questa pastorale specifica nella più ampia cornice della missione universale della Chiesa. La necessità di Orientamenti era evidente fin dall’inizio dell’opera di rinnovata evangelizzazione, ma solo ora è maturo il tempo per questa pubblicazione. Il Documento si rivolge comunque non solo a coloro che sono coinvolti – Zingari e non – in questo specifico campo pastorale, ma anche alla Chiesa tutta (cfr Orientamenti 4). Sebbene si riferisca agli Zingari (Rom, Sinti, Manouches, Kalé, Gitani, Yéniches, ecc.), il Documento è ugualmente valido, mutatis mutandis, anche per altri gruppi di nomadi, che condividono condizioni simili di vita. Ad ogni modo, il nomadismo non è l’unica caratteristica degli Zingari, anche perché molti di essi sono ora sedentarizzati, in maniera permanente o semi-permanente. Per loro è da considerarsi, in effetti, la diversità etnica, la cultura e le antiche tradizioni. Perciò i Pastori delle Chiese locali delle Nazioni in cui gli Zingari vivono potranno trovare ispirazione pastorale in questi Orientamenti, ma dovranno adattarli alle circostanze, alle necessità ed esigenze di ciascun gruppo (ib. 5).Desideriamo d’altra parte ricordare subito che molti sono i segni di evoluzione positiva nel modo tradizionale di vivere e pensare degli Zingari, come il crescente desiderio di istruirsi e ottenere una formazione professionale, la maggiore consapevolezza sociale e politica, che si esprime nella formazione di associazioni e anche di partiti politici, la partecipazione nelle amministrazioni locali e nazionali in alcuni Paesi, l’accresciuta presenza della donna nella vita sociale e civile, l’aumentato numero di vocazioni al diaconato permanente, al presbiterato e alla vita religiosa, ecc. In questa prospettiva, è consolante tener presente il contribuito, nei passati decenni, della promozione sociale e della pastorale specifica intrapresa dalla Chiesa Cattolica, in particolare grazie agli stimoli di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Fu certo, poi, con orgoglio collettivo che, il 4 maggio 1997, gli Zingari assistettero alla beatificazione del martire spagnolo Zeffirino Giménez Malla, primo Zingaro nella storia della Chiesa ad essere elevato agli onori degli altari (ib. 21). “Dalla nascita alla morte, la condizione di ciascun individuo è quella dell’homo viator”– ha affermato il Servo di Dio Giovanni Paolo II –, e ciò è espresso, come un’icona, nel tipo di vita degli Zingari. Eppure v’è indifferenza o opposizione nei loro riguardi; si passa dai pregiudizi abituali a segni di rifiuto che, spesso, non suscitano reazioni o proteste da parte di coloro che ne sono testimoni. Ciò ha causato indicibili sofferenze e ha dato luogo a persecuzioni nei loro confronti, specialmente durante il secolo scorso. Ebbene, tale situazione dovrebbe scuotere le coscienze e destare solidarietà verso di essi, mentre la Chiesa riconosce il loro diritto ad avere una propria identità, e si adopera per ottenere una maggiore giustizia verso di essi, rispettandone essa stessa la cultura e le sane tradizioni. Diritti e doveri, però, sono strettamente legati e quindi anche gli Zingari hanno dei doveri in rapporto alle altre popolazioni.
Questi Orientamenti sono, quindi, un segno della preoccupazione della Chiesa per gli Zingari, che abbisognano di una pastorale specifica, attenta alla loro cultura, la quale, ovviamente, deve passare attraverso il mistero pasquale di morte e resurrezione. Ciò è d’altronde necessario per tutte le culture. La storia universale dell’evangelizzazione attesta infatti che la diffusione del messaggio cristiano è stata sempre accompagnata da un processo di purificazione delle culture, visto come una necessaria elevazione. Pertanto, una difesa indiscriminata di tutti gli aspetti della cultura zingara, senza le dovute distinzioni e i relativi giudizi evangelici, non giova. Purificazione, comunque, non significa svuotamento, ma pure una certa integrazione con la cultura circostante: si tratta di un processo interculturale (ib. 39). Pertanto, riconciliazione e unione tra Zingari e coloro che non lo sono inducono a una legittima interazione di culture.
Inoltre, l’educazione, la formazione professionale, le iniziative e la responsabilità personali sono requisiti indispensabili per una qualità di vita degna per gli Zingari, elementi tutti di promozione umana. Dovrebbe ugualmente essere promossa nelle comunità zingare l’uguaglianza di diritti fra uomini e donne, con eliminazione di ogni forma di discriminazione; essa esige poi il rispetto della dignità della donna, l’elevazione della cultura femminile e la promozione sociale, senza pregiudicare il forte senso di famiglia presente tra gli Zingari (ib. 40). In questo senso, ogni tentativo di assimilazione della loro cultura e una sua dissoluzione in quella maggioritaria, deve essere respinto (ib. 53).
In questo contesto il Documento fa presente che se l’avviamento di progetti per la promozione umana è, primariamente, responsabilità dello Stato, può essere conveniente e perfino necessario che la Chiesa sia coinvolta in iniziative concrete in tal senso, dando spazio agli Zingari come protagonisti. Appartiene, invece, alla missione fondamentale della Chiesa informare le istanze pubbliche delle condizioni di disagio di queste popolazioni, mentre va tenuto presente che “lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica” (ib. 55-56).
Ritornando all’evangelizzazione degli Zingari, essa, in questi Orientamenti, appare come missione di tutta la Chiesa, perché nessun cristiano dovrebbe rimanere indifferente di fronte a situazioni di emarginazione in relazione alla comunione ecclesiale. Ma la pastorale per gli Zingari, proprio per la sua specificità, richiede una formazione attenta e profonda di quanti vi sono direttamente coinvolti, mentre le comunità cristiane devono mostrare un atteggiamento di accoglienza (ib. 57). E questa combinazione di specificità e universalità risulta fondamentale.
L’annuncio della Parola di Dio, poi, sarà più facilmente accolto se proclamato da chi ha mostrato solidarietà nei loro confronti in situazioni di vita quotidiana. Inoltre, nella catechesi, è importante includere un dialogo che permetta agli Zingari di esprimere come essi percepiscono e vivono il rapporto con Dio. Perciò, bisognerà tradurre testi liturgici, la Bibbia e libri di preghiera nell’idioma usato dai vari gruppi etnici nelle diverse regioni. Similmente, la musica – molto apprezzata e suonata dagli Zingari – è supporto estremamente valido alla pastorale, da promuovere e sviluppare negli incontri e nelle celebrazioni liturgiche. Lo stesso dicasi di tutti i mezzi audiovisivi della tecnica moderna (ib. 60-61).
Inoltre dagli Orientamenti risulta che i pellegrinaggi rivestono un’importanza speciale nella vita degli Zingari, in quanto rappresentano opportunità ideali per riunioni di famiglie. Spesso i “luoghi sacri” mete del pellegrinaggio sono, infatti, legati alla storia familiare. Perciò un avvenimento, un voto, un cammino di preghiera, sono vissuti come un incontro con il “Dio del (loro) Santo”, che cementa anche la fedeltà di un gruppo. I pellegrinaggi, poi, offrono a chi vi partecipa un’esperienza di cattolicità che porterà dal “Santo” a Cristo e alla Chiesa (ib. 70-71).
Nel considerare, infine, il rischio – purtroppo confermato da fatti incresciosi – che gli Zingari cadano vittime delle sette, il Documento esprime la convinzione che i nuovi Movimenti ecclesiali potrebbero svolgere un ruolo particolare in questa pastorale specifica. Con il loro forte senso comunitario e di apertura, la disponibilità e la particolare cordialità dei loro membri, essi dovrebbero infatti offrire accoglienza concreta e favorire altresì l’evangelizzazione. In questo senso, le Associazioni cattoliche di Zingari, tanto nazionali quanto internazionali, possono svolgere un ruolo di particolare rilievo, rimanendo però in costante rapporto e comunione con i Pastori delle Chiese locali e il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti (ib. 77-78).
Ci auguriamo che questi Orientamenti rispondano alle aspettative di tutti coloro che auspicavano la pubblicazione di un Documento pastorale d’insieme a proposito del ministero a favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nomadi.
Stephen Fumio Cardinale Hamao Presidente
Agostino Marchetto Arcivescovo titolare di Astigi Segretario
1. La missione affidata da Cristo alla sua Chiesa si rivolge «a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l'esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà e alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo» (AG 5). Questa universalità di missione spinge la Chiesa a raggiungere i popoli anche geograficamente più lontani, come pure a preoccuparsi di quelli che, pur abitando in terre di antica tradizione cristiana, non hanno ancora accolto il Vangelo o l’hanno ricevuto parzialmente, oppure non sono tuttavia pienamente entrati nella comunione ecclesiale.
2. Fra questi si può certamente annoverare una gran parte della popolazione zingara, da secoli presente in terra tradizionalmente cristiana ma sovente emarginata. Segnata dalla sofferenza, dalla discriminazione e spesso anche dalla persecuzione, essa non è tuttavia abbandonata da Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla piena conoscenza della verità» (1 Tm 2,4). La Provvidenza divina, infatti, ha saputo suscitare, specialmente nel corso degli ultimi decenni, una crescente attenzione verso questa popolazione, muovendo il cuore e la mente di molti Operatori pastorali che si sono generosamente votati alla sua evangelizzazione, non senza sperimentare anche per se stessi una relativa incomprensione.
Questa attenzione si è estesa poco a poco nelle varie regioni abitate dagli Zingari, con progressivo coinvolgimento altresì dei Pastori delle Chiese particolari, organizzandosi, successivamente, a livello nazionale e anche diocesano. Si sono pure realizzati numerosi Convegni internazionali al fine di studiare e promuovere la pastorale a favore degli Zingari, mentre anche in ambito civile si è sviluppata una maggiore attenzione verso di loro. È così emersa una realtà pastorale, indubbiamente inserita nello slancio missionario della Chiesa, alla quale essa, spronata dallo Spirito di Dio, intende imprimere una svolta decisiva, impegnandosi a sostenerla, incoraggiarla e a dedicarle le risorse materiali, umane e spirituali che sono necessarie.
3. Dall’impegno pastorale svolto, e dallo scambio di esperienze e pensieri, si è quindi individuato un insieme di atteggiamenti, obiettivi da raggiungere, difficoltà da superare e risorse da ottenere, che è poi confluito in un instrumentum laboris redatto dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Su di esso sono stati chiesti pareri e contributi da parte di vari Operatori pastorali, anche Zingari, impegnati nell’evangelizzazione di questa popolazione, che lo hanno notevolmente arricchito e trasformato. Si è poi affrontata, dopo un ulteriore lungo sondaggio, la stesura definitiva, tenendo presente anche istanze ecclesiali non direttamente coinvolte, in modo tale da situare adeguatamente la pastorale a favore degli Zingari nella più ampia cornice della missione universale della Chiesa.
4. Con la pubblicazione di questo Documento si intende riaffermare, senza tentennamenti, l’impegno della Chiesa a favore di questa popolazione. Si propongono poi anche strade nuove da tracciare in seno alle società nazionali e alle Chiese particolari, per aprire le comunità a questi fratelli. Vengono altresì stabiliti alcuni criteri pastorali generali per l’azione e traguardi da raggiungere. Il presente Documento segna dunque un momento importante nella storia di evangelizzazione e promozione umana a favore degli Zingari, dopo l’incontro di Paolo VI a Pomezia con loro.
Esso si rivolge quindi non solo ai Pastori e agli Operatori di una pastorale specifica, ma anche all’intera comunità ecclesiale – che non può restare indifferente a questo proposito – e agli stessi Zingari. Poiché il cammino di piena comunione fra Zingari, e non, è appena iniziato o, anzi, in numerosi Paesi è ancora da battere, si richiede da parte di tutti una grande conversione della mente, del cuore e degli atteggiamenti: è questo il primo motore di una tale comunione, nella consapevolezza che alla radice di ogni situazione di rifiuto e di ingiustizia si trova la dolorosa realtà del peccato.
5. Considerato che la popolazione zingara è profondamente segnata dalla diversità, spetta alle Chiese locali adeguare i criteri, le indicazioni e i suggerimenti qui contenuti, alla situazione concreta di luogo e di tempo. Sul piano conoscitivo, inoltre, occorre grande prudenza per non uniformare facilmente una realtà in se stessa variegata. Perciò in questo Documento, anche quando ci si riferisce al popolo zingaro, si intendono le popolazioni zingare, costituite da diverse etnie. Conseguentemente, bisognerebbe usare abitualmente il plurale quando si parla della lingua, della tradizione e di altri elementi che configurano l’identità zingara, ma ciò non è sempre possibile e potrebbe essere addirittura riduttivo, perché esistono, di fatto, vari elementi comuni che confluiscono in un modo specifico di essere (Weltanschauung) e che configurano fondamentalmente tale identità.
Per indicare comunque queste popolazioni nella loro globalità e complessità, si usa qui il termine “Zingari”, che però deve permettere di riferirsi all’insieme dei nostri fratelli, viaggianti o sedentari, nel rispetto della loro persona e della loro cultura. Occorre tuttavia non dimenticare che la realtà concreta soggiacente non è dunque un tutto omogeneo, generico, ma raggruppa vari gruppi o etnie quali sono i Rom, Sinti, Manouches, Kalé, Gitani, Yéniches, ecc. Molti di essi addirittura preferiscono essere riconosciuti e chiamati secondo la propria etnia. Con la parola gağé (al singolare gağó) gli Zingari denominano invece tutti coloro che tali non sono, e in questo senso si usa qui la parola senza discriminanti di sorta.
6. È necessario rilevare, infine, che in vari Paesi vivono numerosi nomadi, le cui origini risalgono a gruppi di pastori, di pescatori, di cacciatori nomadi e altri (Travellers, per es.), per cui il loro modo di vita e le caratteristiche antropologiche sono differenti da quelle delle popolazioni zingare propriamente dette. Tuttavia le Chiese locali dei Paesi con presenza di nomadi, potranno trovare ugualmente ispirazione pastorale nei presenti Orientamenti, da adattare, certo, alle circostanze, necessità ed esigenze di ciascun gruppo.