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di d. Renato Rosso*
rivistamissioniconsolata.it - 24 dicembre 2025
Sono passati oltre cento anni da quando è terminata la Grande guerra, una delle più sanguinose della storia (15-20 milioni di morti), e ottanta anni dalla Seconda guerra mondiale, che ha coinvolto un gran numero di nazioni e lasciato il numero più alto morti sul campo (forse 70 milioni).
Tutti conosciamo il prezzo delle guerre, ma non abbiamo ancora imparato che in esse nessuno vince e continuiamo a essere coinvolti in questa macchina che massacra uomini, donne, bambini.
Gerusalemme. Foto di Jonny Gios su Unsplash
Il teatro di guerra oggi è il mondo intero. Ma io, in questo momento, mi trovo in un luogo preciso: il Medio Oriente.
Ho sempre lavorato con i nomadi del mondo, in Italia, Brasile e poi, per trent’anni, in Bangladesh e India. Qui, negli ultimi anni, venivo per periodi di due mesi per lavorare con i nomadi di queste regioni, i Beduini, facendo la spola tra Israele e Palestina, finché, nel 2023, mi ci sono stabilito, e ora vivo a Nazareth. E qui ho trovato la sorpresa della guerra che in due anni ha prodotto oltre 70mila morti (di cui 20mila bambini).
In ogni caso, il mostro della guerra è andato molto oltre, causando, negli ultimi quattro anni, oltre un milione di vittime tra Russia e Ucraina, mentre nella Repubblica democratica del Congo, negli ultimi 20 anni, ne ha uccisi oltre sette milioni. A questi Paesi in guerra, se ne devono aggiungere ancora oltre una cinquantina.
Nella Terra santa dove sono nate le tre religioni monoteistiche, da duemila anni si dovrebbe vivere soltanto di pace, e invece, a intermittenza, hanno suonato le sirene di guerra. In questi due millenni, oltre sessanta guerre hanno insanguinato questa terra: guerre di liberazione, di attacco e di difesa, invasioni, rivoluzioni interne. Questa terra ha una posizione strategica unica e nel corso degli anni diversi imperi se la sono contesa.
I vari Capi di stato le hanno sempre chiamate guerre giuste, per cui bisognava assolutamente vincere. Chi si è considerato via via vincitore ha fatto un triste baratto: ha ricevuto denaro, terre, posizioni strategiche per le guerre successive e ha pagato tutto questo con la vita di uomini, donne, bambini e giovani soldati, tutti innocenti.
Coloro che si sono combattuti, per attacco o per difesa, probabilmente sono stati spinti, da una parte e dall’altra, dall’atto di ubbidienza che ogni soldato compie, in nome della libertà, per difendere la vita del proprio Paese. Il soldato, generalmente, non conosce le bugie dei capi ed è spinto a credere che questi siano onesti o, almeno, in buona fede. Il soldato non conosce quasi mai le imboscate che essi gli tendono sotto il nome di sacrificio, di martirio, che spesso è a servizio del potere di un capo di stato, di un re o di un imperatore.
Mentre combattevano contro gli avversari, i soldati di questa guerra e di tutte le altre, spesso cadevano in ginocchio gli uni davanti agli altri, per essere seppelliti poco dopo sotto la stessa sabbia, con lo stesso sacrificio e la stessa innocenza. Da vivi si chiamavano nemici, perché così i capi avevano decretato, ma da morti sono solo fratelli. Da una parte e dall’altra, le mamme, i papà e i figli hanno pianto le stesse lacrime.
Questa guerra combattuta sul territorio di Gaza, se non ci fosse stato l’appoggio dell’America e dell’Italia, sarebbe finita dopo una settimana, e invece il prezzo di 70mila morti è da considerarsi una follia che certamente ha le sue responsabilità. La tragedia qui non è finita.
Chi riuscirà a curare la rabbia e l’odio che si è scatenato in questi due anni tra gli abitanti di questa terra? Chi curerà le centinaia di giovani soldati che sono stati obbligati a uccidere 20mila bambini. Chi sanerà le ferite “incurabili” che sono penetrate nella carne e nell’anima di questi giovani? Chi li ha spinti a queste azioni inumane, prima di uccidere dei presunti nemici, ha massacrato i suoi stessi soldati.
Una preghiera affinchè questa Terra Santa diventi un poco più santa.
Renato Rosso
*Don Renato Rosso, classe 1945, è sacerdote fidei donum della diocesi di Alba. Fin da giovanissimo è impegnato nella pastorale dei nomadi. Ha lavorato per diversi anni con i nomadi in Italia, per otto anni in Brasile e trenta tra Bangladesh e India. Da circa due anni vive a Nazareth.
Gazzetta di Alba – dicembre 2025
Secondo una pagina della Bibbia «gli anni della nostra vita sono 70, 80 per i più robusti», ma si può andare anche oltre senza troppi problemi. Al mio paese una signora di 107 anni, autonoma e vivace, non si sente affatto vecchia. E intanto sono arrivato agli 80 anni: grazie Signore e solo grazie, specie se penso alla mia collezione di malattie. Nei primi due anni i miei genitori dovettero fare i turni per i miei pianti inarrestabili a causa di una presunta colite cronica. A 4 anni, un intervento a tonsille e adenoidi causò un’emorragia che mi provocò una morte apparente.
Mia madre lasciò i vestiti ad una zia, che si dispose a vestire il cadaverino. Mia madrina prese mia mamma al braccio e uscì per consolarla, dicendole tra l’altro: «Non disperarti. Forse è un bene che sia capitato adesso, tanto tu sapevi che questo bambino non saresti mai riuscita ad allevarlo». Dopo quattro ore di veglia, sentirono un gemito che misero tutti sottosopra: «È vivo! È vivo!»
così continuai, pur sempre gracile e anemico, a sopravvivere. Fino ai 14 anni il medico era di casa: febbri frequenti, bronchiti, influenze e quella colite sempre attiva.
Per il resto, accenno solo alle malattie più significative: tifo, paratifo, polmonite, e la diagnosi di una meningite fulminante che il giorno dopo – a causa delle preghiere di mia madre o di un errore del medico – si risolse in un brutto torcicollo, abbinato a una febbre peregrina. In seguito, in Brasile, Bangladesh e in India la mancanza di anticorpi locali mi provocò una dissanteria che per diversi mesi, mi mise in ginocchio, rendendomi irriconoscibile.
Arrivarono poi due infezioni di colera, la Tbc, la malaria cerebrale (falciparum), generalmente mortale, che mi lasciò in coma per 15 giorni (fui curato con 38 medicine al giorno). Venne ancora la dengue emorragica, un “asteroide” di 3 cm sulla capsula surrenale destra, la lebbra, che fu curata per un anno in Bangladesh. In seguito giunse un Covid-19 (5 stelle), in contemporanea con pleurite e polmonite. Da ultimo, ci fu un grave intervento alla spina dorsale, con l’applicazione di placche e viti, per evitarmi la sedia a rotelle. Oggi ringrazio per i momenti di buona salute, durante i quali ho potuto anche aiutare tanti altri, ma ringrazio di più per i momenti di malattia, perché in essi sono diventato più uomo, più sensibile alla sofferenza degli altri e perché, grazie alla mia fragilità, ho potuto amarli meglio.
Don Renato ha compiuto 80 anni il 6 dicembre. Auguri da Gazzetta e dai lettori, perché continui a fare il bene”senza limiti alla Provvidenza”. g.t.
Nazareth - Via WhatsApp
7 ottobre 2025
Oggi scadono i due anni dall'inizio di una guerra folle come d'altra parte lo sono state tutte le guerre. Negli ultimi giorni si parla molto di pace e se ne parla in modo che sembra convincente.
In Israele anche i politici dicono che la guerra sta finendo. A Gaza dicono che stanno accettando gli ultimi accordi. La Palestina anche parla di pace. Alla Casa bianca, il Presidente dice che la pace la farà lui. Ieri il Premier israeliano Netanyahu ha detto e sembrava convinto: "Siamo vicini al traguardo..".
Da due anni non si sentiva più sulla sua bocca una parola così chiara di speranza, ma il suo esercito poche ore prima ne aveva ancora ammazzati 70. È questo il modo di prepararsi al traguardo della pace? Direi di no.
Nel Medioriente tutti parlano di pace, ma nessuno la vuole. Potrebbero anche arrivare a qualche accordo ma se arriveranno a firmare un qualche trattato di pace lo faranno solo se ne saranno veramente obbligati. Si cerca ancora di fare la pace con la forza, uccidendo i nemici e incarcerando i prigionieri e obbligando gli altri a cedere o a rassegnarsi. Fin quando non si parlerà di misericordia e perdono e fin quando non si arriverà a curare le ferite dell'odio e della vendetta, con lacrime sincere di pentimento non ci saranno accordi di pace duraturi.
Per favore, una preghiera in più. Don Renato
9 ottobre 2025
Sì, oggi la Pace per il medioriente è firmata, ma adesso bisogna costruirla. Con la preghiera possiamo collaborare tutti.
d. Renato
via WhatsApp - 16 dicembre 2024
Leggendo questo libro ho pensato a voi e vi invito a leggerlo. Non sto facendo una presentazione pubblicitaria e tantomeno una recensione, ma semplicemente una rivisitazione di un testo che meno lo capivo, più mi appassionava e che vorrei consigliare ai miei amici più amici.
Spesso sono attratto verso ciò che non conosco e non capisco, e la curiosità a volte mi accompagna dove la mia creatività non oserebbe mai sperare. Se mi fosse capitato sotto mano il libro Dio e l’ipercubo dopo la terza liceo, è probabile che mi prendesse il desiderio di arruolarmi nell’esercito dei matematici, per riuscire dopo alcuni anni a leggerlo senza dover tralasciare nulla: un apice, un segno, un grafico, un numero reale, razionale o irrazionale, un’espressione matematica.
Nella mia famiglia ho avuto l’onore di avere un cugino enfant prodige in matematica, ma io non ho coltivato quel carisma. In ogni caso, in questo volume, Francesco Malaspina (docente di matematica al Policlinico di Torino) ha avuto pietà anche di coloro che, come me, non sono diventati matematici: infatti accompagna il lettore con un linguaggio strettamente scientifico e tecnico e, in parallelo, con un linguaggio intuitivo, per cui offre la possibilità anche ai non addetti ai lavori di non scoraggiarsi e di non chiudere il libro dopo le prime pagine.
Come per Alessandro Magno furono molti (almeno 4 storiografi) coloro che scrissero di lui, mettendo in luce aspetti diversi che un solo biografo non avrebbe colto, così è stato per Gesù. I quattro evangelisti e migliaia di autori hanno tentato di mettere a fuoco qualche suo aspetto: Sant’Agostino, San Girolamo, San Tommaso d’Aquino, San Francesco, Santa Teresa del Bambino Gesù e molti altri ancora. Tra i contemporanei, anche Malaspina ha tentato di fare la sua parte, mettendo a fuoco l’avventura dell’Incarnazione con la sensibilità del matematico.
In questo testo l’autore si addentra ben oltre il titolo, in quanto l’ipercubo non è solo un’espressione della corrente artistica – nota come arte cinetica – che propone un’esperienza di sintesi tra movimento, luce e geometria, e non è semplicemente l’estensione del cubo geometrico in più dimensioni, ma viene assunto come parabola per alimentare la nostra fede.
L’autore utilizza infatti il termine “ipercubo” in un senso concettuale che supera le convenzionali tre dimensioni percepite. Nelle prime citazioni bibliche e specialmente nel Prologo di Giovanni intravedo infatti una stringata coerenza tra quei testi e gli sviluppi matematici di Malaspina.
Sono poi stato catturato dal brano in cui esplode un temporale, o meglio il Big Bang della salvezza. Nel suo lungo cammino, l’umanità aveva cercato in mille modi di raggiungere il Cielo, l’Infinito, il trascendente, l’Eterno, la salvezza, il paradiso: non solo i costruttori della Torre di Babele si erano mossi in questa ricerca, spinti da una speranza inscritta nel DNA della loro storia. Malaspina ci racconta con numeri e formule il tracciato di quello sforzo titanico dell’uomo per formare in sé stesso l’uomo spirituale, sebbene questo sforzo non sia bastato. Anche il matematico – ci mette in guardia Malaspina – con tutte le sue formule ha tentato di trovare qualche strada per passare dal finito all’infinito, ma si è sempre trovato impossibilitato. Un indefinito numero di finiti non raggiunge un infinito. Così l’uomo spirituale, che aveva già fatto un cammino significativo in questa tensione e nel tentativo di raggiungere l’Olimpo, ha solo faticato molto, senza però riuscire neppure ad avvicinarsi alla punta. La scintilla del divino posta nell’uomo l’aveva accompagnato, ma l’uomo era rimasto immerso nel temporale della storia, al buio, tra lampi e tuoni che semmai avevano balbettato qualche suono inarticolato simile a parole di Dio, rimanendo però sempre frustrato per aver fallito il suo tentativo di arrivare all’Infinito, e quindi a Dio stesso.
Ma in un insignificante e sconosciuto villaggio della Galilea, quando l’uomo meno se l’aspettava e viveva il suo quotidiano come sempre – pescando, seminando, pascolando e pregando nella sua piccola sinagoga, mentre le donne cucinavano, pulivano o filavano, cantando la vita e piangendo la morte – proprio là scoppiò il Big Bang della storia della salvezza: l’Infinito attraversò tutti i cieli e i temporali della storia e venne a raggiungere il finito. E se l’uomo non ce l’aveva fatta a salire fin lassù «il cristianesimo ci rivela invece un infinito che scende fino a noi e si fa finito». «Abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio» (Eb.4,14).
L’autore soggiunge: «L’infinito, insomma, si spoglia di se stesso, va fino al finito e prosegue ancora fino all’annientamento, fino all’umiliazione della croce».
La scintilla del divino aveva spinto l’uomo verso l’alto, mentre è stata la forza della gratuità ad attirare l’infinito verso il finito: è stato l’amore. «L’Incarnazione del Verbo tra le stoviglie di Nazareth è un atto di amore gratuito e fa sì che Dio, proteso verso l’umanità, si svuoti e diventi un bambino, un servo dell’umanità, un massacrato, per poterla servire e salvare. Ma con Gesù la croce viene esaltata». In ogni caso, Dio non vuole salvare il mondo solo con suo Figlio Gesù, ma vuole coinvolgerci affinché anche noi facciamo la nostra parte.
«L’infinito attraversa tutti i livelli di infinito, squarcia il numerabile e atterra a un finito che è da noi raggiungibile», invitandoci così a fare la nostra parte, ovvero a compiere quegli ultimi passetti che mancano (cfr. Col. 1,24). Così il Figlio di Dio Gesù, con i nostri piccoli atti d’amore e il suo grande amore, ama il mondo; con i nostri piccoli atti di perdono e il suo grande perdono, perdona il mondo e con le nostre piccole croci e la sua grande croce, salva il mondo.
L’autore non intende pertanto modellizzare il cristianesimo e neppure renderne ragione, ma semplicemente far sì che le formule matematiche e le figure geometriche evochino e richiamino qualcosa sul cristianesimo. Così associa Dio a una sfuggente infinità di infiniti e l’uomo a un insieme di finiti. Possiamo quindi affermare che, dopo Gesù Cristo, nell’infinito di Dio c’è un tratto di finito che ci permette di vedere una scintilla della sua bellezza, mentre nel cuore dell’uomo, che tende drammaticamente all’infinito, intravediamo una scintilla di eterno.
Gesù sarà poi colui che raggiunge l’uomo più spoglio, povero e miserabile, come Zaccheo o Matteo: quando l’infinito raggiunge il finito esplode la conversione e il perdono. E nella povertà del finito si intravede la possibilità che nasca una povertà evangelica, la quale farà proclamare una beatitudine: «Beati i poveri», che non significa «beato chi fa la scelta dei poveri» o «beati coloro che hanno a cuore i poveri», ma proprio «beati i poveri». E tanto Zaccheo, quanto Matteo s’incammineranno sulla luce di questo invito.
Il matematico tratta anche dell’Eucarestia, altro segno di quella povertà radicale: l’infinito diventato scandalosamente finito in un pezzo di pane. In quel contesto, si parla ancora di perdono e di conversione, altro modo in cui l’Incarnazione, la kenosis, continua la sua dinamica attraverso la Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo.
«Se duemila anni fa – ci ricorda Malaspina – l’infinito ha scelto il Corpo fisico di Gesù per incontrare il finito, nel resto della storia utilizza un corpo formato dalla totalità dei cristiani, che diventano dunque Tempio dello Spirito Santo, corpo e sangue di Cristo, Eucarestia adorabile. Sembra che la Chiesa non sia degna di un compito così alto: come ciascuno di noi indegnamente è un “Cristoforo” (portatore di Cristo) e Lui non disdegna di abitare con noi, in noi, nel più intimo del nostro intimo, tanto da identificarsi con noi, anche nella Chiesa troviamo l’orgoglio, la superbia, la ricchezza e il potere. Ed è vero che il corpo di Cristo, il nostro corpo e quello della Chiesa sono solo un vaso di creta, ma portatore della più grande preziosità: Dio stesso.
Sempre con il linguaggio suo proprio, nel secondo capitolo l’autore ci parla dei giorni della morte e resurrezione di Cristo che, pur essendo racchiusi in un breve e circostanziato intervallo temporale, condizionano tutta la storia, dando speranza e significato a ogni uomo.
Per discorrere dello spazio e del tempo, nelle pagine che seguono Malaspina chiama in causa un filosofo come Zenone o il matematico Pitagora, trattando degli spazi metrici – cioè di insiemi in cui è presente un concetto di distanza tra due elementi – in modo da riflettere sulla speranza del Regno di Dio che verrà e che è già arrivato.
Poi si diverte davanti alle bolle di sapone, focalizzando l’attenzione sulla sfera, sul suo centro e sul bordo: attraverso la bolla tridimensionale e quella bidimensionale (che diventa un segmento) accompagna il lettore a cogliere la linea del tempo tra l’inizio e la fine dell’umanità, nella quale è inserita la vicenda terrena di Gesù, quale punto e centro della storia.
Ci presenta poi la nostra vita come un intervallo limitato, ma frazionato infinite volte, in cui sperimentiamo l’eterno e in cui Dio compie «il suo viaggio squarciando il numerabile» per raggiungerci indefinite volte. Se in questo intervallo accettiamo, con la fede, che Dio sia morto per amore e risorto, ecco che siamo spinti con la virtù della speranza a «sperare che questa sorte attenda anche noi»: infatti, secondo San Paolo, la fede è «fondamento di ciò che si spera».
Così Dio, abitando le infinite frazioni del nostro tempo, riesce a starci infinitamente vicino e ci canta una bella canzone:
«se dovrai attraversare le acque, sarò con te
i fiumi non ti sommergeranno
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai
la fiamma non ti potrà bruciare
poiché io sono il Signore, tuo Dio
il Santo d’Israele, il tuo salvatore...
tu sei prezioso ai miei occhi,
poiché sei degno di stima e io ti amo...
Non temere poiché io sono con te».
Dopo questo canto che, scritto da Dio in casa di Isaia, con l’analogia degli intorni omeomorfi accompagna al Regno di Dio, verso la fine del libro l’autore ci racconta che in ogni piccolissima frazione di tempo può essere condensata in qualche senso tutta la storia dell’umanità. Così l’intorno temporale della morte e resurrezione di Gesù, che appartiene alla nostra storia, raggiunge la vita di ogni uomo e così anche l’uomo – che come Cristo offre la vita – può sperare di risorgere.
Ma la nostra resurrezione non avverrà perché noi abbiamo dato la vita, ma solo perché Lui è risorto: è il suo amore che ci ha salvati. Amare Dio è importante, ma la cosa più importante è che Dio ama noi. Il nostro amore per Lui è discontinuo, mentre il suo è eterno. Potrei non aver mai conosciuto Gesù Cristo, o appartenere a una religione che non lo riconosce, ma Lui ci ha già salvati e ha salvato anche i nostri fratelli che lo ignorano.
Mentre leggo, rispondo anche a una domanda che qualcuno potrebbe fare: “E allora? Nessuna differenza tra un credente e un ateo?” Ma certamente! Il credente ha un amante (Gesù) che lo ama al 100% e per questo è fuori di testa per la gioia; anche l’ateo ha un amante (Gesù) che lo ama al 100%, ma non lo sa e per questo ha una felicità in meno.
In tutte le considerazioni matematiche, però, dobbiamo essere estremamente umili quando parliamo di resurrezione, in quanto la vita oltre la morte ci porta in una dimensione che si trova oltre la retta infinita del tempo. Dobbiamo fermarci un momento prima.
Mi viene di dire a questo punto che non appare possibile una complessa espressione algebrica al termine della quale il risultato sia: «Dio esiste (o la resurrezione è vera)», così come non lo è quella contraria: «Dio non esiste». Al termine della prima espressione avremo pur sempre bisogno di un atto di fede e al termine della seconda dovremo onestamente presupporre un atto con un rischio molto alto, pensando alla preziosità che c’è in gioco.
Alla fine del capitolo sulla metrica escatologica, tuttavia, incontriamo ancora la testarda volontà di Gesù Cristo che non vuole, nel modo più assoluto, perdere nessuno. Ci invita a lavorare nel suo Regno a tutte le ore del giorno, anche quando il sole sta per tramontare, solo per avere la scusa di darci un salario come ricompensa di un lavoro, anche se il premio è totalmente gratuito.
Infatti si conclude con un canto, questa volta intonato da noi uomini fragili e mortali, ma immortalati dall’amore di Cristo, dal quale nulla e nessuno ci può separare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincenti, solo perché Qualcuno ci ha amati. Sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm8,35.37-39).
Nell’ultimo capitolo, Malaspina ci parla della Trinità, intesa come una varietà topologica localmente omeomorfa ai poveri della terra, ai tapini (tapeinos) e spiantati. Prima di affrontare i concetti astratti, tuttavia, mette il lettore di fronte alla parabola del bambino che, sulla riva del mare, cerca di versare l’acqua in un piccolo foro scavato nella sabbia, impresa ovviamente impossibile. In questo modo il discorso trinitario, astratto e impalpabile, viene messo in analogia con l’amore concreto e palpabile di Gesù, che si identifica con l’affamato, l’assetato, il nudo, il malato, lo straniero e il carcerato. Ma, prima di questa analisi, l’autore ha già dimostrato in concreto che non c’è modo migliore di incontrare Dio se non amando e servendo il prossimo povero e bisognoso. Se al povero darò da mangiare, da bere, da vestire, come ci dice Matteo, mi inginocchierò in contemplazione di fronte a Dio stesso.
Il matematico offre alcuni flash di questa contemplazione, per esempio introducendo il lettore nella “Casa del cuore puro” (Nirmal Hriday), dove Madre Teresa ha cominciato ad accogliere i moribondi, per accompagnarli a morire con dignità. La stessa Madre Teresa invitava infatti le sue suore a trattarli con lo stesso amore e delicatezza con cui il sacerdote tratta il corpo di Cristo durante la Messa.
Poi ricorda Charles de Foucauld, il quale afferma con forza che quando il povero, nudo, viandante, sofferente, è passato davanti a noi e non ci siamo accorti del suo bisogno, in verità abbiamo lasciato passare lo stesso Gesù. L’incontro con Lui non è dunque un’astratta ed eterea visione mistica, ma un concretissimo contatto umano.
E, ancora, ci presenta Francesco d’Assisi che, baciando il lebbroso, si rende conto come in quel gesto ci sia tutta la sua sequela e il servizio a Gesù stesso.
Non si lascia infine sfuggire coloro che sono stati catturati dal Gesù vivo e vero nei disabili, i preferiti di Dio. Tra questi, cita Giuseppe Benedetto Cottolengo, che nel1932 fondò la piccola Casa della Divina Provvidenza e Jeans Vanier con la Comunità dell’Arca, oppure Oreste Benzi con la Comunità Papa Giovanni XXIII e quanti altri!
Nel contesto della disabilità, nel suo finale inno all’amore, Malaspina afferma che non soltanto sveliamo qualcosa dell’amore di Dio al mondo quando compiamo un gesto di carità, ma anche quando siamo bisognosi di riceverne. L’autosufficienza, il sapercela cavare da soli può diventare un grande ostacolo e ancora ci consiglia: meglio sarebbe se, quando riceviamo dei favori e vogliamo immediatamente restituire (quasi sdebitarci), invece di offrire la ricompensa al donatore cercassimo una terza persona per alimentare la gratuità in entrambi.
Aggiungerei che ogni atto sociale e politico veramente sincero, almeno per noi cristiani, è anche e sempre un atto liturgico.
Al termine del capitolo sulla Trinità, e quindi sull’amore, viene presentata la punta dell’iceberg e cioè l’amore sponsale con la simbologia dell’icona della Trinità di Andrej Rublëv, che conferma come Dio sia anche localmente omeomorfo all’amore sponsale e quest’ultimo lo sia al cuore di Dio. Nell’enciclica Deus Caritas est di Benedetto XVII, si fa appunto riferimento al fatto che, nella visione cristiana, in realtà la sessualità – come apice della tenerezza tra due sposi – viene innalzata tanto da sfiorare il divino.
Nell’opera viene poi incorniciata la lavanda dei piedi: nel momento solenne dell’ultima cena, Gesù toglie il mantello della festa e veste un asciugatoio (unico abito liturgico che ha indossato) e lava i piedi ai discepoli, mostrando così come nel servizio troviamo la concretizzazione dell’amore e il suo compimento.
Non ci sarebbe nulla da aggiungere, ma l’autore vuole ancora dirci che questo unico tesoro, Gesù Cristo, che abbiamo ricevuto e conserviamo in un vaso di creta, dev’essere portato al mondo intero e che questa è la nostra missione.
La speculazione di Malaspina ci mostra che partendo da una «varietà topologica astratta», in pochissimi passaggi ci si trova davanti a un povero visibile e concreto, che è Dio stesso. Gesù inginocchiato di fronte a Giuda e agli altri a cui, poco dopo, consegnerà anche il pane e il vino consacrati, è un’icona da capogiro. L’amore invisibile, imperscrutabile, irraggiungibile e inaccessibile diventa amore che abbraccia, consola, sostiene, asciuga le lacrime, si prende cura, sorride, perdona incondizionatamente, imbocca, gioca, cambia pannolini e pannoloni, accoglie e disseta.
Nel susseguirsi di pagine preziose, l’autore ha risposto a problemi di tipo scientifico servendosi di nozioni matematiche: ci ha parlato della vicinanza di Dio con gli spazi metrici e dell’incontro concreto tra Dio e l’uomo con le varietà topologiche, ma le ha usate con un linguaggio analogico, appunto per parlare dell’impianto teologico del cristianesimo.
Portare, in missione, Gesù agli altri e testimoniarlo con il servizio è una grande sfida e fatica, per questo abbiamo un profondo bisogno di riposare il nostro cuore e di ricaricarlo nel cuore di Dio: questa attività si chiama Preghiera. Quando, in missione, sosteremo in una cappella di fronte all’Eucarestia non ruberemo tempo al servizio dei poveri, perché il tempo della preghiera fa parte di quel servizio, tanto che, se ne fosse privato, perderebbe il suo significato. Non le nostre parole, ma il servizio e la preghiera susciteranno la conversione dei cuori, che si trasmetterà per contagio: se la causa, come si è detto, è la carità, l’effetto sarà la gioia.
Sia chiaro che Malaspina non ha usato argomenti per inchiodarci a credere alle tesi enunciate, ma ha camminato in punta di piedi con noi, con infinito rispetto della libertà. È lui che conclude con queste parole: «Ci piace un Dio che non usa argomenti inattaccabili e stringenti, ma rispetta profondamente la nostra libertà. La matematica non serve a dimostrarci qualcosa su Dio, ma abbiamo visto come alcune sue nozioni ci sappiano parlare di Lui».
P.S. Il volume di Malaspina, per difficile che possa apparire, non è quello di Apocalisse 5,1-2, «chiuso con sette sigilli, difficile da aprire e da capire», che solo Gesù Cristo potrà dischiudere per rivelare i segreti che contiene, ma si presenta comunque con più di un sigillo, tanto che solo con gli occhi limpidi e la fede nel cuore si può assaporare, dissetandosi alla sua fontana.
Al termine di questo lungo e, per me, faticoso e gioioso percorso di rivisitazione, mi preme sottolineare come il nostro autore, servendosi dei suoni neutri della matematica e organizzandoli in accordi e in forme narrative, ha ottenuto una corale che ha “cantato” un prezioso spartito di cristianesimo.
d. Renato Rosso
4 dicembre 2024
Quattro anni fa ero stato in Madagascar. Nella vallata dei nomadi Bara, pastori di Zebù. Vidi una distesa di canne, in mezzo metro di acqua, alimentata dalle montagne. Parlando con uno di loro dissi: "Se crescono così rigogliose le canne, potrebbe anche crescere il riso".
Oggi ho ricevuto queste foto che condivido con voi.
d. Renato Rosso
vocetempo.it - 17 novembre 2024
Don Renato Rosso, Fidei Donum tra i nomadi del mondo: il caso Bangladesh al festival dell'accoglienza
Parlare di migrazioni significa porsi dinanzi alla realtà delle persone che, vivendo in situazione di povertà o addirittura sotto la linea della povertà, vogliono uscire da quell’inferno. Chi emigra è stanco di soffrire e fuggendo in altri Paesi intravede prospettive di vita più umane.
Quando sono arrivato in Bangladesh, 32 anni fa, nella provincia di Rajshahi, nel Nord del Paese, c’erano 3 milioni di bambini in età scolare che non avevano mai visto la scuola.
Nell’intero Bangladesh erano 15 milioni. In quegli anni, mentre in Giappone moriva una donna di parto, in Bangladesh ne morivano 85: non si dimentichi che oggi, sempre di parto, ne muoiono ancora 800 al giorno. Questi non sono solo numeri, ma mamme che muoiono. In quegli anni, i più intraprendenti o comunque coloro che, stimolati dalla disperazione, avevano ancora un po’ di forza, cominciarono a migrare. Sono di quegli anni i primi arrivati in Italia.
Perché scappare? Se ti rendi conto che non riesci a dar da mangiare ai tuoi figli con una dieta ragionevole, o non ce la fai a comprare le medicine per tua moglie e se tuo figlio ha bisogno di un intervento chirurgico e nel tuo Paese non c’è un’assicurazione che ti soccorra e tu i soldi non li hai, che fai? E se non puoi mandare i tuoi figli a scuola per garantire loro un futuro migliore di quello che hai avuto tu, che fai? Se puoi, scappi. Se sei in una piazza e senti sparare, non cerchi forse di correre verso un riparo? Non hai il diritto di tentare di salvare la tua vita? E se il rifugio è lontano andrai lontano, ma cercherai comunque di non lasciarti ammazzare.
Il Vangelo ci presenta la storia di un uomo malcapitato tra i briganti, derubato, massacrato e lasciato mezzo morto al lato della strada. A quest’uomo possiamo dare il nome di Bangladesh. I primi che passano lo vedono, ma proseguono il cammino, mentre un terzo si ferma e, caricatolo sull’asino, lo porta al primo Pronto soccorso.
Spesso noi, in casi come questo, diciamo che quell’uomo è stato buono, ha avuto pietà, ha avuto misericordia, ha avuto un cuore buono. No, nulla di tutto questo. Dopo il 1789, con la Carta dei Diritti dell’uomo, si deve usare un altro vocabolario: quell’uomo l’ha soccorso per una questione di «giustizia». Il malcapitato tra i briganti aveva il diritto di essere soccorso.
Per la legislazione italiana, se incontri una persona che ha subìto un incidente e sei il primo che può soccorrerlo, devi farlo: se non intervieni, meriterai la prigione, perché chi ha avuto un incidente ha diritto di essere soccorso. Se il malcapitato tra i briganti si rende conto che nessuno viene a soccorrerlo e gli restano un po’ di forze, non cercherà con tutti gli sforzi di alzarsi e arrabattarsi fino a raggiungere una casa, se non un ospedale, per farsi curare e non morire dissanguato?
E chi abita quella casa ha il dovere di aprirgli la porta o curarlo sulla soglia e non può negargli quel diritto. Quando un’alluvione allaga un’estesa regione del Bangladesh, le famiglie che abitano quei territori sommersi non hanno altra alternativa se non andare a bussare alla prima porta della casa che incontrano almeno un poco più in alto sul livello del mare. Nessuno dice di no a chi bussa: è legge di una cultura molto ricca in umanità.
Provate a immaginare una famiglia con due o tre figli, che vive proprio sull’orlo della sopravvivenza: arriva un’altra famiglia con altrettanti figli e dovrà essere ospitata per una legge inscritta nella cultura di entrambe. Spesso bisogna attendere uno o più mesi prima che l’acqua lasci il terreno asciutto, ma sembra che nessuno faccia pesare sull’altro il grave disagio di quella calamità. Sembra che istintivamente abbiano inteso che l’alluvionato ha diritto di essere soccorso. E nessuno si lamenta né si piange addosso, ma si affrontano le giornate con molta dignità e, se hanno perso il raccolto, gli adulti fanno lavori saltuari per sostenersi a vicenda, mentre i bambini riescono ancora a giocare.
Nella nostra cultura malata, invece, noi adulti continuiamo a lamentare le invasioni di barbari, stranieri, extracomunitari che vengono a occupare le nostre terre: siamo arrivati a chiudere le porte di casa nostra e i piccoli porti d’accesso come Lampedusa. In molti casi questi migranti, invece di trovare finalmente una porta di speranza, non di rado si son trovati un rifiuto che li ha buttati ad affogare in mare.
Quali sono le cause della povertà che provoca la migrazione? Tra i motivi che più massacrano i Paesi in via di sviluppo abbiamo il debito pubblico che negli Stati del Terzo mondo lo scorso anno ha raggiunto quasi i 30 trilioni di dollari: effettivamente tale debito dev’essere estinto, inclusi gli interessi, tagliando soprattutto i fondi per la Scuola e per la Salute. Gli Stati creditori, inoltre, si sentiranno in diritto di ricompensarsi in natura particolarmente con le ricchezze del sottosuolo oppure ridimensionando il debito e aumentando le tasse per generare risorse che servano a pagare il debito stesso: tutti mezzi che svenano il Paese.
Oltre al debito pubblico c’è quello spicciolo, che spesso porta a conseguenze drammatiche. Non solo in Bangladesh, ma nel subcontinente indiano ci sono regioni dove usurai specializzati in questo sporco commercio imprestano facilmente qualunque quantità di denaro. Le persone senza proprietà e prive di tutto, non avendo alcuna garanzia da esibire quando chiedono un prestito, si impegnano a pagare il debito consegnando uno o due figli, qualora questo non possa essere estinto. Ricordo che 200 persone di un gruppo seminomade si trovarono impedite a estinguere il debito e a far affidamento su un parente stretto perché tutti indebitati. Perciò, non volendo consegnare i figli, durante una notte riuscirono a preparare una grande pira e si suicidarono tutti e 200, buttandosi nel fuoco. Se fossero riusciti a sviare lo sguardo dei creditori, sarebbero emigrati tutti: non ne avrebbero forse avuto il diritto, invece di morire?
Da questo esempio si comprende come i Paesi emergenti non riescano mai a risollevarsi.
Un’altra causa che impedisce lo sviluppo e crea sacche di povertà è l’aspetto demografico: alcuni Paesi raggiungono una densità di popolazione molto superiore alle possibilità del suo mantenimento. Il Bangladesh, che è 115 volte più piccolo della Russia, ha ben 20 milioni di abitanti in più della Russia, che arriva solo a 140 milioni, mentre il Bangladesh ne ha 160. Ciò significa che, se nel Brasile (60 volte più grande del Bangladesh) ci fosse la stessa densità di popolazione, vi potrebbero abitare tutti gli abitanti della Terra - di America, Europa, Africa, Asia e Australia - e rimarrebbe ancora libera la foresta Amazzonica.
Le altre cause più comuni che svenano i Paesi in via di sviluppo e forzano la gente a uscire sono soprattutto le guerre, come quelle in Ucraina, Sudan, Myanmar (confinante con il Bangladesh), Somalia e Nigeria, Gaza, Siria, Libano, oppure le calamità naturali, come siccità, carestie, epidemie. Nel 2011, per esempio, una carestia ha provocato quasi 300 mila morti in Somalia, mentre nell’ultima decade milioni di persone dello Yemen hanno sofferto a causa di carestie unite ai conflitti interni. Dal 2017 il Sud del Sudan è stato colpito da una terribile carestia non ancora estinta. Dal 2020 la fame diffusa ha messo in ginocchio milioni di persone in Etiopia e dal 2020 al 2021 la grande siccità nel Madagascar ha messo alla fame grandi aree del Paese.
E se molte persone hanno cercato scampo in Paesi più fortunati, non hanno forse esercitato un diritto alla vita? Otto anni fa, dalla Siria in guerra quasi un milione e mezzo di profughi si è rifugiato nel Libano che, con una popolazione inferiore ai 4 milioni di abitanti, si è sobbarcato un peso simile. Se in Europa avessimo 300 milioni di profughi e in Italia 20 milioni, allora potremmo trovarci ad affrontare un problema di dimensioni superiori alle nostre forze, ma i migranti che arrivano dai Paesi emergenti non sono più di 12 milioni in Germania, 6 milioni in Spagna, 5 milioni e mezzo in Francia e 5 milioni in Italia.
Il quadro storico delle migrazioni ci dice poi che, negli anni di grandi crisi economica (1870-1930), se noi italiani non avessimo avuto la possibilità di migrare in altri Paesi, oggi saremmo 130 milioni invece di 59. Infatti in Argentina ci sono 25 milioni di italiani, in Brasile 30 milioni e negli Stati Uniti 17 milioni.
Dovremmo concludere che tutti siamo migranti.
d. Renato Rosso
gennaio - dicembre 2024
Quando seppi che Masum Alil, mussulmano bengalese, all’età di 18 anni era stato adottato da una famiglia italiana ed era diventato cristiano, rimasi molto sorpreso e andai a fargli visita.
“Raccontami - gli domandai - cos’è capitato nella tua vita per arrivare a un cambiamento di religione così radicale in età ormai adulta?”.
Mi rispose che la sua famiglia di adozione, quando lo accolse in Italia ormai adulto, gli confidò che nelle vicinanze non c’erano moschee. Masum, dal canto suo, sorprese molto la sua famiglia adottiva domandando invece se c’era un posto dove si faceva il catechismo.
“Sì, ma ci vanno solo i bambini”.
Masum non si preoccupò più di tanto del fatto che ci andassero solo i bambini e, con insistenza, soggiunse: “Ma a quel catechismo parlano di Gesù?”.
“Certamente – gli risposero –, anzi parlano solo di Lui”.
Masum concluse: “E va bene, domenica ci andrò anch’io”.
Scoprirono poi che in parrocchia c’era anche una scuola di fede per adulti e, dopo alcune domeniche, Masum si spostò in quella nuova sede. Poi mi raccontò la sua vera storia: “Mio padre e mia madre erano sempre stati mussulmani molto fedeli, ma quando avevo quattro anni andavo a giocare con un bambino della mia stessa età, figlio di una famiglia cristiana e spesso andavamo a sederci sotto un albero abbastanza lontano dall’abitato e lui mi parlava di Gesù. Un giorno cominciò a raccontarmi che era stato flagellato e poi crocifisso e mentre mi parlava piangeva ed io, vedendo lui, piangevo anch’io. Mentre ascoltavo quei racconti su Gesù, sentivo dentro di me come un fuoco, quello stesso fuoco che sento adesso quando vado alla domenica alla Messa. Hai capito? Io ero già cristiano in Bangladesh, ma non potevo dirlo a nessuno e adesso invece posso dire a voce alta che sono cristiano”.
Immaginate un catechista di 4 anni e un catecumeno di 4 anni e lo Spirito Santo che gioca con loro e trasforma la loro storia? Un adulto può cambiare la propria religione solo se c’è stato un intervento speciale di Dio nella sua vita.
Pur appartenendo a un gruppo di zingari astrologi e maghi, tutti analfabeti, Rajangam è riuscito ad andare a scuola e a diventare insegnante in una scuola statale. Appena sposato con Mahesvari, una donna con l’arte della leaderanza innata, hanno iniziato a occuparsi del loro gruppo di un migliaio di famiglie. Di tanto in tanto promuovono manifestazioni di altri gruppi tribali uniti al loro stesso gruppo con migliaia di persone, per chiedere ai politici promozioni sociali e riconoscimenti dei loro diritti, in modo da non essere considerati cittadini di serie zeta.
Tutti i suoi parenti fino ad oggi sono considerati pericolosi nella città di Madras (T.N.). Essi fanno magia bianca, nera, insomma di tutti i colori pur di racimolare un po’di soldi. Quando la gente vuole vendicarsi di qualcuno, scatenare una gelosia repressa o ancora colpire una presunta amante del marito o provocare il fallimento di qualcuno, raggiungono questi astrologi e maghi per un malocchio, una fattura o anche solo una maledizione contro qualcuno.
Questi uomini lasciano credere alla gente che vanno nei cimiteri a chiamare le anime cattive per inviarle da questo o da quell’altro per fare del male e vendicare i loro clienti. Kartik, uno dei capi, mi diceva che purtroppo il suo gruppo non sapeva fare altro, ma che sarebbero stati ben felici se i loro figli avessero potuto, nella vita, fare un lavoro più dignitoso.
Scoperto questo desiderio, insieme a Rajangam e sua moglie abbiamo cercato nella parrocchia vicina alcune famiglie particolarmente adatte ad adottare 10 bambini - figli degli astrologi - da far crescere con i propri figli, offrendo loro scuola, cibo, gioco e anche le iniziative del quartiere e della parrocchia. Sette famiglie con 74 bambini/e hanno accolto la sfida.
Passati i primi 15 anni, ogni anno qualcuno finisce la scuola, inizia un lavoro o si sposa. E quando qualcuno ha terminato la sua formazione ed esce dalla famiglia, un altro bambino/a va a prendere il suo posto. In una di queste famiglie, la settimana prossima ci sarà grande festa: hanno aspettato la laurea di uno dei figli per festeggiarla insieme alle nozze di una figlia. Siamo tutti invitati a partecipare almeno con il nostro spirito. Non mancheranno tutti coloro che hanno sostenuto il progetto. La settimana prossima una bambina prenderà il posto della sposa.
Due giorni fa un giovane prete bengalese, padre Mondol, quarantenne, è stato ricoverato in ospedale per un ictus cerebrale, un infarto cardiaco e un blocco renale. Nonostante la sua struttura fragile, l’avevo sempre visto al lavoro senza mai il minimo risparmio di forze per proteggere la sua salute, un vero missionario a Km zero. Quando la medicina si ritira, si può ancora pregare? Ma certo! Nel Vangelo a chi avrebbe potuto affidarsi un lebbroso, un cieco nato o la madre di un ragazzo morto?
Non si grida a Dio quando anche un buon medico può risolvere il problema, ma specialmente quando la medicina è impotente, quando la natura impazzita ti travolge e uno tsunami ti raggiunge o il mare in burrasca ti ha capovolto la barca o i bombardamenti stanno prendendo di mira il tuo quartiere, o un fallimento improvviso ti stravolge il cervello. Ebbene, bisogna sapere che quando le nostre preghiere sono insistenti, il Signore si trova a disagio a dire dei no. E se non ci dona ciò che abbiamo chiesto, per altre strade ci può dare ciò di cui abbiamo bisogno.
La preghiera non è un augurio, ma una realtà, come lo sono le pietre per costruire una casa.
Sempre parlando di preghiera e di offerta, ricordo che il giorno in cui padre Mondol diventò prete ci fu una grande festa degna di memoria. Bisogna sapere che in Bangladesh ogni anno c’è una festa mussulmana detta delle Id (Id al-nahr), che ricorda il sacrificio del figlio di Abramo. Le famiglie da sole o in comune con altre comprano un toro o una mucca e li caricano di ghirlande; il giorno precedente fanno festa per le vie del paese e il giorno dopo sacrificano l’animale ad Allah.
Quando si celebrò la festa dell’ordinazione di padre Mondol, lo caricarono di ghirlande e scialli come si usa qui e, alla fine della festa, chiesero al giovane prete come si sentiva in mezzo a tutta quella festa e alla gioia di piccoli e grandi. Lui rispose: “Come uno di quei buoi inghirlandati per la festa delle Id”. È questo il senso della festa quando viene ordinato un prete?
Don Giovanni Pavese è da poco arrivato da un pellegrinaggio a Roma, dove concelebrò una Messa di ringraziamento con Papa Francesco. Ringraziò per i cinquant’anni di ministero sacerdotale e portò anche a me la benedizione del Papa. Infatti 62 anni fa eravamo entrati in Seminario con altri 25 adolescenti e dopo 12 anni fummo ordinati presbiteri in due. Nessuno di noi due saprà dire al Signore un grazie adeguato a un dono così grande. Entrambi siamo stati costituiti missionari, uno a Km zero, l’altro un poco più distante, ma con lo stesso mandato di spendere la vita per gli altri e di annunciare il Vangelo.
Ogni giorno assistiamo a come il Signore usi metri diversi nello scegliere questo o quello per inviarlo a tagliare il suo grano o a coltivare la sua vigna: uno lo manda per un giorno, un altro fino all’età di 100 anni. A uno chiede tutto il sangue che ha nelle vene in un giorno, a un altro una goccia ogni giorno per tanti anni.
Qualche tempo fa un giovane, ordinato prete da pochi giorni, ricevette l’invito di andare in missione, in un Paese di guerriglia in Africa, e accettò. In meno di un mese era pronto a partire con la lettera di invio del suo Vescovo. Il parroco che lo aveva invitato lo accolse all’aeroporto e lo portò con la jeep nella sua parrocchia, dov’era atteso da tutta la comunità, ma durante il viaggio fu colpito da una pallottola e arrivò già morto nel suo campo di missione.
La settimana scorsa ho ricevuto la notizia che uno dei tre Vescovi indiani della Pastorale dei Nomadi, monsignor Basil Bhurya (65 anni), vescovo di Jabua, con cui avevo collaborato 15 anni, colpito dal Coronavirus fu curato per un mese, dopodiché, con un arresto cardiaco concluse la sua missione. Non volle essere trasportato in un ospedale più attrezzato, ma ha voluto rimanere dov’erano ricoverati la maggior parte di malati, tutti poveri, della sua Diocesi. Al suo sacrificio si unirono 4 preti e 1 suora della sua stessa Diocesi. Parlando di missione non posso tralasciare di dire che, durante la prima ondata del Coronavirus, nel complesso in India morirono 304 preti e 266 suore (570 in tutto), la maggior parte mentre curavano le migliaia di malati di Covid-19. Quanti missionari martiri!
A Madurai una famiglia di chiromanti stava perdendo la speranza di guarire Ashok, il loro figlio di quattro anni. Erano disperati e si domandavano perché mai proprio a loro doveva capitare quella disgrazia. I medici specialisti erano difficili da consultare per i prezzi troppo alti. I medici comuni non capivano il problema. Finalmente arrivò una diagnosi corretta. Il problema era al cuore del bambino. Si trattava di un'anomalia congenita del cuore (VSD). Era necessario un intervento a cuore aperto del costo di 2.000 dollari. I genitori a questo punto ripresero coraggio perché adesso sapevano come salvare Ashok e si fecero mendicanti presso parenti e amici.
Un giornalista scrisse la storia di quel bambino. Alcune persone sensibili aprirono una sottoscrizione. Il sindaco motivò la giunta comunale e stanziarono ciò che mancava per fare l'intervento con il chirurgo della città che dava più fiducia. L'intervento diede un ottimo risultato e il bambino fu salvo. Quando arrivai a Madurai insieme a Padre Chinnappan a far visita a quel gruppo di nomadi, mi raccontarono quella storia e io pensai a tutti quei bambini malati che non hanno genitori così intraprendenti. Ne parlai con Padre Chinnappan e decidemmo di iniziare una fondazione per questi bambini.
Al mio rientro in Italia programmai un viaggio in Germania per trovare chi avrebbe potuto risolvere il problema economico. Li incontrai e feci la proposta di quella nostra fondazione a favore di bambini poveri che necessitavano di un intervento al cuore molto costoso. Da quel giorno, Il mio amico Chinnappan raduna i bambini malati e, quando raggiunge un numero considerevole, li porta con i loro genitori all'ospedale più specializzato in questo genere di intervento nella città di Bangalore. Il piccolo Ashok si sta laureando quest'anno in medicina per continuare lo stesso progetto con Padre Chinnappan. I bambini operati a cuore aperto sono diventati 860.
Quindici anni fa nella famiglia di Ashok c'era solo una grande disgrazia, e nessuno poteva immaginare che Dio stesse scrivendo una storia di straordinaria bellezza con le lacrime di quella famiglia.
Nella mia infanzia, quando pensavo ai missionari, li immaginavo degli avventurieri, cosa che affascina un bambino; pensavo che dovevano difendersi da animali feroci che nella mia terra non c’erano, fare lunghi viaggi a cavallo nei deserti o nelle foreste, sulle canoe su fiumi sconosciuti, di giorno o di notte. Li pensavo attaccati dagli stregoni dei villaggi, perché se il missionario apriva gli occhi alla gente, non avrebbe più seguito le magie di imbroglioni maghi o fattucchieri.
Da adolescente aggiunsi qualche nozione a questa immagine ideale che avevo.
Mentre studiavo in Seminario mi resi conto che per uscire dal mio cortile e andare “in missione” bisognava studiare altre lingue e già questo fatto scoloriva un poco la mia immagine del missionario, però non arrivava ad impedirmi di sognare. Poco dopo essere arrivato in Bangladesh, un amico mi scrisse: «in quel Paese ci sono le famose tigri del Bengala (Bangladesh), le hai viste?» E io risposi: «Sì, ne ho viste quattro e ben adulte, ma non qui, bensì in un circo del Brasile e ti dico anche “meno male che non le ho viste qui”».
In trent’anni tra India e Bangladesh gli animali feroci li vidi solo nello zoo, e non perché non esistessero nelle zone forestali, ma essendo ben visibili, ci sono tanti mezzi per difendersi. Gli animali pericolosi che ho trovato in missione sono quelli piccolissimi o quelli assolutamente invisibili: essi sono insetti e specialmente zanzare responsabili di malarie (22 tipi) e in particolare di malaria cerebrale (fino a 15 giorni in coma per chi sopravvive) e di dengue emorragica. Ci sono poi i virus dell’aviaria e quelli responsabili delle infezioni virali che attaccano l’apparato gastrointestinale insieme ai batteri che causano il colera e quelli che, insieme a parassiti, provocano gastroenterite e tifo. Queste ultime infezioni si alternano anche per diversi anni, fin quando si creano gli anticorpi. Ci sono poi i batteri della tubercolosi e della polmonite e i virus della pleurite, che attaccano i polmoni (e non ultimo il Coronavirus). Ci sono poi i batteri della lebbra e tutti quei microrganismi che non vengono identificati prima di aver ucciso le loro vittime. Solo in Bangladesh tre miei colleghi missionari sono morti in meno di una settimana e uno in soli due giorni senza una diagnosi attendibile. Tutti questi esseri microscopici di cui ho parlato si nascondono e si moltiplicano a milioni nelle are dove c’è carenza di igiene, acque stagnanti, acque non potabili, fogne aperte, clima tropicale caldo e molto umido. Ho parlato solo degli animali feroci che hanno attaccato me, però ce ne sono molti altri. Ma per andare in missione ripartirei altre 100 volte.
I Gadiya Lohar, zingari indiani, sono re, sacerdoti e servi allo stesso tempo. Sono i figli dei fabbri del re Rana Pratap, il quale viveva nel più grande forte del mondo, quello di Chittorgarh, che all’interno ha ben 24 km di strada. Quando il re Rana Pratap è stato vinto dall’imperatore musulmano Akbar, uscendo dal forte insieme a un grande numero di fabbri, gli attuali Gadiya Lohar avrebbero scelto la vita nomade promettendo a loro stessi di non ritornare a Chittorgarh se non per riprendere il forte (e le abitazioni con tutta la gloria e il lusso del passato). L’esercito del re Rana venne sterminato e si salvarono solo i Gadiya Lohar perché (considerati servi dell’esercito, ma non nemici) non combattenti. Intanto tutte le donne Gadiya Lohar e le mogli dei soldati, con le principesse e la regina, quando videro che l’esercito era stato vinto e i musulmani stavano per entrare nel forte, prepararono una grande catasta di legno che incendiarono per bruciarsi vive e salvare la loro dignità, piuttosto che lasciarsi prendere da degli uomini considerati impuri. (In quella circostanza, l’ultima resistenza sarebbe stata fatta dal figlio del re Rana Pratap, ancora quindicenne, che combattè da solo contro l’esercito sulla porta del forte, fino ad essere ucciso). Un fatto avvenuto in quel forte che ci dice il senso religioso di quel popolo: più che l’amore patriottico fu il gesto eroico di un uomo (nascosto nel forte) che, per salvare il figlio del re ancora bambino e considerato divino, e per evitare che fosse ucciso dai nemici, portò il proprio figlio a sostituire il principe.
La storia dei Gadiya Lohar non è leggenda, in quanto, dopo molti secoli, il 6 aprile 1955 Nehru, il primo ministro dell’India, ha invitato i Gadiya Lohar a ritornare al forte. Ormai l’India era indipendente dal 1947 e il forte era libero. Nehru aveva in mente la sendarizzazione di questi 70.000 fabbri nomadi. Ci fu una grande manifestazione con processione dei Gadiya Lohar al forte con il primo ministro Nehru e consegnò il forte ai Gadiya Lohar, che non seppero goderlo, se non per poche ore, perché nomadi. (Si intrapresero molte iniziative a favore dei Gadiya Lohar stessi, ma senza tener conto della loro vita nomade). La prima volta che andai in quella città vidi una grande costruzione per la scuola superiore dedicata a caratteri cubitali ai Gadiya Lohar, ma non un solo figlio di quei nomadi ne beneficiava. Fu in quell’anno che iniziammo una scuola mobile e una semisedentaria per i bambini dei fabbri nomadi del Rajasthan. Anche se in queste righe c’è della leggenda mescolata alla storia: solo per raccontare la grandezza e la dignità di un popolo zingaro apparentemente sporco e stracciato, ma con l’anima dei re del passato.
Puspo aveva quasi 30 anni. Era una ragazza intraprendente e con le antenne sempre pronte a captare le necessità degli altri. Viveva in un villaggio del Nord-Est dell'India, vicino al Bangladesh e non distante da un braccio del grande estuario del Gange. Per capire la storia di Puspo bisogna sapere che i fiumi di tutto il Bangladesh e di una grande parte del West-Bangla, scorrendo in quella immensa pianura, non hanno un letto profondo, ma sono larghissimi (una volta attraversai uno di questi fiumi, la cui larghezza era di 35 chilometri), un vero e proprio mare. Quando straripano, fin dove arrivano lasciano un limo che rende la terra capace di dare fino a tre raccolti all’anno, ma se superano gli argini la loro direzione è imprevedibile e spesso travolgono interi villaggi, lasciando sempre alcune decine o centinaia di morti.
Puspo arrivò nel suo villaggio dopo aver esplorato la regione allagata con la sua piccola barca e aveva raccolto la notizia che un villaggio molto povero con case tutte costruite in terra battuta era interamente allagato e la gente aveva riparato sui fragili tetti coperti di paglia.
Puspo avvisò gli amici: “Dobbiamo andare tutti a salvare quella gente prima che le loro case crollino”, ma non ebbe risposta. Lei gridò con insistenza, ma inutilmente. La paura era motivata dal fatto che era difficile orientarsi in un tipo di mare totalmente sconosciuto.
Puspo partì da sola. Dopo un’ora e mezza raggiunse le case con la gente che gridava aiuto dai tetti. Fece scendere una persona sulla sua barca (non poteva raccoglierne più di una) e si diresse a casa sua. In tre ore aveva ne salvata una sola. Continuò ad insistere affinché altri si aggiungessero a lei, ma inutilmente. Qualche giovane avrebbe tentato, ma i genitori non glielo permisero. Lei ripartì per il secondo viaggio e dopo altre tre ore tornò con un secondo salvato. Arrivò la notte. E la luna non bastava, ma Puspo rischiò anche di notte. Riportò il terzo, poi il quarto. Arrivò di nuovo il giorno e poi ancora la notte. Remò 36 ore e salvò 12 persone. Nessuno degli uomini robusti e coraggiosi aveva avuto coraggio di partire, solo questa ragazza d’acciaio ha avuto la forza di rischiare.
Peking: con questo nome mezzo cinese, arrivò in Italia dal Montenegro con tre fratelli, altrettante sorelle e il papà. Aveva una straordinaria intelligenza. Lui era analfabeta, ma sapeva di tutto. S'informava da chi era andato a scuola e ascoltando la radiolina che portava sempre con sé. Aveva 17 anni quando lo incontrai in un accampamento di Torino, appena arrivato dalla Iugoslavia. Suo padre, vedovo di 46 anni, non si era più risposato. Il fratello di 22 anni aveva già due figli.
A 13 anni Peking (forse aiutato dalla madre che non ho mai conosciuto) aveva fatto a se stesso la promessa di non rubare mai nulla a un povero. Era un ragazzo veramente buono e avrei tanto voluto cambiare il mio cuore con il suo.
Il gruppo di nomadi in cui era cresciuto viveva poveramente: le donne leggevano la mano e chiedevano l'elemosina, mentre gli uomini adulti erano bravi lavoratori del rame. Sdravo, il fratello maggiore di Peking, si era schiantato con la sua auto contro un camion e nell'incidente era morta la madre.
Verso sera, nell’accampamento, quando Sdravo e suo padre bevevano Slivovitza, spesso si alteravano perché il padre rinfacciava al figlio di aver ucciso la madre nell’incidente e questi perdeva le staffe. Iniziava il bisticcio e gli amici li separavano creando due gruppi, che finivano con una pericolosa sparatoria. Dopo aver scaricato tutta la tensione, gli animi si calmavano: padre e figlio si riabbracciavano e facevano la pace.
Ma una sera, mentre i due protagonisti del bisticcio si riabbracciavano, dalla rivoltella di Sdravo era partito involontariamente un proiettile, che aveva colpito il padre al cuore. Tutti gridarono: "Sdravo ha ucciso il padre!"; "Sì, l’ha ucciso!".
Ne seguì una grande confusione, mentre Sdravo riuscì a fuggire portando via la moglie e i due figli prima che lo linciassero, non sapendo che era stato un incidente e che lui era innocente. Si proseguì tutta la notte tra pianti, grida e maledizioni. Dopo due giorni il carro funebre era pronto per portare il cadavere nella terra del Montenegro (ex Iugoslavia) e io l’avrei accompagnato. Tutti erano là in lacrime per l'ultimo saluto.
Fu il turno di Peking, al quale, in quanto figlio maggiore rimasto, toccava il giuramento della vendetta. Lo pronunciò con interminabili pause tra una parola e l'altra: "Papà, adesso tu vai, ma io devo farti un giuramento. Tu sei stato ucciso e devi essere vendicato. Io ti vendicherò, chiedendo a Dio che sia maledetto chi ti ha ucciso. Ma chi ti ha ucciso è mio fratello, allora chiedo che questa maledizione non cada su di lui, ma su di me, sì, proprio su di me". Le donne urlarono. Gli uomini, in un unico abbraccio a Peking, piansero ormai il nuovo candidato alla morte, perché per quel gruppo la maledizione non è un desiderio malvagio, ma una realtà, come lo sono le pietre che possono uccidere.
Tuca ha 34 anni e fa il motociclista nel pozzo della morte. Io l’ho incontrato là, nel circo Namasté. L'avevano letteralmente buttato via da casa quando aveva 10 anni.
Si trovò in un gruppo di altri sfortunati come lui e insieme cercavano di sopravvivere nella strada, evitando atti di violenza, ma procurandosi con l'astuzia orologi, catenelle, portafogli e, dopo aver comprato gelati, biscotti, panini, caramelle, il resto, tutto il resto, specialmente i soldi, venivano consegnati alla polizia affinché non li trovasse mai colpevoli di qualche misfatto.
A 14 anni, un pomeriggio vide una catenella al collo di una bambina come lui che tornava da scuola: si avvicinò, ma invece di fare lo scippo, vedendola così bella e gentile le sorrise e, con la mano alzata, la salutò e se ne andò. Conoscendo l'orario in cui finiva la scuola, Tuca di tanto in tanto andava in quella strada e salutava la bambina, poi le chiese come si chiamava e un altro giorno le portò una catenella che subito non accettò, ma poi finì per prenderla, ma la mise in tasca. Quando Tuca andava a questo appuntamento di pochi secondi, gli altri bambini gli dicevano: "Vai dalla fidanzata? E lui rideva.
Nella strada non ci sono molte regole e un giorno lei - bambina come lui - gli disse che era gravida e che doveva fare un aborto. Tuca, sentendosi addosso una responsabilità così grande, le disse di aspettare un paio di giorni che lui avrebbe cercato una soluzione. Trovò una famiglia che l'avrebbe ospitata per i mesi restanti e la rassicurò: "Appena nascerà il bambino io lo prenderò e tu tornerai a casa a riprendere la scuola. Tu ti farai un'altra famiglia".
Ogni mese Tuca andava a portare un po’ di soldi alla famiglia ospitante. Quando nacque il bambino, un bel maschietto, la famiglia lo voleva tenere, ma lui insistette che era suo figlio e doveva stare con papà. I bambini del suo gruppo, solidali con lui, portavano di tutto, latte, pannolini, che rubavano al mercato, sapone e persino le creme per bambini. Tuca poi disse al gruppo che doveva cercare un lavoro diverso, pensando al bambino. Pianse lui e loro quando dovette lasciare il gruppo.
In un cantiere trovò lavoro come trasportatore di sabbia in un carrello che spingeva su due rotaie per un centinaio di metri, da mattino a sera. Prima del lavoro, era di routine la pulizia del bambino, il latte, e ancora altro latte caldo nel biberon e si partiva. Sul carrello affossava la sabbia nel centro e vi coricava il figlio, che sembrava tutto divertito nell’andare su e giù su quel giocattolo da lunapark.
Tuca rinunciò a divertirsi, alle feste con amici, in quanto la sua paternità arrivata così presto lo occupava totalmente. Mandò il bambino a scuola e lo fece crescere: quando lo incontrai l’aveva sposato un anno prima e adesso si preparava a costituire una seconda famiglia, sposandosi lui stesso, avendo adempiuto a tutti i suoi doveri che la responsabilità gli aveva chiesto.
Lascio immaginare al lettore il battesimo del bambino, la prima Comunione del papa e del figlio insieme, il diploma e tutte le tappe importanti dei miei protagonisti.
Conobbi il paese di Manoharpur perché non distante da un accampamento di zingari. Il pastore Staines ogni settimana si recava in quel paese presso un gruppo di catecumeni, che imparavano a leggere la Bibbia e vivere momenti di preghiera comunitaria. Non c'era una chiesa vera e propria, ma ci si riuniva ora in una famiglia, ora in un'altra. Il pastore Staines era una persona molto sensibile non solo alla crescita spirituale del gruppo, ma anche molto attento a tutte le necessità che si potevano incontrare in un paese molto, molto povero.
Fortunatamente non era solo, ma veniva coadiuvato dalla moglie medico che quasi tutti i giorni passava un paio di ore in un laboratorio, dove incontrava i malati, faceva visite, analisi di laboratorio, perché molto distanti dall’ospedale, provvedendo medicinali e facendo anche spesso visite a domicilio. Si aggiungeva la reperibilità 24 ore al giorno, specialmente quando bisognava assistere a un parto o altra urgenza. Tutto questo lavoro sia del Pastore che della moglie medico era ovviamente gratuito e anche i medicinali venivano provveduti da questa famiglia che era aiutata a sua volta da amici, soprattutto tedeschi e olandesi.
Una volta alla settimana Staines accompagnava anche i due figli che quel giorno erano liberi dalla scuola e rare volte anche la figlia che, facendo già la scuola superiore, era meno libera. La ragione era semplice: padre e madre volevano che i tre figli già da piccoli potessero fare esperienza della povertà e della fatica di tanti loro coetanei. La propaganda politica era in corso e qualcuno dei candidati cominciò a lamentare che, se il paese indù di Manoharpur fosse diventato cristiano, tutti i suoi abitanti avrebbero votato per l'opposizione. Bisognava correre ai ripari.
Fu scelta la soluzione più facile e più diabolica. Il sabato seguente, quando il Pastore e i due bambini arrivarono sulla piccola auto carica, come sempre, di medicinali e materiale scolastico, li fermarono. Con una fune, alcuni uomini imprigionarono i tre nell'auto, rompendo un vetro vi introdussero una tanica di cherosene e diedero fuoco! Il problema fu risolto, ma fin qui solo una pagina di cronaca nera, mentre pochi giorni dopo scoppiò un’altra bomba.
La signora medico, dopo 15 giorni (non 15 anni), tornò con la figlia e radunò il paese, anche se qualcuno non poté comparire e disse: “Sono certa che chi ha commesso il crimine è stato spinto solo dall’ignoranza. Sono cristiana e per questo perdono tutti, conservando solo ferite, ma non rancori e vi chiedo un favore e cioè di poter continuare a lavorare con voi fin quando ne avrete bisogno, anche fino alla fine della mia vita”. Questa fu una bomba di amore, misericordia e perdono molto più detonante della tanica di cherosene.
Basilan, Jolo, Tawi Tawi e Siasi sono 4 isole all’estremo sud delle Filippine. In tutte le aree costiere di queste isole hanno trovato il loro habitat migliaia di Bajau (zingari del mare). Le loro case sono palafitte sul mare, protette da intere barriere di mangrovie che spezzano le onde del mare, prodotte da burrasche, tempeste e marosi. I Bajau, pescatori da sempre, di tanto in tanto si riversano sulle città a mendicare e ritornano a regolari intermittenze. Le isole, interamente costituite da coralli di rara bellezza, hanno attratto un gran numero di turisti per decine di anni, poi per una serie di ragioni si riversarono, in quel paradiso, migliaia di terroristi o guerriglieri per alcuni, partigiani per altri.
Il governo aveva inviato migliaia di famiglie (qualcuno parlò di un milione) per una vera e propria invasione dell’isola di Mindenao per scongiurare il formarsi di un califfato islamico e, di conseguenza, la separazione di quell’isola dallo Stato delle Filippine.
Il Presidente Marcos aveva invitato quelle famiglie (cristiane come la maggioranza delle famiglie filippine) a spostarsi nell’isola di Mindenao col miraggio di avere in proprietà casa, campi e facilitazioni per i figli. I musulmani, non avendo la forza di combattere contro un esercito vero e proprio, iniziarono la guerriglia sul territorio di Mindenao, uccidendo quasi giornalmente qualcuno degli ultimi occupanti, solo per creare panico e se fosse possibile scoraggiare questi pericolosi migranti affinché tornassero a casa. Fu così per diversi anni.
Anche sulle 4 isole scelte per la loro abitazione, i terroristi cominciarono a sequestrare i turisti per mantenere la guerriglia, fin quando nessun turista osò mettere piede in quel paradiso diventato un inferno. Si continuò a lungo questa politica del terrore.
La prima volta che celebrai nella cattedrale di Jolo, durante la processione dal Vescovado alla cattedrale ero stato accompagnato non da chierichetti con candelieri, ma da soldati con fucili alzati. In quella stessa cattedrale, nel 2019, durante la Messa uno scoppio di bombe lasciò 27 morti.
Durante la seconda visita a Jolo vidi ancora la jeep del Vescovo perforata dai proiettili che avevano ucciso lui e sei mesi dopo il suo segretario. In 10 anni, solo sulle 4 isole di cui sto parlando, i terroristi uccisero un gran numero tra cristiani impegnati, catechisti e religiosi e sequestrarono un Padre con 22 studenti e alcuni insegnanti, 16 dei quali furono uccisi. Oltre a questi si aggiungevano tutte le vittime sulla grande isola di Mindenao.
Grazie ai Clarettiani è stato possibile realizzare alcuni progetti di scolarizzazione e alimentazione tra i Bajau, ma io rimanevo inquieto nel pensare a quei bambini figli di terroristi che restavano tutto il giorno a giocare sulle zattere e barche, sulla spiaggia o nell’acqua, senza scuola. Incontrai una suora molto preparata e una insegnante che resero possibile una scuola tra loro. 80 bambini musulmani, tutti figli di terroristi, cominciarono la scuola anche loro.
Qualcuno mi disse che facevo un peccato, altri mi dissero che quello che facevo era virtù e io risposi che semplicemente era un po’ di amore per dei bambini sfortunati e io non avevo il diritto di non sperare anche per loro un futuro diverso e migliore.
Avevo conosciuto Serieda, un sacerdote giapponese di Nagasaki convertito dal Buddhismo (subito dopo lo scoppio delle 2 bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.) Grazie a lui scoprii la storia inedita di un bambino martirizzato nella sua città nel 1596. Trent’anni dopo l’inizio della missione di san Francesco Saverio, la missione del Giappone, conobbe una dura persecuzione. Tra le migliaia di martiri, le autorità fecero arrestare a Osaka un gruppo di 26 cristiani, sei francescani, tre gesuiti, due catechisti e tredici laici adulti con due ragazzi di 13 e 11 anni, Antonio e Ludovico Baraki (in altro documento chiamato erroneamente Luigi Baraki).
Ludovico, buddhista, passando davanti a una chiesa era entrato per curiosità e sentì per la prima volta un predicatore (Paolo Miki) che parlava di un certo Gesù Cristo a un gruppo di cristiani e invitava questi ascoltatori ad avere lo stesso coraggio di altre migliaia di cristiani che erano stati uccisi per Gesù stesso. Quando tornò a casa, Ludovico chiese alla mamma se il giorno dopo avrebbe potuto tornare ancora in una chiesa che aveva appena visitato. La madre diede il suo consenso senza dar peso a quella proposta. Ludovico tornò alla chiesa e ritrovò lo stesso gruppo. Il discorso di Paolo Miki, che parlava di un Gesù che si era lasciato crocifiggere per noi, lo catturò. Tornò il terzo giorno, ma davanti alla chiesa sprangata trovò un soldato che gli impedì di entrare e lo avvisò che quella chiesa era diventata una prigione di cristiani che il giorno dopo sarebbero partiti per Nagasaki e per esservi crocifissi. Ludovico continuò a dire che doveva entrare perché là c’erano i suoi amici.
Non sappiamo con quali ragioni riuscì a convincere il soldato, che infine gli aprì la porta e lo lasciò entrare. In quella notte così densa di preghiera ricevette il battesimo con il dono di una fede già pronta per dare la vita. In soli tre giorni sentì parlare di Gesù, lo scelse come amico e gli offrì tutto ciò che aveva, la vita stessa.
Dopo la mezzanotte arrivarono dei militari e tagliarono un orecchio a ciascuno per forzarli ad abbandonare la fede in Gesù ed essere liberati, ma nessuno lasciò quella prigione e un militare testimoniò che Ludovico non diede alcun segno di dolore per paura di non essere ammesso alla promessa del martirio. Dopo 30 giorni di marcia (800 Km), quando i 26 condannati arrivarono a Nagasaki, vicino alla collina per l’esecuzione, videro le croci piantate che aspettavano. Quando fu slegato, vedendo una croce più piccola delle altre, Ludovico capì che era la sua e corse verso di essa ad abbracciarla e baciarla. In quel giorno del 1596, il più giovane santo della chiesa cattolica entrava in cielo (canonizzato da Pio IX nel 1862).
Durgesh, 19 anni, apparteneva a un gruppo di zingari indù conosciuti normalmente come “Mascherati”. Essi infatti, per la loro sopravvivenza, fanno un lavoro molto originale, cioè vestono con gli abiti delle loro divinità indù: Shiva, Krishna, Radha e tante altre e per tale ragione sono chiamati mascherati. Da mattina a sera camminano sulle strade dei centri abitati con una piccola borsa a tracolla, nella quale la gente più religiosa lascia cadere qualche moneta per ottenere la loro benedizione. Potremmo pensare a un gruppo di persone cristiane che si vesta con gli abiti di Sant’Antonio, Santa Rita, Padre Pio e quanti altri e che, camminando per la strada, ottengano quelle elemosine che i fedeli depositano ai piedi delle statue dei Santi.
Oltre ad essere molto intelligente e con una maturità straordinaria, Durgesh aveva il carisma del comando, infatti a soli 16 anni era stato eletto (così si fa in quel gruppo) capo del suo gruppo, che contava oltre 60 famiglie. Faceva parte della nostra Pastorale dei Nomadi in India e nelle riunioni era molto attivo e dimostrava nei suoi interventi una bontà innata. Suo fratello era sposato e padre di un bambino, mentre lui, ancora celibe, viveva con la madre vedova. Con il suo lavoro, molto faticoso specialmente d’estate, manteneva la madre e avanzava sempre qualcosa per alcune famiglie molto povere.
Il giorno più importante della sua vita si era preparato con cura come sempre, vestendo i bellissimi abiti di Shiva e truccando il volto di blu, in quanto quella divinità è sempre rappresentata in quel modo. A sera, rientrando con quel po’ di soldi, fu aggredito da due uomini che lo trascinarono in una casa, immobilizzandolo. Volevano una relazione sessuale con lui ma, determinato com’era, disse subito di no. Prima gli promisero soldi, poi lo minacciarono e iniziarono a torturarlo a bastonate. Alcuni dicono che è una delle peggiori torture, in quanto la pelle diventa ipersensibile e ogni colpo produce un dolore immenso. Durgesh disse di no, e poi no, fin quando cadde morto sotto i loro colpi, pur potendo in ogni momento fermare la tortura, ma il prezzo era troppo alto per un ragazzo che pretendeva l’assoluto rispetto di se stesso.
Gli uccisori confessarono la loro colpa, dopo aver tentato di seppellirlo e nascondere il delitto. Oggi, con l’aiuto degli amici e del governo, è stato eretto un tempio in sua memoria.
Non è mai giusto parlare di terrorismo islamico, ebraico, indù o cristiano. Non esiste Corano, Bibbia o Gita che incoraggino questo comportamento amorale. Il terrorista é uno sfortunato che ha perso la fede. Si potrà chiamare ex mussulmano, ex ebreo, ex indù o ex cristiano, specialmente quando esibisce le sue azioni di violenza in nome della religione.
Desidero parlare di due vittime in due testimonianze diverse. Il primo è Faraaz Hossain, 19 anni, già laureato e iscritto per la specializzazione. Due ragazze erano ospiti della sua famiglia. A sera, visitando il quartiere diplomatico di Gulshan, entrarono in un caffè-ristorante (Holey Artisan Bakery) forse per prendere un caffè italiano abbastanza raro presso i rivenditori sulla strada, che offrono quasi esclusivamente tè nero o tè con latte.
All’improvviso, un gruppo di 8 terroristi dell’ISIS fece irruzione nel locale gridando “Allah Akbar” (Allah è grande) e immobilizzarono tutti. C’erano italiani e bengalesi. Dissero che i mussulmani potevano uscire e che gli altri sarebbero stati sacrificati. Mostrarono il Corano e chi lo sapeva leggere usciva. Faraaz superò ovviamente la prova e fu graziato, ma dichiarò che aveva portato con sé due ragazze sue ospiti e chiese che potessero uscire anche loro (che non avevano saputo leggere il Corano). La risposta fu negativa. A quel punto, Faraaz Hossain si rifiutò di uscire senza le due ospiti e rimase per essere torturato e ucciso con loro.
Il giorno dopo (non 10 anni dopo), al giornalista che le domandò quale era la sua reazione di fronte al figlio sacrificato, la madre del giovane rispose: “Non so cosa farei per riavere mio figlio vivo, ma se lui fosse uscito per salvarsi, non si sarebbe mai perdonato quell’atto e sarebbe rimasto infelice tutta la vita”. Questa madre e suo figlio erano mussulmani, mentre i terroristi dell’ISIS erano degli ex.
Ayariga - secondo alcune fonti proveniente dal Ghana, secondo altre dal Ciad - era un giovane mussulmano che si era aggregato a 20 giovani egiziani, tutti cristiani copti, che erano andati a lavorare in Libia. Tutti sapevano che in quella regione i cristiani avevano vita difficile ma, essendo semplici operai, pensarono che non avrebbero rischiato più di tanto. Il fatto di essere un gruppo consistente di lavoratori, che tra l’altro esternavano anche la propria fede pubblicamente, attirò presto l’attenzione dell’ISIS, che li sequestrò e li imprigionò per sacrificarli.
Il giorno dell’esecuzione sfilarono tutti in tuta arancione, ciascuno accompagnato da un terrorista in tuta nera che li avrebbe sgozzati. Il tutto era stato preparato scrupolosamente nei dettagli per mostrare al mondo il prezzo che deve pagare un uomo che non è mussulmano. Maometto aveva sì predicato una guerra di difesa e una guerra contro coloro (specialmente i cristiani) che avrebbero impedito ai mussulmani di praticare la loro religione, ma nulla di ciò che professano i terroristi ex mussulmani dell’ISIS.
I nostri giovani erano pronti per essere uccisi. Prima dell’esecuzione, ciascuno fu ancora interrogato se era disposto ad abiurare al cristianesimo per essere salvo, ma nessuno si ritirò da quel rituale che stava per cominciare. Tutti ribadirono la loro fede cristiana. Ma il giovane Ayariga era mussulmano e perciò avrebbe potuto scampare facilmente, senza nemmeno tradire la propria religione. Eppure, quando fu interrogato sulla sua fede, rispose: “Il loro e il mio sono il medesimo Dio” dando il consenso per la sua esecuzione.
A questo martirio bisogna aggiungere il fatto che ad Al-our, il villaggio dei martiri, tutti sono orgogliosi dei loro figli e la madre di Bishoy e Samuel, due dei suoi figli uccisi, perdona l’ISIS invitando addirittura a casa sua il loro uccisore per il perdono.
Poiché i 21 martiri sono entrati a far parte del martirologio cattolico, probabilmente per non escludere il mussulmano Ayariga dopo il suo gesto così nobile, si fece l’ipotesi che nella prigione avrebbe potuto farsi battezzare prima dell’esecuzione e apparve sui documenti con il nome cristiano di Matteo, affiancato al suo vero nome Ayariga, ma quell’atto di battesimo non compare da nessuna parte, mentre il fatto che fosse mussulmano è documentato dalla nascita. Pur con qualche incertezza, Ayariga è quindi il primo martire mussulmano che, insieme ai 20 martiri copti, entra nella lista dei martiri cattolici, perché, come dice Papa Francesco, nel martirio non si fanno più differenze di religione.
Un giovane di diciannove anni, che nella sua vita era passato attraverso una serie di sofferenze fisiche e morali, compresa l’alienazione della droga, decise di fare un cammino di fede. Si lasciò conquistare da Gesù Cristo.
Riscoprì che esisteva ancora quella Chiesa che aveva dimenticato da diversi anni. Incontrò una comunità che si occupava di malati come lui e provò ad entrare. Incontrò testimonianze autentiche di bontà e lui stesso diede testimonianza di un amore diverso da quello che gli aveva proposto il «mondo» fino a quel giorno.
Nel suo nuovo cammino, aiutato da quella comunità, si era preparato alla prima comunione, primo impegno stabile della sua vita. Il giorno del grande incontro con Gesù Cristo, io ero vicino a lui. Al termine della funzione, egli si fermò su uno dei gradini della chiesa, non curandosi o non accorgendosi della gente che andava e veniva. Mi avvicinai e, vedendo i suoi occhi lucidi, gli domandai: «Che pensi?». Mi disse: «Ho fatto una preghiera e adesso sono qui che aspetto».
Mi sedetti accanto a lui. Egli capì che desideravo conoscere la sua preghiera. Così proseguì il discorso: «Vedi, Renato, in questi mesi ho capito che la fede è il più grande dono che esiste al mondo e tu sai che da tre anni voglio bene a una ragazza che mi ama tanto. Lei non ha la fortuna di essere cristiana. Mi sono posto dinanzi al dono più grande, che è la fede, e alla persona più cara che è lei e poi ho detto: “Signore, da parte mia sono disposto anche a perderla. Signore, toglimi pure la ragazza, purché tu le faccia il dono della fede che non ha”. Nella preghiera ho chiesto questo e adesso aspetto».
Non so se quel giovane, prima di allora, abbia amato qualcuno. Non so se prima della morte amerà qualcuno; ma so per certo che quel giorno, offrendo tutto ciò che aveva di più prezioso, ha amato davvero. E tutte le volte che lo incontro si scatena in me una sorta di invidia per lui, che ha amato, almeno una volta, così gratuitamente.
Quando finisce un anno e ne comincia un altro, lasciamo dietro di noi molte gioie e lacrime.
Le ultime che ho versato il mese scorso sono state per il sessantenne Padre Chinnappan (significa Gesú Bambino). Fu il primo prete indiano che si accampò con me tra le tende degli zingari e, in seguito, fu il segretario della Pastorale dei Nomadi in India.
Tra le altre avventure, abbiamo avviato insieme una fondazione per operare bambini cardiopatici che necessitavano di un intervento chirurgico a cuore aperto. Lui ha seguito il progetto fino a un’ora prima di morire ed è riuscito a fare rivivere oltre 900 bambini, le cui famiglie non avrebbero mai avuto la possibilità di provvedere alle spese.
Ho una ragione particolare per ricordarlo. Ho conosciuto molti missionari/e che hanno dato o rischiato la salute per il Regno di Dio. Uno di questi è Padre Chinnappan. Mi ero ammalato di Malaria cerebrale (generalmente mortale). Ero in coma e, nella mia stanza di un minuscolo ospedale, le zanzare (phalciparum) svolazzavano e pungevano. La zanzara che prima punge il malato infetto e poi un individuo sano può trasmettere con facilità l’infezione.
Una settimana prima del mio ricovero, in un paesino del nord-India, durante un’intera settimana ci siamo trasmessi in tanti la pericolosa malattia veicolata dalle zanzare. Nel primo giorno del mio ricovero il giornale riportava che, soltanto in quel paese, 5000 persone erano state colpite dalla malaria cerebrale e 1000 erano già morte il giorno precedente.
Io rimasi poi in coma e due giovani preti, Padre Chinnappan e Padre Joseph organizzarono turni di 12 ore ciascuno e non mi lasciarono nemmeno un minuto da solo, rischiando la vita per me per ben 15 giorni.
Appena mi svegliai dal coma chiesi l’estrema unzione e rimasi ad aspettare. Non so se fu un’allucinazione o un sogno, ma mi vidi in un teatro, con un grande sipario di velluto rosso chiuso: io aspettavo che si aprisse. La nostra vita è questa mezz’ora di attesa davanti al sipario che si aprirà, come si è aperto per Padre Chinnappan per mostrarci tutta la Gloria.
Come dovremmo essere impazienti nell’attesa che si apra!
Entrando nell’accampamento di Katakalì nessuno si sarebbe accorto che tre giorni prima era morto un ragazzo di 14 anni per leucemia. La stessa settimana un giovane, mentre pescava, slittò e la sua testa si conficcò nel fango profondo: non riuscì a liberarsi. Nessuna disperazione né pianti. La vita qui vale poco. Mi sono seduto vicino alla loro tomba appena visibile per chi sa che là è seppellito qualcuno e ho pensato al mio ultimo giorno. Ho pianto per la mia poca fede pensando ai due morti.
Nell’articolo precedente ho raccontato che la nostra vita è come stare per una mezz’ora davanti a un sipario in attesa che si apra: a quel punto, nel grande auditorium dei Cieli, i faraoni staranno vicino agli zingari. Sorella morte sarà l’ouverture e noi resteremo ipnotizzati di fronte all’inimmaginabile. Durante il Natale sembra che Gesù in persona sia sceso in mezzo alla nostra platea per presentarci l’apertura del sipario e raccontarci con parabole ciò che veramente esiste dietro la grande tenda di velluto rosso.
Un altro motivo di gioia mi ha asciugato le lacrime. Sembra che Michelangelo per scolpire la bellissima statua della Pietà abbia lavorato per due anni. All’inizio le martellate su quel marmo - penso io - saranno state abbastanza facili e ci si poteva permettere qualche disattenzione. Era facile anche correggere quelle distratte ma, man mano che la statua prendeva fisionomia, certo si facevano più attente. Negli ultimi mesi non ci si poteva permettere nessun tipo di errore.
In quei due anni quale desiderio poteva avere Michelangelo se non quello di vedere l’opera terminata? Arrivare alla levigatura definitiva? Le ultime settimane non potevano che riempirlo di gioia nel vedere il lavoro ormai finito. Certo, se da un lato aumentavano la fatica, l’attenzione, il timore di sbagliare, dall’altro cresceva anche l’attesa: così dovrebbe essere per noi e l’ultimo respiro dovrebbe essere finalmente la contemplazione dell’opera compiuta.
Alla luce di queste riflessioni, i miei due amici zingari, seppelliti accanto a me quel giorno, si trasfigurarono. La loro povertà e insignificanza diventò non meno gloriosa del mausoleo di Napoleone a Parigi o delle piramidi dei faraoni d’Egitto. Pensai che, mentre il ragazzo leucemico spirava e il giovane pescatore si dibatteva impigliato nel fango, per entrambi si apriva il sipario e potevano contemplare la loro opera compiuta.
Sorella morte, come la chiama Francesco, è anche questo: il sipario che si apre, la “statua” compiuta e contemplata.
Il Bangladesh è conosciuto come il paese delle alluvioni per il fatto di essere posizionato
ai piedi dell’Himalaya, dalle cui montagne scendono fiumi che travolgono, ma che fecondano anche la terra.
Vorrei descrivere un’alluvione bengalese. Non parlerò delle grandi alluvioni del 1950, del 1988 o del 1998, ma dell’ultima nella quale sono stato coinvolto e di cui ho una buona documentazione. La regione colpita a cui mi riferisco è ampia 26.000 km², come l’intero Piemonte e, anche se l’alluvione di cui vi parlo non è paragonabile a un maremoto come lo tsunami che colpì regioni dell’India, Sri Lanka, Tailandia e Indonesia, è un fenomeno quasi annuale.
Ecco gli appunti che ho abbozzato in quell’occasione:
Arrivando in Bangladesh nel mese di luglio, ho avuto la stessa impressione che ebbi nel volo precedente, nello stesso periodo: dall’aereo vidi solo acqua e un’infinità di isolette minuscole, senza comunicazione, con case e alberi sommersi. Uscito dall’aeroporto sotto la pioggia e mettendo poco dopo i piedi nel fango, mi sono reso conto di che cosa significava.
Nonostante non sia una bomba che scoppia improvvisamente, 480 persone sorprese dall’acqua furono travolte e uccise mentre cercavano di mettersi in salvo. I morti sono diventati molti di più nei giorni seguenti a causa delle malattie. Nelle sole 24 ore del 31 luglio sono stati registrati 6.338 casi di gastroenterite, che hanno raggiunto i 46.899 nei 15 giorni seguenti.
Vedere poi crollare la propria casa insieme ad altre 155.142 abitazioni - ovviamente le più fragili, che si sono accasciate su se stesse - o vederne altre 28.893 irrecuperabilmente danneggiate, è ciò a cui sono abituati gli occhi dei bengalesi.
Alluvione vuol dire ancora veder annientato il proprio raccolto nei campi: oltre 13 milioni di ettari completamente distrutti. L’alluvione di luglio in Bangladesh vuol dire ancora oltre 13.000 capi di bestiame annegati, 12.320 km di strade cancellate e 38.751 km di strade gravemente danneggiate.
A queste cifre si aggiungono oltre 1.000 scuole (non in fango) crollate e circa 3.000 km di dighe-argini con 5.000 ponti in cemento o tralicci di ferro completamente distrutti.
All’inizio di agosto un milione e mezzo di persone si sono provvisoriamente rifugiate in 5.036 centri (costruzioni solide di diverse istituzioni). I morti sono poi saliti a 600, mentre sono 30 milioni gli alluvionati che necessitano di tutto.
Gli unici ad avere pochi problemi sono i miei amici Jajabor (zingari dei fiumi) che, vivendo in case galleggianti, in questi giorni si danno da fare a soccorrere gli altri. Essi non fanno questo lavoro da eroi, ma quasi giocando, solo perché è bello poter aiutare gli altri.
Le famiglie rimaste senza soccorsi bussano alle case, un poco sopraelevate. Spesso le case ospitanti sono al limite della sopravvivenza, ma se arriva una famiglia senza più nulla non si dice mai di no. La carità è diventata cultura bengalese.
Il santuario mariano non è in Oriente, ma voglio condividere con voi il fatto che passando in Italia, prima di tornare dai miei cari beduini in Palestina, sono stato a Lourdes, dove ho riscoperto una grande santa: Bernadetta, che fa gridare con entusiasmo: “Beati i poveri, i piccoli, i semplici, i bambini, perché proprio essi sono il Regno dei cieli”.
Quando ricevette il dono delle apparizioni, Bernadetta aveva quasi 14 anni. Non sapeva leggere né scrivere, perché aveva dovuto occuparsi dei fratelli piccoli. Non conosceva il catechismo e non aveva fatto la prima comunione, per la stessa ragione: era analfabeta. Non conosceva le preghiere del mattino e della sera o, meglio, aveva sentito qualche volte la madre dire le preghiere della sera, in casa, ma poche volte. Conosceva solo le tre preghiere per dire il rosario, che portava sempre con sé: Padre nostro, Ave Maria, Gloria.
La sua famiglia, dopo una decina di anni di benessere, grazie alla proprietà di un mulino e poi di due, era precipitata nella miseria e aveva riparato nella cella di un ex carcere disabitato. La stanza buia, umida e malsana causò a Bernadetta una TBC e un’asma che poi la portò alla morte. C’era solo una finestra aperta sul porcile il cui odore impregnava tutti i vestiti.
Per questo motivo Bernadetta si era meritata un appellativo che dice molto: la chiamavano la merdeuse (la merdosa). E così questa adolescente aveva tutte le carte in regola per diventare una grande mistica e santa.
Per stabilire quali siano i preferiti di Dio, su questa falsariga darò testimonianza di un fatto.
Tra i pellegrini della Basilicata arrivò un giovane di 23 anni, accompagnato da cinque coetanei. Necessitava di un miracolo. Lui usa da molti anni hashish e marijuana. Ha provato diverse volte a smettere, ma senza risultati. Eppure riesce a reggere anche lavori pesanti. Ha già scontato sei anni di prigione, non certo per aver rubato le caramelle. La mamma si trova agli arresti domiciliari ed è per lei che è venuto a chiedere la grazia (poveretta, non può uscire e in aggiunta patisce la grande umiliazione del carcere).
Messa, via Crucis, rosario, adorazione eucaristica. Ha fatto tutto ciò che gli hanno detto di fare, anche senza capire tutto il senso di questi atti. Mentre era alle piscine per il bagno nell’acqua, dopo il COVID si fa solo abluzione e si beve dell’acqua, chiede la grazia.
Sta per rimettersi il giubbotto e il cellulare suona. Prontamente lo spegne per non disturbare. Quando è fuori risponde alla telefonata, che era quella di casa. Si scusa che non ha risposto perché stava chiedendo la grazia per mamma alle piscine di Lourdes. Di rimando la sorella dice: “Volevamo solo avvisarti che mamma è stata liberata in questo momento”.
Perché Dio ha guardato a Bernadetta? Perché a questo lucano?
In Italia, le vocazioni alla vita religiosa si stanno riducendo di numero, in Alba, in una cinquantina d’anni da 150 i seminaristi sono arrivati quest’anno a zero, ma qui in Asia ci sono tanti giovani che abbracciano la vita religiosa. Il mio amico Sàmiron ha fatto la professione solenne come monaco la settimana scorsa. Gli ho scritto: «Grazie per la lettera di invito alla tua professione solenne, al tuo sì definitivo nella vita monastica certosina: “Tu e Dio solo”. Quel giorno non sono venuto al tuo monastero per un precedente impegno. Prendo l’occasione per farti sapere che, oltre al fatto di non essere venuto ora, voglio dirti che non verrò mai più da te. Mi spiego: quando entra nella clausura, un giovane lascia tutto e in qualche modo tutti, per incamminarsi nel deserto dove c’è Dio solo, e quel Dio solo che basta. E nessuno dei tuoi amici tornerà da te.
Sì, è vero, potremo venire al tuo monastero certosino; anch’io spero di venire qualche volta, senza però raggiungere il tuo cuore, perché ormai esso è con Lui, con Dio solo, e nessuno dei tuoi amici potrà raggiungere questo silenzio.
Anche se verrò al monastero, anche se verrò nella clausura, ti passerò solo accanto, senza raggiungerti, perché tu vivrai altrove. Anche i tuoi fratelli che condividono la vita con te, ti accompagneranno solo alla soglia del grande deserto. Tu lo sai, quando uno muore e lascia questo mondo, gli amici e i familiari lo accompagnano fino alla soglia della vita, ma quando questi dovrà passare oltre, si deve lasciarlo solo e solo s’incontrerà con Dio.
Così penso per la vita monastica: tutti i tuoi amici fino alla soglia e poi il grande silenzio: tu e Dio. Perché capita questo? Per un eccesso di amore. Che cos’è questo amore che può incendiate un giovane? Se a una farfalla chiedi che cos’è il fuoco di una piccola candela che brilla, ti dirà: «È calore». Ma se tu chiederai ancora: «Che cosa è veramente il fuoco?», ti potrà dire: «È luce». Se ti ostini a chiedere ancora: «Spiegami meglio che cos’è il fuoco», la farfalla probabilmente andrà vicino alla fiamma per scoprire il segreto di quel cuore luminoso e tornerà a dirti: «È una luce che brucia e rischia di distruggerti». Se poi ripeterai la stessa domanda e se la farfalla vorrà veramente sapere che cos’è il fuoco e dovrà farne l’esperienza per capire davvero, vedrai una fiammata.
Solo in quel momento la piccola bestiola avrà capito che cos’è il fuoco, ma non lo dirà a nessuno, se non al fuoco stesso. Così è per te, caro amico monaco”.
Ogni cultura porta nel suo bagaglio le ricchezze di secoli e, se abbiamo la fortuna di incontrare un portatore sano di quella ricchezza, diventiamo fortunati anche noi.
Arif aveva 51 anni, era capo di un gruppo tribale nomade portatore di una saggezza che avrei voluto trasferire nel mio bagaglio. Dopo soli tre mesi di vita negli stessi accampamenti, Arif mi propose il Kumuri con la sua famiglia. È un rito molto suggestivo, che firma un’alleanza tra due famiglie.
Zaime ha 10 anni e porta capelli lunghi, mai tagliati in attesa del grande giorno del Kumuri, che consiste appunto nel primo taglio di capelli, (poi conservati gelosamente fino alla morte), e nell'introduzione ufficiale del bambino nel gruppo, che diventa a tutti gli effetti un Khorakhanò (Khora-Corano e khanò-mangiatore, ossia mangiatore del Corano/lettore del Corano).
Zaime diventerà mio Kumo (più che figlio) e con lui tutti i fratelli e sorelle, genitori e parenti diventeranno miei Kumi di secondo o terzo grado.
Il Kumuri sancisce il massimo grado di parentela e di amicizia. Io diventerò per lui più di suo padre e di sua madre e i suoi genitori saranno per me al di sopra dei miei genitori stessi.
È arrivato il giorno per la grande festa. Nella mattinata decine di parenti sono venuti ad augurare le benedizioni del grande Kumo del Cielo, dichiarandosi onorati per il mio ingresso nella loro famiglia. Poi tutti se ne vanno e rimangono i parenti stretti per il rituale. Tutti sotto una grande tenda. La sorella maggiore Feima mi porge il fratello in braccio: ha i capelli divisi in tre trecce e io lentamente li taglio, mentre tutti partecipano, in lacrime, per l’emozione e la gioia. Al termine, un lungo silenzio, poi Arif prende la parola: «Questa è la nostra Alleanza. Ci rispetteremo e ameremo fino alla morte. Al Kumo non si può rubare, non lo si può ferire e non lo si deve offendere mai».
Una leggenda narra che un giorno un uomo andò di notte dal suo Kumo a rubargli del grano. Tornando alcuni chicchi caddero dalle sue mani e il mattino seguente il suo Kumo seguì i chicchi e raggiunse la casa del Kumo con un grave rimprovero: «Tu sei mio Kumo e non potevi rubarmi il grano».
La risposta fu dura e tagliente: «Se tu fossi stato un vero Kumo, ti saresti accorto che io e i miei figli non avevamo da mangiare e il grano me l’avresti portato tu».
Quel giorno il grande Kumo del cielo prese quei chicchi di grano e li gettò nel cielo e sono diventati come una strada bianca di stelle (la Via Lattea), che tutte le notti vediamo e che ci ricorda la nostra Alleanza.
Ultimamente abbiamo sentito notizie allarmanti sul futuro dell’Armenia, ma non mi soffermo su questi discorsi per non aggiungere solo delle ipotesi in più.
Nella primavera del 1915, la piccola Armenia cristiana fu presa di mira dall’Impero Turco che, avendo cambiato politica, si preparava, con un triumvirato alla guida, a costruire un impero islamico più grande e più forte; pertanto bisognava allargare i confini.
L’Armenia, con più di due milioni di abitanti, era culturalmente molto più evoluta con scuole, università e una popolazione di buoni lavoratori con un apprezzabile benessere e molti coraggiosi giovani che avrebbero potuto diventare preziosi combattenti nelle file dell’esercito turco.
I Giovani Turchi (il triumvirato) sognarono di assorbire quel piccolo ma prezioso Stato. Avrebbero aggiunto al loro impero due milioni di cittadini, di valore superiore a quello dei Turchi. Ma c’era un problema: l’Armenia era cristiana, anzi fu il primo Paese nella storia che chiamò i suoi abitanti con quel nome. I Turchi pensarono ingenuamente che si potevano facilmente convertire all’Islam: se si fossero rifiutati, sarebbe stato sufficiente minacciarli di morte e questi avrebbero accettato la nuova religione. Ma i Turchi sbagliarono le previsioni. Gli Armeni semplicemente dissero: «No».
Le tappe di questa storia sono molto complesse, ma accennerò solo all’inizio. Si è ampiamente parlato di “Genocidio degli Armeni”. Questa è un’affermazione storicamente errata e gratuita. I Turchi non hanno mai preteso di uccidere gli Armeni in quanto razza, come hanno preteso i tedeschi nei confronti degli ebrei nell’olocausto. I Turchi pretendevano di convertirli all’Islam e, poiché questi si rifiutarono, li torturarono fino alla morte, per forzarli ad accettare la nuova religione. Coloro che di fronte alle torture hanno accettato l’Islam sono stati ben accolti e onorati al loro ingresso nel nuovo impero, anche se Armeni. Ma il numero dei convertiti fu di 184.000, mentre coloro che accettarono la tortura e la morte per aver rifiutato l’Islam e rimanere fedeli a Gesù Cristo furono un milione e mezzo. Quindi, se lo si vuol chiamare genocidio, quel massacro sarà il “Genocidio dei santi martiri armeni” (tutti canonizzati dalla Chiesa ortodossa). Uccisi solo perché cristiani e non perché Armeni.
I pagani chiamarono così la tragedia che si scatenò sull’Armenia, in particolare dal 1915 al 1917. I cristiani possono chiamarla la più grande manifestazione del Regno di Dio con un milione e mezzo di martiri. I Giovani Turchi al governo si prefissero lo scopo di convertire i cristiani armeni all’Islam, ma fu un’impresa fallimentare. Li minacciarono con tutte le torture più sofisticate. I primi ad essere eliminati furono un migliaio di intellettuali, in modo da tagliare la testa alla nazione. Gli uomini vennero arruolati nell’esercito e, appena arrivati, li mandarono tutti ai lavori forzati. Terminate le costruzioni, tutti quelli che restavano fermi nella loro fede cristiana venivano eliminati. Rimanevano donne, vecchi e bambini. Per coloro che erano rimasti nei villaggi, i Turchi attuarono le deportazioni, ovvero un viaggio allucinante di almeno due mesi attraverso piste aride verso il deserto, senza più cibo, che li portavano a morire di stenti lungo il cammino. Spesso ai più robusti venivano somministrati «vaccini» contaminati di tifo, affinché incontrassero la morte apparentemente per cause naturali. Arrivarono comunque a torture inimmaginabili per convincerli a lasciare la loro fede. Ad alcuni amputavano parti del corpo, altri li crocifissero, ad altri inchiodarono ai piedi i ferri da cavallo, forzandoli a camminare. Le donne gravide che non accettavano di abiurare la fede venivano sventrate per disprezzare la loro discendenza.
All’inizio, dopo aver eliminato gli intellettuali, tentarono la conversione degli uomini e specialmente dei giovani, per destinarli al servizio militare. Una testimonianza racconta che 740 uomini legati furono portati in una piazza per essere poi liberati dopo la scelta dell’Islam. Domandarono se erano disposti a diventare mussulmani e tornare liberi alle loro case. La risposta fu no. Li minacciarono di morte, ma questi dissero no. Presero uno di loro e lo posero di fronte a tutti, poi gli tagliarono le orecchie, le labbra, il naso, gli cavarono gli occhi, gli tagliarono le mani e, da ultimo, lo appesero al collo. Domandarono ancora se adesso erano disposti ad abiurare alla loro fede o a morire in quel modo, ma nessuno uscì dal suo posto. Ripeterono il macabro spettacolo con un secondo e poi con un terzo. Nessuno rispose. Quando i Turchi capirono che tutti si sarebbero lasciati tagliare a pezzi, li portarono al fiume e li decapitarono senza più tortura. Questi esperimenti si ripeterono nei mesi seguenti e l’anno dopo, fino a consumare la più dolorosa strage di martiri cristiani di tutti i tempi.
Mentre scrivevo il Genocidio dei santi martiri armeni, scoprii che gli zingari in Armenia venivano battezzati nella Chiesa Apostolica. Pensai che, essendo cristiani, avrebbero potuto essere coinvolti nella storia dei santi martiri armeni. L’ipotesi fu suffragata da un vescovo ortodosso, Grigoris Balakian, che, raccontando in 500 pagine la sua storia, ci lasciò la testimonianza del martirio degli zingari che vivevano nella sua Diocesi.
Nel giugno 1915, il governo centrale ha promulgato un’urgente ordinanza di deportazione nel deserto di Der Zor a carico dell’intera popolazione armena della provincia di Kastemounì, dove si trovavano circa 1.800 famiglie o 10.000 persone, incluse più di mille famiglie di zingari-armeni (e chissà quanti nelle altre province). Tutti avevano rifiutato l’Islam e tutti avevano meritato la condanna alla deportazione, parola truccata per dire condanna a morte attraverso un viaggio che durava due mesi verso il deserto a morire di fame e malattia, così apparentemente morivano per cause naturali. Generalmente gli uomini venivano massacrati poco dopo la partenza, mentre donne, bambini e anziani proseguivano il viaggio verso la morte. Nel testo Armenian Golgota di Balakian si legge che un capitano dei Giovani Turchi, in viaggio per Costantinopoli, portò notizie di ciò che stava capitando a Kastemounì e Grigoris Balakian scrisse: «Il nostro panico raddoppiò quando abbiamo udito i dettagli dei massacri degli zingari, nelle città e nei villaggi vicino a Chankiri (cioè la provincia di Kastemounì)».
Tra quei crimini, Balakian riporta quello di una ragazza che aveva iniziato la deportazione in una carovana di donne e ragazze, dove otto su dieci erano zingare. La sua bellezza aveva conquistato un giovane turco, che le propose di sposarla se fosse diventata mussulmana e così si sarebbe salvata dalla morte, ma lei rispose: «Perché non diventi cristiano tu, così io ti sposo?». Il suo rifiuto la condannò ad essere torturata e al taglio di un seno: rimanendo sempre ferma nella sua fede, fu ridotta in tanti pezzettini.
Quando incontrai i parenti degli zingari martiri in Armenia compresi che in altre province capitarono fatti simili. Non avendo altri dati a disposizione, rimaniamo con il numero documentato di 7.000 martiri zingari, che però dovrebbero superare il numero di 20.000.
Ricevo l’annuncio di battesimo del pronipote di Marika, una Romnì ungherese grazie alla cui personalità il suo gruppo era diventato un matriarcato. Scrivo al papà del battezzando:
“Presso il fiume Sangone eravamo riuniti con circa 200 zingari e amici e parenti vostri, per festeggiare la Pasqua. Ricordavamo, in quella circostanza, anche il martirio di 500.000 zingari, morti insieme agli ebrei nei campi di concentramento dell’ultima guerra.
Durante la Messa, dopo aver letto il Vangelo della crocifissione, morte e risurrezione del Signore Gesù Cristo, sottolineai nell’omelia che Gesù aveva perdonato anche i carnefici. C’era grande emozione. Allora mi rivolsi a tua bisnonna anziana e malata per una domanda. La risposta l’avevo già sentita da lei e per questo la interrogai. Volevo che anche gli altri vostri parenti la sentissero. Quella donna era stata per tre mesi in un campo di concentramento. Dormiva su quei tavolacci di legno disposti l’uno sull’altro. Per terra c’erano solo liquame ed escrementi umani. Sopravvisse. Quando entrò nel campo, pesava 95 chili; quando uscì, 34.
Alla cara tua bisnonna maltrattata, torturata, umiliata, offesa, ebbi il coraggio di chiedere se nel suo cuore riusciva a perdonare quelli che l’avevano messa più volte in croce.
Si alzò tremante, vicino al fuoco, portò le mani in avanti, guardando i bambini i vostri futuri zii e zie che non potevano capire, e gli adulti che trattenevano il respiro, e disse: «Lo dico a tutti: io perdono tutto a tutti, perché anch’io devo chiedere perdono».
Si scatenò un applauso di solidarietà e nessuno si vergognò di piangere.
Qualche tempo dopo uno zingaro, che era stato pure in un campo di concentramento, mi disse che voleva perdonare anche lui; forse per non essere da meno di tua bisnonna, lui, che era un uomo. Era iniziata una gara che spero non abbia mai fine.
E quando incontrai Kevork, un altro mio amico a cui i turchi uccisero 70 famigliari nel tentativo di convertirli all’Islam, mi disse che aveva inviato un messaggio ai turchi stessi: «Non dimenticate che i bambini che avete ucciso e le donne che avete torturato, violentato e ammazzato dopo la morte ricevono ancora da Dio un grande potere». «Potere per sterminare? gli chiesero. «No, rispose. Riceveranno ancora il potere di perdonare»”.
I genitori di Safir l’avevano lasciato solo ad aggiustarsi per sopravvivere. In paese, tutti lo puntavano a dito per parlar male di lui. Era arrabbiato con sé e con il mondo. Un mattino presto, già stravolto e ubriaco di droga, uscì dal bar con un coltello in mano, urlando: «Il primo che incontro lo ammazzo!». Pochi minuti dopo s'imbatté nel suo miglior amico, Francesco, e gli gridò: «L’ho promesso, devo ammazzarti!». Gli conficcò il coltello lasciandolo morto sul selciato e si diede alla fuga. La polizia lo scovò e lo portò in caserma. In poco tempo, duemila persone furiose si riversarono in piazza e subito arrivarono a sconquassare i cancelli della caserma pretendendo la vittima per vendicare il ragazzo innocente. Per forzare la polizia a cedere, buttarono stracci imbevuti di cherosene oltre il cancello, appiccando il fuoco alla caserma stessa. Tutti furono costretti a uscire e quella massa furibonda si avventò su Safir, lo trascinò verso il cimitero caricandolo di pietre e urla e da ultimo lo incenerì per cancellarne anche il ricordo.
Nel frattempo, dalla casa di Francesco vennero a chiedermi se potevo battezzare il loro fratello, che non era ancora stato battezzato. Visitai la salma in casa e invitai tutti in chiesa per il funerale un'ora dopo. Andai al cimitero e raccolsi in una navicella d'argento un poco di cenere di Safir. Suonai le campane. La gente del paese riempì la chiesa e la piazza. Un silenzio assoluto. Posi le ceneri di Safir vicino alla bara di Francesco. Poi mi rivolsi a tutti, all'incirca così: «Safir ha ucciso da ubriaco, voi avete ucciso sapendo ciò che facevate. Voi non avete mai amato Safir, né l'avete mai aiutato. Non l'avete mai invitato in casa vostra, lui, che non aveva più casa. Adesso che lui ha ucciso avete voluto cancellarlo dal vostro paese. Mi avete chiesto il battesimo per Francesco. Il battesimo è anche perdono. Dio perdonerà tutto a Francesco e a Safir, ma ha bisogno di voi. Che anche voi perdoniate Safir. Chiederò al Signore per voi un cuore nuovo che possa perdonare. Quando sarete disposti alzerete una mano. Io aspetto».
Forse passarono due o tre minuti di silenzio con la testa bassa e le mani ancora sporche del linciaggio, poi due dei nove fratelli di Francesco alzarono la mano, poi gli altri fratelli, poi le sorelle, poi lentamente tutta la chiesa e la piazza chiese e offrì il perdono. Abbiamo chiesto così perdono per i vivi e per i morti nel nome del Padre, del Figlio e della Spirito Santo.
Nel 1860 Damasco faceva parte dell’Impero ottomano in Siria e aveva una posizione strategica unica, come punto di transito tra Asia e Europa. Gli abitanti erano 180.000, tra cui: mussulmani sunniti (60-70%), sciiti (5-10%), cristiani cattolici e ortodossi (20-25%) altre denominazioni minori e una comunità ebraica (1-2%). Storicamente i cristiani avevano avuto un’influenza economica e sociale significativa. Adesso pagavano una tassa speciale (la jizya) al Governo ottomano per godere dello status di dhimmi, cioè una protezione dal Governo stesso. L’Impero ottomano non disdegnava di avere cristiani abbastanza numerosi nel suo territorio in quanto erano ottimi lavoratori, bravi tecnici e commercianti, molto competenti nella produzione artigianale e, grazie alla frequenza delle scuole, una preparazione culturale nettamente superiore a quella islamica.
Nel 1830 l’Impero ottomano fece una serie di riforme dette del Tanzimat, cercando di modernizzare l’amministrazione e migliorare i diritti delle minoranze, affinché queste, sviluppandosi (nella scuola, nella salute e nelle attività commerciali) potessero dare significativi vantaggi all’Impero.
Tra la maggioranza islamica e la minoranza cristiana nacquero presto gelosie, poiché i mussulmani si trovarono con la loro supremazia incrinata, mentre la minoranza cristiana otteneva dei vantaggi che aumentarono per il fatto che, per mantenere un’influenza nel Levante (Medioriente), specialmente la Francia, (ma anche la Russia e la Spagna), cercarono di penetrare nel Paese attraverso un’“amicizia” privilegiata con i cristiani. La Francia offriva vantaggi specialmente economici che i cristiani ovviamente non rifiutavano, ma – forse senza rendersi conto – stava ingenerando una rivalità storica tra mussulmani e cristiani. I circa 3.000 ebrei non ottennero i privilegi e si mantennero neutrali, quindi senza persecuzione.
Nel 1960 la tensione non fu più controllata e i mussulmani, specialmente i sunniti, si scatenarono su tutto il territorio, provocando circa 13.000 martiri. Molti religiosi (specialmente i francescani) furono vittime di questo dramma, ma il loro compito speciale fu, dopo la tragedia, quello di curare l’odio e la rabbia che si erano creati tra mussulmani e cristiani.
Oggi i cristiani sopravvissuti non vogliono trasmettere questo stralcio di storia insanguinata ai figli per non alimentare l’odio, ma costruire relazioni di pace.
Abd Al-Qâdir Al-Jazâ'irî (1808-1883), eroe algerino coinvolto nella lotta di liberazione del suo popolo contro la dominazione francese, fu un mussulmano sufi di grande fede e un intellettuale di prestigio. Quando fu esiliato e si ritirò a Damasco, dove fu invitato a insegnare presso la maggior moschea della città, detta degli Omayyadi, si occupò specialmente della religione, con una profonda spiritualità che cercò di trasmettere ai giovani.
Tutti ebbero uno straordinario rispetto nei suoi confronti. Nell’ottobre 1860, pochi mesi prima che si abbattesse la tragedia della lotta dei mussulmani contro i cristiani, l’ex primo ministro inglese Winston Churchill lo incontrò mentre era in esilio a Damasco. Così lo descrive durante la sua giornata: «Si alza due ore prima dell’alba e si dedica alla preghiera e alla meditazione religiosa sino al levar del sole. Si reca quindi alla moschea per mezz’ora [...] rientra, fa un rapido spuntino e si ritira a lavorare nella biblioteca fino a mezzogiorno, segue mezz’ora alla moschea, dove la classe [dei suoi alunni] attende il suo arrivo per la scuola» (Churchill, 1991: 321).
Il testimone inglese sottolinea poi che le tre ore di lezione sono molto attive, con tante domande da parte degli alunni. Dopo la preghiera del pomeriggio, Abd Al-Qâdir torna a casa e dedica un’ora ai suoi otto figli, per controllarne i progressi negli studi. Poi cena. Il tramonto lo trova di nuovo nella moschea, dove istruisce la sua classe per un’ora e mezzo. Le ultime due ore della giornata le passa in biblioteca, dopo di che si ritira a riposare. Questo mussulmano così solido nella fede e nella pratica di tutte le virtù sociali diventa il salvatore di molti cristiani.
I francesi, infatti, per immettersi nel Medioriente, da tempo avevano offerto dei privilegi ai cristiani della Siria: per questo, nel tentativo di eliminarli, nel 1860 i mussulmani ingelositi si scatenarono contro di loro. Quando scoppiarono i quattro giorni di attacco ai cristiani cattolici e ortodossi, in cui si ammazzò e si distrussero case e chiese di circa trenta parrocchie, case di commercio e fabbriche tessili, il nostro mussulmano sufi Abd Al-Qâdir, commosso di fronte a tanta tragedia, aprì la sua spaziosa casa e salvò migliaia di cristiani. Il suo esempio incoraggiò molti mussulmani che, nei villaggi, si comportarono allo stesso modo con i cristiani vicini. Questa catena di solidarietà dei mussulmani a favore dei cristiani ne salvò 12.000.
Damasco è una delle più antiche città del mondo. Nel 700 d.C. la popolazione era a maggioranza mussulmana, mentre i cristiani erano rimasti una minoranza.
Nella sua gloriosa storia, ci imbattiamo in un fatto di straordinaria importanza per il cristianesimo: la conversione di San Paolo. Questo Santo, primo apostolo dei pagani, si convertì mentre arrivava in questa città. E, proprio vicino alla casa di Anania che accompagnò Paolo nella sua conversione, è stata costruita una basilica che, dal secondo secolo al 715, conservò anche la preziosa reliquia della testa di San Giovanni Battista.
A lato dell’antica basilica cristiana, a oriente, venne in parte incorporata la famosa moschea degli Omayyadi, inaugurata nel 715. Da quell’anno, la reliquia di San Giovanni Battista, personaggio prezioso per la tradizione religiosa sia cristiana, sia islamica, viene conservata nella moschea che, a mio parere è la più bella dell’architettura islamica, tanto che il suo schema architettonico diventò il primo dei tre modelli di moschee che sono esistiti fino ai giorni nostri.
Basilica cristiana e moschea diventarono quindi un unico complesso monumentale, di rara bellezza. In ogni caso i cristiani ottennero la possibilità di continuare a celebrare la loro liturgia nella parte occidentale della basilica. Nel grande complesso monumentale, pertanto, ciascuno nel suo spazio, cristiani e mussulmani poterono celebrare la loro fede per ben 70 anni (dal 715 al 785). Fu un segno altamente civile di dialogo interreligioso.
Dal 1591 a Hiderabad, in India, esiste una grande moschea, la Charminar che, con i suoi quattro minareti, costituisce una delle più monumentali moschee dell’India. Ebbene, in uno dei quattro portanti che sorreggono la moschea è incastonato un tempio indù, il Bahaghyalakshmi. Per oltre 400 anni, per indù e mussulmani è stato perciò possibile pregare gli uni vicino agli altri sotto un medesimo tetto. E ancora, Surayia Rahaman, grande artista bengalese, scrive e dipinge la spiritualità cristiana.
In Israele sabato scorso sono arrivati oltre 400 pellegrini, di cui 55 spagnoli. A Nazareth quattro preti concelebrarono una solenne Messa all’altare, mentre il quinto prete, in borghese, rimase nell’ultimo banco (se ho capito bene non aveva detto al gruppo che era prete). Poi confidò che il pellegrinaggio gli era stato offerto dai suoi colleghi parroci. Egli aveva già comunicato ai preti della sua diocesi che la settimana seguente avrebbe celebrato l’ultima Messa e poi avrebbe lasciato il ministero di parroco, perché dopo tanti tentativi fatti per recuperare la missione sacerdotale in cui aveva creduto e nella quale si era speso per molti anni, adesso non ce la faceva più. La sua non era una crisi di fede, né dei valori cristiani, bensì una crisi affettiva. Aveva capito che non era riuscito a maturare come prete e ora la solitudine, la stanchezza e anche qualche problema di salute l’avevano portato a questa decisione, ormai accettata con rassegnazione.
Terminata la Santa Messa, tutto il gruppo e i sacerdoti che li accompagnavano furono invitati a scendere nella Basilica inferiore dell’Annunciazione, per pregare davanti alla piccola casa-grotta dove si venera l’Annunciazione dell'angelo Gabriele a Maria. Tutti scesero.
A questo punto devo fare una digressione: sul mezzogiorno, in Israele, si vedono di tanto in tanto persone che, arrivando dall’acquisto del pane ancora caldo, ne spezzano volentieri un pezzo e lo offrono agli sconosciuti che incontrano. É un costume locale.
Ma torno ai pellegrini spagnoli: l'intero gruppo si era riunito presso la casa di Maria, quando un bambino sui sette anni arrivò con due lunghe pagnotte ancora calde sotto il braccio. Ne aveva rotto un pezzo, che teneva nella mano destra. Entrò in quel gruppo di pellegrini facendosi spazio a fatica per attraversarlo e per cercare qualcuno con cui dividere quel pezzo di pane.
Avete già capito la conclusione: il pezzo di pane venne posato proprio nelle mani del prete che aveva ormai accettato il suo fallimento umano e religioso. Quel pane lo incendiò e, in un mare di lacrime, ritrovò la forza di ricominciare. Il giorno seguente mise quel pane sull'altare e celebrò non l'ultima, ma la prima Messa di Resurrezione.
Invito a non cercare il nome di questo villaggio di beduini sulla cartina palestinese, perché esiste da poco. Siamo nel deserto della Cisgiordania, dove 140 famiglie si sono rifugiate, lontano dal conflitto. Nel mese di dicembre ’23, avevo fatto un appello per queste famiglie di beduini. Erano arrivate alla fame, in quanto isolate nel deserto e lontane dalle bombe, ma anche dagli aiuti umanitari.
Prima del conflitto, molti di questi beduini erano impiegati in lavori di manovalanza a Gerusalemme, insieme ad altri 25.000 palestinesi. Rimasti senza risorse, hanno trovato con il vostro aiuto (16.500 euro) la possibilità di sopravvivere un altro poco, fin quando gli incaricati degli aiuti umanitari si accorsero che questo gruppo era ancora sopravvissuto.
Oggi io sono qui per un incontro più formale, perché essi, attraverso il loro capo, vogliono ringraziare con un pranzo, anche se semplice, per quell’aiuto che arrivò in un momento di calamità estrema. Nella casa dello Sceicco beduino ci sono le due suore comboniane, il sottoscritto e la sua famiglia. Il capo è qui oggi, a nome di tutta la sua comunità e noi siamo qui a nome vostro per accogliere questo segno di profonda gratitudine.
In questa comunità arrivano sempre notizie che normalmente i social non captano. È vero che i morti sono trattati dai mezzi di comunicazione come numeri senza emozione, ma per le madri, i padri, i familiari dei morti non è così.
Questa mattina i nostri amici cercavano di nascondere le lacrime per ciò che è capitato l’altro ieri a dei loro conoscenti. Si era rifugiato in un container un gran numero di persone, che però furono raggiunte da alcune raffiche di proiettili. Sopravvissero una bambina adolescente e una piccola che gridava aiuto per il comprensibile spavento. La più grande contattò per telefono la madre, che si trovava dai parenti per lavoro. La signora subito telefonò alla Croce Rossa segnalando l’urgenza. Mentre comunicava con la figlia, la donna sentì altri spari e poi silenzio, fin quando la piccola riuscì a piangere e a gridare al telefono, mentre la mamma ascoltava, costernata. L’attesa del soccorso durò tre ore, perché ogni volta è necessario un permesso speciale dal governo per autorizzare l’intervento. La Croce Rossa arrivò in tempo per prendere la bambina ancora viva. Ma il motore dell’ambulanza destò sospetti e un’ultima raffica falciò la bambina e i due soccorritori.
Dietro ogni morto in guerra, non c’è solo un numero, ma una storia di lotta per la sopravvivenza propria e degli altri.
La signora Lisòn, una zingara nata in Belgio, aveva passato tutta la vita al centro della pista dei maggiori circhi europei, americani e indiani, presentando gli spettacoli con gioia e simpatia. Ipnotizzava il pubblico. Passava da una lingua all’altra con la maggior naturalezza. Ormai i capelli erano sbiancati, ma quando cucinava, lavava o stendeva i panni pareva che stesse danzando. La sua postura rivelava l’anima di una grande artista. Suonava e componeva la musica per le danze che poi insegnava alle sue danzatrici.
Un giorno preparò uno show che raccontava una storia di Walt Disney tutta danzata dalle sue ballerine su un palco allestito esclusivamente per quello spettacolo. Lei danzava con loro con le scarpe a punta e il tulle rosa, offrendo una scena perlomeno inusuale per un circo equestre.
Danzarono con passione. La testa di ciascuna era incastonata in una grande testa di peluche che rappresentava un personaggio della fiaba. A un certo punto, non potendo vedere con chiarezza a causa del peluche, Lisòn si spostò troppo sul bordo e perse l’equilibrio, cadendo dal palco dall’altezza di un metro.
Corsero a soccorrerla per portarla di peso dietro le quinte, ma lei insistette con tanta autorità che si fece rimettere sul palco ed entrò immediatamente nel passo di danza con il gruppo, altrimenti lo spettacolo sarebbe risultato un fallimento. Continuò a danzare fino all’ultima scena. Applausi e ancora applausi. Tutti si ritirarono. Solo quando si sedette, Lisòn scoppiò in un pianto che non si capiva se era di gioia o di emozione o per quale altra ragione. Si fece aiutare a slacciare le scarpe e solo in quel momento le colleghe del gruppo si resero conto che la loro insegnante di ballo aveva le cinque dita rotte. Quello sarebbe stato il momento adatto per un applauso senza fine.
Una coppia di sposi aveva chiesto con insistenza preghiere per ottenere la grazia di un figlio che aspettavano da sei anni. In tanti amici abbiamo accolto l'invito, intercedendo per questi sposi con tanta preghiera fino a quando ricevemmo la notizia che dopo sette anni dal loro matrimonio erano stati esauditi ed era nato un bel maschietto.
Abbiamo quindi solidarizzato con la loro gioia con altrettante preghiere di ringraziamento, ma dopo due mesi ho ricevuto la notizia che il bambino era morto. Pensai per un momento ciò che pensarono in tanti e cioè che sarebbe stato meglio per quella coppia se il bambino non fosse mai nato. Ma fu un pensiero indegno e blasfemo di chi pretende di insegnare a Dio cosa deve fare.
Intanto vidi in chiesa la mamma del bambino morto. Era davanti all'immagine della Madonna, in lacrime e io mi sentii confuso nell’avvicinarmi per almeno una parola di conforto. Non ripeto ciò che dissi perché me ne vergogno. Terminato il mio povero "conforto", lei mi guardò sempre molto emozionata e, con un leggero tono di rimprovero, aiutandosi con le mani e con gli occhi e con tutta se stessa, mi disse: "Padre, lei è un uomo e non può capire. Lei pensa che io pianga di disperazione. No, Padre, io sono venuta qui dalla Madonna per ringraziare. Lei non può capire cosa vuol dire essere stata mamma e mamma per ben due mesi". E cercava di ripetermi che io non potevo capire.
"Sa, Padre, che per nove mesi ho portato quel bambino qui dentro di me, poi da quando è nato, per due mesi gli ho dato il latte, lo abbracciavo, me lo stringevo proprio così e lo riempivo di baci? Ringrazierò tutta la vita per questo dono della maternità, ma non avrò giorni sufficienti per dire grazie anche se vivrò fino a cent'anni".
Serieda, figlio di un eroe giapponese e di una sacerdotessa buddista, stimolato dal padre era diventato pilota ancora bambino. Mi raccontò che aveva 15 anni quando scoppiò la bomba atomica sulla sua città, Hiroshima.
Quel giorno, lui stesso dirigeva una pattuglia di 15 caccia, mentre facevano esercitazione. Improvvisamente vide una nuvola di aerei che, ancora distanti, fecero la manovra di ritorno e uno soltanto proseguì. Poco dopo, il fungo sulla sua città. Ordinò subito di sciogliere la pattuglia e si salvarono con un atterraggio di fortuna a una buona distanza.
Quando tornò, trovò l'inferno in Hiroshima. Non solo i morti, ma più ancora i sopravvissuti ustionati e moribondi spezzavano l'anima anche a un freddo giapponese come pensava di essere lui.
Passò un mese e decise di ricostruire la sua piccola casa, perché bisognava continuare a vivere, ma fu impedito per due settimane: non si trovavano più chiodi. Seppe poi che un missionario cristiano stava ricostruendo la chiesa in legno e che, probabilmente, là si poteva risolvere il problema. Contro la sua indole, ma forzato dalla disperazione, si diresse nelle prime ore della notte al piccolo cantiere e intravide dove era il tesoro.
Tornò a tarda notte, quando tutto era spento e, cercando di evitare il minimo rumore, riuscì a prendere una manciata di chiodi pensando di tornare. I suoi passi felpati però non sfuggirono al missionario che, balzato dal letto, lo rincorse. Non fu difficile per un italiano alto e robusto acciuffare il piccolo Serieda. Per la prima volta nella vita, gli si bagnarono gli occhi per la grande umiliazione, mentre cercava di scusarsi: faceva quel furto per ricostruire la casa. L'umiliazione, però, era insopportabile: lui, figlio di una famiglia così nobile, era stato sorpreso a rubare, per di più a dei cristiani.
Senza parole, il prete lo forzò a tornare al luogo del delitto, poi, con un mezzo sorriso, gli disse: "I chiodi che hai preso non ti basteranno nemmeno per cominciare. Prendine quanti vuoi e, quando saranno finiti, torna. Qui ne troverai ancora".
Io incontrai Serieda, ormai trentenne, 15 anni dopo in Italia, quando venne a fare una visita nel nostro seminario. Era diventato cristiano e prete grazie a una manciata di chiodi e a un sorriso di misericordia.
Questo è un tipo di conversione senza proselitismo, che mostra solo la bellezza di essere cristiani.
Verso il 1985 mi ero diretto alle Filippine, in Malesia e Indonesia per iniziare una missione tra i Baggiao e i Bajau, gli zingari del mare.
A nord dell'Indonesia mi imbattei in un mare e in una diocesi (Pancalpina) che mi catturarono un pezzo del cuore. Durante il primo viaggio in barca su quel mare, dopo mezz'ora la bassa marea ci forzò a scendere e a camminare in quell'acqua (40) blu, tiepida, cercando di non calpestare le stelle marine, le conchiglie, i ricci di mare, le ostriche, le alghe e i coralli che avevano lastricato quel fondo marino che sembrava appena creato da Dio quel giorno stesso.
A Pancalpina incontrai il Vescovo, un personaggio unico in intelligenza, bontà, ironia e buonumore. Mi accolse anche troppo bene e mi raccontò come i See Gypsies (gli zingari del mare) erano diventati cristiani.
Una delegazione di politici musulmani radunò una porzione di capi delle isole del Grande Canale per convincerli a cambiare religione. Cito a braccio ciò che dissero: "Voi siete animisti e la vostra non è una religione. Voi vivete continuamente terrorizzati dagli spiriti dei vostri antenati. Qui vicino c'era una scuola con una brava insegnante e 50 bambini. Appena è morto un vostro parente, siete fuggiti tutti terrorizzati dal suo spirito e siete tornati solo dopo molto tempo, perdendo scuola e insegnante. Noi fatichiamo a lavorare con voi. Scegliete una religione seria. Se volete diventare musulmani, noi vi aiuteremo, oppure se preferite diventate indù. Se poi non volete scegliere nessuna di queste due religioni, piuttosto diventate cristiani, ma non restate così”.
Loro ascoltarono, pensarono e decisero. Bisogna premettere che, nella loro cultura, il maiale arrostito accompagna quasi tutte le feste: nascita, iniziazione, matrimonio, funerale. Questi zingari conclusero che, se i musulmani non mangiano il maiale, non hanno una religione seria, ma diventare indù sarebbe stato peggio, perché non mangiano alcun tipo di carne.
L'unica alternativa era scegliere il cristianesimo, che non ha restrizioni cultuali. Andarono dal nostro caro Vescovo, il quale, dopo aver valutato e parlato con due sacerdoti molto zelanti, rispose: "Sì accettiamo. Manderò due missionari i quali battezzeranno tutta la regione (come si battezza un bambino) e voi non avrete restrizione nello sposarvi tra di voi tutti battezzati. I cristiani comunque in parte li conoscete. I due missionari diventeranno come dei vostri padrini e si impegneranno ad educarvi nella religione cristiana e a farvela conoscere passo passo. Dopo due anni sceglierete se rimanere in questo nuovo modo di vivere o se preferirete tornare alla vostra vita di prima”.
Nessuno rinunciò a rimanere cristiano, grazie anche a quei maialetti che continuarono a rallegrare le loro feste.
È passato poco più di un secolo da quando si è combattuta una delle più terribili guerre della storia, che ha coinvolto un gran numero di nazioni con troppi milioni di morti.
In passato vi sono state guerre di indipendenza, di liberazione, guerre di attacco, di difesa. I capi di Stato le hanno sempre chiamate guerre giuste, ma anche chi si è considerato vincitore ha fatto un triste baratto: ha ricevuto denaro, terre, posizioni strategiche per le guerre successive e ha pagato tutto questo con la vita di uomini, donne, bambini e giovani soldati, tutti innocenti.
Coloro che si sono combattuti, per attacco o per difesa, probabilmente sono stati spinti, da una parte e dall’altra, dall’atto di ubbidienza che ogni soldato compie, in nome della libertà, per difendere la vita del proprio Paese. Il soldato, generalmente, non conosce le falsità dei capi ed è spinto a credere che questi siano onesti o, almeno, in buona fede. Non conosce quasi mai le imboscate che essi gli tendono sotto il nome di sacrificio e di martirio, spesso a servizio del potere di un capo di Stato, di un re o di un imperatore.
Mentre combattevano contro gli avversari, i soldati della Prima e Seconda Grande guerra spesso cadevano in ginocchio gli uni davanti agli altri, per essere seppelliti poco dopo nella stessa fossa o sotto la stessa neve, con lo stesso sacrificio e la stessa innocenza. Da vivi si chiamavano nemici, perché così i capi avevano decretato, ma da morti solo fratelli. Da una parte e dall’altra, le mamme e i papà hanno pianto le stesse lacrime. E oggi, nella “Terza Guerra mondiale a pezzi”, capita la stessa cosa. Ecco il messaggio di un soldato dal Medioriente: “Fare il renitente e andare in prigione? Ho paura per la mia famiglia. Non credo nella guerra che mi obbligano a combattere. I miei vicini sono chiamati civili e possono sperare di essere risparmiati e liberati. A me hanno imposto una divisa e per questo sono diventato carne da macello. Mi si può legalmente uccidere. Morirò senza onore e senza lacrime perché sono solo un soldato, proprio come un incivile”.
Leggo da una lettera scritta da mio padre mentre stava rientrando dall’allucinante tragedia della Russia: erano partiti dal fiume Don pensando di dover marciare appena qualche giornata e avevano già camminato per ben 49 giorni con marce ininterrotte che erano durate fino alle 28 ore. Dopo le prime settimane in cui avevano solo mangiato neve, trovarono qualche buccia di patata o di bietola. La temperatura arrivava fino ai 48 gradi sotto zero verso le due del mattino. Dal primo giorno avevano addosso gli stessi vestiti, con le pieghe dei pantaloni, le giacche e il pastrano pieni zeppi di pidocchi, con quel terribile fastidio che non impediva loro di dormire solo perché, quando c’era la possibilità di fermarsi nelle baite dei russi, tutti cadevano in coma dalla stanchezza. Le scarpe le avevano buttate già nei primi giorni perché provocavano il congelamento dei piedi, che avevano fasciato con strisce di stoffa generalmente ricavate dal mantello o dal pastrano. Ovviamente avevano sempre camminato nella neve per decine di ore di seguito e fu in queste estenuanti marce della disperazione che il maggior numero di soldati incontrò la morte.
Dei 12 alpini partiti dal mio piccolo paese con poco più di mille abitanti, solo 2 hanno fatto ritorno.
Da oltre 70 anni in Italia non abbiamo guerre e abbiamo dimenticato cosa significa morire e veder morire per cause non naturali. Ci siamo anche dimenticati della nostra guerra e di quelle degli altri, specialmente di una di queste, forse la più terribile: la guerra della fame o della denutrizione (che in passato si visse anche in Italia).
In Bangladesh e in India ho visto troppi denutriti condannati a morte precoce. Di fronte a loro, spesso ho solo saputo offrire la mia impotenza. In trent’anni, dal 1915 al 1945, le due Guerre mondiali combattute con le armi hanno provocato oltre 70 milioni di morti. Negli ultimi trent’anni, dal 1988 al 2018, la guerra della fame ne ha uccisi oltre 3 miliardi, anche questi innocenti come lo furono i soldati delle nostre guerre di ambo i fronti.
E noi? Continueremo a lamentarci perché le persone che tentano di sfuggire dalla guerra – fatta con le armi o provocata dalla miseria – ci chiedono un angolo dove sostare nelle nostre baite europee o tenta di sfondare le nostre porte blindate? Dimentichiamo volentieri quanti italiani sono migrati all’estero! In Argentina ci sono 25 milioni di italiani e molti conoscono ancora il piemontese, mentre in Brasile sono oltre 30 milioni, molti dei quali parlano ancora il veneto. Anche negli Stati Uniti sono almeno 17 milioni gli “americani” arrivati dall’Italia. Spesso dimentichiamo che, dopo il parto, siamo tutti migranti.
Nell’anno più violento del Coronavirus in molti abbiamo sperimentato il dramma di essere impotenti di fronte a un virus che si portava via famigliari e amici, facendo versare tante lacrime. Ma lasciatemi dire che in tanti hanno parlato di altri virus ben più pericolosi, però distanti da voi: la malaria, la TBC, la lebbra, il virus della denutrizione.
Da noi, nell’altro mondo, in un anno quasi 1 milione di persone sono scomparse per la malaria, e oltre 4 milioni e mezzo per la TBC, mentre hanno superato gli 11 milioni i morti registrati per denutrizione (o a causa della fame), senza contare tutti gli altri anonimi. Ma, anche se in tanti gridavamo, eravamo lontani e non potevamo farci sentire.
L’America e l’Europa, sperimentando sulla propria pelle il bruciore del Covid, in meno di un anno hanno trovato il vaccino.
In America o in Europa non era un problema se in Africa o in Asia o in Sudamerica moriva qualche milione di persone in più o in meno per quei virus di cui ho parlato sopra, o per carestie, o cicloni, o terremoti. Ecco ciò che passava sotto i nostri occhi: vedere i propri raccolti distrutti da un tifone, gli animali che muoiono per la carestia, vedere i figli ammalarsi perché denutriti, senz’acqua e senza cibo, e poi morire.
Molti di noi non hanno mai sperimentato cosa significa trovarsi improvvisamente senza casa, perché è stata distrutta da una bomba o vedere un figlio portato via per essere impiccato o ricevere la notizia che il figlio non tornerà più dal fronte o assistere a battaglie con morti, feriti e distruzione.
In Africa e in Asia ci sono almeno 59 paesi che soffrono per il virus della guerra, ma sporadiche notizie sono sufficienti. Oggi si parla delle guerre in Medioriente e in Ucraina perché sono
coinvolte Russia e America. Nel 2004 è finita la guerra mondiale africana, che ha coinvolto 8 Paesi con 5.500.000 morti. In quanti conosciamo la data d’inizio?
Non c’è da indagare. Per molti gli africani valgono poco. E perché valgono poco? Perché molti Stati di quel continente non producono nemmeno per la loro sopravvivenza e certo molto meno per il mercato: per una società il cui primo valore è il denaro, chi non produce e non paga le tasse è inutile, se non dannoso, perché finisce per mendicare alle porte degli Stati ricchi. Bisognerebbe prendere sul serio un nuovo antibiotico: il Vangelo.
Maheswari, una zingara indiana, nona di 16 figli, aveva 15 anni quando nel 1990 con tre fratelli entrò in una chiesa protestante, attratta dai canti e dalle preghiere di quella comunità. Terminato il canto, il Pastore li avvicinò e chiese da dove provenivano e cosa facevano di professione. Rispose lei: “Siamo di Marthandam, professione zingari chiromanti”.
Furono legati e portati davanti a tutta la congregazione e con delle corde furono frustati per diversi minuti e buttati fuori a calci come cani gridando: “Non venite mai più a rubare in questa chiesa!”. Il Pastore tornò davanti ai fedeli e Maheswari lo seguì fin dove era stata frustata. Poi si girò verso l’assemblea e lanciò un grido: “Non siamo ladri, siamo cartomanti di Marthandam!”. Poi si diresse all’uscita, lasciando il Pastore e i fedeli pietrificati. Lei capì in quel momento che la sua missione sarebbe stata quella di cancellare uno stigma così umiliante dal suo gruppo e da altri gruppi nomadi tribali del suo Stato di Tamil. I genitori non le avevano permesso di studiare perché donna. Dopo tre anni (quando arrivai in India e la conobbi) si sposò con Rajangam, insegnante del suo stesso gruppo che le promise, mentre lavorava e studiava anche lui, di fare studiare anche lei e così fece.
Nei primi tre anni di matrimonio ebbe due figli e accolse con suo marito, (diventato insegnante nella scuola statale) la proposta di amministrare il progetto delle “famiglie aperte”, che avevo proposto e consisteva nell’adottare 10 bambini in ogni famiglia ritenuta idonea. Accompagnarono 75 bambini nomadi dalle elementari all’Università.
Nell’iniziativa furono coinvolti anche il Vescovo, il sindaco della capitale Madurai, il vice Ministro dello Stato di Tamil e i vari rappresentanti delle autorità civili e religiose. Nel 2008 Maheswari ha ricevuto il “Premio diocesano Giovanni Paolo II”, consegnatole dalle mani dell’Arcivescovo stesso di Madurai in un’assemblea diocesana. Nelle sfilate con 12 gruppi tribali di nomadi (2047 famiglie) Maheshwari, ancora analfabeta, elettrizzava i manifestanti (da 6 a 20 mila persone) che sfilavano con cartelloni, manifesti, striscioni e, rivolgendosi alle autorità politiche, chiedevano particolarmente diritti alla scuola, alla salute, e spazi riservati per loro, nelle scuole superiori e nelle Università, con posti di lavoro per i suoi gruppi.
Di conseguenza, molti dei loro giovani hanno trovato impiego nelle file della Polizia e nei Dipartimenti degli uffici postali e altri come insegnanti nelle scuole statali. Ultimamente ha ottenuto l’impiego per un centinaio di figli delle “famiglie aperte” in un programma pilota contro la denutrizione tra le famiglie di nomadi del loro territorio.
Dopo aver pubblicato un libro sulla loro attività, per tutto questo lavoro e per essersi distinti, oltreché nell’area della scuola, in modo straordinario nella lotta contro la denutrizione, il mese scorso Maheswari e il marito hanno meritato il prestigioso “Premio nazionale Herbalife”, che ha coronato questa preziosa tappa della loro vita.
lavocedeltempo.com/ - 10 dicembre 2023
Don R enato Rosso, Fidei Donum tra i nomadi del mondo, sulla drammatica crisi che incendia il medio oriente
Sulla crisi di Gaza pubblichiamo un intervento di don Renato Rosso, prete della Diocesi di Alba fidei donum tra i nomadi del mondo: un punto di vista che nasce da decenni di impegno a fianco delle popolazioni nomadi in diversi paesi. Dal 1984 al 1992 don Renato è stato in Brasile, poi dal 1993 tra i rom musulmani asiatici di India e Bangladesh (dove ha portato avanti il Progetto Scuole, con insegnanti che per seguire gli zingari vivevano in tenda o in una barca sul fiume Gange), quindi tra i Beduini del Sahara e negli ultimi 12 anni tra quelli che vivono nella regione desertica di Israele e Palestina.
Il futuro di Israele, Palestina e Hamas oggi non si può nemmeno ipotizzare, perché nessuno sa che cosa pensano gli «altri», quelli che stanno dall’altra parte, ovvero i ‘nemici istituzionali’, né in quale direzione intendano muoversi. Nei simposi e nelle tavole rotonde si è detto di tutto, ma le ipotesi e le proposte per una soluzione che offra una speranza per la pace finora sono state insufficienti. Ci si pone troppo nella condizione di «invasori» e «conquistati», si parla poi di diritti alla difesa e di dovere della riconquista e, comunque, si resta in un contesto di vendetta.
Tutti sono diventati nemici per la rabbia e l’odio accumulati, senza più trovare la forza di fare qualche passo indietro per ridisegnare la convivenza e la pace. Israeliani e palestinesi hanno ognuno le proprie motivazioni. Pertanto, se si cerca la soluzione nei «due popoli, due Stati» - o tre o quanti si voglia -, le divisioni credo che saranno sempre frutto di separazione e conflitti. Se gli israeliani da una parte e i palestinesi dall’altra continuano a costruire muri, credo che il rischio concreto è che cercheranno di diventare sempre più potenti, ciascuno per proprio conto, e quando uno dei due gruppi si sentirà più forte dell’altro, coglierà nuovamente l’occasione per scontrarsi con lo Stato più debole e si continuerà senza soluzione, come da tempi immemorabili.
Oggi sembra vincere la logica della vendetta, ma i cristiani non hanno una proposta alternativa, visto che Gesù nel suo messaggio ha predicato che i nemici non si uccidono, ma si perdonano e si amano? Io credo che bisognerebbe muoversi in direzione di uno Stato senza muri e senza barriere, dove palestinesi e israeliani possano vivere insieme, collaborando per il bene di tutti. Poiché in questo preciso momento storico i due popoli sembrano non riuscire ancora a convivere, è possibile - almeno non lo escludo a priori - che, per un tempo limitato, si debba passare per soluzioni intermedie, come divisioni di territori o controllo provvisorio da parte di autorità come l’Onu (se l’autorità ce l’avesse davvero).
Dev’essere tuttavia chiaro il progetto finale di una solida unità di un unico territorio, dove ebrei, musulmani (sunniti o sciiti), cristiani (ortodossi, cattolici o protestanti) e quanti altri possano convivere gli uni accanto agli altri, nel beneficio reciproco, promuovendo uno sviluppo che poggia su tutte le risorse che i vari gruppi possiedono. È vero, Hamas ha commesso crimini di guerra nell’attacco del 7 ottobre che ha causato 1.200 morti, perlopiù civili, compresi minori, soprattutto nei kibbutzim vicini al confine e preso 240 ostaggi israeliani, e poi scegliendo proprio gli ospedali come quartieri generali per armi e militari; ma Israele ha riposto lanciando l’operazione «Spade di ferro» - prima con raid aerei e bombardamenti e poi, a venti giorni dall’attacco di Hamas, con un’offensiva di terra all’interno della Striscia di Gaza, causando 15mila vittime palestinesi, come riferito dalle autorità sanitarie palestinesi - mettendo sotto assedio la Striscia («L’imposizione di assedi che mettono in pericolo la vita dei civili privandoli di beni essenziali per la loro sopravvivenza è vietato dal diritto internazionale», ha detto il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani) e dando ordine di evacuazione per le comunità palestinesi a nord del Wadi Gaza con devastanti conseguenze umanitarie. Il gabinetto di sicurezza israeliano ha poi votato per un’azione volta alla «distruzione delle capacità militari e governative di Hamas».
Senza «perdono» non ci sarà pace. Ma si potrà parlare di perdono dove gli eserciti cercano di distruggersi a vicenda? Questa, secondo me, dovrebbe essere la proposta cristiana alternativa: camminare verso l’unità e non verso la divisione per poter sperare la pace.
In molte città e paesi sia in Israele, sia in Palestina, negli ultimi anni ho visto personalmente ebrei, musulmani e cristiani convivere e collaborare senza grandi problemi. Il fatto che ogni giorno 25.000 palestinesi lavorassero a Gerusalemme attesta concretamente che una reale integrazione non solo è possibile, ma che non esistono controindicazioni per realizzare tale progetto di pace. Il villaggio «Oasi di pace», con 3.000 membri tra ebrei, musulmani e cristiani, voluto da padre Bruno Hussar non lontano da Gerusalemme, è solo uno dei tanti esempi di convivenza pacifica in atto fin dal 1972. Non bisogna dimenticare, inoltre, che prima della costituzione dello Stato ebraico quasi un milione di ebrei viveva in Stati arabi: non esiste quindi alcuna incompatibilità per una convivenza pacifica tra arabi ed ebrei. Purtroppo la rabbia e l’odio che si sono creati sono così radicati che rallenteranno senza dubbio il processo di conversione - indispensabile se si vuol costruire la casa sulla roccia - ma si dovrà camminare in quella direzione.
Nel futuro bisognerà ridisegnare uno spazio nuovo, senza mettere fuori gioco nessuno. I palestinesi dovranno avere prospettive chiare, definitive e precise, come suggerisce il cardinal Pierbattista Pizzaballa. Un vero progetto di pace non prevede l’eliminazione di nessuno. Credo che sia utopia pensare che distruggendo Hamas si riesca a sradicare il problema. Anche un piccolissimo gruppo residuo di miliziani in azione di guerriglia potrebbe destabilizzare il Paese. Nella storia abbiamo troppi esempi di tale strategia distruttiva, come le guerriglie in Sudamerica, in Africa, nella Casba di Algeri o nell’isola di Mindanao nelle Filippine: se Hamas dovesse fare questa scelta, credo che nessuno straniero poserebbe più piede su quella terra chiamata «santa».
Invece il progetto di pace, frutto di conversione e perdono, non è utopia. Dovrebbe anche aiutare a sostenere la proposta di uno Stato unico, dove tutti hanno gli stessi diritti e doveri: d’altra parte, sul territorio di quella terra santa transitano ogni giorno migliaia di pellegrini e turisti con diverse religioni, culture e sensibilità che, con le loro differenze non limitano, ma arricchiscono lo sviluppo del Paese.
d. Renato Rosso
Da https://www.mondonomadi.it/ Settembre 2023
Ndr: Nel rispetto delle leggi sulla privacy dei minori e per volere di d. Renato alcuni link sono stati omessi
Amici,
terminando i 50 anni di convivenza con gli zingari, vi trasmetto i principali progetti degli ultimi 30 anni. Troverete i titoli delle attività svolte e una descrizione molto generale con la possibilità di approfondire i vari progetti dando uno sguardo ai testi e alle immagini, che possono offrire elementi nuovi. Questa è una lettera personale, ma per la privacy chiediamo di non pubblicare foto o video dove compaiono bambini.
UN MINUTO E MEZZO PER COMINCIARE
Sotto le tende degli zingari
GRUPPI NOMADI INDIANI
Lungo gli anni, in tempi diversi, abbiamo creato progetti di alfabetizzazione e scolarizzazione, di salute e di fede per tutti questi gruppi.
1. Hakipikki
Sono nomadi indiani cacciatori del Karnataka, Maharastra e Tamil Nadu.
2. Rabari
Nomadi pastori che vivono specialmente in Rajasthan, Gujarat, Madia Pradesh.
3. Gadiya Lohar
Nomadi indiani, artigiani del ferro
4. Nari Korawas
Nomadi del Sud-India, oggi sono lavoratori di bigiotteria.
5. Bavari
Nomadi indiani che in passato modellavano le statue delle divinità per le celebrazioni religiose; oggi costruiscono statue in cemento bianco e le vendono ai bordi delle strade.
6. Scalpellini
7. Eunuchi
8. Pardi
NOMADI BARA, MADAGASCAR (progetto in corso)
Questo è l’ultimo progetto con i nomadi Bara del Madagascar.
Il mio primo incontro con loro mi ha dato la possibilità di vedere in quale drammatica situazione vivevano e alcune possibilità di intervento grazie ai francescani che vivono presso di loro.
Il progetto è stato iniziato da Fr. Pascal, mentre Fr. Felix lo ha amministrato fino al 2022, passando ogni mese, a piedi, in 30 centri che sono nati ai confini di una vallata lunga 200 chilometri dove vivono i nomadi Bara. Sono nate 30 cappelle, alcune chiese e 30 scuole, alcune delle quali molto semplici. Le scuole sono supervisionate da un’insegnante che ha una buona esperienza e una forza straordinaria, che le permette di fare da 4 a 6 ore al giorno su e giù per quelle impervie montagne. A seguire i catechisti ci ha pensato personalmente Fr. Felix (e ora ancora Fr. Pascal), con la stessa difficoltà e fatica. C’è poi l’assistenza sanitaria di un’infermiera e un signore che si intende di agricoltura e ha già fatto veri e propri miracoli.
PROGETTO SCUOLE MOBILI
È stato creato per consentire a questi gruppi di zingari nomadi o semisedentari di avere accesso ad un minimo di strumenti culturali (leggere, scrivere ed esercitare il pensiero) che possa garantire loro una condizione di vita più dignitosa ed umana o almeno, non così emarginata.
SCUOLE MOBILI CON ZINGARI PASTORI, INDIA
Nel 2001 nei villaggi della regione di Jabua, 40.000 bambini facevano i pastori a tempo pieno. Le loro famiglie accampate nelle periferie di grandi città lavorando in diversi settori (edilizia, ferrovie, asfalti etc.) lasciavano i bambini soli nei loro villaggi, ad occuparsi del pascolo.
Nasceva per sei mesi all’ anno una società dei bambini. Con essi abbiamo iniziato le scuole mobili che oggi hanno cambiato la loro vita.
SCUOLE SEMISEDENTARIE (progetto parzialmente in corso)
Scuole per bambini nomadi in aree semisedentarie.
MAHALI DEL NORD, BANGLADESH
Due famiglie che appartengono al gruppo tribale nomade dei Mahali vivono nella periferia di Rajshai, in un territorio che abbraccia diverse parrocchie. La maggior parte dei Mahali sono cristiani cattolici. La loro attività lavorativa è quella di confezionare cesti e oggetti di vario genere, comunque sempre intrecciati con lamelle di bambù. Da oltre 20 anni, due famiglie che appartengono a questo gruppo gestiscono una serie di progetti riguardanti la scuola, la salute e la catechesi.
INIZIATIVE A DAMKURÀ, BANGLADESH (progetti conclusi)
A Damkurà abbiamo un’organizzazione che si occupa di scolarizzazione, salute e artigianato presso i gruppi Mahali della regione: nomadi e semisedentari. Personalmente negli ultimi anni ho investito per questo gruppo la maggior parte delle risorse che avevo a disposizione.
PROGETTO PREPARAZIONE ALLA MATURITÀ (progetto in corso)
A Damkurà, per tre mesi all’anno, si preparano gli studenti (ragazzi e ragazze) per due tipi di esami: da inizio novembre a gennaio compreso, studiano gli adolescenti che dovranno sostenere l’esame di quinta ginnasio, mentre da inizio dicembre a fine febbraio studiano coloro che si preparano alla maturità liceale per avere accesso all’Università. Nei tre mesi di preparazione, gli studenti hanno vitto e alloggio in una struttura di due piani costruita per questo servizio. Il coordinatore di questi corsi, David Murmu, sceglie per questi mesi i migliori insegnanti e propone un ritmo di lavoro dalle 4 del mattino alle 11 di sera con un’ora di riposo e, ovviamente, i vari intervalli tra le ore di lezione e quelle di studio, dei pasti e due tempi di preghiera al giorno. I corsi sono massacranti, ma sorprendenti: il 97-99% di essi sono promossi, mentre nelle altre scuole i promossi non superano il 50%. Gli studenti stessi pretendono quel ritmo perché ne conoscono il risultato. Tutti i giovani di Rajshai vorrebbero prepararsi agli esami con David Murmu, ma i posti sono limitati a 110 e ogni anno bisogna vedere quanti soldi arrivano per sovvenzionare questa bella pagina di storia.
PROGETTO SALUTE PER I VILLAGGI SPERDUTI A DAMKURÀ
I SAHARAWI, ALGERIA (progetto in corso)
Nel 1974 il Marocco aveva occupato il Sahara Occidentale e un gran numero di beduini nomadi fuggirono dal loro deserto riparando nel deserto algerino. Oggi questi 184.000 Saharawi sono accampati a 400 Km di distanza dal confine col Marocco in 5 accampamenti.
Essi, per sopravvivere, hanno dovuto affidarsi a Governi, Municipalità e istituzioni caritative di tutto il mondo che, in queste ultime decine di anni, hanno dovuto provvedere a tutto.
Il primo progetto che propongo è quello dei bambini epilettici nei campi dei Saharawi presso Tindouf, in Algeria. Dal 2008, dopo alcune visite che ho effettuato sul luogo e brevi permanenze insieme alla signora Rossana Berini, che poi continuò a vivere quasi permanentemente in quei campi, si è deciso di aprire una porta di speranza per circa 220 bambini e alcuni più adulti, malati di epilessia. Coadiuvati da neurologi che hanno continuato a fare visite sul posto, con EEG e visite specializzate, abbiamo cominciato ad offrire le cure necessarie per chi soffriva di questa malattia.
Dal 2008 ad oggi la nostra Ruah Onlus (oggi RE.TE) ha offerto i medicinali per 100 bambini, per una somma equivalente a 10.000,00 euro ogni anno. Un’altra organizzazione spagnola ha provveduto ad altri 100 malati e una terza organizzazione si sta occupando di altri 20.
Per saperne di più, ecco alcune immagini d’archivio dal 2008 al 2020 e alcune del 2021-22
GLI ZINGARI DEL MARE: I BAJAU, FILIPPINE (progetto in corso)
In Indonesia, Malesia e Filippine, milioni di famiglie vivono sul mare, spostandosi con barche o case galleggianti, o ancora su palafitte che non potrebbero resistere alle onde del mare, se non fossero protette da vere e proprie dighe di mangrovie.
Pur avendo cercato collaboratori nei tre Stati, solo nelle Filippine, nel 1994, ho incontrato giovani coraggiosi, disposti a lavorare nel rischio permanente nel cuore del terrorismo che da anni lacera le coste delle isole di Basila, Jolo, Tawi Tawi e Siasi.
Dal 1984 al 1994 un centinaio di cristiani, catechisti e religiosi, compresi un Vescovo e il suo segretario, furono sacrificati. Nel 2017 due dei nostri insegnanti furono sequestrati per 43 giorni e nel 2019 due bombe nella cattedrale di Jolo provocarono 74 morti e un centinaio di feriti.
I Clarettiani hanno accettato la sfida di lavorare con questo gruppo di nomadi del mare, occupandosi in primo luogo di scolarizzazione, ma anche di artigianato e di proposte alternative per un’alimentazione più adeguata, che prevenga le malattie della povertà. Dal 1994 la nostra Pastorale dei Nomadi sostiene un progetto di sostegno alla scuola e alla salute.
CATECHESI NELLE COMUNITA' BHILL, INDIA
Raccogliendo l’eredità del grande catechista e artista Gabu D’Amor, è nato un progetto di catechesi molto coinvolgente. Gabu aveva composto 600 canti che hanno raccontato tutta la Bibbia nella lingua del proprio gruppo tribale Bhill e, per non perdere tale patrimonio della Chiesa, una ventina di giovani guidati da John Mandorian hanno iniziato serate di show nelle varie parrocchie e comunità, cantando e drammatizzando le pagine più belle del Vangelo. Nel 2020, con le restrizioni dovute alla pandemia da Coronavirus, l’attività è stata ridotta a incontri rispettosi della distanza sociale tra i partecipanti. Dalla fine del 2021 le attività sono state riprese normalmente.
TRA GLI ASTROLOGI DI MANDURAI, INDIA
Il progetto riguarda 7 famiglie che hanno adottato 70 bambini (10 per ogni famiglia). Avevo incontrato un gruppo di circa 1.000 famiglie, ancora molto impegnate nella loro attività di chiromanti, cartomanti e maghi in genere, che esercitavano ogni forma di magia. La gente ricorreva e ricorre ancora a loro spesso per il malocchio o forme simili. Anche se molti sono diventati cristiani, la maggioranza continua l’attività di sempre, perché non sa come sopravvivere diversamente. Essi però sarebbero contenti che i loro figli facessero una vita diversa dalla loro. Ecco una soluzione: le prime 7 famiglie diventate cristiane e con alcune doti in più hanno accolto 10 bambini per ogni famiglia, offrendo loro non solo il vitto, ma anche la vita di famiglia, con la possibilità di andare a scuola e al catechismo con i loro figli naturali e di partecipare alla vita della parrocchia. In questi vent’anni alcuni dei bambini adottati hanno raggiunto la scuola superiore e altri si sono sposati. I genitori naturali dei bambini adottati sono contenti che i loro figli possano vivere una vita diversa e più dignitosa della loro. Il progetto è amministrato da una famiglia veramente carismatica, che ai bambini adottati offre non solo il vitto, ma anche la scuola e una vita quasi comunitaria tra le 7 famiglie adottanti. È stato preteso che il marito e padre della famiglia adottante abbia un lavoro rimunerato, affinché la famiglia non debba dipendere unicamente dai bambini adottati. La famiglia che gestisce il progetto (il capo famiglia, Rajangam, è pure insegnante in una scuola statale) è anche impegnata nello stimolare l’intero gruppo a crescere con nuovi diritti e doveri, organizzando manifestazioni in collaborazione con le autorità governative, proponendo attività di vario genere nell’area della scuola, della salute e dell’aggregazione sociale. Rajangam fa anche un prezioso lavoro di sensibilizzazione tra una decina di gruppi tribali nomadi e seminomadi della regione.
GRUPPO BANJARA, INDIA (Progetto in corso)
Chiamati anche Lambadi o Lambadies, in passato li abbiamo accompagnati con le scuole mobili. Oggi con scuole sedentarie e catechesi in due parrocchie interamente del gruppo Banjara.
I Banjara, presenti in varie parti dell’India, formano uno dei gruppi più significativi e vicino ai nostri zingari europei: Sinti, Rom, Kalon, Manush e quanti altri. Specialmente in passato erano i trasportatori di beni ed erano i banchieri dei re. Si spostavano a gruppi da 100 a 2.500 persone: un vero esercito.
Specialmente le donne sfoggiano abiti dai colori sgargianti, generalmente cuciti a mano da chi li indossa. Cariche di argento, ci tengono a mostrare la loro identità e l’appartenenza a un gruppo glorioso. Nella quotidianità, come nelle feste, ogni donna può caricare al collo, alle orecchie, ai piedi, alle mani e ai fianchi, fino a 5 kg di argento finemente lavorato.
Nella regione Centro-est dell’India, un gruppo molto significativo di questi nomadi ha accolto la Chiesa Cattolica, orgoglioso di appartenervi. I bambini vanno a scuola e alcuni adulti sono culturalmente ben preparati. Uno di questi, Ashok, ha fondato una ONG molto attiva, rivolta soprattutto a specializzare i giovani in alcuni mestieri: scuola di computer, sartoria, manufatti artigianali di vario tipo. In particolare, per le donne si cerca di incentivare la lavorazione di borse e altri oggetti finemente ricamati. Si possono comprare questi pezzi di artigianato anche attraverso Amazon. Vedere su Internet: “handicraft embroidery Banjara Bellary”.
I MUKUVAR, INDIA
Pescatori poverissimi che, specialmente in passato, si muovevano tra il Kerala e il Gujarath. Oggi si spostano solo per due mesi, quando al sud il pesce manca totalmente. Quando le reti restano vuote, la maggior parte di loro non si sposta più e per vivere chiede prestiti a un gruppo di strozzini che ben volentieri imprestano quanto vogliono. Dopo due mesi, quando si ricomincia a pescare il pesce, il denaro dev’essere restituito ai creditori che per tutto l’anno si ricompensano abbondantemente per i prestiti offerti. Come i pescatori arrivano a riva, il pesce va subito nelle mani dei creditori e lasciano una piccola quantità al pescatore, senza la quale non potrebbe vivere e non potrebbe continuare a pescare continuando a soddisfare i creditori. Da diversi anni aiutiamo specialmente le bambine per la scuola e alcune hanno già raggiunto la scuola superiore. Oggi se ne occupano le Suore Luigine. Vedere su Internet “pescatori mukuvar del Kerala”.
I JAJABOR DI SAVAR, BANGLADESH
Savar è un centro privilegiato per incontrare i Jajabor (Bede) del Bangladesh. Per 2 mesi all’anno circa 10.000 zingari Bede si riuniscono nella periferia di Dhaka, a 40 minuti dal centro della capitale. Lo scopo di questa riunione è di celebrare le due principali feste religiose, i matrimoni e ancora i genitori che hanno figli già adolescenti, si preoccupano di conoscere meglio i ragazzi e le ragazze che dovranno poi scegliere come mariti o mogli per i propri figli. I figli sanno con certezza che i genitori sceglieranno il meglio per la loro vita coniugale e non vivono come un’imposizione la scelta dei genitori: sarà il dono più grande e l’ultimo che riceveranno dai genitori. Da 15 anni a Savar vive una famiglia (marito, moglie e due figli di 18 e 14 anni): oltre al loro lavoro, che svolgono nella comunità come insegnante e fisioterapista, sono anche una presenza cristiana che testimonia cosa significa essere cristiani in mezzo a una comunità al 100% mussulmana. Negli ultimi 15 anni si sono alternate progetti con loro, riguardanti la scolarizzazione e la salute. Seguono alcune foto (durante il Covid-19) delle ultime 100 mamme con bambini al di sotto dei 6 mesi che hanno ricevuto ciascuna quattro tipi di integratori per aumentare la produzione del latte, beneficiando sia le mamme, sia i bambini.
OPERATI A CUORE APERTO, INDIA (progetto oggi sovvenzionato da un’istituzione tedesca)
Da una decina di anni, Padre Chinnappan, ex cappellano nazionale della Pastorale dei Nomadi in India, amministra un progetto riguardante la salute dei bambini. Un bambino zingaro, che aveva subito un intervento a cuore aperto, aveva messo in moto diverse autorità ospedaliere, politiche, assistenziali ed ecclesiali per raggiungere i quasi 2.000 euro necessari all’intervento. Quel fatto ha detto a voce alta che esisteva il problema di tanti bambini malati di cuore che necessitano interventi chirurgici anche molto complessi. Padre Chinnappan ed io abbiamo creato una fondazione per quello scopo. Dal 2004 al 2007 sono stati eseguiti solo 15 interventi. Dal 2007 allo scorso anno 860 interventi, tutti a cuore aperto.
GLI ZINGARI DEI FIUMI, BANGLADESH
I Jajabor del Bangladesh fanno diverse attività. Gli uomini per lo più sono incantatori di serpenti, le donne spesso andando nei villaggi curano i malati con metodi molto rudimentali, mescolando magia e medicina. Altri vendono bigiotteria, altri ancora fanno i circensi di strada. Sono tutti mussulmani. Pur essendo nomadi e senza proprietà privata, vivono del loro lavoro e mai di furto. Con loro, specialmente nei primi 25 anni, abbiamo investito in progetti di scolarizzazione e salute.
CORSI PER INSEGNANTI
Oltre 200 insegnanti delle scuole mobili e semisedentarie hanno avuto una settimana di aggiornamento.
IN BANGLADESH, LA MIA CASA E I MIEI VICINI
Con gli zingari dei fiumi, la mia casa è una barca, con coloro che si accampano vicino alle strade, la mia casa è una tenda e nelle aree semisedentarie è una palafitta.
Nel 2014 la PNB (Pastorale dei Nomadi in Bangladesh) ha iniziato un intervento sanitario nell’Area della prevenzione della Talassemia.
BICCHIERE PULITO
Da luglio a dicembre del 2019 un centinaio di studenti a Khulna e a Rajshai hanno iniziato la campagna del bicchiere pulito.
CICLONE AMPHAN
In Bangladesh, dopo i primi mesi di pandemia, si è aggiunto il ciclone Amfan, che ha forzato oltre due milioni di persone a vivere in 2000 rifugi (per cicloni), per molte settimane, senza alcuna distanza sociale. Alcune migliaia di loro si sono riparati sotto stracci di tende, senza acqua potabile, né servizi igienici, mentre la pioggia imperversava. Le varie organizzazioni come la Caritas, le Congregazioni religiose e alcuni gruppi diocesani si sono rimboccati le maniche in questo momento di grave emergenza. Un particolare che merita qualche riga è il fatto che il governo, abbastanza efficiente (almeno in questo caso), ha organizzato vari aiuti per le famiglie musulmane colpite gravemente, mentre disse che i cristiani hanno molti amici cristiani in Europa e America, quindi possono farsi aiutare da loro. In quella circostanza avevo scritto una lettera per presentare un poco la situazione e molti di voi hanno risposto generosamente, per cui è stato possibile, oltre ai vari progetti che già sostenete, aggiungere un significativo aiuto a 400 mamme che allattavano i bambini nei primi sei mesi di vita. Il sostegno è consistito in quattro medicinali integratori (prescritti da medici specialisti) da assumere ogni giorno per sei mesi. Poiché nelle parrocchie colpite molti cristiani hanno avuto circa 250 case completamente distrutte e una cinquantina senza più il tetto, con i vostri aiuti è stato possibile rimettere in case decenti quasi 300 famiglie. Altre organizzazioni hanno provveduto a cibo, vestiario e beni di prima necessità. Potete prendere visione delle foto da Internet “Ciclone Amphan in Bangladesh”.
PROGETTO NOXI KHANTA
“Dall’artigianato della Khanta (ricamo Bengalese) è nato un progetto che è stato molto apprezzato ed ha raggiunto tante delle vostre case. Sono stati preparati 4 volumi sulla Bibbia con 80 immagini bibliche ricamate da mamme bengalesi, dalla Creazione alla Resurrezione di Gesù. Le immagini hanno una Chiara connotazione orientale o meglio Indiana. Ogni quadro richiedeva in media 24 giorni lavorativi. Era possibile prenotare i quadri un anno in anticipo. Oggi esiste una serie solo per delle mostre, ma il lavoro non continua perchè alcune donne sono diventate “anziane” e non possono continuare, altre più giovani hanno trovato attività alternative.
ITALIA E BRASILE
I 12 anni vissuti in Italia e gli 8 anni in Brasile non hanno alcuna documentazione fotografica, perché gli zingari erano allergici alla fotografia.
Sentitamente ringrazio Vincenzo Ricotta e Antonella Saracco che hanno reso possibile questa lettera.
Don Renato Rosso
Abbiamo appena chiuso la nostra Ruah Onlus e siamo ospitati da un ramo del Sermig dedicato alla Pastorale dei Nomadi, per cui i nostri dati bancari sono i seguenti:
ASSOCIAZIONE SERMIG RE.TE. PER LO SVILUPPO ONLUS
PIAZZA BORGO DORA 61, 10152 - TORINO (ITALIA)
C.F. 97526870015
IBAN: IT29 P030 6909 6061 0000 0001 481 Banca Intesa San Paolo
CAUSALE: PASTORALE DEI NOMADI
Gerusalemme, aprile 2023
Cari amici,
c'è un tempo per correre, un tempo per camminare e un tempo per stare seduti. Io sono al terzo tempo, ma con gioia. Negli ultimi anni solitamente passavo un paio di mesi all'anno in Israele-Palestina visitando i Beduini e nel resto del tempo attendendo i pellegrini a Nazareth, con il ministero della confessione.
Anche quest'anno sono venuto pensando che, dopo i 50 anni di vita zingaresca, avrei potuto fermarmi anche di più e sembra che il Signore sia stato d'accordo con me regalandomi una severa doppia sciatica, con osteoporosi e artrite ad alcune vertebre che hanno provocato una stenosi al canale del midollo dell'80%, con reumatismi alle gambe (regali anche dell'umidità bengalese). Il tutto mi ha bloccato a stare seduto. In piedi, fermo, non posso stare più di mezzo minuto, ma posso camminare con un'autonomia di 100 metri, poi il dolore mi piega. Seduto, invece, posso rimanere tutto il giorno, senza alcun problema. Se anche mi fosse venuta la tentazione di scappare e tornare nella foresta dove mi son sempre trovato così bene, non avrei potuto. E mi pare che anche dopo un intervento chirurgico, che sarà pur necessario, ormai le ossa dettano legge.
Il tutto non mi dispiace, infatti poter fare ancora un servizio prezioso, anche da vecchio (78 anni) come sto facendo, non posso che considerarlo un dono.
I Progetti con gli zingari li posso seguire anche da qui, poi, se la salute mi permette qualche visita ai collaboratori, tanto meglio. Essi sono molto bravi e adulti e possono lavorare bene anche senza la mia presenza fisica permanente. Fin quando i benefattori vorranno contribuire, io ci sono.
Sono in ritardo nello spedirvi la lettera resoconto di questi ultimi anni, ma arriverà presto.
Vi saluto e vi comunico che da questa settimana, sul settimanale di Faenza e Modigliana, usciranno per 51 settimane degli articoli che ho preparato sulla storia di Gesù. Chi desidera leggerli me lo comunichi e io posso farli spedire settimanalmente sul vostro Whatsapp. Per favore inviatemi il vostro Whatsapp (anche se di qualcuno ce l'ho già).
Dio continui a benedirci.
Don Renato lo zingaro
renatorosso677@gmail.com
Luglio 2022
Carissimi, da gennaio '22 mi sono fermato in Bangladesh a curarmi della lebbra che ho contratto lo scorso anno. Faccio tre sedute di terapia alla settimana nell'ospedale per malati di lebbra. I medici mi dicono che la cura dura un anno, quindi restano ancora 6 mesi.
Due settimane fa, in seguito a un malessere, mi sono ricoverato in un piccolo ospedale. Dopo due giorni la mia situazione respiratoria problematica mi ha forzato ad andare in un altro ospedale, il migliore della cittá di Khulna. Nei due giorni seguenti sono passato in tre reparti diversi, sempre piú organizzati, fino all'Unitá intensiva. Io non riuscivo a respirare e mi sentivo morire. Si trattava di un versamento pleurico + polmonite virale + Covid-19 molto aggressive (quando in Bangladesh quasi non esiste il problema Covid).
A mezzanotte, con molta umiltà, il responsabile dell'Unitá intensiva comunicó che non ce la facevano a salvarmi: in 18 ore non erano riusciti a far salire l'ossigeno da 91 e io andavo peggiorando.
I cari Saveriani, missionari in Bangladesh, da quel momento presero in mano la situazione, con la decisione di trasportarmi in autoambulanza alla capitale nell'unico ospedale che avrebbe potuto tentare di farmi sopravvivere. Il Superiore dei Saveriani, Pier Lupi, mi accompagnó personalmente nell'ambulanza (5 ore di viaggio, mentre stavo morendo) e rimase nella capitale per 10 giorni, visitandomi ogni giorno, facendo i pagamenti ogni due giorni fino alla dimissione.
La fraternitá é un dono straordinario. L'avevo giá sperimentata durante i 15 giorni in coma a causa della malaria cerebrale: mentre ero infetto, due amici preti si erano alternati 12 ore ciascuno per tutto il decorso della malattia, con il rischio di ammalarsi di una malattia quasi sempre mortale.
Solo dopo 7 giorni il primario di quel settore ospedaliero mi disse che da quel momento si poteva sperare di farcela. Per tre giorni sono stato tra la vita e la morte, sentendomi soffocare e anche convinto che non sarei sopravvissuto. É stata una delle piú grandi fatiche della mia vita, ma è la stessa fatica che hanno fatto in tanti, almeno quello che poi sono morti di Covid.
Per tirarmi su da quel pozzo i Saveriani hanno anticipato quasi 5000 euro e non esistevano alternative. Ovviamente tutto viene restituito. Poiché qualcuno di voi mi disse che avrebbe voluto contribuire a questa spesa e da parte mia non voglio usare dei soldi per i poveri, accetto di fare il mendicante. Siamo in tanti amici, per cui sono sufficienti piccole offerte, anche 10 Euro e copriremo la spesa. I bengalesi poveri, quando devono affrontare una grossa operazione in ospedale o una grande spesa, fanno la colletta tra gli amici e chi ne ha tanti risolve il problema. Io sono stato aiutato e adesso voglio aiutare gli altri.
I miei polmoni erano mal ridotti ma oggi, dopo 15 giorni, grazie alle Vostre preghiere, sono quasi normali. Mi sto riprendendo piú in fretta di quanto potessi sperare.
Dio ci benedica.
don Renato
Si puó inviare la piccola offerta all'Ufficio Missionario di Alba.
CONTO CMD UniCredit
ALBA-P.ZA CRISTO RE, 1.
12051 ALBA CN.
UFFICIO MISSIONARIO DIOCESANO.
IBAN IT 79 S 02008 22511 000010355512
Codice BIC SWIFT:UNCRITM1T01
Causale: per don Renato
Maggio 2022
Ho appena ricevuto alcune notizie dal francescano Padre Pascal, che mi informa sul penultimo progetto con i nomadi Bara del Madagascar. Ero stato prima della pandemia a visitare questo gruppo di nomadi e ne era nato un programma a cui sono molto affezionato. Il mio primo incontro con loro mi ha dato la possibilità di vedere in quale drammatica situazione vivevano e alcune possibilità di intervento grazie ai francescani che vivono in quella regione. Non conoscevo quasi nulla di quella regione. Avevo solo visto I disegni dei baobab dell’asteroide B-612, ma non quelli veri del Madagascar.
Foto da La Gazzetta di Alba
Avevo chiesto informazioni su quel gruppo di cui avevo solo sentito parlare, ma incontrarli e’ stata un’esperienza che ha catturato il mio desiderio di fare qualcosa con loro. Per raggiungerli con alcuni accompagnatori, avevo camminato sette ore e mezza per attraversare la lunga catena di montagne che li separa dal resto del mondo. Quando arrivai era quasi notte ed io, a causa della stanchezza, avevo solo bisogno di fermarmi per un riposo prolungato, ma bisognava accogliersi a vicenda, come si usa presso tutti i gruppi tribali nomadi. C’era un silenzio che da anni non sperimentavo più, senza elettricità, né radio, televisori, cellulari e nulla di tecnologico che disturbasse quell'apparente pace sconosciuta. Mi sembrò di essere in un paradiso terrestre, ma il “serpente” non tardò ad arrivare. Dopo la cena e un riposo prolungato, al mattino cercai di uscire da quel coma e guardarmi attorno. Una signora trentenne era seduta vicino alla sua capanna visibilmente malata e ingenuamente domandai di che si trattava e mi risposero che era malata. Verso le nove un gruppo di Bara arrivò al villaggio del capo con un bambino appena morto.
Io pure domandai per quale malattia era morto e mi dissero: “Era malato”. Compresi che là, in quell’altro mondo, nessuno sa perché ci si ammala e nessuno sa perché si muore. La scuola è il pascolo degli zebù. La lingua che si parla è quella degli zebù. La loro ricchezza sono gli zebù stessi.
Potrebbero vivere almeno con una buona alimentazione a base di latte, formaggio e carne di zebù, ma il capo, che ne possiede almeno 300, fa di tutto per non macellarli perché sono il suo potere. Anche chi non lo conosce lo rispetta perché ha 300 animali, in quella vallata di circa 200 chilometri. Subito pensai che era stupido, poi mi ricordai che la regina Elisabetta d’Inghilterra ha un castello con 400 stanze tutte riccamente ammobiliate che non usa, ma se non le avesse non sarebbe regina.
Ho poi visto in lontananza un'immensa risaia o almeno pensavo che fosse piantagione di riso, ma erano tutte canne selvatiche cresciute in mezzo metro d’acqua. Istintivamente dissi con loro che se crescevano le canne con tutta quell’acqua delle montagne anche una bella risaia avrebbe potuto sostituirle. Bisognava comunque come primo passo pensare alla scuola ma, per costruirne una, tutto il materiale necessario doveva essere trasportato da sette ore di distanza attraverso le montagne.
Sono passati più di due anni. Si è costruita una piccola fornace per i mattoni e poi, passo a passo, le aule, mentre la scuola era provvisoriamente iniziata nel villaggio e nella casa del capo. Nella periferia della vallata sono nate 30 scuolette e altrettante cappelle, punti di riferimento per migliaia di persone.Il progetto é amministrato da Padre Felix , passando in un mese, a piedi, in 30 centri che sono nati ai confini di quella vallata dove vivono i nomadi Bara. Sono nate 30 cappelle, alcune chiese e 30 scuole, alcune delle quali molto semplici. Le scuole sono supervisionate da un’insegnante che ha una buona esperienza e una forza straordinaria che le permette di fare da 4 a 6 ore al giorno su e giù per quelle impervie montagne. A seguire i catechisti ci pensa personalmente Padre Felix, con la stessa difficoltà e fatica. C’è poi l’assistenza sanitaria di un’infermiera, che offre preziosi insegnamenti sull’igiene per prevenire le malattie più comuni e conserva presso la scuola uno stock di medicinali più utili per le emergenze. C’è poi un signore che si intende di agricoltura e ha cominciato con la buona volontà di tutti a bonificare quella immensa risorsa invisibile. Ho da poco ricevuto una foto con il canneto trasformato in una risaia dove tre Bara ci stanno lavorando. Quest’anno alcuni di questi nomadi si sono trasformati in scolari, muratori, qualcuno aiutante infermiere e persino contadini. E il miracolo continua.
Don Renato
Khulna - Aprile 2022
Damkura è un centro abitato a venti minuti dalla Stazione Centrale di Rajshahi e il centro commerciale e abitativo di una estesa regione dove vivono i nomadi Mahali, oggi semisedentari. Essi sono costruttori di cestini e di una ricca oggettistica prodotta con lamelle di bambù e si spostano in piccoli gruppi di due o tre famiglie per supplire al fabbisogno delle famiglie nei piccoli villaggi. La maggior parte di questi tribali hanno accolto il cristianesimo e sono una preziosa testimonianza nella chiesa locale. Due fratelli, David e Robert che, pur nella povertà più disagevole hanno concluso l’Università ora si dedicano a tempo pieno al loro gruppo tribale. Essi si occupano della scuola, della salute e della catechesi. Il loro padre era catechista e oggi lo sono anche i due figli.
Con loro nacquero le prime scuole mobili in Bangladesh e, da quando gli alunni raggiunsero l’età della scuola superiore, i due fratelli cominciarono a preparare quegli studenti alla maturità, con un corso intensivo di tre mesi residenziali. Nei primi anni li ospitavano nella loro stessa casa, tuttora costruita in terra battuta, mentre oggi, in una costruzione apposita di due piani, possono ospitare in regime residenziale almeno un centinaio di giovani Mahali, ragazzi e ragazze. Le famiglie dei parenti, ma non solo, quando hanno problemi di salute vanno a bussare alla loro porta, certi di ottenere una visita medica, medicinali e anche qualche intervento chirurgico negli ospedali di Rajshahi. Essi, secondo il costume tribale, fin quando hanno soldi in casa li spendono volentieri per questa famiglia estesa. E non si limitano a dare un aiuto economico, ma li accolgono in casa loro, prima di una eventuale visita dal medico o per una convalescenza di alcuni giorni dopo un intervento chirurgico per farli rientrare a casa ben risistemati.
Nella loro casa che, come ho già detto, è in terra battuta, ma molto spaziosa, hanno pure adottato altri10 bambini, la maggior parte orfani o senza più una famiglia solida. La scorsa settimana, a Calcutta, due bambini dello stesso gruppo tribale, di cinque e sette anni, senza alcun altro parente in India sono rimasti orfani di padre e madre nel giro di un mese. I due fratelli si sono attivati per accoglierli, in pochi giorni hanno risolto tutti i problemi burocratici e i bambini sono arrivati ad abbellire la già numerosa famiglia a Damkura. Una parente, malata mentale, rimasta isolata, ha pure trovato un posto a casa loro come tutti gli altri membri della famiglia. David (Direttore esecutivo della Pastorale dei nomadi in Bangladesh) e fratello maggiore di Robert, nel 2019 ricevette il premio “Dhonnobad Sir” (premio della gratitudine) per essersi distinto nell’area dell’educazione. Era il decimo anniversario del giornale nazionale del Governo e in una festa per l’occasione con 23mila invitati, David ricevette il prestigioso premio dalle mani della Primo Ministro Asina e da altri otto ministri.
Dallo scorso anno sta nascendo un nuovo progetto che ci infonde molta speranza. C’è un numero indefinito di villaggi distanti da Damkura, anche a due o tre ore di motocicletta su strada brutta o sterrata. Uno dei gravi problemi di quei luoghi impervi è la mancanza totale di un qualche presidio sanitario. Là non arrivano medici, né infermieri, né medicine, ma soprattutto, nella mentalità comune manca la minima nozione di prevenzione e cura, ovvero l’idea che una visita medica, una medicina o un intervento chirurgico possano portare beneficio ed eventualmente permettere qualche decina di anni di vita in più.
Io non conoscevo quella realtà: dove arrivano i gruppi di zingari, generalmente arriva con loro almeno la medicina popolare. Alla fine dello scorso anno con Robert avevo visitato alcuni di quegli sfortunati villaggi e ne ero rimasto molto impressionato.
Il primo caso in cui ci imbattemmo fu quello di un giovane, un trentenne accasciato su se stesso, visibilmente malato. Interpellato, disse che da un mese e mezzo non riusciva a ingerire nulla e quando tentava di mangiare qualcosa, lo vomitava immediatamente. All’altezza dello stomaco sembrava avere una massa che bloccava tutto e, per giunta, il dolore non lo lasciava. Alla domanda: “Cos’ha detto il medico?”, mi ha sorpreso dicendo che dal medico non era mai andato e non sembrava nemmeno preoccupato per quello. Non domandò se avevamo qualche medicina o se potevamo fare qualcosa per lui. Probabilmente sapeva che doveva aspettare o la guarigione spontanea o la morte. Una signora vicino a lui, per scuoterci dal nostro stupore, ci mostrò una protuberanza che le era cresciuta sotto l’ascella e ci disse che aveva quel problema almeno da due anni, con un disturbo quasi continuo. Confessò che anche lei non aveva mai pensato di andare da un medico e soggiunse: “Cosa potrei fare? I medici qui non vengono, per andare in un ospedale ci vogliono soldi e noi dove li prendiamo?”.
Quel giorno Robert ed io abbiamo raccolto tutte le informazioni possibili sui due casi per parlarne con il medico al nostro ritorno. Il giorno seguente siamo tornati per prelevare quei due sfortunati e portarli all’ospedale per una prima visita e qualche esame, affinché il medico potesse rendersi conto di che cosa si poteva fare. Nei giorni seguenti una sorpresa dopo l’altra ci fece pensare che bisognava pur fare qualcosa. Un bambino di una decina di anni era caduto fratturandosi un piede e un ginocchio. Lo avevano fasciato ben stretto e coricato là su un pagliericcio a gridare e forse ad aspettare che le ossa si sistemassero e che rimanesse disabile per tutta la vita. In quel caso era chiaro che bisognava accompagnarlo subito in ospedale per un’ingessatura, cosa che abbiamo risolto quella sera stessa. Abbiamo poi incontrato un ragazzo di 19 anni che, in seguito a un incidente in cui aveva già perso una gamba, è rimasto a letto per due anni aspettando di amputare anche l’altra, poiché, a detta di un medico non era più recuperabile. Perché ha aspettato tanto? Perché per farsi tagliare una gamba ci vogliono soldi e lui non li aveva.
Io sono stato con Robert solo all’inizio, ma ora lui gestirà a tempo pieno il progetto con il fratello David: entrambi sono miei preziosi collaboratori da oltre vent’anni. Due giorni fa ho avuto una delle tante belle notizie che Robert giornalmente condivide con me. Una signora gravida, aveva avuto delle perdite di sangue quindici giorni prima del parto e continuava ad avere dolore. Robert interpellò telefonicamente il medico, che disse di portarla subito in ospedale perché poteva essere molto grave. Immediatamente ricoverata, con il taglio cesareo è stato salvato il bambino che, a detta del medico, avrebbe quasi sicuramente perso.
Uno dei primi lavori che abbiamo cercato di fare è stato di selezionare alcuni medici bravi, ma specialmente onesti. Si sono resi disponibili un ortopedico e tre medici generici, che alla sera, arrivando dai villaggi, potranno essere interpellati, ma che già durante la giornata possono essere consultati per i casi più gravi. Venerdì scorso c’è stato un mini-campo medico vicino a Beniduar, dove sono arrivate una quindicina di persone. Robert ha parlato loro di alcune precauzioni da prendere riguardo all’igiene, specialmente in questo periodo di Covid-19. In seguito, ciascuno ha esposto il suo problema. Alcuni avevano solo bisogno di uno sciroppo per la tosse o di qualche pomata, ma quattro di loro, con problemi abbastanza seri, prima che terminasse quell’incontro, hanno potuto parlare via internet con un medico che si trovava a Rajshahi e che aveva dato la sua disponibilità per sentirli (ovviamente, non in tutti i villaggi c’è la possibilità di una connessione internet e in quei casi si usa solo il telefono). Tre di questi sono tornati con Robert a Damkura dove hanno passato la notte a casa sua per poi, al sabato mattina, essere accompagnati da Robert stesso all’ospedale.
Nell’ultima lettera circolare vi avevo già parlato di alcuni malati che cercavamo di aiutare: Masum con otto calcoli renali; Bidu con un ictus; la mamma di Abdullah che necessitava di un intervento all’intestino, mentre a Suscanto dovevano praticare l’angioplastica per dilatare due arterie quasi otturate e poi procedere a operarla per un brutto tumore alla tiroide (questi ultimi due interventi sono stati effettuati, pare con successo).
Per tornare al papà di trent’anni, sempre nell’ultima lettera vi avevo domandato: «Ma voi vi sentireste di dire a questo giovane papà: “Muori in pace perché le tue operazioni costano troppo e con questi soldi si potrebbero curare una ventina di malati?”. Se io fossi stato al suo posto sarei invece stato contento di sentirmi dire da qualcuno: “Stai tranquillo, piuttosto andiamo a rubare, ma le operazioni te le faremo fare”. Io poi ho la fortuna che non devo nemmeno andare a rubare, perché ho tanti amici, che sono la più grande preziosità che esista al mondo». In ultimo vi chiedo di pregare perché questo progetto possa alleviare la sofferenza di tanti malati.
Don Renato
Febbraio 2022
Carissimi, sostituisco la lettera che comunemente invio a Natale, con due articoli pubblicati su Gazzetta d'Alba. Sono due testimonianze che sono state molto importanti per la mia vita e adesso ci hanno lasciati. Prima della Quaresima spero di inviare una Lettera-Progetto sulla salute nei villaggi perduti del Nord-Bangladesh. A presto
Suor Michelangela, una suora di razza
La nostra Diocesi ha perso uno dei più solidi pilastri della Missione albese: una femminista con tanta energia da poter difendere anche gli uomini. Lavorava instancabilmente per tutti: bambini di strada, donne, uomini, anziani, malati; ma specialmente era sempre al fianco di chi soffriva per l’ingiustizia. Guai a coloro che si mettevano contro di lei: non c’erano compromessi che la fermassero. Se doveva difendere qualcuno o una comunità, andava avanti come un caterpillar, senza arrestarsi.
Non posso dimenticare il fatto che, in questa lotta contro l’ingiustizia, non era sola. La comunità di suore Luigine in cui viveva suor Michelangela variava da quattro a cinque sorelle, tutte ben equipaggiate per agire in una missione che chiede tutto: energia, intelligenza, creatività, santità e tanto amore sempre a rischio.
Lottatrice tra le più “pericolose” che abbia conosciuto in missione, visse la terribile dittatura di quegli anni e la post-dittatura, durante la quale tanti religiosi e laici cristiani diedero la vita. Poco dopo che la suora era entrata in missione, iniziarono infatti le lotte in difesa dei “senza nulla”. I militanti come suor Michelangela si univano a gruppi di volontari e occupavano le terre dei latifondisti, i quali, armati fino ai denti, difendevano le loro ricchezze a costo di massacrare gli innocenti che cercavano solo di sopravvivere. In quegli anni, in Brasile, la media era di un morto - prete, suora, cristiano impegnato - ogni 36 ore.
La società brasiliana, sempre più malata, da un lato produceva miseria e violenza nei confronti delle donne - ricordo un bambino di sei anni che, camminando per la strada, invitava gli uomini ad andare a casa sua, da sua madre, per sole “mille lire”- e, dall’altro, la stessa società mandava avanti degli eserciti schierati a difendere gli innocenti, i “tagliati fuori”. Nacque così la pastorale delle prostitute e suor Michelangela era là. Si intensificò una pastorale per i bambini di strada, che raggiunsero i 23milioni, e Michelangela era là. Nacque la pastorale per difendere le terre rubate dai ricchi e Michelangela era là.
Intanto crescevano le Comunità di Base per coscientizzare le nuove forze. In difesa dei lavoratori, germogliò anche una politica nuova, veramente evangelica, che poi cambiò il Brasile, e Michelangela era là: contribuiva con i suoi interventi a trovare soluzioni per questo nuovo Paese. C’era un gruppo ecclesiale veramente “pericoloso”: quando si riunivano alcuni Vescovi come Helder Camara, Casaldaliga, Josè Maria Piris, Ars, Lorshaider, non c’era da stupirsi di trovare in mezzo a loro anche alcune donne come suor Michelangela e altre, forgiate con una tempra irriducibile.
Con queste poche parole, scelte per tratteggiare un miniprofilo di Michelangela, potrei dare l’impressione di una donna impegnata come tante altre a lottare per l’indipendenza del Paese e basta. Ma la persona di cui sto parlando era inesauribile nelle sue risorse. Chi era questa donna? Una suora di razza, una di quelle di una volta.
La ricordo quando venne a salutarci in Seminario, prima di partire, già con la divisa della missione, tutta bianca. Mi ero commosso: mi sembrava un angelo, ma chi poteva immaginare che cosa si nascondeva sotto quelle piume di acciaio?
Dedicò tutta la sua vita al Brasile, dove ha predicato il Vangelo, celebrando il culto domenicale. Diventò subito ministra dell’Eucarestia - tra le prime - e confessore, come già Caterina da Siena: in ciò non è stata tra le prime, ma tra le uniche (cosa possibile perché si trovava in Brasile, con un vescovo come mons. Quirino di Teofilo Otoni).
Voi, amici di Michelangela, se siete italiani non perdete tempo a chiedere grazie o miracoli a questa suora, perché anche dal Cielo continua a vivere solo per il suo Paese, che si chiama Brasile. R. R.
Ciao don Boero, un saluto da lontano.
Carissimo don Boero, ti ho sempre chiamato così e continuo a farlo perché mi sento più a mio agio.
Ecco i tre più grandi educatori della mia vita: la mia maestra delle elementari, don Boero e, negli ultimi anni di seminario, don Lisa.
Quando sono entrato in seminario verso le 8,30 del mattino con mia madre e mia zia, lui, don Boero, era là che accoglieva noi bambini e adolescenti un poco spaesati, per cominciare quell’avventura che sarebbe continuata per diversi anni. Io avevo lasciato mia madre che, rimasta vedova, adesso perdeva anche il figlio che in futuro avrebbe potuto lavorare con lei nei campi e rendere meno pesante la sua solitudine. Quel mattino ero stato assorbito in quel cortile pieno di giochi e non vidi più le lacrime nascoste di mia madre. Lei stessa mi disse poi che si era stupita della mia freddezza nel salutarla, mentre venivo risucchiato da quel mondo sconosciuto del seminario e quasi ipnotizzato.
Anch’io avevo poi cominciato le lezioni della scuola, i momenti di preghiera, di gioco, i tempi di ricreazione, le varie iniziative come teatri, presepi a Natale, ricerche di vario genere nella scuola e fuori scuola. Gli insegnanti, tutti bravissimi, alleggerivano il peso dello studio.
Don Boero era presente ovunque: negli impegni di ogni giorno, nella festa, ma specialmente nel dialogo personale. Conosceva noi ragazzi nel profondo e ci sapeva accompagnare, stando al passo di ciascuno. Sembra non conoscesse la punizione, ma la sua autorità ci raggiungeva e correggeva quand’era necessario. Con la sua arte di educatore aveva creato, insieme a don Lisa, una vita comunitaria sconosciuta in altri seminari, al punto che le diocesi vicine decisero di inviare i loro seminaristi per un periodo, prima della teologia, per un corso propedeutico e per sperimentare quel tipo di vita comunitaria, spinta dal vento del Concilio. Questi nostri educatori facevano leva sulla responsabilità di ciascuno, educando noi giovani ad acquisire uno spirito di libertà che ci aiutasse nelle scelte senza troppe inibizioni.
Il seminario, poi, si aprì sempre di più al mondo esterno con iniziative varie, fino a diventare un luogo dove ci si preparava insieme agli studenti, ragazzi e ragazze, che venivano dalle diverse parti della città per capire insieme le proprie vocazioni.
Quando poi il seminario si spostò a Fossano, don Boero continuò la sua missione di educatore e guida, raggiungendo coloro che avevano fatto scelte diverse, pur sempre impegnative, nella società albese. Nell’ultima tappa della sua vita diventò un punto di riferimento per tante famiglie e persone in difficoltà, che avevano scoperto in lui un consigliere e una guida spirituale in grado di sostenerle nelle difficili decisioni con competenza, esperienza e specialmente con un cuore amico, che sapeva abbracciare tutte le sofferenze e le fatiche, aiutando a trasformarle in nuove prospettive di vita.
Ciao, don Boero.
Don Renato
P.S.
Aggiungo che dopo essere rientrato pochi giorni in Italia per il terzo vaccino e qualche urgenza sono tornato subito in Bangladesh per curare la mia salute. Due mesi fa, in seguito a un problema alle mani e ai piedi, ho fatto il test della lebbra che è risultato positivo. Sono rientrato subito per la cura che dovrebbe durare almeno un anno con controlli settimanali all'Ospedale del PIME a Khulna. Io comunque sto bene e riesco anche a lavorare, mantenendo i contatti con i collaboratori, peraltro bravissimi. Farò vita eremitica in quanto il cortisone abbassando le difese immunitarie mi impone di evitare riunioni e luoghi dove si possono contrarre malanni. Ciao. D.Renato
Chi vuol scrivere a d. Renato usi solo questo indirizzo
renatorosso677@gmail.com
ottobre 2021
Caro Don Mario, a causa del Covid-19, mi sono rifugiato in una zona di boscaglia, isolata, presso Gubbio, dove la comunicazione è quasi inesistente. Hanno tentato di avvisarmi, ma solo questa sera ho saputo che da oltre due giorni ci hai lasciati. Sapevo che la tua salute era peggiorata ma sapevo anche che la tua fibra era forte. Evito di parlare di tutto ciò che sta passando nella mia anima, questa sera mescolato alle lacrime che non riesco a trattenere. 49 anni fa nel mese di luglio eravamo partiti con una vespa trainando un carrello di un metro cubo, sormontato su due ruote di bicicletta. Portavamo con noi due tende, una Bibbia, Breviario, il necessario per l'Eucarestia e poche altre cose. Tu avevi un fuoco dentro che sostituiva tutto ciò che non avevamo. Da diverso tempo, almeno una volta all'anno chiedevi al tuo vescovo di lasciarti partire a vivere con gli zingari di cui ti stavi già interessando.
d. Renato Rosso
ottobre 2021
Amici carissimi, mi sento veramente a disagio per questo lungo silenzio.
Quest’anno non ho ancora inviato nessuna lettera circolare a voi amici che mi accompagnate dandomi coraggio e sostenendo i progetti tra le nostre popolazioni nomadi. (Ripeterò alcune notizie comunicate ora ad uno, ora all’altro).
I primi sei mesi della pandemia li ho passati in Bangladesh. Un’aula della scuola, chiusa dalle nuove restrizioni del governo bengalese, è diventata la mia residenza: un letto, un fornello a gas, il computer, un angolo di chiesa, comunque tutto quello che mi era necessario. In quei mesi che erano estivi in Bangladesh i colpiti dal virus non erano proporzionalmente tanti come in Europa, ma per noi il problema è stato il blocco delle attività lavorative, in un paese dove il 70% delle persone vive alla giornata. Se il lavoro non c’è, dopo tre giorni fermi a casa comincia il digiuno forzato. Se il virus fosse arrivato 10 anni fa, quando la popolazione era molto più malnutrita, sarebbe stata una strage come lo è oggi in alcune regioni dell’India molto povere.
In Bangladesh dopo i primi mesi di pandemia si è aggiunto il ciclone Amfan, che ha forzato oltre due milioni di persone a vivere in 2000 rifugi (per cicloni), per molte settimane, senza alcuna distanza sociale. Alcune migliaia di loro si sono riparati sotto stracci di tende, senza acqua potabile, né servizi igienici, mentre la pioggia imperversava. Le varie organizzazioni come la Caritas, le Congregazioni religiose e alcuni gruppi diocesani si sono rimboccati le maniche in questo momento di grave emergenza. Un particolare che merita qualche riga è il fatto che il governo, abbastanza efficiente (almeno in questo caso), ha organizzato vari aiuti per le famiglie musulmane colpite gravemente, mentre disse che i cristiani hanno molti amici cristiani in Europa e America, quindi possono farsi aiutare da loro. In quella circostanza avevo scritto una lettera per presentare un poco la situazione e molti di voi hanno risposto generosamente, per cui è stato possibile, oltre ai vari progetti che già sostenete, aggiungere un significativo aiuto a 400 mamme che allattavano i bambini nei primi sei mesi di vita. Il sostegno è consistito in quattro medicinali integratori (prescritti da medici specialisti) da assumere ogni giorno per sei mesi. Poiché nelle parrocchie colpite molti cristiani hanno avuto circa 250 case completamente distrutte e una cinquantina senza più il tetto, con i vostri aiuti è stato possibile rimettere in case decenti quasi 300 famiglie. Altre organizzazioni hanno provveduto a cibo, vestiario e beni di prima necessità.
Nei primi mesi della pandemia 145 volontari (tra cui una cinquantina albesi), hanno aderito a un progetto (di cui avevo già parlato nella lettera precedente) per eliminare il contagio della TBC e del Covid-19. C’è infatti da noi la brutta abitudine di sciacquare in acqua fresca i bicchieri dei ristoranti e quelli del thè venduto in strada, anziché lavarli in acqua bollente o sostituirli da un usa e getta. Su un totale di 15660 email, ne sono state inviate 145, nelle diverse lingue, a 108 ministeri della salute di altrettanti Paesi del terzo mondo, per chiedere alla cittadinanza questo atto semplicemente civile, ma molto importante specialmente in questo tempo di Covid-19.
A novembre ho dovuto rientrare in Italia perché la mia salute ha fatto i capricci, probabilmente per essere stato molti mesi al chiuso, dopo una vita troppo attiva, per non dire agitata. Specialmente le ossa sono state colpite, ma i medicinali hanno lavorato bene e, dopo aver fatto i vaccini per proteggermi meglio, ho potuto rientrare. In Bangladesh siamo nel periodo dei monsoni e quindi di piogge interminabili. Per oggi era stato annunciato un ciclone, ma fortunatamente si è spezzato prima dell’arrivo e così abbiamo avuto solo un normale temporale.
In questi giorni i monsoni bengalesi hanno messo un terzo del Paese sott’acqua, ma guai se questa disgrazia non avvenisse ogni anno, perché lo fertilizza, come il Nilo quando straripa in Egitto. Questa calamità rende il terreno del Bangladesh e dell’Egitto tra i più fertili del mondo: grazie proprio a questa disgrazia, possono produrre tre raccolti all’anno e, in qualche area, anche quattro. L’acqua però benedice e maledice allo stesso tempo. Quando entra nelle case, portando una umidità insopportabile come in questo periodo, fa aumentare le malattie e questa è una delle ragioni per cui volevo rientrare presto in Bangladesh. Una mamma, che era andata a trovare i genitori che vivevano in una regione allagata, rientrando dopo pochi giorni nella sua baracca ha visto che sulla coperta del pagliericcio erano cresciuti piccoli funghi. Immaginate fin dove arriva questo clima.
Il secondo giorno dopo il mio arrivo, Masum (operato 4 volte dai nostri medici italiani volontari) mi disse che aveva avuto bisogno di medicine molto particolari e costose, ma era stato tre mesi senza, perché non poteva comprarle. Oggi ha finalmente ricominciato la cura. Bidu, che lo scorso anno dopo un ictus aveva fatto una lunga cura, mi ha telefonato dicendomi che non cammina più e quindi bisogna pensare a una cura più risolutiva. Abdullahà mi ha fatto sapere che la mamma operata lo scorso anno sta meglio, ma il papà, che era già stato curato per un infarto, ha avuto due ricadute. Sempre oggi, Sushanto (33 anni, padre di due bambini) è entrato in ospedale per essere operato di un brutto tumore alla tiroide, più qualche altra complicazione. Prima di iniziare l’intervento si sono resi conto che il cuore non funzionava bene e hanno rinviato di qualche settimana, sperando di poter fare l’angioplastica per dilatare due arterie quasi otturate (costo per domani: 2800 euro, costo abbastanza standard in diversi ospedali) poi ci sarà l’intervento del brutto tumore alla tiroide e poi tutto il resto.
Ma voi vi sentireste di dire a questo giovane papà: “Muori in pace perché le tue operazioni costano troppo e con questi soldi si potrebbero curare una ventina di malati? Se io fossi al suo posto sarei invece contento di sentirmi dire da qualcuno: “Stai tranquillo, piuttosto andiamo a rubare, ma le operazioni te le faremo fare”. Io poi ho la fortuna che non devo nemmeno andare a rubare perché ho tanti amici, che sono la più grande preziosità che esista al mondo. Sapeste quanti miracoli avete fatto, in questo Paese, voi che siete miei amici! Voi avete ancora fatto un altro grande dono al Bangladesh: avete donato tanta preghiera e si vede dai frutti. Tra di voi ci sono anche circa 150 monasteri che, nelle loro intercessioni, ricordano la nostra piccola missione. La preghiera, infatti, non è solo un augurio che tutto vada bene, ma una realtà come le pietre di una casa o come una medicina, o anche come una carezza, un abbraccio, un bacio. Il mio vicino di casa, quarantenne, durante la stagione delle piogge, avendo meno lavoro (lui è lattoniere) dedica molto tempo alla preghiera. Quando incontra i mendicanti dice: “Io non ho soldi da darti, ma posso pregare per te”. Poi mette la mano sulla testa, fa una lunga preghiera e un segno di croce sulla fronte. I mendicanti lo ringraziano come avesse dato loro un lingotto d’oro.
Prima di spedire la lettera mi comunicano che Bilal, che aveva un tumore al cervello e una gran paura per l’operazione, aveva preferito una cura tipo quelle naturali e questa notte è morto.
Il tutto mi fa pensare a quel bambino che diceva al nonno: “Raccontami ancora le disgrazie. A me piace tanto sentirle”. Però qui in Bangladesh non si raccontano le storie del nonno, ma la realtà di tutti i giorni, o meglio, dei primi due giorni dopo che sono tornato in questo Paese.
Don Renato Rosso