di don Renato Rosso
Negli ultimi 10 anni, tutto il tempo passato in stazioni, treni, autobus o negli aeroporti e aerei l’ho dedicato a scrivere un libro su Gesù con un linguaggio il più popolare possibile, specialmente per gli adolescenti nella fede.
I capitoli che seguono sono una serie di articoli tratti da quel libro stesso ancora inedito in forma di riassunti e senza note.
Don Renato
Gesù e la nostra storia
Gesù è certamente l’uomo più straordinario della storia dell’umanità e la sorpassa.
Tutti i teologi e i filosofi della storia (almeno degli ultimi duemila anni) hanno sentito il dovere di porsi di fronte al fenomeno Gesù per adorarlo o condannarlo, per prenderne le distanze o, ancora, per combatterlo, ma non hanno potuto fare a meno di confrontarsi con Lui.
Migliaia di teologi cristiani e padri della Chiesa hanno studiato, approfondito e sviscerato il mistero di Gesù, Messia e Figlio di Dio. Solo nel secolo XIX (quando il libro cartaceo aveva ancora un’importanza rilevante) sono stati scritti oltre 62.000 libri su di Lui.
E anche un filosofo come Benedetto Croce scrisse: «Il cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto». Kant, Hegel, Marx e tutti i filosofi degli ultimi venti secoli hanno dovuto porsi il problema di quest’uomo.
Nell’arte
Che cosa non hanno prodotto l’arte pittorica e la scultura – incaricate di raccontare e approfondire i misteri della fede – nelle migliaia di chiese, musei e case nostre?
Quale personaggio ha occupato più spazio su tele, mosaici, pareti affrescate e in tutta la statuaria del mondo? Anche i milioni di cappelle, chiese, cattedrali e basiliche in tutto il globo testimoniano una fede in Gesù Cristo robusta, equilibrata, espressa in straordinaria bellezza. E la musica? Quanti milioni di spartiti per strumenti musicali hanno prodotto inni, canti, sinfonie e corali nelle chiese, nei teatri e nelle case, glorificando questo nome: Gesù?
Il Dio di Gesù
Il racconto che verrà proposto nei prossimi articoli ci farà intravedere il Dio predicato da Gesù Cristo, il Dio buono, il Dio dei poveri e dei peccatori, che hanno solo bisogno di perdono, misericordia e compassione.
Mentre prega, alcune volte Gesù rivolge gli occhi al cielo, ipnotizzato dal Padre, ma non perde d’occhio nessun uomo, nessuna donna, nessun bambino che possa aver bisogno di Lui. I poveri e i malati sperano che ritorni presto nel loro villaggio e nei loro accampamenti, perché hanno proprio bisogno di Lui.
Negli articoli che seguiranno si incontrano i dubbi e le risposte più comuni, affinché in modo semplice, ma non superficiale, ciascuno sia in grado di dar ragione della propria fede. Avere dei dubbi è segno che pensiamo e quindi è un bene, ma rimanere senza risposte è anche segno di pigrizia.
Un pensatore sosteneva che chi pensa poco non ha mai la tentazione di dubitare, ma non ha nemmeno tanta probabilità di ottenere delle certezze.
Nelle righe che seguono intendo presentare in particolare alcuni pensatori che, pur senza aver raggiunto la fede nel vero Gesù del Vangelo, non hanno potuto fare a meno di soffermarsi a riflettere su di Lui.
I. Kant.
Ha professato un cristianesimo «nei limiti della pura ragione» e la riduzione della religione a pura razionalità morale.
Il cristianesimo è ritenuto da Kant la più perfetta delle fedi, la religione più pura e la più vicina al modello di religione ideale della ragione. In ogni caso, anche questo filosofo non ha potuto continuare le sue riflessioni senza fermarsi per tempi prolungati a pensare al mistero di Cristo.
F. Hegel.
Nella sua Vita di Gesù, Hegel – nel racconto dell’ultima cena – mette sulla bocca di Gesù stesso queste parole, rivolte agli apostoli: «Conservate nel vostro ricordo colui che ha dato la sua vita per voi, e fate dinanzi a Dio fermo proponimento di consacrare tutta la vostra vita alla virtù». Il Gesù di Hegel non ha raggiunto tutto il vero Gesù dei Vangeli, ma ne ha intravisto il fascino.
K. Marx.
Marx (giovane credente) superò l’esame di maturità con la tesi “L’Unione dei credenti con Cristo nel Vangelo di Giovanni 15,1-14”. Nella parabola della vite e i tralci, Gesù dice che il Padre suo è il vignaiolo e chiama se stesso la vite e noi i tralci (Gv. 15, 5). Marx soggiunge: «questo è il grande abisso che separa la virtù cristiana dalle altre e la eleva sopra ognuna di esse».
Undici anni dopo tale tesi, nel 1846, nel testo GegenKriege, Carlo Marx, ormai molto più maturo, specificò che le radici del suo pensiero erano due: la legge cristiana dell’amore universale per l’uomo e l’analisi delle condizioni del proletariato oppresso.
J. P. Sartre.
Prigioniero nel lager nazista tedesco di Treviri, nel Natale 1940, su invito dei colleghi, tra cui alcuni amici sacerdoti, Sartre scrisse un testo teatrale sulla Natività di Gesù, inscenato nel lager stesso. Dice che quel bambino che nasce da Maria è «come una nuova edizione del mondo. […] Tu ricreerai il mondo». È il testo che ha permesso all’ateismo di Sartre di lasciarsi incrinare almeno per un momento: questo bambino che è Dio e figlio di Maria supera in tutti i modi ciò che essa può immaginare e ci sono momenti «in cui essa avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la forma della mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia [...] è un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e ride. È in uno di questi momenti che dipingerei Maria se fossi pittore».
Napoleone Bonaparte
Testimoniò che «Nessuna persona al mondo sostiene il confronto con Gesù […], il suo Vangelo, il suo cammino attraverso i secoli, tutto rappresenta per me un miracolo. È un mistero insondabile. […] Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è una distanza infinita. […] Io conosco gli uomini, ebbene Gesù Cristo non era solamente un uomo. […] Anche gli empi non hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo che ispira loro una specie di venerazione obbligata! […]e quanti anni è durato l’impero di Cesare o di Alessandro? […] I miei soldati hanno già dimenticato me mentre sono ancora in vita […] invece per Cristo è stata una guerra […] che dura tuttora. Dopo san Pietro (per tre secoli) i trentadue vescovi di Roma che gli sono succeduti sulla cattedra hanno, come lui, subito tutti il martirio. E intanto, i popoli passano, i troni crollano e la Chiesa di Gesù Cristo rimane!».
Mahatma Gandhi.
Di religione indù, con la sua grande anima arrivò a dire: «Credo che Gesù appartenga non solo al cristianesimo, ma al mondo intero, a tutte le razze e a tutti i popoli».
Rabindranath Tagore.
Pure lui indù, in un libro su Gesù, scrisse di Lui: «Il suo immenso amore per me sa ancora attendere il mio amore».
Albert Einstein.
In un’intervista a proposito della propria fede, afferma: «Da bambino ho ricevuto un’istruzione sia sul Talmud che sulla Bibbia. Sono un ebreo, ma sono affascinato dalla figura luminosa del Gesù di Nazareth».
Gesù, il cuore della storia.
Per tanti pensatori non cristiani, e tra questi i maggiori filosofi di questi 2000 anni che si sono confrontati con Gesù Cristo, Gesù è morto quel venerdì pomeriggio e ha lasciato nelle loro mani solo la ricchezza dei suoi insegnamenti morali e del suo comportamento della più nobile virtù. Essi non hanno fatto in tempo ad incontrarlo risorto e vivente, ma hanno testimoniato di aver incontrato in Lui il cuore della Storia e nessuno da porre a confronto con Lui.
Fede e ragionevolezza.
Prima di raccontare la storia di Gesù di Nazareth e di riflettere sulla fede della Chiesa dei primi cristiani, bisogna premettere che, mentre la ragione e la ragionevolezza sono indispensabili alla fede, il razionalismo, ovvero il voler considerare vero solo ciò che è dimostrabile, visibile e sperimentabile, può trasformarsi in grande pericolo per la fede. Se, nel tempo, migliaia di eresie hanno attaccato il solido “corpo teologico” che portava con sé il contenuto della fede della comunità primitiva, specialmente negli ultimi due secoli alcuni studiosi hanno tentato un approccio volto in qualche modo a cancellare il Mistero Cristiano. Alcuni, spogliandolo di tutte le prerogative divine, hanno considerato Gesù soltanto come uomo, altri hanno preferito considerarlo un mito.
A Gerusalemme dicono che un uomo è risorto.
Dopo che Gesù fu crocifisso e sepolto, gli amici di Gesù caddero in un silenzio di grande delusione. Avevano sperato che finalmente liberasse il paese dai nemici romani e diventasse Lui il Re di Israele, ma il loro re era morto. Quel piccolo gruppo non si era ancora reso conto che Gesù era morto, quando fu travolto da un’esperienza straordinaria e assolutamente imprevedibile: lo incontrarono vivo. La notizia che Gesù era risorto in breve arrivò al colonnato e ai cortili del Tempio, arrivò alla torre Antonia. Sentirono quella notizia i Farisei, gli Scribi, i Sadducei e poco dopo anche gli Esseni e gli Zeloti: la loro festa che doveva continuare ancora per una settimana, fu turbata da questo incubo. Intanto i discepoli di Gesù lentamente stavano risuscitando anche loro insieme al loro Maestro.
La comunità primitiva rilegge le Scritture per capire chi è Gesù.
Subito dopo la straordinaria esperienza della Risurrezione di Gesù, i discepoli e la piccola comunità della prima ora hanno pur dovuto interrogarsi: “Ma, allora, chi è stato e chi è Gesù?”. Mentre la mente dei discepoli lentamente si illuminava ed essi cominciavano a rendersi conto di essere stati compagni di viaggio dell’uomo più straordinario della storia di tutti i tempi, iniziavano pure a riformulare un nuovo interrogativo: “Quale Regno dunque?”. Fino al venerdì precedente, quando a sera ricevettero la notizia che Gesù era veramente morto e lo stavano seppellendo, fino ad allora il discorso del Regno era stato chiaro e trasparente come un diamante: una politica nuova, un Regno di giustizia finalmente, senza più poveri, né malati, né pianto; i superbi sarebbero stati deposti dai troni e gli umili sarebbero stati innalzati, ma adesso? In questi tre anni nessuno ha capito? E che cosa avrebbero potuto capire? Gesù non ha fatto la rivoluzione, non ha liberato Israele dai Romani, ma allora chi è stato Gesù?
Consultano le Scritture.
Bisogna considerare che i membri della comunità primitiva e i discepoli di Gesù erano ebrei fedeli all’Eterno Israele e quindi alle Sacre Scritture. Per questo andarono a cercare se trovavano qualche risposta nelle Scritture stesse e le rilessero insieme, per fare come aveva fatto Gesù con i discepoli di Emmaus: aveva ripreso con loro le Scritture mostrando tutto ciò che si riferiva a Lui, per capire appunto chi è stato e chi continuava ad essere Gesù, il Cristo che era appena risorto.
Israele legge le Alleanze.
I discepoli, intanto, cominciano a rileggere le alleanze tra Dio e il suo popolo, con Adamo ed Eva, con Noè, Abramo, Mosè, a cui dà una Legge per salvarlo. E, da ultimo, i discepoli e forse alcuni della prima comunità, avevano da poco assistito alla Nuova ed Eterna Alleanza celebrata da Gesù nell’ultima cena e consumata il giorno dopo sul Calvario per il perdono dei peccati. Anche Gesù, come i Patriarchi, aveva fatto un’alleanza per la salvezza del suo popolo. L’alleanza è un patto, una stretta di mano. Con un linguaggio plastico voglio pensare Gesù che, da un lato stringe la mano a Dio Padre in segno di patto e, dall’altra, la porge all’uomo: fratello, sorella o famigliare. Tra queste strette di mano il perdono passa da Dio all’uomo e la Nuova ed Eterna Alleanza è firmata per sempre. La prima comunità si era quindi resa conto che la Nuova ed eterna Alleanza di Gesù si incastonava con piena coerenza nella cornice delle Alleanze antiche.
Leggendo i testi dei Profeti, i discepoli compresero meglio il Profeta Gesù.
In oltre trecento pagine della Bibbia si parla di un masiah (unto), un Messia, una figura regale, un consacrato di Dio o di tempi messianici. Le profezie non avevano mai specificato chiaramente chi sarebbe stato quell’inviato di Dio e come si sarebbe presentato. Il popolo di Israele, comunque, dopo secoli di attesa, aspettava l’arrivo di questo salvatore-liberatore proprio nel primo secolo dell’era cristiana. A tal proposito, Isaia dichiara: «Io, il Signore, ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, per aprire gli occhi ai ciechi e liberare i prigionieri dal carcere e liberare quelli che abitano nella notte». E, ancora, Daniele soggiunge: «Il Dio del cielo inaugurerà un regno che non sarà mai distrutto». Il Messia atteso ha quindi una chiara connotazione regale, ma nello stesso profeta Isaia – almeno in lui – emerge anche un’altra caratteristica, che lo presenta appunto come il “Servo sofferente”, l’“Uomo dei dolori”. Le profezie sulla venuta del Messia oscillavano infatti tra i sogni di un grande imperatore e un “Servo sofferente”.
Gesù è il vero Messia
I discepoli di Gesù comunque avevano almeno potuto capire che Lui doveva essere quel Messia tanto atteso, anche se non riuscivano a inquadrarlo in una cornice attendibile. Solo al termine della vita del Maestro, i discepoli hanno potuto leggere e capire certi testi come quello del servo sofferente, in cui Isaia afferma che era disprezzato e rifiutato dagli uomini: «uomo dei dolori, sperimentato nel soffrire […] fu maltrattato e non aprì bocca [...]. Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi; posso contare tutte le mie ossa [...]. Essi si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte».
I dodici avevano capito chiaramente che Gesù era il Messia ma, mentre era ancora in vita, essi avevano ipotizzato altrettanto chiaramente che fosse il liberatore dagli invasori romani, anche se in questo cambiamento politico non si poteva immaginare una rivolta armata, perché Gesù aveva appunto proclamato l’amore per i nemici. E, poiché aveva manifestato una forza superiore, che nessuno aveva mai dimostrato di avere, era doveroso aspettarsi che sarebbe stato Lui a portare a termine, sia pure in un modo pacifico, l’impresa della liberazione.
Tutti sognavano il tempo del Messia. Il tempo era arrivato. Gesù era diventato questa speranza: finalmente una vita senza guerre, cibo abbondante, il buon pane profumato, vino, latte e miele, come si era sempre sperato per l’arrivo del Messia. Gli apostoli avevano assistito al fatto che i poveri senza cibo erano stati sfamati abbondantemente con pane e pesce. Gente triste aveva ricevuto abbondante vino per la festa.
Gli apostoli avevano pure visto che i malati avvicinati da Gesù guarivano. Paralitici, sordi, muti, epilettici, lebbrosi venivano curati dalla sola volontà di Gesù. Perfino alcuni morti erano stati riportati in vita da Gesù stesso, quindi era chiaro che il Messia atteso da secoli non poteva essere che Lui. Però la guerra contro Roma non era stata combattuta e Israele continuava ad aspettare la sua liberazione.
Un problema non risolto?
Per alcuni, comunque, il problema esisteva: “Se non si fa la guerra contro Roma, allora che cosa bisogna fare? Dobbiamo accettare passivamente la schiavitù?”. I Romani erano ancora là con i loro soldati, l’esercito, la strafottenza e i castighi. Il personale romano continuava a passare di tanto in tanto nelle strade di Gerusalemme con le carriole cariche di chiodi – talvolta lunghi mezzo metro – per terrorizzare i sudditi, affinché non osassero scantonare i confini della loro sudditanza.
Tutto ciò spingeva i discepoli a pensare che bisognava orientarsi verso una nuova direzione, che non era la lotta armata. Questo significa, forse, che per Gesù andavano bene i chiodi, le croci e la sudditanza? Certamente no, ma per realizzare il Regno nuovo e la nuova politica di Dio, bisognava entrare in una nuova mentalità e convertirsi a quel modo di pensare proposto da Gesù Cristo: se, infatti, avessero seguito la sua pista amando i nemici, non ci sarebbero più state guerre; perdonando gli altri non ci sarebbero più state né vendette, né violenze; se poi tutti avessero spezzato i pani e lavato i piedi al prossimo, provvedendo ai bisognosi come a dei famigliari, avrebbero fatto ritrovare anche ai poveri cibo, casa e vestiti, in modo da farli risalire dalla miseria.
La strada era stata tracciata chiaramente da Gesù, ma gli uomini non riuscirono a vivere questo nuovo Vangelo. Gesù aveva portato la luce nel mondo, ma «le tenebre non l’hanno accolta». Oggi stesso, se noi, ubbidienti alle parole del Salvatore Gesù Cristo, vivessimo come Lui ci ha detto, se pensassimo, parlassimo e agissimo come Lui, amando come amò il suo cuore, vivremmo già qui, sulla terra, il Regno predicato da Lui e destinato ad estendersi all’eterno.
Se i Giudei avessero creduto a Gesù Cristo come quella prima piccola comunità cristiana e se anche i Romani avessero creduto come fece uno dei loro centurioni, il Regno di Dio si sarebbe realizzato anche visibilmente: i Romani sarebbero tornati a casa e avrebbero potuto tutti fondere le loro spade per fare degli aratri e vivere così un vero tempo del Messia, un nuovo Regno di Dio.
Gli evangelisti raccontano
Dopo la Risurrezione e dopo aver riletto nelle pagine delle Alleanze e dei profeti ciò che si riferiva a Gesù, gli evangelisti e la prima comunità riporteranno per scritto tutta questa esperienza della prima Chiesa, che continua a nutrire la nostra fede ancora oggi nei Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Il suo tempo e il suo villaggio (comunemente chiamato città)
La vita di Gesù si svolge tra l’anno 6-7 e l’anno 30 della nostra era cristiana. La sua città di provenienza era Nazareth, nel territorio della Galilea, regione semipagana e perciò disprezzata dai puri israeliti. La vita di Gesù, fatta soprattutto di crescita in sapienza e grazia, di lavoro anche manuale, le teofanie del battesimo e la trasfigurazione, il suo magistero e i miracoli, l’ultima cena, la passione, morte e risurrezione sono quanto i Vangeli ci riportano con una documentazione assai superiore a quella che abbiamo a riguardo della maggior parte dei personaggi dell’antichità.
A Nazareth inizia la storia della salvezza. Le colline delle vicinanze, un poco scolorite, sono ormai rivestite di case, strade, mercati, chiese, moschee e sinagoghe, ma il pellegrino attento riesce a distinguere, tra le altre, le pietre testimoni degli avvenimenti che 2000 anni fa hanno cambiato la storia e l’hanno divisa in due parti: prima e dopo Gesù Cristo. Se ci mettiamo in pellegrinaggio su quella terra santa, possiamo sostare davanti alla Basilica dell’Annunciazione, per lasciar fuori ogni colore, ogni rumore, ogni preoccupazione ed entrare, in punta di piedi e con infinito pudore, nell’intimità di quelle pareti – pochi metri scavati nella roccia – in cui si è costituita la Nuova ed Eterna Alleanza.
Le annunciazioni
Ed ora, con il Vangelo in mano e la fede della Chiesa nel cuore, possiamo leggere tutta la ricchezza, la grazia, la parola e il silenzio della famiglia di Nazareth. E, per narrare ciò che nessun autore di libri oserebbe scrivere, apriamo il Vangelo e leggiamo le righe più autorevoli, quelle che da 2000 anni illuminano l’umanità e che non avranno fine.
All’inizio del suo Vangelo, Luca racconta che un angelo era entrato in casa di Maria e le aveva annunciato che proprio lei sarebbe diventata la madre del Messia atteso da secoli. Quando, ancora oggi, entriamo tra le pareti di questa casa, riascoltiamo l’eco di quelle parole che nessun sapiente di questo mondo avrebbe potuto pronunciare, ma solo Dio. Qui, la prima Ave Maria è stata pregata da un angelo: «Ave Maria piena di grazia, il Signore è con te». E Maria ha risposto: «Ecco sono la serva del Signore, si compia in me secondo la tua parola». E la Parola di Dio, qui, è diventata un bambino e venne ad abitare in mezzo a noi. La cugina di Maria ha poi aggiunto: «Benedetta tu fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù».
A questa preghiera si è poi unita l’intera Chiesa e quindi ciascuno di noi per dire: «Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Amen». In questa casa che fu già di Maria oggi migliaia di pellegrini ripetono questa stessa preghiera. Questa pagina – un’omelia che si proclamava nella prima comunità e che fu raccolta da Luca – vuole incidere nel cuore dei cristiani di allora e di oggi il fatto che, fin dal primo momento dell’esistenza storica di Gesù, cioè fin dal concepimento stesso, Dio è presente come Signore della storia di suo figlio Gesù, che lo chiamerà con l’appellativo più sacro al mondo: Padre. Anche Giuseppe fu avvisato in sogno che sarebbe nato quel bambino e che lui e Maria sarebbero stati i suoi custodi.
Storia d’amore
All’inizio di questa lunga storia d’amore abbiamo appena incontrato le due annunciazioni – quelle di Maria e di Giuseppe – che rivelano e nascondono il mistero dell’Incarnazione nel suo costituirsi. Poi il dramma di Maria Bambina: in un primo momento, sentendosi per così dire investita dallo Spirito Santo e restando stordita, senza parole, forse – come dice una tradizione – corre verso casa scappando dalla fontana, proprio dove potrebbe aver ricevuto il primo sentore del Divino su di lei. E, infine, rendendosi conto di ciò che le era successo come lo poteva capire un’adolescente – ma piena di grazia –, non riesce a dire altro: «Sì, sono la serva del Signore».
Poi, l’annunciazione di Giuseppe, un ragazzo così pulito da meritare di essere chiamato “giusto” da tutta la storia, ebbene proprio lui deve condividere con Maria l’umiliazione di essere considerato infedele, senza mai poter chiarire la verità a nessuno, perché nessuno avrebbe potuto capire né credere. Solamente ai due sposi che stavano portando in gestazione l’Autore della storia nuova, solo ad essi era stato rivelato il mistero e cioè che lo Spirito Santo aveva direttamente compiuto in Maria il miracolo dell’Incarnazione. Così questi giovani sposi, Giuseppe e Maria, devono presentarsi a testa bassa, come infedeli e colpevoli, nelle strade del loro borgo, alla fontana, nella sinagoga, nel mercato di Nazareth, incarnando in un modo drammatico la beatitudine: «Beati voi, quando diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, anzi rallegratevi, perché quello è il Regno di Dio».
La casa di Giuseppe
Ancora oggi, dopo aver pregato tra le pareti della minuscola casa in cui la tradizione colloca il sì di Maria, possiamo passare tra i pochi resti – comunque sufficienti – dell’altra casa, quella di Giuseppe, dove per trent’anni la santa famiglia di Nazareth ha vissuto prolungati tempi di sosta, intervallati dal lavoro di carpenteria pressappoco ambulante, perché Nazareth, paese troppo piccolo, non avrebbe potuto offrire un lavoro specializzato per due uomini come Giuseppe e Gesù.
La nascita di Gesù
Per ordine di un censimento, Giuseppe partì con la sua sposa Maria per Betlemme, la sua città, e là farsi registrare, ma prima di raggiungere la casa dei parenti, si compirono per lei i giorni del parto e, secondo quanto ci racconta Luca, nato il bambino, fu avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, perché non era stato trovato posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte, facendo la guardia al loro gregge.
Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi, è nato per noi un Salvatore, che è Cristo Signore. Troverete il bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Ovviamente i pastori andarono subito e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino deposto nella mangiatoia.
I Magi e il re Erode
L’evangelista Matteo continua dicendo che oltre ai pastori arrivarono poi dei Magi e astrologi che cercavano il re dei Giudei, secondo alcune loro interpretazioni delle stelle. Arrivati a Gerusalemme dove viveva il re Erode, andarono da lui a chiedere: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
Erode, molto turbato da questa notizia e terrorizzato che fosse nato qualcuno che avrebbe potuto rubare il suo potere, riunì i capi dei sacerdoti e gli scribi per sapere dove sarebbe nato questo re, questo Cristo, cioè uno già consacrato re. La risposta fu semplice: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: e tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele».
Occorre notare che il trafiletto di Luca riportato poco sopra, non è stato scritto subito dopo la nascita di Gesù, ma diversi anni dopo la Risurrezione e la Pentecoste. Se qualcuno avesse scritto un articolo sulla nascita di Gesù per una cronaca di fine dicembre dell’anno 3760 (data ebraica), avrebbe pressappoco scritto che in un accampamento di beduini, tra grotte naturali per gli animali e tende, una coppia di sposi in viaggio, prima di raggiungere i parenti, fu sorpresa dalla nascita del figlio e in quel luogo trovò l’ospitalità calorosa di quei pastori. E gli evangelisti, scrivendo la testimonianza di Gesù e sapendo che Lui è un vero Re, che è risorto e siede alla destra del Padre, non poterono omettere che gli angeli del cielo hanno cantato e che i Re della terra e anche le stelle si siano messe in viaggio per far visita a questo straordinario sovrano.
La follia di Erode
Intanto Erode, informato che Betlemme sarebbe stato il luogo di nascita del nuovo Messia e futuro Re, quando si accorse che i Magi se n’erano andati senza fare alcuna azione di spionaggio e si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini sotto i due anni di età che si trovavano a Betlemme e in tutto il territorio. Il fatto della strage degli innocenti, che presenta alcune ragioni a sfavore della sua storicità e legittimità, ci riporta però dei dettagli storici preziosi, che aiutano a capire il mondo politico in cui Gesù passò l’infanzia; a conoscere i capi che spesso non esitavano ad abusare del potere o ad usare la violenza per accreditare la loro autorità e ad alzare le armi contro il popolo che stavano governando. Tali elementi inducono anche a considerare come da re Erode – che era stato capace di far uccidere cognati, la moglie, la suocera, tre figli e molti altri per puro capriccio – ci si potesse aspettare qualunque atrocità, compresa una strage di innocenti.
Gesù, figlio del popolo eletto
Di fronte alle follie di Erode, Giuseppe potrebbe essere fuggito ben presto da quel territorio e aver riparato o in Egitto, che non sarebbe stato poi così distante, o in una regione comunque più sicura. E Matteo potrebbe aver colto l’occasione di paragonare quella fuga a quella del popolo eletto, che aveva dimorato a lungo in Egitto.
Circoncisione di Gesù e presentazione al Tempio
Dopo essere stato circonciso, probabilmente da Giuseppe stesso, come ogni maschio ebreo secondo la legge di Mosè, il bambino fu portato a Gerusalemme per essere presentato al Signore, com’è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore». Quindi era necessario riscattare il bambino in qualche modo, pagando un prezzo al Tempio di Dio, per poi riprenderlo tra le proprie mani. Per riavere il bambino, Maria e Giuseppe avevano infatti offerto “una coppia di tortore o due giovani colombi”, come prescrive la legge del Signore. Dal tipo di offerta si deduce che la famiglia di Nazareth era povera: chi aveva buone possibilità offriva animali ben più preziosi.
Ora, a Gerusalemme c’era un tale di nome Simeone illuminato dallo Spirito Santo, un uomo giusto e pio che, come tutti gli israeliti, aspettava il Messia. Pare che, di fronte al bambino di Nazareth, abbia avuto dallo Spirito Santo la conferma che era proprio Lui l’atteso in Israele. Allora lo prese tra le braccia con emozione e lodò Dio dicendo: “Ora, o Signore, puoi lasciarmi morire in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto che sei venuto a salvarci”.
Simeone, infatti, aveva di fronte tutto ciò che avrebbe potuto desiderare di vedere: tutta la luce visibile per un uomo e tutta la gloria di Dio ormai riversata sulla terra. Nel vedere il Messia, ha visto tutto. Poi Simeone disse a Maria che non sarebbe stata risparmiata dal dolore, ma che si poteva rallegrare perché quel figlio ormai era lì per morire e risorgere e abilitare tutti noi a compiere lo stesso percorso: morire e risorgere come Lui. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, al loro paese di Nazareth.
Gesù respira l’aria di Nazareth
Nazareth è un villaggio sperduto della Galilea, di cultura quasi montanara, dove i malati e i poveri in genere sono tanti, anzi troppi. È situato in zona collinare, lontano dalle strade commerciali. I contadini delle sue colline sono persone semplici e riservate, non particolarmente festaiole. Ma al venerdì sera e al sabato, in sinagoga, o durante le feste e i pellegrinaggi, il paese sa vestirsi a festa e godere della preziosa vita paesana e patriarcale. Nazareth non è ricordato in nessuna scrittura, tanto che, nei suoi scritti, lo storico Giuseppe Flavio cita almeno 45 paesi della Galilea, di cui alcuni molto piccoli, senza mai nominarlo. D’altronde la regione è malfamata, e i Vangeli non hanno ritegno a scriverlo più di una volta: sembra che non sia un terreno buono perché possano nascervi dei profeti. Si pensa pure che nulla di buono possa venire da quell’insignificante villaggio e invece il Nazareno viene proprio di là. Di fatto, però, Matteo e Luca fissano la nascita di Gesù a Betlemme, il villaggio dove deve nascere il Messia, che però non farà mai parte della storia di Gesù. Questo bambino, infatti, non respira l’aria di Betlemme, ma quella di Nazareth e sarà chiamato da tutti il Nazareno. Si può reputare Betlemme come suo luogo di nascita solo per attestare che un migrante può nascere casualmente in qualunque luogo geografico, durante gli spostamenti della sua famiglia, ma mantiene pur sempre la sua origine, la sua storia legata a una casa, a un villaggio, a una famiglia estesa o a un gruppo tribale, che gli offrono la sua vera e solida identità.
Il villaggio
In Galilea, all’epoca di Gesù, la comunicazione tra i vari paesi creava molti problemi, in quanto le strade decenti erano rare. Lo stesso lago di Genezareth, importante centro di quella regione, si raggiungeva solo percorrendo una vallata senza vere e proprie vie di transito. Eccettuata una discreta carreggiata tra Nazareth e Sefori – allora capitale della Galilea –, le altre erano piste, che diventavano assai disagevoli specialmente nei periodi di pioggia. Il villaggio di Nazareth era attorniato da terrazze artificiali sulle quali sfilavano le viti, mentre ulivi e fichi trovavano il loro spazio ideale sui terreni pietrosi. Verso la valle si estendevano campi di grano, orzo, mais, mentre ai lati cresceva qualche albero da frutta. Le case di Nazareth erano generalmente piccole, costruite con pietre o mattoni crudi, mentre il tetto, fabbricato con rami e fango, veniva rinnovato quando le piogge causavano crepe o infiltrazioni pericolose. La casa, che serviva particolarmente per il riposo, normalmente consisteva in un locale unico, con spazi ben distribuiti tra genitori, bambini, bambine e, nell’angolo, ospitava qualche pecora o l’asino. Nell’area della casa e del cortile, condiviso tra alcune famiglie – generalmente di parenti stretti – venivano scavate nella roccia ampie cisterne per l’acqua e silos per immagazzinare grano, riso o orzo. Anche i mulini, i forni e i torchi erano generalmente condivisi.
Gesù registra tutti i preziosi ricordi
Tutto ciò che capitava in quella famiglia con Giuseppe e Maria veniva registrato nella memoria di quel bambino attento e intelligente, che accompagnava la mamma al frantoio per l’olio, al forno per il pane. Era là quando si pigiava l’uva e la si torchiava per il buon vino. Aveva inoltre vissuto il momento dei pasti e la loro preparazione, con tutto ciò che passava nelle mani della madre: la farina, il lievito nella pasta, l’olio, le uova, il riso, le verdure, la frutta, le spezie. E quando tutto era pronto, se si mangiava in casa, aveva visto fissare la candela sul candeliere affinché la stanza, quasi sempre senza finestre, fosse illuminata per i pasti.
I preziosi ricordi
Quel bambino vedeva anche i contadini partire e arrivare con i buoi per preparare la semina o gli asini carichi di covoni di grano. Vedeva la fatica sulla fronte dei contadini, ma anche l’allegria di giovani e adulti che, al venerdì sera, si preparavano per la festa andando alla sinagoga, luogo veramente prezioso di aggregazione di tutta quella comunità paesana. Aveva poi conosciuto l’andirivieni per preparare le feste di matrimonio di parenti o vicini, che coloravano di gioia non solo la famiglia, ma anche l’intero villaggio. Gesù aveva anche assistito a tante lacrime per i lutti di bambini e colto la tristezza sul volto di molti malati o poveri che non potevano provvedere il necessario per i figli; una parabola racconta perfino di uno che arriva a chiedere del pane a tarda ora della notte. Quando abitava a Nazareth, chissà quante volte avrà dovuto provvedere a qualcuno che era in necessità.
Gesù guarda più lontano
A Nazareth si vive una vita di campagna, equilibrata e ricca di esperienze e Gesù riporta tutto ciò che vede a sguardi di fede, perché Lui è abbarbicato al cuore di Dio. Davanti agli anemoni rossi che appaiono in primavera sulle sue colline, pensa che nemmeno Salomone vestiva così lussuosamente e ribalta il suo pensiero alla provvidenza di Dio che provvede, oltre ai fiori, a tutti gli animaletti del bosco, ai passeri nutriti direttamente dalla mano di Dio. E quando sente il vento passargli sul viso senza capire di dove venga, lo riferisce alla creatività dello Spirito Santo, sempre imprevedibile e altrettanto efficace. Quando vede i pulcini sotto le ali protettrici della chioccia, per un momento si rattrista al pensiero di tanti, anzi troppi Giudei che, invece di mettersi al sicuro sotto le ali del buon Dio, preferiscono un’indipendenza sterile, o addirittura si lasciano trasportare da idoli che non parlano e non sentono. Quando vede il sole ritornare dopo la pioggia, dirige il suo pensiero alla misericordia di Dio che manda sole e pioggia sui buoni e sui cattivi, amando tutti come un papà ama i figli, senza differenza: anzi, se qualche preferenza può farsi spazio nel cuore di Dio, essa va ai più sfortunati, che hanno maggior bisogno di affetto, di misericordia e di amore.
Quando vede poi le tenere foglie del fico apparire sui rami, pensa al tempo che cambia e all’estate vicina e ai vari segni nella natura che annunciano un cambiamento radicale del tempo - come i nuvoloni grigi annunciano la tormenta o il vento del sud che ricorda l’arrivo del caldo, il colore del tramonto che annuncia bel tempo o pioggia - e Lui, Gesù, pensa al nuovo tempo, al tempo del Regno di Dio, al tempo della liberazione e della conversione del suo popolo.
Da bambino, Gesù registra nell’anima tutte queste immagini che sorgono a Nazareth e nei dintorni, per trasmettere poi da adulto il suo messaggio essenziale con parabole e racconti, usando un linguaggio capace di catturare l’attenzione delle popolazioni che vivono in sintonia con Lui. Era infatti quello l’ambiente in cui Gesù viveva, consentendo alla sua personalità di crescere in “sapienza e grazia”.
La Bar mitzvah
Tra i dodici e i tredici anni l’adolescente maschio ebreo- e quindi anche Gesù- arrivava alla sua iniziazione religiosa, la Bar mitzvah. Dopo tale investitura, la comunità gli riconosceva infatti il diritto di partecipare all’assemblea liturgica e, da parte sua, il ragazzo doveva imparare le formule per le cerimonie. Questo giorno era uno dei più emozionanti nella vita di un ebreo, se si esclude la circoncisione, che lo immetteva nel popolo di Israele pochi giorni dopo la nascita, quindi senza che potesse rallegrarsene. Quel giorno Gesù, vestito il tallit, per la prima volta celebrò l’ufficio del sabato e salì alla tebà per leggere un passo della Legge. Si sentì “maggiorenne” per essere stato autorizzato a parlare ufficialmente di Dio e si vide riconosciuto dalla stessa assemblea.
Da quel momento, in innumerevoli altre occasioni Egli farà la lettura in sinagoga, spiegandone il contenuto. L’evangelista Luca scrive infatti: «Gesù andò nella città dove era cresciuto. Conforme al suo costume, durante il sabato entrò in sinagoga e si alzò per fare la lettura». Lo stesso Luca ribadisce che non solo a Nazareth, ma anche quando «era stato a Cafarnao, cittadina della Galilea, insegnava durante i sabati e le persone restavano ammirate per questo suo modo di insegnare, perché Gesù parlava con autorità». Tale pratica era evidentemente abituale in Gesù e continuò a compierla anche nella vita pubblica. Alla vita della sinagoga, tuttavia, non partecipavano solo Giuseppe e Gesù ma, poiché vi erano ammesse anche le donne, certamente era presente anche Maria, anche se la spiegazione della Bibbia era riservata ai maschi.
Gesù tra i maestri del Tempio
Nel suo Vangelo, Luca riferisce che in un pellegrinaggio a Gerusalemme, dopo aver perso Gesù (dodicenne), Giuseppe e Maria lo ritrovarono tra i maestri del tempio, intento a interrogarli e a rispondere. Anche se i Vangeli non parlano mai di Gesù che va a qualche scuola, si può però immaginare che Giuseppe, come ogni papà in Israele, rendendosi conto di avere un figlio intelligente e con qualche dote in più degli altri, si sia fatto catturare dal pensiero che quel figlio potesse essere il futuro Messia.
È comunque ragionevole pensare che, in quanto responsabile della formazione umana, sociale e religiosa di questo figlio così straordinario, si sia comportato di conseguenza, comprendendo appunto che era un bambino molto diverso dagli altri e quindi che anche Lui − e specialmente Lui − poteva essere il candidato alla grande missione di Messia. Come pensare che Giuseppe non fosse disposto a fare qualunque sacrificio pur di dare una formazione adeguata a suo figlio? Certamente a Nazareth c’era qualche maestro, ma non è da escludere che, volendo offrirgli il meglio, Giuseppe abbia pensato anche a Gerusalemme, dove molti giovani venivano introdotti alle scritture per diventare poi rabbini (maestri) in Israele. Secondo una tradizione, a Gerusalemme c’erano parenti o certamente amici di Gesù, per cui − anche se non permanentemente − è possibile che Giuseppe invitasse il figlio a trascorrere tempi significativi nella città santa. La pagina sopraccitata potrebbe mostrare appunto Gesù in una qualche scuola, mentre si confronta con i suoi maestri con domande e risposte.
In questo modo terminano i racconti dell’infanzia di Gesù.
La psicologia di Gesù
Chi ha vissuto l’infanzia in mezzo alla guerra o ai campi profughi, tra le carestie, scappando da un luogo all’altro per sfuggire alle persecuzioni o ancora in famiglie separate, o con genitori che non si amano più o chi ha vissuto semplicemente buttato sulla strada, privato di padre, di madre o di una qualsiasi famiglia, ebbene chi ha vissuto un’infanzia simile non può evitare di proiettare poi nella vita adulta traumi, squilibri vari o addirittura schizofrenie veramente invasive.
Dove ha passato l’infanzia Gesù? In quale contesto è diventato bambino, adolescente e adulto?
Aveva respirato l’aria della sua cara Galilea un paese ombroso e ridente, il vero paese del Cantico dei Cantici. Nei mesi di marzo e d'aprile la campagna è un tappeto di fiori dai colori vivaci, di incomparabile splendore. Gli animali sono di estrema dolcezza: svelte e vivaci tortorelle, merli azzurri, allodole capellute, cicogne dall’aspetto grave che, senza paura alcuna, si lasciano avvicinare. Questa regione senza grandi città è in realtà un vasto paese sparso, con case aggregate in piccoli borghi, molto popolato da gente energica, coraggiosa e laboriosa.
Gesù vive in un angolo di questa Galilea: Nazareth, un dedalo di capanne, sentieri, piccole aie, pozzi, stalle, frantoi per l’olio, torchi per il vino, macine, trogoli, silos, mucche, pecore, asini, piante di fichi, ulivi e palme.
Il nostro protagonista cresce in una famiglia composta da un padre e una madre che hanno ricevuto una speciale e unica vocazione dal Signore per essere all’altezza di custodire e accompagnare tutte le dimensioni dello sviluppo fisico, psichico e spirituale di quel figlio così unico. Quando vedremo Gesù trattare con sofferenti, peccatori o emarginati, quando noteremo come li avvicina e li ascolta; come perdona i peccatori; come stringe la mano di una bambina morta per alzarla e farla rivivere; come benedice i bambini che giocano e disturbano; come si rallegra quando il Padre suo svela i suoi segreti ai piccoli e agli umili, ci renderemo conto che tutti i sentimenti di comprensione, bontà e misericordia non possiamo evitare di farli risalire all’ambiente familiare di Nazareth. Gesù aveva messo le radici in una popolazione dove c’era ancora troppa povertà, ma questo aspetto di Nazareth temperò Gesù stesso a imparare come relazionarsi con i malati, gli indigenti e i poveri di tutto, che spesso ricorrevano a Lui.
Gesù, adolescente senza peccato
Chi è Gesù adolescente? È un ragazzo che come tutti si lascia dietro l’infanzia per diventare adulto. Si rende conto che il suo corpo e la sua anima stanno maturando fisicamente, intellettualmente, in sapienza e grazia. È pure l’età in cui nasce l’uomo religioso, capace di instaurare una relazione già molto intensa con il suo Dio.
I testi della Bibbia che sta leggendo e pregando stanno risvegliando il suo mondo interiore che capisce come quei testi sono già incastonati dentro di Lui. Egli vive la fase dell’adolescenza, in cui ogni ragazzo scopre in sé tutte le tendenze e le novità che stanno per orientare la sua vita: anche Gesù, in questo tempo di grazia, intravede seppur da lontano la sua vocazione. È in questi anni che verosimilmente Gesù si rende conto del fatto di essere senza peccato.
Il mondo degli amici, dei coetanei, delle famiglie amiche o parenti è diverso. In Lui non esiste il bisogno di correggere le proprie azioni: educa il suo temperamento e modifica il carattere e la sensibilità in base a ciò che incontra attorno a sé, nella sua famiglia e tra i colleghi di lavoro, ma non deve modificare l’etica che guida i suoi comportamenti. Intanto si abitua a ospitare in sé tutto ciò che di bello e buono Dio ha posto nella creazione e nella storia.
È in tale contesto che Gesù diviene capace di accogliere i primi frammenti di rivelazione, da parte di Dio, sulla propria identità: diventa già chiaro fin d’ora che la sua vita è costituita e centrata in Dio, nel quale percepisce i primi sentori della paternità nei suoi confronti. Si sente sempre più figlio di Dio in quanto è un israelita, ma non solo: ritrovato nel Tempio, al rimprovero di essersi estraniato dalla carovana, risponde: “Forse voi non lo sapete, ma io so che devo ormai mettere al centro della mia vita le cose di Dio, mio padre”. In molti frangenti della sua esistenza, questo uomo così straordinario ci sorprende, proprio perché ci supera. Quando poi tentiamo di dare un giudizio sul suo mondo interiore, in cui risiedono gli affetti, i sentimenti e la sua coscienza, che deve gestire una umanità così complessa, poiché di una ricchezza eccedente, nonché il suo equilibrio – qualcuno ha definito Gesù l’unico veramente equilibrato nella storia umana –, ci rendiamo conto di non poter pretendere di raggiungere una conoscenza esauriente, perché proprio là, in quel suo universo interiore, abitano i “sentimenti” di Dio.
La salute fisica, radice di un sano equilibrio
Nella vita, Gesù è stato privilegiato oltre che da un equilibrio straordinario, anche da una buona salute fisica. In grado di reggere lunghi spostamenti, una vita all’aperto e un ritmo di vita molto intenso, tanto da – come si legge nel Vangelo – arrivare appunto a far preoccupare i familiari, in quanto a volte, non aveva nemmeno il tempo di prendere cibo con i suoi discepoli. I malati venivano da lontano e non si potevano rimandare prima di aver fatto qualcosa per loro: quelli che arrivavano a Lui erano sempre curati. Non risulta infatti che abbia mai rimandato a mani vuote qualcuno, o detto di tornare un altro giorno perché impegnato in qualche altro lavoro.
Non solo saliva sulle colline di notte a pregare, ma a volte passava l’intera notte in preghiera e per questo doveva avere una resistenza non comune. In tutti gli anni della sua vita vive una povertà che supera quella degli uccelli che hanno i loro nidi, delle volpi che hanno le loro tane. Egli invece non aveva né casa né dove posare il capo. Non v’è dubbio che Gesù abbia passato centinaia di notti all’aperto. Solo un corpo ben sano poteva resistere a tali strapazzi.
A ciò si aggiungevano le fatiche del lavoro vero e proprio, istruire la gente e poi sbriciolare i contenuti per i discepoli, inoltre bisognava discutere con farisei, sadducei e dottori della legge. I malati andavano e venivano fino a tardi, a volte non potevano raggiungerlo e bisognava andare a casa loro. Bisognava poi stare sempre con occhi ben aperti per difendersi da tranelli insidiosi, (dobbiamo pagarle le tasse ai Romani o no? Dobbiamo ubbidire a Mosè su ciò che dice a riguardo di donne come questa o no?), tranelli tesi allo scopo di coglierlo in fallo. C’erano poi i frequenti digiuni che si potevano superare solo con una salute molto solida.
Nelle lunghe peregrinazioni – a volte fino a Tiro o a Sidone –, doveva viaggiare con lo stretto necessario, cosa che del resto chiedeva anche ai suoi discepoli: «Non portate nulla durante il cammino, né bastone, né borsa, né pane, né denaro» e così spesso non poteva mancare il digiuno. E chissà quante volte ha digiunato e ha dovuto digiunare, durante la sua missione itinerante. Se almeno una volta si registra il fatto che i discepoli presero dai campi delle spighe di grano per mangiarle, si può intendere con ciò che le refezioni non erano certamente tutte garantite. Sebbene abbia potuto moltiplicare i pani per un gran numero di gente, Gesù non ha mai fatto miracoli per se stesso o per i suoi discepoli, ma solo per gli altri. E, ancora, in mezzo a tante malattie e all’attività di terapeuta, non si accenna una sola volta a una qualche indisposizione di Gesù.
Il lavoro manuale, presupposto per la stabilità psicologica
Per aggiungere un tassello alla comprensione del solido equilibrio di Gesù, accenno ad alcune caratteristiche di un lavoro manuale che probabilmente ha impegnato almeno gran parte della sua vita: il carpentiere, nome con cui fu indicato e chiamato. Matteo e Marco concordano sul fatto che Gesù «esercitava il mestiere del padre, quello di carpentiere, fatto per niente umiliante o spiacevole. Il costume giudaico esigeva che anche l’uomo dedito ai lavori intellettuali imparasse un mestiere. I dottori più celebri avevano un’attività. Lo stesso Rabbi Johanan era anche calzolaio e un altro Rabbi di nome Isaac era fabbro. Allo stesso modo San Paolo, che aveva ricevuto un’educazione molto accurata, era fabbricante di tende o tappezziere. Gli stessi apostoli che poi Gesù scelse erano per la maggior parte pescatori. Per Gesù e Giuseppe, che vivevano in un piccolo paese, dovevano spesso spostarsi in cerca di un nuovo cantiere. Nelle sue parabole, Gesù manifesta l’interesse che il carpentiere poneva ad ogni sorta di costruzione.
Questo fatto appare in modo speciale quando Gesù parla di un frammento di truciolato che potrebbe essere schizzato nell’occhio, parla di una trave, oppure della pietra angolare buttata via dai costruttori, o del fondamento buono e solido per un edificio che non potrà essere danneggiato facilmente da inondazioni o da tempeste, oppure dal computo delle spese da farsi in anticipo per edificare una torre o un altro edificio. Oltre all’impegno professionale, certamente Gesù ha avuto occasione di esercitare lavori saltuari di manovalanza per aiutare qualche famiglia particolarmente bisognosa, tenendo conto che la popolazione di Nazareth, come di altri villaggi della Palestina, era molto povera. Nella cultura contadina accade normalmente che in alcuni momenti dell’anno i vicini si rendano reciprocamente disponibili ad aiutarsi per brevi periodi, come quello della raccolta delle olive o della vendemmia, della semina e della potatura.
Certamente Gesù è stato disponibile a rendere questi servizi: dalle parabole si intravede come s’intendeva di campi, di semina, di raccolti, di amministrazione economica dei raccolti, di pascoli, di vigne e anche di pesca, almeno da quando ha invitato nel suo gruppo dei pescatori di professione. Questa dimensione del lavoro anche faticoso contribuisce a strutturare in Gesù una personalità solida, forte ed equilibrata.
Si può parlare di psicologia di Gesù?
Si può davvero parlare di “psicologia di Gesù” anche se il suo io è immerso nel divino? Si può ed è doveroso pensare al mondo interiore psicologico di Gesù, a patto che lo si faccia con umiltà, sapendo che non si potranno raggiungere tutti i confini che riscontriamo nella nostra umanità. L’io di Gesù, essendo divino, si rivela a noi in parte, ma ci supera all’infinito.
Con il suo intuito, Adam afferma: «la prima caratteristica che balza all’occhio dello psicologo che studia la fisionomia umana di Gesù è certamente la nota di virile fortezza, di chiarezza, di lealtà impressionante, di rude sincerità, in una parola di eroismo, che traspare dalla personalità di Gesù. Questa era pure la prima caratteristica che legava a Lui i discepoli. Il “sì” e il “no” netti e taglienti della sua personalità si esprimevano in motti brevi e penetranti. Questi motti, come le parabole, sono come lo sfogo della sua volontà tesa verso la perfezione, la coerenza, la purezza interiore: “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo”. “Chi perderà l’anima sua, la guadagnerà”; “Nessuno può servire a due padroni” porta evidentemente l’impronta della loro origine genuina e appassionata.
Nei sinottici troviamo almeno una sessantina di volte le passioni, le emozioni, i sentimenti, i desideri e le preoccupazioni di Gesù. Matteo ci offre un quadro del mondo dei sentimenti e delle emozioni di Gesù.
Gesù non è un attore
I miracoli di Gesù vengono compiuti senza propaganda né spettacolo, senza alcuna finalità di attrarre l’attenzione degli spettatori. Gesù compie azioni straordinarie quasi senza farsi notare, senza annunci pubblicitari e lo stesso battesimo con i cieli aperti o la Trasfigurazione avvengono in un contesto così riservato che quasi nessuno se n’è accorto oltre i direttamente interessati: non apoteosi, non glorificazione in terra, non auto-investitura. L’animo di Gesù umile e schivo si comporta così perché questo è il suo stile. Ma nei suoi sentimenti c’è un fuoco che solo in Lui si può incontrare.
L’invito di Gesù è un comando di autorità
Quando presenta la missione ai discepoli, Gesù non fa nessuno sconto, non incarta nemmeno i contenuti per renderli ragionevolmente accettabili. Egli annuncia loro che li invierà come agnelli in mezzo ai lupi, senza bisaccia né bastone. Li avvisa che saranno flagellati nelle sinagoghe, gettati in prigione e perseguitati a causa sua, soggiungendo che, per le persecuzioni, dovranno persino fuggire in altri paesi e che saranno traditi addirittura in casa e se ciò non bastasse, Gesù afferma che preoccuparsi della propria vita vuol dire perdersi, mentre sacrificare la vita per Lui e per il Vangelo vuol dire salvarsi.
E occorre ancora sottolineare che il temperamento passionale di Gesù – il quale ha allergia per quanto è mediocre, peccato, vizio, violenza, schiavizzazione e ogni male – dichiara guerra a tutto ciò che rappresenta l’antitesi del Regno di Dio. Sono scolpite in noi e nella storia frasi come: «Voi credete che sia venuto a portare la pace sulla terra; no, io sono venuto a portare la spada»; «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che stesse già bruciando!”
Il Vangelo riporta che un giovane era stato invitato a seguire Gesù al quale aveva detto: “Permetti che venga dopo la morte di mio padre”. Ma Gesù ribatté: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti, ma tu annuncia e predica il Regno di Dio”. E a un altro aveva detto: «Chi mette mano all’aratro e torna a guardarsi indietro, non è adatto al Regno di Dio». Sorprende che, come scrive Matteo, pur manifestando sentimenti sul confine dell’umano abbia E poi ha il coraggio di dire: «Venite a me tutti voi che siete affaticati e stanchi ed io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sulle vostre spalle; imparate da me che sono dolce e umile di cuore e troverete la quiete delle anime vostre; perché il mio giogo è dolce e il mio fardello leggero.
Gesù accarezza e frusta
Solo in una personalità come quella di Gesù possono convivere sentimenti così contrastanti, a prima vista opposti, eppure di una coerenza assoluta. È lo stesso Gesù che, davanti ai bambini che disturbano la sua catechesi con inevitabili schiamazzi, si scioglie, interrompe per un momento i suoi discorsi e si prende del tempo per loro. È lo stesso Gesù che frusta i venditori del tempio e abbraccia i bambini. È un Gesù di fuoco. Per questi motivi ci risulta difficile intendere il mondo interiore di Gesù, che quasi ci spaventa e allo stesso tempo ci affascina.
Il cuore di Gesù è per i poveri
C’è poi un sentimento che incontriamo più frequentemente nei sinottici: la compassione o misericordia. Davanti alle folle di gente per la maggior parte povera, Gesù sente compassione e prende provvedimenti concreti, diventando provvidenza di Dio per ciascuno, moltiplicando per ognuno di loro il pane e il pesce.
Sente compassione a Cana per gli sposi rimasti senza festa e provvede ad offrire loro il vino. Ha compassione di fronte a malati, storpi, ciechi, sordomuti e li guarisce con il solo scopo di vederli star bene ed essere felici. Non chiede nulla in cambio. Dona e basta. Ha compassione dei lebbrosi, tagliati fuori dal resto del mondo, li guarisce, li integra nuovamente e li riabilita a tornare in famiglia, alla sinagoga, al tempio, al mercato. Si occupa dei malati mentali, degli epilettici, di coloro che, vittime di gravi schizofrenie, non sono nemmeno più capaci di mendicare e rimangono muti, con lo sguardo fisso nel vuoto, tant’è vero che per la gente hanno un demonio in corpo, un demonio muto, un demonio che li scuote nella malattia.
In Gesù, pieno di compassione, questi malati ritrovano il recupero e la guarigione, ma Lui ha soprattutto pietà per chi è ferito dal peccato e ha bisogno di perdono. Il compassionevole Gesù perdona un paralitico perché ha capito quanto gli sia necessario, più della guarigione fisica: così gli somministra questo e quella. Una donna che rischiava la lapidazione per la sua infedeltà viene salvata dalla pietà e dalla compassione di Gesù, mentre una vedova fuori della cittadina di Naim ha la fortuna di incontrarlo mentre, disperata, accompagna la sepoltura del figlio morto. La misericordia di Gesù, che non perde alcuna occasione di intervento, resuscita quel ragazzo, riconsegnandolo all’affetto della madre.
Mentre i discepoli che gli stanno accanto appaiono piuttosto agitati di fronte alle situazioni di disagio, Gesù si esprime sempre con calma ed equilibrio in ogni imprevisto: essi provano preoccupazione quando la gente che li segue avrebbe bisogno di sfamarsi e non sanno come risolvere il problema.
Provano fastidio e si innervosiscono di fronte al cieco che grida al passaggio di Gesù, disturbando. Provano fastidio davanti ai bambini che, ovviamente, infastidiscono anche loro e cercano di allontanarli, ma l’equilibrio e la saggezza di Gesù risolve tutto con una calma imponderabile: moltiplica i pani ai primi, guarisce il cieco, chiama i bambini che vengano a giocare con Lui e li carica di abbracci e baci, mostrando loro quanto gli vuol bene. E quando i discepoli si scoraggiano per la loro impotenza, poiché non riescono a guarire qualche caso particolarmente complesso, con la sua compassione Gesù li aiuta a superare quel disanimo, indicando loro la soluzione: più preghiera e più digiuno.
Gesù mostra poi come la compassione e la misericordia non solo gli fanno compiere miracoli, ma pervadono i suoi discorsi quando vuole trasmettere a tutti i suoi stessi sentimenti. La parabola del figlio prodigo o del padre misericordioso indica come il perdono abbia potuto recuperare la vita del figlio perduto, mentre il racconto del buon samaritano che, mosso da compassione, recupera la vita di chi è stato disprezzato e buttato via dai malviventi, esprime tutto il disappunto per coloro che non hanno saputo portare soccorso.
Il fuoco dentro
Ai discorsi si aggiunge anche l’episodio dei venditori del Tempio, cacciati da Gesù con fruste e grida di sdegno contro la mancanza di rispetto per la Casa di Dio. Ma in nessuno di questi casi traspira vendetta o violenza gratuita. Gesù non ha nemici. Gesù ha amato i venditori del Tempio come ha amato i bambini che giocherellavano con Lui. Gesù abbraccia i bambini perché hanno bisogno di abbracci e usa la frusta per i venditori del Tempio perché avevano bisogno della medesima. La capacità di conservare nello stesso cuore sentimenti di collera e amore indiviso per le stesse persone necessita di un equilibrio divino.
Emozione fino alle lacrime
Il sentimento di profonda compassione porta Gesù addirittura al pianto, davanti alla città di Gerusalemme che non si converte e di cui prevede la distruzione e, in un altro momento, quando gli muore l’amico Lazzaro: arriva quattro giorni dopo il funerale ed è scosso emotivamente dal dolore di Maria e Marta e dagli altri giudei che piangono la morte del giovane, quindi scoppia a piangere anche Lui. E, ancora, nella passione i sentimenti di misericordia trasbordano nei confronti di chi lo crocifigge e da ultimo con chi muore con Lui, fissando per sempre i tratti di una personalità compassionevole come può essere soltanto quella di Dio.
Solo Dio può piangere così
Il dolore di Gesù gli fa sudare sangue: forse Gesù pensa a quel regno di giustizia che aspettavano specialmente i poveri e che non si sarebbe realizzato facilmente sulla terra. Pensa all’impenitente Gerusalemme, a Nazareth, a Cafarnao, dove aveva abitato un tempo. Pensa al suo destino di servo sofferente, ma certamente più ancora a Giuda, a Pietro, a Pilato, ad Erode e a tutta quella gente che aspettava un trapianto di cuore. Chiama Giuda amico e nemmeno a Pietro rimprovera il tradimento, semplicemente lo guarda, non con occhio giudicante, ma di fratello che non ha spazi, nel profondo del suo essere, per conservare del rancore.
Misericordia e amore
Durante tutta la sua vita pubblica Gesù è intento a servire: insegna, guarisce i malati e perdona i peccatori, indicando a tutti di fare come Lui. Alla fine lo vediamo nella cena di addio, inginocchiato davanti ai suoi discepoli mentre lava loro i piedi. Vedere Dio che lava i piedi agli uomini è un’icona di fuoco, quel fuoco che incendierà il mondo. Mentre si carica Lui stesso della croce, Gesù invita anche noi a seguirlo caricando la nostra, proporzionata alle nostre forze. Ebbene, questo invito ci potrebbe indurre a pensare che essere cristiani significhi solo soffrire e quindi vivere sostanzialmente una vita infelice. Ma rispondiamo guardando Lui.
La gioia di Gesù
È certamente l’uomo massacrato dal dolore più di ogni altro uomo che è esistito ed esisterà sulla terra, ma è anche l’uomo che più di ogni altro ha vissuto la dimensione della gioia nella massima misura che un uomo possa vivere. Gesù visse la gioia nel suo quotidiano di Nazareth in una famiglia così unica, in una dimensione di affetto e amore che possiamo solo lontanamente immaginare. Quando stringeva la mano di una bambina morta potendole dire TalitàKum o stendeva le mani sui malati per guarire, quando predicava il Nuovo Regno, le Beatitudini e annunciava il Comandamento Nuovo e, in modo tutto unico, quando trascorreva le notti col Padre in una preghiera che univa l’umano al divino con una gioia che nessun uomo ha mai potuto né potrà mai sperimentare e, ancora, durante le sue giornate terrene, mentre amava ogni persona che passava o sostava accanto a Lui, la gioia di Cristo si è manifestata al di sopra di ogni altra sulla terra e, se siamo invitati a caricare la croce dietro di Lui, siamo allo stesso modo invitati ad abbracciare la stessa gioia che ha pervaso la sua vita. Prima di terminare voglio ricordare che, all’ultimo saluto, Gesù aveva detto di aver desiderato quella cena con il più intenso desiderio e sappiamo che in quella sera Gesù celebrò quello che si sarebbe realizzato poco dopo: la morte e la risurrezione. È dunque evidente con quale atteggiamento egli va incontro all’ultima ora, ora della passione, morte e risurrezione.
Gesù è ebreo
La sua cultura e la sua religione appartengono a quel popolo. Si nutre della Legge e dei Profeti. Anche Lui sogna il giorno in cui si realizzeranno le Promesse. Anche Lui aspetta il Regno di Dio e lo predicherà con tutte le forze. Come ogni ebreo, anche Lui attende la manifestazione del Messia, che ritrova sempre di più nella sua stessa carne e nel suo spirito. Quando afferma che non è venuto ad abolire la Legge di Mosè, ma a completarla, cosa significa? Che cosa mancava dunque alla Legge dei 10 Comandamenti? Nel testo c’era tutto, ma nessuno la viveva con totale ubbidienza. Gesù fu il primo ebreo a mettere in pratica in pienezza tutta la Legge e i Profeti. In questo senso ha completato ciò che mancava. Nessuno è stato tanto ebreo come Gesù Cristo.
Le sue radici ebraiche
I libri dell’Antico Testamento sono, anche per Lui, i testi attraverso cui Dio parla con il suo popolo. Come ogni ebreo, va alla sinagoga e raggiunge il tempio di Gerusalemme e in entrambi i luoghi si prende dei tempi per predicare la novità del Regno di Dio. Egli non predica una nuova religione, ma la Legge, quella di Mosè che il popolo in parte conosceva, aiutando però la gente ad andare in profondità. La Legge prescriveva infatti di conservarsi puri davanti a Dio e, per questo motivo, imponeva di lavare varie volte le mani, i piedi, il corpo, i piatti, i bicchieri e tutto ciò che si usa per il cibo. Anche Gesù persegue la purezza, ma quella del cuore: chiede infatti di lavare il cuore e purificarlo da furti, adulteri, violenze, soprusi e da ogni forma di peccato.
Il sabato
La Legge, inoltre, esigeva il rispetto del sabato, proibendo ogni attività lavorativa e imponendo persino di non oltrepassare un certo numero di passi. Anche Gesù chiede il rispetto del sabato, vietando in primo luogo di fare il male e invitando a fare il bene, a curare i malati, ad aiutare i bisognosi o a compiere atti di giustizia e di carità perché il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Gesù è l’ebreo santo, il profeta che vive i comandamenti [la Legge] in pienezza. In Gesù si realizza la pienezza dell’ebraismo che noi chiamiamo cristianesimo: possiamo pure dire che il Nuovo Testamento è l’Antico Testamento vissuto da Lui.
I pilastri della religiosità ebraica accolti da Gesù
La preghiera
Il popolo semplice di Israele nutriva una fede genuina, radicata in una storia religiosa millenaria. Gesù visse in questo popolo che sapeva pregare. Ogni pio giudeo cominciava e concludeva la giornata con la preghiera. Lo afferma lo storico Giuseppe Flavio: «Due volte al giorno, al mattino e alla sera prima del riposo. Ogni giudeo si rivolge a Dio con preghiera di ringraziamento, ricordando le gesta che Dio ha compiuto da quando uscirono dall’Egitto. Dall’età di tredici anni tutti i giudei maschi, adolescenti e adulti, non solo in Palestina, ma anche in tutta la diaspora (parola per indicare la dispersione degli ebrei nel mondo intero), seguivano con fedeltà la preghiera, chi poteva, in casa, nella Sinagoga e nel Tempio. Tale preghiera veniva recitata in piedi, rivolti al Tempio di Gerusalemme. Anche Gesù pregava così: “Ascolta, Israele; il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze. Custodisci queste parole che oggi ti dico...». Seguivano le benedizioni e c’era poi ancora una preghiera alle tre del pomeriggio, quando chi stava fuori Gerusalemme si univa spiritualmente alla preghiera del Tempio nell’ora in cui si offrivano i sacrifici vespertini.
Il digiuno
Nella spiritualità di Israele, unitamente alla preghiera, troviamo il digiuno come una forma della stessa orazione. Durante tutta la storia sacra di quel popolo ci si era fatti aiutare da questa pratica di penitenza, già raccomandata da Dio a Mosè stesso. Lo stesso Acab, dopo aver sentito le parole di Elia, si era strappato le vesti e aveva digiunato. Giona invitò la popolazione di Ninive – uomini, donne, dai più anziani ai bambini – a convertirsi facendo penitenza e digiuno. Anche David digiunò a lungo per il figlio e ancora per Saul e il grande amico Gionata quando furono uccisi sul Gelboe. E, inoltre, per la ricostruzione di Gerusalemme. E poi lo stesso Dio (Adonai) invita tutti a penitenza e a digiuni per essere liberati dalle calamità: «Tornate a me con tutto il cuore con digiuni e pianti, ma strappatevi i cuori e non le vesti». E, ancora, la grande eroina Ester, per tentare di liberare il suo popolo, non rifiuta di rischiare la propria vita, ma in qualche modo chiede di essere accompagnata da tutta la sua città, chiedendo un digiuno senza alcun cibo né bevanda per tre giorni e tre notti. Come Mosè, prima di ricevere la Legge da Dio stesso digiuna per quaranta giorni e quaranta notti senza cibo né bevanda, così Daniele, con preghiere, suppliche, digiuni e vestendo di sacco, si avvicina a Dio per chiedere il perdono dei peccati per il popolo di Israele.
Gesù stesso cominciò la sua vita pubblica con quaranta giorni di digiuno nel deserto. E, quando i discepoli domandarono per quale ragione non erano riusciti a guarire alcuni malati molto gravi, Gesù rispose che certe malattie si guariscono solo con molta preghiera e digiuno. E, poiché già i profeti avevano censurato il digiuno, che era diventato motivo di orgoglio, mise in guardia i suoi: «Quando digiuni, lavati il volto e profumati il capo, affinché gli uomini non si accorgano che stai digiunando, ma solamente il Padre tuo che vive nel segreto e il tuo Padre che vede nel segreto ti ricompenserà».
L’elemosina
L’elemosina non deve cristallizzarsi nella nostra mente come il gesto della moneta offerta, quasi un gesto di galateo più che non un atto di bontà: se viene praticata nel suo senso vero, essa concretizza la condivisione e solidarietà con chi è indigente e soffre a causa della sua povertà, mancando spesso di casa, cibo, vestiti o medicine.
Dio vuole infatti educare il suo popolo ad atti dia more al prossimo sempre più genuini, perfezionando la predisposizione al soccorso – già inscritta nel cuore dell’uomo – verso chi è in necessità.
Già nelle prime pagine della Bibbia Dio chiedeva che, nelle città del popolo di Dio, orfani, vedove e immigrati potessero incontrare persone che sanno provvedere alle loro necessità. E ai contadini chiedeva di lasciare un poco del raccolto nei campi, affinché potesse servire ai migranti, agli orfani e alle vedove: in questo modo, il bisognoso non doveva umiliarsi a chiedere, ma incontrava la provvidenza sul suo stesso cammino.
Alcuni proverbi aiutavano a comprendere il senso della condivisione: «Se vedi un povero, non girarti dall’altra parte e Dio si volterà verso di te – e ancora – chi aiuta il povero impresta a Dio stesso, che gli darà la sua buona ricompensa», o ancora: «Chi chiude le orecchie quando il povero chiede, non riceverà risposta nemmeno lui», oppure: «Come l’acqua spegne il fuoco, la carità spegne i peccati». Ma Gesù va molto oltre: conoscendo la sua gente, capace di lasciarsi vincere dall’orgoglio di essere migliore degli altri, continua ad orientarla: «Quando fai l’elemosina, la tua mano sinistra non sappia ciò che fa la destra, affinché la tua elemosina rimanga segreta, e allora tuo Padre che vede nel segreto ti ricompenserà». Gesù insiste anche sulla gratuità dell’offrire ai poveri. Chi fa una festa dovrebbe invitare in particolare poveri, disabili, paralitici o ciechi, perché questi non avranno mai da ricompensare e la ricompensa si riceverà alla risurrezione.
I pellegrinaggi
Al pio israelita non basta isolarsi nel proprio mondo dei campi o delle rive del mare e accontentarsi della propria famiglia. La stessa sinagoga non è sufficiente per respirare lo spirito delle Alleanze, dei Profeti, delle Promesse. Bisogna uscire dal proprio cortile e coltivare delle aggregazioni di ampio respiro con altri parenti, amici e testimoni della stessa fede. La religione si deve vivere insieme al proprio popolo, altrimenti soffoca e può morire. Questa è la ragione dei pellegrinaggi. Il nomadismo di questo popolo è rimasto abbarbicato all’anima di queste comunità, che hanno bisogno di camminare insieme, di accamparsi con i familiari della famiglia estesa e la famiglia dell’Eterno Israele. La propria vigna, la barca, la casa non sono sufficienti e Gerusalemme è un punto di riferimento prezioso che invita a celebrare e a cantare un Magnificat in tutte le feste, con il proprio popolo. Le mete dei pellegrinaggi sono cariche di storia, di fede, e specialmente sono pregnanti di una presenza divina che nasce dalla memoria di fatti straordinari nei quali è stato protagonista Dio stesso, che ha pure fissato le festività e i pellegrinaggi: «Tre volte all’anno ogni uomo dovrà comparire davanti a Dio nel santuario che Lui ha scelto». Il fedele non si presenta mai a mani vuote, ma porta offerte in proporzione di ciò che la Provvidenza ha elargito in quell’anno.
La Legge
Per raggiungere la sua maturità, l’uomo ha bisogno di leggi morali che canalizzino i suoi atti. Il popolo di Israele riconosce di avere il privilegio di aver ricevuto le sue leggi da Dio stesso e questa è la ragione della straordinaria importanza delle dieci parole che Mosè ricevette sul monte Sinai, tra tuoni e lampi, mentre dialogava con Dio. Per aiutare il popolo eletto a compiere la sua missione, Mosè e i profeti esemplificarono poi le grandi leggi in comandi minori, che si aggiungevano a quelli precedenti. Si correva tuttavia il rischio che alcuni uomini interpretassero quelle leggi in forma troppo legalista, compromettendo il cuore sacro della Legge. Al tempo di Gesù, gli abusi in questo senso erano molti, tanto che, in diversi casi, Egli dovette smascherarli con forza. Soprattutto durante l’esilio di Babilonia, il popolo giudeo fece una revisione di vita sui suoi mali e concluse che erano causati dalla propria infedeltà alla Legge: «Abbiamo disubbidito i tuoi comandamenti, non li abbiamo osservati e non abbiamo agito secondo tutti i tuoi ordini, che ci hai dato per il nostro bene».
Le grandi fedeltà avevano lo scopo di mantenere unito solidamente il popolo: costituivano questi pilastri la circoncisione, il sabato, l’elemosina, il digiuno e la preghiera. Del periodo dei Maccabei si è scritto: «Molti israeliti [a differenza di altri] si mantennero saldi e non c’era nessuno che riuscisse a far mangiare qualcosa di considerato impuro. Essi preferirono morire che contaminarsi con questi alimenti e profanare la santa alleanza. E molti di fatto morirono».
Con le sue posizioni molto critiche nei confronti non della Legge, ma di coloro che la tradivano, Gesù ha voluto mettere ben in chiaro la sua posizione. Infatti, dopo aver detto che bisognava superare la legge del taglione, purificare le disposizioni sul matrimonio, sul tempio, sul sabato, sull’igiene, concluse: «Non pensiate che sia venuto ad abolire la legge o i profeti. Non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento».
Il mondo attorno a Gesù
Gesù ha circa trent’anni. Il mondo attorno a lui e Dio, suo padre, lo chiamano ad uscire dalla bottega e dai cantieri edili per un passo nuovo. Gesù si guarda attorno. Il Tempio, abitazione istituzionale di Dio, non può non attrarlo. In Israele ci sono poi diversi gruppi come i Sacerdoti, gli Scribi, i Farisei e altri ancora che, in modi diversi, costituiscono l’impianto dell’Eterno Israele. Tutti, anche se con sfumature differenti, coltivano la speranza di un Regno di Dio (e non più di Roma) e dell’arrivo imminente di un Messia. Ciascuno di questi gruppi ha qualcosa da dire a Gesù e Lui non disdegna di fare proprio tutto ciò che di buono trova in essi, ma il suo orizzonte va molto oltre.
La Città santa: Gerusalemme
L’Eterno Israele vede la città di Dio nella stessa Gerusalemme. Là si studia la Torah e si celebra una liturgia solenne. L’intera vita degli israeliti è orientata verso quella città. I Patriarchi, i Profeti, i Sacerdoti e i Re hanno vissuto proiettati su quel centro del mondo.
Il Tempio, ragione di vita per tutti
L’istituzione del Tempio è il centro di Gerusalemme. Tutto ruota attorno ad esso. È l’Abitazione di Dio stesso. Ogni giudeo si rivolge al Tempio per la preghiera. Tutti vanno al Tempio ad offrire le primizie della terra o acquistano gli animali e li offrono per ringraziare e per chiedere perdono.
I Sacerdoti
La casta sacerdotale era istituzionalmente autorizzata ad offrire sacrifici per sé e per il popolo: considerati “santi”, essi insegnavano la Legge intesa come la volontà di Dio, ma non sempre erano all’altezza del loro ufficio.
I Farisei
Al tempo di Gesù esistevano già da duecento anni. Essi pretendevano di essere i fedeli studiosi e interpreti delle Sacre Scritture: coloro che spiegavano con più cura la legge ebraica e lottavano per l’indipendenza nazionale.
Gli Scribi
Avevano in primo luogo il compito di custodire la Legge di Dio racchiusa nelle Scritture con l’incarico di leggerla, tradurla e interpretarla per il popolo.
I Sadducei
Essi rappresentavano la classe più elevata, da cui venivano eletti i sacerdoti. Erano anche gli amministratori del denaro pubblico e temuti dal popolo.
I Terapeuti
Ovvero medici che sembra avessero una struttura gerarchica nelle loro comunità. Essi cercavano di guarire non solo il corpo, ma anche l’anima malata quindi necessitavano di preghiera e non solo di medicine .
Predicatori itineranti
Forse essi erano più filosofi che moralisti, anzi, spesso molto liberi nei loro usi e costumi, forse influenzati dai cinici greci. La loro vita senza fissa dimora faceva pensare che aveva senso una predicazione itinerante di villaggio in villaggio, incontrando la gente semplice delle periferie più disposta all’ascolto.
I mendicanti
C’erano poi quelli che hanno scelto una vita povera come i mendicanti che, per il fatto di vivere di provvidenza, manifestano una dimensione della vita molto preziosa: pure loro dicevano qualcosa al cuore di Gesù.
Gli Hassiddim
Di un movimento del giudaismo ortodosso, esistente probabilmente già tre secoli prima di Cristo, erano un invito costante alla preghiera per l’Eterno Israele. Essi si raccoglievano e facevano un’ora di silenzio prima della preghiera propriamente detta.
Gli Zeloti
Il loro nome traduce il loro zelo per il compimento della legge. Bisognava salvare il popolo a tutti costi, anche di morire come martiri per onorare il nome del Signore e ottenere la liberazione del popolo di Israele.
Gli Esseni
Tra tutti coloro che propongono le strade classiche o quelle alternative per vivere la dimensione della fede dell’Eterno Israele, c’è qualcuno che è maggiormente in sintonia con Gesù: sono gli Esseniche, per prepararsi alla fine dei tempi e all’arrivo del Messia, si sono ritirati nel deserto, nella località di Qumram, e invitano specialmente i giovani ad aggregarsi a loro. Giovanni Battista, pur non appartenendo a questa comunità aveva però molti elementi in comune: ascetica, rigore, preghiera, penitenza, digiuno, purificazioni, vita celibataria e una significativa coscienza dell’arrivo del Messia.
Tra tutti coloro che propongono le strade classiche o quelle alternative per vivere la dimensione della fede dell’Eterno Israele, c’è qualcuno che è maggiormente in sintonia con Gesù, un amico e parente che più di tutti ha capito Dio e il suo popolo. I Vangeli non si dilungano a parlare di questa amicizia tra Gesù e Giovanni il battezzatore, semplicemente perché gli evangelisti non sono stati testimoni dei loro incontri, però è difficile pensare gli anni di Nazareth senza questo legame certamente coltivato in profondità tra due uomini così in sintonia, che si sarebbero cercati anche se fossero vissuti agli estremi opposti del mondo.
Se Gesù arriva a dire che suo cugino Giovanni è la persona più straordinaria che abbia incontrato, addirittura il più grande tra i nati di donna, doveva conoscerlo bene e poiché allora, più che oggi, l’amicizia si coltivava con l’incontro, chissà quante serate o notti possono aver passato insieme a raccontarsi la loro vocazione, le speranze del loro popolo oppresso, ma anche le loro paure. La politica creava problemi in molti settori e tanto Giovanni quanto Gesù cercavano il modo migliore di porsi nei suoi confronti. Alcuni amici si erano già stancati dell’oppressione romana e avevano deciso di prendere le armi e pensare seriamente alla ribellione contro Roma; erano appunto gli Zeloti.
Respirando l’aria nuova degli ultimi tempi e dell’arrivo del Messia che tutti aspettavano molto più che in altri tempi, alcuni di loro si erano sentiti investiti del compito di guidare Israele alla liberazione. E cosa avrebbero potuto fare i due cugini? Certamente Gesù aveva confidato a Giovanni tutto ciò che sapeva sulla propria identità. Così Giovanni è stato forse il primo a capire che il Messia ormai era arrivato, se riuscì a presentarlo ai suoi discepoli dichiarando chiaramente: “È Lui”. Quando leggevano la storia del grande re Davide, i cugini certamente vibravano nel vedere in lui uno strumento di Dio tanto prezioso, ma capivano anche che la loro vita non era in quella direzione. E, leggendo certi brani di Isaia, specialmente quelli del Servo sofferente, si saranno certamente interrogati se quelle pagine potevano avere qualcosa da dire loro e si saranno domandati se quella poteva essere la loro strada.
Tra i due non era più un mistero che la missione di Gesù fosse quella del Messia. A un certo punto Gesù e Giovanni capiscono che bisogna cominciare. Probabilmente Gesù propone a Giovanni di iniziare lui. Potrebbero anche aver passato del tempo insieme: Gesù si sente spinto nel profondo del suo spirito a passare un tempo nel deserto. Forse per una vita eremitica? Una vita ancora più radicale di quella di Giovanni il Battezzatore? Comunque Gesù deve fare alcune grandi scelte: bisogna percorrere la strada della liberazione che alcuni avevano già tentato, ovviamente senza violenza. Ma come? Sembra che il grande re Davide avesse tracciato una strada da percorrere anche per il futuro Messia, ma tutta quella violenza non combaciava con lo spirito di Gesù, d’altra parte, il potere di Davide davanti a quelle masse di poveri che chiedevano di essere finalmente liberati e che Gesù sapeva di poterlo fare, potrebbe essere stata una terribile tentazione per Gesù stesso.
Tentazioni nel deserto
Nella riflessione del deserto, di fronte a Gesù le strade si riducono: non basta comportarsi come i servitori del Tempio, dove lavorano Sacerdoti, Sadducei, Scribi, dottori della Legge e Farisei; né seguire la strada degli Esseni, i Terapeuti, gli Zeloti, anche i più ben intenzionati. Per realizzare la profezia del Messia, figlio di Davide, non serve nemmeno seguire la pista tracciata dal grande re Davide, nella cui discendenza Gesù stesso era inserito.
Egli era sempre più immerso nel Padre e sempre più attratto dalle lacrime, dalle grida e dalle speranze del suo popolo. L’Eterno Israele gridava in lui per realizzare finalmente un Regno nuovo, che doveva essere un regno di giustizia, il cui nuovo re non poteva essere che Dio. E anche tutto questo “bene” da fare non poteva che manifestarsi come una grande tentazione.
Gesù vince le tentazioni del deserto
Le tentazioni nel deserto possono essere state raccontate da Gesù stesso ai discepoli, sotto forma di parabola per mostrare che Lui in quei 40 giorni vive ciò che ha vissuto Israele nei suoi 40 anni nel deserto. Nel deserto, Gesù ha dovuto rinunciare chiaramente ad essere uno che fa grandi segni – come cambiare le pietre in pane per ottenere la fiducia della gente e farsi eventualmente eleggere re. Ha dovuto rinunciare a fare miracoli vistosi, come buttarsi giù dal pinnacolo del Tempio senza averne alcun danno, ma specialmente ha dovuto rinunciare ad assumere il potere di un regno a cui avrebbero potuto appartenere tutti i regni di questo mondo – e stabilirne uno finalmente tutto nuovo, liberando finalmente il suo popolo di Israele da tutte le ingerenze straniere.
Gesù comunque invitato a seguire la strada di Davide o quella del Battista, si dirige su una strada che gli viene da un altro profeta che in quel deserto, ha occupato gli angoli più segreti dell’anima di Gesù più di tutti gli altri: Isaia. In quel profeta, Gesù incontra la propria storia. Il “giusto”, raccontato dal profeta e il “giusto” che vive in Gesù sono in sintonia. Il servo sofferente di Isaia si fa strada nella mente di Gesù e gli fa intravedere il suo cammino. Dall’inizio della storia, infatti, gli uomini si erano domandati il motivo del dolore, del male e della morte. Gesù capiva che bisognava rispondere una volta per tutte a quegli interrogativi e, nelle pagine del profeta, Gesù vedeva già tracciata la strada della proposta privilegiata di un atto di solidarietà totale, che avrebbe finalmente guarito il mondo. Forse una croce?
Dopo aver lottato e vinto, Gesù ha raggiunto anche una pace psicologica, oltre a quella di Dio, mai persa. Gesù, dopo aver vinto le tentazioni, continua a pensare alla propria missione. Gesù si sente in sintonia con essa. Gesù, mentre legge i Patriarchi e i Profeti li riconosce e venera, ma allo stesso tempo avverte una distanza incolmabile tra ciò che avevano intravisto i Profeti pensando al Messia e chi sente di essere Lui stesso. Suo cugino Giovanni Battista, il Battezzatore gli è molto vicino. Vibrano di una grande novità. Giovanni capisce che è Lui il Messia che si attende, o meglio avverte che nessuno più di Lui è Messia. I due cugini avvertono in Israele un vuoto da colmare a tutti i costi: si ama poco, si perdona poco. L’Israelita pensa troppo alle cose che possono farlo star bene: una grande famiglia, buona salute, numerosi greggi, raccolti abbondanti. Tutti doni riconosciuti come doni di Dio, ma si intuisce anche che come recita un salmo, nel benessere l’uomo non intende ragione e diventa come le bestie. I due cugini avvertono che bisogna capovolgere la mentalità: nella sofferenza l’uomo intende e diventa sempre più uomo e donna.
Quell’uomo “giusto” del profeta Isaia martella nella testa dei due cugini. Pensano a qualche segno che indichi rinascita di questo uomo nuovo, del nuovo Israele. Ecco un primo segno rudimentale del perdono: il battesimo con l’acqua. Battezzare significa lavare: purificare il corpo come segno per purificare il cuore, che diventerà sempre più capace di accogliere e offrire il perdono. Gesù si sente in cammino sulla stessa strada del Padre e avverte che questa sarà la sua missione: perdonare e insegnare a perdonare. Gesù ha sempre più coscienza del fatto che, quando il suo popolo avrà imparato a chiedere perdono, ad accogliere il perdono e a dare il perdono, si vivrà nel nuovo Regno di Dio.
Il battesimo
La missione di Gesù adulto inizia qui, sulle rive del Giordano, dove molti venivano da Giovanni Battista per ascoltare l’ultimo profeta della storia antica, l’ultima voce autorevole dopo un lungo silenzio di Dio: voce di uno che grida nel deserto, invita alla conversione e al perdono dei peccati: perdono richiesto, donato, accolto e, da ultimo, venivano sperando di farsi battezzare.
Alcuni si fermavano tempi lunghi, in quel luogo, per meditare quanto Giovanni predicava. Cosa diceva quell’uomo, che vestiva come il profeta Elia? Gridava nel deserto la conversione chiedendo di abbassare le montagne e riempire le valli e preparare una strada pianeggiante per colui che atteso da secoli doveva arrivare. Convertirsi (per ogni ebreo) voleva dire riascoltare e assumere nuovamente le dieci parole di Dio, i comandi di Dio che attraverso Mosè erano stati consegnati all’Eterno Israele. I penitenti che venivano da Giovanni sapevano di essere i figli di un popolo che aveva ripetutamente promesso e giurato di ubbidire quelle leggi di Dio stesso, ma poi quante infedeltà!
E adesso tornavano per chiedere perdono per essersi dimenticati di Dio, per non aver amato e rispettato il padre, la madre, i fratelli, i figli. Accompagnati da Giovanni, imploravano in lacrime un cuore puro e uno spirito nuovo: “Pietà di me o Dio, nella tua misericordia cancella il mio peccato, purificami e lavami da tutte le mie colpe”. Giovanni grida che la scure è già posta alle radici: ascoltandolo, i penitenti capiscono di essere quegli alberi che rischiano di essere tagliati e buttati se non si convertono. Giovanni non risparmia nessuno e ha consigli per tutti, per i piccoli e i grandi, per i soldati e per i re. Sono in tanti che vengono per essere purificati, ma non dobbiamo pensare a una fila di persone che si fanno battezzare come un atto devozionale qualsiasi, che può nascere dopo un’omelia seria, o dopo un ravvedimento temporaneo. Per arrivare al rituale proposto da Giovanni, bisognava aver fatto un vero cammino di conversione, perché il frutto di questo avvenimento diventava una vera rinuncia al peccato e una nuova firma di fiducia incondizionata a Dio, salvatore dell’Eterno Israele. Si arrivava al battesimo solo dopo una seria e ragionevole preparazione, anche per tempi lunghi di settimane e mesi. Alcuni infine si fermavano presso Giovanni come discepoli. Questi penitenti ricevevano il battesimo dopo aver confessato i loro peccati e specialmente dopo aver rinunciato a questi per sempre.
Anche Gesù si immergerà nell’acqua per un atto di solidarietà che aprirà i cieli e lo Spirito lo confermerà Figlio e fratello universale dell’intera umanità, per la quale chiede perdono. Giovanni comincia, ma intravede che sarà Gesù ad accompagnare il popolo al Nuovo Regno.
Giovanni è il primo a riconoscere che in Gesù c’è la regalità, che Gesù è Re in tutte le sue fibre, ma un Re servo, che percorrerà non la via del potere glorioso in questo mondo, ma la strada della misericordia di Dio.
Gesù è arrivato e si è immerso nelle acque penitenziali del Giordano. Lui, che è solidale con tutti i peccatori, Lui che si fa nostro portavoce in quell’acqua dove tutti chiedono perdono dei peccati, anche Lui, appassionato per noi, chiede perdono per questa nostra umanità che è diventata anche la sua e per la quale va pazzo. Lui è il capo, la testa sana che si inserisce nel nostro corpo malato e lui diventa antibiotico per noi per guarirci dal peccato. E, quando riemerge, i cieli si aprono e il Padre conferma di aver sentito la preghiera del Figlio e chiede anche a noi di ascoltare Lui. e la croce sarà il suo ultimo battesimo, la sua ultima immersione per far risalire tutti noi con lui e portarci alla risurrezione. Nelle sue interminabili notti di estasi col Padre, Gesù andrà ormai ripetendo il suo sì alla missione che il Padre stesso gli ha affidato: quella di solidarizzare con l’intera umanità.
All’inizio della sua vita pubblica, Gesù riunisce attorno a sé un gruppo di 12 rappresentanti delle12 tribù di Israele e altri discepoli: formeranno una comunità per lo più itinerante che avrà il privilegio di condividere con Gesù la sua missione e sarà incaricata di continuarla dopo di lui. Dopo una notte di preghiera, Gesù sceglie i Dodici. Alcuni sono suoi parenti stretti e altri li conosce pressappoco dall’infanzia.
Un gruppo di famigliari e amici
Da un primo sguardo a questo gruppo, risulta subito che ci doveva essere uno speciale affiatamento tra di loro per diverse ragioni, non ultima che cinque apostoli e, poco dopo, almeno quattro discepoli erano fratelli, cugini e cognati tra di loro. Non erano Rabbini né studiosi, ma certamente non ignoranti: uno di loro conosceva anche il greco, un altro era impiegato nel brutto ufficio di imposte e nessuno era figlio di una famiglia miserabile, per cui una normale scuola potevano averla frequentata tutti. Un’altra caratteristica in comune: erano tutti lavoratori e appartenevano alla stessa classe sociale. Essi poi, pur non essendo necessariamente specialisti e versati nelle Scritture, le conoscevano fin dall’infanzia.
È ragionevole pensare che fossero tutti dei fedeli alla sinagoga, ai pellegrinaggi e a tutto ciò che identificava un giovane come un serio israelita. Penso si possa immaginare, per un momento, come Nazareth o i paesi limitrofi potevano essere popolati di giovani per la maggior parte molto simili agli apostoli e ai discepoli di Gesù. Tra i giovani uomini e donne che facevano parte di questa comunità pressappoco itinerante, erano particolarmente coinvolte tre coppie di sposi: in primo luogo Giuseppe e Maria di Nazareth e secondo una testimonianza molto attendibile, una seconda coppia di sposi composta da Cleofa fratello di Giuseppe e sua moglie Maria, sorella o cognata della Madre di Gesù e ancora Salomè e Zebedeo.
Se osserviamo più da vicino la parentela di questo primo nucleo della prima comunità, vediamo che Giuseppe e Maria hanno probabilmente un fratello e una sorella (Cleofa e Maria) tra i discepoli; sempre tra i discepoli, il nipote Giuseppe e la nipote Salomè e tra gli apostoli ancora due nipoti (Giuda Taddeo e Simone lo zelota, figli di Giuseppe o comunque nipoti) e ancora tra gli apostoli il nipote Giacomo minore e due pronipoti (Giacomo maggiore e Giovanni).Almeno cinque apostoli: Giacomo, Giovanni, Giacomo il minore, Giuda Taddeo e Simone lo zelota erano cugini di Gesù (per quanto riguarda Giuda Taddeo e Simone lo zelota potevano essere semplici cugini o figli di Giuseppe, in quanto sono pure chiamati fratelli del Signore) e quattro discepoli, Cleofa e Maria, Salomè e Giuseppe, appartenevano alla grande famiglia di Gesù.
Da aprile a ottobre la comunità di Gesù poteva spostarsi liberamente nei villaggi e nelle regioni più distanti, in quanto il clima più secco permetteva di muoversi senza grandi disagi. I mesi invernali, a causa delle abbondanti piogge, creavano invece difficoltà per gli spostamenti e le aggregazioni di malati e ascoltatori. È probabile che in questi mesi apostoli e discepoli riprendessero in parte le loro attività e si ritrovassero insieme in sinagoga. Intanto almeno Simon Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Matteo e Gesù vivevano già a Cafarnao nella casa di Simone,con la moglie di lui e sua suocera.
Simone e Andrea
Simone (Pietro) verrà eletto capo degli apostoli, ma il fratello Andrea è il primo a incontrare il maestro e sarà lui a farglielo conoscere. Andrea era già stato un tempo significativo con Giovanni Battista per la sua preparazione al battesimo e, probabilmente, si era fermato a lungo presso di lui come suo discepolo. La sua anima, modellata dalla predicazione dell’ultimo profeta della storia antica, era perciò predisposta a capire più di altri chi avrebbe potuto essere Gesù. Fu a lui e a un altro discepolo (quasi certamente Giovanni, suo collega in cooperativa) che Giovanni il battezzatore presentò Gesù dicendo: «Ecco l’Agnello di Dio». Quello stesso giorno Andrea, invitato da Gesù, andò a casa sua e in quell’incontro, con un’intuizione che poteva solo venire dal Cielo, intese subito dal primo sguardo di Gesù che era Lui il Messia, l’atteso da secoli. Con un simile presagio non poteva non correre a dire a suo fratello Simone: «Abbiamo incontrato il Messia» e accompagnarlo da Gesù, che appena lo vide gli cambiò il nome: «Ti chiamerai Cefa, Pietra». Quel nome era il programma della sua vita. Poco dopo, i due fratelli incontrarono Gesù presso il lago. Invitati da Lui, essi lasciarono subito le reti e lo seguirono per diventare, come aveva promesso loro, pescatori di uomini (pescatori di anime).
Incantato davanti a Gesù trasfigurato sul monte, Simone aveva detto con trasporto che sarebbe stato bello fermare il tempo in quell’estasi e rimanere là per sempre, ma Gesù aveva invitato lui, Giacomo e Giovanni a prepararsi ad affrontare l’ora delle tenebre. Aveva pure parlato loro di risurrezione, ma essi non riuscivano a capire. Quando invece parlò ben chiaro, dicendo che avrebbe dovuto soffrire, essere scartato dagli anziani, dai Sommi Sacerdoti e dagli Scribi ed essere ucciso, Pietro l’aveva preso da parte per rimproverarlo e dirgli che lui non lo avrebbe mai permesso. Si sentì però un grido, con cui Gesù chiamò Satana il suo apostolo, perché, pur con buone intenzioni, voleva impedirne la morte e, di conseguenza, di compiere la sua missione.
Quando Gesù domandò ai discepoli chi pensavano che fosse, si fece avanti Pietro: «Tu sei il Messia, il figlio di Dio», di rimando Gesù gli ricordò che quanto aveva detto non era frutto della sua intelligenza, ma gli veniva da una rivelazione del Padre: in quel momento lo costituì capo della sua Chiesa. Quando parlò del pane che viene dal cielo e molti dei suoi discepoli se ne andarono, Gesù domandò agli apostoli se volevano andarsene anche loro. Fu ancora Pietro a rispondere per tutti: «Ma da chi possiamo andare se solo tu hai parole di vita eterna?». Ma chi è Pietro lo si capisce verso la fine della vita di Gesù. Lo vediamo all’ingresso della casa del Sommo Sacerdote: dopo aver rischiato di essere condannato lui stesso insieme a Gesù, spaventato, sragiona e tradisce il suo Signore dicendo di non conoscerlo. Ma l’icona più commovente di Pietro è un’altra. Subito dopo, nel rivedere il volto del Signore, scoppia in lacrime e, conoscendolo bene, si sente nuovamente perdonato e riammesso nella sua dignità, soprattutto dopo la risurrezione, quando Gesù gli apparirà sia personalmente, sia con gli altri apostoli.
Giacomo e Giovanni
Erano nati a Betsaida, sulla riva del lago di Genezareth e facevano parte di una piccola società di pesca. Quando fu chiamato a seguirlo, probabilmente Simone si rallegrò molto nel sapere che Gesù aveva aggiunto i suoi due amici Giacomo e Giovanni al gruppo dei Dodici, infatti era già loro amico e collega di lavoro nella stessa cooperativa.
All’inizio della missione di Gesù, quando si trasferì da Nazareth a Cafarnao, anche Giacomo e Giovanni andarono con Lui e abitarono nella casa di Simone e Andrea a cui si era aggiunto anche Tommaso. Fu questo il primo nucleo di discepoli che fece comunità nella stessa casa prima di iniziare la missione itinerante.
Con la madre Salomè e il padre Zebedeo, Giacomo e Giovanni formarono una vera e propria famiglia al seguito di Gesù. I due fratelli non furono solo apostoli, ma anche tra i più vicini al Maestro. Tra i discepoli c’era anche Salomè (Maria Josè), insieme a Maria di Magdala, Maria di Cleofa e ad altre donne, tra cui verosimilmente potevano figurare la moglie di Pietro, la suocera di lui e la stessa Maria, madre di Gesù. Quest’ultima non viene mai chiamata discepola perché era molto più di questo, ma doveva essere spesso presente in quel gruppo che stava cambiando il mondo. Altri discepoli e discepole ancora facevano parte di quella prima comunità che, se non conviveva permanentemente, spesso si spostava insieme nelle varie regioni e villaggi, per seguire la missione di Gesù.
Nel Vangelo si dice che Giacomo e Giovanni avevano lasciato le reti per seguire Gesù, per cui è verosimile che Zebedeo sia rimasto con i garzoni a portare avanti quella cooperativa di pescatori a cui era stato associato lo stesso Pietro, ma nei momenti forti e nelle occasioni in cui si invitava anche la popolazione a sentire Gesù, certamente anche Zebedeo non poteva mancare se già la moglie e più ancora i figli erano così legati al fenomeno Gesù.
Lui li chiamava scherzosamente “Figli del tuono” per il loro carattere focoso. Una volta, infatti, i due fratelli, irritati perché Gesù non era stato accolto dai samaritani, per risolvere il problema gli proposero: “Vuoi che chiediamo il fuoco dal cielo per sterminarli?”. Questo dice qualcosa del loro carattere. Con Pietro, con cui erano già stati amici e colleghi di lavoro, si instaurò un legame particolare, in quanto avevano capito un poco più degli altri chi era Gesù. Proprio a questi tre-e solo a loro - Gesù, si era rivelato, sul monte Tabor, in un divino splendore, mentre Mosè ed Elia conversavano con Lui e una conferma veniva dal cielo adire: “Questo è il mio Figlio diletto, ascoltatelo”. Gesù concesse loro questa visione per prepararli a non crollare al momento della sua passione e la vigilia della sua morte li aveva chiamati vicino a sé nell’ora dell’agonia nel Getsemani, anche se non si erano dimostrati all’altezza dell’invito. Essi, infatti, invece di sostenere Gesù e pregare con Lui, si addormentarono ripetutamente, però dopo che fu catturato e tutti gli apostoli fuggirono, Giovanni e Pietro cercarono di raggiungere il luogo del processo almeno fin dove era stato possibile entrare. Mentre Giacomo fu il primo martire del gruppo degli apostoli, Giovanni visse a lungo e con la sua comunità scrisse il Vangelo che Origene chiamò “il fiore dei Vangeli”.
Giuda (Taddeo) e Simone (lo zelota)
Con molta probabilità erano cugini del Signore e venivano anche chiamati suoi fratelli. Giuda è detto anche Lebbeo, cioè coraggioso. Questo appellativo lo rende molto simile al cugino Simone, detto lo zelota: è probabile che entrambi, se non vi avevano militato, abbiano simpatizzato con il movimento zelota, convinto ormai che bisognasse conquistare con la forza il nuovo Regno di Dio e liberare finalmente Israele dal dominio romano. Incontrato Gesù, i due fratelli cercano di entrare nella sua mentalità, ma sostanzialmente non hanno cambiato modo di pensare. Vedendo però la sua personalità come taumaturgo e predicatore e specialmente con il carisma divino di compiere miracoli, i due fratelli capirono che era certamente più potente di tutti gli zeloti che essi avevano incontrato e quindi meritava seguire Gesù più di ogni altro. Non necessariamente dovevano aspettarsi una guerra sanguinosa per liberare il loro Paese, ma il progetto di liberazione non l’avevano mai abbandonato.
Giacomo il minore
In termini di parentela, con molta probabilità la famiglia più vicina a Gesù è quella di Cleofa (o Alfeo) e di Maria, zii e discepoli di Gesù. Secondo testi apocrifi, lui era fratello di Giuseppe e lei sorella della madre di Gesù. Nella famiglia di questi zii, Gesù aveva quindi scelto ben tre apostoli: il figlio Giacomo minore e i nipoti Giacomo maggiore e Giovanni. Cleofa e Maria furono probabilmente i due discepoli che forse più di tutti ricevettero lo smacco del fallimento di Gesù sulla croce. Essi avevano investito tutto in quell’uomo profeta. La famiglia intera era stata coinvolta in quel sogno di Gesù: essi stessi come discepoli, il figlio Giuseppe, anche lui discepolo fedele fin dal primo momento, mentre il figlio Giacomo e i due nipoti Giacomo e Giovanni erano addirittura apostoli e la figlia Salomè, madre dei due giovani, era stata tra i fedelissimi. Tre giorni dopo la morte di Gesù, probabilmente con sua moglie Maria, Cleofa decise dunque di tornare a casa a Emmaus, il loro paese e, proprio nel cammino, mentre piangevano il maggior fallimento accaduto nella loro vita, incontrarono il Signore risorto.
Tommaso
Fin dall’inizio fu chiamato ad essere apostolo. La sua figura è legata a un episodio che dice qualcosa del suo carattere, del suo cuore e della sua fede. Dopo la risurrezione Gesù era apparso ai discepoli, ma Tommaso non era con loro. Al suo arrivo, quando gli comunicarono che avevano visto il Signore, lui si rifiutò perentoriamente di credere, dicendo che se non avesse visto le sue mani con i segni dei chiodi e non avesse messo le sue dita nelle ferite dei chiodi e la sua mano nella ferita del suo costato, non avrebbe creduto mai. Quando poi, otto giorni dopo, mentre i discepoli erano nuovamente insieme e con loro c’era anche Tommaso, Gesù apparve e lo chiamò a verificare e a toccare le ferite. Il povero Tommaso cadde a terra, riuscendo solo più a dire: “Mio Signore e mio Dio”. Si disse che a noi servì più il dubbio di Tommaso che la fede di Maria Maddalena, la quale credette appena incontrò il Signore
risorto.
Filippo e Bartolomeo (Natanaele)
Filippo doveva essere un uomo concreto e con i piedi per terra, infatti Gesù si rivolse a lui e non ad altri (ovviamente per metterlo alla prova) quando di fronte a una folla di persone c’era da risolvere il problema di dar loro da mangiare. Filippo non sottovalutò il problema e fece due conti su ciò che avevano a disposizione, prima di concludere che non si poteva provvedere cibo per tutti. Nonostante la sua buona cultura - infatti conosceva anche il greco e aveva una certa autorità nel gruppo - la personalità di Filippo è tutta compresa in una richiesta che rivolse a Gesù: non chiese il fuoco sui nemici, non chiese ricompensa alcuna per il suo servizio, non chiese spiegazione per qualche parabola più difficile, non chiese di stare alla sua destra, né di stare alla sua sinistra, ma gli domandò: “Mostraci il Padre e ci basta”.Filippo era stato catturato dal discorso di Gesù quando aveva parlato del Padre, quando aveva insegnato il Padre nostro, quando aveva detto che Lui e il Padre erano una cosa sola e così Gesù non fece che dire a Filippo ciò che avrebbe già dovuto aver capito e cioè: chi ha visto Gesù ha visto anche il Padre.
Con questa risposta Filippo aveva ormai capito di aver visto tutto ciò che avrebbe desiderato vedere. La sua figura, però, ci rimanda a un incontro avvenuto proprio all’inizio della sua storia con Gesù, quando lo incontrò per la prima volta e rimase folgorato dal suo sguardo intenso e dalla sua parola autorevole che lo invitava a seguirlo. Filippo non aveva aggiunto verbo, non ce n’era stato bisogno. In quel momento si era sentito amato, accolto, promosso a far parte del gruppo ristretto del Maestro. Intese in quello stesso momento che quell’uomo era colui che avevano aspettato per secoli.
Il primo a cui comunicò con entusiasmo di aver incontrato il Messia -che si chiamava Gesù ed era di Nazareth-fu il suo amico Natanaele (figlio di Tolomeo). La prima reazione dell’amico fu di disappunto, in quanto tale regione, tanto malfamata, non si prestava ad essere patria di un profeta. Comunque come avrebbe potuto Natanaele credere in Gesù senza vederlo? Infatti, quando poi lo vide, gli cadde in ginocchio davanti, investito dalla sua autorità: “Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele”. E così si aggiunse un altro apostolo al collegio dei Dodici.
Matteo
Il solo fatto di riscuotere le tasse doveva già essere una ragione per non meritare alcuna considerazione, ma c’era anche di peggio: coloro che sedevano alla gabella lo facevano per i nemici romani. Si sarebbe potuto accettare che fossero i Romani stessi a compiere questo detestabile lavoro, ma erano gli stessi Giudei che, oltretutto, conoscendo bene la gente, sapevano fin dove potevano pretendere e generalmente estorcevano tutto il possibile. Essi poi dimostravano deferenza a Roma e, se non arrivavano ad adorare l’imperatore, dovevano mostrare profonda venerazione a tutto ciò che era romano. Erano quindi detestabili e odiosi. Per questo, il fatto che Gesù dica a uno di questi: “Seguimi”, doveva riempire di costernazione chi sentiva quell’invito. Gesù, comunque, non finisce di sorprendere, in quanto non solo inserisce una persona di questa categoria nel gruppo dei Dodici, ma arriva ad autoinvitarsi addirittura non solo da un pubblicano, ma da uno dei loro capi, quando dice a Zaccheo che vorrebbe andare a trovarlo a casa sua. Questi capi, detti “architeloni”, erano dei privati che prendevano in appalto la riscossione delle tasse di una località e che, dopo aver consegnato quel tanto stipulato con Roma, erano liberi di pretendere tasse in più per il loro beneficio. In sostanza erano dei ladri istituzionalizzati. Gesù non si arrestava di fronte a nulla, tantomeno di fronte alle categorie. Per Gesù, pubblicani o samaritani o peccatori pubblici sono altrettante occasioni possibili per il Regno dei cieli: infatti Zaccheo si converte, Matteo diventa un apostolo e i peccatori pubblici diventano santi. In qualche occasione, quando Gesù avvertì che qualcuno si sentiva allo stretto vicino a un Matteo o a uno Zaccheo, raccontò la parabola del Fariseo e del Pubblicano: il Fariseo ringrazia per essere santo e il Pubblicano piange perché si sente peccatore e così disse ancora più chiaramente chi
erano coloro che aveva scelto.
Giuda Iscariota
È un nome onorato, perché aveva le radici nel quarto figlio di Giacobbe da cui derivò la tribù di Giuda. Tutti i Giudei si sentivano onorati in quel nome. Ma Giuda Iscariota lasciò il suo nome infangato. Dopo tre anni di missione nel collegio degli apostoli, uomo di fiducia ed economo della piccola fraternità, senza mai aver dato scandalo o motivo di rimprovero per qualche ragione (eccetto alcuni giudizi gratuiti espressi dagli evangelisti) concluse la vita con il suicidio. I Vangeli lo presentano come colui che, alla vigilia della condanna, consegna Gesù ai sinedriti indicando che è Lui il ricercato, salutandolo e baciandolo. È probabile che Giuda abbia voluto forzare Gesù a iniziare la lotta di liberazione dal giogo romano mettendolo in condizione di dover difendere Israele difendendo se stesso.
Ai piedi della croce qualcuno dirà: “Se sei il Figlio di Dio scendi dalla croce e crederemo”. Ebbene, Giuda sapeva che Gesù era quel Figlio di Dio che poteva anche scendere dalla croce, come aveva compiuto tanti altri miracoli,quindi nessuno avrebbe potuto fare qualcosa contro di Lui. Si aggiunge il fatto che Gesù sembra che fosse al corrente della cosa, in quanto, a un certo punto, gli disse anche di concludere in fretta ciò che doveva fare.
Sembra che il fatto non fosse estraneo neppure agli apostoli, infatti nell’ultima cena, quando fu rivelato colui che avrebbe consegnato Gesù, nessuno disse una parola. Inoltre, al Getsemani, quando Giuda arriva e saluta Gesù presentandolo a coloro che venivano ad arrestarlo, non c’è alcuna reazione da parte degli Undici, mentre ci sarebbe stato da aspettarsi che uno come Pietro gli saltasse al collo e lo strangolasse, invece di tagliare l’orecchio al servo del Sommo Sacerdote. Stando ai Vangeli comunque, alla fine, quando capì di aver sbagliato le sue valutazioni, Giuda non ebbe la forza di chiedere perdono come aveva fatto Pietro e si impiccò. Di fronte alla conclusione della vicenda di questo apostolo, è possibile che, durante la redazione dei Vangeli, gli evangelisti abbiano in qualche momento calcato la mano su di lui, rendendolo il più detestabile possibile, facendolo chiamare ladro, o Satana o comunque il traditore, anche se dopo quegli avvenimenti, Pietro, alla sua comunità degli apostoli, con molta umiltà e con molto realismo disse: “Tutti abbiamo tradito Gesù”.
I discorsi di Gesù
La più bella omelia di Gesù, la sua parabola più illuminante, il racconto più affascinante e la riflessione più ardita sono la sua vita stessa: quella biografia dapprima raccontata dal silenzio di Maria e Giuseppe, poi testimoniata dagli apostoli, dagli evangelisti e dalle loro comunità cristiane. Dobbiamo aggiungere che la storia di Gesù è stata pure raccontata dalla sua Chiesa, mentre Egli ha camminato con noi, fino ad oggi. E quest’ultima è la storia del Gesù che abbiamo incontrato anche noi.
Gesù parla al cuore degli ascoltatori
Gesù parla e tutti lo capiscono. Ai pescatori parla di pesci, di reti, di pesche abbondanti e di altre andate a vuoto; parla di barche, di mare, vento, tempesta; di paure e di grandi aspettative. Manda alcuni a pescare, invita altri a lasciare reti, barche, famiglia per una pesca diversa, la pesca di uomini. Tra essi nessuno osi dire che non ha capito. Ai contadini parla di campi, di terreni buoni, di altri scarsi; di semina, potatura e raccolti; parla di pietre, di arbusti spinosi che soffocano le piante, di grano, zizzania, vigne, piante di fichi, senape; e ancora di lavoro pesante, di lavoro a giornata, di padroni, di servi, di proprietari buoni e altri cattivi, di servi buoni e di servi malvagi. In questo contesto parla di rabbia, di impazienza, di attesa paziente, di pioggia e di sole, sia per i buoni, sia per i cattivi.
Ai pastori parla di greggi, di pascoli e di pecore: pecore buone e pecore cattive, pecore perse e ritrovate. Parla di pastori buoni e di altri che sono invece mercenari; parla di pecore madri e di agnelli; parla dei pericoli per le pecore, di rovi e lupi che distruggono il gregge e, ancora, di lupi truccati da agnelli per essere più devastanti. E nessuno osi dire di non aver capito. Ai commercianti parla di denaro, di talenti, di perle e di tesori, di partenze per lunghi viaggi e di ritorni. Alle casalinghe parla dei lavori umili di ogni giorno: parla di farina, lievito, pane, vino, di pranzi e cene con parenti, amici e peccatori; parla di donne di casa indaffarate, di altre attente ad ascoltarlo. Ai farisei, agli scribi e ai sacerdoti parla della Legge e delle leggi, dei patriarchi, dei re e dei profeti, del tempio, della sinagoga, del Messia e del tempo del Messia. Ai giovani stanchi e stufi che vogliono andarsene e a quelli che ritornano e, ancora, a Zeloti e politici, Gesù prospetta un Regno alternativo, una politica diversa, quella di Dio. Ai gabellieri di imposte e ai ricchi parla di giustizia e solidarietà. Ai poveri, che patiscono la fame o il freddo, che soffrono per la loro schiavitù o che sono malati, Gesù annuncia un tempo straordinario, una politica basata sulla giustizia, una beatitudine nuova per loro. Ha poi parole speciali per i bambini, per le donne che si dedicano al servizio come discepole, alle vedove, alle prostitute e alle peccatrici. E agli apostoli non parla solo in parabole, ma le sbriciola per loro, affinché possano capire un poco di più o almeno tutto quello che possono comprendere.
Dalla sinagoga al comando nuovo
La sinagoga era ricca di massime incisive che costituivano una specie di letteratura religiosa popolare. Anche gli analfabeti conoscevano tante massime e aforismi. Gesù è ebreo non solo per la sua origine etnica, ma in quanto inserito nell’impianto teologico del popolo di Israele. Le Scritture che Gesù legge e medita sono infatti le stesse del suo popolo, a cui appartengono Giuseppe, Maria, i suoi apostoli e discepoli, tutti gli uomini e le donne della sua generazione e di molte generazioni precedenti. Anche dopo la morte di Gesù, essi hanno continuato per un periodo a frequentare il Tempio e la Sinagoga, nutrendosi delle stesse pagine bibliche. Le virtù dell’amore al prossimo, del perdono, dell’abnegazione e dell’umiltà sono state chiamate a buon diritto virtù cristiane, specialmente perché vissute e predicate da Gesù. Erano infatti già presenti, in germe, nell’insegnamento ebraico, ma Gesù ha infuso in esse uno spirito superiore. Molte delle massime che troviamo sulla bocca di Gesù avevano radici nei Proverbi e nei Profeti dell’Antico Testamento e nel Talmud: senza essere vissute, rischiavano però di rimanere inviti luminosi, ma ancora spenti, in attesa di qualcuno che si nutrisse di queste parole e le vivificasse.
Gesù ripete di continuo che si deve fare più di quanto hanno detto gli antichi dottori della Legge. Vieta la minima parola dura, proibisce il divorzio e qualsiasi giuramento, biasima il taglione, condanna l’usura, considera il desiderio voluttuoso tanto criminale quanto l’adulterio e auspica il perdono universale delle offese. Il motivo che giustifica queste massime di suprema carità è sempre lo stesso: «perché siate i figli del vostro Padre celeste, che fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi. Se amate solo chi vi ama, quale merito avete? Lo fanno anche i pubblicani. Se salutate soltanto i vostri fratelli, che cosa vuol dire? Lo fanno anche i pagani. Siate perfetti come lo è il vostro Padre celeste». Quest’ultima espressione rappresenta il “Nuovo” di Gesù.
È Lui, Gesù, il vero missionario. Non è venuto tra noi con lampi e tuoni, né con un esercito di Angeli per conquistare il mondo, ma è arrivato in punta di piedi, in borghese, in un accampamento di Beduini. Lui, che era Dio, non è venuto tra noi come un Dio in terra che comanda e fa quello che vuole. Lui che era Re, anzi Re dei Re, è arrivato con una corona sì, ma di spine, uno scettro di canna e uno straccio rosso per mantello. Lui che veniva da Dio e a Lui stava tornando, nel momento più solenne della sua missione toglie il mantello e, preso un asciugatoio, (unico abito liturgico che Gesù ha vestito, in vita) lava i piedi ai suoi discepoli, poi si fa a pezzi per i suoi, diventando pane spezzato. Inviterà poi i suoi ad andare in tutto il mondo a lavare i piedi alla gente e a farsi in quattro per dare il pane a chi ha fame, da bere a chi ha sete, asciugare le lacrime a chi piange e invadere le carceri per liberare i prigionieri. Gesù, il missionario del Padre, viene ad incendiare il mondo, a portare la passione di voler il bene degli altri, di tutti e specialmente dei poveri. Viene e fa delle omelie strane.
Parla di una politica nuova, addirittura di un Regno dove chi comanderà non saranno più i politici disonesti o oppressori, ma sarà Dio stesso. E quando comanderà Lui, Gesù, ci dice che anche i poveri, gli affamati, coloro che piangono diventeranno beati. Tutti capiscono che finalmente si realizzerà quel grido che viene da lontano, già vergato sul Deuteronomio: «Nessuno tra voi sia povero». Gesù annuncia che quando regnerà Dio non ci saranno più violenze perché si amerà il prossimo, il vicino, chiunque egli sia, non ci saranno più vendette perché quando regnerà Dio si vivrà di perdono e non ci saranno più guerre, perché si ameranno i nemici invece di ucciderli.
Gesù prepara un cuore per Dio
Il giovane ricco che aveva chiesto a Gesù che cosa avrebbe dovuto fare per avere la vita eterna si era sentito dire di seguire i comandamenti di Mosè. Questi rispose che l’aveva sempre fatto, allora Gesù precisò: “Se vuoi essere perfetto va, vendi i tuoi beni e dalli ai poveri, poi potrai venire con me e seguirmi”. Gesù però sapeva molto bene che quanto chiedeva era al di sopra delle forze umane. Infatti come si fa a non fidarsi dei soldi quando non riesci a sfamare i tuoi figli? Come fai a non fidarti dei soldi quando hai bisogno di medicine per te o per chi ti sta vicino? Come fai a non fidarti dei soldi, quando hai bisogno di comprare libri e quaderni per tuo figlio che ha pur diritto di professionalizzarsi per diventare un lavoratore a servizio della propria famiglia e della società?
Un giorno Gesù lasciò intravedere una risposta, dicendo di guardare gli uccelli del cielo nutriti dalla Provvidenza di Dio e di guardare i fiori del campo che sono vestiti dal Signore meglio degli stessi re. In altre parole, Gesù dice che in definitiva è molto più sicuro, intelligente e vantaggioso fidarsi di Dio che delle ricchezze, all’apparenza così indispensabili. Gesù sapeva comunque che soltanto con una forza divina è possibile rinunciare alla ricchezza. Un’altra volta aveva infatti detto che era più facile che una grande fune o addirittura un cammello passasse per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entrasse nel regno dei Cieli. Ma come può dunque un ricco diventare povero? Lo stesso Gesù aveva fatto capire che è impossibile senza uno speciale intervento di Dio.
Gesù però continuava ad insistere. Raccontò un giorno di un ricco, che i poveri nemmeno li vedeva da vicino, al punto che ne lasciò morire di stenti uno che abitava proprio davanti all’uscio di casa sua. Disse che persino i suoi cani gli leccavano almeno le piaghe, ma lui nemmeno lo vedeva e per questo ricevette il peggiore castigo. Gesù gridò più volte: «Guai ai ricchi». Lo disse anche quando raccontò di un uomo che, dopo aver ammassato tante ricchezze, pensò finalmente di essere felice. Quell’uomo aveva però dimenticato che quella stessa notte avrebbe potuto morire. Il grido “vanità delle vanità”, già predicato nelle sinagoghe, viene ripetuto in diversi modi da Gesù. Quando proclama le beatitudini, Lui prepara gli ascoltatori a quell’altro grido: «Guai a voi ricchi». Le ricchezze, infatti, occupano il cuore e non lasciano spazio alcuno per il vero Dio. Era quindi chiaro che tra i primi lavori dei catecumeni catechizzati da Gesù c’era, in primo luogo, l’atto di svuotare il cuore di inutile e pericolosa zavorra, la ricchezza, per far posto a Dio stesso. Sembra che la ricchezza e il denaro non riescano a vivere nello stesso cuore dove abita Dio.
Nei suoi discorsi, Gesù arriva ad alcune grandi sintesi. Di tutte le disquisizioni teologiche ebraiche, Gesù giunge all’essenziale: «Chi vede me, vede il Padre». Delle grandi e lunghe preghiere, Gesù propone il nocciolo: «Pregate così: Padre nostro…». E tutta la morale, la Legge è ridotta alla sintesi: «Ama Dio e il tuo prossimo».Un giorno un ragazzo gli chiese: «Chi è il prossimo che devo amare?».
La domanda non era così scontata: per l’ebreo di stretta osservanza, il prossimo era solo chi era fedele alla Torà e a tutte le 613 leggi – anche le più piccole – che scaturivano dalla Grande Legge di Mosè, mentre per gli altri il prossimo era almeno uno che apparteneva al popolo ebreo, non certamente ai nemici, che si dovevano invece combattere.
Per Gesù il prossimo, il vicino, è ogni persona che io posso raggiungere e che mi può raggiungere. Quando il giovane gli chiede chi è il prossimo, Gesù risponde parzialmente, in modo che possa capire anche un bambino, raccontando la parabola del buon samaritano. In poche parole, dice: “Se qualcuno fa un incidente e tu lo soccorri portandolo all’ospedale, ti comporti da buon prossimo”. Ma, in modo più completo, Gesù risponde solo quando è sul Calvario. Proprio là ci dice chi è il suo prossimo. Mentre lo inchiodano, chi è più prossimo di chi gli conficca i chiodi nelle mani e nei piedi? Chi più vicino a lui di colui che lo uccide? Gesù non solo non inveisce, ma difende costoro di fronte al Padre: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Il Signore sta dando la vita per quei ragazzi. Dove c’è un amore più grande? Nell’amore cristiano c’è una dimensione radicalmente nuova predicata da Gesù e vissuta da Lui.
Quando Egli disse che era venuto non per i sani ma per i malati, si capì meglio l’altra affermazione: «Non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori». E a chi gli chiese quante volte bisogna perdonare, rispose che bisogna perdonare sempre (settanta volte sette). Perdonare non vuol dire soltanto dimenticare un’offesa, ma continuare a desiderare il bene dell’altro e amarlo. Amare anche chi ti ama non è mai facile, ma amare chi non ti ama più, chi ti ha odiato, chi ha distrutto l’onore della tua famiglia, chi ti ha provocato il fallimento economico e morale, chi in una parola ti è diventato nemico, non solo è difficile, ma disumano, nel senso che non bastano le forze umane. Per amare come Gesù ci chiede, abbiamo bisogno del divino in noi.
Nei suoi discorsi, Gesù dà ragione di questa preferenza e ci dice che Lui fa tutto ciò che vede fare dal Padre suo, il quale manda il sole ai buoni e ai cattivi e la pioggia ai giusti e agli ingiusti. Gesù non nasconde la sua preferenza per chi è povero, malato, peccatore. Gesù ebreo si distanzia però sempre di più delle sue radici per il suo comportamento. L’ebreo santo ama i santi o almeno coloro che si comportano da tali, mentre Gesù va oltre quel confine e raggiunge il ragazzo che pascola i porci, la pecora impigliata tra i rovi, cura il malato, risuscita chi è già morto. Gesù perdona i peccatori, riporta gli esclusi in società e al Tempio, si ferma a cena dagli scomunicati, parla con un’eretica chiedendole da bere e si lascia profumare da una peccatrice.
Chi è il peccatore che Gesù incontra e che chiede di perdonare e amare? Non è certamente un birichino che merita un po’ di comprensione, ma uno che ha sperperato tutta l’eredita del padre, uno che ruba i soldi ai poveri per il beneficio dei padroni romani, è chi è stato infedele al marito, alla moglie e ai figli. Questa gente merita il perdono? Non meritano nulla, ma Gesù li perdona. E chiede a noi di perdonare il peccatore, come perdona lui. E se il peccatore non è solo un omicida, ma ha cercato di sopprimere te, se poi non è solo uno che ha tradito qualche volta la moglie, ma è entrato nella tua vita privata e ti ha rubato la tua, considerandola sua, e l’ha fatto ripetute volte? Se il peccatore non è solo un maniaco, ma ha violentato il tuo bambino, o ne ha comprati altri per commerciare i loro organi trattandoli alla stregua di topi o conigli, a quel punto noi dovremmo ancora perdonare, secondo l’insegnamento di Gesù?
Lui ci spiega a fatti che perdonare e amare non significa sempre dire: “Abbracciamoci e facciamo festa”, infatti Gesù con i venditori del Tempio usò la frusta ma, con le stesse mani con cui aveva abbracciato i bambini. Di fronte ai grandi crimini può esistere il rimprovero, il consiglio, la punizione richiesta e pretesa, ma solo per il bene dell’altro. I bambini incontrati da Gesù avevano avuto bisogno di carezze e Gesù li aveva accarezzati, mentre i venditori del Tempio avevano avuto bisogno di frusta e Gesù li aveva frustati, senza amarli meno di quei bambini innocenti.
Se è così, il Vangelo non è uno dei tanti libri che riempiono le biblioteche, ma il più difficile di tutti, il più pretenzioso. E, tra i fondatori di religioni, Gesù è il più disobbedito. Egli infatti ha preteso ciò che nessuno ha osato pretendere: chiedere di amare chi non si può amare, almeno con le forze umane. Allora il Vangelo è una bomba atomica che noi maneggiamo come se fosse un petardo di Carnevale. Una volta, i farisei vedendo che Gesù era andato a mangiare da alcuni pubblicani peccatori, domandarono ai discepoli perché Gesù mangiasse con quella gente indegna. Lui, che aveva sentito le chiacchiere, rispose: «Guardate che non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». E Gesù va predicando questo messaggio nei villaggi, nelle campagne, lungo il Lago, nelle sinagoghe e altre volte anche nel Tempio di Gerusalemme.
Dopo che Gesù era stato sul Monte a pregare, scendendo verso la pianura trovò un gran numero di gente che l’aspettava proprio ai piedi della montagna. Quando si fermò e si mise a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli. Beati gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia, perché il Regno di Dio appartiene a tutti loro”. E disse ancora: «Beati voi, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Le parole di Gesù sono così distanti da ciò che quella gente poteva capire. Una cosa però potevano intendere: con l’arrivo del Messia, si sarebbe intronizzato un nuovo re, Dio stesso e da quel momento anche i poveri avrebbero potuto sollevare la testa e più nessuno sarebbe stato povero. Questo testo è quasi il prefazio di un altro testo che ci riporta non le benedizioni, ma le maledizioni, cioè gli avvertimenti: «Guai a voi ricchi, guai a voi che siete sazi, che ora ridete, e guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi».
Nel canto di Maria, Luca ci offre inoltre una beatitudine per gli umili, perché saranno innalzati e un avviso ai potenti, perché saranno rovesciati dai troni e, ancora una diffida ai ricchi che recita: mentre gli affamati saranno saziati di beni, essi, i ricchi, saranno «rimandati a mani vuote». Una gran parte di coloro che seguivano Gesù e l’avevano ascoltato erano malati, o almeno lo erano stati. Tutti avevano sperimentato la privazione del cibo, dei vestiti, delle medicine, tutti avevano provato l’afflizione quando erano rimasti vedovi o quando, avendo perso un figlio, avevano un gran bisogno di essere consolati.
Era gente mite, mai aggressiva, né propensa ad appropriarsi dei beni di qualcuno. Quella semplice gente di campagna, fatta di contadini, di casalinghe e pastori, aveva un cuore pulito ed era lì per sentire e vedere qualcosa di Dio. Tutti desiderosi di vivere una vita serena e in pace, non sempre erano stati risparmiati dalle conseguenze della guerra o delle divisioni familiari. Altri avevano subito delle ingiustizie gravi da chi aveva in mano il potere e, di conseguenza, aveva avuto sempre ragione. E, non di rado, subivano le calunnie di chi voleva approfittare di loro. Tuttavia, indistintamente, fin da bambini, tutti avevano sentito dire che sarebbero arrivati tempi migliori e, addirittura, che sarebbe arrivato qualcuno che avrebbe risposto alle loro aspettative.
Il tempo era dunque arrivato, ma non tutti se n’erano accorti e Gesù era lì per confermare che erano arrivati sia quel tempo atteso, sia quell’uomo inviato da Dio per instaurare quel Regno totalmente nuovo. Essi avevano già sentito parlare di gente guarita da Gesù e addirittura saziata e quindi era segno che il tempo benedetto di un Regno nuovo stava proprio cominciando. Si aspettavano comunque che, da un momento all’altro, Gesù fosse consacrato re, per vincere poi anche i nemici e iniziare il nuovo tempo di pace. Intanto Gesù proclama le beatitudini. Egli non sta dicendo: “Beato chi sta male”, ma afferma che nel nuovo regno, quello dei cieli, nella nuova politica di Dio, i poveri saranno beati e nessuno più sarà povero, almeno non come prima.
Per preparare il nuovo Regno, Gesù comincia a predicare: «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha», poi invita gli apostoli a dare il cibo a chi è affamato, anzi, provvede anche il buon vino a chi è rimasto senza festa. Così saranno beati gli affamati, gli assetati, i nudi: quando Dio comincerà ad amministrare il mondo a modo suo, essi non saranno più affamati, ma saziati dal loro prossimo, né dovranno più piangere a causa delle loro miserie, ma saranno consolati dai loro vicini che – nel nuovo Regno – avranno spezzato il pane con loro e provveduto ai loro vestiti; li avranno invitati in casa se erano sfollati e curati se malati, perché i “cristiani” vivranno così e questo è quanto quella folla poteva capire. Beati i poveri non significa “beati coloro che staranno male”, come ho appena detto.
Se parafrasiamo il salmista che medita sulla condizione umana del benessere, possiamo intravedere un anticipo delle beatitudini quando afferma che l’uomo nel benessere – ovvero l’essere umano sazio di tutto, con greggi numerosi e granai ricolmi – finisce per non capire più nulla e diventa come le bestie. Di conseguenza, possiamo ribaltare il testo e leggere che l’uomo nella sofferenza capisce sempre di più la vita e diventa sempre più uomo, sempre più donna (e sempre più “beato”). Penso a quanto saremmo amareggiati e, infine, quanto resteremmo disillusi se di fronte a un presunto santo ascoltassimo queste parole: “Beati voi ricchi, beati voi che siete sazi, beati voi che ora ridete, e beati quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Quindi di fronte agli opposti delle beatitudini, possiamo intendere quanto sono sensate le beatitudini di Gesù, anche se estremamente controcorrente.
Mi soffermo ancora sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito», interpretandola così: “Beati coloro che hanno lo spirito del povero”. Ma per capire in cosa consista lo spirito del povero, bisogna rifarsi a quel grido che viene da molto lontano, dal Deuteronomio: «Nessuno tra voi sia povero!». A questo punto, paradossalmente, devo constatare che dobbiamo combattere tutta la vita contro la povertà per vivere le beatitudini, per avere lo spirito del povero, per essere uno che sa cosa vuol dire essere povero e si comporta di conseguenza con il suo prossimo. Ma chi è il ricco? E chi è il povero?
Nel pensiero comune, ricco non è chi ha dieci o cento pecore, ma semmai chi ha una pecora in più del vicino. Dal punto di vista biblico, ricco è chi crede di essere potente; chi pensa di aver raggiunto lo scopo della sua vita solo perché ha i granai pieni o chi pone fiducia nelle proprie ricchezze e le sostituisce a Dio stesso: questo non può avere lo spirito del povero, non lo capirà mai e non saprà mai come comportarsi vicino a lui. Il povero invece è colui che condivide tutto con i poveri e diventa come loro, fidandosi della provvidenza e a quel punto capirà cosa vuol dire vivere nella povertà e saprà come comportarsi accanto ai poveri. – che sono Gesù inchiodato a una croce e quanti lo seguono – vivono la pagina delle beatitudini, perché sia quella croce, sia quella morte non hanno l’ultima parola, ma sarà la risurrezione a proclamare l’ultima beatitudine.
Coltivare lo spirito del povero per essere beati significa diventare come Lui
Mentre scrivo sono in un accampamento di Gadhia Lohar. Questi zingari indiani, che forgiano il ferro e costruiscono vari strumenti di lavoro, hanno tutti una famiglia, una tenda, un carro, un cammello, una forgia, un’incudine, una pinza e un martello. Quando uno di loro si sposa, gli si procura tutto questo, altrimenti non potrebbe vivere, ma poi non ha bisogno di altro. Se nel loro gruppo qualcuno ha un problema di salute o deve affrontare qualunque necessità, tutto il gruppo è con lui per risolvere l’emergenza.
Presso di loro vige una massima: “Se tu hai due pani e il vicino non ne ha, dividi i tuoi, così entrambi ne avrete uno”: nessuno tra loro è ricco e nessuno è povero. Essi hanno lo spirito del povero, per questo si avvicinano alle beatitudini e mi suggeriscono che le beatitudini sono possibili. Quando poi i nostri beni non sono solo pecore o cammelli, ma salute, istruzione, eredità culturale, etc., solo se metteremo tutto ciò a servizio dell’altro con spirito di povero, saremo beati. Se, come ci chiede la Legge del Regno di Dio, chi ha di più condivide con chi ha di meno, nessuno sarà più ricco e non meriterà alcuna maledizione e nessuno sarà più povero. Se invece sto con i poveri e costruisco scuole, università, ospedali, fabbriche per dare lavoro, se distribuisco pane e companatico a tutti i poveri del mondo e brucio la mia vita per loro, ma lo faccio con spirito di ricco, di chi è potente e si vuol costruire un regno su questa terra, sono un potente capace di fare miracoli e spostare le montagne, però tutto ciò non giova a nulla. Se ho lo spirito del povero che condivide ogni cosa, non mi sarà difficile saper accettare la conseguenza di perdere i miei privilegi, saprò sopportare una vita più austera e comprendere chi non ce la fa.
Qualcuno potrebbe obiettare che l’entusiasmo ci può anche aiutare ad avere lo spirito del povero per qualche momento eroico nella vita, ma che è difficile perseverare in tempi lunghi. Ecco una storia che spiega il concetto: «Un cane cominciò ad abbaiare perché aveva visto un gatto che si era riparato su un albero. In meno di dieci minuti, uno dopo l’altro, tutti i cani del paese, sentendo abbaiare, fecero la stessa cosa; ma lentamente, dopo altri dieci minuti, uno dopo l’altro si zittirono tutti e solo uno continuò ad abbaiare: quello che stava vedendo il gatto». Se i poveri non li vediamo, se non vogliamo incontrarli, se non mangiamo, preghiamo e piangiamo con loro, non “abbaieremo” più di dieci minuti e non diventeremo mai beati. E da ultimo devo ricordare che Gesù non ha detto «beati coloro che fanno la scelta dei poveri», ma «beati i poveri».
Beatitudini e croce
Non si può omettere una beatitudine non scritta alla lettera nel Vangelo, ma che è sintesi delle beatitudini e del Vangelo stesso e che gli uditori di Gesù non avrebbero potuto capire: “Beati quelli che muoiono, perché nel Regno di Dio si risorge”. Beati i poveri perché diventano come Gesù crocifisso, il quale non ha più nulla. Lui che ha sfamato le folle, è privato del cibo, Lui che ha provveduto il vino buono per la festa riceve aceto, Lui che ha asciugato le lacrime di coloro che gli chiedevano conforto è soffocato dal pianto dell’agonia, Lui che ha fatto camminare i paralitici è paralizzato, con piedi e mani inchiodati. L’ultima proprietà che può stringere tra le mani sono i due chiodi. E se, seppellito in quell’insopportabile dolore, riesce ancora a ricordare qualcosa, gli tornerà alla mente l’ultima beatitudine che ha pronunciato: «Quando gli altri diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia, rallegratevi»: sono proprio i passanti che lo insultano a ricordargli questa ultima beatitudine. Sì, ci si può rallegrare proprio perché con Gesù Cristo l’ultima parola che chiude la sua e la mia storia non è dolore, angoscia e morte. Gesù muore, ma l’ultimo grido di Gesù è già: “Alleluia”.
Gesù è il pastore buono
Proprio come il pastore ama le sue pecore, Gesù ama il suo popolo, la gente semplice dei villaggi. Non arriva nei villaggi a spiegare una nuova etica, una religione o filosofia più profonda. Gesù sa che la sua gente ha altro a cui pensare: le popolazioni povere che incontra non hanno grilli per la testa, devono lottare per sopravvivere, sfamare i figli, curare i malati in casa.
Nei villaggi dove passava Gesù, la povertà era esagerata. L’aspettativa di vita era di trent’anni e la mortalità infantile elevate. Il 60% degli abitanti non arrivava ai 16 anni di vita: su mille, più di 300 morivano bambini. La maggior parte di loro, che quando si sposava era ancora molto giovane, era comunque, generalmente, già orfana di padre o di madre. I morti che Gesù risuscita, e di cui tratta il Vangelo, sono infatti un ragazzo, una bambina, un giovane. Non si accenna all’età dei malati, che però, secondo questi presupposti, non dovevano essere molto anziani.
Ad un certo punto si parla di Zaccaria come di un uomo anziano che ormai non può nemmeno più avere figli perché in età avanzata, ma si sa anche che, essendogli toccato in turno il servizio sacerdotale nel Tempio, doveva essere ancora un cinquantenne. Nelle popolazioni molto povere, le attività umanitarie sono tante: istituire una scuola di alfabetizzazione, una scuola di igiene per prevenire le malattie, una scuola di politica per rimuovere le cause della miseria, impostare progetti di sviluppo nel campo agrario, fondare ospedali e professionalizzare personale sanitario, fortificare la fede delle persone per ricostruire speranze nuove. Se però, dopo un terremoto, il primo lavoro da fare è quello di dissotterrare i sepolti vivi, qui Gesù deve curare i malati. In tutti i villaggi e in tutte le famiglie ci sono malati senza medicinali e senza speranze. Qui la salute è il primo motivo di preoccupazione costante.
Gesù, che ama tutti, vuole di conseguenza alleviare la sofferenza e perciò non ha alternative: deve curare i malati. Di conseguenza, ritengo che non ci si distanzia dalla realtà storica se si ipotizza che il gruppo di giovani discepoli abituato a peregrinare insieme a Gesù, mentre Gesù curava i malati, non stesse seduto sotto un albero, all’ombra, a guardare Gesù, il taumaturgo, intento a curare. Si saranno dati certamente anche loro da fare a trattare i casi più semplici, a ripulire ferite o cancrene, a dare consigli di igiene e di qualche prevenzione e, ovviamente, a consegnare a Gesù stesso i casi più gravi, creando quasi un campo medico dove tutti si danno da fare attorno a Lui con azioni mai disgiunte dalla predicazione del Maestro.
Una volta, mentre Gesù si allontanava, la gente cercò di capire in che direzione andava per raggiungerlo; così, scendendo dalla barca, Lui si trovò di nuovo davanti una gran moltitudine e, con tanta compassione, si mise a curare gli infermi. Un’altra volta, appena arrivato a Genezareth, fu subito riconosciuto e si sparse la notizia per tutta la regione: da ogni parte arrivarono malati di tutti i tipi, che cercavano di toccare almeno l’orlo del suo mantello, poiché chi ci riusciva era guarito. Quella folla ammirata dava gloria al Dio di Israele nel vedere muti che parlavano, paralitici guariti, zoppi che camminavano e ciechi che vedevano: ormai si rallegravano tutti, perché quello doveva essere il nuovo Regno di Dio.
Chi sono i destinatari dei miracoli
Gesù ha davanti a sé la gente buona e semplice della Galilea. Ha tanti malati che lo ascoltano, anzi ha quasi solo malati: probabilmente quelli che stavano bene non si muovevano tanto. Il cuore degli ascoltatori è occupato dai loro problemi personali e dall’attesa di essere guariti, possibilmente quello stesso giorno. Nella Galilea e comunque in tutte le regioni che Gesù percorreva, le possibilità di consultare medici o comprare medicine erano scarse: per questo Gesù avverte subito che, per dimostrare quanto vuol bene a quella gente, deve rimboccarsi le maniche e alleviare la loro sofferenza. Essi non vogliono parole, ma fatti e Gesù non li delude, dimostrando con i fatti che si sta occupando di loro e che ha un’infinita compassione per loro, per la loro povertà, la loro malattia, le situazioni problematiche che si sono create attorno. E adesso Egli sente in se stesso una compassione tale che vuole manifestarsi curando ogni sorta di malattia.
La maggior parte di coloro che vanno da Gesù, come si è detto, sono malati o hanno accompagnato qualcuno che spera di essere guarito e Lui, non si limita a fare il guaritore, ma fa catechesi. A chi accorre, Gesù parla della conversione, del perdono, dell’amore e persino dell’amore per i nemici. In questo modo rimette l’armonia nella loro vita, offre il perdono e chiede di offrirlo agli altri e di non negarlo a nessuno. Con il perdono, Gesù li rimette in pace con se stessi e con gli altri e così torneranno a casa col cuore guarito, poi continua a curare le ferite dell’anima e del corpo guarendo ciechi, sordi, muti, posseduti da mali sconosciuti, epilettici, lebbrosi: la sua compassione lo porta a risuscitare persino dei morti.
Verso un cielo nuovo
Gesù aveva lasciato l’arido e lugubre deserto di Giuda, senza vegetazione e senza vita. Nel cielo, di tanto in tanto, compariva qualche volo d’aquila e nelle notti gli ululati delle iene, ma più doloroso di questo era la rigidità di Giovanni con la sua predicazione dura, dove erano preminenti l’ira di Dio, il suo giudizio e il suo castigo: egli gridava contro le ingiustizie e i tradimenti del popolo. Se questo era giusto, quell’immagine di un Dio severo e inflessibile stava però stretta a Gesù. Là vicino, Egli aveva anche incontrato e quasi certamente frequentato la comunità del monastero di Qumran, dove gli Esseni, pure fanatici della Legge e di tutte le prescrizioni giudaiche, trasmettevano un’immagine di Dio e della religione che avrebbe avuto tanto bisogno di purificazione. L’attesa di un Messia liberatore politico contro Roma e le penitenze che certamente facevano li rendevano figure tristi. C’era poi la rabbia degli Zeloti, che bazzicavano anche in quell’arido deserto. Gesù tornava alla sua terra emaciato e stanco per i prolungati digiuni, penitenze e tentazioni, da cui era uscito vincitore, e con una visione nuova su Dio, Padre misericordioso e compassionevole, molto diversa dall’immagine che aveva lasciato sia al monastero degli Esseni, sia lungo la sponda del Giordano, dove Giovanni aveva battezzato. Ora Gesù, con i primi discepoli, stava tornando, gioioso e sorridente, verso la sua cara Galilea: oltretutto erano invitati a Cana, a una festa di nozze di un parente.
Cana di Galilea: festa di nozze
Verso sera Gesù arrivò con i discepoli alla casa del futuro sposo, dove ci si preparava per il corteo di nozze diretto all’abitazione della fidanzata. Lo sposo, elegante, con un diadema sul capo, dopo aver salutato gli ultimi ospiti arrivati, si incamminò con gli amici, tra musiche, tamburelli e battiti di mani: tutti percorsero quella breve distanza con grande allegria. Alla casa della fidanzata si erano radunati tutti i parenti, adulti e bambini, per aspettare l’arrivo dello sposo. Maria, la madre di Gesù, era già là con i familiari. La sposa, riccamente vestita con un abito in parte ricamato da lei, portava sul capo pietre brillanti e bigiotteria.
Appena sentito il rullio dei tamburi e dei canti del corteo che si avvicinava, la giovane si coprì il volto con un velo che avrebbe poi tolto solo quella stessa notte, nella stanza nuziale. I parenti delle due famiglie si salutarono nuovamente e ricomposero un corteo per tornare tutti insieme alla casa dello sposo, dove si sarebbe celebrato il matrimonio e organizzata la festa fino al sabato seguente. Partirono con musiche, canti e tamburi e le ragazze portavano lampade a olio accese e, legato al mignolo, un fiaschetto per la riserva.
Appena arrivati, si erano recati tutti alle giare di pietra, dove c’era l’acqua per la purificazione. Prima del rito vero e proprio, si spezzava un contenitore di nardo e mirra. La casa si riempiva allora di profumo, la cui intensità stava a significare quanto facoltose fossero le due famiglie contraenti. La formula determinante del matrimonio la pronunciava solo lo sposo, di fronte ai testimoni: “Ella è mia moglie e io sono suo marito da oggi e per sempre”. La sposa rimaneva in silenzio senza alcuna dichiarazione, come si usava. Seguivano danze, musiche e canti d’amore.
Gli sposi rischiano una brutta figura
La cena e la festa continuavano fino al sabato. Gli invitati non rimanevano per tutti quei giorni incollati ai tavoli o a quel cortile, ma durante la giornata i vicini tornavano a casa per le normali occupazioni, come abbeverare gli animali o dedicarsi alle altre mansioni ordinarie, e specialmente la sera si riunivano di nuovo. Gesù stesso, durante quelle giornate, aveva potuto visitare altri villaggi, ma il venerdì sera – o più probabilmente il giovedì sera – era arrivato nuovamente alla festa con i suoi. Fu in quella circostanza che Maria sua madre – come scrive Giovanni – si rese conto che stava mancando il vino e lo disse al Figlio, il quale, in un primo momento, deve aver suggerito che era meglio non immettersi in una faccenda così delicata: sembrava di voler rimproverare i parenti per la loro disorganizzazione.
Su insistenza della madre, però, fece riempire di nascosto le sei giare di acqua e, dopo aver cambiato l’acqua in vino, ordinò che ne portassero un assaggio al capo della mensa, il quale rimase un poco contrariato, in quanto non gli avevano rivelato prima che c’era quel vino speciale. Se l’avesse saputo, infatti, lo avrebbe fatto servire all’inizio, quando il palato della gente era in grado di apprezzarlo e non quando erano già troppo allegri. Giovanni – che riporta il fatto per sottolineare l’importanza dell’inizio della festa del tempo messianico – probabilmente esagerò alcuni dati, come quello di calcolare un giorno in più: solitamente le feste di matrimonio si iniziavano al mercoledì, invece questa volta, per prolungare i festeggiamenti, si era cominciato un giorno prima. Un altro elemento di eccedenza è la quantità di vino, che aveva superato i 600 litri, per di più serviti verso la fine, quando tutti erano abbondantemente allegri. Giovanni voleva comunque sottolineare l’inizio del nuovo tempo del Messia, da inaugurarsi con grande festa.
Almeno in un primo tempo, si riuscì a tenere abbastanza nascosto il fatto di Cana – appunto per non mettere in cattiva luce i parenti, che si erano rivelati almeno distratti nell’organizzazione delle nozze –, tuttavia un altro evento fece parlare molto di Gesù, per cui la gente si rese conto di trovarsi di fronte a un uomo veramente straordinario. Erano già alcuni giorni che una bambina dodicenne era malata. I medici e i guaritori locali l’avevano curata, ma la situazione era andata peggiorando. Avevano forse anche chiamato uno di quei taumaturghi itineranti che guarivano con la preghiera e anche questo santo avrebbe pregato sulla fanciulla, ma senza alcun esito.
Quel mattino avevano saputo che Gesù stava arrivando nel villaggio e, all’ora della preghiera in sinagoga, il padre della bambina partì per avvisare Gesù, affinché facesse eventualmente una preghiera o, addirittura, raggiungesse la bambina per guarirla. Intanto la piccola si era aggravata ed era morta. Appena la notizia uscì fuori di quella casa, arrivarono i parenti e vicini. Giairo, il papà della bambina, era molto conosciuto e apprezzato: era il capo della Sinagoga e anche per questo tutti accorsero, anzi, alcuni dei parenti più prossimi si erano stracciati i vestiti, come si usava davanti a notizie particolarmente drammatiche. Altri, in segno di lutto, avevano indossato un sacco e si erano sparsi la terra sul capo. Alcune donne, gridando e piangendo, erano andate a rotolare la testa nella polvere e quelle particolarmente amiche della mamma si erano ripetutamente rotolate nella terra con pianti e lamentazioni. Un anziano, forse il nonno della bambina, aveva sparso della cenere per terra e vi si era disteso sopra, in un pianto inconsolabile.
Gli zii erano intanto arrivati, coprendosi la barba, e le mogli si erano coperto il viso. Nel cortile, sotto una pianta di fichi, alcuni uomini si stavano radendo il capo e coloro che si avvicinavano, entravano nella casa camminando scalzi, pieni di lacrime. Le piangenti avevano già intonato i canti funebri e intanto si facevano i preparativi per il funerale, che sarebbe avvenuto poche ore dopo, in quello stesso giorno. Quel giorno Giairo, a motivo della figlia morente, non era andato, come al solito, in sinagoga all’orario della riunione, ma l’aveva raggiunta quando la preghiera era terminata: certamente Gesù aveva fatto le sue veci di capo. Come vide Gesù, quest’uomo si gettò ai suoi piedi e, in lacrime, lo pregava che andasse a casa sua per guarire la figlia gravissima. Lui accettò, infatti acconsentiva sempre di agire quando era possibile alleviare qualche lacrima o comunque curare qualcuno e si incamminò con molta gente. Appena si misero in viaggio, videro un gruppetto di persone che, visibilmente stralunato, stava tornando indietro per dire a Giairo di non incomodare più il Maestro, perché nel frattempo la bambina era morta. Quell’uomo restò senza parole, perché ormai non si poteva più far nulla. Era arrivato tardi a chiamare Gesù, ma questi gli disse di non disperarsi, anzi di aver fiducia, anche se era difficile capire a che cosa poteva servire la fiducia davanti alla morte.
Gesù continuò il cammino verso la casa, ma non permise ad alcuno di seguirlo, eccetto Pietro e i due fratelli, Giacomo e Giovanni. Quando arrivò, vide la manifestazione di dolore che quella gente stava tributando alla famiglia, ormai privata della bambina. Il lutto non era tanto per la piccola, in quanto i bambini in quella società valevano poco, ma per il padre: era per lui che tutto il paese si era mosso. Appena arrivato, Gesù chiese a tutti di smettere i pianti, le grida e tutte le manifestazioni di dolore. Fece uscire tutti dalla casa ed entrò lui, il padre e la madre della morta e i tre che aveva chiamato con sé. Si avvicinò alla bambina e, prendendola per la mano, la risvegliò dalla morte. Le disse: “Thalitàkum” (alzati, giovinetta) e la bambina riaprì gli occhi, curata dalla malattia e risvegliata dalla morte. Ma Gesù intimò severamente di non parlare con nessuno di questo fatto.
Non fu questo l’unico caso di rianimazione di un cadavere che Gesù abbia compiuto. Allo stesso modo aveva risuscitato il figlio di una donna vedova, nella cittadina di Naim. Il figlio era morto il giorno stesso in cui Gesù stava arrivando in quella Regione: aveva incontrato il corteo funebre che stava accompagnando il ragazzo al cimitero e lo aveva riconsegnato vivo alla madre. Il caso però che ebbe maggior impatto in quelle comunità fu quello di Lazzaro, un amico che Gesù risuscitò dopo quattro giorni che era nella tomba. Perché dunque Gesù faceva dei miracoli? Per dimostrare che era divino? Che era più forte della malattia e della morte stessa? No, Gesù faceva i miracoli perché nella sua compassione non riusciva a sopportare la sofferenza degli altri, i malati senza medicine, i poveri senza lavoro, o chi rischiava di fare naufragio, o chi in una festa rimaneva senza vino.
Oggi si può parlare di miracoli?
Per alcuni i miracoli sono da relegare nel museo delle antichità pur venerabili, ma ai giorni nostri privi di reale importanza. Il razionalismo dice che si può attraversare il lago a nuoto o in barca, ma non camminando sull’acqua e ancora che la malattia viene curata dalla medicina e non dalla volontà istantanea di un santo. Quando mi pongo davanti a un miracolo, il non-credente che è in me tenta di eliminare Dio da tale contesto, mentre il credente che è in me (secondo la mia fede) lo riconosce.
I miracoli: abbellimenti poetici?
Dobbiamo comunque vedere i miracoli come degli atti di compassione e di misericordia. Se poi il cristiano si domanda se si può ancora affermare che la missione e la natura del Cristo siano state provate dai suoi miracoli, si può rispondere affermativamente, considerando però che gli atti prodigiosi di Gesù potrebbero anche essere stati il suo modo di amare i poveri, i piccoli, i malati, i sofferenti, tutti coloro che accorrevano a Lui per chiedere la sua compassione e il suo amore indiviso.
Un ateo può credere ai miracoli?
Un non credente non può accettare un miracolo e dovrà sforzarsi di trovare tutte le spiegazioni razionali possibili. Sono stato personalmente coinvolto in un fatto straordinario: un signore della periferia di Rio de Janeiro fu colpito da una malattia che lo aveva quasi completamente paralizzando. Egli, costretto alla carrozzella, aveva già perso la sensibilità degli arti inferiori e delle braccia. Il medico, che conosceva bene il decorso della malattia, con sensibilità umana l’aveva aiutato ad accettare la sua situazione, ormai irreversibile. Ma quest’uomo, con una grande fede, trovò il coraggio di chiedere a Dio il miracolo per l’intercessione di un santo. Improvvisamente recuperò la salute, lasciò la carrozzella e riprese la sua vita normale, con la certezza di aver ricevuto un miracolo. Quando si presentò al suo medico ateo, che lo aveva seguito in tutte le fasi, compresa l’ultima, chiese se poteva testimoniare quel miracolo avvenuto davanti ai suoi occhi. La risposta fu la seguente: “La medicina ha molte zone d’ombra che noi non conosciamo. C’è poi il fatto che se, questa guarigione è avvenuta, significa che poteva avvenire e se poteva avvenire io non posso considerarla un miracolo”. In quanto ateo, il medico non poteva andare oltre, ma la persona onesta che pretende risposte oggettive può rimanere perplessa di fronte a tale conclusione.
Si può parlare della storia dei miracoli di Gesù?
Gli studiosi cattolici hanno riconosciuto all’unanimità che Gesù ha comunque compiuto dei miracoli, anche se non sempre è possibile determinare tutti i particolari del racconto come avvenuti in quel modo. Il fatto che un giorno Gesù, passando, abbia curato un malato, non sarebbe così straordinario, in quanto ogni giorno migliaia di persone con questa o quella medicina curano dei malati. Ma leggendo gli atti di miracoli nei Vangeli dobbiamo focalizzare l’attenzione sul contesto in cui il fatto è avvenuto, su chi ha compiuto quell’azione prodigiosa, su quale persona ha ricevuto il miracolo e su chi ha testimoniato quel fatto; tutto questo ci dice che quel miracolo è ben diverso ed è andato molto oltre la somministrazione di un antibiotico. Si può concludere che questo Gesù misericordioso, totalmente per gli altri, pieno di compassione di fronte alla sua gente affaticata e stanca a cui dà sollievo incoraggiandola, curandola e liberandola con pietà, fino alle lacrime, è l’immagine più divina che abbiamo di Gesù.
Lo scontro con i demoni
Un giorno portarono a Gesù un epilettico: secondo il pensiero corrente, aveva un demonio in corpo che lo buttava a terra lasciandolo mezzo morto, Gesù, che non voleva fare il medico e nemmeno il teologo, ma semplicemente curare il malato, rispose che se, come essi dicevano, aveva un demonio in corpo, per guarirlo l’avrebbe scacciato. E così fece.
A conclusione di questa riflessione, riporto una risposta illuminante data nell’aula del Concilio Ecumenico Vaticano II. Al teologo Pierre Benoit domandarono che cosa si poteva pensare a riguardo dell’oscuro personaggio di Satana: il Padre rispose che non possiamo cancellare quel nome senza strappare diverse pagine della Bibbia, ma dobbiamo riconoscere con umiltà che non sappiamo che cosa sia, se cioè un essere personale o simbolico, la personificazione del male, l’insieme dei peccati o altro ancora. Questa risposta umile e sapiente ci aiuta a leggere con umiltà tutti i testi che, nei Vangeli, riferiscono qualcosa della demonologia.
Ancora perplessità
Al termine di questi appunti, voglio rivolgermi al credente che, dopo aver approfondito lo studio dei miracoli di Gesù, si trova ancora confuso o perplesso nell’accettarli o anche a chi la fede l’ha persa, pure se è rimasto in lui qualche riflesso di una credenza del passato. Questi credenti o miscredenti sappiano che ogni volta in cui, trovandosi nella burrasca, in una nave immersa due volte sotto le onde e poi riemersa o alle prese con dolori che la medicina non riusciva a calmare o, ancora, davanti a un figlio in rianimazione con pochissime speranze di vita, ebbene se in quei momenti, senza nemmeno rendersene conto, essi hanno rivolto gli occhi al cielo, quasi per chiedere un qualche aiuto, sappiano che in quel preciso momento hanno chiesto un miracolo anche loro.
Quando Gesù inizia la sua vita pubblica e la sua predicazione, esplode un avvenimento in Galilea: è arrivata una buona notizia. Ciò che aveva già scritto Isaia ora si compie: ai poveri viene annunciata la fine delle loro disgrazie. Tutti si dicono l’un l’altro che è arrivato il tempo della salvezza, intanto i ciechi recuperano la vista, mentre i paralitici buttano le stampelle e anche i sordi ascoltano una nuova parola predicata con autorità. I malati e persino i lebbrosi vengono guariti, e i morti stessi risuscitano.
Ma chi è che risuscita i morti? Un profeta? Sì, un altro Elia è tornato tra di noi. La buona notizia passa di bocca in bocca. È un profeta galileo: Gesù Cristo. Persino i peccatori si sentono dire: «Ti sono perdonati i peccati». Ma chi può perdonare i peccati se non Dio? Allora è proprio Lui il Messia, il Figlio di Dio, colui che viene a salvare il nostro popolo, quindi sarà lui il Re d’Israele, ma Gesù impedisce che lo facciano re e che pensino a Lui come capo politico, liberatore dal giogo straniero.
Quando Gesù parla e vede la sua gente assente, la scuote e cerca di aprire loro gli occhi e di rendersi conto che il tempo a disposizione per capire e cambiare vita è poco, è veramente poco. Per scuoterli usa delle parabole, per essere capito da tutti e dice che sono come quell’uomo che ha lavorato tutta la vita a produrre e arricchirsi al punto che per immagazzinare tutti i raccolti ha dovuto abbattere i silos vecchi e costruirne di nuovi e adesso è soddisfatto, ma non ha pensato che questa notte gli può essere tolta la vita. E che sarà di tutti quei beni e del suo potere? O come quell’altro che era tanto incollato alle sue ricchezze che non riusciva nemmeno a dare gli avanzi della sua tavola a un mendicante che ogni giorno bussava alla sua porta, al punto che alla fine della vita fu redarguito con la peggiore delle punizioni, mentre il mendicante ricevette il più grande premio. O come quel portinaio che aspetta il suo Signore che deve arrivare e non sa a che ora; può arrivare anche alla mezzanotte, per questo deve vigilare. Se poi, a causa della lunga attesa, comincia ad approfittare del suo potere picchiando i servi o facendo festa con gli ubriaconi, guai a lui».
Perché Gesù parla in parabole?
Attraverso le parabole, l’uomo può capire per analogia come Dio si comporta: accoglie il figlio che torna, va in cerca della pecora perduta, cerca la moneta persa, e l’uomo riesce a capire quello che anche lui deve fare sulla terra. Parlando in parabole, Gesù lascia un libro aperto per essere letto e riscritto nei secoli futuri, nelle diverse culture.
Le parabole di Gesù ci dicono che Egli vive secondo la cultura delle parabole che racconta. Come il buon samaritano, Lui si ferma sempre di fronte al malcapitato vittima dei briganti, si ferma sempre davanti al malato, al cieco, allo storpio, al lebbroso e risolve il problema di ciascuno. Gesù non dice a nessuno: “Oggi non posso fare nulla per te” oppure “Torna domani, perché oggi sono impegnato”. Come il buon pastore, Gesù va incontro al peccatore per perdonarlo nella condizione di un paralitico, di una donna adultera che nemmeno si aspetta il perdono, di una peccatrice pubblica che apertamente lo copre di lacrime.
Di fronte al povero Lazzaro, Gesù non si pone come l’insensibile ricco che nemmeno lo vede, al contrario cura le ferite al povero e guarisce il malato, gli provvede pane e pesce quando ha fame e il miglior vino quando è in festa, a costo di fare dei miracoli come di fatto fece. Gesù premia chi ha ricevuto cinque talenti e ne ha fatti fruttificare altrettanti, mentre non apprezza il pigro che perde il tempo prezioso della vita senza produrre nulla, anzi, lo avverte che sta andando verso una disgrazia grande, proprio come quel fico che non produceva nulla: se dopo tante cure, dopo essere stato zappettato, concimato e irrigato, ancora non produrrà, dovrà pur essere tagliato e tolto, in modo da non sfruttare inutilmente quel terreno.
Se incontra chi è sfiduciato e si chiede: “Che cosa mangerò domani, come nutrirò e vestirò i miei figli?”, Gesù lo invita a guardare gli uccelli del cielo e i fiori del campo, infatti gli uni non coltivano la terra e gli altri non tessono i vestiti, ma il Padre che è nei cieli provvede loro il meglio. E, ancora, fa notare che, quando il contadino semina, sia che egli vegli o dorma, il seme sottoterra germoglia. Poi, vuole liberare dall’ossessione della ricchezza chi pensa solo alle ricchezze, a costruire nuovi silos per i raccolti, a ingrandirsi e a diventare sempre più potente: in questi casi Gesù invita a riflettere sulla vanità e sulla brevità della vita – “questa notte potresti morire” – e a dirigere tutte le fatiche a Dio stesso. A chi non ha pazienza e vuole fare giustizia subito, né sopporta che gli altri possano sbagliare, Gesù propone di guardare il campo con la zizzania, cercando di far capire che, se si toglie la zizzania all’inizio della stagione, si distruggerà anche molto del grano buono, quindi che occorre saper aspettare fino al raccolto, quando il coltivatore saprà dividere la zizzania dal grano.
Nelle parabole abbiamo visto come Gesù presenta un uomo nuovo, tutto teso all’altro; per il quale addirittura l’altro è più importante di lui stesso; un uomo che offre tutto: pane, pesce, vino, salute, fa rivivere e fa risorgere l’altro, lo illumina e gli indica strade nuove.
Gesù comunque non è solo inviato al popolo di Israele, ma in particolare ai poveri di Israele: non viene per i sani, ma per i malati, non per i giusti, ma per i peccatori. Nelle sue parabole, Gesù parla spesso di perdono, comprensione e misericordia. Il suo cuore è misericordioso, è tutto per i miseri.
Un certo giorno, raccontò di un figlio che voleva migrare. A quell’epoca, la migrazione in paesi più fortunati era molto comune. Sette israeliti su otto infatti vivevano in Paesi lontani dalla patria. Il giovane di cui Gesù parla per migrare ha bisogno di soldi e li chiede al padre. Non avrebbe avuto diritto a ricevere l’eredità mentre il padre è vivo, ma il padre aveva acconsentito e, contro ogni previsione, aveva lasciato partire il ragazzo (non sposato, quindi pressappoco diciottenne), che avrebbe potuto anche fare fortuna. Il contratto viene stipulato, il figlio riceve i soldi e da quel momento non ha più alcun diritto sull’eredità. Per lui il padre è giuridicamente morto e parte. Ma, invece di pensare a costruire il suo futuro, spende tutti i soldi in feste e in prostitute.
Dopo aver sperperato tutto cerca lavoro per sopravvivere e trova l’umiliante impiego di pascolare i porci. Fa la fame e non riesce nemmeno a nutrirsi come i maiali del suo padrone. Decide allora di tornare a casa perché ha fame. Trova la forza di chiedere perdono e invece di trovare il padre che lo carica di giusti rimproveri, lo vede emozionato dalla gioia per il suo ritorno, tanto che lo abbraccia e gli rimette vestito, sandali e anello (segno del suo essere figlio) come aveva prima. Ma come si giustifica il padre per questa “ingiustizia”? Semplicemente dicendo: «Era morto è ritornato vivo, era perso ed è stato ritrovato».
Così è il Padre dei cieli, così è Gesù, così dovremo essere noi. Gesù, però, non ha finito la lezione: racconta ancora che c’era un pastore con cento pecore e, al solito conteggio della sera, si accorse che ne mancava una. Lasciò il gregge e partì per cercare la pecora persa, fin quando, dopo averla ritrovata impigliata tra i rovi, la prese e se la caricò in spalla, sfinita com’era, dopo tanto cammino nel deserto. Al suo ritorno fece festa, perché quella pecora era persa ed era stata ritrovata, era come morta ed era tornata viva.
Qualcuno tra gli ascoltatori avrà pensato: «Per una pecora?». Gesù racconta ancora di una signora che, per aver perso una moneta preziosa per il valore economico o per quello affettivo, ributtò all’aria tutta la casa per cercare il piccolo tesoro e, quando lo trovò, invitò le amiche a fare una festicciola in famiglia perché quella moneta era persa ed è stata ritrovata. Gesù mostra così quanto misericordioso sia il Padre che è nei cieli: il figlio che torna almeno chiede perdono e quindi è più comprensibile anche la misericordia del padre; nel secondo caso, la pecora né torna a casa, né può chiedere scusa, ma almeno un belato avrà pur potuto darlo in segno di aiuto; ma il terzo caso è il più sorprendente, la moneta non torna, non chiede scusa per essersi persa, non dà nessun segno di pentimento, perché non potrebbe, eppure anche per essa si fa festa.
La terza parabola dà la misura della misericordia di Dio: gratuita. Gesù dirà che si fa più festa in cielo per un peccatore che si converte che per 99 giusti. Probabilmente è in questa circostanza che accadde un altro fatto che completò la comprensione delle parabole. Mentre Gesù parlava di queste cose, si trovava probabilmente a pranzo in casa del fariseo Simone che lo aveva invitato. Dopo aver ascoltato queste parole, una donna peccatrice scoppiò in pianto, poi andò a prendere un vaso di alabastro, cominciò a ungergli i piedi con quel prezioso profumo e a baciarli, poi, avendoli bagnati abbondantemente anche con le lacrime, si sciolse i capelli e con questi li asciugava. Simone, che non la pensava come Gesù, diceva tra sé che se Lui fosse stato un vero profeta avrebbe saputo di che razza era quella donna, e non si sarebbe mai lasciato toccare da lei. Ma Lui gli pose un quesito: tra due uomini, se uno avesse avuto il condono di 500 denari (5.000 euro) e un altro di 50 denari, quale avrebbe amato di più quel creditore. Simone, giustamente, rispose: “Suppongo colui al quale è stato condonato di più”. E poiché Gesù insegnava non solo con le parole, ma vivendo esattamente quello che diceva, in questo modo le sue azioni continuavano a istruire. Qualche tempo dopo, infatti, mentre Gesù era al Tempio, trascinarono davanti Lui, per un suo parere, una donna sorpresa in adulterio, ma in realtà per coglierlo in fallo. Dichiararono che, secondo la legge di Mosè, quella donna doveva essere lapidata e chiesero a Lui che cosa ne pensava, visto che parlava tanto di misericordia. Ma Gesù, dopo aver scritto per terra si alzò e disse: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra» e se ne andarono tutti. Poi Gesù perdonò la donna, chiedendole di non peccare più.
In alcune parabole appare in particolare la sua comprensione per gli altri. Raccontò un giorno di operai che aspettavano per essere presi a lavorare. Alcuni trovarono impiego all’inizio della giornata, altri più tardi e altri ancora quando mancava solo più un’ora di lavoro. Alla fine, fuori di ogni previsione dell’ascoltatore, Gesù racconta che il padrone elargì anche a questi ultimi la stessa paga che aveva dato a chi aveva portato il peso dell’intera giornata. Egli non mette al primo posto il lavoro, il salario, il profitto, ma la necessità dell’altro.Tra gli uomini che andarono a lavorare, tutti avevano una famiglia, tutti dovevano provvedere la cena per la sera. Gesù aiuta a capire che il metro della carità ha altre leggi da quelle comuni. E quando si legge una parabola come questa, occorre guardare con gli occhi di Cristo chi non ha lavoro, chi non ha la forza per lavorare, chi è malato e, nel momento in cui non può più lavorare a causa della salute persa, ha più bisogno di prima di alimentarsi, di comprare medicine, quindi del salario più ancora di quando poteva lavorare: se apriamo bene gli occhi su queste pagine del Vangelo, facciamo una vera rivoluzione nella nostra vita.
Un nuovo regno per liberare Israele
I Dodici avevano capito chiaramente che Gesù era il Messia e, se era tale, doveva essere il liberatore dagli invasori romani. Egli aveva dimostrato di avere una forza superiore che nessuno aveva mai dimostrato di avere, per cui era doveroso aspettarsi che sarebbe stato lui il nuovo Re del Regno di Dio a portare a termine l’impresa della liberazione. Tutti avevano sognato il tempo del Messia. Il tempo era arrivato. Gesù era diventato questa speranza.
Basta con le lacrime
I discepoli capirono che nel Nuovo Regno non ci sarebbero più stati malati, infatti avevano constatato con i loro stessi occhi che dove Gesù arrivava i malati guarivano. Nemmeno le calamità naturali come la burrasca, il vento e le tempeste, che avevano causato tanti naufragi sul mare o sul lago non avrebbero più avuto potere di distruzione, perché dove arrivava Gesù anche le tempeste si calmavano. Non più ciechi, né sordi, né paralitici o lebbrosi, tutti questi avrebbero incontrato la guarigione. Quando poi Gesù cominciò a parlare di un comandamento nuovo, i discepoli capirono che i nemici non sarebbero più esistiti, in quanto nella nuova legislazione i nemici sarebbero stati amati. E quando Gesù, rivolto a chi era andato ad arrestarlo nel Getzemani, indicò se stesso come l’uomo che essi cercavano, in quel momento, tutti stramazzarono a terra fulminati da tanta autorità. Gli apostoli furono certi che ormai uno per uno sarebbero caduti tutti, fino all’ultimo principe di questo mondo: Pilato, Erode, Cesare, i re di Babilonia con i loro eserciti, tutti avrebbero consegnato le armi e si sarebbero convertiti al nuovo Regno di giustizia, di misericordia, di perdono e di pace.
Quando poi Gesù comandò di amare come lui aveva amato, capirono ancora meglio la bellezza del Regno: seppero che dovevano confidare in Dio come confidava Lui; credere nell’amore come ci credeva Lui; avvicinare i sofferenti come li avvicinava Lui; difendere la vita come la difendeva Lui; guardare le persone come le guardava Lui; affrontare la vita e la morte con la speranza con cui le affrontava Lui; annunciare quella Buona Notizia come l’annunciava Lui. I discepoli furono però forzati a intravedere che la proposta del Regno di Dio andava oltre le loro aspettative infatti nel Getzemani, dopo aver visto coloro che erano andati ad arrestare Gesù che erano caduti a terra li avevano pur visti a rialzarsi ancora, e quando davanti alla croce non potevano che aver sperato disperatamente di vedere Gesù scendere da un momento all’altro, dal patibolo per iniziare finalmente la rivoluzione, ma poi contro ogni loro aspettativa Lui non era sceso e Gesù era morto davvero. Così, invece di capire, arrivò la notte più lunga del mondo, carica di domande senza più risposte.
I discepoli avevano nutrito tanti sogni, ma almeno uno, quello del Regno di Dio era stato garantito loro dalla persona più autorevole che essi avevano incontrato nella loro storia. Ma quello stesso sogno era stato crocifisso con chi l’aveva proclamato e promesso. Adesso bisognava ripensare che cosa significava entrare nel Regno di Dio: non equivale certo ad entrare in Paradiso, nella Vita Eterna. Quest’ultimo dono Dio può darlo come regalo insieme al nostro desiderio di riceverlo, ma entrare nel Regno significa entrare nella mentalità di Gesù, nella sua politica, che abbatte la potenza del potente e innalza l’umiltà del piccolo (il potente e il piccolo che c’è in ciascuno di noi). All’inizio della sua predicazione, Gesù ha cominciato a parlare del Regno nuovo, cercando di far capire che quel Regno non è gestito con la forza, con il potere, con la violenza: è tutt’altra cosa.
Diamo uno sguardo ai due regni: quello del mondo e quello di Dio. Il regno degli uomini ha palazzi e fortezze che devono scoraggiare i nemici: in India, una fortezza ha 26 km di strada al suo interno. La Muraglia cinese è lunga 7.500 km. Il muro di sabbia e mine che divide Marocco e Algeria è di 2.400 km. Il primo palazzo-fortezza del Regno di Dio, del Re dei re è stata invece una grotta-capanna della massima fragilità, a Betlemme. E la reggia in cui è vissuto per 30 anni era in parte scavata nella roccia col tetto di fango pressato su fasci di rami.
Gli eserciti degli imperi di questo mondo hanno soldati che devono essere forti e violenti per ottenere la paura e il terrore dei sudditi e dei nemici.
Un esempio tra gli infiniti: nel XIII secolo, dopo la vittoria a Van, Tamerlano fece gettare tutti gli abitanti dall’alto delle scogliere, mentre a Sivas (Sebaste) non lasciò uccidere gli ultimi 4.000 soldati per farli seppellire vivi. Da ultimo, raccolti tutti i bambini in un piazzale, li fece calpestare dai cavalli dei vincitori, per incutere terrore nei dintorni e mostrare a che punto potevano giungere la sua forza e il suo potere. L’esercito del Regno di Dio è composto di uomini e donne, tra cui molti giovani che si sono lasciati torturare, impiccare, segare, bruciare come torce, altri che si sono lasciati macinare dai denti di animali feroci, per divertire coloro che desideravano vedere la fine del cristianesimo. Il loro re, che invita alla battaglia in prima fila, è un uomo crocifisso, Gesù Cristo. Questo è il Regno di Dio. Gesù cerca di far capire – senza riuscirci sempre – che entrare nel suo Regno, cioè diventare cristiani, significa entrare nella sua mentalità e vivere come Lui, seguendolo fino al Calvario. Ed ecco l’ultima beatitudine: beati gli abitanti del Regno di Dio che muoiono perché nel Regno di Dio si risorge.
Dal mare di Galilea, con i discepoli, Gesù aveva iniziato il viaggio per Gerusalemme. La festa di Pasqua non era distante e da ogni parte i pellegrini arrivavano alla Città Santa. I più fedeli compivano spesso questo pellegrinaggio per raggiungere la casa dove abitava lo stesso Dio d’Israele: il Tempio di Gerusalemme. Per gli ebrei era importante raggiungere quel luogo, per chiedere perdono dei peccati e ringraziare per i doni ricevuti, il dono del matrimonio, la nascita di un figlio, una malattia curata, i greggi moltiplicati, buoni raccolti, la fine di una guerra, tutto diventava motivo di ringraziamento.
L’ultima salita
Prima di partire si erano accordati in molti, anzi tutti quelli del villaggio che potevano partecipare. Il clima era chiaramente di festa, non solo religiosa, ma festa di stare insieme. Si alternavano canti ritmati dalle campanelle delle pecore o dei buoi, che erano diventato un gregge un poco artificiale, perché durava il solo tempo del pellegrinaggio stesso, fino a quando quegli animali sarebbero stati offerti al Tempio. Se il viaggio durava diversi giorni (come in questo caso) quando s’incontravano querce, un angolo di conifere o, più vicino a Gerusalemme, i maestosi cedri e dell’acqua, si approfittava per i tempi dei pasti, del riposo e, in particolare, della preghiera, che in questi casi si faceva insieme. In quei giorni, Gesù non perdeva nessuna occasione per insegnare e spiegare le scritture riguardanti la Pasqua, che si preparavano a celebrare. Il pellegrinaggio, come ho appena accennato, era anche occasione di festa e di aggregazione della famiglia estesa, che si ritrovava in un clima particolare: era un momento propizio per incontrarsi con i parenti che vivevano più distanti, per raccontarsi gli ultimi avvenimenti, organizzare matrimoni, asciugarsi a vicenda le lacrime della guerra e della povertà e cantare insieme specialmente ciò che Dio aveva compiuto, da quando li aveva liberati dall’Egitto accompagnandoli con braccio forte, su ali di aquila, protetti dalla nube e illuminati dal fuoco e, ancora, alimentati dal pane del cielo. È probabile però che, in quel clima festoso, tutto il gruppo che era andato crescendo dalla Galilea a Gerusalemme non si rendesse conto di che cosa stava passando nell’animo di Gesù, in quella faticosa salita.
Gli ultimi giorni
Gesù stava vivendo il suo ultimo pellegrinaggio e si preparava alla sua ultima festa di Pasqua, comunque non si piangeva addosso, ma continuava a pensare agli altri, a che cosa era ancora possibile fare per gli altri. Bartimeo, un mendicante cieco di Gerico, gli offrì ancora un’occasione per farsi guarire. Avvisato che Gesù passava da quella parte, cominciò a gridare per chiedere aiuto: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» e ripeteva quel grido fin quando qualcuno cominciò a rimproverarlo, chiedendogli di smettere quel chiasso, ma lui continuava a gridare ancora più forte al punto che Gesù, sentendo, lo fece chiamare. Quando Bartimeo fu avvertito che il maestro lo chiamava, si sentì guarito all’istante: certamente pensò che, se Gesù lo incontrava, sicuramente lo avrebbe curato e così fu.
Dopo la guarigione dalla sua cecità, non seppe come ringraziare se non aggregandosi al gruppo per seguire Gesù, che gli aveva fatto il più grande dono della vita: la vista. I pellegrini intanto, sentendo quel cieco gridare: «Gesù, figlio di Davide abbi pietà di me» e, vedendo come era stato esaudito, pensarono che quella fosse una prova in più per stabilire che Gesù era certamente quel Messia tanto atteso e capirono che anch’essi avrebbero potuto essere guariti e rimessi in libertà, specialmente da quegli stranieri che succhiavano loro il sangue.
Hosana
Era chiaro che Gesù sarebbe diventato re di Israele ed era sperabile che proprio in quella circostanza, arrivando in città, avrebbe potuto essere consacrato re. Sentendo il cieco di Gerico, lafolla ricordò un altro grido: “Hosana, Hosana!”, che in passato aveva significato: “Poveri noi! Aiutaci, Signore!”, proprio come aveva gridato quel mendicante. Era un grido di supplica, ripetuto dai sacerdoti, che col tempo aveva acquisito il senso di: “Certamente tu, Signore, ci aiuti” ed era diventato così un grido di giubilo. Ogni grido di aiuto ricordava al popolo di Israele che il Dio che aveva aiutato tante volte avrebbe continuato a farlo, così quella folla cominciò a far festa gridando: “Hosanna”.
Intanto Gesù, con quel gran seguito, arrivò presso Betania, dove poco prima era capitato un fatto ancora più grande di quello avvenuto con il cieco. A Betania, infatti, c’era una famiglia di grandi amici di Gesù, che spesso lo ospitavano quando, con i suoi discepoli, passava a Gerusalemme.
E, proprio in quella famiglia, Gesù aveva compiuto forse il più grande miracolo della sua missione: un giovane di nome Lazzaro era stato risuscitato proprio da Lui, dopo quattro giorni che era morto. E chi non avrebbe voluto almeno vedere e salutare quell’uomo così fortunato? Forse una sosta breve sarebbe stata sufficiente: ormai erano vicini a Gerusalemme. Quando, quella folla era partita, all’inizio del pellegrinaggio, aveva pregato ringraziando Dio: «Che gioia quando mi dissero: andiamo alla casa del Signore» e infine, al termine del pellegrinaggio, poteva continuare il canto così: «E ora i miei piedi si fermano alle tue porte Gerusalemme», continuando a lodare il nome del Signore e a chiedere ancora pace e ogni bene per la Città Santa.
Dopo l’ultima salita da Betania, era apparsa d’improvviso Gerusalemme, con tutta la sua imponente grandezza, protetta dalle solide mura e dallo splendore della Casa di Dio. E da ogni parte si vedevano i pellegrini che arrivavano. Gesù, che conosceva bene le Scritture, volle aiutare i suoi a capire almeno un poco di ciò che stava succedendo. Per questo aveva mandato avanti due di loro, a chiedere in prestito un asino per cavalcarlo al suo ingresso in Gerusalemme, così avrebbe potuto far capire meglio ai discepoli e agli amici che era lui il Messia, come diceva il profeta Zaccaria: «Rallegrati, figlia di Gerusalemme, ecco il tuo re. Egli è giusto, vittorioso e umile, viene proprio da te, cavalcando un asino». Per un momento gli stessi discepoli, che non avrebbero voluto venire a Gerusalemme, in un momento tanto pericoloso, furono stupiti, poi, presi dall’entusiasmo, iniziarono a far festa anche loro insieme agli altri.
Dopo l’emozione del cieco guarito e dopo aver visto il Lazzaro risuscitato, la folla era letteralmente elettrizzata e aveva chiaramente capito che quello doveva essere il glorioso momento del Messia, il quale sarebbe stato riconosciuto ormai da tutti re, in Gerusalemme.
Le lacrime di Gesù
Alcuni si erano accorti che a Gesù scendevano le lacrime e pensarono che poteva essere emozionato per la grande gioia, in realtà alla vista della grandiosità di Gerusalemme gli era passato davanti agli occhi come un presagio: aveva visto quella città nella polvere della distruzione, tra le grida e la morte di quel popolo massacrato e le pietre delle mura ribaltate.
Sembra che abbia sussurrato a chi gli stava accanto: «Povera Gerusalemme! Se avessi capito quando ti si voleva dare la pace, ma ora è tardi. Ti circonderanno e stritoleranno da ogni parte te e i tuoi figli e non avanzerà più una pietra sull’altra». Eppure tutti continuavano a sventolare palme al suo passaggio, inneggiando: «Hosanna! Benedetto il Regno di nostro padre Davide che ritorna».
Intanto Gesù e gli amici concludono il pellegrinaggio entrando nel Tempio e ricevendo il benvenuto che i sacerdoti non rifiutavano a nessuno, poi guarda con circospezione ogni cosa e tutti i preparativi nel Tempio per l’accoglienza dei pellegrini. Davanti a quello spettacolo, Gesù ribolle di sdegno, vedendo il culto venduto e tutto quell’andirivieni che poco si adatta a una casa di preghiera. Forse vorrebbe gridare la profezia che ha dentro, ma tutti sono troppo stanchi e la decisione sembra quella di rimandare al giorno dopo.
Gesù profeta davanti ai venditori del Tempio
Quando arrivò e rivide lo spettacolo della sera precedente, Gesù volle dire specialmente ai discepoli che ciò che stava capitando davanti ai loro occhi, questa mescolanza di sacro e profano, questa mancanza di rispetto per il luogo più sacro dell’ebraismo, non poteva essere secondo il desiderio di Dio.
Così, entrato nel Tempio, si diresse contro quelli che vendevano e compravano, rovesciando persino i tavoli di alcuni dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e, difendendo la purezza del luogo santo come avevano fatto i profeti Geremia e Isaia, gridò: «Non sta forse scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri». Gesù non attacca il Tempio, che peraltro ama. In esso insegna e compie segni, ma rifiuta gli abusi, la mescolanza tra fede e commercio; inoltre contesta il comportamento della classe sacerdotale che, in nome del culto, ammucchia una gran quantità di denaro e lo sfruttamento dei poveri.
Gesù non combatte la Legge o i Profeti, ma la corruzione dell’aristocrazia sacerdotale. Gesù non è un semplice riformatore, ma Colui che pretende di dare compimento alla Legge e ai Profeti.
Non si pensi che abbia gettato fuori tutte quelle centinaia di commercianti, ben sapendo che, con tutta la sorveglianza che c’era, la polizia del Tempio e la coorte romana avrebbero avuto il tempo di intervenire. In realtà Gesù compì un gesto simbolico e probabilmente anche ridotto, per le conseguenze sui commercianti, ma intenso di significato. Il fatto si inseriva probabilmente nel discorso che stava facendo, tant’è vero che – si dice – dopo lo sfogo continuò a insegnare. E Marco soggiunge che tutto il popolo era ammirato da questi insegnamenti, al punto che i sommi sacerdoti e gli scribi – i quali dovevano essere furiosi contro di Lui – pur avendo tutte le intenzioni di farlo morire, lo temevano e non si azzardavano a toccarlo appunto a causa della folla.
L’atto che Gesù compì coscientemente, conoscendo tutti i rischi che correva rispetto a una futura condanna, diventò comunque una delle ultime gocce che fece traboccare il vaso. In tale contesto, pur sembrando uno zelota rivoluzionario, divorato dallo zelo per la casa di Dio, in realtà Gesù continua ad essere un principe di pace: al termine di quel giorno di grande emozione, Egli mostra infatti che tipo di zelota è, e si mette a curare ciechi e paralitici che nel frattempo gli si erano avvicinati.
Comunque Gesù non aveva ancora terminato né la sua predicazione, né la sua missione: aveva desiderato con desiderio ardente di celebrare la Pasqua con i suoi, ma non c’era più abbastanza tempo e gli avvenimenti stavano precipitando, per questo pensò di anticipare la cena stessa.
Poiché il tempo si stava riducendo per Lui e la cerchia dei nemici gli si stava stringendo attorno, Gesù anticipò una cena di addio con i suoi, proprio come una cena pasquale celebrata con probabilità con un giorno in anticipo, al giovedì sera. Probabilmente quella sera non si celebrarono tutti i riti della Pasqua giudaica, bensì il personale saluto d’addio di Gesù, con un carattere molto particolare, nel quale istituì la sua vera Pasqua. Gesù sapeva che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, sapeva che aveva amato i suoi che erano nel mondo, sapeva di aver amato fino all’impossibile. E sapeva anche che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, che era venuto da Dio e che a Dio tornava…
Che fece Gesù, sapendo tutto questo? Si alzò da tavola, depose il mantello, si annodò un asciugatoio, versò acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi ai suoi discepoli e ad asciugarli con quell’asciugatoio di cui si era cinto. Dopo che gli apostoli rimasero comprensibilmente costernati e dopo un primo rifiuto di Pietro, che faticava a capire e dopo che anche Giuda aveva ricevuto l’onore dell’ospite dal “servo” Gesù, il maestro riprese il mantello, si sedette e concluse dicendo: «Avete capito che cosa ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi».
Con questo linguaggio simbolico, assumendo la condizione di servo, Gesù viene a lavare e ad asciugare i nostri piedi sporchi, per abilitarci al banchetto, a fare festa con lui. Ci rende puri come Lui e possiamo dire che non siamo più noi che viviamo, ma Cristo che vive in noi. E ora, dopo che Gesù ci ha mostrato che dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri, davanti al malcapitato tra i briganti, non potremo più passare oltre come il sacerdote o il levita, e di fronte a chi ha fame, sete, o è nudo, o in prigione non possiamo fingere di non vedere, non sapere: il comandamento nuovo, la lavanda dei piedi non sono solo la proposta di una morale superiore, ma di una morale diversa, perché con quell’atto ci ha resi diversi.
La Cena Eucaristica
Pietro, Giuda, Matteo, Giacomo e tutti gli altri – ciascuno fasciato nel suo mondo così complesso, fatto di sogni, speranze, forse progetti di grandezza e potere che, in alcuni momenti, avevano accarezzato – erano certamente anche desiderosi di diventare come Lui, di avere un giorno il suo sguardo puro, il suo cuore così appassionato e le sue mani così benefiche. Vicino a Gesù avevano studiato e imparato come diventare buoni e bravi.
Ora si trovavano là, insieme al loro Maestro che, quella sera, stava scrivendo il suo Testamento per loro (ma anche per il mondo intero). In quelle ore, Gesù consegnò tutte le sue ricchezze, i suoi beni, tutto ciò che in quei trentatré anni aveva messo da parte, aspettando di affidarlo loro quando fossero stati un poco più adulti. Ma, per rendersi conto dell’eredità che stavano ricevendo, i poveri apostoli avrebbero avuto bisogno di molto più tempo per capire. Dunque Gesù divise tutto con loro e specialmente divise se stesso e si diede loro tutto, pezzo per pezzo. E chi poteva immaginare che, per essere sempre più comprese, le parole e le azioni di quella sera sarebbero state ripetute milioni di volte, ogni giorno fino alla fine del mondo. Sarebbero state ripetute nelle case, nelle chiese, nelle basiliche, sulle navi, nelle grotte, nelle piazze, nei deserti e sulle montagne. Il segno di quella sera sarebbe stato consegnato a uomini, donne, bambini, giovani, anziani, forti o malati, ma specialmente ai poveri, destinatari privilegiati a capire e ad accogliere quel dono. Tutti sarebbero stati nutriti da quella cena.
Ma che cosa fece dunque Gesù di così straordinario? In primo luogo pregò, ringraziando il Padre, poi prese il pane che c’era su quel tavolo, lo benedisse e, pezzo per pezzo, lo consegnò a quella piccola assemblea, dicendo che quello era il suo corpo, che era proprio Lui che si consegnava a loro e li invitò a mangiarlo. Poi Gesù deve pur aver parlato delle Alleanze che, in tempi diversi, Dio aveva stretto col suo popolo. In quei patti, Dio da una parte e gli uomini dall’altra si erano dati la mano, promettendo fedeltà l’uno all’altro. Dio era sempre stato fedele, l’uomo mai.
Ora si erano messi Gesù con l’umanità da una parte e Dio dall’altra e si diedero la mano, stringendo un’Alleanza nuova. Fu così che Gesù, come aveva fatto col pane, prese anche un calice di vino e lo offrì a tutti: come durante le antiche alleanze si era sigillato l’accordo col sangue di animali offerti, adesso quel vino era come il suo stesso sangue, anzi era il suo sangue, che lui stesso avrebbe sparso per l’umanità intera, dopo essere stato flagellato a una colonna e inchiodato a una croce. In altre parole, quella sera Gesù prese pane e vino e disse: «Questo pane e vino sono il mio corpo e il mio sangue, sono proprio io, è la mia vita stessa che io offro e consegno a voi; prendetemi, mangiate e bevete questa mia stessa vita, custoditela e usatela, ve la offro per una ragione speciale e cioè per il perdono dei peccati, affinché voi impariate a chiedere perdono, a riceverlo e ad offrirlo agli altri. E adesso chiedo a voi di fare la stessa cosa, prendete la vostra vita tra le mani, spezzatela e offritela e datela da spezzare ai vostri vicini. Facendo questo vi ricorderete di me».
Chissà se gli apostoli riuscirono a fare un applauso. Da quel momento, per quella Chiesa nascente, era diventato chiaro il nuovo compito: diventare “lavanda di piedi” e “pane spezzato”: da quel modo di comportarsi, quella Chiesa sarebbe stata riconosciuta discepola di Gesù. Uscendo poi dalla sala, si resero nuovamente conto di essere a Gerusalemme, con tutto ciò che stava diventando quella Città per loro: carriole di chiodi sfilavano per la città, militari ovunque mettevano in guardia i malintenzionati, clima di festa e di tensione si mescolavano insieme.
I testi della passione e morte furono probabilmente il primo Vangelo che si meditava nella riunione della cena eucaristica celebrata fin dall’inizio dalla comunità cristiana. Proprio questo Gesù vorremmo accompagnare nell’ultimo tratto della sua vita.
La consegna
I discepoli avevano cercato almeno di rinviare il conflitto, evitando di andare a Gerusalemme in un’ora così pericolosa, ma Gesù si era dimostrato irremovibile. Non chiese consensi, né domandò se l’avrebbero seguito o qual era la loro opinione al riguardo, no, nulla di tutto questo, semplicemente partì letteralmente per consegnarsi, ma prima di Lui il Padre lo aveva già consegnato, «perché chiunque crede in Lui non muoia, ma ottenga la vita eterna».
E che cosa ne hanno fatto gli uomini di questo straordinario dono che si chiama Gesù Cristo? Lo hanno consegnato nelle mani dei peccatori per essere ucciso: uno degli apostoli lo consegna alle guardie e ai soldati e questi ad Anna; Anna lo consegna a suo genero Caifa (il gran sacerdote di quell’anno). Caifa lo consegna a Pilato, Pilato lo consegna ad Erode e questo lo riconsegna a Pilato. Infine Pilato lo consegna alla folla perché sia crocifisso. E Gesù non mostra alcun risentimento per questa consegna, infatti lui stesso si consegna al Padre: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito».
Al Getzemani
Ancor oggi chi va nella valle del Cedron e risale di poco la collina di fronte alle porte d’oro della città santa, scorge l’angolo del Getzemani. Era una ampia grotta naturale dove una famiglia aveva sistemato un frantoio che poteva provvedere alla torchiatura delle olive di quella vallata interamente coperta dei preziosi alberi contorti. Gesù e i suoi, quando venivano a Gerusalemme, in quella grotta ampia e spaziosa, presso la famiglia di amici che vi abitavano, trovavano uno spazio sufficiente per passarvi la notte.
Dopo la cena di addio, Gesù e i suoi, cantando l’inno, scesero la vallata, passarono il letto del fiume, che spesso è asciutto, e risalirono di poco fino alla grotta che li avrebbe ospitati quella terribile notte. Ormai Gesù ha detto ciò che doveva dire. Adesso ha bisogno di silenzio e di passare queste poche ore a tu per tu con il Padre suo.
Gesù aveva detto ai discepoli di fermarsi là nella grotta, mentre Lui si sarebbe allontanato appena un tiro di sasso per pregare, ma non andò da solo: «prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni». Probabilmente tentò di coinvolgerli nel momento ultimo della sua grande offerta. E su quelle rocce che ancora oggi sono testimoni del più grande dolore che coinvolse un uomo, Gesù confidò ai tre amici che la sua anima era travolta da un’angoscia mortale incontrollabile e chiese loro di vegliare accanto a lui. «Intanto si allontanò un altro poco e, prostrato con la faccia a terra, pregava».
In questo momento non era più l’uomo che, con solennità comandava il vento e la tempesta, né il taumaturgo a cui tutti accorrevano per dirgli: “Se vuoi, puoi guarirci”, né l’uomo che stendeva la mano a una bambina morta per resuscitarla, ma l’uomo prostrato, nella sua debolezza estrema, pregando diceva: “Abba, Papà, se è possibile posticipa almeno un poco questa ora di dolore. Tuttavia, non come vorrebbe la mia umanità, ma come vuoi tu”.
Probabilmente Gesù pensava alla sua comunità ancora così bambina e gli sembrò impreparata per rimanere orfana e ormai sostituirsi a Lui stesso. Mentre, da un lato, Gesù grida e chiede di posticipare quell’ora, dall’altro lo stesso Gesù grida perché si compia in fretta la volontà del Padre che è anche la sua volontà.
Tornato poi dai suoi discepoli, una due, tre volte e trovatili sempre addormentati chiede di pregare per non soccombere in quella dura prova. Prostrato a terra, il suo sudore era stato sostituito dal sangue stesso, fenomeno raro ma ben conosciuto dalla medicina, quello della hematidrosis.
Un medico descrisse il fenomeno dicendo che è causato da una grande debilità fisica, accompagnata da un crollo psichico, in seguito a una profonda emozione e crisi di panico. Questa microscopica emorragia si produce in tutta la pelle rendendola terribilmente sensibile e molto più doloroso l’insieme di tutte le torture che seguiranno. Occorre sottolineare che, benché nella sua mente Lui sappia chiaramente perché soffre, non sia controllabile il panico provocato dall’angoscia mortale.
Dopo essere tornato per la terza volta dai discepoli, Gesù sembra aver raggiunto una pace interiore profonda. Con il Padre probabilmente ha chiarito che il momento definitivo per lui è questo, anche se la piccola comunità è così immatura e sembra incapace di camminare da sola, Gesù sa che lo Spirito del Signore la guiderà.
È il momento in cui fratel Carlo de Foucault mette sulle labbra di Gesù questa preghiera: “Padre mio, io mi abbandono a te. Fa di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me ti ringrazio. Sono pronto a tutto. Accetto tutto purché si compia in me la tua volontà”.
Ma adesso, dove troverà la forza per scollarsi da quelle rocce su cui ha fatto la sua ultima consegna al Padre? Come rialzarsi e raggiungere Gerusalemme?
E mentre ancora parlava, ecco Giuda che, durante la cena d’addio, aveva sentito dal maestro le parole: «Uno di voi mi tradirà, uno che sta cenando con me». Ebbene, questo apostolo, uno dei Dodici, (uno dei chiamati, uno che aveva risposto, uno che era stato costituito apostolo, e come gli altri apostoli aveva predicato il Regno di Dio, guarito i malati e scacciato i demoni, uno che ogni giorno aveva pregato con Gesù, era pronto a consegnarlo alle autorità del Tempio.
Giuda, che conosceva bene l’oliveto del Getzemani, perché spesso Gesù si fermava là con i suoi discepoli, arrivò con alcune guardie inviate dai sommi sacerdoti e dai farisei e dagli anziani e con un distaccamento di soldati romani e molta gente, con fiaccole e lanterne, armati di spade e bastoni. Giuda aveva dato loro un segnale: «Quello che bacerò è Lui». E subito, avvicinatosi a Gesù, disse: «Salve, maestro», e gli baciò la mano abbracciandolo. Era infatti abituale, per i discepoli, baciare i rabbini sulla mano o sul capo. Chissà quante volte si scambiarono quel saluto!
In quel momento, nel cuore di Gesù, certamente passarono le parole del Salmo: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, insieme camminavamo gioiosi verso la casa del Signore». A Giuda, Gesù disse dunque: “Amico, perché fai questo?”.
Sono state date molte interpretazioni sul personaggio Giuda. Qualcuno ha cercato di riabilitarlo. In ogni caso non dobbiamo immaginarlo come un uomo malvagio se, durante gli anni con Gesù, era stato scelto con la grande vocazione di apostolo. Secondo un’ipotesi che è stata avanzata, la decisione di Giuda, forse condivisa da alcuni discepoli, sarebbe stata motivata dal fatto che Gesù sembrava rinviare all’infinito l’inizio di quella rivoluzione sperata dai discepoli contro i Romani per liberare finalmente Israele.
Giuda, quindi, sarebbe stato disposto a forzare quella decisione. Si poteva supporre che Gesù, trovandosi in catene ed eventualmente condannato, si sarebbe liberato senza fatica e avrebbe iniziato la lotta di liberazione per il suo popolo. Giuda, come tutti i discepoli, sapevano bene che, se Gesù fosse anche stato condannato alla crocifissione, avrebbe avuto tutta la forza di non lasciarsi toccare nemmeno da un ago, ma le cose non stavano così.
Quando, però, Giuda si rese conto che Gesù non si liberava e tanto meno iniziava la rivoluzione, potrebbe essere stato preso dal rimorso e dall’angoscia che lo portarono al suicidio. La frase che nei Vangeli canonici getta una vera luce sul caso è quella affermata da Pietro: «Noi tutti abbiamo tradito il Maestro». Ma, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, sapendo che aveva amato i suoi fino all’infinito, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, sapendo che era venuto da Dio e a Dio tornava, Gesù compie l’ultimo atto di servizio per i suoi – atto già celebrato nella cena d’addio – e, per il mondo intero, si consegna per essere ucciso.
Così interroga nuovamente quegli uomini: «Chi cercate?». Essi risposero: «Gesù, il Nazareno». E lui replicò: «Sono io». E, a questo punto, li fa rialzare, appunto perché l’ora è venuta, fa rilasciare gli apostoli e si consegna. Specialmente in Giovanni, il Gesù della passione sta sempre in piedi, a testa alta, con l’autorità che gli è propria: è Lui che corregge lo sbaglio di Pietro, Lui che si consegna. È Lui che fa liberare i discepoli. È stato Lui a decidere di venire a Gerusalemme conoscendo chiaramente il rischio che correva. Gesù non è un ingenuo e sa molto bene che, dopo lo scontro con i venditori del Tempio, le sue ore sono contate, però non scappa più, non si nasconde, non ritorna nemmeno a Betania, dove sarebbe un poco più sicuro, ma si ferma appena fuori città nell’oliveto della valle dove andava sempre e dove un buon numero di persone erano già accampate per la Pasqua.
Tutti sapevano che Lui andava là come faceva di solito. Gesù potrebbe avere un esercito di angeli per difenderlo, ma ci rinuncia. Non sono gli altri che, per qualche tranello, lo massacrano: è Lui che si consegna: «Nessuno mi toglie la vita, ma la consegno da me stesso».
Allora, avvicinatisi, gettarono le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. A quel punto, Simon Pietro stese la mano, trasse la spada, colpì il servo del Sommo Sacerdote, che si chiamava Malco e gli tagliò addirittura l’orecchio destro. Allora Gesù gli disse: «Basta, rimetti la tua spada al suo posto: tutti quelli che colpiscono di spada periranno di spada», intanto guarì l’orecchio.
In un momento di grande confusione come questo, Gesù riesce ancora a pensare agli altri. Lui rischia di essere ucciso e si occupa di uno appena ferito e per di più uno che è andato ad arrestarlo. Ancora, in questo momento Gesù non perde l’occasione di ripetere con i fatti che i nemici non si odiano, ma si perdonano e si amano.
Dopo che fu arrestato e trascinato via, tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono. In questo abbandono c’è però il fatto altrettanto importante che è quello di Gesù che ha voluto salvare i suoi discepoli e ha chiesto esplicitamente che venissero lasciati liberi. Questa è l’ora di Gesù, non dei discepoli, per i quali ci sarà un’altra ora per dare la vita per il loro Signore.
Occorre commentare l’aspettativa degli apostoli rispetto agli avvenimenti di quella notte: nel Getzemani, quando Gesù aveva indicato se stesso come l’uomo che si stava cercando – e mentre tutti caddero fulminati da tanta autorità – gli stessi apostoli erano stati certi che ormai uno per uno sarebbero caduti tutti a terra, fino all’ultimo principe di questo mondo. Secondo loro, Pilato, Erode, Cesare, i re di Babilonia e tutti i re con i loro eserciti avrebbero consegnato le armi e si sarebbero convertiti al nuovo Regno di giustizia, di misericordia, di perdono e di pace.
Al tempo di Gesù, il Sinedrio difficilmente giungeva a pronunciare una condanna a morte. All’epoca, gli eretici veri o presunti potevano essere espulsi o se ne andavano lontano da Gerusalemme come per esempio gli esseni, i cinici, ma anche i mendicanti e terapeutici o lo stesso Giovanni Battista.
Anna, una figura scura dietro le quinte
Il distaccamento di soldati e le guardie dei giudei, dopo aver afferrato Gesù, lo legarono e lo condussero prima presso Anna e poi dal Sommo sacerdote Caifa, che era genero di Anna, ex gran sacerdote, considerato da molti come l’organizzatore di tutto il complotto contro Gesù.
Il Sinedrio
Il problema per i sinedriti non è che Gesù non sia credibile nelle sue parole e nei suoi atti miracolosi, ma che per essi è fin troppo credibile. Troppi credono in Lui. I Giudei, infatti, pensano che, se Egli fa già così tanti segni e miracoli, qualora lo lascino fare ne farà ancora di più. Caifa, il Sommo Sacerdote, aveva detto loro: “Voi non capite nulla, non riflettete che è meglio che un uomo solo muoia per il popolo, piuttosto che correre il rischio che perisca tutta la nazione?”.
Caifa, in ogni caso, dimostrava di conoscere molto bene la storia e il suo Paese e non poteva che essere ascoltato, infatti, cent’anni dopo, ovvero nel 132 d. C., un certo Simone si fece proclamare Messia col nome di Bar Kokhba, “figlio della stella”. Costui, presentandosi come figlio di David, si rese famoso come abile guerriero ed ebbe un buon seguito di rivoltosi. Occupata Gerusalemme, iniziò una restaurazione politica battendo persino monete proprie e, l’anno dopo, scatenò una controffensiva romana che, iniziando dalla Galilea, distrusse 50 fortificazioni e 985 villaggi. La città di Betar, ultimo baluardo di resistenza, si trasformò in un cumulo di rovine. Il presunto Messia venne ovviamente ucciso e mezzo milione di ebrei trovarono la morte o l’esilio e la situazione dei rimanenti palestinesi fu ben peggiore di prima.
Il Sinedrio si avvicina alla condanna
Di fatto, però, il Sinedrio non arrivò a una condanna formale di Gesù, anche perché non poteva essere considerata una colpa il fatto di presentarsi come Messia e nemmeno come figlio di Dio, infatti anche Israele stesso era considerato figlio di Dio. Il Sommo Sacerdote lo interrogò, ma senza ottenere risposte. Lo interrogò di nuovo: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di’ a noi se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio». E Gesù a quella domanda rispose andando ben oltre le aspettative del Gran Sacerdote: «Io lo sono e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». A questo punto, praticamente, per il Sinedrio, Gesù conclude lui stesso il processo firmando, con quella risposta, la propria condanna a morte. Allora il Sommo Sacerdote, strappatosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia?». A quel punto molti sinedriti risposero: “È reo di morte”.
Allora gli uomini che l’avevano in custodia, in attesa di qualche decisione più formale da parte del Sinedrio, lo condussero in un luogo a parte e cominciarono a schernirlo e a bastonarlo e, schiaffeggiandolo, gli sputavano in faccia; altri, avendogli bendato il volto, lo interrogavano: «Fa’ il profeta, o Cristo, chi ti ha colpito?». E dicevano molte altre cose nei suoi confronti, bestemmiandolo.
A conclusione di questo processo, che arriva a giudicarlo reo di morte, Gesù non si difende e non si pone contro il Sinedrio, né contro il Sacerdote, ma compie il suo ultimo atto di ubbidienza.
L’amicizia di Gesù e le autorità del Tempio
Intanto Simon Pietro e Giovanni seguivano Gesù da lontano. Giovanni era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò nell’atrio con Gesù. Questo particolare ci dice che, almeno ufficialmente, il gran sacerdote, negli ultimi anni della vita di Gesù, non si metteva contro di Lui né contro il suo gruppo di discepoli, considerati taumaturghi e uomini amati dal popolo, infatti in alcuni momenti sia gli Scribi, sia i Farisei sono presenti ai dibattiti con Lui e non stupisce, come in questo caso, che il Gran Sacerdote abbia dell’amicizia particolare con qualcuno del gruppo e con Gesù stesso. Come avrebbe potuto predicare nel Tempio senza un consenso non tanto formale, ma di reciproca amicizia con Caifa, Anna e altri capi religiosi?
È probabile che l’incrudelirsi contro Gesù sia soltanto un fatto dell’ultimo periodo, come ci poteva essere stata una grande amicizia tra Lui e Giuda, anche se poi in breve tempo i rapporti si deteriorarono. Inoltre, se ci fosse stata una rottura formale tra il Gran Sacerdote e il gruppo di Gesù, Giovanni non si sarebbe mai azzardato ad entrare, quella notte, per assistere alla preparazione di un processo: lui, infatti, non avrebbe potuto fingere, come Pietro, di non aver nulla a che fare con il Maestro, in quanto Caifa lo conosceva bene. Fino a questo giorno Gesù ha frequentato il Tempio: chissà quante volte Lui, i suoi discepoli e i capi religiosi di Gerusalemme si saranno salutati e fermati a chiacchierare in modo informale: ufficialmente, infatti, tutti perseguivano la strada dell’Eterno Israele. Quando Gesù parla contro Scribi, Farisei e Sacerdoti non li mette tutti sullo stesso piano, ma si dirige contro i disonesti e non contro coloro che erano sinceri.
Mentre Giovanni era entrato nel Sinedrio, Pietro rimase fuori dalla porta. Allora Giovanni – che era conosciuto dal Sommo Sacerdote, uscì di nuovo, parlò alla portinaia e fece entrare anche lui. Pietro ha cercato di seguire Gesù fin dove, secondo lui, era possibile. Lo seguiva da lontano, ma loseguiva: bisognerebbe apprezzare la buona volontà di questo apostolo, che peraltro era consapevoledi rischiare molto. Infatti non era un ingenuo e sapeva bene che immischiarsi tra quella gente, a quell’ora della notte, fingendo semplicemente di essere un curioso qualunque, non era facile, anzi molto pericoloso, ma aveva pur tentato di fare la sua parte.
Pietro rinnega Gesù
Per quella data – la notte era più fredda del solito – i servi avevano acceso un braciere, attorno al quale si riscaldavano. Intanto la portinaia domandò a Pietro: “Non sei anche tu un discepolo di Gesù il Nazareno della Galilea?”. Ma egli negò: “Non so e non capisco quello che dici”. E uscì fuori, verso l’atrio, ma non scappò. Intanto, stava a scaldarsi con i servi e le guardie. E, dopo un momento, un’altra persona, avendolo visto, cominciò ad additarlo ai presenti: “Costui è di quelli”. Ma di nuovo negò con giuramento: “Non conosco quell’uomo”. E, dopo un’ora circa, un altro dei presenti, un servo del Sommo Sacerdote parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, soggiunse: “Ma non ti ho visto io stesso, con lui nell’oliveto? Veramente sei di quelli, infatti sei Galileo e il tuo dialetto ti tradisce”. Ma egli incominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco l’uomo di cui parlate”. E subito, per la seconda volta, esplode arrabbiandosi per essere stato scoperto come uno della cerchia di Gesù, addirittura con prove. Ormai rischia la stessa condanna del Maestro. Se Gesù viene condannato, automaticamente anche lui rischierà la stessa sorte: per questo perde le staffe e sragiona. E non si dimentichi che le parole del tradimento di Pietro possono essere state riportate alla sua comunità soltanto da lui stesso. Con umiltà e vergogna, dopo il suo ravvedimento – forse per solidarietà con gli apostoli che erano fuggiti e con suo confratello Giuda che aveva tradito – avrebbe così confessato pubblicamente il suo peccato, dovendo ammettere con tanta umiliazione: “Tutti abbiamo tradito il Maestro”.
Pietro piange
Gesù intanto, voltatosi verso Pietro, lo guardò. È stato sufficiente uno sguardo del Maestro per ricostruire in Pietro una coscienza spaventata. A questo punto, lui si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianseamaramente. Pietro, guardando Gesù e ricordando le sue parole, ritrova la forza di riconoscere e piangere il proprio peccato. La Parola di Gesù gli fa capire che ha sbagliato e lo fa piangere. È il figlio prodigo che ritorna carico di peccato, ma che non ha dimenticato di avere un Padre che non può aver smesso di volergli bene. È la pecora, persa e impigliata nei rovi del deserto, che riesce ancora a belare, perché sa che ha un pastore che si occupa di lei. Come Giuda, anche Pietro ha tradito, ma non ha dimenticato chi è Gesù e si rialza. “Simone, Simone, ecco: Satana ha cercato di vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu poi, convertito, conferma i tuoi fratelli”.
Le ore drammatiche
Questa pagina dolorosa sembra chiudersi con una serie di fatti drammatici. In poche ore, Gesù ha visto le guardie del Tempio venute a catturarlo, il tradimento di Giuda, il proprio arresto, l’abbandono dei discepoli, lo snervante processo e, da ultimo, il tradimento di Pietro, ma non è questo delitto che chiude l’attacco dei Giudei sferrato contro di Lui. Al termine di questa notte, infatti, alla prima luce del giorno, le lacrime di Pietro, intraviste da lontano, ridanno a Gesù la speranza, anzi la certezza che il suo gruppo, proprio come questo apostolo, si rialzerà e, se la violenza dei giudei e dei romani arriverà anche ad uccidere il Maestro, non riuscirà però a spegnere la fede nel cuore dei discepoli. Si è concluso così il primo processo a Gesù con il tradimento di Pietro, ma il nuovo giorno si apre con le sue lacrime.
Gli sbagli di Pietro
Pietro avrebbe avuto tutte le ragioni per scoraggiarsi: la prima volta in cui si era intromesso tra Gesù e la sua Croce, gridandogli in faccia che lui, il forte Pietro, quale scorta di fiducia, non avrebbe mai permesso che facessero del male al suo Maestro, ebbene proprio allora, Gesù stesso lo reputò come un Satana; poi, nel Getzemani, Lui, la Pietra su cui Gesù aveva preteso di fondare la sua Chiesa, si era addormentato come gli altri; nello stesso luogo aveva perso le staffe e compiuto l’azione più sbagliata e cioè cercare di difendere Gesù con la spada; all’arresto era fuggito e, nel cortile del Sommo Sacerdote, l’aveva rinnegato.
Dopo la fuga, però, questo pover’uomo sa tornare sui suoi passi e cerca di seguire Gesù almeno a distanza, e dopo il rinnegamento, sa piangere tutte le lacrime che gli erano rimaste. Egli diventa il prototipo dei discepoli e della Chiesa, guariti dal pentimento, dal pianto e dal cuore misericordioso di Gesù. Guardando l’icona di Pietro che piange, anche i giovani che pascolano i porci troveranno la forza di rialzarsi e tornare a casa, mentre le pecore perse nei dirupi della roccia davanti a questa icona ritroveranno l’umiltà di lasciarsi riprendere e strappare dai rovi e caricare a spalla del loro pastore. Dopo questo conforto, Gesù è pronto a iniziare il giorno più drammatico, ma anche il più importante della sua vita.
Nell’ultima sessione del Sinedrio, a causa delle divergenze, fu presa comunque la decisione, anche se non unanime, di consegnare Gesù a Ponzio Pilato. Intanto Pilato venne avvisato che nelle prime ore del mattino doveva affrontare un processo urgente, perché probabilmente si doveva risolvere quel caso prima della festa di Pasqua. I Sommi Sacerdoti, con gli anziani, gli Scribi, i dottori della legge e tutto il Sinedrio, dopo essersi consultati ancora una volta su come comportarsi davanti a Pilato, misero in catene Gesù, lo condussero fuori e lo consegnarono a Pilato stesso.
Pilato venne poi ad incontrare l’assemblea e domandò: “Quale accusa sostenete contro quest’uomo?”. Risposero: “Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato”. Allora Pilato disse: “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge”. Ma i Giudei replicarono: “Noi non possiamo pronunciare una condanna a morte”. Il fatto più vero è però che non erano riusciti a trovare motivi di condanna a morte che fossero stati condivisi all’unanimità e anche perché, come si è già detto, in quel periodo era difficile per il Sinedrio pronunciare una condanna a morte (anche se sarebbe stato possibile). Pilato rientrò nel Pretorio, chiamò Gesù e, per prima cosa, gli chiese: “Tu sei il re dei giudei?”. È ovvio che, avendo predicato tutta la vita un Regno nuovo, anche e soprattutto alla fine della vita, deve fare i conti con questa affermazione. Di fronte a Pilato le altre accuse non sono importanti. Gesù è re o no? Questo interessa a Pilato e a coloro che lo hanno consegnato a lui: se vogliono farlo condannare devono muoversi su questo versante. Gesù non è inoffensivo. Un ribelle contro Roma è sempre un ribelle, anche se la sua predicazione parla di Dio.
La prima domanda che Pilato pone a Gesù è appunto: “Sei tu il re dei Giudei?”. E, per tutta risposta, Gesù tranquillizza Pilato, soggiungendo: “Il mio regno non è di questo mondo”. E domanda ancora a Gesù: “Ma che male hai fatto?”. Silenzio. Intanto l’assemblea lo accusava: “Sobillava la gente. Proibiva di pagare le tasse a Cesare e diceva di essere il Messia re”. E Pilato: “Ma sei davvero re dei Giudei?” A questo punto, come già davanti al Gran Sacerdote, anche davanti all’autorità civile adesso Gesù testimonia tutta la verità: “Sì, io sono re. Per questo sono nato e per questo sonovenuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità”. Pilato ribatte: “Che cos’è la verità?”. Poi, senza aspettare risposta, rivolto alla folla, dichiara: “Non trovo in quest’uomo nessuna ragione di condanna. Ma quelli insistono che ha sobillato sia la Giudea che la sua Galilea”. Allora Pilato, sentito che l’uomo è Galileo, lo inviò da Erode che si trovava a Gerusalemme per la Pasqua in quanto in quei giorni c’era sempre tensione.
Si pensi che solo il personale del Tempio arrivava a 20.000 persone, più le migliaia di pellegrini. Gesù, quindi, venne portato da Erode, il quale si rallegrò molto: infatti desiderava vederlo da molto tempo per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo, fatto da Lui o comunque qualche bel gioco di prestigio, per potersi divertire, ma Gesù rimase in totale silenzio. I Sacerdoti continuarono ad accusare Gesù con forza, ma senza risultati. Infine, Erode, deluso per il silenzio di Gesù che non gli rispondeva, lo rimandò a Pilato, il quale, dopo aver radunato i sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: “Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo. Ed ecco, dopo averlo esaminato davanti a voi, non ho trovato in lui nessuna colpa che meriti la morte e nemmeno Erode, tanto che ce l’ha rimandato indietro. Dopo averlo castigato con la flagellazione, lo rilascerò». E perché mai castigarlo, addirittura con la flagellazione, se era innocente? A Pasqua il governatore era solito rilasciare libero il prigioniero che la gente chiedeva.
Nella prigione, in quel tempo, c’erano tre condannati: Dimas, Gesta e Barabba, un rivoluzionario che, in un tumulto, aveva commesso un omicidio. Pilato, riunita la folla, domandò: “Chi volete che vi liberi, Barabba o Gesù, detto il Cristo?”. Ma i Sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù, infatti Barabba dava più garanzie perché era un rivoluzionario contro i Romani, mentre non interessava un Gesù che predica l’amore ai nemici. Tutti chiesero dunque Barabba e Pilato domandò ancora: “Che devo fare dunque di Gesù?”. E la risposta urlata e pretesa fu: “Sia crocifisso!” e ancora Pilato domandò: “Ma che male ha fatto?” e questi gridarono ancora più forte: “Sia crocifisso!” Allora Pilato, spaventato da quel tumulto, si lavò le mani dinanzi a loro dicendo: “Non sono responsabile del suo sangue. Vedetevela voi” e liberò Barabba e fece flagellare Gesù.
Descrivo qui i tre tipi di flagellazione.
Un primo tipo si eseguiva generalmente come castigo aggiuntivo a ogni condanna a morte. C’era poi un secondo tipo di flagellazione: quello giudaico, che consisteva in 40 colpi: essendo scrupolosi dinanzi alla Legge, i Farisei, per non fare un errore e dare un colpo in eccedenza, si limitavano sempre a 40 colpi meno uno. Se Gesù fosse stato condannato alla flagellazione da parte dei giudei, avrebbe avuto una pena limitata a 39 colpi. C’era poi un terzo tipo di flagellazione, quella romana, che non aveva limite di colpi. Il numero variava secondo le circostanze o la gravità del delitto punito. Si trattava di una punizione a se stante, molto simile alla pena capitale e per praticarla si usava il flagrum (strumento specificatamente “romano”).
Consisteva in strisce (potevano essere sei o otto) generalmente doppie, alle cui estremità venivano fissate sfere di piombo o ossicini (tolti dalle zampe degli agnelli) o piccoli martelletti di piombo che, a ogni colpo, provocavano profonde contusioni e conseguenti emorragie che indebolivano bruscamente il condannato. Non di rado, in questi casi, il condannato moriva sotto i colpi, che spesso potevano persino staccare brandelli di carne, mostrando addirittura le ossa.
Riporto una ricostruzione della flagellazione romana, tratti da testi di diversi testimoni oculari dell’epoca, specialmente romani: i flagelli percuotono il corpo che diventa dapprima zebrato di un rosa sempre più vivo se il condannato è di pelle chiara, poi si scurisce diventando violaceo, mentre i lividi appaiono sempre più rimarcati, poi le strisce gonfiano a rilievi pieni di sangue e si screpolano e squarciano mentre tutti i vasi sanguigni si aprono e il sangue rigurgita da ogni parte.
I flagellanti infieriscono su ogni lato del corpo, sul collo, specialmente sul torace e l’addome, sui fianchi, ma anche le gambe e le braccia non vengono risparmiate e fin sul capo, fin quando ogni angolo del corpo rimane coperto di sangue. Anticamente veniva eseguito sui corpi dei crocifissi stessi mentre erano già sospesi. Nel caso di Gesù fu diverso, perché fu condannato alla flagellazione come castigo a se stante e quindi senza limiti di colpi, e solo in un secondo momento venne condannato alla crocifissione, per tale ragione dovette sopportare tutto il dolore delle due torture più crudeli che si conosca. Si passò poi ad eseguire questa tortura, quand’era preliminare della crocifissione, inprigione o nel tribunale, prima di dirigersi al luogo della crocifissione stessa. Colui che doveva essereflagellato veniva spogliato e, a quel punto, generalmente i soldati si dividevano i vestiti delcondannato che rimaneva nudo durante il trasporto del patibolo fino al luogo dell’esecuzione(Valerio Massimo, Cicerone).
Giovanni ricorda anche che, dopo la flagellazione, i soldati del governatore, condotto Gesù nel Pretorio, fecero di lui un re carnevalesco: lo prendevano in giro, dicendo: “Salve, re dei Giudei” e lo schiaffeggiavano, sputandogli addosso. Poi Gesù uscì con in capo la corona di spine e rivestito del manto di porpora. E Pilato dichiarò: “Ecco l’uomo”. Al vederlo, i Sommi Sacerdoti e le guardie gridarono: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Poi soggiunsero: “Noi abbiamo una legge e secondo questa legge merita la morte perché si è fatto Figlio di Dio”.
Sentendo questo, Pilato si spaventò e, di fronte a Gesù che non rispondeva nulla alle sue domande, disse: “Non sai che io ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?”. Gesù rispose: “Non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto”. Da quel momento Pilato cercava di liberarlo, ma i Giudei gridarono: “Se lo liberi, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare”. Di fronte a questo grido, Pilato si spaventò davvero e cercò di concludere in fretta il processo e consegnò Gesù perché fosse crocifisso.
Intanto il Calvario aspettava i condannati. Il luogo del teschio è situato fuori città, ma in una zona ben visibile, vicino alla strada. Prima delle crocifissioni, tra le pietre erano già infissi i pali, che dovevano poi sorreggere il legno orizzontale dei crocifissi e sulla stessa collina c’erano spesso le ossa scarnificate dei crocifissi non sepolti, le cui carni venivano lasciate per i corvi.
Lo spettacolo terrificante, l’odore delle carni in decomposizione e gli scheletri lasciati esposti, tutto questo era là, per scoraggiare la malvagità anche nei più incalliti. Alla fine del processo dovessimo schierarci a favore o contro Pilato o i Giudei, dovremmo onestamente concludere che il vero responsabile della condanna di Gesù è Lui stesso, che pure aveva chiarito come nessuno gli togliesse la vita, mentre era Lui ad offrirla e donarla per noi.
Mentre uscivano dalla prigione, Gesù e due altri condannati furono legati al legno orizzontale della croce, come si faceva di solito, affinché il condannato impegnasse tutte le energie per raggiungere il luogo dell’esecuzione: se si fosse lasciato cadere, infatti, non trovando alcun appoggio, avrebbe picchiato violentemente la faccia a terra e sarebbe ancora stato schiacciato dal legno, con una tortura in più. Ma, appena uscito e già agonizzante, una volta caduto con ogni probabilità Gesù non riuscì più nemmeno ad alzarsi da terra, legato com’era. Per questo si chiese l’intervento di un contadino di Cirene per trascinarlo almeno fino al luogo dell’esecuzione.
Giunti al luogo chiamato Golgota, che vuol dire “luogo del cranio”, gli diedero da bere vino mescolato a fiele e mirra. Si trattava di una bevanda che ubriacava e anestetizzava in parte il dolore, ma Gesù, assaggiatolo, non ne volle bere per rimanere cosciente fino all’ultimo istante. C’era poi un’altra bevanda a base di aceto che venne poi data a Gesù moribondo e si usava per risvegliare il dolore del condannato e prolungare l’agonia.
Dopo averlo crocifisso, fissarono sopra la sua testa la ragione della sua condanna: “Questi è Gesù, il Re dei Giudei”.Il fatto che Gesù abbia predicato un Regno nuovo – fosse anche quello di Dio – non poteva che destare sospetti di una qualche rivoluzione per smantellare il regno che i politici avevano instaurato e che difendevano con tutte le forze. Poi crocifissero con lui due malfattori, uno a destra, l’altro a sinistra. E Gesù, rivolto ai crocifissori (specialmente i mandanti), diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Intanto, a distanza, seguivano con lo sguardo e col cuore spezzato sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, poi c’erano anche altre donne ferme ad osservare da lontano, fra le quali anche Maria la Maddalena, Maria la madre di Giacomo il minore e di Giuseppe e Salomè (moglie di Zebedeo e madre di Giacomo e Giovanni), le quali lo avevano seguito e aiutato in molti servizi quando era in Galilea, e altre ancora, che erano salite con Lui dalla Galilea a Gerusalemme. Il Vangelo dice poi che Gesù, vista sua madre e accanto a lei il discepolo che amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”. E al discepolo: “Ecco tua madre”. Da quel momento il discepolo l’accolse in casa sua. Uno dei malfattori appesi lo bestemmiava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi”, ma l’altro lo rimproverò: “Non hai neanche tu timore di Dio? Eppure subisci la stessa condanna. E per noi è giusto che sia così, perché siamo ripagati per quanto abbiamo fatto, ma lui non ha fatto nulla che meritasse la condanna”.
Poi disse a Gesù: “Ricordati di me quando sarai nel tuo Regno”. Gesù gli disse: “In verità ti dico che oggi sarai con me in Paradiso”. Se Gesù ha salvato gli altri, il suo non scendere dalla croce non significa impotenza, ma offerta della propria vita, donata perché l’ha voluto. Ricordiamo a questo punto che ci sono almeno due gruppi di persone ad accompagnare Gesù: un gruppo di amici che vivono nel dolore, quasi davanti a “una rappresentazione sacra” che li accompagna al pentimento e al desiderio di conversione.
Poi c’è un’altra “folla”. Sono coloro che hanno fatto di tutto per farlo morire e adesso sono davanti ai crocifissi a interpretare il ruolo di chi insulta Gesù, lo irride e bestemmia, atti che si compivano di fronte alle crocifissioni in genere o ad altre pene gravi. Insultare e dire male in tutti i modi contro i condannati era quasi una forma di solidarietà con le autorità che avevano deciso quella condanna, quasi una forma democratica per dirsi in accordo con chi esercitava il potere giudiziario, ma davanti a Gesù prende una forma tutta particolare, perché chi ha approvato la sua morte adesso gli rinfaccia il suo torto, infatti non sa scendere dalla croce, quindi non è Lui il Messia e questa è una prova schiacciante. E adesso lo bestemmiano dicendo che è stato abbandonato da Dio e sembra che lo abbia riconosciuto persino Lui, quindi non è né Messia né profeta e ciò che ha vissuto è stata una farsa e la croce e la morte lo dimostrano, in quanto è maledetto da Dio chi pende da una croce. Ma è anche probabile che Giovanni e qualche altro abbiano sperato fino all’ultimo che scendesse veramente dalla croce e iniziasse una volta per tutte la grande liberazione, l’instaurazione finale del Regno e la conclusione della storia.
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre Gesù gridò a gran voce: “Eli, Eli, lemasabactani?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Alcuni dei presenti, avendolo udito dicevano: “Vedi, chiama Elia”. Ma uno corse via, inzuppò una spugna nell’aceto, la pose su una canna e gli dava da bere, per questo lo sconosciuto che offrì la spugna imbevuta disse: “Aspettate (prolunghiamo ancora un poco l’agonia),vediamo se viene Elia a liberarlo”.Poi Gesù disse forte: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. Poi, dando un forte grido, spirò. I nemici tornarono sostanzialmente soddisfatti e vincenti, mentre gli amici avevano assistito fino a vedere tutte le loro speranze inchiodate sul corpo morto di Gesù. Tutto era finito e nessuno poteva capire che invece tutto era compiuto.
Ho cercato di ricostruire a grandi linee la morte di un crocifisso in situazioni molto simile a quella di Gesù Cristo, come ho fatto per la flagellazione.
Dopo l’inchiodatura e dopo aver issato il braccio della croce sullo stipes e inchiodati i piedi inizia la terribile lotta per aiutare i polmoni a respirare. Il peso del corpo si sposta in avanti e in basso. I crocifissi forzano continuamente sui piedi e si aiutano con le braccia per ottenere un lieve sollevamento del corpo che permetta loro di respirare. I buchi ai piedi e ai polsi si allargano, tutti slabbrati. Normalmente passano tempi lunghi, con brevi perdite di sensi e riprese. Se i crocifissi sono appoggiati al cosiddetto “sedile” con le gambe divaricate, il supplizio si prolunga per tutto il giorno e la notte, estendendo l’agonia a tempi impossibili (per qualcuno durò più di due giorni).
Per il caso di Gesù e dei due crocifissi con lui, poiché la crocifissione avviene di venerdì, probabilmente non si programma un’agonia esageratamente prolungata. Dopo essere stati inchiodati, fissati e sospesi, inizia la tortura più drammatica che si possa pensare. Quando si arriva alle ultime ore di agonia, con il condannato sempre cosciente – altrimenti morirebbe – iniziano i crampi ai piedi. Se sviene, l’asfissia, che arriva subito, generalmente lo risveglia e gl’impone quel continuo sforzo per respirare. I muscoli delle braccia, forzati in quella posizione, iniziano a tremare, mentre la febbre aumenta. Le dita delle mani si raggelano perché il sangue non le raggiunge più, si paralizzano e diventano cadaveriche, ma fino ai polsi la sensibilità è totale, così sui piedi traforati. La respirazione diviene veloce, ma non profonda e sempre più difficile. Lo sforzo affatica all’impossibile, senza poter dare alcun intervallo di sollievo. All’interno generalmente si forma l’edema polmonare che provoca persino una dilatazione delle costole. Per alleggerire lo sforzo respiratorio, col suo movimento continuo l’addome provoca un inizio di paralisi del diaframma che non ce la fa più. La congestione e l’asfissia aumentano e, in alcuni casi, appaiono grida di delirio. Appare un colore cianotico su tutte le ferite, attorno alle quali avanza la necrosi. La febbre provoca un rosso acceso sulle labbra. Sotto l’arco costale sinistro si può intravedere la pulsazione cardiaca sempre più violenta e irregolare. Appaiono le prime convulsioni. La fatica e la febbre aumentano, mentre la perdita di sangue dalle ferite della flagellazione si arresta. Di tanto in tanto, con i muscoli all’altezza dei reni insieme a tutta la spina dorsale, si curva verso l’esterno, staccandosi dal legno dello stipes dal bacino in su per tornare subito dopo alla sua posizione. Il tetano produce contrazioni che curvano ripetutamente la schiena dalla nuca alle anche, in una curva completa. La morte delle fibre e dei nervi si estende dalle estremità torturate al tronco, paralizzando sempre di più il moto respiratorio. Intanto il movimento cardiaco si fa sempre più disordinato. Il volto poi passa da vampe di rosso intenso alternate a un pallido verdastro a causa di tutta quella perdita di sangue provocando dei crolli dell’intero corpo, che cade in basso, senza più appoggio, con la testa abbandonata in avanti come morto, e questo si ripete. La gola brucia: le carotidi ingorgate, le mascelle irrigidite e la lingua gonfia si intravede dalla bocca semiaperta. Il respiro, ormai impossibile, si trasforma in rantolo. Le distanze tra un respiro e un altro sono sempre più prolungate. Prima si arresta l’addome, mentre il torace si solleva ancora a fatica. I polmoni sistanno paralizzando. Arriva poi un’ultima convulsione violenta e il crocifisso crolla. Potrebbe essere svenuto, ma se non rinviene subito per riprendere i movimenti, l’asfissia lo uccide.
Un particolare da ricordare è che l’esecuzione delle condanne era un affare esclusivamente di uomini: comparivano solo loro dal luogo della condanna al luogo dell’esecuzione e della sepoltura, se questa c’era.
La legge romana non impediva di assistere allo spettacolo, anzi era favorevole che si vedesse che cosa meritano i delinquenti, ma ovviamente era riservato agli uomini maschi e i soldati di guardia avrebbero impedito a chiunque un qualsiasi avvicinamento, che poteva essere un tentativo di soccorrere il condannato. La presenza della madre di Gesù e di altre donne alla passione di Cristo dev’essere considerata possibile, ma meglio se pensata a una reale distanza, forse sulla collina adiacente, che comunque le separasse davvero. Non si può neppure ipotizzare che ci fossero donne lungo il sentiero dove passavano i condannati. Il macabro corteo era spesso accompagnato da tamburi e comunque molto rumoroso.
Se qualche donna avesse dovuto passare lungo la strada dove sfilavano i candidati all’esecuzione avrebbe dovuto aspettare che il corteo passasse prima di immettersi in quel passaggio e avrebbe comunque fatto di tutto per evitare quel percorso e, se avesse dovuto passare vicino alla collina dei condannati, si sarebbe voltata dall’altra parte e avrebbe coperto il volto. La crudeltà dell’esecuzione doveva di per sé tenere distanti le donne e tanto più le parenti. Se fossero state presenti a quella carneficina come mostra tutta l’iconografia delle crocifissioni, quelle donne avrebbero testimoniato di avere un cuore di pietra e, più ancora, avrebbero dimostrato di essere immodeste, essendo i condannati tutti nudi. Probabilmente solo Giovanni potrebbe aver raccolto le testimonianze delle ultime ore, compreso l’invito di Gesù di occuparsi di sua madre, mentre la richiesta a Maria di accogliere Giovanni come figlio era implicita in quell’affidamento o comunque sarebbe stato possibile anche chiedere a Giovanni di comunicare a Maria quel desiderio di Gesù.
Venuta la sera giunse Giuseppe un uomo ricco del paese di Arimatea. Era appena andato da Pilato per chiedere l’autorizzazione di seppellire il corpo morto di Gesù e lo seppellirono.
Qui troviamo nominato Pilato per l’ultima volta, il nome che più di tutti si è macchiato di una condanna inflitta a un uomo da lui stesso riconosciuto innocente. Pilato era arrivato alla conclusione della condanna dopo aver detto agli accusatori: “Che male ha fatto?” e lo aveva ripetuto. Disse poi che in Gesù non trovava nessun motivo di condanna, e aggiunse: “Non ho trovato nessuna colpa di quelle di cui l’accusate” e affermò per ben due volte che “Gesù non ha commesso nulla che meriti la morte” e, verso la fine del processo, col gesto del lavarsi le mani, pronunciò con solennità, quasi come verdetto finale: “Sono innocente del sangue di questo giusto”. Ebbene, dopo tutti quei pronunciamenti in riconoscimento dell’innocenza di Gesù e contro ogni logica processuale, Pilato lo condanna alla flagellazione e infine alla croce. Più che per ogni altro si potevano riferire a Pilato le parole di Gesù: “Perdonalo, Padre, perché non sa proprio quello che fa”. Lo hanno condannato e basta, ma forse l’uomo di fede fa bene se ricerca la causa di questa condanna non in un tribunale di Gerusalemme, ma in quelle parole di Gesù, rivolte proprio a Pilato: “Non avresti nessun potere su di me se non ti fosse dato dall’alto”.
La passione e morte di Gesù è un grido di solidarietà che ha fatto tacere tutti i perché sul dolore e sulla morte, mentre la risurrezione ha dato la risposta a tutti questi perché. Gesù aveva semplicemente detto: “Chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua” e non si era mai soffermato a fare lunghi ragionamenti per anestetizzare il nostro dolore. Lui semplicemente soffre e pone questa solidarietà come un atto supremo di amore. Come poteva dire che ci voleva bene? Noi non potevamo vedere il fuoco che c’era nel suo cuore, ma abbiamo potuto sentire i flagelli e vederlo burlato con una corona di spine e uno scettro di canna e ancora vedere i chiodi là, su quella croce. Gli evangelisti quando hanno sperimentato che l’uomo più uomo di tuttala storia era stato crocifisso e con la risurrezione anche quella croce era stata firmata da Dio, non hanno più avuto nulla da dire sul dolore umano. Se il dolore ha avuto senso in Gesù di Nazareth, lo ha pure in noi che siamo parte del suo stesso corpo.
Gesù dà la vita per noi. In che modo?
Quante mamme sono morte per dare alla luce un figlio! Quanti sono morti in guerra per salvare le loro famiglie che erano a casa! Quanti si son fatti scudo davanti a un familiare o un amico per impedire che venisse ucciso!
Ma Gesù come muore e dà la vita per noi? Gesù semplicemente muore come muore ogni uomo condannato per qualsiasi ragione e ucciso, su una croce, muore come chi schianta tra i rottami di un’auto, o chi muore avvelenato da una malattia. Gesù non muore da eroe con un coraggio e una forza in più degli altri. Gesù non muore brandendo la spada sugli spalti delle mura, invitando all’attacco o alla difesa e cadendo martire della patria. Gesù non muore come Socrate, luminoso e sereno quasi senza considerare la sua morte. Gesù non muore nemmeno come il pavido Stefano o altri milioni di martiri che si sono dimostrati più forti dei loro nemici.
Gesù potrebbe evitare la morte ma nessuno lo sa e lui muore come chi è stato forzato a morire. Gesù muore come ogni uomo. In tutta la sua vita, dà la vita per noi, insegnando, guarendo, pregando, proprio come siamo invitati anche noi a dare la vita per gli altri in ogni momento con la fatica del lavoro, con gli atti di giustizia e di carità con il dolore e la preghiera per i vicini. In questo modo anche noi possiamo dare la vita per gli altri.
Sempre per rispondere in che modo Gesù dà la vita per noi e ci salva, soggiungo che se noi, con la nostra umanità unita al Figlio Gesù, formiamo il Figlio di Dio, è incompleto dire che Gesù con la sua Croce ci salva, ci redime, ci guarisce: è più completo dire che Gesù, con la sua grande croce unita alle nostre piccole croci, salva il mondo; con il suo grande amore unito ai nostri piccoli atti d’amore ama il mondo e, ancora, con il suo grande perdono unito ai nostri piccoli atti di perdono, perdona il mondo: Lui Redentore e noi corredentori con Lui.
A Gerusalemme dicono che un uomo è risorto
Nella periferia di Gerusalemme la gente si era svegliata presto, per sistemare sui carri tende e masserizie varie e andarsene. La festa di Pasqua si protraeva per una settimana, ma specialmente chi abitava distante, ripartiva già il primo giorno della settimana, prima dell’alba. Anche nella città di Gerusalemme, dove molti erano stati ospiti dei parenti, si cominciava ad uscire per aggregarsi alle carovane dei parenti. Intanto si avviavano i primi carri, che dovevano passare davanti a quella collina bianca, sulla cui sommità si vedevano i pali di coloro che erano stati da poco crocifissi.
Quel mattino stesso, in quanto era ancora buio, Maria di Magdala era andata da sola a visitare quella tomba e vide che era vuota e le guardie poste dalle autorità ebraiche a custodia del sepolcro non c’erano, infatti erano fuggite. Si disse poi che erano state pagate per testimoniare che, mentre dormivano, i discepoli avrebbero rubato il cadavere di Gesù. Ma come ribaltare la pietra e trafugare il corpo senza svegliare nessuno? E poi, se dormivano, come potevano dire che i discepoli erano andati a rubare quel corpo? Se invece fossero state sveglie, perché non avrebbero impedito quel furto?
Comunque Maria, trovando la tomba vuota, vi tornò più tardi con Giovanna, Maria, Saloméla madre di Giacomo, e altre. Arrivate al sepolcro, le donne lo videro aperto e due uomini in abiti celesti le invitarono a non cercare tra i morti colui che era vivo, poiché Gesù era risorto. Alcune di loro, con Maria Maddalena, avvisarono gli apostoli che però non le credettero, anche se Pietro e Giovanni, pur rimanendo scettici, corsero al sepolcro. Giovanni vide le bende e il sudario e credette, anche Pietro vide, ma tornò ancora incredulo. Intanto Maria Maddalena, che non poteva vivere senza il suo Gesù, se ne stava di nuovo là, all’esterno del sepolcro, a piangere. Due angeli in bianche vesti le domandarono perché piangeva e lei rispose che qualcuno aveva rubato il suo Signore.
Detto questo, si voltò e vide Gesù in piedi che le chiedeva: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”, ma pensò che fosse il custode del giardino, e solo quando la chiamò per nome lo riconobbe, chiamandolo: “Rabbunì!”, che significa “Maestro”. Gesù la inviò dai suoi discepoli a dire: “Salgo al Padre mio, e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria riferì come gli aveva detto il Signore.
Intanto anche Erode aveva disposto di fare tutti i preparativi per la partenza. Non vedeva l’ora di lasciare Gerusalemme perché a Pasqua c’erano sempre tensioni da risolvere. Ora la gente stava svuotando il grande accampamento di tende che si era formato tutto all’intorno delle mura dalla cima della collina di Sion, fino all’intera valle del Cedron e al Monte degli Ulivi. Anche tutto il seguito dei militari di Erode stava uscendo, per scortare solennemente il monarca sul suo cavallo bianco. Passando davanti alla collina dei crocifissi, il re, probabilmente, si sarebbe rallegrato che anche Gesù fosse stato messo fuori gioco, come poco prima lui stesso aveva provveduto a farla finita con Giovanni Battista, ma mentre Erode usciva, era stato disturbato da una notizia che stava già circolando tra i suoi soldati: “Dicono che Gesù non sia morto”.
Qualcuno aveva detto che, dopo la morte, era addirittura risorto. Il re, passando davanti agli stipes conficcati su quell’enorme teschio di roccia bianca, si voltò verso destra e non volle guardare in quella direzione. Scese verso la valle, carico di quell’incubo. Anna, Caifa e gran parte dei sacerdoti compresi i trecento incaricati per l’offerta dell’incenso e i trecento che nella stessa settimana li avrebbero sostituiti trascorsero una delle Pasque più belle dopo che erano stati presi in considerazione da Pilato sul caso Gesù ed erano riusciti ad eliminarlo definitivamente. Ma, proprio nella mattinata di quel primo giorno della settimana, una nuvola nera scese sul Sinedrio, la peggior notizia che si potesse diffondere tra i nemici di Gesù: dicono che la tomba è vuota, altri dicono che hanno rubato il cadavere di Gesù, altri ancora dicono che a Gerusalemme Gesù è risorto. La sera di quello stesso giorno, due discepoli, che stavano tornando a casa nel villaggio di Emmaus attanagliati da una tristezza e delusione infinite, incontrarono il Signore pensando che fosse un pellegrino. A sera lo invitarono a casa loro e, allo spezzar del pane per la cena, lo riconobbero.
Dopo aver capito che si erano incontrati proprio con Gesù, ripresero subito il cammino di ritorno a Gerusalemme, per comunicare l’accaduto agli altri discepoli, i quali confermarono che, nel frattempo, Gesù era apparso anche a Pietro. Ora, mentre i due discepoli tornati da Emmaus raccontavano la loro esperienza agli altri, lo stesso Gesù apparve loro e disse: “La pace sia con voi”. Spaventati, i discepoli pensarono di vedere un fantasma, ma Lui mostrò le mani e i piedi feriti, per aiutarli a credere. Sull’onda di quelle emozioni, che non lasciavano nemmeno più dormire la notte, alcuni discepoli, insieme a Pietro, una sera decisero di andare a pescare, non foss’altro che per distrarre la mente sul lago, ma non pescarono nulla, perché la loro mente era ben lontana da quelle reti e da quel mare. Solo al mattino, quando videro il Signore pensando che fosse un pescatore che stava arrostendo dei pesci sulla brace, solo allora riempirono la barca di pesci e il loro cuore della fede che timidamente stava ritornando a occupare quel vuoto.
Questa era la terza volta che il Signore Gesù si mostrava ai discepoli dopo la risurrezione, ma i loro occhi facevano ancora fatica a credere che fosse risorto. Maddalena l’aveva scambiato per il giardiniere. I discepoli di Emmaus l’avevano creduto un pellegrino come loro e, quando lo videro sulla riva del lago intento a preparare una colazione per loro, l’avevano scambiato per un pescatore. Evidentemente era loro apparso con una fisionomia e una voce diversa da quella a cui erano abituati e questo era un segno che ciò che vedevano non era un’allucinazione altrimenti lo avrebbero visto come sempre.
La Risurrezione aveva aiutato i suoi a capire che quel Gesù, crocifisso pochi giorni prima, non era stato solo un uomo come gli altri. Ma come si arrivò a quell’atto di fede nella Risurrezione stessa? Il sepolcro vuoto non era stato sufficiente a far parlare di risurrezione neppure da parte di discepoli intelligenti e abbastanza smaliziati com’erano loro. Né la Maddalena, né Pietro il sepolcro vuoto fosse segno di quella realtà che non riuscivano per nulla a immaginare, mentre piuttosto ragionevolmente pensarono che qualcuno avesse trafugato il cadavere, se non che, dopo la morte del loro maestro, i discepoli e non solo loro lo incontrarono vivente. Essi fecero perciò un’esperienza straordinaria. Un dato fondamentale è che non si è trattato di questa o quella apparizione, ma tutta quella comunità primitiva, per lo più disperata, fece l’esperienza comunitaria di incontrare Gesù risorto, aiutata ovviamente da segni straordinari che noi non conosciamo e da una luce speciale offerta dallo Spirito Santo.
I dubbi dei discepoli
Dopo aver visto la tomba vuota e le bende piegate, Pietro torna a casa, ma senza fede nella risurrezione. I discepoli di Emmaus, dopo essere tornati indietro dalla straordinaria esperienza fatta con il Salvatore, raccontavano agli altri il loro incontro con Gesù: Matteo riferisce però che c’erano ancora dubbi nel loro cuore e alcuni non riuscivano a credere, al punto che meritarono il rimprovero di Gesù per questo ritardo nella fede. Anche dopo aver ascoltato la testimonianza degli altri apostoli che gli parlarono del loro incontro con il Signore, Tommaso non riuscì a credere. Prima degli altri, alcune donne, che avevano avuto apparizioni di angeli e di Gesù stesso, erano corse ad annunciare agli apostoli ciò che avevano visto e sentito, ma non erano state credute. Altre donne, pur dopo una visione, si spaventarono soltanto e si chiusero nel silenzio. A noi, oggi, il dubbio di tutte queste persone serve molto di più che non l’immediata fede della Maddalena. Di fronte al fatto Gesù, l’ultima vera risposta che può alimentare la nostra fede è comunque la sua risurrezione. La tomba vuota è la prima sorpresa, le apparizioni a diverse persone in condizioni diverse confermano che il fatto è assolutamente inaspettato, quindi dicono chiaramente che non potevano essere stati gli apostoli a crearlo. Il fatto poi che essi siano morti tutti martiri induce a pensare che, se avessero inventato loro la storia della risurrezione, avrebbero perso la vita solo per una fiaba ben raccontata da loro stessi o comunque da quella comunità che essi conoscevano bene.
Con la risurrezione di Gesù i discepoli diventano dei credenti
I cristiani non venerano un corpo imbalsamato, o il messaggio di un maestro, ma credono che Gesù è vivo, oggi, perché il Padre lo ha resuscitato. I discepoli credono perché hanno fatto l’esperienza di incontrarlo vivo. Paolo afferma che «si è reso visibile». Lo stesso Gesù dice alle donne: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Se non ci fosse stata l’esperienza di Gesù vivo, il Cristianesimo sarebbe morto come è rimasto morto in quei tre giorni dopo la sepoltura di Gesù stesso.
Sepolcro vuoto e apparizioni
Non si può dire che il sepolcro vuoto o le apparizioni siano state una prova della risurrezione ma sarebbe stato altrettanto difficile parlare della risurrezione di Gesù se il sepolcro non fosse stato vuoto e se i discepoli non l’avessero visto o comunque se non si fossero imbattuti in una realtà così inequivocabile che potesse dar loro la forza di credere che da poche ore o pochi giorni Gesù era veramente resuscitato, ormai vivo per sempre, vivo presso il Padre e che Gesù stava mettendo in pratica la sua promessa in cui aveva detto che sarebbe andato da suo Padre e poi (a suo tempo) sarebbe tornato per prenderci e portarci con Lui. Risurrezione vuol dire che Gesù è vivo al di là della nostra storia fatta di spazio, tempo, misure, pesi, colori, profumi, gusti.
La resurrezione non è un fatto storico come quelli che viviamo tutti i giorni, infatti è un avvenimento che va oltre la nostra esperienza di sempre. Si è detto che Gesù non è stato rianimato come Lazzaro o il figlio della vedova di Naim o la bambina figlia di Giairo, capo della sinagoga, resuscitati dallo stesso Gesù in quanto questi erano tornati alla vita storica di prima e mentre Gesù non è tornato, per così dire, indietro, ma ha proseguito nella dimensione metastorica (oltre la storia) da vivente, nelle realtà ultime, nella storia di Dio, che speriamo di raggiungere anche noi alla fine dei tempi. A causa della nostra struttura mentale, quando pensiamo a Gesù resuscitato, lo ripensiamo come era quando viveva a Nazareth, ma a Gesù non deve dispiacere se, con il pensiero, lo riportiamo nella nostra storia perché Lui stesso l’ha amata al punto che si è fatto storico Lui stesso per quasi quarant’anni.
Quaranta giorni dopo la Risurrezione: l’ultimo saluto
Dopo la Risurrezione e dopo le sue solenni promesse: «Ora vado a preparare un posto anche per voi» e ancora «Io resto con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» e dopo l’ultimo comando: «Ora partite voi, in tutto il mondo e predicate il Vangelo (quello del Regno di Dio, del perdono e dell’amore), predicatelo a tutti e battezzate tutti in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo», Gesù lasciò visibilmente gli apostoli e la comunità cristiana, che non lo cercarono più perché avevano ormai capito di non averlo mai perso, ma di averlo ritrovato per sempre. Mancava solo più la forza di uscire allo scoperto e di sfidare pericoli, persecuzione e morte, perché ormai potevano credere nella Risurrezione.
Gli darai nome Gesù
A questa piccola comunità, fatta di apostoli, discepoli/e e del popolo di Dio, verrà rivelata la vera identità di Gesù, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Ogni nome di Gesù dice qualcosa di Lui e nel loro insieme mostrano lo sviluppo della fede nella prima comunità cristiana. Il primo e il più comune nome che compare nella storia del Messia è Gesù, molto usato in Palestina, che si può tradurre con: “colui che è soccorso da Dio (Adonai)” oppure “salvezza del Signore” o “aiuto del Signore”. Questo è pure il nome di Giosuè, che succedette a Mosè per portare il popolo di Dio nella terra promessa e con questo nome ci si riallaccia al Nuovo Mosè.
Si aggiunge poi a questo nome quello di Cristo: l’Unto, il Messia, il Figlio di Dio e, nei momenti liturgici, Signore. Durante la Pentecoste, Pietro parlerà alla moltitudine: «Tutto Israele sappia, pertanto, con certezza, che questo Gesù da voi crocifisso è stato costituito da Dio stesso come Signore e Cristo». Per questo è diventato comune il nome Gesù Cristo Nostro Signore, così in questo nome c’è il Gesù storico che visse nella Palestina e il Cristo Messia, il Glorificato, Signore e Figlio di Dio. Questi titoli aiutano la comunità a pensare sempre più chiaramente che Gesù è il vero Messia, ma non più quello che doveva vincere i nemici di Israele, ma le forze del peccato, del male e della morte. Spesso è poi stato dato a Gesù il nome di Figlio di Davide, che diventò sinonimo di Messia, in quanto atteso come un discendente di Davide. Gesù viene pure designato come Servo di Dio in relazione al Servo sofferente di Isaia.
E, ancora di grande importanza, e forse il più importante, è il nome di Profeta, in quanto predica e guarisce come i profeti dell’Antico Testamento. Coloro che si aspettavano un profeta degli ultimi tempi riconobbero in Gesù questa missione. La gente diceva che Gesù poteva essere Giovanni Battista, Elia o uno dei profeti. Gesù è anche considerato come profeta degli ultimi tempi, poiché li annuncia e li realizza. Se la profezia di Gesù è per un certo verso simile a quella dell’A.T., viene tuttavia superata, in quanto arriva al perdono dei peccati e all’inizio della realizzazione del Regno. Ci sono poi due nomi in particolare che sintetizzano molto bene chi è Gesù Cristo: Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Il primo nome sottolinea che Gesù, in quanto Figlio dell’uomo, è anche uomo e il Cristo (l’unto, il Messia), in quanto Figlio di Dio, è anche Dio. In realtà già il primo titolo di “Figlio dell’uomo” è portatore di un contenuto trascendentale, riferito dalla profezia di Daniele che lo consacra già nelle “alture”. È infatti il nome che Gesù stesso si dà.
Non viene mai chiamato con questo nome dagli altri, mentre compare almeno 80 volte nei Vangeli: nel libro di Daniele dell’Antico Testamento si trova il passo a cui Gesù stesso fa più volte riferimento. Gesù è anche chiamato Maestro, Profeta, Figlio di Dio, come ho detto appena sopra, ma il titolo più significativo è appunto Figlio dell’uomo. Nella profezia si parla di una pietra che, rotolando dalla cima del monte, si schianterà contro una grande statua fatta d’oro, argento, bronzo e ferro mescolati ad argilla. Essi sono il segno dei quattro regni che precederanno l’arrivo del Messia, i quali saranno distrutti, dopo di che quel masso diventerà una montagna che occuperà la terra intera, segno di un nuovo Regno «che non sarà mai distrutto», il Regno messianico. Quella piccola pietra ricorda la porzione di lievito che rigonfia la pasta o il seme di senape che diventa un grande albero, o la piccola perla che ha un grande valore o ancora lo stesso bambino che diventa uomo: tutti questi segni sono usati da Gesù per parlare di quel nuovo Regno.
Nella profezia di Daniele appare poi sulle nubi del cielo un essere simile a un Figlio dell’uomo al quale vengono consegnati «Dominio, onore e Regno. Il suo dominio è eterno e non sarà mai distrutto». Il Vangelo di Marco fa eco a questo testo: «Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». Il Figlio dell’uomo appare pure con potere divino di perdonare i peccati e si presenta anche con i toni apocalittici di colui che risorgerà il terzo giorno. Gesù, pur avendo un riferimento agli ultimi tempi, riporta il nome Figlio dell’uomo anche alla dimensione umana della sua umiliazione fino alla croce: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto» e ancora: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».
Il nome di Figlio di Dio è invece molto comune tra gli eroi e gli dei della Grecia. In Israele, “Figlio di Dio” è lo stesso popolo di Israele. Figli di Dio sono detti anche gli angeli. Con questo nome poi viene chiamato anche il giusto e, da ultimo, Figlio di Dio è chiamato lo stesso Messia. A proposito di questi due nomi, Libanio sostiene che “Figlio dell’uomo” e “Figlio di Dio ”fanno la verità di Gesù. Tutti i nomi e i titoli riferiti a Gesù da se stesso o dati dagli altri ci dicono in definitiva che l’uomo Gesù è il Cristo, il figlio di Dio Padre e colui che ci ha detto chi è Dio in modo definitivo. Nessuno dovrà aggiungere qualcosa al progetto di salvezza che il Padre ci ha dato in Gesù Cristo. Sarà lo Spirito Santo che si incaricherà di ricordare ai discepoli, di volta in volta, ciò che Gesù ha insegnato. La vita terrena di Gesù, terminata sulla croce, ha ricevuto nella risurrezione la definitiva approvazione di Dio e Gesù stesso è diventato per noi la definitiva strada, la verità e la vita. Per mezzo di Lui noi partecipiamo alla pienezza della umanità, all’umanesimo integrale. Ciò che Lui ha realizzato in pienezza è ciò che in noi esiste in forma embrionale e tende a Lui. Per questo è il principio, la fine, l’Alfa e l’Omega.
Gesù era stato atteso come un liberatore di Israele, un salvatore. Dopo la sua morte e risurrezione, la prima comunità cristiana non ha avuto dubbi che il salvatore atteso fosse veramente Gesù Cristo, ma non poteva capire in che modo ci avrebbe salvati.
La nostra salvezza è Gesù Cristo
La salvezza non è qualcosa da relegare nei cieli, alla fine dei tempi, ma un paziente lavoro di restauro da compiere su questa terra, in questa storia. Salvezza è quindi impegnare tutte le forze della terra e del cielo per realizzare in noi il progetto-uomo – così come è voluto da Dio stesso –che, nella sua pienezza, si chiama Gesù Cristo. La maturità umana è vivere come Gesù ha vissuto, amare come Gesù ha amato, morire come Gesù è morto e quindi ricevere il dono della Risurrezione come Gesù l’ha ricevuto. Con l’aiuto dello Spirito Santo proclamiamo il Credo, in cui si afferma che Gesù, il Figlio di Dio, per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo.
Certamente non fu il salvatore che alcuni ebrei si aspettavano come Messia, cioè un altro re Davide molto più potente, tanto da vincere il mondo intero e instaurare un nuovo regno di pace (anche se probabilmente non erano in molti ad avere questa concezione). In questo, certo Gesù li deluse. Gesù è divenuto re, ma con una corona di spine, uno scettro di canna e per trono la croce. Noi crediamo che Dio è Amore e il fine per cui ci ha creati è che possiamo amare anche noi. La salvezza di Gesù è quindi questo insegnamento, insieme a tutti i doni di cui abbiamo bisogno per renderci capaci di amare come ci ha amati Lui stesso. E, poiché noi siamo sempre stati così in capaci di realizzare questo progetto, nei millenni, per la nostra salvezza, Dio ha mandato santi e profeti a manifestarci il suo progetto, la sua volontà, ma il lavoro è stato arduo: com’era prevedibile con creature così fragili come quelle di patriarchi e profeti, non è stato possibile realizzarlo fino infondo. Essi erano riusciti tutt’al più a proporre di amare il vicino, i membri della propria famiglia e del proprio clan.
Ma come si poteva andare oltre? Proporre di amare uno che non mi ama o mi odia o mi perseguita, amare un nemico… Come si poteva pretenderlo? Amare un nemico è disumano (non si può amare un nemico con le sole forze umane), quindi solo se riceviamo del “divino” in noi possiamo compiere un simile atto. Per tanti secoli, nemmeno Dio l’aveva proposto, sapendo che i tempi non erano maturi. Per questo è stato necessario un intervento in più: quello dell’Incarnazione.
Infatti i santi e i profeti inviati in missione tra di noi in realtà erano impastati di tanta fragilità che non potevano guidarci con un’autorità sufficientemente divina. Una domanda si fa ancora impellente: “In che modo Gesù ci salva? In che modo la vita, morte e risurrezione di Gesù portano a noi la salvezza?”. La soluzione non può che consistere nel riconoscimento di uno strettissimo legame tra Cristo e l’umanità che rende Gesù e tutti gli uomini un unico organismo vivente.
Questa nativa e indistruttibile solidarietà trova la sua sorgente nel progetto di Dio che dall’eternità ha pensato e voluto Cristo come l’inizio e il fine di tutti gli esseri umani esistenti. Biffi sottolinea ancora che il peccato, la pigrizia di fare il bene, non impedisce a Dio di realizzare il suo progetto, perché «il Figlio di Dio non si dissocia dai suoi fratelli divenuti colpevoli ma, restando il capo sano di un organismo malato, si fa per l’umanità sorgente di risanamento e di vita nuova”. Possiamo dire che Gesù diventa antibiotico che guarisce tutto il corpo che è la nostra umanità. Afferma infatti Agostino: «Gesù Cristo, che è uguale al Padre nella forma di Dio e simile a noi nella forma di servo, ci trasforma a somiglianza di Dio. Divenuto Figlio dell’uomo, Lui, unico Figlio di Dio, rende figli di Dio i molti figli degli uomini».
Anche oggi possiamo dichiarare con Paolo: «per noi, da ricco che era, egli si è fatto povero, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà». E fare nostra la fede di Giovanni il quale dice che noi siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è ancora stato rivelato. Sappiamo però che alla fine, noi saremo simili a Lui e lo vedremo così come egli è.
Gesù ci salva dalla morte e dal peccato
L’umanità che tende a un progetto così divino, essendo ancora carente e pigra nel fare il bene, nel suo cammino storico ha bisogno di “salvezza”. Essa cammina con le doglie del parto, per dare alla luce l’uomo nuovo – non più carente, ma salvato, cioè diventato pienamente uomo – e Gesù, il Figlio di Dio, essendo parte di questa umanità, la rende umana, cioè salvata. Con la sua risurrezione, Gesù Cristo, l’apice di questa umanità, il suo capo medesimo, abilita l’umanità a risorgere con Lui.
Gesù ha infatti detto: «Vado a prepararvi un posto, poi tornerò a prendervi con me». E così nella storia umana abiterà ormai per sempre la speranza della risurrezione. Ma in che modo ci salva Gesù? Tutta la sua vita,tutti i suoi atti, tutte le sue parole sono redentrici, cioè curano le ferite causate dal peccato, crescono di intensità lungo tutto il percorso della sua vita fino alla passione, morte e risurrezione, fino al culmine che lo colloca «alla destra del Padre».
In che cosa è salvifica la vita di Gesù? Se la nostra primordiale immagine e somiglianza con Dio è per così dire decaduta, si è ammalata, ebbene in Gesù ripristina la sua bellezza originale, la salute iniziale che non contempliamo all’inizio della nostra storia, ma nell’originario disegno di Dio quando ha pensato l’uomo. Rimanendo il capo sano di un corpo malato, come ho già accennato, Gesù diventa sorgente di guarigione e vita nuova per l’umanità intera. Con la preghiera, i sacramenti e l’amore radicale proposto nel Vangelo assomiglieremo sempre di più a Lui che, uomo totalmente sano, diventato parte di noi, guarisce e salva noi.
I discepoli e la comunità ripensano a tutto ciò che hanno visto e sentito in quei tre anni di grazia col Signore Gesù, che sono culminati nella morte e poi nella risurrezione. La Chiesa primitiva ormai crede che Gesù morto è risorto e ora è Vivo (Lui, l’autore della vita, non poteva rimanere prigioniero della morte): Gesù ora è veramente, realmente, corporalmente, vivente. È quello stesso Gesù di Nazareth.Non è solo vivo nel suo messaggio, nel suo esempio, nei poveri, nella comunità dei credenti, che sono tutte immanenze di Cristo, vere e indispensabili per la vita della Chiesa, ma vengono dopo la verità di Gesù Cristo corporalmente vivo nella sua identità personale. Ormai i discepoli avevano capito chiaramente – e le Scritture lo avevano confermato – che Gesù era il Messia, non quello che esattamente avevano aspettato nei loro sogni, ma un Messia che superava l’identikit che si erano fatti di lui. Il Messia era stato atteso come salvatore (forse un religioso salvatore politico), ma poi questa salvezza era andata molto oltre le loro aspettative. Avevano poi accolto nella fede la risurrezione e, ora, rimaneva da compiere l’ultimo passo decisivo, quello di riconoscere la divinità nell’uomo Gesù Cristo.
Ma, per dei Giudei fedeli al monoteismo solido dell’Eterno Israele e quasi fanatici difensori di esso, l’atto di riconoscere la divinità di Gesù e di inginocchiarsi di fronte a un uomo, necessitava ancora un lungo cammino. La sua santità, la sua libertà, il suo essere senza peccato e tutta una serie di sentenze e di comportamenti cominciarono a gettare una luce nuova sull’identità di Gesù. Anche se Gesù, mentre viveva tra noi, non aveva mai detto chiaramente chi veramente era e non aveva mai parlato esplicitamente della sua divinità, aiutò però i suoi discepoli a capirlo dopo la sua risurrezione.
Le sue parole, i suoi miracoli, i discorsi pronunciati davanti ai suoi discepoli con tanta autorità, avrebbero aiutato in seguito la comunità primitiva ad accogliere il mistero della divinità stessa di Gesù Cristo. Per meglio accogliere questo mistero, contempliamo un momento Dio che crea l’uomo. In questo atto c’è un progetto straordinario: questo bambino, questa creatura è destinata a incarnare Dio sulla terra. L’uomo sarà così: un Dio incarnato; questo è il sogno di Dio: incarnandosi, Lui potrà fare amicizia con gli uomini. Dio accompagna il lungo cammino della storia umana, che va da quando l’uomo era ancora molto simile alla realtà animale da cui si era appena sganciato con un salto qualitativo che lo costituiva uomo, fino alla pienezza dei tempi. Dio accompagnerà questo “umano” ad amare sempre di più, a vincere la pigrizia di fare il bene che chiamiamo peccato e a diventare sempre di più uomo e sempre più donna, cioè a realizzare il progetto di Dio fino a quando, nella pienezza dei tempi, in una famiglia preservata dal peccato nasce un bambino che è totalmente umano.
A Nazareth il progetto di Dio arriva al suo culmine. In tutta l’esistenza storica di Gesù, nella sua morte e nella sua risurrezione c’è la pienezza dell’essere umano, cioè il Dio incarnato, ovvero il progetto iniziale di Dio. In Gesù Cristo noi abbiamo la Direzione, la Strada su cui camminare. Ora noi sappiamo come dobbiamo vivere.E tutta la verità che l’uomo cerca, ormai in Gesù la trova e in lui c’è la pienezza della vita umana. L’uomo perfetto quindi si chiama Gesù Cristo, che compie però un salto qualitativo dalla nostra condizione. «Noi tenderemo a questa pienezza che però non raggiungeremo su questa terra, ma solo nei Cieli nuovi e Terra nuova, mentre Gesù l’ha già realizzata qui, nella nostra storia».
Gesù parla con autorità
La sua parola è creatrice ed efficace, è come quella del Padre che crea. Il Padre dice: «Siano ilcielo, la luna, il sole, le stelle, la terra e il mare, le piante, gli animali. E tutto esiste». Allo stesso modo, Gesù dice: «Alzati, cammina, sii guarito, apri gli occhi, le orecchie, la bocca, sii purificato, rinasci» e tutto avviene. Gesù non parla come gli altri maestri. Egli parla con autorità e anche la gente semplice capisce che in Lui c’è un fuoco attorno al quale non si erano ancora mai riscaldati.
Uomo senza peccato
Il fatto di essere senza peccato per Gesù significa che ci ha superati con un salto qualitativo: Gesù è tutto ciò che siamo noi, eccetto il peccato. In Lui, la fatica, la stanchezza, il dolore, sono espressioni del suo limite umano (non può correre alla velocità di un ghepardo, né volare). Il suo stesso carattere e temperamento sono in evoluzione e modificabili dall’ambiente, dalle persone che incontra e da Lui stesso, ma nulla intacca la sua etica divina.
La santità di Gesù non è simile a quella di un santo, no, perché nel santo ci può essere assenza di peccato, almeno di peccato grave, ma tutte le sue azioni sono perfezionabili al punto che deve vivere in uno stato di permanente conversione; non così in Gesù, che non necessita di perfezionarsi, altrimenti qualunque limite morale gli avrebbe impedito di chiedere: «Chi può accusarmi di peccato?». La libertà offerta da Dio all’uomo affinché diventi capace di compiere il bene in Gesù ha raggiunto la sua totalità, per cui ha compiuto solo il bene come Dio stesso. Di fatto Gesù ha sempre compiuto il bene, anzi il meglio. Gesù, senza peccato, perdona e abilita anche noi a perdonare. Gesù risorge e abilita anche noi a risorgere. E, vincendo la sua morte, come capo del nostro corpo, ha vinto anche la nostra. Un generico apprezzamento di Cristo non sta in piedi. O lo si rifiuta e si disprezza o davanti a lui ci si inginocchia.
Gesù è una persona stimata da ebrei e da romani, sia dai ricchi, sia dai poveri. L’ammirazione che suscita è frutto di un’autorità che sembra ragionevolmente legata alla coerenza di vita con cui Egli accompagna il suo insegnamento. La novità del Vangelo non consiste in leggi nuove – sono quelle dei Comandamenti che il popolo già aveva – ma con Lui vengono vissute per la prima volta in pienezza, infatti il nuovo comando di Gesù non è di amare Dio e il prossimo (prescrizione già conosciuta), ma di amare come ci ha amato Lui stesso. Solo l’autorità di Gesù poteva arrivare a tanto.
Quando, dopo aver partecipato per tanti anni alle celebrazioni nella sua sinagoga, si presentò per parlare in pubblico, lasciò i suoi compaesani storditi, al punto che commentavano: «Di dove gli viene questa saggezza e come fa a compiere questi prodigi? Non è lui il figlio del carpentiere?». Sia Marco, sia Luca e Giovanni annotano che la gente si domandava di dove venisse tutto questo. Gesù li aveva incantati con la sua autorità. E non solo nella sinagoga di Nazareth, ma anche in quella di Cafarnao accadde la stessa cosa. «La gente si meravigliava di questa dottrina, poiché Gesù insegnava come chi ha autorità e non come i maestri della Legge».
C’erano poi i miracoli: Gesù comandava vento, mare e tempesta, guariva i malati e arrivò persino a risuscitare dei morti e si imponeva con l’atteggiamento del profeta, parlando in nome di Dio. La gente si diceva: «Che parola è mai questa che con forza e autorità comanda anche agli spiriti maligni e questi lasciano il malato liberato?». Provocava grande stupore il fatto che Gesù curasse anche tutte le malattie che colpivano il cervello ed erano considerate inguaribili.
La sua fama si estendeva da ogni parte e arrivava alla Siria, a Tiro, a Sidone e molti concludevano: «Non abbiamo mai visto nulla di simile; oggi abbiamo visto l’incredibile; non è mai capitato nulla di simile in Israele». Inoltre, Gesù aveva usato parole che, se avesse pensato di essere solo un uomo, non avrebbe mai potuto pronunciare: «Vi è stato detto (nella Legge) ma io vi dico»; «Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me» e, circa il divorzio, era andato ben oltre Mosè stesso, ma anche circa la vendetta e l’odio ai nemici, Gesù si era posto con un passo molto più coraggioso. E, mentre afferma che non annulla una sola parola della Legge, ha il coraggio di sostenere che è venuto per completarla (mettendola in pratica). E arriva a dire: «Chi mi può accusare di peccato?».
Chi pronuncia una parola simile o è pazzo o è Dio. Ai suoi discepoli ha chiesto di lasciare casa, campi, reti, barche e gli stessi affetti familiari. Il Regno di Dio è vicino, bisogna sbrigarsi, non c’è nemmeno tempo di seppellire i morti, bisogna andare perché il tempo della mietitura è arrivato e c’è molto grano da raccogliere, ma gli operai sono pochi. Gesù mette fretta, bisogna incendiare il mondo. Inutile accumulare beni, costruire granai nuovi e nuovi silos per ammassare i raccolti. Ai suoi, Gesù rivolge l’invito – che diventa comando – di lasciare tutto, di dare i beni ai poveri, di cominciare semmai a preparare un tesoro in cielo. Gesù ha l’autorità di perdonare i peccati che soltanto Dio può perdonare, ma non solo: ha pure l’autorità di chiedere ai suoi (a noi) di perdonare anche gli altri.
Lui, Gesù, ama non solo i buoni, ma anche i cattivi, proprio come il Padre fa piovere sui giusti e sugli ingiusti e chiede anche ai suoi di amare in quel modo. Gesù ama i nemici, ma non solo: chiede anche ai suoi di amare i nemici. Egli chiarisce, infatti: se ami solo chi ti ama che fai di straordinario? E ancora, a differenza dei profeti suoi predecessori, Gesù non si presenta con visioni o voci che vengono dall’alto, ma le sue parole e azioni stanno in piedi per forza propria e Lui pone se stesso come ultima istanza. Le parole di Gesù, i suoi miracoli, i discorsi pronunciati davanti ai suoi discepoli con tanta autorità avrebbero aiutato la comunità primitiva ad accogliere il mistero della divinità stessa di Gesù Cristo.
Ogni giorno Dio aveva dovuto perdonare il suo popolo Israele, ora i discepoli di Gesù constatavano che il loro Signore aveva perdonato i peccati e abilitato l’intera umanità a perdonare. I discepoli si erano pure resi conto che Lui aveva fatto bene ogni cosa, senza alcuno sbaglio e che aveva domandato: «Chi mi può accusare di peccato?». Chi tra gli uomini sulla terra poteva affermare una parola così forte e quale evangelista avrebbe avuto il coraggio di mettere una parola simile in bocca a un uomo? Ma allora un Gesù che ci salva dalla morte (risuscitando se stesso e noi) e ci libera dal peccato (con il perdono) non può essere solo un uomo.
Parole e azioni di Gesù che illuminano la sua identità
Come ho detto sopra, Gesù non si era quasi mai presentato al singolare, con una identità che mostrasse la divinità in lui. Non disse mai esattamente chi era; infatti i discepoli non avrebbero potuto capire: per comprendere la sua vera identità, non solo umana ma anche divina, Egli offrì ad essi tutta una serie di comportamenti e anche espressioni isolate più che sufficienti e adeguate, in modo che, dopo la risurrezione, potessero essere lette e interpretate. Non possiamo comunque considerare l’identità di Gesù come il risultato di un sillogismo o di una formula matematica. E gli mostra chi è senza dare dimostrazioni matematiche. La luce dello Spirito Santo e lo sforzo umano offriranno alla comunità cristiana una fede adulta nel Signore Gesù.
50 giorni dopo la morte di Gesù
Tutto ciò che abbiamo meditato negli articoli precedenti riporta ciò che i discepoli hanno pensato e scritto nel periodo tra la Risurrezione e Pentecoste, che possiamo chiamare il Tempo di Pentecoste. Dopo la morte di Gesù, sia il Sinedrio, sia i politici si erano resi conto che il gruppo dei suoi amici non era composto da partigiani rivoluzionari e guerriglieri violenti e quindi venne giudicato innocuo. L’esplosivo che di fatto esisteva in incubazione, nascosto in quei discepoli, stava per cambiare la storia del mondo, ma quel pericolo nessuno era in grado di vederlo. I discepoli, comunque, non perdevano certo le occasioni per ritrovarsi a pregare e a riflettere con quella porzione di Chiesa che sapeva ormai di essere portatrice della più preziosa testimonianza della storia.
Il dono dello Spirito Santo
I campi di grano erano pronti per la mietitura e si cominciava il raccolto nei campi più soleggiati, che avevano maturato il grano alcuni giorni prima. In questo periodo c’era sempre bisogno di manodopera e alcuni dei discepoli più adatti alla fatica si preparavano ad aiutare nei campi per guadagnare qualche denaro per la loro piccola comunità, che ormai con meno paura si preparava a uscire nuovamente allo scoperto, sia per la pesca, sia per qualche lavoro stagionale di manovalanza.
Mentre stava compiendosi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatté impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono sopra ciascuno di loro, e tutti furono «colmati di Spirito Santo». Fu certamente un giorno di grandi rivelazioni, perché da quel momento i discepoli furono radicalmente trasformati.
Quando poi uscirono per incontrare le comunità di giudei, almeno di quelli osservanti, cominciarono a parlare delle grandi opere di Dio con un linguaggio nuovo e lo Spirito Santo faceva loro il dono di farsi capire da gente delle varie province dell’Asia, così diversa per lingua e cultura. Tutti erano stupefatti e perplessi e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce». Poi Pietro spiegò che questo tempo straordinario era stato annunciato dai profeti e continuò a proclamare la morte e la risurrezione di Gesù: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso», poi invitò tutti alla conversione e a farsi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati e per ricevere il dono dello Spirito Santo. Quel giorno circa tremila persone accolsero la predicazione di Pietro e si fecero battezzare.
Ormai era nata una comunità che andava strutturandosi per raggiungere tutti i confini del mondo. Stefano fu il primo bersaglio. Egli si era presentato in piazza con tale coraggio, direi con tanta sfacciataggine da gridare in faccia ai suoi ascoltatori le verità più amare, come la colpa di aver ucciso un innocente inchiodandolo a una croce e per di più testimoniare quasi con arroganza che vedeva i cieli aperti e proprio lui il Figlio, Gesù Cristo, «venire sulle nubi del Cielo». Qualcuno pensò che stesse iniziando il Giudizio Finale, ma fu solamente il Giudizio per Stefano, che cadde sotto una pioggia di pietre, consegnando lo spirito al suo Signore. Quando i discepoli sentirono che Stefano diceva di vedere il Figlio Gesù Cristo venire sulle nubi del cielo, si ricordarono di quel “Figlio dell’uomo” raccontato dal Profeta Daniele. Altri discepoli si lasciarono flagellare e risero in faccia ai persecutori, rallegrandosi e dicendo che ormai i nemici non avevano più nessuna forza per fermare questo esercito di angeli ribelli che, di fronte ad ogni ingiustizia, dichiaravano che il Nuovo Regno di giustizia si stava impiantando e ancora che nessuna autorità avrebbe ormai potuto arrestare la loro predicazione.