(apparso in “Studi cattolici”, XLVIII, 2004, n. 518, p. 367)
Confrontandosi con l’ultima raccolta di Gianni D’Elia, il lettore può avere la sensazione di trovarsi di fronte a due motivi portanti, a due linee guida non ben fusi e non del tutto armonizzati; e mai come in questo caso, credo, si potrebbe essere tentati di rispolverare nozioni e schemi interpretativi di matrice neo-idealistica, come l’unitarietà e la coerenza dell’ideazione e dell’espressione.
Il primo elemento - a mio parere il più vivo - è quello della poesia più pura, schietta, incondizionata, della parola che cattura e restituisce sulla pagina l’essenza della percezione, dell’esperienza, del pensiero, animata dall’«ansia dell’oggetto, / del guardare le cose con parole, / così attenti alle parole del linguaggio», per citare certi incisivi e programmatici versi di Non per chi va, la raccolta d’esordio dell’autore: poesia come «cieco struggimento della vita» e insieme «gioia mite e dolce», come si leggeva in Febbraio, il volume dell’Ottantacinque, poesia che (come scrive l’autore in questo nuovo libro) «salva le cose» nella rima, scandisce il «tempo» e il «senso» del reale, simile alla «brace» che perdura e continua a brillare sotto le «ceneri dell’ideologia» (trasparente, qui, il richiamo ad uno dei dichiarati modelli di D’Elia, il Pasolini delle Ceneri di Gramsci, a cui si può forse accostare il Montale di Piccolo testamento, animato da una passione umana e ideale senza bandiere o etichette, senza «lume di chiesa o d’officina», da una «speranza» che «brucia (…) lenta», e protagonista di una «storia» che «non dura che nella cenere»).
In uno dei passi del nuovo libro sopra richiamati, D’Elia si rivolge esplicitamente a un altro dei suoi maestri, Franco Fortini. E sembra, per l’appunto, che l’autore, in questa prima matrice del suo mondo poetico, prosegua, in certo modo, il messaggio e la militanza del poeta di Traducendo Brecht, continuando a credere in una poesia che «non muta nulla», a scrivere anche se «nulla è sicuro».
Ed è proprio qui (e passiamo, così, al secondo dei due motivi cui si accennava in apertura), è proprio sull’esile e precario confine che separa l’esercizio sottile e appartato della poesia dall’aperta militanza ideologica e anche politica, che il discorso dell’autore corre il rischio più insidioso: quello di scadere, di degradarsi a polemica diretta, contingente, a tratti quasi a propaganda. Opporre, come scrive D’Elia riecheggiando forse la “politicizzazione dell’arte” teorizzata dalla Scuola di Francoforte, le «armi della lingua» alla «lingua delle armi», all’«arbitrio / delle vite asservite al capitale», delle grigie esistenze «scandite dalla vita delle merci», non è soltanto un’utopia un poco sterile, ma - quel che è peggio - una strada che potrebbe condurre la parola poetica all’eteronomia, alla strumentalizzazione ideologica.
Le «braci della poesia» - per amplificare la metafora a cui si alludeva poc’anzi - rischierebbero di essere del tutto soffocate e represse dalle «ceneri dell’ideologia», di non far più trapelare la loro luce turbata ma viva, il loro calore tenue ed ostinato. Meglio, allora, preoccuparsi di tenere vive quelle braci, sedere, come il Luzi di Onore del vero (ed era, si ricordi, proprio il poeta fiorentino ad introdurre Segreta, la quinta raccolta di D’Elia, lodandone le «malleabili costruzioni verbali e ritmiche»), presso il proprio «fuoco triste» attendendo pazientemente che ne nasca «la vampa piena e il guizzo», anche a costo di «sparire nelle tenebre o nel fuoco / se il fuoco oltre la fiamma dura ancora».