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Francesco Malaspina: Dio e l'ipercubo
rivisitazione del testo di d. Renato Rosso
rivisitazione del testo di d. Renato Rosso
Rivisitazione del testo di don Renato Rosso
Ho scritto questa rivisitazione del libro "Dio e l'ipercubo" come dono di Natale
d. Renato
16 dicembre 2024
Leggendo questo libro ho pensato a voi e vi invito a leggerlo. Non sto facendo una presentazione pubblicitaria e tantomeno una recensione, ma semplicemente una rivisitazione di un testo che meno lo capivo, più mi appassionava e che vorrei consigliare ai miei amici più amici.
Spesso sono attratto verso ciò che non conosco e non capisco, e la curiosità a volte mi accompagna dove la mia creatività non oserebbe mai sperare. Se mi fosse capitato sotto mano il libro Dio e l’ipercubo dopo la terza liceo, è probabile che mi prendesse il desiderio di arruolarmi nell’esercito dei matematici, per riuscire dopo alcuni anni a leggerlo senza dover tralasciare nulla: un apice, un segno, un grafico, un numero reale, razionale o irrazionale, un’espressione matematica.
Nella mia famiglia ho avuto l’onore di avere un cugino enfant prodige in matematica, ma io non ho coltivato quel carisma. In ogni caso, in questo volume, Francesco Malaspina (docente di matematica al Policlinico di Torino) ha avuto pietà anche di coloro che, come me, non sono diventati matematici: infatti accompagna il lettore con un linguaggio strettamente scientifico e tecnico e, in parallelo, con un linguaggio intuitivo, per cui offre la possibilità anche ai non addetti ai lavori di non scoraggiarsi e di non chiudere il libro dopo le prime pagine.
Come per Alessandro Magno furono molti (almeno 4 storiografi) coloro che scrissero di lui, mettendo in luce aspetti diversi che un solo biografo non avrebbe colto, così è stato per Gesù. I quattro evangelisti e migliaia di autori hanno tentato di mettere a fuoco qualche suo aspetto: Sant’Agostino, San Girolamo, San Tommaso d’Aquino, San Francesco, Santa Teresa del Bambino Gesù e molti altri ancora. Tra i contemporanei, anche Malaspina ha tentato di fare la sua parte, mettendo a fuoco l’avventura dell’Incarnazione con la sensibilità del matematico.
In questo testo l’autore si addentra ben oltre il titolo, in quanto l’ipercubo non è solo un’espressione della corrente artistica – nota come arte cinetica – che propone un’esperienza di sintesi tra movimento, luce e geometria, e non è semplicemente l’estensione del cubo geometrico in più dimensioni, ma viene assunto come parabola per alimentare la nostra fede.
L’autore utilizza infatti il termine “ipercubo” in un senso concettuale che supera le convenzionali tre dimensioni percepite. Nelle prime citazioni bibliche e specialmente nel Prologo di Giovanni intravedo infatti una stringata coerenza tra quei testi e gli sviluppi matematici di Malaspina.
Sono poi stato catturato dal brano in cui esplode un temporale, o meglio il Big Bang della salvezza. Nel suo lungo cammino, l’umanità aveva cercato in mille modi di raggiungere il Cielo, l’Infinito, il trascendente, l’Eterno, la salvezza, il paradiso: non solo i costruttori della Torre di Babele si erano mossi in questa ricerca, spinti da una speranza inscritta nel DNA della loro storia. Malaspina ci racconta con numeri e formule il tracciato di quello sforzo titanico dell’uomo per formare in sé stesso l’uomo spirituale, sebbene questo sforzo non sia bastato. Anche il matematico – ci mette in guardia Malaspina – con tutte le sue formule ha tentato di trovare qualche strada per passare dal finito all’infinito, ma si è sempre trovato impossibilitato. Un indefinito numero di finiti non raggiunge un infinito. Così l’uomo spirituale, che aveva già fatto un cammino significativo in questa tensione e nel tentativo di raggiungere l’Olimpo, ha solo faticato molto, senza però riuscire neppure ad avvicinarsi alla punta. La scintilla del divino posta nell’uomo l’aveva accompagnato, ma l’uomo era rimasto immerso nel temporale della storia, al buio, tra lampi e tuoni che semmai avevano balbettato qualche suono inarticolato simile a parole di Dio, rimanendo però sempre frustrato per aver fallito il suo tentativo di arrivare all’Infinito, e quindi a Dio stesso.
Ma in un insignificante e sconosciuto villaggio della Galilea, quando l’uomo meno se l’aspettava e viveva il suo quotidiano come sempre – pescando, seminando, pascolando e pregando nella sua piccola sinagoga, mentre le donne cucinavano, pulivano o filavano, cantando la vita e piangendo la morte – proprio là scoppiò il Big Bang della storia della salvezza: l’Infinito attraversò tutti i cieli e i temporali della storia e venne a raggiungere il finito. E se l’uomo non ce l’aveva fatta a salire fin lassù «il cristianesimo ci rivela invece un infinito che scende fino a noi e si fa finito». «Abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio» (Eb.4,14).
L’autore soggiunge: «L’infinito, insomma, si spoglia di se stesso, va fino al finito e prosegue ancora fino all’annientamento, fino all’umiliazione della croce».
La scintilla del divino aveva spinto l’uomo verso l’alto, mentre è stata la forza della gratuità ad attirare l’infinito verso il finito: è stato l’amore. «L’Incarnazione del Verbo tra le stoviglie di Nazareth è un atto di amore gratuito e fa sì che Dio, proteso verso l’umanità, si svuoti e diventi un bambino, un servo dell’umanità, un massacrato, per poterla servire e salvare. Ma con Gesù la croce viene esaltata». In ogni caso, Dio non vuole salvare il mondo solo con suo Figlio Gesù, ma vuole coinvolgerci affinché anche noi facciamo la nostra parte.
«L’infinito attraversa tutti i livelli di infinito, squarcia il numerabile e atterra a un finito che è da noi raggiungibile», invitandoci così a fare la nostra parte, ovvero a compiere quegli ultimi passetti che mancano (cfr. Col. 1,24). Così il Figlio di Dio Gesù, con i nostri piccoli atti d’amore e il suo grande amore, ama il mondo; con i nostri piccoli atti di perdono e il suo grande perdono, perdona il mondo e con le nostre piccole croci e la sua grande croce, salva il mondo.
L’autore non intende pertanto modellizzare il cristianesimo e neppure renderne ragione, ma semplicemente far sì che le formule matematiche e le figure geometriche evochino e richiamino qualcosa sul cristianesimo. Così associa Dio a una sfuggente infinità di infiniti e l’uomo a un insieme di finiti. Possiamo quindi affermare che, dopo Gesù Cristo, nell’infinito di Dio c’è un tratto di finito che ci permette di vedere una scintilla della sua bellezza, mentre nel cuore dell’uomo, che tende drammaticamente all’infinito, intravediamo una scintilla di eterno.
Gesù sarà poi colui che raggiunge l’uomo più spoglio, povero e miserabile, come Zaccheo o Matteo: quando l’infinito raggiunge il finito esplode la conversione e il perdono. E nella povertà del finito si intravede la possibilità che nasca una povertà evangelica, la quale farà proclamare una beatitudine: «Beati i poveri», che non significa «beato chi fa la scelta dei poveri» o «beati coloro che hanno a cuore i poveri», ma proprio «beati i poveri». E tanto Zaccheo, quanto Matteo s’incammineranno sulla luce di questo invito.
Il matematico tratta anche dell’Eucarestia, altro segno di quella povertà radicale: l’infinito diventato scandalosamente finito in un pezzo di pane. In quel contesto, si parla ancora di perdono e di conversione, altro modo in cui l’Incarnazione, la kenosis, continua la sua dinamica attraverso la Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo.
«Se duemila anni fa – ci ricorda Malaspina – l’infinito ha scelto il Corpo fisico di Gesù per incontrare il finito, nel resto della storia utilizza un corpo formato dalla totalità dei cristiani, che diventano dunque Tempio dello Spirito Santo, corpo e sangue di Cristo, Eucarestia adorabile. Sembra che la Chiesa non sia degna di un compito così alto: come ciascuno di noi indegnamente è un “Cristoforo” (portatore di Cristo) e Lui non disdegna di abitare con noi, in noi, nel più intimo del nostro intimo, tanto da identificarsi con noi, anche nella Chiesa troviamo l’orgoglio, la superbia, la ricchezza e il potere. Ed è vero che il corpo di Cristo, il nostro corpo e quello della Chiesa sono solo un vaso di creta, ma portatore della più grande preziosità: Dio stesso.
Sempre con il linguaggio suo proprio, nel secondo capitolo l’autore ci parla dei giorni della morte e resurrezione di Cristo che, pur essendo racchiusi in un breve e circostanziato intervallo temporale, condizionano tutta la storia, dando speranza e significato a ogni uomo.
Per discorrere dello spazio e del tempo, nelle pagine che seguono Malaspina chiama in causa un filosofo come Zenone o il matematico Pitagora, trattando degli spazi metrici – cioè di insiemi in cui è presente un concetto di distanza tra due elementi – in modo da riflettere sulla speranza del Regno di Dio che verrà e che è già arrivato.
Poi si diverte davanti alle bolle di sapone, focalizzando l’attenzione sulla sfera, sul suo centro e sul bordo: attraverso la bolla tridimensionale e quella bidimensionale (che diventa un segmento) accompagna il lettore a cogliere la linea del tempo tra l’inizio e la fine dell’umanità, nella quale è inserita la vicenda terrena di Gesù, quale punto e centro della storia.
Ci presenta poi la nostra vita come un intervallo limitato, ma frazionato infinite volte, in cui sperimentiamo l’eterno e in cui Dio compie «il suo viaggio squarciando il numerabile» per raggiungerci indefinite volte. Se in questo intervallo accettiamo, con la fede, che Dio sia morto per amore e risorto, ecco che siamo spinti con la virtù della speranza a «sperare che questa sorte attenda anche noi»: infatti, secondo San Paolo, la fede è «fondamento di ciò che si spera».
Così Dio, abitando le infinite frazioni del nostro tempo, riesce a starci infinitamente vicino e ci canta una bella canzone:
«se dovrai attraversare le acque, sarò con te /
i fiumi non ti sommergeranno /
se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai /
la fiamma non ti potrà bruciare /
poiché io sono il Signore, tuo Dio /
il Santo d’Israele, il tuo salvatore... /
tu sei prezioso ai miei occhi, /
poiché sei degno di stima e io ti amo... /
Non temere poiché io sono con te».
Dopo questo canto che, scritto da Dio in casa di Isaia, con l’analogia degli intorni omeomorfi accompagna al Regno di Dio, verso la fine del libro l’autore ci racconta che in ogni piccolissima frazione di tempo può essere condensata in qualche senso tutta la storia dell’umanità. Così l’intorno temporale della morte e resurrezione di Gesù, che appartiene alla nostra storia, raggiunge la vita di ogni uomo e così anche l’uomo – che come Cristo offre la vita – può sperare di risorgere.
Ma la nostra resurrezione non avverrà perché noi abbiamo dato la vita, ma solo perché Lui è risorto: è il suo amore che ci ha salvati. Amare Dio è importante, ma la cosa più importante è che Dio ama noi. Il nostro amore per Lui è discontinuo, mentre il suo è eterno. Potrei non aver mai conosciuto Gesù Cristo, o appartenere a una religione che non lo riconosce, ma Lui ci ha già salvati e ha salvato anche i nostri fratelli che lo ignorano.
Mentre leggo, rispondo anche a una domanda che qualcuno potrebbe fare: “E allora? Nessuna differenza tra un credente e un ateo?” Ma certamente! Il credente ha un amante (Gesù) che lo ama al 100% e per questo è fuori di testa per la gioia; anche l’ateo ha un amante (Gesù) che lo ama al 100%, ma non lo sa e per questo ha una felicità in meno.
In tutte le considerazioni matematiche, però, dobbiamo essere estremamente umili quando parliamo di resurrezione, in quanto la vita oltre la morte ci porta in una dimensione che si trova oltre la retta infinita del tempo. Dobbiamo fermarci un momento prima.
Mi viene di dire a questo punto che non appare possibile una complessa espressione algebrica al termine della quale il risultato sia: «Dio esiste (o la resurrezione è vera)», così come non lo è quella contraria: «Dio non esiste». Al termine della prima espressione avremo pur sempre bisogno di un atto di fede e al termine della seconda dovremo onestamente presupporre un atto con un rischio molto alto, pensando alla preziosità che c’è in gioco.
Alla fine del capitolo sulla metrica escatologica, tuttavia, incontriamo ancora la testarda volontà di Gesù Cristo che non vuole, nel modo più assoluto, perdere nessuno. Ci invita a lavorare nel suo Regno a tutte le ore del giorno, anche quando il sole sta per tramontare, solo per avere la scusa di darci un salario come ricompensa di un lavoro, anche se il premio è totalmente gratuito.
Infatti si conclude con un canto, questa volta intonato da noi uomini fragili e mortali, ma immortalati dall’amore di Cristo, dal quale nulla e nessuno ci può separare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincenti, solo perché Qualcuno ci ha amati. Sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né presente, né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm8,35.37-39).
Nell’ultimo capitolo, Malaspina ci parla della Trinità, intesa come una varietà topologica localmente omeomorfa ai poveri della terra, ai tapini (tapeinos) e spiantati. Prima di affrontare i concetti astratti, tuttavia, mette il lettore di fronte alla parabola del bambino che, sulla riva del mare, cerca di versare l’acqua in un piccolo foro scavato nella sabbia, impresa ovviamente impossibile. In questo modo il discorso trinitario, astratto e impalpabile, viene messo in analogia con l’amore concreto e palpabile di Gesù, che si identifica con l’affamato, l’assetato, il nudo, il malato, lo straniero e il carcerato. Ma, prima di questa analisi, l’autore ha già dimostrato in concreto che non c’è modo migliore di incontrare Dio se non amando e servendo il prossimo povero e bisognoso. Se al povero darò da mangiare, da bere, da vestire, come ci dice Matteo, mi inginocchierò in contemplazione di fronte a Dio stesso.
Il matematico offre alcuni flash di questa contemplazione, per esempio introducendo il lettore nella “Casa del cuore puro” (Nirmal Hriday), dove Madre Teresa ha cominciato ad accogliere i moribondi, per accompagnarli a morire con dignità. La stessa Madre Teresa invitava infatti le sue suore a trattarli con lo stesso amore e delicatezza con cui il sacerdote tratta il corpo di Cristo durante la Messa.
Poi ricorda Charles de Foucauld, il quale afferma con forza che quando il povero, nudo, viandante, sofferente, è passato davanti a noi e non ci siamo accorti del suo bisogno, in verità abbiamo lasciato passare lo stesso Gesù. L’incontro con Lui non è dunque un’astratta ed eterea visione mistica, ma un concretissimo contatto umano.
E, ancora, ci presenta Francesco d’Assisi che, baciando il lebbroso, si rende conto come in quel gesto ci sia tutta la sua sequela e il servizio a Gesù stesso.
Non si lascia infine sfuggire coloro che sono stati catturati dal Gesù vivo e vero nei disabili, i preferiti di Dio. Tra questi, cita Giuseppe Benedetto Cottolengo, che nel1932 fondò la piccola Casa della Divina Provvidenza e Jeans Vanier con la Comunità dell’Arca, oppure Oreste Benzi con la Comunità Papa Giovanni XXIII e quanti altri!
Nel contesto della disabilità, nel suo finale inno all’amore, Malaspina afferma che non soltanto sveliamo qualcosa dell’amore di Dio al mondo quando compiamo un gesto di carità, ma anche quando siamo bisognosi di riceverne. L’autosufficienza, il sapercela cavare da soli può diventare un grande ostacolo e ancora ci consiglia: meglio sarebbe se, quando riceviamo dei favori e vogliamo immediatamente restituire (quasi sdebitarci), invece di offrire la ricompensa al donatore cercassimo una terza persona per alimentare la gratuità in entrambi.
Aggiungerei che ogni atto sociale e politico veramente sincero, almeno per noi cristiani, è anche e sempre un atto liturgico.
Al termine del capitolo sulla Trinità, e quindi sull’amore, viene presentata la punta dell’iceberg e cioè l’amore sponsale con la simbologia dell’icona della Trinità di Andrej Rublëv, che conferma come Dio sia anche localmente omeomorfo all’amore sponsale e quest’ultimo lo sia al cuore di Dio. Nell’enciclica Deus Caritas est di Benedetto XVII, si fa appunto riferimento al fatto che, nella visione cristiana, in realtà la sessualità – come apice della tenerezza tra due sposi – viene innalzata tanto da sfiorare il divino.
Nell’opera viene poi incorniciata la lavanda dei piedi: nel momento solenne dell’ultima cena, Gesù toglie il mantello della festa e veste un asciugatoio (unico abito liturgico che ha indossato) e lava i piedi ai discepoli, mostrando così come nel servizio troviamo la concretizzazione dell’amore e il suo compimento.
Non ci sarebbe nulla da aggiungere, ma l’autore vuole ancora dirci che questo unico tesoro, Gesù Cristo, che abbiamo ricevuto e conserviamo in un vaso di creta, dev’essere portato al mondo intero e che questa è la nostra missione.
La speculazione di Malaspina ci mostra che partendo da una «varietà topologica astratta», in pochissimi passaggi ci si trova davanti a un povero visibile e concreto, che è Dio stesso. Gesù inginocchiato di fronte a Giuda e agli altri a cui, poco dopo, consegnerà anche il pane e il vino consacrati, è un’icona da capogiro. L’amore invisibile, imperscrutabile, irraggiungibile e inaccessibile diventa amore che abbraccia, consola, sostiene, asciuga le lacrime, si prende cura, sorride, perdona incondizionatamente, imbocca, gioca, cambia pannolini e pannoloni, accoglie e disseta.
Nel susseguirsi di pagine preziose, l’autore ha risposto a problemi di tipo scientifico servendosi di nozioni matematiche: ci ha parlato della vicinanza di Dio con gli spazi metrici e dell’incontro concreto tra Dio e l’uomo con le varietà topologiche, ma le ha usate con un linguaggio analogico, appunto per parlare dell’impianto teologico del cristianesimo.
Portare, in missione, Gesù agli altri e testimoniarlo con il servizio è una grande sfida e fatica, per questo abbiamo un profondo bisogno di riposare il nostro cuore e di ricaricarlo nel cuore di Dio: questa attività si chiama Preghiera. Quando, in missione, sosteremo in una cappella di fronte all’Eucarestia non ruberemo tempo al servizio dei poveri, perché il tempo della preghiera fa parte di quel servizio, tanto che, se ne fosse privato, perderebbe il suo significato. Non le nostre parole, ma il servizio e la preghiera susciteranno la conversione dei cuori, che si trasmetterà per contagio: se la causa, come si è detto, è la carità, l’effetto sarà la gioia.
Sia chiaro che Malaspina non ha usato argomenti per inchiodarci a credere alle tesi enunciate, ma ha camminato in punta di piedi con noi, con infinito rispetto della libertà. È lui che conclude con queste parole: «Ci piace un Dio che non usa argomenti inattaccabili e stringenti, ma rispetta profondamente la nostra libertà. La matematica non serve a dimostrarci qualcosa su Dio, ma abbiamo visto come alcune sue nozioni ci sappiano parlare di Lui».
P.S. Il volume di Malaspina, per difficile che possa apparire, non è quello di Apocalisse 5,1-2, «chiuso con sette sigilli, difficile da aprire e da capire», che solo Gesù Cristo potrà dischiudere per rivelare i segreti che contiene, ma si presenta comunque con più di un sigillo, tanto che solo con gli occhi limpidi e la fede nel cuore si può assaporare, dissetandosi alla sua fontana.
Al termine di questo lungo e, per me, faticoso e gioioso percorso di rivisitazione, mi preme sottolineare come il nostro autore, servendosi dei suoni neutri della matematica e organizzandoli in accordi e in forme narrative, ha ottenuto una corale che ha “cantato” un prezioso spartito di cristianesimo.