Gianfranco Pugliese è con Paola Moglia a Cremona.
Paola Moglia. 1963, Cremona. La ricerca artistica di Paola Moglia si configura come un rigoroso percorso di distillazione fenomenologica, un’indagine estetica e gnoseologica in cui l'atto del dipingere si spoglia di ogni residuo mimetico per farsi pura interrogazione sulla natura dell'essere e della percezione. Al centro di questa complessa operazione intellettuale e plastica si colloca il concetto profondo di sinteticità pittorica aniconica, una prassi operativa e teorica che non mira alla semplice astrazione formale o alla negazione del dato reale, bensì alla fondazione di uno statuto epistemologico autonomo della superficie sensibile. Attraverso il superamento della figurazione, l'artista non si limita a sottrarre l'immagine dal vincolo della rappresentazione oggettuale, ma compie un'archeologia del visibile, rintracciando le strutture primarie e le costanti logiche che governano il rapporto tra il soggetto percipiente e l'estensione spaziale. Questa sinteticità aniconica si manifesta come una densa concentrazione di senso, un processo sottrattivo in cui la pluralità caotica del circostante viene ridotta a nuclei geometrici ed emozionali assoluti, capaci di agire come veri e propri catalizzatori di una verità pre-verbale e pre-riflessiva. L'opera d'arte cessa così di essere specchio o finestra sul mondo e si trasforma in un dispositivo ontologico, un luogo di transizione in cui la materia grossolana si spiritualizza e lo spirito si fa carne cromatica e tattile. In questa prospettiva, la formazione di Moglia nell'ambito del design d'avanguardia non agisce come un mero repertorio di soluzioni formali, ma come un'impalcatura metodologica che impone ordine, misura e rigore assiomatico alla pulsione informale. La compresenza del rigore strutturale e del magma materico genera una feconda tensione dialettica, un paradosso visivo in cui il caos viene controllato dalla forma e la forma viene continuamente scossa e rigenerata dall'energia sotterranea dei materiali. L'introduzione di strati sovrapposti di gesso, colle, idropitture e tessuti logori non risponde a una volontà decorativa, ma costituisce una precisa scelta gnoseologica: la superficie pittorica non è più un piano bidimensionale deputato all'illusione, bensì un corpo tridimensionale, una stratificazione geologica del tempo e della memoria che esige un approccio multisensoriale, scardinando il primato assoluto della vista a favore di una cognizione aptica. Il quadro diventa un palinsesto in cui l'atto del fare coincide con l'atto del conoscere, e ogni rugosità, ogni spessore e ogni fessura rappresentano la traccia visibile di un corpo a corpo intellettuale con il limite della materia. Successivamente, la transizione verso l'uso di metalli riflettenti modellati accentua ulteriormente questa dinamica epistemologica, introducendo la variabile del tempo reale e della contingenza ambientale nell'assolutezza dello spazio aniconico.Le sagome aniconiche che fluttuano sopra la tela non sono simboli chiusi, ma vettori fenomenologici che catturano la luce cangiante e lo spazio circostante, costringendo l'osservatore a ridefinire continuamente la propria posizione cognitiva rispetto all'opera. Il colore stesso, in questa severa economia della riduzione, si spoglia di qualsiasi funzione illustrativa per assumere il valore di un puro operatore logico e affettivo: il rosso non descrive il fuoco ma ne incarna la vibrazione energetica essenziale, mentre il bianco si costituisce come il grado zero della visione, una spazialità assoluta e silenziosa che accoglie il manifestarsi dell'essere nella sua originaria purezza. L'indagine di Paola Moglia si colloca pertanto in quella sottile linea di confine in cui l'arte si fa filosofia visiva, una speculazione sulla capacità della pittura di produrre conoscenza autentica attraverso la radicale nudità della forma pura, dimostrando che la sinteticità aniconica non è una fuga dalla realtà, ma l'unico modo per coglierne l'essenza invisibile e originaria. La densità teorica di questa sinteticità pittorica aniconica si amplifica quando analizziamo l’opera come un vero e proprio sistema di coordinate fenomenologiche, dove lo spazio non è un vuoto contenitore ma un campo di forze generate dall’incontro tra la coscienza del percipiente e la carne del mondo. La superficie reificata da Paola Moglia, satura di stratificazioni che ne negano l'originaria bidimensionalità geometrica, si offre allo sguardo non come un’immagine da decodificare attraverso categorie semantiche prefigurate, bensì come un fenomeno puro che accade nel qui ed ora dell'esperienza sensoriale. In questo contesto, l'approccio aptico teorizzato da storici dell'arte e filosofi della percezione diventa la chiave di volta epistemologica: l’occhio non si limita a scivolare sulla superficie, ma si fa mano, sperimenta la resistenza della materia, la porosità del gesso, l’attrito del tessuto, trasformando la percezione visiva in una cognizione corporea e situata. Questa dinamica si complica e si arricchisce nel momento in cui l'inerzia della materia pittorica tradizionale viene interrotta dall'irruzione dell'acciaio e dei metalli specchianti, i quali introducono una radicale aporia logica all'interno del palinsesto dell'opera. Se la stratificazione dei gessi incarna la sedimentazione di un tempo archeologico, interiore e mnemonico, la superficie metallica riflettente introduce la contingenza assoluta del tempo meteorologico e presente, catturando il mutamento della luce ambientale e il movimento stesso dello spettatore. L'acciaio modellato agisce così come una soglia epistemica tra l'assoluto aniconico del quadro e il relativo fenomenico della realtà circostante, risolvendo l'antica dicotomia tra l'opera e il mondo non attraverso la rappresentazione del secondo, ma attraverso la sua parziale e cangiante inclusione fisica. Il colore, privato di ogni referenzialità narrativa, opera in questo sistema come una vera e propria categoria pura dell'intelletto visivo, dove il bianco non è assenza, ma potenziale puro, sospensione epocale che mette tra parentesi il rumore del mondo per rivelare la struttura originaria della visione. Al contempo, il rosso si impone come l'istanza noumenica della forza, una modulazione d'energia pura che scuote la stasi della superficie e costringe il soggetto a confrontarsi con l'intensità dell'essere prima ancora che esso si articoli in forme linguistiche o concettuali. La sinteticità dell'artista si rivela dunque come un'operazione di svelamento ontologico: rinunciando all'icona, l'opera si fa evento, un dispositivo di conoscenza che non descrive una verità esterna, ma produce un'epifania visiva e materica in cui il fare artistico e la riflessione filosofica convergono in un unico, indivisibile atto di comprensione dell'essenziale.L'indagine estetica e gnoseologica si sposta così dal piano della riduzione concettuale per situarsi interamente nella dimensione del sensorialismo materico, un ambito in cui la superficie pittorica si offre come un tessuto organico e pulsante, capace di rifondare lo statuto della percezione attraverso una radicale immersione nei sensi. In questa prospettiva, la materia non è intesa come semplice supporto inerte o veicolo subordinato a un'idea, ma si costituisce come il soggetto attivo di un'epifania sensoriale che rivendica il primato del corpo nell'atto dell'esperienza estetica. Paola Moglia opera una vera e propria decostruzione dell'egemonia oculocentrica che ha storicamente dominato l'arte occidentale, sostituendo alla distanza contemplativa dello sguardo ravvicinato un'attivazione sinestetica globale in cui la vista si fonde inevitabilmente con la dimensione aptica. La stratificazione dei materiali sulla tela, attuata mediante l'accumulo e la sedimentazione di elementi dalle spiccate qualità fisiche come gessi densi, idropitture corpose, colle e brandelli di tessuti, non genera una mera variazione chiaroscurale, ma determina una vera e propria topografia accidentata, un paesaggio epidermico che invita e quasi impone una reazione epidermica speculare da parte del percipiente. Questo sensorialismo materico si configura come una fenomenologia della presenza, dove ogni rugosità, fessurazione o asperità plastica non simboleggia la crisi o il trauma, ma celebra la concretezza ontologica del sensibile, offrendo allo spettatore un ancoraggio carnale che contrasta la progressiva dematerializzazione della realtà contemporanea. L'interazione chimica e fisica tra i diversi elementi genera un vocabolario di texture che dialoga direttamente con la memoria sensoriale profonda del soggetto, risvegliando sensazioni di calore, porosità, secchezza o levigatezza che precedono l'articolazione logica del pensiero. L'introduzione successiva delle componenti metalliche e dell'acciaio non attenua questa tensione sensoriale, ma ne amplifica la complessità diacronica e sincrona attraverso un cortocircuito percettivo di straordinaria intensità. Al calore opaco, assorbente e archeologico dei gessi e dei tessuti si contrappone la freddezza specchiante, respingente e dinamica del metallo, creando una dialettica termica e visiva che disorienta e ipnotizza i sensi. L'acciaio modellato cattura la luce non come fenomeno astratto, ma come materia vibrante in continuo mutamento, trasformando l'opera in un corpo reattivo che risente delle minime variazioni atmosferiche e della vicinanza fisica dello spettatore, la cui ombra e il cui riflesso entrano a far parte della carne stessa del quadro. Il colore, entro questa densa economia del sensorialismo, perde definitivamente ogni residuo di pura pigmentazione per farsi esso stesso materia sensibile: il rosso si impone come un'irradiazione termica che espande lo spazio e accelera la reazione percettiva, mentre il bianco agisce come un silenzio tattile, una stasi sensoriale che esalta le minime variazioni di grana e di spessore della superficie. L'arte di Paola Moglia si rivela pertanto come una rigorosa celebrazione del sensibile, un dispositivo estetico in cui il fare pittorico si traduce in un'archeologia dei sensi che restituisce all'uomo la pienezza della sua facoltà percettiva attraverso la pura, immacolata e potente presenza della materia.
Il sensorialismo materico si spoglia così di qualsiasi dialettica industriale per farsi indagine esclusiva sulla sostanza primigenia del fare pittorico, dove l'opera si offre come un corpo vivente che risponde soltanto alle leggi della gravità, dell'assorbimento e della sedimentazione. La superficie non conosce la durezza respingente o la lucidità artificiale; è invece una pelle vulnerabile e porosa, un'estensione epidermica che instaura con lo spettatore un rapporto basato sull'empatia della carne e sulla condivisione di una comune fragilità biologica. In questo regime di immanenza assoluta, il gesso e l'idropittura non sono semplici impasti stesi sul supporto, ma si configurano come una vera e propria materia geologica originaria, una crosta terrestre in miniatura che trattiene la luce entro le proprie cavità microscopiche, annullando ogni possibilità di rifrazione per celebrare il trionfo dell'opacità e della profondità cieca.L'inserimento dei tessuti, delle trame filari e degli stracci logori si integra in questa stratificazione senza generare alcun contrasto materico stridente, agendo piuttosto come un principio di coesione interna e di calore sordo. La stoffa, impregnata e quasi fagocitata dal legante calcareo, perde la sua connotazione di oggetto quotidiano per farsi fibra muscolare, tendine e venatura sotterranea che sostiene la massa pittorica e ne orienta le tensioni plastiche. Si compie così un totale azzeramento delle gerarchie visive tradizionali: il quadro non è più un dispositivo per mostrare qualcosa, ma è la cosa stessa, un palinsesto tattile in cui la memoria del fare si deposita strato su strato, esigendo un approccio percettivo che scardini il primato della vista a favore di una cognizione interamente aptica e corporea. L'occhio, guidato dalle variazioni di spessore, dalle rugosità e dalle irregolarità della grana, sperimenta la consistenza della superficie come se vi affondasse dentro, trasformando la contemplazione estetica in un'esperienza di contatto fisico e viscerale. Il colore, in questo contesto purificato da ogni riverbero, si identifica e si dissolve nella sostanza stessa che lo veicola, per cui il rosso si manifesta come un'irradiazione termica profonda, un calore tellurico e sanguigno che spinge dall'interno delle stratificazioni per affiorare sulla superficie come un'urgenza vitale pre-linguistica.Allo stesso modo, il bianco si emancipa da qualsiasi astrattismo concettuale o ideale di purezza ottica per farsi calce viva, polvere, osso e maceria, una materia-silenzio che non nasconde ma esibisce con orgoglio le proprie ferite epidermiche, le rughe e le fessurazioni da essiccazione come tracce indelebili di un tempo biologico interno che consuma e rigenera l'opera dall'interno, dimostrando che la radicale rinuncia a ogni elemento esogeno non è una limitazione espressiva, ma la conquista di una densità ontologica ed esistenziale assoluta. Questa radicale purificazione materica trova la sua naturale e necessaria evoluzione nella modulazione cromatica totale e nel superamento definitivo della stasi geometrica, compiendo una transizione cruciale in cui la sospensione dell'astrattismo codificato cede il passo alla fluida e viscerale urgenza dell'informale. In questo stadio avanzato dell'indagine epistemologica, lo spazio pittorico si emancipa dalle rigide griglie formali e dalle geometrie razionali dell'astrazione classica — intese come sovrastrutture mentali distanti dalla verità biologica — per farsi luogo dell'accadimento puro, dove la forma non precede l'atto ma si genera direttamente dal corpo a corpo con la sostanza calcareo-tessile. L'astrattismo viene così sospeso e messo tra parentesi, congelato in una transizione che ne rifiuta il distacco intellettualistico per abbracciare la fenomenologia dell'informale, inteso come territorio dell'immanenza assoluta dove la materia non obbedisce a un disegno prestabilito, ma si manifesta nella sua nuda, caotica e potente presenza originaria. Entro questo nuovo statuto ontologico, la totalità dello spettro cromatico si spoglia di qualsiasi funzione decorativa, simbolica o illustrativa per assimilarsi integralmente alla densità corporea della superficie, trasformando ogni pigmento in un operatore energetico e sensoriale autonomo. Il colore non è più applicato sopra la materia, ma è la materia stessa che si colora dal profondo, generando un ecosistema visivo in cui le variazioni tonali coincidono con le variazioni di spessore, di grana e di calore della crosta pittorica. Il rosso si imponecome la pulsazione prima, un’irradiazione tellurica e viscerale che rompe il silenzio della tela con la forza di un flusso ematico o di una lava sotterranea, accelerando il tempo percettivo dello spettatore e costringendolo a un impatto emotivo pre-razionale. A questa tensione energetica si affiancano le tonalità più oscure e terrose, i bruni e i neri che evocano la profondità cieca della terra dissodata, il fango e la sedimentazione geologica, agendo come zone di assorbimento luminoso totale in cui lo sguardo sprofonda senza trovare appigli visivi. Il rosso e le sfumature intermedie si configurano invece come densità atmosferiche e fluide, transizioni sensibili che ammorbidiscono la rigidità del gesso e introducono una dinamica di fluttuazione e di dilatazione spaziale all'interno del quadro. Il bianco, infine, non rappresenta il vuoto o l'assenza di colore dell'astrattismo analitico, bensì il grado zero e la saturazione della materia-silenzio: calce viva, gesso polveroso e osso che trattengono la memoria del fare e mettono in mostra le fessurazioni, le crepe e le rughe della superficie come ferite vive del tempo biologico. Questa sinfonia di tutti i colori, immersa nel flusso dell'informale, non descrive un mondo esterno né postula un ordine ideale, ma celebra l'evento puro della visione, offrendo all'uomo un palinsesto tattile e cromatico in cui la coscienza si dissolve nella carne stessa della pittura per ritrovare l'essenza invisibile e originaria dell'essere.
Gianfranco Pugliese è con Paola Moglia presso MAM - Museo delle Arti e dei Mestieri. Cosenza, Calabria
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Paola Moglia. 1963, Cremona. Dirompente Energia. Gesso, pietra pomice, colla, idropittura, colore acrilici su tela - Siamo di fronte a un'opera d'Arte, della Pittrice, il Maestro, Paola Moglia. L'opera e' costituita da due tele in lino, quadrangolari, di chiara matrice geometrica euclidea, costituenti appunto il dittico in menzione.
La pittura infuocata caratterizza la pratica artistica della pittrice in quest'opera in menzione, sicche' tale avvertenza tecnicista, puo' benevolmente essere inserita nelle attente ricerche artistiche di tutti i pittori aniconici di ogni tempo e luoghi manifesti e non piu' manifesti della realta' fenomenica.
Perciocche' si deduce adunque il fatto che, la visione infuocata che, l'anima vegetante della pittrice, Moglia, e' capace di percepire nei suoi inconsci piu' reconditi e pacifici sia essa stessa ontoverificabile nella sua vasta produzione artistica, all' interno della realta' fenomenica, ove si palesano nel quadro in alto le svariate fiamme del Fuoco Alchemico Manifesto che, brucia di continuo, solo nelle anime vegetanti di alcuni esseri psichici piu' risoluti e tranquilli, facenti parte dell'umanita' recaltrante.
Gli sfumati pittorici contribuiscono in uopo di ontoverificare il quasi biditridimensionalismo pittorico di possibili dimensioni psicoallucinanti che, la pittrice suddetta, e' in grado di percepire nella sua anima vegetante nella Somma Solitudine del Suo Atelier di Casa.
Le linee esili o massive di un primo disegno di base ontoconcretizzante fatte a matita o altro di differente, non sono quasi mai impiegate dall'estro artistico della pittrice in questione e ne' quantomeno evocanti l'ontosignificazione delle complesse forme antropiche o animali tutte, nonche' degli obiecta stessi che, da sempre, accompagnano l'esperianzialita' di vita dell'umanita' recalcitrante, pellegrina ed esistente come altre specie viventi sulla superficie del pianeta terra manifesto e giammai presente nei suoi multiuniversi ultraterreni.
Gli aniconismi pittorici, tentano di autodissolversi nel loro supremo esito ontologico, ma non lo fanno, per volonta' stessa della pittrice, poiche' cotali aniconismi, rappresentano simbolicamente la liberta' stessa di Spirito e di animo Supremo della Pittrice in questione, e null'altro di differente che, possa palesare delle forme di distrazioni psicologiche nei confronti dei possibili osservatori delle sue opere, nel momento in cui ognuno di essi e' capace con la propria anima e il proprio corpo di ontoconcretizzazione antropico di sostare nei medesimi spazi ontologici accoglienti loro stessi e l'opera manifesta, qui in menzione.
Il dittico e' stato ispirato dalle idee di Gioacchino da Fiore, abate e profeta che la Chiesa non ha mai condannato o accetto in completezza. Nel dittico tutto ribolle nonche' il rosso manifesto e' il simbolo stesso dell'amore ruggente e della ricerca della Verita' di Se Stessi e del proprio significato di Vita nella stessa realta' fenomenica, sensazioni psicologiche queste, dettate dalla razionalita' di ogni soggetto psichico, facente parte dell' umanita' recalcitrante.
Le lingue di fuoco dello Spirito Santo si possono percepire in alto, sulla tela superiore del dittico, nonche' lo Spirito Santo e' parte costituente del Padre e del figlio della Trinita' Storica meditata ossessivamente, quando era in vita, da Gioacchino da Fiore.
Inoltre le lingue di fuoco dipinte nel quadro dalla Moglia sono quattro, e rappresentano appunto i quattro punti cardinali, nord, est, sud ed Ovest, e cio' sta a significare che lo Spirito di Dio, Crea, Sottende e Sorregge con le sue energie benevole la totalita' del Creato.
Oltre allo Spirito Santo queste lingue di fuoco potrebbero rappresentare i Sigilli del libro dell' Apocalisse.
I sigilli dell'Apocalisse sono sette simbolici sigilli che chiudono un libro, o una pergamena, tenuto in mano da Dio nella visione dell'evangelista Giovanni, descritta nell'Apocalisse di Giovanni (capitoli 5-8). Rappresentano giudizi divini e tappe della storia della salvezza, scatenando catastrofi, i quattro cavalieri, e infine il silenzio prima del giudizio finale, svelando il piano di Dio.
Questi sigilli si aprono nel tempo uno alla volta, e quelli che sono rimasti appunto chiusi sono in quattro, ossia quelli dipinti nel primo quadro superiore dalla Moglia, mentre gli altri tre si sono aperti e hanno riversato i loro colori aniconici gialli, rosso, attorno alla terra, percepibile la sua superficie di colore marrone con delle micromacrocromo chiazze aniconiche dipinte al centro della tela in basso del dittico.
Questi sigilli aprono la strada agli eventi finali della storia umana, segnando la progressione dei giudizi di Dio contro l'iniquità e favoriscono di seguito di palesare la luce e le l'energia benevole contenuta nell' anima di ogni creatura del pianeta terra manifesto.
Jean-François Bachis-Pugliese, Archivista, Semiologo e Critico d'Arte, nonche' Esperto e Perito d' Arte della Camera di Commercio della Provincia di Cosenza. Copyright 2025.Tutti I Diritti Riservati
Gianfranco Pugliese è con Paola Moglia presso Marca - Museo delle Arti di Catanzaro., Calabria. https://www.facebook.com/share/p/17ydwyZpNZ/
Paola Moglia. 1963, Cremona. Il volo di Icaro - Idropittura, colori acrilici, gesso in polvere, pietra pomice, colla su tela - Misure portanti di100x100cm per ognuna delle tre tele. ( Trittico) Anno 2025.
l'Aniconismo pittorico, suggestiona di continuo l'anima vegetante della Pittrice, Paola Moglia, nonche' tal fatto e' palesato adunque anche in questo suo trittico in menzione, realizzato in memoria delle stesse esperienzialita' di vita del giovane Icaro, figlio di Dedalo e della schiava di Re Minosse, Naucrate.
Conciossiacosa che, si deduce il fatto che, cotale avvertenza tecnicistica palesata attraverso l'estro artistico della pittrice Moglia, basata appunto sull' aniconismo pittorico, ponga in essere semanticamente dei concetti inerenti a evocare l' estromissione totalizzante della classica prigionia della forma geometrimatematecizzata, preferendo accio' l' ontognificazione diretta sulle tre superfici delle tre tele sopraddette, quadrangolari, di chiara matrice geometrica euclidea, di svariate cromotraspaluminescenze aniconiche, in continuo trasmutazionismo pittorico, capaci in uopo di accidentalizzarsi in complesse autoevaporizzazioni pittoriche di colore rosso, grigio, blu e celeste manifeste biditridimensionalmente sempre sulle tre superfici delle tele in questione.
Perciocche' si palesa il fatto che, il colore celeste e il colore blu rappresentino delle "sostanze spirituali" che vivacizzano l' anima vegetante dello stesso Icaro, sicche' il mare di colore celeste rappresenta la sua agitazione d' animo mentre il blu, il cielo e la sete di conoscenza. Il rosso, rappresenta la vulcanicìta' e ipertensione psicologica di Icaro, che vuole sfidare i limiti imposti dagli dei, per superarli e trasmutarsi sostanzialmente come uno dei tanti dei sopraddetti. Icaro si percepisce nel quadro centrale del trittico, di colore bianco traspaluminescente, mentre vola in alto dei Cieli. Icaro in effetti e' la stessa figlia di Minosse, appunto Arianna, colei che donera' a Teseo il filo da seguire per non smarrirsi dopo aver ucciso il Minotauro, all'interno dei corridoi del labirinto.
Arianna e' la figlia di Minosse e di Pasifae, nonche' sara' colei che si invanghìrà del toro bianco che fu regalato a suo marito, sicche' dal rapporto d' amore fra Pasifae e il toro bianco nascera' il Minotauro, appunto il fratellastro di Arianna, mezzo uomo e mezzo toro.
Saputo cio' Minosse dall' imbarazzo, fece costruire il labirinto al suo architetto di fiducia, appunto Dedalo, padre di Icaro, per rinchiudervici dentro il Minotauro.
I Greci per non essere attacati dai Cretesi furono obbligati a versare come tributo ogni anno a Minosse i loro giovani, per darli in pasto e in sacrificio al Minotauro stesso. Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, decise personalmente di recarsi all'interno del labirinto per uccidere il Minotauro, per far cessare questi sacrifici.
Giunto a Creta, la figlia di Minosse, Arianna, si innamora di lui, e gli da un gomitolo di lana per ritornare vivo e vegeto dopo che avra' ucciso il Minotauro e uscire così dal Labirinto.
Ecco che Teseo rappresenta la forza di Arianna che uccide le sue paure di ragazza, simboleggiate appunto da questo mostro psicologico che e' appunto il Minotauro stesso.
Teseo una volta fuoriuscito dal labirinto si trasforma in Icaro, ed e' Icaro stesso che rappresenta la sete di conoscenza di Arianna e che vuole a tutti i costi rubare il fuoco agli dei, ma per questo suo peccato di "hybris', verra' punito/a per essersi troppo avvicinato/a al sole, dove la cera che tenevono unite le piume della ali di Icaro squagliera', con la conseguenza di farlo cadere nelle oscurita' piu' profonde e oscure del mare Egeo.
Quindi Arianna rappresenta simbolicamente il punto iniziale di una retta, mentre Icaro quello finale, che volle a tutti i costi trasformarsi in una linea infinita senza limiti e confini. In effetti la pittura aniconica della pittrice Moglia, estromette ogni tipo di linea di contorno esile e massiva che possa favorire la perimetralizzazione di tutti i cromatismi che sono stati utilizzati da lei stessa per costituire l' artisticizzazione di queste sue tre tele in questione, costituenti appunto il trittico in menzione.
Tutti i colori aniconici rappresentano appunto la Quintaessenza dell' anima vegetante di Arianna che si "iposticizza" in Teseo, e Icaro, ma nello stesso tempo anche in Minosse, in Naucrate, in Pasifae, nel Minotauro e in Dedalo. In effetti tutti questi personaggi sono una sola persona, appunto Arianna.
La pittrice Moglia non ha rappresentato un Icaro perdente, ma un Icaro in continuo movimento e con la sua sete di innalzarsi sempre di piu' alla destra degli Dei.
L' Icaro di Paola Moglia non e' un perdente e quantomeno un vittorioso, ma solo un ottimo e istancabile viaggiatore che si dirige verso un futuro radioso e tranquillo tutto da scoprire.
Jean-François Bachis-Pugliese, Archivista, Semiologo e Critico d'Arte, nonche' Esperto e Perito d' Arte della Camera di Commercio della Provincia di Cosenza. Copyright 2025.Tutti I Diritti Riservati
Pugliese Gianfranco Critico d' arte e Artista sullo sfondo "L'energia della Terra" di Paola Moglia.
Jean-François Bachis-Pugliese, Archivista, Semiologo e Critico d'Arte Emerito
Siamo di fronte a un' opera d' Arte, della Pittrice, il Maestro, Paola Moglia.
L'opera e' costituita da una tela in lino, quadrangolare, di chiara matrice geometrica euclidea, costituente appunto l'opera in menzione.
La pittura infuocata caratterizza di continuo la pratica artistica della pittrice in questione, sicche' tale avvertenza tecnicista, puo' benevolmente essere inserita nelle attente ricerche artistiche di tutti i pittori aniconici di ogni tempo e luoghi manifesti e non piu' manifesti della realta' fenomenica.
Perciocche' si deduce adunque il fatto che, la visione infuocata che, l'anima vegetante della pittrice, Moglia, e' capace di percepire nei suoi inconsci piu' reconditi e pacifici, sia essa stessa ontoverificabile nella sua vasta produzione artistica, all' interno della realta' fenomenica, ove si palesano di continuo le svariate fiamme del Fuoco Alchemico Manifesto che, brucia di continuo, solo in alcuni esseri psichici, piu' risoluti e tranquilli, facenti parte dell' umanita' recaltrante.
Gli sfumati pittorici contribuiscono in uopo di ontoverificare il quasi biditridimensionalismo pittorico di possibili dimensioni psicoallucinanti che, la pittrice suddetta, e' in grado di percepire nella Somma Solitudine del Suo Atelier di Casa nella sua anima vegetante.
Le linee esili o massive di un primo disegno di base ontoconcretizzante fatte a matita o altro di differente, non sono quasi mai impiegate dall'estro artistico della pittrice in questione e ne' quantomeno evocanti l'ontosignificazione delle complesse forme antropiche o animali tutte, nonche' degli obiecta stessi che, da sempre, accompagnano l'esperianzialita' di vita dell'umanita' recalcitrante, pellegrina e unica esistente sulla superficie del pianeta terra manifesto e giammai presente nei suoi multiuniversi.
Gli aniconismi pittorici, tentano di autodissolversi nel loro supremo esito ontologico, ma non lo fanno, per volonta' stessa della pittrice, poiche' cotali aniconismi, rappresentano in guisa la liberta' stessa di Spirito e di animo supremo della Pittrice in questione, e null'altro di differente che, possa palesare delle forme di distrazioni psicologiche nei confronti dei possibili osservatori delle sue opere, nel momento in cui ognuno di essi e' capace con la propria anima e il proprio corpo di ontoconcretizzazione antropico di sostare nei medesimi spazi ontologici accoglienti loro stessi e l' opera manifesta, qui in menzione.
** " Non moltiplicare gli enti se non sono necessari" Guglielmo da Okkam ***
.. Jean-François Bachis-Pugliese, Archivista, Semiologo e Critico d'Arte Emerito, nonche' Esperto e Critico d' Arte della Camera di Commercio di Cosenza.
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