Caggia Sara

Gaggia Sara

Filosofo

"Spezie di Vita" di Paola Moglia

a cura di Sara Gaggia

Voglio essere sincera, non so niente di arte e sono anche una delle, purtroppo tante, persone alle quali non interessa l'arte astratta: semplicemente perché non la capisco, non so leggerla!

E se un amico mi portasse, senza dirmelo, a una mostra di quadri per me strani penserei subito: “Ma cosa faccio io qui!?!” e brontolando gli direi: «Cosa mi ci hai portato a fare!?!» E per me questo libro è un quadro astratto...

Quindi quando il nostro caro Claudio Ardigò mi ha invitato a leggerlo e poi a parlarne, mi son detta: “Perché l'ha chiesto a me, cosa c'entro io!?!”. Poi però ho capito!

In questo libro lei racconta la sua vita, le sue esperienze, le pazzie della gioventù, del primo amore, dei suoi studi, racconta il suo lavoro, la vita a Milano, i suoi numerosissimi viaggi per il mondo; parla di sua figli, della sua famiglia, dei suoi amici più cari.

Definire però quest'opera una bibliografia credo che sia riduttivo e non esatto.

Riduttivo perché, questo libro, vuole essere molto di più.

E non esatto anche perché quest'opera è priva di capitoli e per questo la definirei più un lungo monologo che una bibliografia: un lungo monologo di una donna entusiasta della vita.

Un lungo monologo attraverso il quale la scrittrice descrive il suo modo di vedere la realtà e, di conseguenza, la sua arte.

E' come se la scrittrice avesse per un attimo sostituito i suoi pennelli con una penna: per poi sedersi davanti al lettore e spiegare i suoi colori.

Come se avesse preso i suoi quadri appesi al muro e li facesse parlare con quest'opera: parlare sì a chi già li ascolta, ma soprattutto, secondo me, parlare a chi neanche si immagina che possano avere voce.

Tre cose mi hanno colpito e ho apprezzato di questo libro: - il buon cibo, le spezie, le marmellate, il cucinare, le numerose descrizioni delle squisite e abbondanti colazioni, dei pranzi, degli spuntini... A parte che viene fame, ma queste immagini, queste sensazioni, riempiono la mente di odori, di profumi, di luce e di colori.

L'insegnamento, che scende piano piano nel lettore, senza che lui se ne accorga, è di guardare la vita da un punto di vista positivo.

Ed è di osservare bene, perché, con l'aiuto anche dell'immaginazione, si possono vedere spessori e immagini anche là dove non ci sono, si possono sentire profumi e sapori anche là dove non esistono, come su una tela dipinta. O forse è meglio dire che esistono ma esistono in un'altra forma. Esistono come possono esistere mille sapori in un (cito): “profumo dalle forme geometriche coloratissime, da mettere nella borsa, sfizioso per tutte le giornate”. I nostri sorrisi così sì che arricchiranno le nostre giornate. - la quasi assenza di negatività, di racconti di brutte esperienze, che comunque la scrittrice, come del resto tutti, hanno, purtroppo ci sono.

C'è una battuta... quando si chiede «Ma perché scrivi solo cose tristi?» Risposta: «Perché quando sono sereno esco!» Qui invece i momenti difficili vengono solo accennati, quasi che si vogliano non cancellare ma svuotare del loro peso, per riempire di importanza il bello, il buono. Per mettere in evidenza, far prevalere, solo il sapore che ti soddisfa.

Per ricordarsi e raccontare di più i momenti felici e di gioia, che quelli brutti.

Le spezie secondo me sono questo: un pizzico di polvere vivace, e anche un po' magica, da cospargere sui nostri pensieri.

Infine, mi sono piaciute le parti con il tema del silenzio, del bisogno di pace attorno a se per sentire anche i movimenti della propria mente. Tema del silenzio legato molto, forse di più, all'implicito bisogno di rallentare, di avere pensieri che procedono lenti per riuscire a gustarli meglio e per poterli assaporare più a lungo. La scrittrice infatti quando riflette racconta che accende la musica. Non cerca il silenzio, ma un ritmo diverso.

E quando si immerge per esempio fra i pesci variopinti del mare, nel verde di un prato, nel giallo del deserto o nell'azzurro di un fiume, quando si immerge nei colori di Dio, parla di silenzio, ma se si chiudono gli occhi, si capisce che dentro a quei dipinti, immersi in quei paesaggi, la musica rimane: è semplicemente composta da più pause. E solo lì, in un ritmo lento, si può diventare un tutt'uno con tutto: con l'esterno ma anche con il nostro cuore dentro di noi. E lo spazio così si può sistemare con molto sapore, e farlo diventare colorato.

Personalmente, l'intuire la presenza implicita dell'importanza del rallentare, nascosta dietro al tema del silenzio, l'intuire il modo giusto per ascoltare la musica vera, per nutrirsi della voce vera della Realtà, l'ho sentito come una conquista.

Due cose invece durante la lettura mi hanno infastidito. Due cose però che poi ho apprezzato perché ho capito il motivo della loro presenza: - il ritmo veloce del libro, a volte veramente troppo veloce. La scrittrice quasi paradossalmente rallenta, osserva, scompone; ma poi, per descrivere tutto l'insieme delle cose che ha percepito, corre.

E' una donna che ha tanta voglia di raccontare, di trasmettere il più possibile. Usa la sua parte di cuore innocente come quello di un bambino, e parla. Come una bambina che freme, che ha tanta voglia di parlare: parla, parla, parla. Parla del suo grande amore, che ama incondizionatamente: parla della vita; e qui la dipinge profumata. Lo dovremmo fare tutti! - Alla velocità di questo monologo, si unisce anche la mancanza di linearità. La mancanza di quel ritmo, scansione, organizzazione che danno i capitoli aiuta a creare un susseguirsi rapido di presente, ricordi, riflessioni, progetti, ancora di presente, di sogni, ancora di ricordi, immagini, emozioni...

La retta del tempo si piega, si contorce, e ci si perde un po'. Dopo lo smarrimento però si capisce che non è importante, che non è importante se una pennellata sia stata dipinta prima o dopo un'altra: quello che conta è l'opera finale.

In questo libro ognuno può trovare quello che gli piace.

Per esempio a me è piaciuto la paura e poi il lieto fine dell'avventura a Zanzibar con la figlia (pag. 38). Mi piace il pezzo “ […] ci perdemmo, ci ritrovammo sole senza guida. Giulia subito agitata, spaventata dal non riuscire a rientrare nel villaggio; io tranquilla e sicura le dicevo di non preoccuparsi: non sono queste le cose gravi.”

Alla fine del libro abbiamo il suo quadro “Paesaggio interiore”.

Un quadro astratto davanti al quale io, per la prima volta, sento il suo richiamo e mi fermo: rallento, osservo, scompongo, ascolto, assaporo, comprendo, scopro le esili striscioline nera e le altre macchie nere quasi invisibili, cerco anche un particolare, per dire: «Ecco, questo angolino è quello che mi piace di più!».

E penso: “Questo Paesaggio interiore tutto colorato... Vorrei che fosse il mio!”

Sara Gaggia