Arrigoni Nicola

Arrigoni Nicola

Critico Letterario

Se la materia è colore che squaderna anime e orizzonti

Un viaggio nell’arte tattile di Paola Moglia

di Nicola Arrigoni

«La mia amica Paola», così dice Stefano, ragazzo di undici anni che si fa chiamare da tutti Fo. Paola Moglia è la sua amica da quando nel salotto di casa ha un suo quadro. Ogni tanto si ferma a guardarlo e poi, istintivamente e quasi di nascosto, lo tocca. Lo sa che i quadri non si toccano, ma si guardano. Glielo insegnano a scuola, durante l’ora di educazione artistica fra un lavoretto, un disegno e un po’ di storia. Ma con il quadro ‘marino’ di Paola Moglia le cose cambiano, accade qualcosa. L’istinto è quello di toccare, di seguire con le mani le ‘escrescenze’ del colore, di percepire al tatto il lucido del bianco che fa da contrasto con l’opaco materico del blu intenso striato che si perde in un cielo latteo, un orizzonte metafisico, eppure così concreto. Le crepe del colore, l’improvviso emergere di un rosso che arriva chissà da dove in questo viaggio cromo/materico sono una tentazione al tatto a cui Fo non si sottrae. Sarà forse per quel nomignolo ‘Fo’ che può richiamare la prima persona singolare del verbo ‘fare’, se vi si aggiunge un apostrofo, ma sta di fatto che la tensione al toccare è direttamente connessa all’agire e al fare. Ed è da qui che sembra interessante partire per raccontare dell’arte di Paola Moglia, dell’invito a toccare, ad agire, un invito implicito nel fare arte, nell’azione della pittrice e nella sua formazione in cui la creatività ha sempre assunto una sorta di specifico concreto, oggettivante.

Oggetti e soggetti: un itinerario del fare

Oggettualità e soggettività sono un tutt’uno nell’opera di Paola Moglia. Le opere degli ultimi quindici anni almeno sono il frutto di un percorso che fa dell’arte, ovvero della tecnica del fare, un filo conduttore della formazione di Moglia e delle sue esperienze professionali. Senza concedere troppo al biografismo, pare comunque interessante sottolineare come al di là di una precoce vocazione alle arti grafico/pittoriche coltivata con passione nell’infanzia, Moglia persegua la sua propensione alla creatività artistica con itinerari formativi coerenti e arricchenti. Frequenta dopo la maturità artistica la Scuola Internazionale di Grafica Incisoria a Venezia e, in seguito, la Scuola Politecnica di Design di Milano, sotto la guida di Bruno Munari.

Ciò che aiuta a inquadrare l’agire e la prospettiva che sposta l’oggettualità nella soggettività di Moglia è accennare alla professione di art director presso alcune agenzie pubblicitarie del calibro di DMB & D di Milano con clienti quali FIAT e Surgela, della Compagnia dell’Immagine gruppo Timberland di Milano con prodotti e accessori Timberland, Clarks, Costumi Catalina e abbigliamento e l’Agenzia New Time di Bologna all’interno della quale Moglia ha curato l’immagine di alcuni importanti clienti come Grigio Perla, Credito Romagnolo, Hatu-Ico profilattici, Zueg, Mandarina-Duck, Les Copains. Tutto ciò si crede interessante non solo per tracciare il percorso professionale dell’artista, ma soprattutto per mettere in relazione ciò che fa con la necessità di incontrare e forse ‘sedurre’ lo spettatore che si ritrova davanti alle sue tele, non confinandolo all’esperienza del vedere, ma inducendolo ad agire, a muoversi, a toccare, ad esperire concretamente ciò che vede. Dopotutto questo è quello che fanno i pubblicitari: attraverso l’immagine spingere lo spettatore/cliente a far propri quegli oggetti, abiti, macchine che siano.

In questo si crede di poter leggere la tensione di Moglia a sforare la superficie del quadro, a proiettarla verso lo spettatore quasi facendone un oggetto da prendere, far proprio. In questo senso l’azione pittorico/scultorea di Paola Moglia oggettivizza il manufatto artistico e al tempo stesso chiede al suo fruitore di mettere in movimento la sua soggettività, di farsi partecipe con lo sguardo e non solo di un viaggio espressivo che si completa nella partecipazione di chi guarda. Ma si diceva che l’approccio all’informale dell’ultima Moglia è il frutto non di un’istintualità pittorica, di una sorta di action painting un po’ naif, ma è l’approdo di un itinerario di pratica ed esperienza che ha condotto la pittrice a elaborare e formalizzare una sua estetica espressiva che non cessa di tendere a nuovi orizzonti. Per questo – non ce ne voglia l’interessata – sembra importante guardare al primo fare pittorico che coincide con l’esperienza della grafica e dell’esercizio delle copie d’autore.

Copiare per smontare e ri-creare

E’ solo nella cultura occidentale che il copiare è azione disdicevole, rispetto alla necessità di produrre opere originali ovvero che vanno alle origini di un sentire e di un essere che si vorrebbe sempre e comunque unico, anche quando non lo è. Per altre culture – soprattutto orientali - il ‘copiare’ è un’arte a tutti gli effetti ed è il modo più naturale per apprendere e sapere. Copiando si impara, copiare è un’arte. Senza dubbio lo è stato per Paola Moglia che ha esperito l’azione pittorica prima nei componimenti di grafica, al confine con la sua professione di art director pubblicitaria, poi con la realizzazione delle copie d’autore che ancora sono nella sua casa dei quadri, rimanenze di una prassi pittorica che ha caratterizzato alcuni anni della produzione dell’artista.

Le opere di grafica permettono a Moglia di esperire lo spazio e l’armonia dei volumi oltre che il gioco dell’abbinamento dei colori, accade in Lettere nello spazio, in Equilibrio, piuttosto che in Cromatismi. Con le copie d’autore Paola Moglia fa un passo ulteriore e si immerge nel colore, nelle forme, nel racconto e nella prassi esecutiva. Dagli iris e dai girasoli di Van Gogh, alle scene polinesiane di Gauguin, fino alle forme generose delle donne di Botero, i ‘falsi d’autore’ di Paola Moglia sono testimonianza di un viaggio all’interno dell’azione del colore e del disegno come narrazione. Si ha come l’impressione che il realizzare le copie di quadri della grande tradizione artistica europea sia una sorta di banco di prova, un esercizio di pratica che non esclude libere e personali reinterpretazioni. Ma anche nelle copie realizzate da Moglia persiste il colore come tratto narrante, come strumento che dice e che esprime. In questo affidarsi all’esperienza degli impressionisti in un’opera di mimetismo d’autore, la pittrice fa esperienza, si mette alla prova, copia per essere.

E’ come se volesse entrare nelle tele di cui ripropone la riproduzione, una copia autorale, in cui l’artista mette di sé l’azione e la dedizione, fino all’apparente abnegazione dell’io per prestarsi a perpetuare la maestria dei grandi pittori fra XIX e XX secolo. Committenze e suggestioni muovono questa azione di apprendimento per emulazione. Ma lo spirito della creatività e dell’originalità – ovvero del portarsi verso l’inizio dell’urgenza di sé – spingono e urgono, ma devono passare – con umiltà e più o meno accesa consapevolezza – dalla porta stretta del fare pittorico, del copiare per provarsi.

E’ come se Paola Moglia avesse voluto imporsi una sorta di apprendistato accademico, come capitava a chi andava a bottega. Moglia è andata alla ricerca della sua ‘bottega d’autore’ e l’ha trovata nei grandi capolavori dell’impressionismo e non solo, ma anche nella committenza che le ha ‘ordinato’ le tele. In questo senso si ripresenta la necessità di Moglia di vivere l’atto pittorico come atto di servizio nei confronti di un committente – per le copie d’autore -, ma anche del suo intimo sentire per quanto riguarda la necessità di fare pratica. Da questo apprendistato volontario matura pian piano e con incosciente consapevolezza la decisione di staccarsi dall’assolutezza delle forme grafiche e dalla narrazione indotta dalle copie d’autore per esperire il colore allo status materico, per spiccare il volo, dare voce iconica alle inquietudini della sua anima e alla necessità di inventare orizzonti nuovi solo col gesto del fare arte.

Da qui lo scarto e la conquista dello spazio bianco della tela che diventa terreno su cui far germogliare immagini, forme, colori, materie che scottano e vogliono potentemente essere. Ecco che il colore e la materia pittorica diventano gli strumenti di un atto demiurgico, di una rivelazione pratica di come l’agire possa collimare col sentire, il colore con i moti dell’anima di chi fa.

La Casa dei quadri

E’ una villetta anni Cinquanta, è la custode dei racconti cromatici di Paola Moglia. Le tele accatastate, appoggiate a un divano, piuttosto che a una credenza invadono lo spazio domestico e possibilmente lo ampliano, nel chiaroscuro di una casa con le tapparelle che fanno entrare qualche spiraglio di luce. Ecco la luce che accarezza le tele, mostra e fa esplodere i colori di una produzione copiosa che racconta di un essere e ri-essere, tentare e ri-tentare per individuare la segreta voce dei colori che schiudono i moti dell’anima. E dopotutto è questo che va narrando la pittura/scultorea di Paola Moglia. Lo fa in Paesaggio interiore in cui i colori sembrano graffiare la tela, emergere come segni sotto l’anima imbiancata. Ne Il mare i colori sparigliano le carte, il cromatismo dell’orizzonte si fa un tutto in cui emergono il rosso del tramonto, il blu delle acque senza soluzione di continuità, mentre in Sensualità le striature cromatiche si fanno morbide, fino a regalare una forma di donna appena accennata in Seduzione. In questi lavori del 2013 Paola Moglia s’avvia alla presa di coscienza del colore come strumento maieutico di un sé che s’imprime sulla tela e germoglia e dà i primi frutti già nel 2014. E i germogli materici sbocciano con tele come Dalla Terra al Cielo, l’Alba, Tempesta di Mare, Mare in burrasca e Divenire della materia, Riflesso d’acqua, La materia prima del cielo. Già nei titoli – fortemente evocativi – si avverte una tensione non tanto descrittiva, ma elusiva, il tentativo di trasformare in parole l’azione pittorica, il posarsi istintuale del colore sulla tela, il suo farsi segno in maniera autonoma, il farsi traccia di un mondo e un moto dell’anima di cui Moglia cerca un bagliore cromatico.

I riferimenti al mare, piuttosto che al Vento del deserto sono evocazioni che raccontano di paesaggi metafisici, che oltrepassano la natura. Il bianco squillante è rotto da inserti di blu, di giallo o di tenue verde, o ancora in Inconscio il colore si fa materia, emerge dalla tela, è lì in tutta la sua potenza e consistenza che chiama al tatto come accade per il Sole dell’anima in cui diverse deposizioni di materia pittorica costruiscono una sorta di orografia da percepire con i sensi, fino a definire con una sorta di campitura rothkiana un Tramonto sul deserto in cui diverse tonalità di rossi e arancioni dialogano con un bianco mediano. Coesistono i quadri materici con le tele in cui il colore si diluisce e sembra far intuire una forma, una donna ripiegata su di sé, piuttosto che un tenero abbraccio. E’ come se improvvisamente nell’agire pittorico di Moglia ci fosse la necessità di fare emergere antichi racconti, è come se il grumo cromatico che appesantisce la tela e ne fa una scultura pittorica ad un certo punto e in un certe opere fosse spazzato via, diluito con pennellate gentili per fare mergere forme o semplicemente delicate emozioni cromatiche come in Surfing o Tramonto dopo la tempesta. Non mancano però forti ed energiche pennellate sul colore diluito che danno corpo ad eruzioni di giallo e rosso per un vulcano geometrico, oppure a tracce spesse di materie per Cespugli marini su uno sfondo azzurrino diluito di tranquillità.

Nella Casa dei quadri i racconti di Moglia, tela dopo tela, dicono di un’inesausta tensione a provare e riprovare, una necessità di forzare la materia pittorica, la superficie della tela che può farsi lenzuolo e ferro ossidato, il gesto della pennellata. Ecco allora che ad un certo punto – epifania emergente dai colori – un corpo di tela/carta gessata dà consistenza materica alle forme intuite nelle opere precedenti. Accade questo in Seduzione cromatica. E’ possibile allora stupirsi davanti ad una crocifissione in bianco, è possibile intuire in quella carta posizionata e immobilizzata da colle e resine un corpo di donna, una donna che seduce o prega, un altorilievo che fa delle ultime tele di Paola Moglia oggetti d’arte, sculture pittoriche. Nel caso dell’ultima prodizione su ferro e grata di ferro e cartone in cui la matericità non è solo del colore ma del supporto stesso che dà spazio all’azione compositiva che definire pittorica sarebbe riduttivo. Le tele sormontate da una teca di plexiglass imprigionano L’essenza della donna, piuttosto che La rinascita dello spirito, titoli questi che imbrigliano una composizione che stupisce, che invita al tatto, a toccare quella carta collata con le mani, ma il desiderio è inibito dal plexiglass che ci taglia fuori, ci costringe alla distanza, come se Moglia suggerisse che certe epifanie necessitano di essere osservate, guardate alla distanza, pena il loro inesorabile dissolvimento. E sempre il segno di quella carta/colata si fa in altre tele emersione, traccia in rilievo di una tensione materica cui sta scomoda la bidimensionalità della tela. E proprio come emersioni archeologici si pongono le conchiglie, i gasteropodi di Moglia, tracce fossili su tappeti policromatici che dicono ed evocano, che raccontano di un passato reso squillante dai colori, passato che si rivela allo spettatore come inatteso e un po’ enigmatico eppure coinvolgente.

Nicola Arrigoni

EssereTempoMateria

Dialogo fra Brunivo Buttarelli e Paola Moglia

Tentativo di premessa a cura di Nicola Arrigoni

«Il passato continua a scorrere in noi in cento onde, noi stessi non siamo altro che se non ciò che in ogni attimo sentiamo di questo fluire». Le parole di Nietzsche raccontano di un fluire del passato nel nostro vivere presente, attimo dopo attimo. Il nostro stare è costruito dal percepire questo flusso. Ecco le parole del filosofo possono introdurre EssereTempoMateria, quasi uno scioglilingua, tre parole saldate insieme, ma individuabili nella separazione data dalle maiuscole. Non solo un vezzo grafico, ma un pensiero che va cercando quel fluire che si compie nella consapevolezza dell’essere, nello scorrere del tempo e nella trasformazione della materia, messa in atto dall’arte, la tecnica che sa costruire oggetti. Ecco allora che il dialogo fra due artisti apparentemente distanti per formazione ed estetica, Brunivo Buttarelli e Paola Moglia è un fluire di segni e forme che arrivano da tempi passati, che evocano scenari ed orizzonti mitici e favolosi in cui affonda la tensione ad essere, a costruire un senso al nostro stare nel mondo ed essere del mondo. Allora forme e oggetti, colori e gesti non sono quello che sono, ma aprono nel contesto simbolico dell’arte orizzonti altri, ci squarciano abissi insondati e da cui prepotentemente emerge il divenire di tutte le cose.

Essere Sono le opere di Brunivo Buttarelli e Paola Moglia, sono in un dialogo spaziale che le contrappone e armonizza, ma soprattutto sono nel percorso espositivo della mostra e in quello che ogni visitatore costruisce per sé, sostando, passando, mirando e rimirando, tornando e ritornando sui suoi passi. Ogni atto d’artista è di per sé, è nella sua assolutezza, ma si completa nello sguardo dell’altro, nella possibilità che suggerisca domande, visioni, faccia passare emozioni.

Tempo Fermate nel qui ed ora dello stare nel loro essere oggetti e azioni d’arte le opere esposte sono un ponte temporale fra l’atto presente dell’artista e la sua restituzione allo spettatore nell’arco di un tempo prolungato e indefinito. Le tele materiche di Paola Moglia, piuttosto che le sculture di Brunivo Buttarelli dicono del tempo: quello della loro creazione e l’evocazione di altri tempi, di un passato lontano e di una prospettiva futura che sta nella ridefinizione di oggetti e materiali di recupero e nella costruzione di geometrie cromatiche che esistono nel gesto dell’artista e nel suo restituirsi a chi fruisce l’opera.

Materia Metamorfosi di materiali, rinascite di legni, metalli, carta che diventa marmo, tele che fanno da terreno germogliante grumi cromatici. La materia è sostanza dell’anima d’artista, nel dare forma alle cose c’è un atto demiurgico che ridà vita e che incoraggia l’esistenza di altri luoghi, altri spazi, un’altra possibilità di esistere e trasformare la materia di cui sono fatti i sogni…

Nicola Arrigoni

LA PROVINCIA 27 dicembre2017

Arte Paola moglia, 30 quadri in soli 15 giorni

E le opere dell'artista volano a Dubai e Los Angeles

a cura di Nicola Arrigoni

"Alla fine credevo di morire, ero letteralmente esausta, ma ce l'ho fatta", racconta la pittrice cremonese a cui piacciono le sfide. Perchè di sfida si è trattato: "Mi è stato chiesto di realizzare trenta quadri in 15 giorni, all'inizio avrei voluto rifiutare, poi il critico d'arte milanese che mi ha contattato mi ha convinto - spiega la pittrice -. La commissione arrivava da Malta ma aveva come obiettivo alcuni prestigiosi hotel di Dubai e di Los Angeles in cerca di artisti che fossero disposti a fornire collezioni pressoché permanente nei loro spazi". Insomma l'arte informale ma piena di calore espressivo di Paola Moglia è volata nella raffinata Dubai e oltre oceano. "Al di là di avere la soddisfazione di sapere che le tue opere sono apprezzate all'estero, la sfinda è stata in primis con me stessa e la mia creatività - continuava l'artista cremonese - Realizzare una trentina di tele in solo 15 giorni è stato un vero tour de force. Lavoravo oltre dieci ore al giorno, concentrata in un flusso creativo che ha stupito in primis me". E lo stupore viene osservando le opere di Moglia che spaziano da Ritratti di donna infuocati al volo leggero di Gabbiani che regalano un senso di pace, fino all'ultima produzione Danzando che prevrede l'innesto di tessuti plastici su una tela dai colori squillanti nel segno di una ipttura tattile che sembra voler esplodere e incoraggiare l'approccio fisico. La creatività di Paola Moglia non ha confini, ora non solo materici, ma anche pittorici. N.ARR.

Nicola Arrigoni

LA PROVINCIA 30 ottobre 2017

Paola Moglia alla Biennale di Venezia

Premiato il suo "Riposo invernale"

Venezia. "E' sempre emozionante partecipare alla Biennale di Venezia" dice ancora piena di soddisfazione la pittrice Paola Moglia. La partecipazione dell'artista cremonese si è inserita nell'iniziativa Grazie Italia presso padigline Guatemala tenutasi al palazzo Albrizzi Capello. Paola Moglia è stata premiata dal critico e storico d'arte, Daniele Radini Tedeschi, commissario anche della Triennale di Roma.

L'opera che ha convinto la giuria si intitola: Riposo inernale, eseguita con tecnica mista su tela, informale. Paola Moglia conferma la sua vena creativa e dimostra con grande maturità come il colore e la tela possano diventare materia duttili, scultorei in grado di fermare e dare materia ai moti dell'anima e alle emozioni si dell'autrice che di chi si approccia alle tele di Moglia.

Hanno partecipato all'inaugurazione e premiazione anche i critici d'arte Gianni Dunil, Carini e Sefania Pieralice. Il tema conduttore della mostra in cui era inserita l'opera di Moglia era il paradiso, tema che l'artista ha declinato con i cromatismi tenui del bianco visto come spiritualità, ma laicamente affidato alle emozioni del Riposo invernale.

Nicola Arrigoni

La Provincia 16 marzo 2016

Con Paola Moglia il colore è gioia

Personale in via Solferino a Milano

Cremona. Il suo è colore che scotta, è emozione cromatica, il suo dipingere è materico, ma è anche l'affannoso e partecipato desiderio di raccontare lo spirito dell'esistente. Per Paola Moglia è questo un periodo ricco di soddisfazioni e affermazioni. Dopo la pubblicazione di Spezie di Vita, la pittrice cremonese sabato sarà protagonista insieme a Graziano Bertoldi della mostra Il visibile dell'invisibile. Nihil amori Christi paeponere (Nula si antepone all'amore di Cristo). L'appuntamento è per le 17.30 presso la galleria Bertoldi Arte. A Illustrare la doppia mostra sarà Tiziana Cordani, ad accompagnare il vernissage le letture di Paolo Ascagni.

Detto questo gli impegni di Moglia proseguono e dal 21 febbraio l'artista sarà di scena in via Solferino, angolo Castelfidardo 2 a Milano con la mostra dal titolo: Gioia di Colore. Il vernissage si terrà il 23 marzo alle 19 anche con la presentazione di Spezie di Vita, introdotto da Claudio Ardigò, con l'accompagnamento musicale di Benedetta Raimondi e Lucia Quattrone, rispettivamente al flauto trasverso e violoncello. Con Gioia di Colore Paola Moglia "recupera invece fortemente la dimensione del colore unito a sostanze materiche discrete e pastose: idropittura, pietra pomice, colle. Il risultato è un armonioso intreccio che dona al colore la concretezza del suo appartenere alla coposizione stessa della terra, alla materia una dimensione palpabile e spirituale al contempo. Le sue sfumature di bianco e chiari, fondendosi con la composizione di tintge più calde ed apporti materici naturali, catturano in un'elegante fusione l'appartenenza dell'umano guardare a orizzonti lontani, così come al soffio di eterno nascosto nella quotidianità. Nostalgie del deserto, lande di nuda luce offerta in tutte le sue sfumature, l'Africa e il mare, si fondono nelle opere più ricche di colori forti e caldi. Tinte rosate di delicatezza, pur senza smarrire il tratto deciso della fusione colore-materia, contraddistinguono le tavole più dedicate all'universo femminile a alla sua interiorità. Accudimento del tempo e del suo declinarsi in stagioni e paesaggi sia interiori che esteriori, trasmettono un senso di materna comprensione della Vita, di legame gioioso tra la Terra e il Cielo" si legge nelle note che accompagnano i materiali illustrativi della mostra. Insomma ciò che attende Paola Moglia è un periodo di grande visibilità e soddisfazioni per una passione artistica autentica.

Nicola Arrigoni

Coccinelle rosse, tracce del tempo e stratigrafie di mondi

Brunivo Buttarelli e il divenire panico dell’artista

di Nicola Arrigoni

Il freddo pungente è solo un po’ mitigato dal luminoso sole invernale che irrompe nelle stanze piccole e con soffitti bassi della casa, cascina studio di Brunivo Buttarelli in un piccolo paese alle porte di Casalmaggiore, immerso nella quiete della pianura padana. Nel chiudere le finestre lo stupore di Buttarelli: «Mai vista una cosa simile» e mostra una striscia che corre lungo gli infissi di un rosso acceso, un numero incredibile di coccinelle che segnano come rivoli di sangue le ferite delle finestre aperte sul cielo. Ecco di questo stupore trasfigurante vive e si nutre l’arte di Brunivo Buttarelli. Le sue sculture, meglio sarebbe dire le sue ‘creature’ respirano di un mondo altro, abitano gli spazi, re-inventano la realtà, quando non aprono varchi sull’eterno divenire dell’essere. In questa tensione fare e immaginare, agire ed essere sono un tutt’uno che si realizza nell’atto creativo di ogni artista consapevole del suo fare e al tempo stesso guidato dal suo agire in un viaggio che porta a rivelare l’irrivelabile, a far uscire quell’ordine inedito che conduce con sé il caos creativo di chi sa che è possibile una realtà altra da quella che ci è data da vivere, realtà altra che solo l’arte può costruire.

Ars e Τέχνη

La parola ars in latino e ancora più chiaramente in greco Τέχνη (téchne) indicava la capacità di costruire un oggetto, aveva in sé la forza del fare che scaturisce dal sapere, nutrito di intuizione ed esperienza. Ecco questo aspetto di concretezza diventa palpabile nell’officina creativa di Buttarelli in cui pezzi di marmo, legno, ferro e materiali diversi sono accatastati, occupano uno spazio dell’informe in attesa che la mano dell’artista/artigiano dia loro, se non ordine, perlomeno rinnovata forma. Non è un caso che la radice del termine ‘arte’ si ritrovi nel sanscrito are che vuol dire appunto ordinare. Nell’aggirarsi fra gli strumenti dell’atto creativo: scalpelli, frese e molto altro si ha l’impressione di cogliere razionalmente ciò che emotivamente si avverte davanti alle opere/mondo di Buttarelli: una forte energia materica che ci proietta in un mondo altro per cui il tronco rinsecchito di un ulivo ridiventa albero che rivive piegato nelle sue forme e completato nei rami in acciaio, o ancora l’enorme Gasteropode del 2015 dice di un tempo lontano, di un’emersione dagli abissi che schiude l’insondabile del tempo passato nel nostro piccolo presente.

Ed è questo che si avverte passeggiando nelle stanze della casa/laboratorio di Buttarelli: la possibilità di interrogare le sfingi materiche di emersioni di tempi remoti che si esplicitano nella capacità dell’artista di ridare anima a materiali e oggetti dimenticati. Tutto ciò non solo col semplice intento di riutilizzarli, ma con la consapevolezza che un’altra vita è possibile, una vita segreta che la mano dell’artista sa ri-evocare, sa estrapolare da ciò che la quotidianità considera esaurito nella sua funzione ordinaria e strumentale. Ecco verrebbe da dire che Buttarelli recupera il festivo nei corpi morti di una materia in attesa di resurrezione, un festivo che scaturisce dalle mani dell’artista/artefice, ma è anche segno che irrompe nella realtà vera per aprire ad altre visioni possibili. Tutto ciò accade quando le grandi sculture di Buttarelli animano gli spazi. E’ accaduto al Muse di Trento con le grandi conchiglie in acciaio e marmo, oppure con la carcassa dell’Ultimo carico, o ancora con gli alberi in legno e acciaio in palazzo Farnese a Piacenza.

Ma il segno dell’artista è anche in Taurus in terra, installazione del 2012 in dialogo con il crescere di un campo di mais nella bassa per cui l’enorme corno taurino si svela e si cela a seconda dell’altezza del grano, dialoga con il campo nei tempi della semina, piuttosto che del raccolto, diventa segno che spariglia la realtà ed apre un varco inedito su un altrove che è altro tempo e altro spazio. In questo senso le sculture di Buttarelli sono theatrum mundi, sono ciò che non ti aspetti dall’alzarsi del sipario artistico sulla realtà immanente.

Theatrum mundi

Parlare di Theatrum mundi vuol dire andare all’origine della formazione di Brunivo Buttarelli, accenno biografico che si crede possa fornire una chiave interpretativa della sua opera. E in merito racconta Buttarelli: «Insegnavo tecniche pittoriche murali all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma, quando mi capitò casualmente di realizzare per il Teatro Regio di Parma, alcuni interventi pittorici e scultorei, finiti i quali se ne aggiunsero successivamente altri e per molti anni, numerosi altri. Ricordo in particolar modo il disagio iniziale, il modo di operare di questi due mondi apparentemente affini e paralleli, ma in realtà molto diversi,. Dal frontale operare dell’uno al direttamente immerso dell’altro, dove le scene, dipinte su tele inchiodate a terra, per realizzarle ci cammini sopra e la lettura complessiva di tutto ciò che fai pittorico o scultoreo, lo devi intuire, ti devi immaginare seduto in fondo alla platea».

In un certo qual modo l’esperienza teatrale e scenografica di Buttarelli aiuta a leggere la necessità di creare mondi che anima il fare dell’artista. Ma forse più che creare sarebbe meglio dire ‘svelare mondi’ che appaiono abitando il fare artistico. Non è un caso che i primi lavori di Buttarelli – negli spazi labirintici della sua casa/museo – siano gli ultimi, quelli relegati nelle stanze più lontane e non necessariamente perché rifiutati dal loro artefice. Nei primi lavori di Buttarelli si avverte la necessità di creare forme piuttosto che affidarsi all’autogenesi della forma. In esse c’è l’agire dello scenografo, ovvero di colui che disegna, costruisce la scena. Nello spazio vuoto del palcoscenico – come sulla tela bianca o davanti alla materia informe – si ricrea la realtà, si disegna e organizza un mondo, lo si rappresenta seguendo canoni di credibilità nel tentativo di far sì che quella finzione alla fin fine possa apparire vera allo sguardo dello spettatore che sta in teatro. L’arte in questo caso è artificio e finzione ma con l’obiettivo di farsi credere reale e vera nel racconto relazionale del teatro. Ciò che sta in scena s’invera nell’occhio dello spettatore. Ecco questa necessità di ‘costruire’ la realtà anima i primi lavori di Buttarelli, poi lo scarto e – verrebbe voglia di dire – la maturità nel cogliere l’autenticità dell’atto artificiale ed eterodiretto dell’artista. Così la realtà non si crea, ma si svela e nel suo ‘svelamento’ affiora la verità eterna dello stare nel mondo attraverso lo scorrere del tempo. Se Buttarelli scenografo creava forme per rappresentare la realtà, il Buttarelli scultore maturo dalle forme dei materiali rinvenuti e plasmati con sentimento di autenticità incoraggia l’emergere della realtà indefinita e indefinibile, sorprendente e ri-trovata che parla all’artista al di là della forma, dello spazio e del tempo. Che lo si voglia o meno Buttarelli è rimasto in teatro, ma ha deciso di fare del mondo un teatro, di trovare nel mondo i materiali e i segni di un racconto che emerge quasi indipendentemente dalla volontà dell’artista, perché ri-trovato, incontrato nella forma di una vecchia cisterna arrugginita, oppure nelle forme sinuose di un tronco, o nelle pieghe di una rete metallica contorta. Così le sculture di Buttarelli abitano e modificano gli spazi, raccontano storie e accadimenti lontani. Allora può accadere che sotto il granaio vivano – come momentaneamente sospesi – gli angeli ovulari di una Genesi materica. Sottili lastre di marmo bianco di Carrara innestate su legno danno vita a inattesi angeli che spiccano il volo, protesi verso una ‘donna’ la cui pancia in marmo bianco dice di una natività umanissima e imminente. Questa annunciazione laica è raccontata sotto il granaio della cascina/laboratorio di Brunivo Buttarelli, pronta a riproporsi diversa, ma fedele a se stessa negli spazi che la vorranno ospitare, così come gli alberi ligneometallici attendono dopo l’esposizione piacentina di trovare nuovi scenari, proprio come «le metalliche fasce hanno prodotto la cura e determinato il miracolo, tra le copiose e strette spire sono cresciuti in nuova vita, rigogliosi e lucenti metallici rami», scrive Buttarelli. Ed è questo improvviso sgorgare della vita inattesa che attraversa le rivelazioni scultoree di Buttarelli, emersioni archeologiche di un tempo remoto che interroga il nostro presente.

Stratigrafie del tempo ed emersioni materiche

La passione per l’archeologia, la stratigrafia che porta con sé ogni scavo per cui sono la materia e la profondità da cui emergono i reperti a narrarci una storia a ritroso nel tempo. Sono questi tratti distintivi non solo dell’opera, ma anche dell’esperienza biografica di Buttarelli che ha partecipato a scavi archeologici, trasponendo questa sua attività ed esperienza nel suo essere artista. Se l’archeologia è in un certo qual modo lo studio o la ricerca delle origini, del principio primo, l’indagine artistica di Buttarelli segue questa chimera dell’origine che disvela storie dimenticate o semplicemente sedimentate nel terreno e nel tempo, a suo modo humus da cui fuoriesce l’agire artistico. Ecco allora che il Tempo geologico è la sezione di marmo e carta, piuttosto che la lavorazione di ferro e carta fornisce Impronte fossili che richiamano antichi, preistorici animali invertebrati, emersioni di un passato lontano, restituito dalla terra, come in Trilobite Impronta o Impronta paleozoica del 2012. Materiali come carta, ferro, i segni lasciati dal loro incontro e dal loro intreccio restituiscono un lacerto di tempi lontani, raccontano di animali misteriosi e mostruosi di cui sono rimaste solo le impronte, i contorni di un corpo e di una vita che sta allo sguardo dello spettatore ricostruire, dopo che la mano sapiente dell’artista ha trasformato quei materiali ritrovati e scartati dalla quotidianità in corpi protesi allo sguardo dello spettatore, corpi d’arte narranti di altri spazi e altri tempi. E non è un caso che Buttarelli osservi parlando del suo fare: «Col mio lavoro racconto il tempo nei suoi molteplici aspetti. Col marmo e l’acciaio, col ferro e il legno, col legno e il marmo, la resina, la carta racconto il tempo ciclico, il tempo archeologico, il tempo geologico e quello paleontologico. Esibisco opere dalle sembianze fossili, frammenti ossei da pensare quali semi di nuova vita, affioramenti di carcasse di antichi e immaginari animali, che attraverso i passaggi imposti dal tempo giungono a noi e come in resurrezione tornano a parlare».

Che si tratti delle forme dell’opera Dalla terra nel tempo del 2005 oppure dei lavori realizzati con ferro e carta come Incombente presenza del 2010, Celacanto ieri e oggi e Archeoracconti, sempre del 2010, quelle tele che tele non sono, quelle sculture bidimensionali fatte di lastre e carta lavorata con resine sono tasselli materici di mondi lontani, sono le tessere di una grande mappa andata perduta in cui spazio e tempo erano abitati da animali e forme mostruose, eppure bellissime. E’ come se Buttarelli volesse – lavoro dopo lavoro – costruire un grande racconto da leggere e sfogliare attraverso i grandi segni di un’archeologia artistica che si offre come materia incandescente di un passato remoto che sconvolge un presente troppo insistente. In questa direzione va Evoluzione – Mutamenti terrestri e invasività umana del 2017 un libro materico da sfogliare che racconta l’antropizzazione del territorio sommando tutti i materiali usati dall’artista nell’arco della sua lunga carriera: carta, marmo, legno, resine, metalli delle più diverse qualità e specie. La storia millenaria del mondo è lì tutta da sfogliare, raccontata nel suo evolversi e mutarsi per opera dell’animale umano. Al tempo stesso nella sintesi dei materiali c’è la storia e l’agire dell’artista, una sintesi di contenuto e forma, materia e racconto che Buttarelli affida allo sfogliare dello spettatore che diventa attore di un racconto condiviso.

Nelle stratigrafie del tempo e nelle emersioni materiche del suo agire artistico Brunivo Buttarelli immagina la possibilità di fermare il senso di quel passato che emerge con prepotenza d’esistere e a suggerire questa possibilità della memoria sono la serie di opere in carta e ferro come In deposito, Sotto il manto gli strati, Memorie archiviate o Sedimentazioni archiviate. Fogli di carta lavorati con resine e bloccati nella loro volatilità in caselle ferree parlano di un archivio, di una biblioteca di Alessandria che conserva antichi saperi, che nel suo cumulo di carte documenta il vivere e il soffrire di mondi lontani, quegli stessi mondi che Buttarelli va cercando e riesumando, dando nuova vita e forma alla materia, tracce di tempo sedimentato che sta all’atto creativo e vivificante dell’artista riportare alla luce.

Le rosse coccinelle che curano le ferite della terra

E allora eccoci a ritornare su quelle coccinelle rosse che ammassate sugli stipiti e lungo gli infissi delle finestre disegnano ferite rosse, grondanti di vita… Sono materia che vive e si modifica, che assume una forma che sa farsi racconto, che colora le finestre aperte su un cielo di azzurro invernale in cui la luce tradisce una possibile imminente resurrezione. Quella vita che attende sotto la dura terra, per uno scherzo di natura è viva e brulicante in quelle coccinelle che ammassate sono magma informe, sangue rosso di un un’esistenza che ti stupisce perché capace dell’impensabile, perché portatrice di altre possibilità che solo lo sguardo dell’artista sa cogliere e raccontare nel suo agire sapiente e ordinatore…