Procida Mediterranea 2022

PROCIDA MEDITERRANEA 2022

"L'energia di Procida" di Paola Moglia 60x60cm astratto materico su tela con colori acrilici

L'energia di Procida" 60x60cm astratto materico su tela con colori acrilici di Paola Moglia

L’opera è stata eseguita per partecipare alla proposta culturale

PROCIDA MEDITERRANEA 2022

AMBIENTE e CULTURA MEDITERRANEA

Paola Moglia "L'energia di Procida"

Un’isola piccola dal paesaggio dolce e assolato ma così ricca di storia, leggenda, arte e natura che è complesso poter contenere il tutto. Ecco perché Procida esplode di bellezza e genera un’energia vitale e positiva.

L’artista mostra le case come riflesse nell’acqua in onore del mare, il centro che tutto origina e tutto circonda. Le macchie tra le onde sembrano creature della fantasia che danno vita al vortice che tocca e coinvolge la terra e gli regala quella misteriosa ed unica magia che solo qui si può respirare e vivere.

Paola Barbieri

Paola Moglia "L'energia di Procida"

L'opera esprime effettivamente l'energia che si sprigiona dal vortice del mare, coinvolgendo l'architettura isolana, quest'ultima assorbe "la forza del mare" e la rende visibile con i colori delle pareti del borgo marinaro, soprattutto il colore giallo, il giallo procidiano.

Italo Abate

Mondo Padano venerdì 4 giugno 2021 Le ultime opere di Paola Moglia Da Roma all'isola di Procida: colore, energia e spiritualità.

Mondo Padano 4 giugno 2021

Le ultime opere di Paola Moglia

Da Roma all'isola di Procida: colore, energia e spiritualità.

Sarà esposta anche un'opera dell'artista cremonese, Paola Moglia, alla quarta edizione dell'Esposizione Triennale di Arti Visive a Roma dedicata al "Global Change", Anni Venti. La mostra articolata su cinque sedi espositive, indagherà i cambiamenti globali dell'ultimo ventennio e sarà inaugurata il prossimo 11 giugno. Presenti oltre duecento artisti italiani con trecento opere esposte in cinque spazi espositivi: Galleria del Cembalo - Palazzo Borchese, Galleria della Biblioteca Angelica, Palazzo Velli-Expò, Medina Rome Art Gallery e Palazzo della Cancelleria. Affacciato su corso Vittorio Emanuele II, sarà proprio a Palazzo della Cancelleria - che custodisce nel piano nobile un famoso affresco del Vasari -, che esporrà Paola Moglia. L'opera si intitola "La poesia del silenzio".

Scrive Moglia: "il silenzio che è dentro di me come una poesia accarezza il manto bianco e a passi lenti oltrepassa il confine che per me è l'infinito". Piccole foglie sulla neve. Come tratti di inchiostro su una pagina bianca - spiega la critica d'arte Paola Barbieri -. Suggeirscono un testo dai caratteri indecifrabili, un rigo immaginario, una frase che doveva essere lì, e invece non c'è. Al suo posto resta il silenzio. Un silenzio che nasce quando le cose da dire sono troppe o troppo importanti. E quando le parole non riescono ad esprimerle. Questa tela - conclude- ci parla di assenza di suoni, assenza di voci. Solo calma, pace e quiete...

La sua pittura è materica - suggerisce il critico Clotilde Chiodelli -, ha il corpo, ma contemporaneamente vi si respira grande spiritualità. Davanti all'opera "La poesia del silenzio" ci si rende conto che l'obiettivo che raggiunge non è, probabilmente tanto esteriore di stile, quanto interiore, il silenzio, appunto, la pace".

Intanto un altro appuntamento attende Paola Moglia. Nell'ambito delle iniziative di Procida, Capitale italiana della cultura 2022, numerosi artisti sono stati invitati a mettere a disposizione la loro maestria per realizzare opere celebrative della storia, dell'immagine, della identità e della cultura dell'isola di Procida. Tra di loro anche Moglia che has raccontato attraverso la sua arte, la sua personale visione dell'isola. Il dipinto si intitola "L'energia di Procida".

Come scrive Italo Abate, l'opera "esprime effettivamente l'energia che si sprigiona dal vortice del mare, coinvolgendo l'architettura isolana, quest'ultima assorbe "la forza del mare" e la rende visibile con i colori delle pareti del borgo marinaro, soprattutto il colore giallo, il giallo procidiano."

Cesare Azan, già docente di Lettere classiche, Scuola Militare Nunziatella, Napol

Cesare Azan, già docente di Lettere classiche, Scuola Militare Nunziatella, Napoli


Procida Mediterranea 2022

Procida tra ricordi personali e memorie letterarie

L’isola e il suo nome

Per il viaggiatore che ha attraversato il mare l’approdo è sempre una liberazione, rappresenta la sicurezza e la stabilità della terraferma che si contrappone alla liquida e pericolosa mobilità dei flutti marini. Lo sbarco su una isola non ha mai rappresentato per me la stasi, la conquista di una forma definitiva, quanto invece l’inizio di una intrigante e suggestiva avventura, con lo spirito sempre nuovo dell’esploratore che aggiunge alle sue conoscenze nuovi particolari di forme, suoni, colori. L’isola è tentazione immersa nel brodo primordiale della vita, l’acqua del mare ---‘isola’ da “ in (s)als-alòs”, greco, sal-salis in latino, quindi “nel mare”, ‘isola’ perché l’acqua le “scorre intorno”: dal sanscrito “sarati”- -- è il suo liquido amniotico, che la nutre e protegge. Simbolicamente l’isola, indipendentemente dalla sua storia individuale, ci associa immediatamente all’idea di ‘solitudine’, di ‘isolamento’; commentando una sua famosa lirica, intitolata appunto “Isola”, Giuseppe Ungaretti affermava che il motivo ispiratore di quella poesia era l’avvertimento del suo isolamento ed egli, “uomo di pena”, rappresentava quello che è ogni uomo: un’isola, una monade inconciliabile.

Anche Procida è un po’ isola nell’isola, isola oltre l’isola, e non solo perché un tempo era saldamente connessa alla terraferma, prodotto di quel complesso sistema vulcanico denominato Campi Flegrei, ma perché, pur formando nel golfo di Napoli una corona a tre punte con le sorelle Capri ed Ischia, essa si differenzia, e vive un po’ in disparte rispetto all’aristocratica e mondana Capri ed alla commerciale ed affollata Ischia. Il suo stesso nome la diversifica dalle consorelle, la cui denominazione riporta al mondo animale: per Capri al greco ‘kàpros’= cinghiale, o al latino ‘caprae’= capre, e per Ischia al primitivo nome di ‘pìthecos’= scimmia, anche se, secondo Plinio il Vecchio, l’etimo originale sarebbe ‘pithoi’= vasi, in riferimento alla ricca produzione di tali oggetti di cui l’isola era centro importante nella antichità. Invece Procida nell’antichità viene citata dallo storico Dionigi di Alicarnasso con la denominazione “Prokùte nesos”= ‘isola che sporge, che emerge’, in relazione alla sua origine vulcanica ed alla formazione dovuta ad una eruzione sottomarina che diede vita al complesso roccioso dell’isola. Infatti in lingua greca “prokùten” significa “che sporge” e “prokutòs” vale ‘scagliato su’, cioè dalle profondità marine per un evento causato da terremoti ed eruzioni vulcaniche. Ed ancora oggi le tre isole hanno una loro distinta identità: mondana, internazionale e sede di raffinate ‘boutiques’ Capri, luogo famoso di cure termali e terra di vignaiuoli e coltivatori Ischia, patria di marinai e di navigatori Procida, che nei tempi di riposo diventano amorosi cultori della propria terra, esperti contadini.

Io e Procida: un incontro felice

Il mio approdo all’isola un po’ scontrosa e molto gelosa della propria autonomia fu dettato da ragioni di ordine familiare: assicurare ai miei due figli un tranquillo luogo, di impronta familiare, dove trascorrere in serena spensieratezza le vacanze estive. A guardarla impressa su una mappa geografica l’isola non ha la forma della “bella dormiente” di Capri, ma assomiglia più ad una nave, o meglio ad un enorme cane, la cui coda è rappresentata dalle triplici sporgenze montuose di Punta dei Monaci, Punta Sant’Angelo e Punta Lingua, le zampe dai due paralleli promontori di Punta Solchiaro e Punta Pizzaco e, infine, la testa dall’isolotto di Vivara e dalla estrema protuberanza di Punta di Mezzogiorno.

Recentemente, ad un astronauta giapponese che l’ha immortalata in una fotografia scattata da un laboratorio spaziale in orbita intorno alla terra, l’isola è apparsa simile ad un grande gatto, la cui struttura si rivela nettamente contrappuntata dall’azzurro terso del mare. In tal modo, va detto scherzosamente, almeno dal punto di vista strutturale, Procida mostra un dato di convergenza con l’elemento zoologico, che connota la identità e l’onomastica delle due isole consorelle del golfo di Napoli!

Conoscevo comunque già Procida ed alla prima vacanza essa svelò subito a noi, entusiasti ed irrequieti esploratori, la sua precisa identità in fondo scontata, ma, per così dire, esibita con dignità: un mondo di pescatori, di marinai, gente che col mare e del mare viveva, la cui silenziosa fatica della pesca trovava la sua naturale destinazione nelle botteghe di pesce dislocate, l’una dietro l’altra, di fronte al luogo dell’attracco. L’isola sembrò non accorgersi di noi; dominava le case il colore un po’ brunito della roccia tufacea di cui le abitazioni portavano ancora impresse natura ed anima: tutto sembrava rappresentare ed anticipare l’antica diffidenza dei Procidani, pronti all’ospitalità ma ostinati nel difendere le profonde ragioni della loro particolare “isolanità”. Quando ci addentrammo nel cuore dell’isola verso il nostro obiettivo, la Marina della Chiaiolella, con la sua ampia spiaggia protetta alle spalle da Punta della Palombara, fummo sorpresi da una inattesa tavolozza di colori, naturalmente conviventi e pure ognuno con una propria intensa vita di luce: il giallo, il celeste ed il blu nelle loro diverse sfumature, il verde rigoglioso di alberi e prati e l’affettuoso contrappunto cromatico dei diversi frutti, che davano a molti di quei giardini il sapore di un antico, intatto Eden. Lo stordente, eppur delicato effluvio di odori mi ricordò la più elitaria Sorrento, ma l’isola offriva un suo segreto e misterioso richiamo, un segnale appena percettibile di una primordiale ed intatta verginità.

Nel corso degli anni nacquero frequentazioni ed amicizie con altri gruppi familiari, in nome soprattutto delle relazioni che più facilmente i giovani stringono con i loro coetanei. Di sera il piccolo porticciolo e le stradine tutt’intorno si animavano di suoni e di colori, di gioiose presenze di chi faceva della propria vacanza un momento di rilassata disponibilità per un accresciuto bisogno di socialità. La vicina Vivara di sera era generosa di una fresca brezza rigeneratrice, mentre spesso in comitiva si partiva per approfondire la conoscenza dei luoghi più caratteristici dell’isola.

Tra i personaggi che maggiormente permangono nella mia memoria il primo posto va alla famiglia di agricoltori che ogni anno ci accoglieva nella loro linda e colorata abitazione. Nacque un’amicizia solida nel nome di una comune passione per le cose semplici e naturali; su tutto un rito che entusiasmò i più piccoli, la consumazione dell’uovo fresco di mattina, in un abbraccio sorridente con ogni angolo di quella terra, così generosa di luci e di sorrisi. Ed una cosa imparammo, che rimase conoscenza insostituibile, piccola gioiosa nota di vita: che l’attacco proditorio delle zanzare nel cuor della notte si combatte con un rimedio naturale, le foglie di basilico generosamente sparse sui cuscini, potente antidoto più di un fornelletto elettrico. E come dimenticare il paziente e canuto gestore dello stabilimento balneare dove imparai che gli ami si innescano, per soddisfare la passione dei figli, spezzando a mani nude i vermi che saranno cibo per i pesci? Di Procida era assiduo frequentatore anche quello straordinario attore che è Mariano Rigillo; lo avevo già conosciuto e incontrarlo in quel luogo fu la conferma di una persona ricca di straordinaria semplicità.

Tra tutti gli splendidi luoghi di questa magica isola uno solo mi riaffiora nella ricostruzione di questi “minima personalia” con un non mai pacato dolore: la Corricella, ammaliante scrigno di seducenti colori, che sfidano per purezza l’azzurro del cielo e del mare. Non a caso il compianto Massimo Troisi scelse quel luogo come set per il suo ultimo film, “Il postino”.

In un tardo pomeriggio di fine agosto, di tanti e tanti anni fa, la cronaca cittadina del quotidiano “Il Mattino” registrava un doloroso avvenimento: un sub aveva perso la vita in quelle acque, stroncato da un malore dopo essere risalito troppo in fretta in superficie, e forse per una troppa audace immersione, se proprio si vuole trovare una causa ad un destino incontrollabile. Quel signore era un uomo di circa 40 anni, Giuseppe d’Ambrosio, apprezzato docente universitario di Veterinaria all’Università di Napoli, generoso e liberale, innamorato di Procida come lo era di tutti gli animali che curava con profonda passione, mio compagno di classe negli anni di frequenza della “Nunziatella”, la Scuola Militare di Napoli che ci affratellò in tre anni di intensa vita collegiale. Fu un dolore immenso; a ripensarci, spesso proprio chi si ama di più diventa il tuo carnefice, o, se si preferisce, il pietoso testimone della tua tragedia. Vita e morte, amore e morte confermano spesso la loro indissolubile dialettica.

La memoria letteraria. Testimonianze: l’antichita’

Mi sono spesso chiesto, nel corso degli anni, quale sia stata la scintilla che ha fatto nascere in me una particolare predilezione per Procida. Forse la sua selvaggia bellezza, la sua “umiltà” di natali nel più nobile contesto delle isole del golfo, o ancora una naturale corrispondenza con la riservatezza che rende così particolari i Procidani. Un’altra motivazione, però, emerge con prepotente seduzione: una matrice di natura letteraria. Storicamente Procida fu approdo propizio, a metà del II millennio a.Ch., per i Micenei che se ne servirono sia come scalo per giungere alle miniere dell’Elba e dell’Etruria, sia come laboratorio per la riparazione delle navi, data la presenza di lavoratori esperti nella manipolazione di materiali grezzi. Più ricca di testimonianze è la storia di Procida in epoca romana. A cominciare da Plinio il Vecchio, il quale sostenne che il nome dell’isola derivasse da Procida, nutrice di Enea, sepolta a Vivara e che in origine Procida costituisse un unico agglomerato montuoso con Ischia. Questa commistione con Ischia trova, sul piano letterario, una conferma in un passo della ENEIDE di Virgilio: l. IX, vv. 715-716, in cui si accenna al contraccolpo dei marosi che scuotono Procida --- sotto la quale si dice che riposi, invece che sotto Ischia, il corpo del gigante Tifeo --- quando dalla vicina Baia e da Miseno cadono in mare dighe e pilastri costruiti per i ricchi romani su quelle frequentate spiagge:

”Tum sonitu Prochyta alta tremit durumque cubile/ Inarime Jovis imperiis imposta Typhoeo”/; ‘’E allora, trema fino in alto, per i comandi di Giove, Procida posta sopra Tifeo, e (trema) il duro giaciglio di Inarime’’.

Si ricordi che Inarime è uno degli antichi nomi con cui si indicava Ischia. Di quei luoghi parla anche Orazio --- ODI, l.II, XVIII, vv. 19-22 ---, con eguale allusione allo strapotere dei costruttori che riempivano di ville e palazzi quel territorio (italico, antico vizio, come si vede), ma con più specifico riferimento a Baia:

”Immemor struis domos/marisque Bais obstrepentis urges summovere litora/parum locuples continente ripa”/:” E dimentico (del sepolcro) costruisci case e ti affretti a far avanzare le spiagge del mare che rumoreggia di fronte a Baia, poco contento della terraferma che ti limita”.

Ma poi, dinanzi alla bellezza di quei luoghi devastati dalla cupidigia umana, il poeta cede ad una esaltante lode:

”Nullus in orbe sinus Bais praelucet amoeni”: ”Nessun angolo al mondo supera in splendore la piacevole Baia”(EPISTOLE,I,1,83).

E’ conferma che la Campania era, per i ricchi romani, un luogo di villeggiatura privilegiata, perché libera di costumi ed esente dalla applicazione dei dettami che il rigido “mos majorum” imponeva ai Romani. Baia, in particolare, come vedremo, si distingueva per essere luogo di raffinata bellezza e di galanti incontri sentimentali. Esiste un gran numero di testimonianze letterarie, che esaltano Baia come soggiorno pericoloso o, a seconda dei punti di vista, come luogo ufficialmente destinato ad amori liberi ed imprevisti, causa spesso di “discidium”, di rottura tra coppie di già consolidati amanti. Un topos letterario che spesso vede citata Procida per contrasto, come sede di innocente vacanza. L’affermazione del famoso geografo greco Strabone, V,4,5:

”Baia e le sue acque termali, località adatta sia alla vita di piacere sia alla cura delle malattie” trova conferma ed amplificazione in molti scrittori latini.

In Giovenale, SATIRE, III, vv.4-5, si legge proprio della contrapposizione Baia-Procida:

”Ianua Baiarum est et gratum litus amoeni/secessus.Ego vel Prochytam praepono Suburae”:”E c’è la porta di Baia e il piacevole litorale per una appartata tranquillità. Io però preferisco Procida alla Suburra”.

Per Properzio, ELEGIE, l.III,18, vv.7-8, Baia è fonte di aspra rampogna per la sua peccaminosa vita e di irata gelosia per la sua Cinzia in cerca di avventure:

”At nunc, invisae magno cum crimine Baiae,/quis deus in vestra constitit hostis aqua?” : ”Ma ora o Baia odiosa, non priva di colpa grave, quale dio si fermò nelle tue acque?”.

Ed ancora, con maggiore ira mista a rassegnazione (l.I, 11, vv. 1-2)

”Ecquid te mediis cessantem,. Cynthia, Bais,/ qua iacet Herculis semita litoribus/….nostri cura subit memores, ah, ducere noctes?”: “(cosa dire) di te, Cinzia, che indugi nel cuore di Baia, lì dove sul litorale si snoda il sentiero di Ercole…..;ah, ti prende forse preoccupazione di trascorrere le notti ricordandoti di me?”.

La gelosia dell’amante ingigantisce i sospetti e rappresenta Baia come un tramite di lussuriosi intrighi, ma in scrittori più distaccati e non divorati dal tarlo della gelosia assume rilievo la lode per la bellezza dei luoghi. Cosi Marziale, EPIGRAMMI, XI, 80,vv.1- 4:

”Litus beatae Veneris aureum Baias,/Baias superbae blanda dona Naturae/,ut mille laudem,,,, Flacce, versibus Baias/ laudabo digne non satis tamen Baias/:”Baia, litorale tutto d’oro della beata Venere, Baia, dono delicato della superba Natura, per quanto possa lodare Baia con mille versi, mai tuttavia potrò lodarla abbastanza degnamente”.

E’ naturale che un simile angolo paradisiaco di piacere non sfuggisse agli strali moralistici del filosofo Seneca, che pure non può rinnegarne il fascino: EPISTULAE AD LUCILIUM,57:

”Nos, utcumque possumus, contenti sumus Bais (….), locum ob hoc devitandum, cum habeat quasdam naturales dotes, quia illum sibi celebrandum luxuria desumpsit”: “Io, ogni volta che posso, mi accontento di Baia (…), luogo da evitare per questo motivo, pur avendo alcune doti di bellezza naturale, perché la lussuria l’ha scelta per frequentarla”.

Solo una annotazione, di carattere fisico, si trova invece nelle SILVAE, V,3, del poeta napoletano Papinio Stazio, tornato alla natìa Napoli per sottrarsi alla turbinosa vita dell’Urbe. Alla fine del quinto libro Stazio scrive una lettera in prosa all’amico Pollio Felice, augurandosi che la moglie Claudia voglia rinunciare definitivamente alla mondanità della vita sociale di Roma e raggiungerlo nella più tranquilla Partenope. Stazio soggiornava nella splendida villa di Pollio sulla costiera sorrentina --- alcuni resti sono ancora visibili nel territorio di Massa Lubrense, in località Puolo, lì dove sorge il complesso turistico-alberghiero”Villa Angelina” --- e dinanzi ai suoi occhi si stendeva uno straordinario panorama di acque e di rigogliose isole, l’ultima delle quali è l’”aspera Prochyta”, così presentata:

”E poi di là si svela l’aspra Procida”,

quasi fosse l’ultima apparizione, la rivelazione finale di quel miracoloso spettacolo che la natura offre in quei luoghi agli occhi dello spettatore. Mi si perdoni l’eccessiva insistenza sulle testimonianze degli scrittori latini, nelle quali Procida compare, direi, di riflesso e per contrasto. Esse, però, confermano una realtà di ben fondata storicità: che tutte le località dei Campi Flegrei, e un’isola “viciniore” come Procida, costituivano un ‘unicum’ spesso non facilmente scindibile, un connubio di selvaggia e solitaria bellezza e di sfrenata e libera vita sociale, tale da determinare moralistiche rampogne e polemiche contrapposizioni da parte degli scrittori. Ne emerge ancora una volta il ritratto di Procida come una entità a se stante, intatta, placido approdo per chi desiderasse un soggiorno privo di tentacolari seduzioni.

Dal Medioevo ai giorni nostri

In tempi più recenti, in una delle novelle del DECAMERONE di Giovanni Boccaccio – quinta giornata, sesta novella — appare come protagonista del racconto, ambientato al tempo dei Vespri Siciliani, il nipote del famoso Giovanni da Procida, Gianni da Procida, del quale si narra la storia d’amore con la giovane Restituta, mentre in epoca umanistica Procida compare nell’opera di Giovanni Pontano, che descrisse e cantò nelle sue ECLOGHE miti e amori leggendari incastonati nella bellezza del golfo di Napoli. Nella raccolta poetica LYRA, carme VI, v.169, Pontano cita nella descrizione del golfo anche le isole:” Prochyte Capriteque” e poi personifica Procida in una Nereide così descrivendola:

”Procida, mirabile per aspetto e per atteggiamento, l’orlo della veste colorata fruscia sui flessibili giunchi, la cintura è irta di ricci di mare e il seno è coperto di verdi alghe”.

Prosopopea della bellezza naturale dell’isola.

Anche un altro famoso umanista, Jacopo Sannazaro, nell’ambito della rivalutazione di tutti i luoghi che potessero concorrere alla ideale ricostruzione di una mitica Arcadia di terra e di mare, ne canta la bellezza ponendola al di sopra delle isole greche:

”se conosceranno gli agi di Procida, Diana abbandonerà l’Ortigia, Minerva l’Imetto”.

La dignità letteraria di Procida si rafforza tra 1800 e 1900 giacchè agli inizi del XIX secolo prende corpo la vicenda di Graziella, intrisa di verità storiche e di sapori leggendari. Come è noto, tutto nasce dal viaggio in Italia e dal soggiorno a Procida del giovane scrittore francese Alphonse de Lamartine, che si innamora, ricambiato, di una bella isolana, Graziella, dalle lunghe trecce e dai sensuali occhi neri. Il giovane dovette lasciare l’isola, ma giurò di tornare per ricongiungersi all’amata. Promessa vana e non mantenuta e, come nelle migliori tradizioni dell’età romantica, amore e morte si intrecciarono tragicamente. Graziella si ammalò e morì per il dolore e al giovane Alphonse giunse in una lettera una treccia dei capelli della fanciulla, spedita poco prima di morire. Un amore che, come pare, Lamartine custodì con profonda nostalgia per tutta la vita, raccontando la sua dolorosa esperienza nel romanzo, pubblicato nel 1821, che porta il nome della fanciulla. Una vicenda divenuta tradizione e cultura, che si rinnova ogni anno dal 1939 con la “Sagra del mare”, la vivace manifestazione a cui partecipano fanciulle dai 14 ai 21 anni. Esse indossano il classico, splendido vestito in cui trovano accoglienza tutti i colori che l’isola offre con le sue case ed i suoi orti, esaltati dai preziosi materiali — lino, seta, damasco --- su cui si sistema quella preziosa tavolozza. Ed ogni volta una giovane tra le partecipanti viene eletta “la Graziella dell’anno”. I miti, si sa, tramontano in fretta e la società dei consumi ne travolge valori e ideali e li assimila alle sue esigenze di mercato, ma Graziella sembra resistere e sopravvivere anche alle mode snobistiche e noncuranti delle giovani generazioni.

Ma Procida è anche l’isola di Arturo Gerace, protagonista del famoso romanzo che Elsa Morante pubblicò nel 1957 e che le valse il “Premio Strega”. Dal 1986, ogni anno, a settembre, Procida ospita il Premio letterario “Procida. Isola di Arturo Elsa morante” durante il quale viene assegnato il premio al romanzo votato da una prestigiosa giuria. La manifestazione rievoca la vicenda del giovane Arturo, che scopre fra turbamenti e sconfitte l’ingresso nell’età adulta e da Procida parte per il suo destino di maturità, lontano dall’isola che è stato il suo grembo materno, guida verso la dolorosa scoperta di se stesso e del mondo degli adulti.

Un connubio felice: cinema e letteratura

A Procida, letteratura e cinema si sono spesso incrociate in un’alta combinazione artistica. Nel 1962 il regista Damiano Damiani realizzò la trasposizione cinematografica del romanzo della Morante e da allora Procida è stata più volte scelta per tradurre in immagini, sullo sfondo di paesaggi inimitabili, opere letterarie. Nel 1993 Massimo Troisi concluse proprio a Procida le riprese de “Il postino”, tratto dal “Postino di Neruda” di Antonio Skàrmeta”, storia di una intensa e poetica amicizia tra un postino e il poeta cileno Pablo Neruda, straordinariamente interpretato da Philippe Noiret. Si trattò di una libera interpretazione della realtà storica, perché Neruda, in esilio in Italia dopo aspri contrasti politici con la guida politica del suo paese, fu dapprima ospite a Capri nella villa del naturalista Edwin Cerio e poi trascorse un periodo di tempo a Sant’Angelo d’Ischia, prima di tornare in patria nel giugno del 1952. Fu l’ultimo film di Troisi, con le ultime scene non girate da lui; il ricordo della sua presenza è rafforzata dalla bellissima colonna sonora, opera di un esperto del settore, il musicista Luis Bacalov. Qualche anno più tardi, nel 1998, il regista premio Oscar Anthony Minghella, dopo il successo de “Il paziente inglese”, girò “nella bella Procida”, come egli stesso la definì, alcune scene de “Il talento di mister Ripley”, con Matt Damon e Gwyneth Paltrow. E in fine nel 2000 la “campanissima” puteolana Sophia Loren vi ha interpretato il ruolo di Francesca nel film “Francesca e Nunziata”, regia di Lina Wertmuller, dall’omonimo romanzo di Maria Orsini Natale.

L’elenco delle benemerenze, che giustificano un ruolo così importante assegnato a Procida per l’anno 2022, non si ferma qui: forse proprio sulla scia della scelta operata da Troisi dal novembre del 1999 Procida è stata dichiarata “città-rifugio per scrittori ed intellettuali perseguitati”, ospitando per prima nel 2001 la scrittrice iraniana Aqaee Farkhondeh, esiliata dal suo paese per aver affrontato e fatto conoscere problemi trattati in aperto contrasto con l’ortodossia islamica.

Un naufragio misterioso

Vorrei concludere questa modesta rassegna, un serto di alloro di sentimenti personali e fonti letterarie per la piccola perla del golfo di Napoli, con una ulteriore assimilazione storica e culturale, forse un po’ forzata per quanto riguarda Procida, ma naturalmente e fondatamente ascrivibile al contesto geografico delimitato da un lato da Punta Campanella e Capri e dall’altro da Procida e dal territorio genericamente definito dei Campi Flegrei. Esattamente 150 anni fa, dodici giorni prima che il 17 marzo del 1861 nascesse il Regno di una Italia finalmente unita, il 5 di marzo un malandato piroscafo a vapore, l’”Ercole”, partito da Palermo il 4 marzo e diretto a Napoli, affondava nelle acque del golfo di Napoli con i suoi circa 80 passeggeri e con 232 tonnellate di merce. Per molti giorni nessuno si interessò del destino di quella nave e dei suoi passeggeri: né il Ministero della Guerra, né la Compagnia di navigazione a cui l’”Ercole” apparteneva, né le autorità portuali. Gli uomini di mare, i portuali addetti allo scarico delle navi nel porto di Napoli, pensarono che ci fosse stato un cambiamento di rotta: e così si persero giorni preziosi per la ricerca. E’ stato detto che quello fu il naufragio più misterioso della storia del Risorgimento, e forse il primo “giallo” irrisolto della nostra storia nazionale. A bordo un gruppo di militari guidati da un colonnello che aveva preso parte alle operazioni dei garibaldini in Sicilia: nato a Padova e friulano di adozione, era il vice intendente generale dei Mille ed aveva curato l’amministrazione di tutte le spese relative alla spedizione dei Mille. Poiché erano sorti dei dubbi sulla corretta amministrazione dei fondi, soprattutto dei 200 milioni erogati dalla Banca di Sicilia, Torino aveva chiesto, con urgenza, ragioni e rendiconti della gestione. Perciò in alcune cassette erano custodite tutte le fatture che il responsabile, consapevole del corretto uso che era stato fatto del denaro e della propria onestà, si affrettava a sottoporre alla verifica dell’intendente capo, e suo amico, Giovanni Acerbi, a Torino. Se quel colonnello fosse stato meno scrupoloso e avesse con più calma atteso la partenza di un altro piroscafo alla rada nel porto di Palermo, più veloce e sicuro dell’”Ercole”, avrebbe salvato la sua vita e la testimonianza del suo operato. Quel giovane ufficiale aveva 29 anni; ironia della sorte, tanti quanti ne aveva ’”Ercole”. Era uno scrittore già abbastanza famoso, ma fama maggiore gli sarebbe venuta dalla pubblicazione postuma del suo romanzo più significativo: ”LE CONFESSIONI DI UN ITALIANO”, titolo poi mutato per motivi politici in “LE CONFESSIONI DI UN OTTUAGENARIO”. Il suo nome era Ippolito NIEVO. Il suo destino si decise insieme con la sorte dell’”Ercole”: un naufragio senza superstiti e con molti misteri. Si pensò, tra l’altro, anche ad un sabotaggio, con una esplosione dolosa delle caldaie del vecchio battello; circolarono anche strane voci sui capitali provenienti dal Piemonte e sui presunti sussidi economici offerti da associazioni massoniche inglesi. Infine due strani personaggi affermarono di essere gli unici superstiti del naufragio, ma furono facilmente smentiti. Quel che interessa, in questa sede, è ribadire alcuni elementi fondamentali: l’incertezza del luogo del naufragio --- vicino Punta Campanella, oppure pochi chilometri a sud di Capri, o addirittura in prossimità di Ischia, sulla cui spiaggia furono trovati alcuni cadaveri – e l’inutilità delle ricerche che furono condotte nei decenni successivi, fino alla seconda metà del ‘900. Negli anni Cinquanta del secolo scorso si immerse col suo batiscafo nelle acque di Capri anche Auguste Piccard, ma i pochi rottami ritrovati non consentirono alcuna identificazione né del relitto né del luogo del naufragio. Al doloroso evento dedicò, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, un romanzo-inchiesta, ricco di affettuosa partecipazione umana e professionale, un giornalista pronipote di Ippolito Nievo, Stanislao Nievo, autore del libro, edito da Mondadori, dal titolo “Il prato in fondo al mare”. Al termine di faticose ricerche in diversi punti del golfo di Napoli, ed in particolare intorno a Capri, dopo pericolose immersioni con attrezzati batiscafi fino a notevoli profondità, Stanislao giunse alla conclusione che la tragedia non aveva lasciato tracce e che ogni tentativo di identificazione era destinato a fallire. L’aiuto di sensitivi e di veggenti arricchì la vicenda di fantomatiche presenze spettrali, ma tutto si scontrò con una dolorosa verità: ogni piccolo relitto o tipo di materiale rubato ai fondali, una volta giunto in superficie, si riduceva in incoerenti frammenti di materia, fantasmi di oggetti. L’”Ercole” sembrava non essere mai esistito, una allucinata visione sparita per sempre col suo carico di merci, documenti, uomini, misteri.

Ho voluto aggiungere questa ulteriore documentazione letteraria, sebbene non strettamente attinente alla storia ed alla territorialità di Procida, perché nell’incertezza generale della vicenda, che appartiene alla lunga storia del Mediterraneo e del Tirreno, mi è parso un doveroso segno di riguardo e di rispetto ricostruire, per immagini fantastiche, come in un film, le ultime ore dell’”Ercole” e dei suoi personaggi. Squassato dalla tempesta e dai marosi, barcollante come gigante ferito, quel piroscafo pensò di poter essere al sicuro nel riparo del golfo di Napoli col suo drappello di uomini, una volta abbandonato il mare aperto. Ma le ferite inferte dalla violenza del mare erano mortali e l’agonia si consumò entro l’impotente cornice di Punta Campanella da un lato e, all’opposto, del promontorio di Capo Miseno. Il porto, sullo sfondo, era ormai un miraggio e la tempesta non si placò in quel tratto di mare dove le correnti sono impetuose e irriducibili, in particolare per la grande profondità che caratterizza i fondali intorno a Capri. Né salvezza ci sarebbe stata puntando a sinistra, verso Ischia e Procida, col suo canale particolarmente soggetto ad onde lunghe e violente, un canale, come è stato detto, “che si agita come i Procidani”. Le tre isole, mi piace immaginarlo, furono muti ed impotenti testimoni di quella tragedia: quel naufragio appartiene a loro, col suo dramma e il suo silenzio, arricchisce, con la sua tragica conclusione, un profondo umano dolore che si fa fatica a tradurre in testimonianza letteraria.

Ora Procida attende tutti noi; prima isola del golfo Covid-free, presenta le sue credenziali e mostra che la scelta operata nell’eleggerla regina e simbolo di cultura non è atto né politico né avventato. Storia, tradizioni, cultura, esempi di vita la pongono, terza tra le stelle del golfo, sullo stesso piano delle più famose consorelle, tra le quali non sarà più la Cenerentola. Forse il suo destino è stato sempre questo: essere agli antipodi, fin dall’antichità, rispetto ai territori limitrofi più raffinati e frequentati. Ma forse questa è stata la sua salvezza: una appartata e un po’ ritrosa modestia che il tempo non ha mutato né corroso. Un “evviva” per quella che sarà, tra poco, la piccola e comune patria di chi ama natura, cultura e bellezza.

Ambiente e Cultura Mediterranea, giugno 2021

Lettere Meridiane

Lettere Meridiane

Foggia, 7 giugno 2021

IL FASCINO DEL NOSTOS: MARIO RAVIELE CANTA PROCIDA, L’ISOLA DI ARTURO

Procida si appresta ad essere incoronata Capitale della cultura 2022, ed un artista raffinato e schiettamente meridionale come Mario Raviele, non ha perso l'occasione per celebrare a suo modo l'isola campana, più che mai simbolo di un Mezzogiorno che vuole affidare il suo futuro all'arte e alla bellezza. IL FASCINO DEL NOSTOS: MARIO RAVIELE CANTA PROCIDA, L’ISOLA DI ARTURO Foggia, 7 giugno 2021Si chiama "Procida 1970-2022/L'isola di Arturo" la tela dipinta per l'occasione dall'artista, beneventano di nascita ma foggiano d'adozione. Non è casuale la scelta del protagonista del celebre romanzo di Elsa Morante, che Raviele rappresenta adagiato su una barca, sognante e quasi avvolto dagli abbacinanti colori dell'isola: "Quando ero a Napoli, studente all'Accademia di Belle Arti, mi recai sull'isola, per avere spunti grafici e creare ambienti, esterni e interni del romanzo di Elsa Morante. Rimasi letteralmente stregato dal fascino di Procida". L'arte è come il buon vino, migliora con il passar del tempo. E così, i disegni, gli schizzi e i bozzetti che Raviele realizzò in quella circostanza sono diventati la materia prima di "Procida 1970-2022" che reca come sottotitolo "L'Isola di Arturo" quasi a sottolineare il legame profondo tra l'amore a prima vista che sbocciò la prima volta che l'artista approdò sull'isola, e l'anno che la vedrà regina della cultura italiana. I disegni frammentati, strappati e incollati svelano l'idea di una Procida nel tempo passato, sospendendola in un'atmosfera quasi fiabesca, in una sorta di nostos, di mitico ritorno alle radici, che trasuda nostalgia e tenerezza, ma, al tempo stesso, sembra indicare il futuro possibile di Procida e con essa dell'intero Mezzogiorno. "Nel 1970 - ricorda ancora Raviele - ero al quarto anno di scenografia, e avevo scelto come tema d'anno il romanzo di Elsa Morante che aveva vinto il premio Strega nel 1957. Durante la lettura, cresceva in me il desiderio di visitare l'isola. A fine primavera con amici, da Pozzuoli in traghetto arrivammo a Procida nello spettacolo del tramonto: quei pescatori, quei caseggiati, quell'atmosfera da sogno si avvolse come un incanto. Trascorremmo la serata tra il piccolo porto e una trattoria-pizzeria a pochi passi dal mare dove, con permesso dei proprietari, passammo la notte. La mattina, una giornata passata tra scalini, viuzze, angoli, giardini, contadini, pescatori e costruzioni tipiche dell'architettura mediterranea, a scattare foto e veloci bozzetti. Quella breve visita da squattrinati studenti, me la sono portata nel cuore e nella mente."

Mario Raviele
Mario Raviele

L'opera è realizzata con tecnica mista (45 X 45 X 5 cm), impreziosita da un'intercapedine di contorno che corrobora il senso di nostalgia e d'incanto suscitato dalla sua visione. Il quadrato centrale, con l'immagine del caseggiato procidano, incastonato come un gioiello nel verde e l'azzurro marino dell'isola, emerge in rilievo con un gioco geometrico, sfaccettato in una cromia coloristica che sottolinea e sublima la serenità di un'esistenza, la perfetta armonia con l'ambiente isolano. In primo piano, un giovanotto adolescente, riposa disteso su una barca e sogna avventure lontane, come il personaggio protagonista del romanzo di Morante. Il lontano viaggio giovanile di Mario Raviele alla scoperta di Procida non resterà fine a sé stesso: l'artista è stato invitato dall'associazione culturale "Ambiente e Cultura Mediterranea" (www.ambienteculturamediterranea.it) a prendere parte al progetto “Procida Mediterranea2022", che vedrà esporre 26 artisti di ambito nazionale con opere ispirate all'isola di Procida, alla sua storia, alla sua cultura. Arturo tornerà alla sua Ischia, avvolta d'incanto.

Geppe Inserra

appia polis comunicazione

Appia Polis

Caserta, 6 giugno 2021

"PROCIDA MEDITERRANEA 2022" L'INIZIATIVA DELL'ASSOCIAZIONE AMBIENTE E CULTURA

PROCIDA - Ambiente e Cultura Mediterranea, Associazione ambientale, scientifica e culturale che opera per la tutela e la valorizzazione della mediterraneità da oltre un decennio, comunica che ha inoltrato al Comune di Procida la proposta culturale PROCIDA MEDITERRANEA 2022. Con essa si intende offrire il proprio contributo scientifico, artistico e di cultura mediterranea per l'alto riconoscimento ottenuto dall'isola flegrea di "PROCIDA CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA 2022". La proposta si edifica su due fattispecie concettuali: la prima è ancorata ad esaltare sul piano artistico la "bellezza" di Procida, mentre la seconda è finalizzata a svelare i "saperi" dell'isola custoditi in ogni settore: ambiente, paesaggio, storia, costumi, architettura e tradizioni; ma vi è anche una terza declinazione rappresentata da un'premio di cultura". Il progetto intende celebrare l'immagine della mediterraneità di Procida facendo ricorso alle discipline artistiche della pittura e scultura, relazionandosi alla dottrina ed alla ricerca scientifica ed inserendosi in uno spazio di cultura mediterranea. ei diversi spazi culturali si alterneranno editoriali scientifici, letterai e culturali in unione alla realizzazione di opere d'arte. Hanno aderito all'iniziativa docenti e ricercatori delle Università degli studi della Campania, noti cultori ed esperti, che produrranno relazioni scientifico-culturali su argomenti diversi. L'immagine artistica di Procida è stata invece affidata alla realizzazione di un progetto artistico cui partecipano 27 artisti di varie regioni italiane con la produzione di sculture, dipinti e ceramiche coniugando sul piano artistico, storia, mito, leggende, cultura, costumi, tradizioni, architettura, racconti, ... e vita di Procida. L'insieme del pensiero e della cultura mediterranea sarà invece reso visibile con l'assegnazione da parte del Comune di Procida del PREMIO DI CULTURA MEDITERRANEA 2022, cui questa Associazione provvede ad elaborare e curare dal 2019, con cui si celebrerà la mediterraneità dell'isola. Il Premio si inserisce nel contesto della classicità occidentale intesa come espressione di un canone eterno, radice della filosofia, delle arti figurative, dell'architettura e della tragedia; ad un modo di ragionare sulle cose e sull'uomo quale stile creativo dell'uomo mediterraneo con le sue molteplici espressioni di vita, di armonia, di arte e di bellezza. Procida sarà declinata sul piano scientifico, artistico e mediterraneo.


gazzetta di Caserta

La Gazzetta di Caserta

11 giugno 2021

Due pittrici casertane, Gemma Amoroso e Anna Scopetta, parteciperanno al progetto artistico Procida Mediterranea 2022

Ambiente e Cultura Mediterranea, associazione ambientale, scientifica e culturale presieduta da Italo Abate, che opera per la tutela e la valorizzazione della mediterraneità da oltre un decennio, comunica che ha inoltrato al Comune di Procida la proposta culturale Procida Mediterranea 2022. Con essa si intende offrire il proprio contributo scientifico, artistico e di cultura mediterranea per l’alto riconoscimento ottenuto dall’isola flegrea di Procida capitale italiana della cultura 2022. La proposta si edifica su due fattispecie concettuali: la prima è ancorata ad esaltare sul piano artistico la “bellezza” di Procida, mentre la seconda è finalizzata a svelare i “saperi” dell’isola custoditi in ogni settore: ambiente, paesaggio, storia, costumi, architettura e tradizioni; ma vi è anche una terza declinazione rappresentata da un “premio di cultura”.

Il progetto intende celebrare l’immagine della mediterraneità di Procida facendo ricorso alle discipline artistiche della pittura e scultura, relazionandosi alla dottrina ed alla ricerca scientifica ed inserendosi in uno spazio di cultura mediterranea. Nei diversi spazi culturali si alterneranno editoriali scientifici, letterari e culturali in unione alla realizzazione di opere d’arte. Hanno aderito all’iniziativa docenti e ricercatori delle Università degli studi della Campania, noti cultori ed esperti, che produrranno relazioni scientifico-culturali su argomenti diversi. L’immagine artistica di Procida è stata invece affidata alla realizzazione di un progetto artistico cui partecipano 27 artisti di varie regioni italiane, tra cui le due pittrici casertane Gemma Amoroso e Anna Scopetta, con la produzione di sculture, dipinti e ceramiche coniugando sul piano artistico storia, mito, leggende, cultura, costumi, tradizioni, architettura, racconti, … e vita di Procida. L’insieme del pensiero e della cultura mediterranea sarà invece reso visibile con l’assegnazione da parte del Comune di Procida del Premio di Cultura Mediterranea 2022, cui questa associazione provvede ad elaborare e curare dal 2019, con cui si celebrerà la mediterraneità dell’isola. Il Premio si inserisce nel contesto della classicità occidentale intesa come espressione di un canone eterno, radice della filosofia, delle arti figurative, dell’architettura e della tragedia; ad un modo di ragionare sulle cose e sull’uomo quale stile creativo dell’uomo mediterraneo con le sue molteplici espressioni di vita, di armonia, di arte e di bellezza. Procida sarà declinata sul piano scientifico, artistico e mediterraneo.