Il capitalismo e la crisi esistenziale
L’economia circolare è un modello economico che si pone come antitetico all’economia lineare. Infatti, se quest’ultima sostiene che il valore d’uso di un oggetto (ovvero la sua utilità, il suo essere funzionante) diminuisca nel tempo fino a esaurirsi, l’economia circolare sostiene che questo valore d’uso possa essere rinnovato, anche attribuendo un nuovo utilizzo all’oggetto.
A partire dalla fine del XVIII secolo, la società industriale ha cominciato ad affermarsi, e grazie ad essa, il capitalismo borghese ha cominciato a espandersi, fino a diventare oggi il modello economico preponderante a livello globale. A partire dagli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso (ma come termine di un processo in atto da almeno un secolo) si è invece diffuso il consumismo, fenomeno socio-economico che determina un aumento dei consumi derivato da bisogni indotti (e dunque non reali, o almeno non autentici) dalla pubblicità e dalla volontà di conformismo. Volontà di conformismo che, paradossalmente, è caratterizzata dalla necessità di affermare se stessi: anche oggi sentiamo celebrata l’espressione di sé, la libertà del vestirci e truccarci come vogliamo. In realtà, questa libertà, per quanto osannata, rimane un’utopia, molto probabilmente irrealizzabile in una società di massa, ovvero un tipo di società dove l’opinione pubblica gioca un ruolo preponderante. La verità è che all’individuo è permesso essere se stesso finché l’opinione pubblica accetta il “se stesso” che viene presentato. Non sto banalmente parlando del divario tra le vecchie e nuove generazioni e della distruzione delle norme di genere: se nel se stesso di qualcuno si celasse la volontà di vestirsi e atteggiarsi, per esempio, come un nobile settecentesco, possiamo davvero affermare con certezza che non verrebbe deriso o guardato storto, anche tra le nuove generazioni? La sola esistenza dello stereotipo dell’ “emarginato” è prova che la tolleranza che viene tanto decantata non è che un insieme di parole vuote. L’autenticità è apprezzata finchè rientra in certi parametri; dunque, l’autenticità non è apprezzata.
Potremmo definire questa diversità incoraggiata come diversità omologata: ciò che viene incoraggiato non è la diversità pura, ma quella rientrante nei parametri citati poc’anzi. È innegabile che, dato il valore positivo della diversità, che porta confronto e innovazione, un cerchio ristretto è meglio che niente; ma è importante essere consapevoli di come stanno veramente le cose.
In ogni caso, questa diversità omologata fa, nel bene e nel male, gli interessi dei capitalisti, che, essendo amorali (per principio, il fine del capitalista è il guadagno disinteressato), non hanno problemi non solo ad assecondare queste tendenze, ma anche ad amplificarle per il bene dell’algoritmo consumista, che è necessario per evitare crisi di sovrapproduzione. Per questo stesso motivo, per gli interessi della classe dominante, l’economia lineare è il modello favorito, in quanto massimizza il consumo e dunque il profitto. L’economia lineare può inoltre trovare le sue basi teoriche nella concezione giudaico-cristiana della vita, dove quest’ultima è vista come flusso lineare orientato ad un fine (la vita ultraterrena): così come la nostra vita è regolata da un inizio e una fine, così lo è quella di un qualsiasi oggetto (il mondo stesso non fa eccezione, visto il Libro della Rivelazione che predice l’Apocalisse). Il capitalismo stesso, d’altronde, ha le proprie basi nel protestantesimo, dove la ricchezza è simbolo del favore divino; il concetto oggi è rimasto, seppur secolarizzato.
Il fatto che un oggetto sia inevitabilmente destinato a smettere di avere un valore d’uso risulta ormai non solo normalizzato, ma direttamente interiorizzato. Pensiamo all’obsolescenza programmata, di cui l’opinione pubblica si lamenta ma nel concreto non agisce; o al fenomeno del fast fashion, vestiti che costano poco perché destinati a rompersi. Questo fenomeno, ovvero l’adozione acritica dei valori che la classe dominante sostiene e incoraggia, è stata definita dal filosofo italiano Antonio Gramsci come egemonia culturale. Il valore che la borghesia capitalista vuole affermare è essenzialmente l’identità dell’oggetto con la sua funzione.
Un esempio banale ma efficace può essere quello di una scatola di scarpe. La funzione principale di una scatola di scarpe è quella di trasportare le scarpe dal negozio a casa. Il perfetto consumatore (secondo il modello capitalista), in linea di principio, dovrebbe non riuscire a riconoscere altra utilità alla scatola se non quella di trasportare, e dunque dovrebbe buttarla appena messe in scarpiera le scarpe nuove. Nel caso in cui a questo consumatore un giorno serva effettivamente una scatola, dovrebbe andare a comprarne una nuova dedicata esattamente alla funzione per la quale la compra.
L’unico modo per effettivamente uscire da questa particolare connotazione dell’egemonia culturale è quello di rivalutare alla base le concezioni di oggetto e di linearità.
L’oggetto non è la sua funzione. Tale prospettiva deriva da filosofie di tipo utilitaristico, secondo le quali il bene sta in ciò che è utile al maggior numero di persone. Si fa presto a scorgere la prospettiva materialista che sta dietro a ciò. L’utilitarismo è alla base della corrente filosofica nata negli anni ‘30 dell’800 del Positivismo, che ha accompagnato tutto il secolo fino all’inizio del ‘900. Secondo il Positivismo, la scienza e il progresso porteranno necessariamente al miglioramento delle condizioni di vita dell’intera umanità. Date le già accennate basi materialiste, il Positivismo pone l’accento sul reale, l’effettivo, l’empirico, svalutando l’astratto e il metafisico. Il Positivismo riprende dall'Illuminismo la fede nella ragione (in quanto strumento conoscitivo fondamentale per la scienza) e, proprio in virtù del liberalismo e conseguente liberismo che l'Illuminismo ha per primo teorizzato, viene specialmente adottato dalla borghesia capitalista (specie in Inghilterra, con le opere di John Stuart Mill), la quale comincia a pensare che la povertà e la miseria che la rivoluzione industriale ha portato verranno eventualmente risolte dall’avanzare stesso della scienza e del progresso, e dunque dalla rivoluzione industriale stessa. Tale processo di razionalizzazione della società è quello che, portato alle estreme conseguenze, ha condotto a quella che Nietzsche ha definito la morte di Dio, ovvero il crollo di ogni valore metafisico e morale, la cui validità non era dimostrabile razionalmente e di cui solo Dio era garante; concetto che poi verrà ripreso da un successivo filosofo tedesco, Max Weber, che ridefinirà l’espressione con il termine “disincantamento”, quel processo di razionalizzazione della realtà che ha eliminato ogni possibilità di trovare senso al mondo e ha dunque svelato il vuoto, il nulla che sta alla base di ogni cosa e di ogni azione. Tra i due filosofi, però, c’è una differenza fondamentale: mentre Nietzsche sosteneva di accettare con gioia questo nichilismo, diventando individui liberi di dare il proprio significato alla realtà e di vivere secondo i propri valori (l’oltreuomo), Weber sostiene che a prendere il posto di Dio siano stati i valori della classe dominante (la borghesia), ovvero l'accumulo della ricchezza fine a se stesso perché il Dio di cui rappresentava il favore (secondo la logica protestante) è infatti morto. Eppure, la verità fondamentale rimane il vuoto. Così come la vita non ha senso all’infuori dell’individuo che ne è cosciente, ovvero di colui che possiede il concetto di “vita” nella propria cognizione, ogni oggetto è prima di tutto corpo, materia, e non ha funzione all’infuori di chi lo percepisce.
Tornare all’epoca degli dèi non è fattibile. Il vuoto è la verità che la scienza ha svelato; inoltre il dominio divino della morale poneva dei restringimenti ingiustificati all’agire umano. Nell’epoca contemporanea, l’individuo non può che arrendersi agli interessi della classe dominante o trovare la forza di farsi proprio Dio egli stesso.
Se le masse diventassero dunque consapevoli che la funzione dell’oggetto corrisponde non a quella per cui è stato fatto ma a quella che gli si assegna, che può essere cambiata o revocata a piacimento, l’economia circolare risulterebbe molto più facilmente adattabile come modello mondiale. Una bottiglia non è un contenitore di liquidi. È un corpo. La sua funzione sta nel soggetto che la percepisce. Non tutto quello che comprate è fatto per essere buttato.
Se Dio è morto (la società ociddentale si è secolarizzata), allora anche la concezione giudeo-cristiana della vita stessa, garante in qualche modo dell’economia lineare, viene meno. Nietzsche stesso si pone in contrapposizione a tale concezione del tempo; egli teorizza l’eterno ritorno dell’uguale, la teoria secondo la quale ogni attimo è destinato eventualmente a ripetersi. Non è chiaro se Nietzsche la proponesse più come teoria cosmologica o dottrina etica, ma egli sostiene che l’eterno ritorno sia il mindset che l’oltreuomo (colui che, avendo riconosciuto il vuoto, crea i propri valori) deve adottare. Riconoscendo che ogni momento deve necessariamente tornare, l’oltreuomo può creare per sé dei valori che gli consentano di vivere ogni momento così gioiosamente da volerlo desiderare in eterno. Allo stesso modo, l’economia circolare si propone di farci vedere ogni oggetto come un ente la cui funzione deve ripetersi potenzialmente in eterno (nei limiti del possibile), seppur con la differenza fondamentale che quest’ultima non deve presentarsi necessariamente come identica. Ripartendo proprio da come vediamo il tempo, la dimensione fondamentale della nostra esistenza, riusciremo a rivalutare la vita di tutto ciò che ci circonda e forse ad uscire dall’egemonia culturale.
Giovanni Cardin - 5D