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Michele Zacchia (Santa Maria Capua Vetere 1999) vive a Roma. Ha conseguito la laurea in Lingue e Culture Moderne all’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa, e recentemente all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” nel Master di Editoria, Giornalismo e Management Culturale. Ha frequentato l’Universitat Autònoma di Barcellona e il Chichester College. Copywriter, redattore, traduttore. Collabora e ha collaborato con numerose testate giornalistiche, tra cui The Wise Magazine e il quotidiano La Libertà di Piacenza. Il suo principale impiego in ambito culturale è legatoalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci - Premio Strega, con la quale collabora per l’organizzazione di eventi culturali. Ha pubblicato La Teoria del cerchio (Controluna, 2022), e sue poesie sono state selezionate e pubblicate su varie riviste online, tra cui L’Altrove - Appunti di poesia. Già curatore di un manuale di test universitari, ha tradotto un testo in lingua spagnola di Juan De Ávila, Memorial Segundo.
Severità poetica, pietra focaia. Maledetta
sfinge materna: ci hai travolto le viscere.
Hai sudato i soldati dei giorni, nelle trincee
più disilluse hai dissolto il tuo mondo. In
ginocchio dalle conchiglie rigate, discepoli
di secoli evoluti, e quei fossili, sulle crepe
di agosto, vi entravano di nascosto come serpi in
una rupe. Ora tu giungi e mi guardi
come anima dispersa, come sangue irascibile
nutri il bollore delle vene. L’indomani cambierai
colore, fermenterai in vino e rughe fumose,
aspetterai la fine, che in fondo è già qui.
un giorno d’estate a Ostuni, Puglia
Sebbene fossi un pagliaccio di ghiaccio
non mi son sciolto al comando, lei studiava
ex lavoratrice stagionale. Accomodandosi sul
ventre dei banchi, occhio reazione chimica,
le sfugge la biro, si inguacchia le dita di
inchiostro, meno male che non è cruore,
altrimenti – scendendo le scalinate – Po rosso,
scia sulla città innevata. Mi punti un’arma,
vuoi il mio stesso tuo rosso, colpiscimi forte
perché non c’è più nulla da fare,
nell’occhio di prima: «io ti voglio bene»,
smetti veloce di pensare
in questo istante che la vita ti succede.
Gazometro, Roma
La cristalliera ottuagenaria che ti abita
in sala ne sa più di noi in fatto di.
Ne riconosci le ante legnose e intarsiate,
tutte mature. Decrepite se le guardi meglio.
Il vetro cascante col disegno del
fiore papavero, finto e consunto.
D’altri tempi questa cristalliera, obsoleta immobile.
«È Art Nouveau!» diceva tua nonna,
tu non l’ascoltavi, dicevi «brutta come lei»,
rancida nell’osso. In questo incastro fuori moda
la pretesa di superare il passato.
L’oggetto di un lessico famigliare che t’accorgi
di allontanare, sei finita al mercatino,
l’hai data via in cambio d’aria.
casa di sconosciuti, Città del Vaticano
Mio cuor prodigo che sta in ospedale,
si è affaticato scomponendo il male. Non
più avrà attenzioni dal polso dove batte. Si
ricorderà bene Dio che l’ha tradito, pur pregando
bene il suo nome. Masturberà il suo canto
allietando la musica dell’erezione. Sarà
scatto centripeto girando al centro. Muovendosi
di continuo mi costringerà all’ascolto, i lamenti
che dava nudi nel sangue saranno finestre di vetro,
muri di pietra. Saranno alterne le vie di fuga
per una morte o l’altra, si sputerà suicidio, nuoterà
in un lago dandosi via da me, fumandosi quelle
ossette di costato e il guscio di un dolce pesce.
Lungotevere degli Inventori, Roma