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Massimo Monteduro è professore ordinario di diritto amministrativo presso l’Università del Salento e avvocato.
Appassionato di poesia sin da bambino, ha vinto nel 1992 il Certamen Horatianum e il Premio di Poesia “Luigi De Donno”.
Il Libro del Fuoco è la sua raccolta di esordio. L’opera costituisce la seconda parte di un più vasto poema in corso di composizione intitolato:
E S
S E
Leggero come roccia liquida il ricordo
che vibra nel respiro del prigioniero
si libra nel dolore viola del finito.
Un abito per fingere. Gli occhi stanchi
di scherni deridenti in schermi sorridenti
nell’ordinato nulla del dimostrare.
Desiderando senza considerazione
dall’ombra inesorabile l’illusione
carezza, nei suoi artigli ottunde con dolcezza.
Procede lento il lutto nel canto, il pianto
svanisce. Forma e Rito austeri perscrutando
in paramenti incedono, l’istruttoria
in procedure gravi giunge a decisioni:
proliferano satrapi e funzionari
del biopotere muto in sintesi organate.
I pochi nuovamente dei molti usando
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abusano, nel prezzo è il metro del disprezzo.
Distanza ed apparenza pupille bianche
di cecità nell’artificio della rete
che vite vanamente connette al tedio.
Il suono della viola intenso ogni respiro
profuma. Rovi si aprono palpitanti,
immagini di specchi cercano la luce.
Da causa e fine libero chiudo gli occhi.
Il Mistico mi parla calmo nel naufragio,
confonde in sé lo spirito e la materia.
Il Mistico rapisce il senso dei colori
e trasfigura. L’ombra malvagia stride
ai piedi del giaciglio ruvido di sterpi
e sibila con gli occhi nella coscienza,
eppure non esiste che nella sua assenza!
Trascendere l’effimero, trasgredire
il vincolo del corpo e il peso della forza,
fermare infine il battito nel silenzio.
Destino dolce avulso da destinazione
distilla sul pianeta che va morendo
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memoria dall’essenza, vano dal reale,
figure antiche in calici di energia
ripiegano lo spazio gelido nel tempo
e mascherano volti senza persona.
La voce mi sussurra: “Nulla è necessario.
I venti inonderanno le vette quiete
e non avrai pensiero senza desiderio,
non sofferenza privo di differenza,
non orizzonte senza direzione. Nulla
è necessario all’essere che s’annega
nell’infinito”. Muta voce, mi sussurra
dell’intima struttura, reclusa in fondo
al vortice insensato che perpetuando
apocalissi e genesi serve a eterno
principio senza fine. Attendo ciecamente
finché il cristallo viola la vena calda,
affanno delirante. Intriso nel chiarore
di oceani infermi, luoghi che pure un tempo
io conoscevo ma non riconoscerei,
congiungo al sommo l’infimo dissolvendo.
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Il firmamento impuro osserva dal silenzio.
Con lame vili e sordide transazioni
le dita del passato inumano il futuro.
Si annientano ad oriente esistenze in occhi
di madri senza figli e figli senza madri
ed ardono foreste di luce e d’acqua.
La viola invade i sensi attoniti, avvolgendo
con armonie di grazia crepuscolare
il cosmo misterioso vuoto di speranza.
La calma compostezza della tormenta
ascolta, mentre il fuoco ignaro si assopisce
e il cromo tinge l’aria. Comprendi adesso
il senso della transizione che t’inquieta,
aceto e sete, croce di frusta e spine,
i chiodi inflitti nella carne e nella mente,
la consapevolezza del tradimento.
Il cielo si avvicina all’anima dell’uomo
precipitante, abbraccia la sua passione
donando i semi della vita oltre la morte:
Perdono per chi ignora e Riconoscenza
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per chi conosce. Dai sepolcri la ginestra
in amorosi sensi corrispondendo
congrega le sciagure umane in sodalizio
finché risplenderà su di loro il sole.
Comprendi adesso quale livido tramonto
favilla di policrome sintonie,
per quale dolorosa via dovrai cadere
a terra ancora, e ancora, reggendo il mondo.
Comunità di sorti e di resurrezioni,
felicità tessute di sofferenze,
generazioni di passato e di futuro
trascorrono la trama interdipendenti,
serrando insieme membra bramano in catena
avvinta da grovigli di forza e inerzia
resistere al bisogno, esistere nel sogno.
Caduche eternità sono dette storia.
Comprendi adesso che recidere il legame
conduce a separare te da te stesso
e l’uomo dall’umanità. Oltrepassare.
Il cielo lacerando il suo velo appare
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e termina ogni lotta, imperla di agonia
pietoso l’orizzonte che rasserena.
Al cielo l’occhio anela nello sguardo estremo.
La pelle viola accanto al riverso stelo.
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