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Luigi Cannillo, poeta, saggista, traduttore e organizzatore culturale, è nato e vive a Milano. Tra le
sue raccolte di poesia più recenti: Cielo Privato, Joker Ed., 2005, Galleria del Vento, La Vita Felice,
2014, e l’ antologia in inglese e italiano Between windows and Skies – Selected Poems 1985-2020,
Gradiva Publications, 2022 e Dal Lazzaretto, La Vita Felice, 2024 Ha curato con Gabriela Fantato
La biblioteca delle voci – Interviste a 25 poeti italiani ,Joker Ed., 2006. Ha curato inoltre
l'Antologia Il corpo segreto – Corpo ed Eros nella poesia maschile, LietoColle, 2008, e, con
Sebastiano Aglieco e Nino Iacovella, Passione Poesia – Letture di poesia contemporanea, Ed. Cfr,
2016. Singole poesie, scelte antologiche e interventi critici sono stati pubblicati su numerose riviste,
raccolte di saggi, siti e blog letterari. Ha partecipato a performance e spettacoli teatrali e collabora
con musicisti e artisti visivi.
al Vita Felice
Dal Lazzaretto Luigi Cannillo Editore La Vita Felice
Figure in posa sulla spianata
mentre del vecchio Lazzaretto resta
ormai solo il colonnato nord
Anni dopo qualche carro sparso
clienti nelle bottiglierie, sempre
visibili nel silenzio delle foto
dove le ombre si fissano perenni
Non c’ero allora, non vedevo
le piaghe, poi le nuove case
a battezzare il Novecento
me stesso a una finestra
ancora sigillato in quel presente
Ma il tempo sul campo di battaglia
contrappone spietato le sue ore
futuro incluso, e si doveva scendere
affrontare la strada disarmati
Noi siamo i salvati adesso, i nostri
occhi a fotografare le impronte:
lo stemma borromeo, il bar
degli eritrei – a futura memoria
16 17
Finché una mattina
in scoppio accelerato
frutta ogni ramo, è luce
nell’aula scatta l’ultima cartella
mentre di colpo si libera l’estate
Nei corridoi deserti s’insediano
le voci dell’inverno sigillate e mute.
È rimasto uno solo
mani sporche di gesso
una lavagna intera da cancellare
Sulla muraglia d’ardesia disegna
un’avventura, racconta di un tempo
che avanza tra le vite degli altri
È l’ora della rincorsa per tutti
tranne uno, che vive d’ombra,
un eremita che dal silenzio
delle scale sente chiamare
Non c’è più nessuno, maestro, scrivi
Sta entrando ancora dalle tende
il profumo dei tigli in cortile
Negli ultimi giorni di lezione
il ruggito nel sangue, l’attesa,
battono la fine, ci separiamo
mentre la luce ci libera altrove
Adesso chiudi il libro con un colpo
il cancello si aprirà definitivo
vedrai il meridiano del sole
spingere un’estate infinita
Come se ci perdessimo per sempre
Sarà il tiglio a soffiare sulle palpebre
le prime notti che morde il desiderio
e il sogno si dilata oltre l’atlante
Conserva poi i fiori per l’inverno
quando i muri delle aule
tengono strette le persone e i sogni,
consolano per le separazioni
Come se già sapessimo il ritorno
18 19
Resto nel nodo, il fiocco azzurro
mosso da una corrente sconosciuta
nel vuoto che risplende tra le porte
Cambio sempre strada al ritorno
La mia natura è percorrere
la scala di servizio, accomodarmi
a riposare sul gradino stretto
Se mai sarò uno di queste classi
passerò il tempo guardando fuori
i colombi circolare fra le tegole,
aspettando chi bussa alla porta
e l’ombra che lo annuncia
fino al momento dell’uscita
Resto il soffio sull’uniforme,
chi si scosta e corre via per primo
Non mi avrete alla ricreazione
non ci sono, salirò sull’albero
più alto del giardino
I muri si inseguono
in gomitolo che rotola
accorpa ogni lato, la distanza
tra le porte, il nome della classe
E ovunque si spalancano le bocche
delle scale collegano ammezzati
a corridoi ancora invisibili
Un bambino con un fiocco azzurro
li percorre diritto, appena
sollevato sulle scie di cera
Questo il compito, portare messaggi
esatti, ricordare e ripetere
il colpo sulla porta esitando
con il passo, poi chiedere il permesso
In un’aula uguale estranea,
fissare il maestro e dal suo sguardo
capire il rancore e la benevolenza –
e di quando i bambini
gli sono genitori, sapere
alla consegna del messaggio
E prima del ritorno ascoltare
fino in fondo e in un solo momento
il suono del suo verso
20 21
Agosto, astronavi al decollo
cicale in estasi nei platani
Scomparsi gesti e passi
la città rientra tutta nel ferro
e nell’asfalto, desolata
Sembra rimasto solo il telaio
della gabbia a respirare a fatica
la geometria dell’aria
Sulla scacchiera si dispone
il quartiere abbandonato
esposto a tutta quella luce
Qui hanno sepolto un male antico
insieme ai sogni di rivolta
Di vedetta possiamo distinguere
all’orizzonte il profilo dei monti
le tracce di animali in libertà
Ma restiamo in servizio interrogando
le rotaie allo scambio
se la missione sia raggiungere
gli altri in fuga o sull’attenti
immaginare il loro ritorno