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Nota biografica
Danilo Poggiogalli è nato a Roma nel 1971. Linguista e docente formatosi alla scuola di Luca
Serianni, è autore di vari saggi sulla storia della lingua italiana, tra cui ricordiamo: La sintassi nelle
grammatiche del Cinquecento (Accademia della Crusca 1999); Dalle acque ai nicchi. Appunti sulla lingua
burchiellesca («SLeI» 2003); Grammatiche di italiano per stranieri dal ’500 a oggi. Profilo storico e antologia (con
Massimo Palermo, Pacini 2010); Sintassi del periodo (in Storia dell’italiano scritto, Carocci 2018); Il miele della
lingua. Le metafore nelle grammatiche di italiano (XVI-XVIII secolo), «SILTA» 2025). Ha inoltre partecipato
alla revisione del dizionario Devoto-Oli (edizioni 2004 e 2017) e di recente è uscita una sua edizione
critica della Regola della Lingua Tosca dell’Ortographia Volgare & Latina (1570) di Girolamo Labella (Pacini
2026). Attualmente collabora con l’Università per Stranieri di Siena al progetto GeoStoGrammIt.
Ha pubblicato due libri di versi: Il prigioniero della luce (Controluna 2024), finalista al Premio Voci -
Città di Roma e opera proposta al Premio Strega Poesia 2025; Postumi (peQuod 2026). Suoi racconti
sono presenti nelle antologie In poche parole (Puntoacapo 2025) e L’approdo narrativo (Ex Libris 2025).
Accanto all’attività scientifica e letteraria, si dedica attivamente alle campagne per i diritti e le pari
opportunità, collaborando con il Comune di Roma e con il Municipio III Montesacro. In particolare,
negli ultimi due anni è stato promotore di vari eventi legati alla consapevolezza sul lutto perinatale, tra
cui l’Onda di luce (in occasione del Babyloss Awareness Day, celebrato in tutto il mondo il 15 ottobre)
e il seminario Where’s my baby? (25 ottobre 2026).
Sinossi dei libri Il prigioniero della luce (2024) e Postumi (2026)
I due libri sono complementari, presentandosi come i due atti di un’opera in versi dedicata al lutto
perinatale.
Protagonista del primo atto è un bambino venuto «alla luce per non vederla mai». A seguirne il breve
passaggio nel mondo è il padre, che cerca nelle parole, ora lievi ora taglienti, un appiglio per non
annegare nell’insensatezza del lutto, in un ostinato dialogo con il figlio e con la propria coscienza.
Nel secondo atto il tema è ciò che rimane del lutto, la sua ambigua eredità morale: il crudo ritorno
alla normalità e alle sue ombre, la convalescenza degli affetti superstiti, il dono di una mutata visione
dell’esistenza. Come nota Stefano Petrocchi nella Prefazione, «la perdita ha prodotto un poeta capace di
generare parole che fanno male come “fiori velenosi” e che nondimeno testimoniano del suo bisogno
di uscire dall’isolamento per riscoprirsi parte di una specie sofferente per definizione: “essere umano fra
gli umani / uguali nel lutto”».
Testi da Il prigioniero della luce
Il ritorno
Tornassi stanotte da dove sei
ti accoglierei senza il cipiglio
del padre che perdona
il figlio solo perché è tornato
non ti rinfaccerei l’ora tarda
o il pallido incarnato
non ti assillerei di domande
dove sei stato e perché
non respingerei l’illusione
ma ammetterei il prodigio
se solo tornassi indietro
e non mi creperebbe il cuore
per lo stupore la gioia o la pena
che possa non essere vero
non è successo alle porte
selvagge di quel giorno
vuoi che succeda
proprio la notte
del tuo ritorno?
La nostra religione
Penetrare l’intrico di foglie
e di luci di via Nomentana
come nei giorni sospesi
di quell’insana
primaverile ascesi
del ventitré quando alle soglie
del mondo tu eri apparso
e venivamo a venerare
la viva reliquia di un parto:
ministri senza voce
in celeste talare
monouso d’ordinanza
del culto feroce della speranza.
Testi da Postumi
Brillo di dolore
Brillo di dolore perché il dolore
ha una luce e un’ebbrezza
che bruciano gli occhi
e il sangue come un liquore
fiammante. Mi si accendono foschi
barlumi di coscienza mentre
barcollo nella scia luciferina
della notte della mia memoria.
Ma i postumi del dolore
fanno di me un sopravvissuto
che insegue nei fumi dell’oblio
nella svanita saggezza della sbornia
un lontano baluginio di assoluto.
Distanziamenti
Il tuo dolore l’ho guardato
da fuori, da lontano
non l’ho abitato
non ci sono entrato.
L’ho tenuto per mano
ma non mi è nato
e cresciuto dentro
perché non ho un dentro
in cui possa fiorire
e morire la vita.
La tua sofferenza più tetra
l’ho scolpita nella pietra
per farne un’assenza
una forma d’arte.
E ti ho resa personaggio
per non essere parte
di questo oltraggio.