Giovannin senza paura
C'era una volta un ragazzetto chiamato Giovannin senza paura, perché non aveva paura di niente. Girava per il mondo e capitò a una locanda a chiedere alloggio. - Qui posto non ce n'e, - disse il padrone, - ma se non hai paura ti mando in un palazzo. - Perché dovrei aver paura? - Perché ci si sente, e nessuno ne è potuto uscire altro che morto. La mattina ci va la Compagnia con la bara a prendere chi ha avuto il coraggio di passarci la notte. Figuratevi Giovannino! Si portò un lume, una bottiglia e una salciccia, e andò. A mezzanotte mangiava seduto a tavola, quando dalla cappa del camino sentì una voce: - Butto? E Giovannino rispose: - E butta! Dal camino cascò giù una gamba d'uomo. Giovannino bevve un bicchier di vino. Poi la voce disse ancora: - Butto? E Giovannino: - E butta! - e venne giù un'altra gamba. Giovannino addento la salciccia. - Butto? - E butta! - e viene giù un braccio. Giovannino si mise a fischiettare. - Butto? - E butta! - un altro braccio. - Butto? - Butta! E cascò un busto che si riappiccicò alle gambe e alle braccia, e restò un uomo in piedi senza testa, - Butto? - Butta! Cascò la testa e saltò in cima al busto. Era un omone gigantesco, e Giovannino alzò il bicchiere e disse: - Alla salute! L’omone disse: - Piglia il lume e vieni. Giovannino prese il lume, ma non si mosse. - Passa avanti! – disse l’uomo. - Passa tu, - disse Giovannino. - Tu! - disse I'uomo. - Tu' - disse Giovannino. Allora I'uomo passo lui e una stanza dopo l’altra traversò il palazzo, con Giovannino dietro che faceva lume. In un sottoscala c'era una porticina. - Apri! - disse I'uomo a Giovannino. E Giovannino: - Apri tu! E I'uomo aperse con una spallata. C'era una scaletta a chiocciola. - Scendi, - disse I'uomo. - Scendi prima tu, - disse Giovannino. Scesero in un sotterraneo, e l'uomo indicò una lastra in terra. - Alzala! - Alzala tu! - disse Giovannino, e I'uomo la sollevò come fosse stata una pietruzza. Sotto c'erano tre marmitte d'oro. - Portale su! - disse I'uomo. - Portale su tu! - disse Giovannino. E I'uomo se le portò su una per volta. Quando furono di nuovo nella sala del camino, I'uomo disse: - Giovannino, l'incanto e rotto! - Gli si staccò una gamba e scalciò via, su per il camino. – Di queste marmitte una è per te, - e gli si staccò un braccio e s’arrampicò su per il camino. – Un’altra è per la Compagnia che ti verrà a prendere credendoti morto, - e gli si staccò anche l’altro braccio e inseguì il primo. – La terza è per il primo povero che passa, - gli si staccò l’altra gamba e rimase seduto per terra. – Il palazzo tientelo pure tu, - e gli si staccò il busto e rimase solo la testa posata per terra. – Perché dei padroni di questo palazzo, è perduta per sempre oramai la stirpe, - e la testa si sollevò e salì per la cappa del camino.Appena schiarì il cielo, si sentì un canto: Miserere mei, miserere mei, era la Compagnia con la bara che veniva a prendere Giovannino morto. E lo vedono alla finestra che fumava la pipa.Giovannin senza paura con quelle monete d’oro fu ricco e abitò felice nel palazzo. Finché un giorno non gli successe che, voltandosi, vide la sua ombra e se ne spaventò tanto che morì.
Da: Fiabe italiane di Italo Calvino
Dove può andare a dormire Giovannino?
Cosa porta con sè Giovannino?
Chi va al mattino?
La prima volta cosa casca dal camino?
Cosa c'è nel sottoscala, dietro ad una porticina?
Cosa c'era sotto la lastra?
Leggendo il testo che cos'è la marmitta d'oro?
A chi andrà la terza marmitta d'oro?
Cosa stava facendo Giovannin quando arriva la compagnia che porta la bara?
Di che cosa morì Giovannin?
Sempre per parlare di paura ecco una fiaba tratta da "Le fiabe del focolare" dei Fratelli Grimm.
Leggetela e/o ascoltatela, poi rispondete alle domande utilizzando il modulo.
Un padre aveva due figli. Il maggiore era giudizioso e prudente e sapeva cavarsela in ogni situazione, mentre il minore era stupido, non imparava né‚ capiva nulla e quando la gente lo incontrava diceva: "Sarà un bel peso per il padre!" Se c'era un lavoro da fare, toccava sempre al maggiore; ma se il padre lo mandava a prendere qualcosa di sera o addirittura di notte, e la strada passava vicino al cimitero o a qualche luogo terrificante, egli rispondeva: "Ah, padre mi viene la pelle d'oca!" poiché‚ era pauroso. Oppure quando di sera, accanto al fuoco, si raccontavano delle storie da far rabbrividire, coloro che ascoltavano dicevano a volte: "Ah mi viene la pelle d'oca!" Il minore se ne stava seduto in un angolo, ascoltava e non capiva che cosa ciò potesse significare. "Dicono sempre: mi viene la pelle d'oca! mi viene la pelle d'oca! A me non viene: sarà anche questa un'arte di cui non capisco niente."
Un bel giorno il padre gli disse: "Ascolta, tu in quell'angolo diventi grande e grosso, ed è ora che impari a guadagnarti il pane. Guarda come si dà da fare tuo fratello; ma con te è fatica sprecata." - "Sì padre," egli rispose, "vorrei imparare qualcosa; anzi, se fosse possibile, mi piacerebbe imparare a farmi venire la pelle d'oca; di questo non so proprio nulla." Il fratello maggiore rise nell'udirlo e pensò fra sé: "Mio Dio, che stupido è mio fratello, non se ne caverà mai nulla. Il buon giorno si vede dal mattino." Il padre sbuffò e gli rispose: "La pelle d'oca imparerai ad averla, ma con questo non ti guadagnerai il pane."
Poco tempo dopo venne a fare loro visita il sagrestano; il padre gli confidò i suoi guai e gli raccontò che il figlio più giovane era maldestro in ogni cosa, non sapeva e non imparava nulla. "Pensate, quando gli ho chiesto in che modo voleva guadagnarsi il pane, ha risposto che voleva imparare a farsi venire la pelle d'oca!" - "Oh!" rispose il sagrestano, "può impararlo da me; affidatemelo, lo sgrosserò." Il padre era contento perché‚ pensava che il giovane avrebbe messo giudizio. Così il sagrestano se lo portò a casa ed egli dovette suonargli le campane. Un paio di giorni dopo lo svegliò a mezzanotte, gli ordinò di alzarsi, di salire sul campanile e di suonare. "Imparerai che cos'è la pelle d'oca!" pensava e, per fargli prendere un bello spavento, lo precedette di nascosto e si mise davanti allo spiraglio della porta: il giovane doveva credere che fosse un fantasma. Questi salì tranquillamente fino in cima al campanile, e quando fu sopra vide una figura nello spiraglio. "Chi è là?" gridò, ma la figura non rispose né si mosse. Allora gli disse: "Che vuoi qui di notte? Vattene o ti butto giù." Il sagrestano pensò: "Non avrà intenzioni così malvagie," tacque e restò immobile. Il giovane lo interpellò per la terza volta e, siccome non ottenne nessuna risposta, prese la rincorsa e buttò giù il fantasma che si ruppe le gambe e il collo. Suonò poi le campane e, subito dopo, discese e si rimise a dormire senza dire una parola. La moglie del sagrestano attese a lungo il marito, ma quello non veniva mai. Alla fine si spaventò, svegliò il giovane e disse: "Non sai dov'è mio marito? E' salito con te sul campanile." - "No," rispose il ragazzo, "ma c'era un tale nello spiraglio, e siccome non se ne andava e non voleva rispondermi, l'ho buttato giù. Andate a vedere se è lui." La donna corse al camposanto, piena di paura, e trovò il marito che giaceva per terra, morto.
Allora si recò urlando dal padre del ragazzo, lo svegliò e disse: "Ah, che sciagura ha causato il vostro fannullone! Ha buttato giù mio marito dal campanile, e ora giace morto al camposanto." Il padre si spaventò, corse dal ragazzo e gli disse, rimproverandolo aspramente: "Queste empietà deve avertele ispirate il Maligno!" - "Ah padre!" rispose egli, "Sono innocente: se ne stava là di notte, come uno che ha cattive intenzioni. Io non sapevo chi fosse e gliel'ho domandato tre volte; perché‚ non se n'è andato?" - "Ah," disse il padre, "da te ho soltanto dei dispiaceri, togliti dai piedi, non ti voglio più vedere." - "Sì padre, volentieri, aspetta solo che faccia giorno e me ne andrò, e imparerò che cosa sia avere la pelle d'oca, così conoscerò un'arte che mi darà da mangiare." - "Impara quel che ti pare," disse il padre, "per me fa lo stesso. Eccoti cinquanta scudi, prendili e sparisci dalla mia vista; e non dire a nessuno da dove vieni e chi è tuo padre, perché‚ mi vergogno di te." - "Sì padre, come volete; se non chiedete altro, posso ben tenerlo a mente."
Allo spuntar del giorno, il giovane si mise in tasca i suoi cinquanta scudi e se ne andò sulla via maestra dicendo fra sé: "Ah, se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!" Lo raggiunse un uomo che sentì questo discorso; quando ebbero fatto un pezzo di strada e furono in vista della forca, questi disse al ragazzo: "Vedi, quello è l'albero su cui sette uomini hanno sposato la figlia del funaio: siediti là sotto e aspetta che venga notte, allora imparerai che cos'è la pelle d'oca." - "Se è tutto qui," rispose il giovane, "è presto fatto; se imparo così in fretta che cos'è la pelle d'oca, avrai i miei cinquanta scudi: ritorna da me domani mattina presto." Il giovane andò allora alla forca, vi si sedette sotto e attese la sera. Poiché‚ aveva freddo, accese un fuoco; ma a mezzanotte il vento soffiava così gelido che egli non riusciva a scaldarsi nonostante il fuoco. Quando il vento spinse gli impiccati l'uno contro l'altro facendoli oscillare su e giù, egli pensò: "Tu geli qui accanto al fuoco, chissà che freddo hanno quelli lassù! E come si dimenano!" E siccome era di buon cuore, appoggiò la scala alla forca, salì, li staccò a uno a uno e li portò giù tutti e sette. Poi attizzò il fuoco, ci soffiò sopra e ci sedette intorno gli impiccati perché‚ si scaldassero. Ma essi se ne stavano seduti senza muoversi e il fuoco si appiccò ai loro vestiti. Allora egli disse: "Fate attenzione, altrimenti vi riappendo di nuovo lassù." Ma i morti non sentivano, tacevano e continuavano a lasciar bruciare i loro stracci. Perciò egli andò in collera e disse: "Se non volete fare attenzione, io non posso aiutarvi: non voglio bruciare con voi." E li riappese l'uno dopo l'altro. Poi si sedette accanto al fuoco e si addormentò. Il mattino dopo venne l'uomo che voleva i cinquanta scudi e disse: "Hai imparato che cos'è la pelle d'oca?" - "No," rispose egli. "Come avrei potuto impararlo? Quelli lassù non hanno aperto bocca, e sono così stupidi da lasciar bruciare quei due vecchi stracci che hanno addosso." L'uomo capì che per quel giorno non poteva prendersi i cinquanta scudi, se ne andò e disse: "Non mi è mai capitato di incontrare un tipo simile."
Anche il giovane andò per la sua strada e ricominciò a dire fra sé: "Ah, se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!" L'udì un carrettiere che camminava dietro di lui e domandò: "Chi sei?" - "Non lo so," rispose il giovane. Il carrettiere domandò ancora: "Da dove vieni?" - "Non lo so." - "Chi è tuo padre?" - "Non posso dirlo." - "Che cosa vai borbottando fra i denti?" - "Ah," rispose il giovane, "vorrei farmi venire la pelle d'oca, ma nessuno sa insegnarmelo." - "Piantala di dire sciocchezze," disse il carrettiere. "Vieni con me, ti troverò un posto di lavoro." Il giovane andò con il carrettiere e la sera giunsero a un'osteria dove volevano pernottare. Entrando egli disse ad alta voce: "Se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!" L'oste, all'udirlo, disse ridendo: "Se ne hai tanta voglia, qui ci sarebbe una bella occasione!" - "Ah taci!" disse l'ostessa. "Troppi audaci hanno già perso la vita. Sarebbe un vero peccato se quei begli occhi non dovessero rivedere la luce del giorno!" Ma il giovane disse: "Anche se è difficile, voglio impararlo una buona volta: me ne sono andato di casa per questo." Non lasciò in pace l'oste finché‚ questi non gli raccontò che nelle vicinanze c'era un castello fatato, dove si poteva imparare benissimo che cosa fosse la pelle d'oca, purché‚ ci si vegliasse tre notti. A chi aveva tanto coraggio, il re aveva promesso in isposa sua figlia, la più bella fanciulla che esistesse al mondo. Nel castello erano inoltre celati dei favolosi tesori custoditi da spiriti, e sarebbero diventati di proprietà di chi avesse superato la prova. Già molti erano entrati nel castello, ma nessuno ne era uscito. Il mattino dopo, il giovane si presentò al re e disse: "Se fosse possibile vorrei vegliare tre notti nel castello fatato." Il re lo guardò e siccome gli piacque disse: "Puoi chiedermi anche tre cose e portarle con te al castello, ma devono essere cose prive di vita." Allora egli rispose: "Chiedo un fuoco, un tornio e un banco da ebanista con il suo coltello."
Il re gli fece portare ogni cosa al castello durante il giorno. All'imbrunire il giovane vi entrò, si accese un bel fuoco in una stanza, vi mise accanto il banco da ebanista con il coltello, e si sedette sul tornio. "Ah, se mi venisse la pelle d'oca!" disse egli. "Ma non lo imparerò neanche qui." Verso mezzanotte volle attizzare il fuoco; mentre ci soffiava sopra, udì all'improvviso gridare da un angolo: "Ohi miao! che freddo abbiamo!" - "Scimuniti," esclamò, "perché‚ gridate? Se avete freddo, venite, sedetevi accanto al fuoco e scaldatevi." Come ebbe detto questo, due grossi gatti neri si avvicinarono d'un balzo e gli si sedettero ai lati guardandolo ferocemente con i loro occhi di fuoco. Dopo un poco, quando si furono scaldati, dissero: "Camerata, vogliamo giocare a carte?" - "Sì," egli rispose, "ma mostratemi le zampe." Essi allora tirarono fuori gli artigli "Oh," egli disse "che unghie lunghe avete! Aspettate, devo prima tagliarvele!" Li afferrò allora per la collottola, li mise sul banco ed imprigionò loro le zampe. "Vi ho tenuti d'occhio," disse, "e mi è passata la voglia di giocare a carte." Li uccise e li gettò in acqua. Ma aveva appena tolto di mezzo quei due e stava per sedersi accanto al fuoco, quando sbucarono da ogni parte cani e gatti neri, attaccati a catene infuocate; erano tanti ma tanti che egli non sapeva più dove cacciarsi. Gridavano terribilmente, gli calpestavano il fuoco, disperdevano le braci e volevano spegnerlo. Per un po' stette a guardare tranquillamente, ma quando incominciò a sentirsi a mal partito, afferrò il coltello, gridò: "Finiamola, canaglia!" e si gettò su di loro. Alcuni balzarono via, gli altri li uccise e li buttò nello stagno. Come fu di ritorno, riattizzò il fuoco soffiando sulla brace e si scaldò. E, mentre se ne stava così seduto, si accorse che non riusciva più a tenere gli occhi aperti e che aveva voglia di dormire. Allora guardò intorno a sé, vide un gran letto in un angolo e ci si coricò. Ma come volle chiudere gli occhi, il letto incominciò a muoversi da solo e andò a spasso per tutto il castello. "Benissimo," disse il giovane, "ancora più in fretta!" Allora il letto incominciò a rotolare su e giù per soglie e scale, come se fosse trainato da sei cavalli; d'un tratto, hopp, hopp, si ribaltò a gambe all'aria, e gli restò addosso.
Allora egli scagliò in aria coperte e cuscini, saltò fuori e disse: "Adesso vada a spasso chi ne ha voglia!" si distese accanto al fuoco e dormì sino a giorno. Al mattino venne il re e quando lo vide disteso a terra pensò che fosse morto e che gli spettri lo avessero ucciso. Allora disse: "Peccato! Un così bel ragazzo!" Il giovane lo udì, si rizzò e disse: "Non siamo ancora a questo punto!" Il re si stupì e, tutto contento, gli domandò com'era andata. "Benissimo" rispose egli "la prima notte è passata e passeranno anche le altre due!" Quando tornò dall'oste, questi fece tanto d'occhi e disse: "Non pensavo di rivederti ancora vivo; hai imparato finalmente che cos'è la pelle d'oca?" - "No," rispose il giovane, "non lo so; se solo qualcuno me lo dicesse!"
La seconda notte salì di nuovo al vecchio castello, si sedette accanto al fuoco e disse: "Se mi venisse la pelle d'oca!" Verso mezzanotte sentì un rumore e un tramestio, prima piano, poi sempre più forte; poi un breve silenzio, infine un mezzo uomo cadde dal camino urlando, e gli piombò davanti. "Olà!" esclamò, "ce ne vuole ancora metà, così è troppo poco." Allora il rumore ricominciò, si udì strepitare e urlare, e anche la seconda metà cadde giù. "Aspetta," disse, "voglio attizzarti un po' il fuoco." Quando ebbe finito e si guardò nuovamente intorno, i due pezzi si erano riuniti e un omaccio orribile sedeva al suo posto. "Non intendevo dir questo," disse il giovane, "il banco è mio." L'uomo voleva respingerlo, ma il giovane non lo lasciò fare, lo spinse via con forza e si risedette di nuovo al suo posto. Allora caddero giù altri uomini che avevano nove stinchi e due teschi, li rizzarono e giocarono a birilli. Anche al giovane venne voglia di giocare e domandò: "Sentite, posso giocare anch'io?" - "Sì, se hai denaro." - "Di denaro ne ho a sufficienza" rispose "ma le vostre palle non sono ben rotonde." Allora egli prese i teschi, li mise sul tornio e li arrotondò. "Adesso rotoleranno meglio!" disse. "Olà, ora ci divertiremo!" Giocò e perse un po' di denaro, ma quando suonò mezzanotte tutto sparì davanti ai suoi occhi. Si distese e si addormentò tranquillamente. Il mattino dopo venne il re a informarsi: "Come ti è andata questa volta?" domandò. "Ho giocato a birilli" rispose "e ho perduto qualche soldo." - "Non ti è venuta la pelle d'oca?" - "macché‚" disse "me la sono spassata; se solo sapessi che cos'è la pelle d'oca!"
La terza notte sedette di nuovo al suo banco e diceva tutto malinconico: "Se mi venisse la pelle d'oca!" A notte inoltrata, giunsero sei omacci che portavano una cassa da morto. Allora egli disse: "Ah, ah, è sicuramente il mio cuginetto che è morto qualche giorno fa." Fece un cenno con il dito e gridò: "Vieni, cuginetto, vieni!" Misero la bara a terra, ma egli si avvicinò e tolse il coperchio: dentro c'era un morto. Gli toccò il viso, ma era freddo come il ghiaccio. "Aspetta," disse, "ti voglio riscaldare un po'." Andò al fuoco, si riscaldò la mano e gliela mise sul viso, ma il morto rimase freddo. Allora lo tirò fuori, si sedette davanti al fuoco, se lo prese sulle ginocchia e gli strofinò le braccia per riscaldarlo, Ma siccome anche questo non servì a nulla, gli venne un'idea: "Se due sono a letto insieme, si riscaldano." Lo portò a letto, lo coprì e gli si distese accanto. Dopo un po' anche il morto fu caldo e incominciò a muoversi. Allora il giovane disse: "Vedi, cuginetto, se non ti avessi scaldato!" Ma il morto prese a dire: "Adesso ti voglio strozzare." - "Cosa?" disse egli. "E' questa la mia ricompensa? Torna pure nella tua bara!" Lo sollevò, ce lo buttò dentro e chiuse il coperchio: ritornarono i sei uomini e lo portarono via. "Non mi vuol venire la pelle d'oca," egli disse, "qui non l'imparerò mai."
Allora entrò un uomo, che era più grosso di tutti gli altri e aveva un aspetto terribile; ma era vecchio e aveva una lunga barba bianca. "Oh tu, nanerottolo, imparerai presto che cos'è la pelle d'oca perché‚ devi morire." - "Non così in fretta!" egli rispose. "Per morire devo esserci anch'io." L'uomo disse: "Ti prenderò!" - "Piano, non darti tante arie; sono forte quanto te, e forse anche di più." - "Lo vedremo," disse il vecchio, "se sei forte più di me, ti lascerò andare; vieni, proviamo." Attraverso passaggi oscuri, lo condusse a una fucina, prese un'accetta e con un colpo sbatté‚ a terra un'incudine. "So fare di meglio," disse il giovane e andò all'altra incudine; il vecchio gli si mise accanto per vedere, con la barba bianca penzoloni. Il giovane afferrò allora l'accetta, con un colpo spaccò l'incudine e vi serrò dentro la barba del vecchio. "Ora ti ho in pugno!" disse il ragazzo. "Adesso tocca a te morire." Afferrò una sbarra di ferro e percosse il vecchio fino a che questi si mise a piagnucolare e lo pregò di smettere: gli avrebbe dato dei grossi tesori. Il giovane estrasse allora l'accetta e lasciò libero il vecchio che lo ricondusse al castello e gli mostrò in una cantina tre casse colme d'oro. "Di quest'oro," disse, "una parte è dei poveri, l'altra del re, la terza è tua." In quel momento suonò mezzanotte e lo spirito scomparve, sicché‚ il giovane si trovò al buio. "Me la caverò ugualmente," disse; a tastoni trovò il cammino che lo condusse alla sua stanza, dove si addormentò accanto al fuoco. Il mattino dopo venne il re e disse: "Ora avrai imparato che cos'è la pelle d'oca!" - "No," rispose, "che roba è questa? E' stato qui mio cugino morto ed è venuto un vecchio barbuto che mi ha mostrato molto denaro là sotto, ma che cosa sia la pelle d'oca non me l'ha insegnato nessuno." Il re disse: "Hai sciolto l'incantesimo del castello e sposerai mia figlia." - "Tutto questo va benissimo, ma io continuo a non sapere che cos'è la pelle d'oca."
L'oro fu portato su e si celebrarono le nozze, ma il giovane re, per quanto amasse la sua sposa e fosse felice con lei, diceva sempre: "Se mi venisse la pelle d'oca! Se mi venisse la pelle d'oca!" La sposa finì coll'infastidirsi. Allora la sua cameriera disse: "Ci penserò io: imparerà che cos'è la pelle d'oca!" Uscì e fece riempire un secchio di ghiozzi. Di notte, mentre il giovane re dormiva, sua moglie gli tolse la coperta e gli rovesciò addosso il secchio pieno di acqua gelata con i ghiozzi, cosicché‚ i pesciolini gli guizzarono intorno. Allora egli si svegliò e gridò: "Ah, che pelle d'oca, che pelle d'oca, moglie mia! Sì, ora so cos'è la pelle d'oca."
Il brano è tratto da: “La bussola delle emozioni” di A. Pellai e B. Tamborini - Mondadori
Una giornata spericolata
Io non volevo andare con Pietro. Lo avevo spiegato chiaramente ai miei genitori: lui è esagerato. Non sai mai quando fa finta e quando invece fa sul serio. Ieri mattina me lo sentivo che sarebbe stato meglio non andare con lui sulle piste da sci, ma mio padre è un superamico di suo papà. O meglio: il papà di Pietro è il capo di mio padre. Poiché io e Pietro abbiamo la stessa età, frequentiamo la stessa scuola e si dà il caso che siamo pure compagni di classe, a tutti sembra naturale che io e lui siamo due inseparabili. Per me non lo è. E spesso sono costretto a fare quello che decide lui. Comunque, questa volta l’ha fatta grossa e ci sono andato di mezzo pure io. Siamo in settimana bianca da qualche giorno. Qui le piste sono bellissime. Con Pietro ci si diverte, ma lui è davvero spericolato. Ora è passato allo snowboard. A me invece continua a piacere lo sci da discesa. C’è una pista però che mio padre ci ha detto di non fare quando lui non è insieme a noi: la pista nera. È una pista lunga e molto insidiosa. Inoltre, quando comincia a fare caldo, il rischio di valanghe e slavine è molto alto. Stamattina i miei ci hanno fatto uscire da soli. Mio padre aveva un po’ di febbre. Pietro ha subito cominciato a fare evoluzioni che sembrava di stare a “Italia’s got talent”. Verso le undici indica la pista nera e mi fa cenno di seguirlo. Io gli dico: «No, la nera no. Sai che mio padre non vuole che la facciamo quando lui non è presente», ma tant’è. Non ho fatto in tempo nemmeno a finire la frase che Pietro si era già avviato per la discesa proibita. “Che faccio?” mi sono chiesto. Lo seguo o non lo seguo? Sono andato giù anch’io. Ma fin dai primi metri, ho cominciato a sentire una strana sensazione. Prima nella pancia e poi nelle gambe. Non avevo mai fatto la nera senza mio padre vicino, e sapevo che quello che stava succedendo quella mattina lo avrebbe fatto molto arrabbiare se lo fosse venuto a sapere. Il fatto è che in pochi secondi ho perso di vista Pietro. Non capivo dov’era e ho cominciato a chiamarlo a pieni polmoni. Di sicuro aveva lasciato la pista ufficiale e si era avventurato nel fuoripista. Di lui non c’era traccia. Andavo avanti a rilento. Poi mi fermavo e mi guardavo in giro. E poi è successo tutto in un attimo: ho visto staccarsi un pezzo di parete a pochi metri da me e travolgere tutto. Io non ero in pericolo, ma chi se ne era andato per il fuoripista rischiava di esserci rimasto sotto. Ho cominciato ad avere una paura che non avevo mai provato prima in vita mia. Chiamavo Pietro e intanto piangevo. Ero rimasto lì solo, sulla pista, senza sapere dove andare e cosa fare. Sapevo che dovevo comunicare a mio padre quello che stava succedendo, ma al tempo stesso avevo anche timore che lui si arrabbiasse con me e mi desse un gran bel castigo. Intanto sulla pista sono cominciati a comparire i gatti delle nevi che si muovevano in tutte le direzioni. Non sapevano se c’era qualcuno da recuperare sotto la neve e si muovevano nella direzione della slavina. Un signore della protezione civile si è avvicinato e ha visto che tremavo e piangevo. «Che cosa succede? Non mi sembra che ti sei fatto male» mi ha chiesto. Io allora gli ho spiegato che avevo perso il mio amico, che forse era finito sotto la slavina e che non sapevo che cosa fare. «C’è qualche adulto che puoi avvertire?» ha rilanciato lui. «Sì, mio papà…» Non appena ho finito di pronunciare questa frase il mio cellulare ha cominciato a suonare. Era proprio mio padre. «Ho sentito che è scesa una valanga sulla nera… Dove siete?» A quel punto sono riscoppiato a piangere e parlavo in modo concitato al telefono: Pietro, la nera, fuoripista, snowboard, la slavina… E più mio padre cercava di farmi parlare con calma e di capire, più io perdevo il controllo. A un certo punto, il signore della protezione civile mi ha preso il telefono e ha cominciato a spiegare a papà… Capivo che dall’altra parte mio padre si agitava, ma in quel momento alle nostre spalle abbiamo sentito la voce di Pietro: «Wow! Avete visto che slavina pazzesca? L’ho evitata per un pelo! Dov’eri, lumacone?». Il signore della protezione civile mi ha guardato con gli occhi spalancati: «È lui Pietro?». Io in lacrime ho fatto cenno di sì. Lui allora ha rassicurato mio padre e mi ha rimesso in mano il telefono. Poi si è allontanato, scuotendo la testa. Mio padre mi ha detto solo quattro parole: «Tornate subito a casa». Non vi sto a raccontare che pomeriggio abbiamo passato io e Pietro! Se non altro anche mio padre ha un po’ ridimensionato la sua fiducia nei confronti del figlio del capo.
La paura a me non è ancora passata del tutto. Ieri sera ho fatto molta fatica a prendere sonno: continuavo a vedere il pezzo di parete che veniva in mente l’immagine di Pietro sepolto dalla neve…
Il test e i profili sono tratti da: “La bussola delle emozioni” di A. Pellai e B. Tamborini - Mondadori
Profilo: LA PAURA MI DISTURBA
Tu forse detesti i fifoni e ancora di più odi sentirti un fifone, eppure il destino sembra giocarti un brutto scherzo perché ogni tanto la paura ti dà scacco matto. Ti ritrovi intrappolato in ansie che a volte possono anche diventare vero e proprio panico e non riesci a fare molto per limitarle. Per fortuna non va sempre così, però a volte vorresti mettere a tacere questa emozione dentro di te. Provi a tapparti le orecchie ma lei ti parla dentro e riesce comunque a farsi sentire. Se esistesse una bacchetta magica per farla sparire saresti disposto a investire qualsiasi cifra su questo acquisto, ma per ora non l’hai trovata in vendita su nessun sito. Coraggio! Sappi che tutti hanno paura, anche quelli che non lo danno mai a vedere, e l’unica strategia per toglierle il potere distruttivo che ha su di noi è guardarla negli occhi.
Consiglio: scegli un’azione concreta da cui partire. Ti auguriamo un coraggio da leone.
Profilo: NON HO PAURA DI AVERE PAURA
Capita a tutti di avere paura e tu non sei diverso dagli altri. Ci sono cose che ti spaventano più di altre e a volte sei un po’ disorientato nel constatare come esperienze che per qualcuno sono semplici e immediate in te accendano ansie e preoccupazioni che fatichi a gestire. La cosa bella però è che questa emozione non ti paralizza. Ti sei messo al lavoro e hai imparato a trovare strategie per gestire le tue paure e qualche risultato lo hai raggiunto. Hai capito che per essere forte devi tenere a braccetto le tue ansie e conviverci, e probabilmente sarà così per tutta la vita. Sai anche che parlare con qualcuno può essere molto utile per stare meglio. Hai scoperto che, quando racconti una tua paura, gli altri spesso ti confidano le loro ansie e così ti senti meno solo. Ti piace quando sei tu a dare coraggio agli altri o ti piacerebbe provare a farlo. Continua così e lavora sulle paure che ancora fatichi a controllare. Se ce ne sono, individuane una e prova a trovare nuove strategie per gestirla al meglio.
Raccontate un episodio in cui avete provato paura.
Ricordate che per scrivere un testo dovete rispondere a queste domande e seguire lo schema
Titolo: _______________ (Andrà messo per ultimo)
Inizio:
Quando è accaduto il fatto?
Dov'è accaduto?
Chi c'era con te?
Svolgimento:
Racconta cosa è successo
Finale:
Cosa è accaduto alla fine?
Troverete il titolo rileggendo la parte riguardante lo sviluppo, dove accade il fatto vero e proprio.
Ricomporre il testo:
Ricomponete il testo trascrivendo solo le risposte. Rileggetelo con attenzione e inviatemelo per la correzione.
Buon lavoro!