Molti italiani credono che il carcere sia un mezzo per punire i colpevoli, altri invece pensano che in prigione i reclusi debbano essere rieducati. Questi punti di vista sono completamente diversi: nel primo caso il carcerato non verrà trattato come una persona, nel secondo invece gli si dà una nuova possibilità, ad esempio attraverso il lavoro.
Il lavoro promuove la reintegrazione sociale, come scritto nell’articolo 27, e la rieducazione. I detenuti possono acquisire anche delle nuove competenze, per avere poi altre chance una volta liberi.
Analizzando i dati dal 1991 al 2016 notiamo che, purtroppo, il tasso di detenuti che lavorano è sceso dal 34,4% al 25,73%. E’ però cambiato anche il numero di carcerati: 31053 nel 1991, 54653 nel 2016. I posti di lavoro non aumentano se c’è un sovraffollamento delle carceri, per cui la possibilità di lavorare diventa un privilegio.
Coloro che lavorano possono essere alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria o di enti esterni. Nel primo caso i detenuti si adoperano per la manutenzione dei fabbricati della prigione, sono addetti alla lavanderia… Nelle prigioni possono essere presenti anche dei laboratori, dove i reclusi producono mobili e lenzuola per altre carceri. Nella prigione di Pagliarelli, a Palermo, le detenute realizzano nella sartoria sociale dei cestini e li vendono, mentre nel carcere di Pozzuoli le detenute producono del caffè artigianale.
Le persone che lavorano per enti esterni prestano servizio in aziende agricole, alcuni qualificati invece possono anche assemblare componenti elettronici o lavorare nei call center. Solo questo tipo di impieghi possono offrire ai condannati una reale possibilità di ri-inserirsi poi nel mondo del lavoro una volta usciti. Tuttavia, chi ad esempio in carcere aiutava in cucina, non sarà comunque abbastanza qualificato per lavorare nella ristorazione.
Purtroppo la maggior parte dei detenuti lavora per l’amministrazione penitenziaria, anche perché solo le persone in stato di semilibertà possono recarsi fuori dal carcere. Durante la pandemia i detenuti nelle aziende sono calati da 2000 a 1200.
Anche se alcune mansioni non servono ai carcerati una volta liberi, è ugualmente importante che le svolgano comunque perché danno loro un obiettivo esistenziale. Col tempo spero che molte aziende private diano ai carcerati la possibilità di lavorare per loro. Molte statistiche hanno dimostrato che, se i detenuti trovano un lavoro, una volta liberi, avranno meno probabilità di ritornare in carcere.
Troppi condannati arrivano al suicidio perché perdono la speranza, quando invece, attraverso il lavoro, ma anche il volontariato, possono sentirsi utili e riacquistare fiducia.