Allo scoccare del primo quarto di XXI secolo, il paesaggio del Veneto della provincia può dirsi aver trovato, architettonicamente parlando, una sua narrazione. Ad oggi – forse al pari di quanto Walter Benjamin, nei suoi Passages (mano nella mano col suo nume Charles Baudelaire), fece di e con Parigi, emblema della città che la contemporaneità andava partorendo –, la Trilogia di Thomas, licenziata per strappi successivi tra la fine dei Novanta e i primi Duemila da Vitaliano Trevisan, enfatizza al meglio quello che appare come una sorta di regionale (ma non solo) puroperiferismo architettonico (e urbanistico; e progettuale).
All'epoca del tardocapitalismo avanzato, oramai sembra non più molto valida quella distinzione netta tra ciò che è definibile come "città" e ciò che si ha da intendere come "periferia". Ma è così – stando a Thomas; cioè stando a Trevisan – non perché valga quella troppo razionale idea di "città diffusa". Tutt'altro. Qui si tratta, a dirla sempre con Thomas, di periferia diffusa: non è la città-centro ad essersi ramificata, estroflessa e dispersa, ma è stata la periferia che si è infine insinuata negli interstizi di ciò che da sempre chiamavamo "centrale". E di tale puroperiferismo è peculiare proprio ciò: sono i cosiddetti "centri" ad essere, ora e da qualche decennio, una sorta di costipazione temporanea della periferia (ovunque) diffusa.
In un mondo che quindi può dirsi esso stesso per intero puroperiferico, ecco che il pensiero, il fare e il progettare prima intesi come "periferici" si possono ora assumere come centralissimi. Stante una realtà di questo genere, il cosiddetto "centro" diventa quindi più utile forse provare a intenderlo come un'intensità più che una forma, una qualità più che un indirizzo, un modo più che una geolocalizzazione davvero possibile – e il centrale è allora un fuoco. Il progetto è un fuoco.