È così, anche, che potrebbe essere intesa l'architettura, ossia come forma (una tra le molte possibili) e come strumento (uno tra i molti possibili) di questo continuo discorrere, di questo botta-e-risposta in continuo divenire a generare una narrazione – si legga: l'architettura come narrazione – senza soluzione di continuità. E al centro di tale continua interlocuzione – pure per l'architettura – come per ogni narrazione che si rispetti non può che esserci la questione del segno.
Se proviamo a intendere l'architettura come segno di una volontà espressiva – il fatto architettonico costruito come segno; così come il disegno per l'architettura da compiersi come segno; tanto quanto le parole nei riguardi di un progetto da compiersi o compiuto come segni –, va da sé che è impossibile constatare una sua totale inequivocabilità: ma è forse proprio in questo divenire "tremore" causato dal terrore dell'essere fraintesi, in questo divenire spazio aperto alla fermentazione critica, in questa intensità provvisoria e mai certa, che sta l'essere stesso, l'essere stato e il poter essere architettonico (o meno) – vale a dire, a sua volta: l'artistico (o meno).
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