Forse, la vera differenza tra povertà e miseria sta nel loro diverso grado di prossimità alla morte. La povertà appare sì come una condizione sfortunata, chiaramente non rassicurante, ma che in un certo senso esclude la "possibilità di morte" del corpo in questione. Nella miseria, invece, sembra esserci sempre presente una certa incombenza di morte: qualcosa di miserabile ci sembra infatti avere sempre le ore contate – la miseria porta la povertà sul patibolo. Proprio per questa sua intrinseca prossimità alla morte, l'apparirci della miseria è una sorta di "memento mori": come tale, all'epoca dell'odierna algofobia facente parte di una più estesa tanatofobia, la rifuggiamo. La morte, sulla scìa della tesi di Geoffrey Gorer, ha preso il posto del sesso come principale tabù nell'epoca del tardocapitalismo avanzato – ed è così oggi negata, rifuggita, esclusa. Anche i luoghi della morte, in primis i cimiteri, paiono esserlo: sono architetture che pur facendo parte del tessuto urbano ne sono spesso relegate ai margini – quelli fisici talvolta, quelli sociali spesso. Questi luoghi – che sono già, all'oggi, sotto la lente di altre discipline soprattutto per il valore ecosistemico e naturalistico di alcuni, e che già stanno cambiando veste introiettando funzioni altre e diversificate – si pongono quindi come palcoscenici utili per il generale ripensamento della città al tempo dell'odierna policrisi, oltre che scenari di progetto potenziale per rinnovare il rapporto che intratteniamo con la nostra e altrui finitezza, con la nostra e altrui mortalità.