Le donne mi hanno sempre sorpresa: sono forti, hanno la speranza nel cuore e nell’avvenire.
Monica Vitti
Nata all’inizio del ‘900 in seguito alle manifestazioni sulla questione femminile e sul voto alle donne, la Giornata internazionale dei diritti della donna ricorda le conquiste sociali, economiche e politiche ma anche le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono oggetto in tutto il mondo. A noi piace chiamarla con il nome più diffuso, Festa della donna, per sottolineare il carattere di solennità da attribuire a una giornata in cui si ricorda quella parte dell’umanità che ha dovuto e deve continuare a lottare per rivendicare e affermare i propri diritti.
Istituita nel 1909 negli Stati Uniti e nel 1911 in alcuni paesi europei, celebrata negli USA l’ultima domenica di febbraio, in Europa il 18 o il 19 marzo o il 1° maggio, e nemmeno tutti gli anni in modo sistematico, la Festa della donna venne interrotta durante la Prima guerra mondiale. La data dell’8 marzo fu individuata il 14 giugno 1921 durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, in ricordo della manifestazione guidata l’8 marzo 1917 dalle donne di San Pietroburgo per chiedere la fine della guerra.
In Italia fu creata per la prima volta il 12 marzo 1922 e l’8 marzo 1945 l’Unione Donne in Italia (UDI), nata nel settembre dell’anno precedente, celebrò la prima giornata della donna nelle zone dell'Italia libera e l’anno successivo, finita la guerra, l'8 marzo fu festeggiato in tutta Italia e comparve il simbolo della mimosa, il fiore giallo che sboccia tra febbraio e marzo, scelto dalle madri costituenti Teresa Noce, Rita Montagnana e Teresa Mattei.
Il 16 dicembre 1977 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 32/142, propose a ogni paese, nel rispetto delle tradizioni storiche e dei costumi locali, di dichiarare un giorno all'anno Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale. L'8 marzo fu scelta come data ufficiale da molte nazioni.
In realtà la strada del riconoscimento dei pieni diritti della donna, della fine di ogni discriminazione e di una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro paese sembra essere ancora lunga da percorrere, e tanti sono ancora gli stereotipi di genere, ma il giallo della mimosa brilla sempre più vivido e ci avvicina sempre più alla meta.
Parvana è una ragazza che vive nella Kabul dei talebani. La sua vita, già difficile, diventa ancora più complicata quando la sua casa viene bombardata e il padre viene arrestato senza una ragione. A questo punto la famiglia, che non ha quasi più soldi, decide di camuffarla da uomo e di farla lavorare al mercato. Tutto sembra tornato alla normalità, quando viene inviata a Nooria, sorella di Parvana, una lettera che la invita ad andare a Mazar, città libera dai talebani. Dopo un po’ anche il resto della famiglia parte per Mazar. Parvana viene lasciata da sola con un’amica di famiglia.
Non passa molto tempo e arriva la notizia che i talebani hanno occupato Mazar. Parvana però non perde la speranza e con il padre, che è appena stato scarcerato,
parte per ritrovare il resto della famiglia. Trovo questo libro molto interessante perché tratta la condizione delle donne in Afghanistan con esempi di vita quotidiana.
Tommaso Calvone
Questo film, ambientato a Londra nel 1912, narra la vita di Maud Watts, giovane
suffragetta che decide di lottare per la sua emancipazione e per il diritto di voto alle donne.
Maud lavora fin da quando era bambina in una lavanderia
industriale; il proprietario abusa di lei e delle altre operaie.
La vita della protagonista dopo il matrimonio si divide tra il lavoro durissimo, nel
quale è impegnata circa dodici ore al giorno, e la famiglia.
Quando Maud inizia a partecipare alle manifestazioni per i diritti delle donne viene
arrestata e picchiata dalla polizia; in più, il marito non vuole
che lei prenda parte a queste manifestazioni e la caccia di casa.
Anche dopo questi duri momenti la protagonista, invece di abbandonare il
movimento delle
suffragette, decide di partecipavi con ancora più determinazione.
Steven Hu
Mille splendidi soli narra le vicende di due donne, Mariam e Laila, ed è ambientato in Afghanistan durante il periodo dei vari conflitti che si sono svolti tra gli anni ‘70 del Novecento e gli anni 2000.
L’autore mette in luce soprattutto quale fosse la situazione femminile nel Paese prima e dopo l’arrivo dei talebani.
Infatti il libro è dedicato a tutte le donne afghane. I principali temi trattati sono:la guerra, l’amicizia e la situazione sociale femminile.
Personalmente penso che questo libro dia moltissima importanza alla figura della donna ma soprattutto abbia il pregio di affrontare temi dei quali non sempre si parla.
Ludovica Lovisetto
Katherine Watson insegna nel prestigioso college femminile di Wellesley, Massachusetts, negli anni ‘50 del '900. Presto si accorge che le sue allieve, signorine dell’alta società, intelligenti e istruite, sono intrappolate, senza rendersene conto, dai rigidissimi dettami dell’alta borghesia, che pretende siano a servizio dei loro uomini e mariti; Wellesley è solo una scuola di buone maniere camuffata da college e il suo compito è formare non tanto i dirigenti quanto le loro mogli.
La personalità di Katherine e i pregiudizi nei suoi confronti si scontrano contro i muri del mondo bigotto, repressivo e conformista che traspare tra le mura del prestigioso college.
Katherine, osteggiata dalla direttrice e dalla quasi totalità del corpo docente, decide, dopo appena un semestre, di abbandonare l’insegnamento e iniziare un viaggio in Europa, non senza aver però prima instillato tra le giovani studentesse l’idea e la volontà di essere se stesse, nonostante tutto e tutti, e di inseguire i loro sogni.
Livia Perazzolo
L'istruzione è un diritto universale, di cui ciascuno dovrebbe godere, a prescindere dal sesso e dalla religione. Ma ancora oggi non è così per tutti e non lo è stato per Malala Yousafzai, che ha messo a rischio la propria vita pur di poter andare a scuola. Neanche uno sparo alla testa è bastato ad arrestare il suo desiderio di studiare. Perché lo studio è un ponte verso la libertà e l'emancipazione, principi che non rientrano nell'ideologia estremista dei talebani, che avevano preso il controllo della zona nord del Pakistan. Qui Malala ha avuto il coraggio di opporsi ad un regime di paura e oppressione e di lottare per l'uguaglianza sociale di donne e ragazze come lei, uguaglianza che comincia dalla semplicità di una penna e di un libro.
Irene Mammoliti
Il diritto di contare narra la storia avvincente di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, tre donne straordinarie di origine africana. Lavorano alla Nasa come matematiche durante gli anni ‘60 in un’America dove le donne, soprattutto se nere, venivano gravemente discriminate.
Grazie al carisma, alla brillantezza e all’intelligenza riescono a farsi strada tra i pregiudizi e a vincere ogni diffidenza, dando un aiuto fondamentale alle missioni spaziali degli Stati Uniti.
Luisa De Ferrari
Controcorrente, strane, pericolose, esagerate, difficili da collocare e rivoluzionarie. Le dieci donne raccontate in questo libro sono Moana Pozzi, Santa Caterina, Grace Jones, le sorelle Brontë, Moira Orfei, Tonya Harding, Marina Abramovic, Shirley Temple, Vivienne Westwood, Zaha Hadid. Morgana non è un catalogo di donne esemplari; al contrario, sono streghe per le donne stesse, irriducibili anche agli schemi della donna emancipata e femminista che oggi, in piena affermazione del pink power, nessuno ha in fondo più timore a raccontare. Il nemico simbolico di questa antologia è la "sindrome di Ginger Rogers", l'idea che le donne siano migliori in quanto tali e dunque, per stare sullo stesso palcoscenico degli uomini, debbano sapere fare tutto quello che fanno loro, ma all'indietro e sui tacchi a spillo. Le donne di questo libro sono efficaci ciascuna a suo modo nello smontare il pregiudizio della natura gentile e sacrificale del femminile. Le loro storie sono educative e in ognuna è nascosta silenziosamente una speranza: ogni volta che la società ridefinisce i termini della libertà femminile, arriva una Morgana a spostarli ancora e ancora, finché il confine e l'orizzonte non saranno diventati la stessa cosa.
Irene Gattiglia
Wadjda, 10 anni, vive alla periferia di Ryhadh, Arabia Saudita, uno dei Paesi islamici tra i più progrediti, ma anche tra i più rigidi nell’applicare la religione di Stato che relega la donna in casa nei soliti ruoli domestici, le proibisce di uscire se non nei limiti imposti dagli uomini e prevede sanzioni pesantissime per i dissidenti, fino alla pena di morte in forme brutali come la lapidazione. Il film si dipana principalmente in ambienti solo femminili, a partire dalla scuola dove la piccola protagonista lotta per tenere vivi i propri desideri di libertà.
La bambina desidera acquistare una bicicletta verde, grazie alla quale potrebbe essere pari al bambino con cui gioca di nascosto dopo la scuola, ma la bibicletta è proibita alle donne e la sua famiglia non può permettersela.
Wadjda comincia a pensare a come guadagnare i soldi per comprarla, ma si rende conto che quasi tutti i metodi per farlo le sono proibiti. L'unica soluzione rimastale è partecipare ad una gara di Corano della scuola, per tentare di vincere il primo premio. Wadjda diventerà indipendente e libera non per il fatto di andare in bici ma grazie al percorso con il quale arriverà a poterla comprare.
Livia Perazzolo
Tra un’innovazione tecnologica e l’altra, la quotidianità dell’intera società odierna trova il suo centro gravitazionale proprio nello strumento che ha assunto le più diverse sfaccettature: il computer. Tuttavia, mentre si risponde a una mail o ci si annoia in una call, è difficile pensare che quello che si osserva derivi da un’idea di più di un secolo e mezzo fa, addirittura teorizzata da una donna. È un pensiero quasi sconvolgente; quindi non si può immaginare quanto lo fosse per Ada Lovelace, la sua ideatrice, nella prima metà dell’Ottocento.
Battezzata con il nome di Augusta Ada Byron, Ada nacque nel 1815, figlia del celebre poeta George Byron e della moglie Anne Isabella Millbanke, con la quale costruì un solido legame, data l’assenza della figura del padre, che richiese la separazione quando Ada era ancora in fasce. Grazie all’amore per la matematica dalla madre, venne istruita, sin da bambina, alle materie scientifiche da Mary Somerville, una delle prime donne ad essere membro della Royal Astronomical Society, e da Augustus De Morgan, dal quale apprese i fondamenti di algebra, logica e analisi. Dopo aver trascorso la sua giovinezza nello studio della matematica, nel 1835 sposò il conte di Lovelace, con il quale ebbe tre figli, che però non le impedirono di continuare a dedicarsi ai numeri, godendo di una libertà notevole rispetto alle altre donne dell’epoca, soprattutto se meno abbienti.
Immersa in una realtà di ricevimenti e chiacchere nei salotti londinesi, Ada fece la conoscenza di Charles Babbage, matematico di spicco nel panorama intellettuale del tempo, che, colpito dalla sua intelligenza, le mostrò il funzionamento della macchina differenziale, che permetteva di calcolare le funzioni polinomiali. Questo incontro, seguito da un’intensa collaborazione per corrispondenza, segnò una svolta nella vita di Ada poiché le permise di approfondire le proprie conoscenze e di pubblicare la sue opinioni. L’occasione si presentò nel 1842, quando Babbage le propose di tradurre, inserendo un proprio commento, l‘articolo dell’ingegner Menabrea contenente la descrizione del funzionamento della macchina analitica, il nuovo progetto di Babbage presentato all’Università di Torino. Nella sua traduzione, Ada lasciò ampio spazio alle proprie deduzioni, tanto da ordinarle in note dalla A alla G, dove riportò la prima ipotesi di attribuire ad un calcolatore meccanico altre funzionalità che non fossero solo numeriche, teorizzando quello che è il moderno computer. In particolare, è di rilievo la nota G, dove viene esposto un algoritmo in grado di calcolare un elemento della serie di numeri di Bernoulli senza necessitare di quelli precedenti, creando il primo programma per un calcolatore, ovvero un primitivo software.
Oggi, a decenni di distanza, c’è chi la considera una pioniera dell’intelligenza artificiale e chi, invece, le attribuisce solo un ruolo marginale nella storia della matematica; nonostante ciò è impossibile negare il suo concreto contributo alla scienza e la tenacia del suo intelletto, che, posto in una condizione di uguaglianza rispetto a quello maschile, è stato capace di proiettare nel futuro un’invenzione che ha stravolto il corso della storia e che pochi dei suoi contemporanei erano in grado di comprendere.
Irene Mammoliti
Billie Jean King, nata in California a Long Beach il 22 novembre 1943, è un'ex tennista statunitense, considerata una delle più grandi atlete della storia. Durante la sua carriera ha vinto 78 titoli WTA; di questi, 12 titoli singolari, 16 titoli di doppio e 11 titoli di doppio misto. Ha fondato la Women's Tennis Association (WTA) ed è una grande sostenitrice della lotta contro il sessismo nello sport e nella società. È stata la prima atleta statunitense a riconoscere apertamente di aver intrattenuto una relazione omosessuale.
Cresciuta in una famiglia tradizionalista, figlia di un vigile del fuoco e di una casalinga, Billie imparò a giocare a tennis nei campi pubblici di Long Beach. All'età di 17 anni, vinse il titolo del doppio femminile a Wimbledon alla sua prima apparizione. Sempre a Wimbledon, nel 1962, batté la numero uno al mondo. La partita per la quale è entrata nella storia è stata giocata nel 1973 quando sconfisse Bobbie Riggs, uno dei più forti tennisti statunitensi. Nel 1965 sposò lo studente di giurisprudenza Lawrence King. Nel 1966 vinse il primo dei sei titoli singolari a Wimbledon. L'anno seguente riuscì a ottenere sia il titolo a Wimbledon che agli US Open.
King fu una delle colonne dell'apertura del tennis al professionismo. Nel 1967 criticò la United States Association (USTA) in una serie di conferenze stampa, denunciando quello che lei chiamava “Shamateurism” (da shame, vergogna), cioè il compenso troppo basso da parte dell'associazione alle giocatrici tanto da non poter permettere loro di iscriversi ai tornei. King sostenne fortemente la sua tesi contro la corruzione dell'associazione che rendeva il gioco estremamente élitario.
Quando iniziò l'era open, lanciò una campagna a favore della omologazione delle vincite in denaro sia nei tornei maschili che in quelli femminili. Nel momento in cui la situazione finanziaria del gioco femminile migliorò grazie agli sforzi del World Tennis Founder e della Publisher Gladys M. Heldman, King diventò la prima atleta a guadagnare oltre 100.000 $ in vincite nel 1971. Le disuguaglianze però continuarono. Quando nel 1972 vinse gli U.S. Open, ma ricevette 15.000 $ meno del campione maschile Ilie Năstase, dichiarò che nel caso l'anno successivo la vincita femminile non fosse stata uguale a quella maschile, lei non avrebbe giocato. Nel 1973, gli US Open diventarono il primo grande torneo a offrire gli stessi premi in denaro sia ai giocatori che alle giocatrici. King si ritirò definitivamente dalle competizioni nel 1990.
Irene Gattiglia
Emma Watson è una talentuosa attrice che, nonostante la sua giovane età, è da anni impegnata nell’attivismo e nella salvaguardia della parità di genere. L’impegno da lei profuso nella divulgazione di messaggi di uguaglianza tra uomo e donna l’ha portata a essere nominata ambasciatrice delle Nazioni Unite per la parità di genere nel mondo. Tra le varie iniziative Emma ha creato un book club virtuale, ‘’Our Shared Shelf’’, dove dibatte sulla parità di genere coinvolgendo soprattutto gli uomini. Numerosi sono stati i viaggi compiuti in paesi dove la condizione femminile è critica, primo tra questi il Malawi dove insieme all’Un Women (Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile) ha testimoniato la lotta per abbattere il matrimonio delle bambine.
Riporto, di seguito, il bellissimo discorso sul femminismo che ha influenzato diverse personalità, tra cui Malala Yousafzai, tenuto di fronte al segretario generale dell’ONU e considerato tra i più importanti degli ultimi tempi: “Ho visto uomini resi fragili e insicuri dall’idea distorta di quello che significa essere un maschio di successo. Nemmeno gli uomini hanno la parità di genere. Non parliamo spesso di uomini imprigionati dagli stereotipi di genere ma io vedo che lo sono, e che, quando ne sono liberi, le cose cambiano di conseguenza anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno spinte a essere arrendevoli. Se gli uomini non devono avere il controllo, le donne non saranno controllate. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi”.
La figura di Emma Watson è particolarmente interessante perché grazie al grande seguito e carisma è in grado di far arrivare il proprio messaggio alle donne di tutto il mondo abbattendo le distanze sociali e culturali.
Luisa De Ferrari