L’Assemblea Costituente, eletta il 2 giugno 1946, si riunì a Montecitorio dal 25 giugno 1946 al 31 gennaio 1948. Composta da 556 deputati e deputate (21 erano le donne presenti), con 453 voti favorevoli, 62 contrari e nessun astenuto il 22 dicembre 1947 approvò la Costituzione (resoconto stenografico della seduta ), che il 27 dicembre fu promulgata dal Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Giuseppe Saragat fu il primo Presidente dell’Assemblea Costituente.
Nacque a Torino il 19 settembre 1898. Dopo la laurea in Scienze economiche e commerciali lavorò nell'Ufficio studi della Banca commerciale italiana.
Nel 1922 si iscrisse al Partito socialista unitario. Entrato a far parte della direzione nel 1926, alla fine di quello stesso anno espatriò, stabilendosi prima a Vienna e poi a Parigi. Fu uno dei principali esponenti del socialismo italiano.
Rientrato in Italia dopo la caduta del fascismo, Saragat partecipò alla difesa di Roma, ma venne arrestato e imprigionato. Riuscì ad evadere dal carcere e nel 1944 entrò a far parte del Governo guidato da Ivanoe Bonomi. Nominato ambasciatore d'Italia a Parigi nel marzo del 1945, rientrerà poi in Italia per riprendere l'attività politica e il 25 giugno 1946 sarà eletto Presidente dell'Assemblea costituente.
Fece parte della delegazione italiana che partecipò ai lavori della Conferenza di pace di Parigi.
Nel 1947 fu tra coloro che si staccarono dal Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP) per fondare il Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI), più tardi denominato Partito socialista democratico italiano (PSDI). Si dimise da Presidente dell'Assemblea costituente e diventò il segretario del nuovo partito.
Più volte Ministro e Vicepresidente del Consiglio dei ministri, nel 1964 venne eletto Presidente della Repubblica. Al termine del mandato presidenziale, Saragat divenne Senatore a vita. Nel 1975 fu nominato Presidente del PSDI, poi Segretario, infine Presidente a vita.
Morì a Roma l'11 giugno 1988.
La difesa dei valori dell'antifascismo e della Resistenza e lo sforzo di consolidare le istituzioni democratiche hanno contraddistinto l’azione politica di Giuseppe Saragat fin dal discorso di insediamento dell’Assemblea Costituente (26 giugno 1946), di cui pubblichiamo uno stralcio.
Voi rappresentate il popolo italiano in virtù di un responso democratico, che è la consacrazione di un quarto di secolo di lotte per la difesa della libertà umana. Le formule giuridiche, in virtù delle quali i liberi comizi sono stati convocati, non sono che la traduzione, nel solenne linguaggio del diritto, di quel più alto diritto umano che ha la muta eloquenza delle sofferenze soffocate delle generazioni, che si scrive col sangue versato per la buona causa, e che la storia, giudice lento perché ha di fronte a sé l'eterno, nel giorno segnato dal destino corona con una sentenza irrevocabile.
Il 2 giugno è stato il grande giorno del nostro destino.
La vittoria della Repubblica è la sanzione di un passato funesto, è la certezza di un avvenire migliore. Ma questa vittoria ha un significato ancora più alto. Essa rappresenta il patto solenne stretto da tutti gli italiani di rispettare la legalità democratica. In questo patto, che vincola tutte le donne e tutti gli uomini della nostra terra, è il segreto dell'avvenire della Nazione.
Senza l'adesione di tutto il popolo ai principi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legateci da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina.
Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l'immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un'anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà.
Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani; dinanzi a voi le speranze di tutta la Nazione.
Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide.
Nata a Reggio Emilia il 10 aprile 1920, Nilde Iotti si laurea in lettere e filosofia e insegna presso alcuni istituti tecnici.
Durante la Resistenza collabora all'organizzazione dei Gruppi di difesa della donna, che sostengono i Comitati di liberazione e le agitazioni nelle fabbriche per sabotare la produzione di guerra e assistere le famiglie di deportati, carcerati e caduti. Nel 1945 diventa segretario provinciale dell'Unione donne in Italia (Udi) e nel 1946 Consigliere comunale a Reggio Emilia, come indipendente nelle liste del Partito comunista italiano (PCI); si iscrive poi al partito e il 2 giugno è eletta all'Assemblea costituente.
Entra a far parte della Commissione dei Settantacinque, incaricata di redigere la bozza della Costituzione, e partecipa ai lavori della I Sottocommissione incaricata di redigere i diritti e doveri dei cittadini. Nominata relatrice sul tema della famiglia, sostiene la necessità di emancipare la donna dalla condizione di arretratezza e inferiorità sociale e di garantirle la piena dignità di cittadina. Si batte per l'affermazione del principio della parità tra i coniugi, del riconoscimento dei diritti dei figli nati fuori dal matrimonio e delle famiglie di fatto.
Verrà eletta alla Camera dei deputati dalla I alla XIII legislatura. Nel 1956 farà parte del Comitato centrale del PCI e nel 1962 della Direzione nazionale. Dal 1963, entrando nella Commissione affari costituzionali, tornerà ad occuparsi della collocazione delle donne nel mondo del lavoro, delle tematiche relative alla famiglia e dei dibattiti sulle riforme civili.
Nel 1969 entra della delegazione italiana al Parlamento europeo e si impegna per ottenere l'elezione a suffragio universale diretto del Parlamento europeo.
Nel 1972 è eletta Vicepresidente della Camera dei deputati ed è tra i protagonisti della riforma del diritto di famiglia.
Nel 1976 diventa Presidenza della Commissione affari costituzionali di Montecitorio e il 20 giugno 1979 sarà la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei deputati; sarà riconfermata tale nel 1983 e nel 1987.
Negli anni in cui la Repubblica è travagliata dalla minaccia del terrorismo e della criminalità, promuove delle riforme al Regolamento della Camera per rilanciare la centralità del Parlamento come luogo di confronto politico e istituzionale.
Nel 1992 lascia la Presidenza della Camera e, l'anno successivo, presiede la Commissione parlamentare per le riforme istituzionali. Dopo essere stata Presidente della Delegazione parlamentare italiana all'Assemblea del Consiglio d'Europa, nel 1997 diventa Vicepresidente del Consiglio d'Europa.
Muore a Roma il 4 dicembre 1999.
Riportiamo stralci del discorso tenuto in occasione dell' insediamento dell'VIII legislatura (20 giugno 1979).
Comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d'Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato. Io stessa - non ve lo nascondo - vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l'affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita.
Il momento che attraversiamo è drammatico e difficile, ne siamo tutti consapevoli. Il terrorismo continua nella sua opera nefasta e delittuosa. [...] Ma guai a noi, onorevoli colleghi, se non avvertissimo con tutta la nostra forza e con tutto il nostro senso di responsabilità che le assemblee parlamentari esprimono al più alto grado la sovranità popolare. Non possono perciò, per la loro stessa natura, divenire un fortilizio, ma devono continuare a essere, anzi essere sempre di più, assemblee aperte al nostro popolo, alla grande forza di democrazia e di unità che lo anima. Lo provano ogni giorno la risposta puntuale alle provocazioni del terrorismo e le stesse elezioni. A questa forza dobbiamo ricondurci in ogni momento della nostra azione, sicuri che essa non verrà mai meno, che anzi essa costituisce la base prima di un possibile successo. […]
Ognuno di noi ha avvertito - io credo - negli anni appena trascorsi, malgrado la mole sempre più ingente di lavoro svolto e l'abnegazione dei parlamentari, la difficoltà per le assemblee di vivere e operare col paese, per rispondere ai mille e drammatici problemi dell'economia e dei lavoratori, nelle fabbriche e nelle campagne, dei giovani, delle donne, della pubblica amministrazione, della scuola, della magistratura, delle forze armate e delle forze dell'ordine, dei pensionati. Cioè a quel complesso ed intricato processo di democrazia e di liberazione, che è segno del nostro tempo e che accompagna l'avanzare dei lavoratori alla direzione dello Stato. Il Parlamento, questo altissimo strumento di democrazia, non può e non deve essere superato dai tempi. Esso, al contrario, deve riuscire a guidare questo processo. [...] diventi iniziativa, stimolo, confronto e incontro delle volontà politiche del paese e assolva in questo modo la sua altissima funzione di guida. Fare questo con rigore, con dedizione, con probità significa attuare la Costituzione repubblicana, renderla operante ispiratrice della vita del paese. Onorevoli colleghi, nelle settimane immediatamente trascorse sono avvenuti due fatti di importanza eccezionale: l'elezione a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo e la firma dell'accordo «Salt II» fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Mentre ribadisco l'impegno della nostra Assemblea per una politica di distensione e di pace, consentitemi di collegare per un momento i due avvenimenti, nel senso cioè che le elezioni del Parlamento europeo (che ci pongono anche delicati problemi di coordinamento) costituiscono un passo qualitativo verso la costruzione di una Europa unita, capace di contare nel mondo per una politica di disarmo, di pacifica coesistenza e di pace.
Umberto Terracini fu il secondo Presidente dell’Assemblea Costituente.
Nato a Genova il 27 luglio 1895, nel 1899 si trasferisce a Torino. Giovanissimo, aderisce alla Federazione giovanile socialista. Nel 1914 diventa segretario della sezione torinese e nel 1916 è incarcerato per propaganda antimilitarista. Durante la guerra è inviato al fronte.
Consegue poi la laurea in Giurisprudenza e fonda, con Gramsci e Togliatti, L'Ordine nuovo, rassegna di cultura socialista. Collaboratore dell'Avanti!, è tra i protagonisti nell'organizzazione delle lotte del proletariato torinese negli anni ‘19-'20. Nel 1921, al Congresso di Livorno, firma il programma che porterà alla nascita del Partito comunista; in seguito partecipa al III Congresso dell'Internazionale comunista, a Mosca, ed è eletto membro dell'esecutivo. Nel 1923 si trasferisce nella capitale dell’Unione Sovietica e partecipa al dibattito da cui nascerà il nuovo gruppo dirigente del partito, intorno ad Antonio Gramsci.
Rientrato in Italia, è più volte arrestato tra il 1924 e il 1928, quando viene condannato a ventidue anni, nove mesi e cinque giorni di reclusione. Nel 1937 è scarcerato, ma viene inviato al confino. Nel 1943 ritorna in libertà e si rifugia in un campo profughi in Svizzera. Il 22 settembre 1945 è nominato membro della Consulta nazionale e dell'Alta Corte di giustizia.
Il 2 giugno 1946 è eletto deputato all'Assemblea costituente, dove ricopre la carica di Vicepresidente dell'Assemblea, di Vicepresidente della Commissione per la Costituzione e di Presidente della II Sottocommissione sull'organizzazione costituzionale dello Stato. In seguito alle dimissioni di Giuseppe Saragat, l'8 febbraio 1947 è eletto Presidente dell'Assemblea: la Carta costituzionale porterà la sua firma. Gli sarà riconosciuto di aver guidato i lavori in modo imparziale, componendo i contrasti all’interno di una difficile situazione politica.
Divenuto senatore dalla I alla IX legislatura, riveste per 6 legislature la carica di Presidente del gruppo parlamentare comunista e contribuisce a superare gli ostacoli politici che non permettono la realizzazione della Costituzione.
Fa parte di associazioni interpartitiche come il Consiglio mondiale della pace, la Società europea di cultura e l'Associazione dei perseguitati politici antifascisti, di cui è presidente fino alla sua morte, avvenuta a Roma il 6 dicembre 1983.
Il discorso di insediamento del nuovo Presidente dell’Assemblea Costituente (8 febbraio 1947) sottolinea l'operosità dei deputati e delle deputate e l'importanza di una larga intesa nel redigere e votare le norme costituzionali. Ne pubblichiamo alcuni stralci.
La formazione delle leggi resta sempre, e resterà in ogni società nazionale comunque organizzata, il momento supremo e decisivo della comune sorte progressiva del popolo. Esservi chiamati oggi per sovraintendere a lavori cui dedicheranno capitoli le storie future [...] non potrebbe non costituire, anche per chi presumesse delle proprie doti di intelletto e d'esperienza, un severo richiamo a responsabilità.
[…] deputati di ogni settore hanno dato concorso validissimo di consigli, di argomenti, di proposte ed anche - ciò che forse più vale in momenti infelicissimi della vita di un popolo - di mutua comprensione, di volontà di accordo e di concordia, per redigere quel progetto che fra pochi giorni [sarà] portato al vostro esame ed al vostro voto [...]. Io oso fare l'auspicio, onorevoli colleghi, che anche qui, in questa più larga cerchia ed in aperto dibattito, si rinnovi e prolunghi quel nobile e confortevole spettacolo di solidarietà spirituale e nazionale, che, non dimentica delle idealità politiche e sociali cui diversamente si appellano i vari partiti, pur riesce ad affratellarli nel compito di dare alla democrazia repubblicana italiana un suo primo, solido, certo - se anche ancor perfettibile - bastione di legalità. E che in tal modo, sia pure dopo dibattiti lunghi ed anche appassionati, la Costituzione abbia il suggello - se non dell'unanimità dell'Assemblea - per lo meno di un tale numero di voti da dare garanzia anche ai più sospettosi e malvolenti che la nostra legge fondamentale, somma di libertà già raggiunte ed avviamento ad altre, maggiori, di sociale contenuto che essa appena delinea, non sarà frutto d'una vittoria di parte.
[…] un irrefrenabile impeto di odio erompe dal nostro profondo: contro il fascismo, contro coloro che lo protessero, lo aiutarono, lo sospinsero al potere, ve lo difesero, insensibili alle sofferenze del popolo, rallegrati del suo decadimento, prodighi di onta al suo nome nel mondo, pur di dare respiro alle proprie fortune insanguinate.
Lina Merlin nacque a Pozzonovo, in provincia di Padova, il 15 ottobre 1887. Divenuta maestra, quando ottenne l’abilitazione all’insegnamento del francese alle scuole medie preferì continuare a insegnare alle elementari.
Nel 1919 si iscrisse al PSI e iniziò a collaborare al periodico “La difesa delle lavoratrici” e al settimanale “L’Eco dei lavoratori”. Nel 1924 gestì la campagna elettorale veneta e scrisse la relazione sulle violenze compiute dagli squadristi che Giacomo Matteotti utilizzò per redigere il suo atto di accusa. Nel 1926, non avendo prestato giuramento al fascismo, fu estromessa dall’insegnamento e venne condannata a cinque anni di confino in Sardegna.
Dopo l’armistizio entrò nella Resistenza e organizzò con Ada Gobetti e altre antifasciste i “Gruppi di difesa della Donna” (GDD). Al termine del conflitto entrò nella direzione del PSI: fu nominata vicecommissario alla Pubblica Istruzione nel Comitato di liberazione nazionale (CLN) della Lombardia e fece parte della direzione nazionale del partito socialista come responsabile della commissione femminile.
All'interno dell'Assemblea Costituente fece parte della Commissione dei Settantacinque, che scrisse la bozza della Costituzione, e partecipò ai lavori della III Sottocommissione sui diritti e doveri economico-sociali: si occupò delle garanzie per l’esistenza della famiglia, affinché l’insicurezza economica non rappresentasse un ostacolo alla sua costituzione e al mantenimento della sua unità e affinché la donna potesse dedicarsi al lavoro e alla funzione sociale di madre. A lei si deve, inoltre, la proposta di inserire nel testo dell’art. 3, che sancisce la pari dignità sociale e l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, la locuzione "senza distinzione di sesso".
Eletta al Senato, nel 1948 con altre tre donne e nel 1953 unica donna, nel 1958 passò alla Camera, dove farà parte della Commissione antimafia.
Con tenacia e coerenza cercò di migliorare la condizione femminile, proponendo leggi come quella per l’abolizione del carcere preventivo o la procrastinazione dell’inizio della pena per le madri, quella per l’eliminazione dell’indicazione di “figlio di NN” dai documenti anagrafici e quella per l’introduzione del divieto di licenziamento per causa di matrimonio; ma è soprattutto conosciuta per la legge 75 del 20 febbraio 1958, con cui si aboliva la regolamentazione statale della prostituzione, con la conseguente chiusura delle “case di tolleranza”, e si disponevano sanzioni nei confronti dello sfruttamento e del favoreggiamento della prostituzione. Il lungo iter parlamentare (durato dieci anni) della legge, che venne discussa quasi sempre in seduta segreta per la materia considerata indecorosa, fece emergere l’arretratezza culturale del Paese e le procurò ingiurie e sarcasmi. Più volte fu richiesta l’abrogazione della legge per il dilagare della prostituzione nelle strade. Inoltre non fu accolta la parte che prevedeva l’istituzione di centri di assistenza e di un corpo di polizia femminile per aiutare le donne che volevano abbandonare la prostituzione. Anticipando tale rifiuto, nel 1950 collaborò alla fondazione del Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna (CIDD), divenuto nel 1984 Comitato Italiano Reinserimento Sociale (CIRS).
Nel 1961 uscì dal PSI ed entrò nel gruppo misto e nel 1963 si ritirò dalla politica. Nel 1974 fece parte del comitato promotore del referendum abrogativo della legge che nel 1970 aveva introdotto in Italia il divorzio perché considerava il provvedimento non idoneo a garantire gli interesse delle donne.
Morì a Padova il 16 agosto 1979.
Luigi Einaudi nacque a Carrù, in provincia di Cuneo, il 24 marzo 1874. Laureato in giurisprudenza, è stato redattore dei quotidiani "La Stampa" e "Corriere della Sera" e corrispondente del settimanale "The Economist". Ha diretto le riviste "La Riforma Sociale" e "Rivista di Storia Economica" e ha insegnato Scienza delle finanze all'Università di Torino e alla Bocconi di Milano. Grazie ai suoi studi e ai suoi meriti scientifici ha fatto parte dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia delle Scienze di Torino, oltre che di numerose Accademie e Istituti europei e statunitensi. Ha condotto personalmente la sua azienda agricola presso Dogliani, in cui ha applicato i più moderni sistemi di coltura.
È stato nominato Senatore del Regno nel 1919. Dopo l'armistizio dell’8 settembre si è rifugiato in Svizzera ed è rientrato in Italia nel 1945, divenendo Governatore della Banca d'Italia e componente della Consulta Nazionale.
Fin dagli ultimi anni dell’Ottocento aveva iniziato a riflettere sulla questione europea, a cui ha dedicato numerosi studi, influenzando la stesura del Manifesto per un’Europa Libera e Unita (1941), conosciuto come Manifesto di Ventotene, uno dei testi salienti dell’europeismo
È stato eletto Deputato all'Assemblea Costituente nelle fila dell’Unione Democratica Nazionale, di area liberale. È entrato di diritto nel Senato della Repubblica ed è stato nominato Vice Presidente del Consiglio dei Ministri.
L'11 maggio 1948 è diventato il primo Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento e si è ritrovato ad esercitare delle funzioni presenti nella Costituzione ma non ancora divenute prassi; lo ha fatto con competenza e rigore, praticando un puntuale controllo sulla promulgazione delle leggi e mantenendo la propria azione sempre nei limiti del ruolo istituzionale. Al termine del mandato presidenziale è divenuto Senatore a vita.
È morto a Roma il 30 ottobre 1961.
Fonti:
Portale storico della Presidenza della Repubblica Presidenza della Repubblica
Il discorso tenuto in occasione del giuramento come Presidente della Repubblica il 12 maggio 1948 mostra l'estrema passione politica di Luigi Einaudi e il profondo rispetto per le Istituzioni:
Il trapasso avvenuto il 2 giugno dall’una all’altra forma istituzionale dello Stato fu non solo meraviglioso per la maniera legale, pacifica del suo avveramento, ma anche perché fornì al mondo la prova che il nostro Paese era ormai maturo per la democrazia; che se è qualcosa, è discussione, è lotta, anche viva, anche tenace fra opinioni diverse ed opposte; ed è, alla fine, vittoria di una opinione, chiaritasi dominante, sulle altre.
Nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altri a confessare a se stessi di avere, in tutto od in parte, torto e ad accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi.
Filomena Delli Castelli nacque il 28 settembre 1916 a Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara.
Laureata in Lettere presso l’Università Cattolica di Milano, dopo aver lavorato alle scuole elementari insegnò presso l’istituto in cui aveva studiato per conseguire il diploma da maestra, in Abruzzo.
Ricoprì la carica di delegata giovanile regionale dell’Azione Cattolica e frequentò la Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana). Prese parte alla Resistenza come crocerossina e con un’intensa attività clandestina.
Aderì al primo nucleo della Democrazia cristiana assumendo l’incarico di segretaria provinciale per la sezione femminile. Fu poi chiamata a Roma per seguire il Movimento femminile del partito a livello nazionale ed entrò nell’ufficio stampa del Presidente del Consiglio.
Fu eletta all’Assemblea Costituente, dove sostenne la causa dei diritti femminili, dei bambini, degli orfani, dei reduci di guerra.
Nel 1948 venne eletta alla Camera dei Deputati; nel 1952 chiese di introdurre l’insegnamento della storia dell’arte e della cinematografia nelle scuole superiori.
Dopo un ripescaggio alla Camera nel 1955, nel 1958 non venne rieletta.
Ebbe un incarico all’Istituto Luce e fu nominata funzionaria della Rai, dove si occupò della Tv dei ragazzi fino al 1975.
Nel 2006, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le conferì la massima onorificenza della Repubblica nominandola Cavaliere di Gran Croce. Morì a Pescara il 22 dicembre 2010.
Giovanni Gronchi nacque a Pontedera, in provincia di Pisa, il 10 ottobre 1887. Dopo la laurea in Lettere presso la Regia Scuola Normale Superiore di Pisa si dedicò all'insegnamento. Nel 1902 entrò nel movimento democratico cristiano, che promuoveva l'autonomia politica dei cattolici nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche e l'adesione a un cristianesimo sociale. Si arruolò come volontario durante la prima guerra mondiale e al termine del conflitto partecipò alla fondazione del Partito popolare italiano ed entrò nella sua direzione. Nel 1919 fu eletto deputato e si dedicò ai problemi sociali e del lavoro; nel 1920 divenne segretario generale della Confederazione italiana dei lavoratori.
Più volte a Montecitorio, al tempo delle violenze fasciste, auspicò un'azione “misurata” per “ricondurre tutti nell'orbita della legalità”. Nell'ottobre del 1922 divenne sottosegretario all'industria e al commercio nel Governo Mussolini, ma qualche mese dopo si schierò a fianco di don Luigi Sturzo per l'immediata uscita dal Governo del Partito popolare; denunciò le intimidazioni fasciste nel corso delle consultazioni del 1924 e dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti partecipò alla secessione dell’Aventino, a seguito della quale, nel 1926, decadde dal mandato parlamentare. Privato della cattedra, abbandonò la politica e si dedicò all'attività industriale e commerciale a Milano. Collaborò alla nascita della Democrazia cristiana e, dopo l'8 settembre 1943, fece parte del Comitato di liberazione nazionale. Continuò l’attività sindacale e fu Ministro dell'industria, del commercio e del lavoro.
Il 2 giugno 1946 venne eletto deputato all'Assemblea costituente e fu presidente del gruppo dei deputati democristiani. A seguito delle elezioni del 18 aprile 1948 divenne Presidente della Camera (carica che mantenne per due legislature) e il 29 aprile 1955 venne eletto Presidente della Repubblica, sostenuto dalla minoranza del suo partito e dai partiti di sinistra. Rivendicò per il Capo dello Stato un ruolo autonomo e, in attuazione della Costituzione, istituì la Corte costituzionale, il Consiglio superiore della magistratura e il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro e delle Regioni.
Al termine del mandato divenne senatore a vita nel gruppo misto. Nel 1977 fu acclamato membro di diritto del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana. Morì a Roma il 17 ottobre 1978.
In qualità di Presidente della Camera, il 22 aprile 1955, nel decimo anniversario della Liberazione, pronunciò un discorso di altissimo livello civile e politico; per acclamazione, si decise di affiggerne il testo negli albi di tutti i comuni d'Italia. Ne pubblichiamo alcuni stralci.
Il pensiero che ricorre a quegli anni si volge anzitutto a rievocare con un tributo di omaggio, reverente e commosso, tutti coloro che per Ia libertà e l’indipendenza del paese offrirono l‘olocausto della loro vita. Con la nobiltà e la fierezza di chi ha in sé la certezza di aver interpretato ed espresso le esigenze storiche e spirituali più profonde della nostra gente, noi possiamo ben accomunare in piena sincerità a questo pensiero riverente anche gli altri morti, tutti gli altri morti che sono caduti al loro posto di dovere, nella consapevole e disinteressata volontà di servire non una parte politica, ma una loro idealità e, attraverso questa idealità, la patria. […] Ogni guerra civile - ed il popolo italiano fu allora veramente costretto ad una guerra civile - ha i suoi orrori ed i suoi errori, ha le vittime dall’una e dall’altra parte, per tragiche incomprensioni o per scoppio improvviso di settarismi e di istinti di violenza. Ma non in questo si è materiato il grande fatto storico che domina in Italia l’ultimo biennio della guerra. E se noi forse non siamo ancora in grado di dare un giudizio obiettivo compiuto sulla sua rilevanza nel corso della storia nazionale (troppo vicine sono le sue vicende e troppo accese le passioni), noi possiamo certo trarre già oggi, con sicura coscienza della verità, alcune considerazioni e constatazioni. La prima è che, per la testimonianza indubitabile dei fatti, una lotta come quella della liberazione, continuando il solco impresso nella feconda generosa terra della nostra compagine nazionale dal primo risorgimento, fu un moto popolare nel senso più largo ed effettivo della parola. […] Il consenso popolare circondò questa élite di condottieri e di combattenti di tale solidarietà, di tale risoluta volontà di collaborazione, che in nessun altro momento della storia dei nostri tempi si videro così numerose e temerarie le donne, e con queste i giovani e i giovanissimi, prestarsi fino al sacrificio della vita per sostenere, dimentichi di ogni pericolo, delle inumane privazioni e della fame, materialmente e moralmente, l’efficienza e la volontà dei combattenti lontani. Vi è in questa partecipazione un profondo significato: gli ideali che furono il segno distintivo della bandiera di battaglia per la liberazione erano così connaturati alla coscienza nazionale che senza sforzo e senza penose lentezze riuscirono ad infondere, anche nelle masse popolari le meno politicamente sensibilizzate, la persuasione che si combatteva per una causa che trascendeva partiti e ideologie particolari: che si doveva anche morire, serenamente, per ridare alla patria il dono della libertà e la capacità di riprendere e custodire la propria indipendenza. In questo senso si può affermare, senza retorica, che la lotta di liberazione è stata una esperienza vitale; in questo senso si può e si deve sperare che quanto si incominciò a intravvedere e ad attuare nel travaglio sempre doloroso, talvolta disperato, di quella lotta, non rappresenta un’esperienza troncata o conclusa. […] La Resistenza può fare un appello unitario soltanto per uno sforzo concorde verso forme, istituti, costumi di democrazia sostanziale che si fondino sulla libertà e sulla giustizia, sole condizioni di convivenza ordinata dei ceti sociali; sulla tolleranza delle opinioni, sull’impero della legge, sulla rivalutazione costante di quei valori nazionali che nulla hanno da fare con le infatuazioni nazionalistiche, ma che costituiscono il solo terreno fecondo e l’atmosfera vivificatrice per ogni progresso. In questa direzione, attraverso le differenti fisionomie ideologiche dei partiti che concorrono a formare lo schieramento politico nazionale, io credo che una volontà concorde si possa formare; purché questa volontà, ripeto, non abbia sottintesi e sia pronta veramente a subordinare ogni interesse di parte all’interesse superiore di quella che, in termini sociali, si chiama comunità della nazione e in termini più storici e politici, la grande patria italiana. Credo che un tale sforzo rappresenti veramente la possibilità concreta di concorrere da opposte parti a che il patrimonio della Resistenza non vada disperso. Ogni pensiero rivolto agli uomini che si sono sacrificati col coraggio sereno e consapevole dei forti, trova sempre sulle loro labbra, soprattutto all’avvicinarsi dell’istante supremo, poche parole che non cono espressioni retoriche, ma segnano con solenne immediatezza i lineamenti spirituali di questi martiri: la libertà, la giustizia, l’Italia.
Teresa Mattei, nata a Genova il 1° febbraio 1921, a 17 anni venne espulsa dal liceo classico Michelangelo di Firenze e radiata da tutti gli istituti del Regno perché, dopo aver ascoltato in classe la propaganda razzista del professor Santarelli, si alzò in piedi e disse: «Io esco perché non posso assistere a queste vergogne». Sostenne la maturità da privatista, su consiglio del professor Piero Calamandrei.
Durante la Resistenza fece parte dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) e fu arrestata e torturata dalle SS. Fu allieva di Eugenio Garin, con cui si laureò in Filosofia.
Candidata nelle liste del PCI, fu la più giovane donna eletta all'Assemblea Costituente. Ebbe l’incarico di segretaria dell'ufficio di Presidenza e si batté per i diritti delle donne: fu lei, insieme a Teresa Noce e Rita Montagnana, a proporre, l’8 marzo 1946, la mimosa come simbolo della festa delle donne, "un fiore povero, facile da trovare nelle campagne", adatto a rispecchiare la bellezza e la delicatezza femminile.
Lavorò alla stesura dell'articolo 3, che definisce la dignità sociale e l'uguaglianza davanti alla legge dei cittadini, cardine della nostra Costituzione, e si batté per ottenere l'accesso delle donne a tutti gli impieghi e a tutti i gradi della magistratura, superando il dibattito sull'incapacità delle donne di giudicare, perché vittime di isteria e irrazionalità. Si dedicò alla tutela del lavoro minorile e al riconoscimento dei diritti delle donne lavoratrici e nel 1947 fondò, con Maria Federici, l’Ente per la tutela morale del fanciullo.
Fece parte del Comitato dei 18 che, il 27 dicembre 1947, consegnò al Capo dello Stato Enrico De Nicola il testo della Costituzione.
Fu espulsa dal PCI nel 1955 a causa del dissenso verso lo stalinismo del gruppo dirigente. Fu dirigente nazionale dell'Udi (Unione Donne Italiane). Nel 1966 divenne presidente della Cooperativa Monte Olimpino, che con Bruno Munari e Marcello Piccardo realizzava nelle scuole film fatti dai bambini. Diede vita a diversi progetti culturali, fra cui “Radio Bambina”. Con la Lega per i diritti dei bambini promosse in tutto il mondo campagne per la pace e la non violenza.
Morì il 12 marzo 2013 a Usigliano di Lari, in provincia di Pisa.
In occasione della discussione sull’articolo 3 della Costituzione, il 18 marzo 1947 Teresa Mattei pronunciò il seguente discorso:
Noi salutiamo con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne carta costituzionale nazionale. Nasce e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquista pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nostra Repubblica. Ancora poche Costituzioni nel mondo riconoscono così esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. Le donne italiane lo sanno e sono fiere di questo passo sulla via dell’emancipazione e insieme dell’intero progresso civile e sociale. E’, questa conquista, il risultato di una lunga e faticosa lotta di interi decenni. […] In una società che da lungo tempo ormai ha imposto alla donna la parità dei doveri, che non le ha risparmiato nessuna durezza nella lotta per il pane, nella lotta per la vita e per il lavoro, in una società che ha fatto conoscere alla donna tutti quei pesi di responsabili e di sofferenza prima riservati normalmente solo agli uomini, che non ha risparmiato alla donna nemmeno l’atroce prova della guerra guerreggiata nella sua casa, contro i suoi stessi piccoli e l’ha spinta a partecipare non più inerme alla lotta, salutiamo finalmente con un riconoscimento meritato e giusto l’affermazione della completa parità dei nostri diritti. […] La nostra esigenza di entrare nella vita nazionale, di entrare in ogni campo di attività che sia fattivo di bene per il nostro paese, non è l’esigenza di affermare la nostra personalità e qui contrapponendola alla personalità maschile. […] Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, non vogliamo che le donne italiane aspirino ad una assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere le proprie forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese. Perciò riteniamo che il concetto informatore della lotta che abbiamo condotta debba stare alla base della nostra nuova Costituzione, rafforzarla, darle un orientamento sempre più sicuro. E’ nostro convincimento che nessun sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produce nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piene emancipazione femminile. [...] non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all’uomo, se si voglia veramente che la conquista affermata dalla Carta costituzionale divenga stabile realtà per la vita e per il migliore avvenire d’Italia
Antonio Ségni nacque a Sassari il 2 febbraio 1891. Laureato in Giurisprudenza, insegnò diritto processuale civile a Perugia, Cagliari Pavia e Roma e diritto commerciale a Sassari. Nel 1919 si iscrisse al Partito popolare e nel 1923 fu consigliere nazionale. Si ritirò dalla vita politica negli anni del fascismo.
Dal 1943 partecipò all’organizzazione della Democrazia Cristiana in Sardegna e in seguito fu membro della prima Consulta regionale. Nel 1946 entrò nell’Assemblea Costituente. Venne eletto deputato fra il 1948 e il 1962, fu più volte ministro e due volte presidente del Consiglio.
Atlantista ed europeista, il 25 marzo 1957, da Presidente del Consiglio, firmò, insieme al ministro degli esteri Gaetano Martino, i due Trattati di Roma che istituirono e disciplinarono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell'energia atomica (EURATOM); nel 1964 ricevette ad Aquisgrana il premio Carlo Magno per la sua attività in favore dell'unità europea.
Socio dell'Accademia nazionale dei Lincei dal 1958, nel 1962 divenne Presidente della Repubblica; si dimise due anni dopo per motivi di salute. Mentre fu Presidente garantì l’equilibrio costituzionale e rinviò per otto volte alle Camere dei progetti di legge sprovvisti di copertura finanziaria.
Divenne senatore a vita essendo stato Presidente della Repubblica.
Morì il 1° dicembre 1972.
Fonti:
Nel discorso di insediamento come Presidente della Repubblica, l’11 maggio 1962, Antonio Segni sottolinea l’importanza dell'unità dell'Europa nel sostenere la pace e la libertà dei popoli. Ne pubblichiamo uno stralcio.
Da un lato la vita internazionale si estrinseca in nuove forme sovranazionali, che la Costituzione italiana ha preveduto con intuito lucido e preciso. Dall’altro le forme di solidarietà sociale all’interno assumono importanza sempre crescente e aspetti nuovi.
L’Italia ha dato e, a mio avviso, continuerà a dare la sua opera efficace al proseguimento di una unità europea effettiva, sviluppando i germi essenziali di una comunità politica che sono contenuti nei trattati di Roma.
Questa unità fondamentale dell’Europa fu intuizione ed aspirazione di uno dei più grandi spiriti del nostro Risorgimento, Giuseppe Mazzini: in tempi più recenti dettero inizio a tradurla in realtà due grandi scomparsi, Alcide De Gasperi e Carlo Sforza. […] È in questa direzione che si svolge la storia e progredisce l’umanità: i nuovi legami che si stanno per contrarre in Europa significheranno il superamento definitivo di antichi, sterili antagonismi e un concreto efficace contributo alla pace, aspirazione suprema di tutti i popoli, e alla libertà.
A questa nuova organizzazione dell’Europa tendono i tempi nuovi […] L’unità dell’Europa ha infatti una sua vigorosa capacità di espansione proprio perché animata da una volontà sempre più accentuata di superare le divisioni ed i contrasti attraverso i sistemi della libera discussione prima, e dei liberi accordi poi.
Questa comunità potrà anche più efficacemente adempiere un altro dovere del nostro tempo che impegna particolarmente le nazioni più progredite: prestare il necessario aiuto alle nuove nazioni che assurgono a libertà, e ciò al solo scopo di consolidarne, insieme con l’indipendenza, il progresso materiale e spirituale.
Nata a Torino il 29 luglio 1900, Teresa Noce ebbe un’infanzia segnata dalla povertà: dopo le elementari, benché amasse la lettura, dovette abbandonare gli studi per contribuire al mantenimento della famiglia. Fece la fattorina, la stiratrice, la sarta, mostrandosi insofferente ai soprusi di cui era vittima. Fu assunta come tornitrice alla FIAT Brevetti e nel 1919 si iscrisse al partito socialista, partecipando alle azioni del movimento operaio torinese. Rimase affascinata dalla Rivoluzione d’ottobre ed entrò nel Partito socialista italiano.
Dopo la scissione di Livorno del 1921 aderì al Partito comunista e si impegnò nell’attività della Federazione giovanile comunista (FGCI). Trasferitasi a Milano, fu arrestata e poi rilasciata per insufficienza di prove. Seguì la campagna elettorale del 1924 e organizzò il congresso della FGCI del 1926, anno in cui espatrierà spostandosi fra Mosca, Lugano e Parigi. Ritornò in Italia per riprendere la lotta antifascista e nel 1932 entrò a far parte del Comitato centrale del Partito Comunista e, in seguito, nella direzione della Confederazione generale del lavoro, dopo essersi nuovamente trasferita a Parigi. Dal 1936 al 1938 partecipò alla guerra civile spagnola, entrando a far parte della redazione del giornale delle Brigate Garibaldi, componente italiana delle brigate internazionali. Rientrata a Parigi, dopo l’invasione nazista della Francia venne internata nel campo di Rieucros. Trasferita a Marsiglia, riuscì a fuggire e si diede alla lotta partigiana in Francia. Nel 1944 fu internata nei campi di concentramento di Ravensbrück, in Germania, e Holleischen, in Cecoslovacchia, e venne liberata dai partigiani polacchi alla fine della guerra.
Rientrata nell’Italia liberata dal nazifascimo, ricominciò l’attività politica: fu membro della Consulta nazionale ed ottenne importanti incarichi nel Partito Comunista; diresse dal 1947 al 1955 la Federazione nazionale degli impiegati e operai tessili della CGIL.
Deputata all’Assemblea costituente, fu membro del Comitato dei Settantacinque che scrisse la Costituzione. Sostenne che lo Stato aveva l’obbligo di garantire a tutti i bambini, senza distinzione tra legittimi e illegittimi, la salute e lo sviluppo fisico, morale ed intellettuale e che tutte le madri dovevano avere la possibilità di avere figli in condizioni economiche, igieniche e sanitarie compatibili con la dignità umana e civile. Insieme a Teresa Mattei e a Rita Montagnana propose, l’8 marzo 1946, la mimosa come simbolo della festa delle donne,.
Eletta alla Camera nelle prime due legislature, si impegnò per la parità salariale e promosse la legge 26 agosto 1950, n. 860 per la tutela delle lavoratrici madri.
Abbandonato poi il Parlamento, si dedicò a tempo pieno al sindacato e dal 1959 fece parte del Consiglio nazionale di economia e lavoro. Successivamente si ritirò progressivamente dalla scena pubblica.
Morì a Bologna il 22 gennaio 1980.
Nel 1974 Teresa Noce pubblicò la sua autobiografia, Rivoluzionaria professionale. Abbiamo scelto dei brani tratti dalle pagine in cui racconta il suo 8 marzo 1945, trascorso nel campo di Holleischen.
Per l’8 marzo non potevamo organizzare una festa perché eravamo ormai troppo deboli e affamate, quindi decidemmo di tenere una conferenza. Al campo, le politiche che conoscevano un po’ di storia del movimento operaio internazionale erano una minoranza. Molte erano però coloro che avevano fatto parte della Resistenza, lavorando e sacrificandosi per la libertà. La conferenza doveva spiegare alle une e ricordare alle altre che donne di tutti i Paesi e in tutti i secoli avevano lottato per la libertà. […] L’incarico di tenere la conferenza fu dato a me. […] la cosa non era facile. Ma potevo farmi aiutare. Tra noi vi erano donne che avevano studiato, che conoscevano la storia del proprio Paese e qualche scorcio della storia del resto del mondo. Anche coloro che avevano ricevuto un’educazione scolastica e borghese, potevano aiutarmi. Era poi compito mio estrarre, dalle cose che esse sapevano e che mi avrebbero detto, la lezione politica e di classe che avrebbe dato un senso alla nostra conferenza per l’8 marzo. […] Cominciai a rivolgere la parola a molte deportate con cui, fino ad allora, avevo avuto scarsi rapporti […] Con prudenza, dissi a queste deportate che noi compagne volevamo commemorare l’8 marzo, la giornata internazionale delle donne di tutto il mondo, parlando proprio di quello che le donne di tutto il mondo avevano fatto nei secoli. Non tutte le deportate conoscevano certi avvenimenti: e noi volevamo parlare loro di Lucrezia e di Giovanna d’Arco, la Pulzella di Orleans; di Louise Michel, la comunarda e di madame Curie, la fisica franco-polacca; di Emmeline Pankhurst, la suffragetta inglese e di sua figlia Sylvia; della Pasionaria spagnola, di Nadeizda Krupskaja, la moglie di Lenin, di Rosa Luxemburg, tedesca […] era importante che tutte sapessero che in ogni secolo vi erano state donne che avevano lottato per difendere il proprio Paese o la propria religione, il pane e il lavoro per tutti, la pace, la libertà da ogni oppressione, contro la tirannia e lo sfruttamento. Perché dovevamo parlare, oltre che di Lucrezia e di Giovanna d’Arco, anche delle serve della gleba insorte con la jacquerie del 1358 e delle calzettaie della Rivoluzione francese, delle comunarde di Parigi e delle setaiole di Lione, delle suffragette inglesi e delle martiri di Chicago, delle rivoluzionarie russe e delle insorte di Torino, delle scioperanti contro i padroni e contro i fascisti. Trovai più aiuto di quanto avessi sperato. Tutte volevano dirmi qualche cosa, del proprio Paese o di persone conosciute o di episodi di lotta o di quello che ricordavano delle lezioni di scuola: e con più apertura mentale e meno conformismo di quanto mi attendessi. La permanenza al campo, la lezione delle sofferenze sopportate in comune, forse non erano state inutili […] Il mio lavoro di preparazione aveva già avuto questo risultato: tutte si interessavano dell’8 marzo, tutte aspettavano la conferenza, tutte volevano ascoltarla. E la cosa più sorprendente fu che tutte seppero mantenere il segreto e nessuna ‘aspirina’, nessuna kapò, venne a sapere quello che stavamo preparando. Tenemmo la conferenza la sera dell’8 marzo 1945, appena suonato il silenzio. […]
Parlai a lungo delle donne di tutto il mondo come mi ero proposta. Parlai dell’esempio, tramandatoci nei secoli, di chi aveva lottato per la difesa del proprio Paese e per la libertà dei popoli, di coloro che si erano sacrificate per la pace e per la rivoluzione, che avevano dato la vita o avevano perso la libertà per difendere le compagne contro lo sfruttamento, la miseria, la schiavitù. Parlai delle sante e delle schiave, delle operaie e delle contadine, delle intellettuali e delle scienziate, delle analfabete e delle artiste. Continuai a parlare finché caddi stremata sul giaciglio che mi aveva ospitata.
Giovanni Leone, nato a Napoli il 3 novembre 1908, si laureò prima in Giurisprudenza e poi in Scienze politiche e sociali. Avvocato penalista (all’inizio della carriera era stato collaboratore di Enrico De Nicola) e medaglia d'oro al merito della cultura, insegnò Diritto e procedura penale nelle Università di Messina, Bari, Napoli e Roma.
Durante la seconda guerra mondiale divenne magistrato del tribunale militare di Napoli e dopo l'armistizio si adoperò per la liberazione di prigionieri e disertori, proteggendoli da rappresaglie o dalla prigionia. Nel 1944 iscrisse alla Democrazia Cristiana e nel 1945 fu nominato Segretario del Partito a Napoli.
Membro dell'Assemblea Costituente, fece parte del Comitato dei Diciotto, che coordinava le proposte, e della II Sottocommissione per l'organizzazione costituzionale dello Stato, occupandosi degli articoli riguardanti la magistratura e la Corte costituzionale. Fornì un contributo rilevante anche attraverso la ricerca dei punti di incontro tra le diverse posizioni politiche.
Deputato per cinque legislature, divenne prima Vice Presidente e poi Presidente della Camera per otto anni consecutivi, dal 1955 al 1963.
Gli fu assegnato l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1963 e nel 1968 e venne nominato Senatore a vita nel 1967.
Eletto Presidente della Repubblica il 24 dicembre 1971, nei difficili anni della crisi politica (nel 1972, per la prima volta nell’era repubblicana, dovette ricorrere allo scioglimento anticipato delle Camere), del terrorismo (nel 1969 era scoppiata la bomba in piazza Fontana, a Milano, nel 1974 scoppieranno quelle in piazza della Loggia a Brescia e sull'Italicus; nel 1978 sarà rapito e assassinato Aldo Moro), della crisi economica (ricordata come crisi energetica a causa del brusco rialzo del prezzo del petrolio nel 1973) e sociale, si mosse con prudenza, nel rispetto delle istituzioni, sentendosi un "notaio" delle scelte del Parlamento e del Governo, come si era definito nel discorso di insediamento.
A seguito di insistenti accuse, dimostratesi poi infondate, in relazione a un presunto coinvolgimento in episodi di corruzione, il 15 giugno 1978, a sei mesi dal termine del mandato, diede le dimissioni.
In seguito contribuì alla riforma dei codici e dell'amministrazione della giustizia.
Morì a Roma il 9 novembre 2001.
Fonti
Nel discorso di insediamento del 10 maggio 1955, in occasione della prima elezione a Presidente della Camera, Giovanni Leone, da buon giurista, sottolinea fin dalle prime battute, che riportiamo, l’importanza del mantenere vivi il rispetto e la difesa delle istituzioni democratiche.
Educato ad una scuola di alta comprensione del dovere e portato per mio stesso temperamento ad una visione serena e distaccata da contingenze particolari degli avvenimenti politici, non obbedirò che alla mia coscienza e non avrò altra direttiva che l'osservanza fedele e rigorosa del regolamento. Quando parlo d'osservanza rigorosa, intendo riferirmi più al rigore che imporrò a me stesso che a quello che sarò costretto ad imporre ai colleghi, ai quali tuttavia chiedo di considerare serenamente come il limite posto nelle norme giuridiche - se anche nel momento in cui viene subito può apparire duro e talora intollerabile - sia in definitiva preordinato alla pacifica e civile convivenza di uomini diversi, per temperamento e indirizzo spirituale, e provenienti da distinte, talora opposte, formazioni politiche.
È per questo che solo nell'armonico temperamento tra diritti e doveri e nella ricerca del giusto limite noi potremo ritrovare la sicura piattaforma del comune lavoro.
In un momento nel quale l'urgente spinta di esigenze sociali, la ricerca di nuovi metodi ed orientamenti, lo sviluppo di notevoli situazioni internazionali sulle quali è sospesa l'aspettativa di tutto il mondo richiamano sul Parlamento una particolare attenzione - che va dalla fiduciosa attesa di molti alla perplessità di pochi - noi abbiamo il dovere di collaborare, tutti, al consolidamento del prestigio dell'istituto; perché la storia del nostro e di altri popoli - storia intessuta anche di immense tragedie nazionali - insegna che, quando il Parlamento declina o muore, la democrazia fallisce, la libertà è condannata a languire. Ma il prestigio di un istituto non si impone, si conquista. E per conquistarlo occorre: affinare gli strumenti del nostro lavoro - già, per altro, dalla Costituzione e dalle modifiche apportate al nostro regolamento notevolmente a tale scopo adeguati - per renderli sempre più idonei alla sollecitudine che i vari problemi, nel ritmo accelerato della vita attuale, reclamano; apprestare mezzi adatti a rendere l'attività legislativa sempre più sensibile al rigore tecnico, senza soffocarne l'ispirazione sociale; aumentare la nostra operosità, già notevole e non priva di sacrificio, e, purtroppo, non sufficientemente conosciuta ed apprezzata; dimostrare la nostra dedizione agli interessi del paese, non solo nella sostanza del nostro lavoro, ma anche nella spontanea accettazione di un costume di reciproca tolleranza.
Nata a Torino il 6 gennaio 1895 in una famiglia ebrea di tradizioni socialiste, a quattordici anni, dopo la morte del padre, Rita Montagnana andò a lavorare presso la sartoria Sacerdote, difendendo i diritti delle lavoratrici. Nel 1914 divenne segretaria del circolo femminile «La Difesa» e nel 1915 si iscrisse al Partito socialista italiano. Durante la prima guerra mondiale fu assunta come impiegata alla Banca Commerciale e poi all’Alleanza cooperativa torinese. Eletta nel comitato regionale femminile e nella commissione esecutiva della sezione socialista di Borgo San Paolo, fu tra i fondatori del Partito comunista d'Italia a Torino; nel 1921 venne inviata a Mosca alla II Conferenza femminile internazionale e partecipò al III Congresso dell'Internazionale comunista.
Nel 1922 prese parte alla Conferenza delle donne comuniste e l’anno successivo fu tra i collaboratori di Palmiro Togliatti, che a Milano aveva assunto la direzione del partito. Nel 1924 sposò Togliatti e si trasferì a Roma. Organizzò per corrispondenza la scuola nazionale di partito diretta da Antonio Gramsci.
All’inizio del 1926 seguì Togliatti a Mosca e in seguito si spostò a Parigi, dove ebbe l'incarico di diffondere materiale clandestino. Più volte ricercata dalla polizia, riuscì a evitare l’arresto. Nel 1934 tornò a Mosca e frequentò la Scuola leninista. Andò in Spagna durante la guerra civile e poche settimane prima della vittoria franchista rientrò in URSS, collaborando prima alle trasmissioni di Radio Mosca indirizzate alle donne, poi, a partire dal 1941, alla redazione di Radio Milano Libertà.
Fu a capo dell’organizzazione femminile del partito e divenne presidente dell’Unione Donne Italiane: difese i diritti delle lavoratrici e avviò una campagna di sensibilizzazione popolare sul diritto di voto alle donne.
Designata membro della Consulta, nel 1946 fu eletta all’Assemblea costituente e con Teresa Mattei e Teresa Noce ideò il simbolo della mimosa per la Festa della Donna.
Membro del comitato centrale dal V all’VIII Congresso, fu Senatrice dal 1948 al 1953. In seguito alla perdita dell’incarico di responsabile femminile regionale del Piemonte e alla mancata rielezione parlamentare, abbandonò la vita politica attiva. Il suo ultimo incarico fu quello di delegata al XX Congresso del Partito comunista dell'Unione Sovietica nel 1956.
Morì a Torino il 17 luglio 1979.
Nel corso della campagna elettorale che portò alle elezioni amministrative del 10 marzo 1946, l’8 marzo Rita Montagnana partecipò alla manifestazione organizzata dall’U.D.I di Cosenza per celebrare la Giornata internazionale della donna. Riportiamo una parte del suo discorso, in cui viene esaltato il ruolo della donna nel processo di rinnovamento dello Stato italiano:
L’Italia oggi si è trasformata e marcia verso una vita democratica. In questa marcia verso la democrazia le donne sono in prima linea, non solo le donne delle grandi città ma anche le donne meridionali. In Italia il fascismo, asservendo il popolo, aveva maggiormente ribadite le catene dell’oppressione sulla donna. Del fascismo le donne hanno sentito le conseguenze maggiori perché il fascismo scatenando la guerra ha strappato i figli alle mamme, i mariti alle spose, ha sconvolto le famiglie e ha coperto di distruzioni e miseria l’Italia. Perciò la lotta per l’emancipazione da parte della donna è lotta anche e soprattutto contro il fascismo e contro la guerra.
In «Ordine Proletario», 9 marzo 1946
Sandro Pertini nacque a Stella, in provincia di Savona, il 25 settembre 1896. Si laureò in Giurisprudenza e, successivamente, in Scienze politiche e sociali. Partecipò alla prima guerra mondiale combattendo come tenente dei mitraglieri. Nel 1918 si iscrisse al Partito Socialista Italiano e nel dopoguerra svolse un'intensa attività antifascista. Nel 1925 venne arrestato per la prima volta per propaganda clandestina, avendo distribuito un opuscolo nel quale venivano denunciate le responsabilità della monarchia nel perdurare del regime fascista e la sfiducia sulle indagini e sul processo Matteotti; condannato al carcere per reati di stampa clandestina, oltraggio al Senato e lesa prerogativa regia, quando ritornò in libertà riprese l'attività politica subendo numerose aggressioni da parte di esponenti fascisti. Nel 1926 fu condannato al confino; riuscì a sfuggire alla cattura ed espatriò in Francia. Nel 1929 rientrò in Italia con un passaporto falso, ma venne denunciato, arrestato e condannato a 11 anni di reclusione per diffusione di notizie false all'estero, per attività volte a danneggiare gli interessi e il prestigio nazionale e per contraffazione di passaporto; trascorse 7 anni in carcere e poi fu confinato a Ponza, alle Tremiti e a Ventotene, rifiutandosi di richiedere la grazia. Liberato nell'agosto 1943, combatté per difendere Roma dall'occupazione tedesca; fu arrestato dalle SS e condannato a morte. Evase dal carcere e si trasferì a Milano. Insieme a Pietro Nenni e Giuseppe Saragat si impegnò nella ricostruzione del Partito Socialista fondando il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP). Divenne uno tra i massimi dirigenti del Comitato di liberazione nazionale dell'Alta Italia e fu uno degli organizzatori dell'insurrezione dell'aprile 1945 che portò alla Liberazione della città.
Nel 1945 fu eletto segretario del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e fu nominato membro della Consulta; nel 1946 entrò a far parte dell'Assemblea Costituente. Dal 1945 al 1946 e dal 1950 al 1952 diresse il quotidiano socialista “Avanti!”. Fu senatore per due legislature e deputato dal 1953, rivestendo il ruolo di Vice Presidente e, fra il 1968 e il 1976, di Presidente della Camera. Nel 1953 gli venne conferita la medaglia d'oro al valor militare per la partecipazione alla Resistenza.
Divenne Presidente della Repubblica l'8 luglio 1978. Il suo carisma e la sua autorevolezza hanno infuso fiducia a un Paese ancora scosso dal sequestro e dall’assassinio di Aldo Moro, rendendo la figura del Presidente della Repubblica il simbolo dell'unità nazionale e l'interprete dei valori di libertà e democrazia. Negli anni del terrorismo e delle stragi partecipò in modo appassionato alla vita politica del Paese, trasmettendo l’amore per le istituzioni repubblicane e richiamando i cittadini e le forze politiche ai valori della Costituzione, della Resistenza, della giustizia e della libertà, punti di riferimento per la vita democratica. La sua statura morale riavvicinò i cittadini alle istituzioni anche in momenti difficili come i funerali delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Per dimostrare che “le istituzioni non sono una cosa astratta” aprì il Quirinale alle scolaresche, che incontrava quasi quotidianamente, e avviò un dialogo costante con il Paese e con il mondo della politica. Grande comunicatore, parlava in modo diretto, con un linguaggio semplice ed efficace, dando voce ai sentimenti più profondi del popolo italiano e alle grandi emozioni collettive: dal dolore per il terremoto che nel 1980 colpì l'Irpinia alla gioia per la vittoria della Nazionale ai Mondiali di calcio del 1982.
Nominò Senatori a vita il giornalista Leo Valiani (1980), il drammaturgo Eduardo De Filippo (1981), l’onorevole Camilla Ravera (1982), prima donna a ricevere tale nomina, gli intellettuali Carlo Bo (1984) e Norberto Bobbio (1984).
Diede le dimissioni il 29 giugno 1985 e divenne, di diritto, senatore a vita. Morì a Roma il 24 febbraio 1990.
Fonti
Portale storico della Presidenza della Repubblica
L’attenzione che Sandro Pertini ha sempre mostrato verso l’apertura delle istituzioni ai cittadini e, in particolare, ai giovani è presente fin dal suo primo discorso come Presidente della Camera, pronunciato il 5 giugno 1968, di cui riportiamo uno stralcio.
Noi dobbiamo pensare di lavorare in una casa di cristallo. Da noi deve partire l'esempio di attaccamento agli istituti democratici e soprattutto l'esempio di onestà e di rettitudine. Perché il popolo italiano ha sete di onestà. Su questo punto dobbiamo essere intransigenti prima verso noi stessi, se vogliamo poi esserlo verso gli altri. Non dimentichiamo, onorevoli colleghi, che la corruzione è nemica della libertà.
E non dimentichiamo che i giovani ci stanno a guardare. Dobbiamo con la nostra attività di ogni giorno, con la nostra limpida condotta essere d'esempio ai giovani e far sì che essi, stimando i membri del Parlamento, al Parlamento guardino fiduciosi. Solo ottenendo la loro stima e la loro fiducia potremo esortarli, con la speranza d'essere ascoltati, a restare sul terreno democratico e ad avanzare democraticamente le loro proposte.
Dei giovani, onorevoli colleghi, dobbiamo preoccuparci. Se lasciamo che tra essi e noi si scavi un solco, potrebbero maturare giorni tristi per la patria, perché la gioventù di oggi è la classe dirigente di domani. Ma i giovani si persuadano di questa verità: quando in un paese la libertà è perduta, tutto è perduto. Noi anziani abbiamo vissuto e sofferto questa esperienza. Abbiamo percorso con la nostra gente tutto il cammino che dalle tenebre della dittatura ci ha portati alla luce della libertà. È, questo, un cammino cosparso di lacrime, di sangue, di rovine. Il prezzo pagato per riconquistare la libertà. Non vogliamo che quella dura prova debba ripetersi per il nostro popolo; e la libertà, di cui il Parlamento è alto e sicuro presidio, dobbiamo essere pronti a difendere in ogni momento. Ricordando la nostra lotta di allora, le sofferenze patite dagli italiani, sento d'interpretare il vostro pensiero, se da questo libero Parlamento, composto di liberi uomini, invio la nostra solidarietà a tutti coloro che, in ogni parte del mondo, si battono per la libertà.
Significativi sono, poi, il richiamo alla Costituzione come tutela della libertà e della giustizia sociale e il convinto europeismo presenti nel discorso d’insediamento a Presidente della Repubblica, pronunciato il 9 luglio 1978.
Onorevoli senatori, onorevoli deputati, signori delegati regionali, nella mia tormentata vita mi sono trovato più volte di fronte a situazioni difficili e le ho sempre affrontate con animo sereno, perché sapevo che sarei stato solo io a pagare, solo con la mia fede politica e con la mia coscienza. Adesso, invece, so che le conseguenze di ogni mio atto si rifletteranno sullo Stato, sulla nazione intera. Da qui il mio doveroso proposito di osservare lealmente e scrupolosamente il giuramento di fedeltà alla Costituzione, pronunciato dinanzi a voi, rappresentanti del popolo sovrano. Dovrò essere il tutore delle garanzie e dei diritti costituzionali dei cittadini. Dovrò difendere l’unità e l’indipendenza della nazione nel rispetto degli impegni internazionali e delle sue alleanze, liberamente contratte. Dobbiamo prepararci ad inserire sempre più l’Italia nella comunità più vasta, che è l’Europa, avviata alla sua unificazione con il Parlamento europeo, che l’anno prossimo sarà eletto a suffragio diretto. […]
L’Italia ha bisogno di avanzare in tutti i campi del sapere, per reggere il confronto con le esigenze della nuova civiltà che si profila. Gli articoli della Carta costituzionale che si riferiscono all’insegnamento e alla promozione della cultura, della ricerca scientifica e tecnica, non possono essere disattesi. Il dettato costituzionale, che valorizza le autonomie locali e introduce le regioni, è stato attuato. Ne è derivata una vasta partecipazione popolare che deve essere incoraggiata. Questo diciamo, perché vogliamo che la libertà, riconquistata dopo lunga e dura lotta, si consolidi nel nostro paese. E vada la nostra fraterna solidarietà a quanti in ogni parte del mondo sono iniquamente perseguitati per le loro idee.
Certo noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata. Tuttavia essa diviene una fragile conquista e sarà pienamente goduta solo da una minoranza, se non riceverà il suo contenuto naturale che è la giustizia sociale. Ripeto quello che ho già detto in altre sedi: libertà e giustizia sociale costituiscono un binomio inscindibile, l’un termine presuppone l’altro: non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà, come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale. Di qui le riforme cui ho accennato poc’anzi. Ed è solo in questo modo che ogni italiano sentirà sua la Repubblica, la sentirà madre e non matrigna. Bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo venti anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Basta con questa violenza che turba il vivere civile del nostro popolo, basta con questa violenza consumata quasi ogni giorno contro pacifici cittadini e forze dell’ordine, cui va la nostra solidarietà. Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi. Ci conforta la constatazione che il popolo italiano ha saputo prontamente reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione, a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere alla bufera di violenza scatenatesi sul nostro paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?
Maria Agamben nacque a L'Aquila il 19 settembre 1899 da una famiglia benestante di origine armena; si laureò in Lettere all’Università di Roma e fu insegnate e giornalista. Formatasi alla scuola dei due principali teorici del pensiero cristiano sociale, Emmanuel Mounier e Jacques Maritain, si impegnò nel mondo del cattolicesimo, illuminata da una profonda fede nella libertà e nella democrazia.
Negli anni del fascismo si trasferì in Bulgaria, poi in Egitto e infine a Parigi, dove, attraverso il confronto con gruppi di esuli italiani, approfondì le idee sulla giustizia sociale e sul ruolo paritario della donna nella società. Rientrata a Roma nel 1939, si impegnò in campo sociale organizzando un centro di accoglienza per profughi e reduci e facendo parte dell’associazione Piazza Bologna, che assisteva perseguitati politici, patrioti, sfollati e donne. Si interessò al mondo del lavoro e della previdenza sociale e, come delegata dell’Unione donne dell’Azione Cattolica italiana (Udaci), si occupò di un piano di assistenza per le impiegate statali rimaste disoccupate. Nel 1944 fu eletta delegata al Congresso costitutivo delle Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani (ACLI), prima donna ad assumere tale incarico; l’anno seguente organizzò il Convegno nazionale per lo studio delle condizioni del lavoro femminile. Nel 1945 fu l’unica donna tra le relatrici durante la Settimana di orientamento politico: le venne affidato il compito di seguire le attività sul tema del voto alle donne. Fu tra i fondatori del Centro Italiano Femminile (CIF) del quale, dal 1945 al 1950, divenne la prima presidente nazionale, organizzando iniziative in favore di sfollati, reduci e fanciulli e inchieste come quelle sulle aspettative femminili rispetto alla democrazia, sulle condizioni in cui versava il Paese nel secondo dopoguerra e sulle condizioni delle casalinghe.
Militante della Democrazia Cristiana, nel 1946 venne eletta nell’Assemblea Costituente e fece parte della Commissione dei Settantacinque, partecipando ai lavori della III Sottocommissione, che si occupava dei diritti e doveri economico-sociali. Presentò una relazione sulle garanzie economiche e sociali per la famiglia, in cui sostenne l’intervento dello Stato per la tutela delle lavoratrici madri e l’eliminazione degli ostacoli di natura economica che impedivano ai cittadini di formare una famiglia, e difese il diritto delle donne ad accedere alle cariche elettive e agli uffici pubblici, compresa la magistratura, sostenendo la possibilità di percorrerne tutta la carriera fino ai livelli più alti: l’unico elemento discriminatorio per l’ammissione avrebbe dovuto essere il merito.
Quando negli anni della ricostruzione si intensificò il fenomeno dell’emigrazione, che costrinse le famiglie ad allontanarsi dal proprio paese d’origine in cerca di una situazione migliore, fondò nel 1947 l’Associazione Nazionale Famiglie Emigrate (Anfe), che assisteva gli emigrati in Italia e all’estero, e ne fu Presidente fine al 1981; si interessò dei problemi legati all’inserimento della donna nel paese d’immigrazione, dell’adempimento dell’obbligo scolastico per gli italiani emigrati all’estero e del mantenimento dei contatti con il paese d’origine per favorire l’eventuale rientro e il reinserimento nella comunità nazionale e nel mondo del lavoro.
Nel 1948 venne eletta alla Camera dei Deputati, dove fu relatrice della prima legge di attuazione della Carta Costituzionale (L. 860 del 1950) sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri e presentò le proposte di legge sulla vigilanza e sul controllo della stampa destinata all’infanzia e alla prima adolescenza e sulla disciplina dell’apprendistato; fece parte della Commissione d'Inchiesta sulla disoccupazione. Nel 1950, insieme a Lina Merlin, Angela Guidi Cingolani e Maria De Unterrichter Jervolino, diede vita al Comitato italiano di difesa morale e sociale della donna (Cidd) che sostenne la proposta di legge per l’abolizione della regolamentazione statale della prostituzione e si fece carico delle ex prostitute che volevano cambiare vita, aiutandole nel reinserimento sociale.
Nel 1953 abbandonò la politica attiva e mantenne gli impegni di carattere sociale. Nel 1957 pubblicò la memoria Il cesto di lana, in cui mostrò i meriti delle donne nella Resistenza. Morì a L'Aquila il 28 luglio 1984.
Fonti
Fondazione archivio diaristico italiano
Nella seduta antimeridiana del 10 maggio 1947 Maria Agamben si rivolse all'Assemblea Costituente sottolineando come uomini e donne dovessero avere gli stessi diritti in ambito lavorativo, ma purtroppo ancora oggi questi diritti non sono del tutto assicurati.
Onorevoli colleghi, l'articolo 33 [ora 37] riguarda la donna lavoratrice e certi suoi particolari problemi. Questo articolo è un riflesso vivo delle gravi ingiustizie che ancora si registrano nella vita italiana. Da qui a pochi anni noi dovremo perfino meravigliarci di aver introdotto questo articolo nel testo costituzionale e per avere dovuto sancire nella Carta Costituzionale che a due lavoratori di sesso diverso, ma che compiono lo stesso lavoro, spetta un’uguale retribuzione. Così pure ci dovremo meravigliare di aver dovuto stabilire come norma costituzionale che le condizioni di lavoro, per quanto riguarda la donna, debbono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e materna. Cioè dovremo meravigliarci di aver dovuto introdurre una norma tanto naturale ed umana.
Oscar Luigi Scalfaro nacque a Novara il 9 settembre 1918. Si laureò in Giurisprudenza presso l'università cattolica del Sacro Cuore di Milano e diventò magistrato. Fu Presidente dell'Azione Cattolica della Diocesi di Novara e Delegato Regionale per il Piemonte. Durante la Resistenza si occupò degli antifascisti perseguitati e incarcerati e delle loro famiglie.
Nel 1946 venne eletto all'Assemblea costituente come indipendente nelle liste della Democrazia cristiana. Fece parte della Commissione per l'esame delle domande di autorizzazione a procedere in giudizio; fu membro del Consiglio direttivo del gruppo democratico cristiano.
Nel 1948 si iscrisse alla Democrazia Cristiana e venne eletto alla Camera dei deputati fino al 1992. Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dal 1954 al 1955, si adoperò per il rientro di Trieste all'Italia, per l'accoglienza dei profughi giuliano-dalmati e per l'attuazione degli accordi riguardanti l'Alto Adige. Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia dal 1955 al 1958, fece approvare la legge che consentì alle donne di accedere alla carriera di magistrato. Sottosegretario di Stato al Ministero dell'Interno dal 1959 al 1962, promosse la legge che istituì la Polizia femminile. Rivestì vari incarichi, fra cui quello di Presidente della Commissione affari della Presidenza del Consiglio, affari interni e di culto, enti pubblici, di Sottosegretario, di Vicepresidente della Commissione di inchiesta parlamentare sul fenomeno della mafia in Sicilia, di Vicepresidente della Camera dei deputati. Nel 1977 firmò l’appello indirizzato al segretario democristiano Zaccagnini contro la linea del "compromesso storico" con il Partito comunista italiano.
Ministro dell’Interno dal 1983 al 1987, stipulò i primi accordi con i Paesi della Comunità europea, con Israele e con i governi africani dell’area mediterranea per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata.
Dopo essere stato per un mese Presidente della Camera dei Deputati, il 25 maggio 1992, due giorni dopo la strage di Capaci, venne eletto Presidente della Repubblica. Si trovò ad affrontare la più grave crisi politico-istituzionale ed economica della storia repubblicana, legata alla perdita della capacità di acquisto della moneta e a “Tangentopoli”. Quando i procedimenti della magistratura delegittimarono la classe politica della Prima Repubblica, minando la fiducia dei cittadini nella rappresentatività delle istituzioni, la sua azione ferma e risoluta rassicurò sia gli Italiani sia gli osservatori internazionali: difese i valori repubblicani contenuti nella prima parte della Costituzione e salvaguardò gli equilibri istituzionali, rivestendo un ruolo preponderante sullo scenario politico per difendere le istituzioni dal collasso del sistema dei partiti. Il suo settennato fu segnato dallo scioglimento anticipato delle Camere (gennaio 1994) e dall'avvicendarsi di sei Presidenti del Consiglio, tutti di ispirazione politica diversa (Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D'Alema).
Toccato dall'inchiesta sui fondi riservati dei servizi segreti del SISDE, la sera del 3 novembre 1993 si presentò in televisione, a reti unificate, con un messaggio alla nazione non programmato, nel quale pronunciò l'espressione "non ci sto", parlò di "gioco al massacro" e diede una chiave di lettura dello scandalo come di una rappresaglia nei confronti del Capo dello Stato da parte della classe politica travolta da Tangentopoli.
In seguito all’elezione alla prima votazione del suo successore, si dimise il 15 maggio 1999 per permettere che Carlo Azeglio Ciampi giurasse e si insediasse in tempi brevi, cosa che non poteva accadere prima della scadenza del proprio mandato; fu così garantita una rapida successione al Quirinale. Divenne quindi senatore a vita.
Svolse per tutta la vita un'intensa attività di educazione costituzionale rivolta ai giovani e fu Presidente dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia. Morì a Roma il 29 gennaio 2012.
Fonti
Il 23 aprile 1992, in occasione del suo insediamento come Presidente della Camera dei Deputati, Oscar Luigi Scalfaro pronunciò un vibrante discorso in cui richiamò alla mente gli uomini e le donne che dall’avvento della Repubblica avevano sostenuto con forza le istituzioni e difese la vitalità del sistema costituzionale italiano.
È di estrema emozione, mentre stanno per compiersi i miei quarantasei anni di vita in quest'aula, sentirsi investiti dalla vostra fiducia che mi porta a questo vertice di dignità e di responsabilità. Qui io vidi presiedere Vittorio Emanuele Orlando; qui Saragat, che lasciò per dar man forte alla nostra democrazia; qui Terracini, e la sua intelligenza e la sua bravura rimangono patrimonio che non ho mai dimenticato; e, giungendo agli ultimi, qui la saggezza, la cultura, la dignità di Ingrao; qui la Presidente Iotti, anch'ella costituente, che ancora onora quest'aula con la sua forte personalità e con la grande capacità di farsi amare dall'intera Assemblea. E Gronchi, e Pertini, e Leone: quanti ricordi! Ma più ancora di succedere a Presidenti insigni, mi emoziona e travaglia presiedere questa Camera dei deputati, depositaria, con il Senato della Repubblica, della sovranità del popolo italiano. La nostra è democrazia rappresentativa e, nell'inchinarmi con l'intelletto e con il cuore all'Assemblea, sento attraverso voi di mandare un saluto devoto e fedele a tutto il popolo italiano, che costituzionalmente voi tutti qui rappresentate. È il primo saluto, poiché questo Parlamento è stato concepito e voluto nella Carta costituzionale come vertice di tutta la costruzione dello Stato democratico. Parlamento nel quale credo, e che credo di amare profondamente. […] Sento la dignità ed il peso del compito che mi avete affidato e chiedo a Dio, con la povertà di un modesto credente qual sono, e lumi e forza e capacità di sacrificio e di rispondere alle vostre legittime, giuste attese. Sento vivissimo il dovere di esercitare il mio compito al di fuori e al di sopra delle parti, con totale indipendenza e grande rispetto verso tutti e verso ciascuno di voi. Mi incombe anzitutto il dovere di difendere la dignità, la competenza, il prestigio della Camera dei deputati. Troppe volte queste delicate prerogative costituzionali nel corso dei decenni sono state poste in forse o lese o trascurate, e ciò ha creato serie difficoltà ai miei predecessori. Troppe volte momenti vitali di politica nazionale sono passati sulla testa del Parlamento e sulla testa di questa Camera. Troppe volte - e lo dissi da deputato - qui si è recitato l'ultimo, quasi inutile, atto di processi politici nati, svolti e risolti fuori di qui. I partiti sono certamente essenziali alla democrazia, ma lo straripamento dei partiti può diventare logoramento, se non aggressione, alla democrazia stessa. Tutto ciò non è né nelle parole né nello spirito della Carta costituzionale. Non mi illudo, certo, non penso, certo, di saper affrontare da solo problemi così delicati e complessi, ma sarà mio dovere raccogliere le vostre proposte, le vostre richieste o le vostre proteste, e sollecitare la solidarietà di tutta l'Assemblea per trovare soluzioni costituzionalmente valide e degne, sempre in armonia con tutti gli organi costituzionali della Repubblica. Questo rimane il problema primario e sommo, senza risolvere il quale questa Assemblea non potrà affrontare i suoi doveri costituzionali. E tra i maggiori impegni anzitutto le riforme, che hanno bisogno del massimo consenso possibile, affinché ogni cittadino si senta rappresentato nella Carta costituzionale, comunque verrà modificata. Le riforme per poter nascere richiedono la prevalenza dei diritti, delle attese della gente sulle visioni e gli interessi di parte. Una Carta che nella parte della proclamazione dei diritti della persona è certamente completa quant'altre mai. […] Può far quasi paura questo grave compito, ma se crediamo nella democrazia e se siamo disposti a pagare qualcosa di nostro perché essa viva, cresca e operi, se sapremo sulle grandi questioni trovare unità di intenti, le difficoltà si potranno, si dovranno, si sapranno superare. Non dimentichiamo che il termometro della democrazia di un paese è la forza, l'intelligenza, la compostezza, la sensibilità alle attese della gente, la capacità di risposte equilibrate e puntuali da parte del Parlamento. È forse quasi tradizionale che questi messaggi si concludano con un «viva il Parlamento» e con un «viva l'Italia»; ma affinché non sia vana retorica e perché questa acclamazione diventi augurio vero e valido occorre il comune impegno nell'adempiere ogni giorno il nostro dovere. Solo così la gente, seguendo i lavori della Camera, avrà motivo di speranza e di fiducia. È per questo che «viva il Parlamento» e «viva l'ltalia» dipende anzitutto e soprattutto da ciascuno di noi.
Angela Maria Guidi nacque a Roma il 31 ottobre 1896. Giovanissima si iscrisse prima all’Unione tra le Donne Cattoliche d’Italia (Udaci) e poi alla Gioventù femminile cattolica, divenendo dirigente del gruppo romano. Si impegnò nella valorizzazione del lavoro femminile nelle Cooperative e nelle piccole industrie ed entrò nell’organizzazione sindacale femminile. Collaborò con don Luigi Sturzo all’interno dell’Opera per l’assistenza civile e religiosa degli orfani di guerra, da lui fondata, e ottenne la prima tessera femminile del Partito popolare italiano, di cui divenne segretaria del gruppo femminile romano.
Nel 1921 fondò il Comitato centrale per la cooperazione e il lavoro femminile, legato all’Azione cattolica, di cui fu segretaria generale, riuscendo a creare più di cinquecento scuole di avviamento al lavoro, laboratori-scuole, laboratori e cooperative di lavoro e occupandosi, in particolar modo, delle scuole per le orfane di guerra. Partecipò a numerosi congressi in rappresentanza della cooperazione femminile italiana.
Nel 1924 vinse un concorso presso l’Ispettorato del lavoro (fu l’unica donna a iscriversi) e nel 1925 ottenne l’incarico di Ispettore del lavoro; compì numerosi studi sul lavoro delle donne impiegate nell’industria e nell’agricoltura e nel 1929 fu tra le fondatrici dell’Associazione nazionale delle professioniste ed artiste, che lasciò nel 1931, quando questa venne assorbita dalle organizzazioni fasciste. Condusse un’intensa attività giornalistica, di studio e di inchiesta sul lavoro femminile.
Visse per un certo periodo in Svizzera poi rientrò in Italia e si laureò in Lingue e letterature slave presso l’Istituto orientale di Napoli. Partecipò alle riunioni clandestine dei popolari e, durante la Resistenza, con il marito Mario Cingolani, ospitò nella loro casa il Comitato di liberazione nazionale e organizzò aiuti per i fuggiaschi e i perseguitati, rappresentando un importante punto di riferimento per gli antifascisti cattolici romani, e si adoperò per la costruzione della Democrazia cristiana. Unica donna nel Consiglio Nazionale del partito, nel 1944 fu delegata nazionale del Movimento femminile, impegnandosi nella sensibilizzazione e formazione delle donne alla politica, con corsi di formazione e seminari.
Dopo la liberazione ricevette diversi incarichi, fra cui quello di membro della commissione di politica estera del partito, del Comitato per la divulgazione del piano Marshall e della commissione del lavoro femminile dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) di Ginevra. Si batté per l’estensione alle donne del diritto di voto ed entrò a far parte della Consulta Nazionale.
Nel 1946 fu eletta all’Assemblea Costituente e partecipò ai lavori della Commissione lavoro e previdenza. Il 3 maggio 1947 tenne in aula un discorso in cui richiamò i principi su cui si sarebbe dovuta fondare la Costituzione: il lavoro non è una merce; la libertà di espressione e associazione è condizione indispensabile per il progresso; la miseria deve essere combattuta poiché rappresenta un pericolo per tutti; la pace è legata ai principi di giustizia sociale.
Nel 1948 divenne Deputato e sostenne la legge sulla «Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri». Nei suoi discorsi sottolineò costantemente che le donne rappresentano la cittadinanza attiva e sono costruttrici della democrazia italiana. Nel 1950 fondò, insieme ad Angelina Merlin, Maria De Unterrichter Jervolino e Maria Agamben, il Comitato Italiano di difesa morale e sociale della donna (Cidd), che operava a sostegno della legge Merlin e offriva assistenza alle donne che intendevano uscire dalla prostituzione. Nel 1951 fu la prima donna a ricevere un incarico di Governo con la nomina a Sottosegretario all’Artigianato, all’Industria e al Commercio, con delega all’Artigianato.
Nel 1953 non venne rieletta in Parlamento e si dedicò all’attività amministrativa come sindaco di Palestrina, spendendosi per la valorizzazione del suo patrimonio archeologico. Nel 1958 fondò l'Accademia internazionale - Centro studi "Giovanni Pierluigi da Palestrina", di cui fu Presidente fino alla morte, avvenuta a Roma l’11 luglio 1991.
Per la sua attività politica Amintore Fanfani le conferì la medaglia d'oro al merito.
Fonti
Fondazione archivio diaristico nazionale
Il primo ottobre 1945, nell'aula di Montecitorio, che ospitava la Consulta Nazionale, Angela Maria Guidi tenne il primo intervento in assoluto di una donna in un’assemblea nazionale nel nostro Paese, in cui sostiene il ruolo fondamentale delle donne nella vita politica dell’Italia e rivendicò l’impegno femminile nella ricostruzione del Paese
Colleghi Consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese.
Ardisco pensare di poter esprimere il sentimento, i propositi e le speranze di tanta parte di donne italiane. Credo proprio di interpretare il pensiero di tutte noi Consultrici invitandovi a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma pregandovi di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto, ha resistito, ha combattuto, con voi ha vinto e ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale. Io amo credere che per questo e solo per questo ci abbiate concesso il voto.
[…]
Noi donne che siamo temprate a superare il dolore e il male con la nostra operosità e con la nostra pietà, siamo fiere di essere in prima linea nell’opera di resurrezione a favore del popolo nostro. […] peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare!
[…]
La nostra lotta contro la tirannide tramontata nel fango e nel sangue, ha avuto un movente eminentemente morale, poiché la malavita politica che faceva mostra di sé nelle adunate oceaniche, fatalmente sboccava nella malavita privata.
Per la stessa dignità di donne noi siamo contro la tirannide di ieri come contro qualunque possibile ritorno ad una tirannide di domani. Non so se risponda a verità la definizione che della donna militante è stata data: “la donna è un istinto in marcia”. Ma anche così fosse, è l’istinto che ci fa essere tutrici della pace. È anzitutto pace serena delle coscienze [da cui] deriva la pace feconda delle famiglie, infine, pace operosa del lavoro. Questa triplice finalità della pace l’Italia di domani la raggiungerà se noi sapremo essere l’anima, la poesia, la sorgente della vita nuova del risorto popolo italiano.
Aldo Moro nacque il 23 settembre 1916 a Maglie, in provincia di Lecce. Si laureò in Giurisprudenza all’Università di Bari e iniziò la carriera accademica: fu nominato assistente alla cattedra di Diritto e procedura penale all’Università di Bari, dove in seguito ottenne l’insegnamento di Filosofia del Diritto e di Storia e Politica coloniale e la cattedra in Diritto penale; dal 1963 insegnerà Istituzioni di Diritto e Procedura Penale alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma .
Nel 1939 fu eletto Presidente nazionale della Federazione degli Universitari Cattolici (FUCI) e nel 1945 fu nominato Presidente del Movimento dei laureati di Azione cattolica. Diresse la rivista Studium.
Fu uno dei fondatori della Democrazia Cristiana, che rappresentò all’Assemblea Costituente; entrò nella Commissione dei Settantacinque, partecipando ai lavori della prima sottocommissione: fu relatore per la parte sui diritti dell’uomo e del cittadino. Venne eletto Deputato per tutte le legislature successive; divenne Sottosegretario al Ministero degli Esteri, entrò nella Commissione Giustizia della Camera, fu presidente del Gruppo parlamentare della DC,
Rivestì l’incarico di ministro di Grazia e Giustizia, della Pubblica Istruzione, introducendo l'educazione civica come materia d'insegnamento, e degli Esteri. Nel 1959 fu eletto Segretario politico della Democrazia Cristiana e nel 1962, in vista di un allargamento della maggioranza che permettesse l’avvio delle riforme in campo sociale, economico e politico, tenne una relazione al Congresso di Napoli che portò all’apertura verso il centro-sinistra, di cui guidò nel 1963 il primo governo: Vicepresidente era il socialista Pietro Nenni.
Fu più volte Presidente del Consiglio. Nel 1972 fu nominato Presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati. Tra il 1974 e il 1976 propose l’apertura verso il partito comunista con la cosiddetta "strategia dell'attenzione" e la prospettiva del "compromesso storico"; nel 1975, infatti, alle elezioni amministrative il Partito Comunista ebbe un grande consenso e questo consentì di riportare al centro del dibattito politico la strategia del suo coinvolgimento per dare una nuova spinta alle riforme.
Nel 1976 fu eletto presidente del Consiglio Nazionale della DC e accentuò il ruolo di mediazione. Tra il 1976 e il 1978, nella stagione della solidarietà nazionale, il governo democristiano fu sostenuto dall'esterno da tutti i partiti dell'arco costituzionale, che si astennero, tranne il Movimento Sociale Italiano, il Partito Radicale e Democrazia proletaria, che votarono contro.
Il 28 febbraio 1978, durante la riunione congiunta dei gruppi parlamentari democristiani di Camera e Senato, Moro, con un discorso decisivo, ottenne il consenso necessario alla nascita del governo presieduto da Giulio Andreotti e appoggiato in Parlamento dal Partito Comunista Italiano. Il 16 marzo, mentre si stava recando alla Camera per votare tale governo, fu rapito a Roma, in via Fani, da un commando delle Brigate Rosse che massacrò gli uomini della scorta, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera.
Nelle settimane che seguirono, la difficile trattativa fra lo Stato e le BR vide nascere due schieramenti contrapposti: uno difendeva la linea della fermezza, l’altro si mostrava possibilista nell'accogliere le richieste dei brigatisti. Alla fine prevalse il primo schieramento e a nulla valsero gli appelli alla clemenza di papa Paolo VI e del segretario generale dell'ONU Kurt Waldheim: il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, il cadavere dello statista fu ritrovato nel portabagagli di una Renault 4 in via Caetani. Aveva 61 anni. Gli scritti del periodo del sequestro, ritrovati in un covo delle Brigate rosse a Milano, sono stati pubblicati nel 1991.
Fonti
Archivio Flamigni_Ritrovare Aldo Moro
Archivio Flamigni_Cento anni con Aldo Moro
Riportiamo alcuni brani tratti dal Discorso alla XXVI Sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 6 ottobre 1971 per mettere in evidenza l’attenzione rivolta da Aldo Moro, Sottosegretario e poi Ministro degli Esteri, alle questioni internazionali.
I grandi problemi che si pongono al mondo non sono suscettibili di soluzione attraverso il solo impegno, anche congiunto, delle grandi Potenze. Tutti e ciascuno sono chiamati a cooperare nella lotta dell'umanità intiera per la sopravvivenza, la dignità, la libertà ed il benessere. Né si può certo più ammettere che esistano ancora popoli che facciano la storia e altri che la subiscano: la coscienza democratica del mondo vi si oppone. La nostra Organizzazione [le Nazioni Unite] deve, quindi, restare il foro mondiale in cui tutti i popoli possono manifestare le proprie esigenze e dove si lavora per tracciare il cammino più idoneo per la soluzione dei grandi problemi dell'umanità. Proprio cominciando a porre in essere un clima di fiducia e di cooperazione tra Stati vicini si può sperare di instaurare, progressivamente, un ordine migliore. La regola aurea della politica estera di altri tempi voleva che i nemici dei nostri vicini fossero i nostri amici. Tale regola è oggi sostituita in misura crescente dal principio: i nostri vicini devono essere nostri amici. Si osserva in effetti, con sempre maggiore frequenza ed in tutti i continenti, il costituirsi di stretti legami di cooperazione e di unione tra i popoli vicini. […]
Reputo doveroso aggiungere qualche parola in merito all'unione costituitasi tra diversi popoli dell'Europa Occidentale, che ha trovato la propria espressione istituzionale nella Comunità Economica Europea (…). È una Comunità che, pur recando nella sua denominazione l'aggettivo "economica", ha assunto un rilievo politico sempre più evidente. Questa azione unificatrice, sia economica che politica, di gran parte dell'Europa Occidentale è nata da un grande disegno: sostituire con una feconda cooperazione le diffidenze e le rivalità fra i popoli dell'area, fattori che furono all'origine di due guerre mondiali. La Comunità, che ha rappresentato un processo importante, oserei dire sorprendente, è aperta e resterà aperta a tutti i popoli europei che si ispirano alla stessa concezione della vita politica e che intendano aderirvi. (...) Una simile opera potrà dare ai popoli d'Europa la possibilità di far sentire più efficacemente la propria voce. È possibile che l'influenza così ritrovata possa riuscire dannosa a qualcuno? La risposta è: no. Essa non è diretta – e non sarà diretta – contro alcun popolo, bensì contro la guerra, il peso degli armamenti, la fame e il sottosviluppo, contro l'iniquità, contro tutto ciò che è suscettibile di impedire i contatti liberi e fecondi fra tutti gli uomini.
Di origini nobili e nipote di un deputato liberale del Regno d’Italia, Ottavia Penna nacque a Caltagirone, in provincia di Catania, il 12 aprile 1907.
Animata da sentimenti cattolici e monarchici, nel 1946 venne eletta all’Assemblea costituente nella lista del Fronte liberale democratico dell’Uomo Qualunque, il Partito di Guglielmo Giannini, e partecipò alle sedute della Commissione dei Settantacinque per soli sei giorni, dal 19 al 24 luglio. Nell’ambito della discussione sul Titolo VI, relativo alle garanzie costituzionali, il 3 dicembre 1947, nonostante il parere contrario di Giannini, fu favorevole alla votazione a scrutinio segreto dell’art. 139 del testo definitivo, che stabiliva come la forma repubblicana non potesse essere oggetto di revisione costituzionale.
Rivendicò la parità dei diritti e l’emancipazione delle donne e contrastò i poteri forti, che vedeva lontani dalle esigenze delle classi più indigenti, anche se non intrattenne relazioni con le colleghe costituenti. Fu la prima donna ad essere candidata, in maniera provocatoria, alle elezioni del Capo dello Stato repubblicano, risultando terza, con 32 voti, lei che durante le sedute portava appuntato al petto il nodo sabaudo con corona. Quando Giannini accolse la forma istituzionale della Repubblica, si dimise dal partito e aderì al gruppo dell’Unione Nazionale. Nei comizi per le elezioni del 1948 volle esporre lo scudo monarchico nella banda bianca del tricolore. Divenne Ispettrice regionale del Movimento Femminile del Partito nazionale monarchico.
Pur essendosi ritirata dall’attività parlamentare, nel 1948 rispose all'appello del Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi in merito ai provvedimenti urgenti da prendere a favore dei disoccupati siciliani: gli assicurò tutto il suo appoggio e suggerì di avviare un piano di ricostruzione delle abitazioni distrutte dalla guerra, delle strade, delle scuole rurali e cittadine, di creare delle case che accogliessero i bambini abbandonati e di occuparsi degli ospedali e delle carceri.
Nel 1953 divenne Consigliere comunale di Caltagirone per il Partito Monarchico, ma presto, delusa dalle vicende politiche, interruppe ogni rapporto con le istituzioni e si ritirò a vita privata. Si dedicò costantemente ai più bisognosi e fondò, insieme a padre Quinci, un’associazione di assistenza chiamata «La Città dei Ragazzi», dove ci si dedicò all’agricoltura e furono attivati laboratori vari. Morì a Caltagirone il 2 dicembre 1986.
Nel maggio del 2008 venne costituita, nel suo paese natale, l’Associazione “Ottavia Penna”, rivolta a tutelare i diritti «delle donne e dei bambini nelle situazioni di disagio, di violenza e di emarginazione attraverso la reale promozione e integrazione sociale e lavorativa, la diffusione della cultura di parità di genere, l’affermazione delle donne nella politica e nelle istituzioni».
Fonti
Ottavia Penna interpretò il suo ruolo politico con grande passione, spronando le donne all’azione, come risulta dalle parole pronunciate durante un comizio elettorale tenuto a Caltagirone nel giugno 1946.
È una donna italiana e qualunque che oggi ha la gioia di poter far giungere la sua parola a tutte le sue sorelle, la sua parola di fede, di fratellanza, di pace, d’amore cristiano. Donne, da voi non poco la Patria aspetta [...]. Alla già grande responsabilità della famiglia e dei figli si aggiunge oggi quella del voto per la costituente, responsabilità tanto più grande perché si tratta di rifare le leggi che dovranno governarci per anni e forse per secoli [...]. Ma dato che anche a noi donne è stato riconosciuto il diritto di collaborare per la rinascita della nostra Patria, penso che per noi sia invece un dovere, un grande dovere di coscienza, dal quale nessuno può esimersi e che ognuno deve compiere nel campo delle proprie possibilità. Il campo d’azione è vasto e c’è lavoro per tutte [...] leggi giuste, lealtà di principi, onestà di azione, ecco ciò che ognuno di noi deve fortemente desiderare per sé e per gli altri, ecco quale deve essere il proposito d’ogni buon Qualunquista per il bene della nostra Patria.
Pietro Nenni nacque a Faenza, in provincia di Ravenna, il 9 febbraio 1891. Entrò giovanissimo nel Partito Repubblicano Italiano. Nel 1911, quando Giolitti annunciò la decisione di occupare la Libia, partecipò alle manifestazioni a Forlì, fu arrestato e condannato al carcere, dove ebbe come compagno il socialista Benito Mussolini. Nel 1914 partecipò alla “Settimana rossa”, organizzata in Romagna e nelle Marche, per la quale fu processato, arrestato e condannato, ma poi venne liberato per amnistia. Collaborò alla rivista "La lotta di classe", diretta da Mussolini. Interventista e combattente nella prima guerra mondiale, nel 1921 si trasferì a Parigi come corrispondente dell'Avanti! e si iscrisse al Partito Socialista Italiano. Nel 1922 incontrò a Cannes Mussolini, trovandosi ormai su posizioni opposte. A ottobre, mentre Mussolini si preparava alla marcia su Roma, i socialisti si dividevano: i riformisti di Turati e Matteotti diedero vita al Partito Socialista Unitario. Nel 1923 divenne direttore dell'Avanti!; nel 1925 fu condannato a sei mesi di prigione per un opuscolo sull'assassinio Matteotti e l’anno seguente espatriò in Francia. Divenne segretario del Partito Socialista, membro dell'esecutivo dell'Internazionale e commissario politico in Spagna durante la guerra civile.
Arrestato dalla Gestapo nel 1943 e rimasto in carcere per circa un mese, venne in seguito consegnato alla polizia fascista, rinchiuso in carcere e confinato a Ponza. Liberato il 5 agosto 1943, fu rieletto segretario del Partito Socialista, cercando una linea d'azione comune col Partito Comunista. ed entrò nel Comitato di Liberazione Nazionale. Intanto la figlia Vittoria fu arrestata per propaganda antinazista e deportata ad Auschwitz, dove morirà.
Vicepresidente del Consiglio nei governi Parri e De Gasperi, Ministro per la Costituente, Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo, Ministro degli Esteri, deputato alla Costituente e alla Camera, Nenni, alla fine della Seconda guerra Mondiale fu uno dei più importanti uomini politici e negli anni Cinquanta si spese per arrivare alle cosiddette “convergenze parallele” che portarono, nel 1960, all’astensione socialista nei confronti del governo democristiano guidato da Amintore Fanfani e, nel 1962, al primo governo con un programma di centrosinistra e l’appoggio esterno del PSI.
Divenne Vicepresidente del Consiglio nei governi Moro (1963-68) e ministro degli Esteri nei governi Rumor (1968-69). Il 19 febbraio 1965, a New York, per l’Anno della Cooperazione Internazionale organizzata dall’ONU, Nenni parlò in rappresentanza del governo italiano nell’ambito di una conferenza internazionale dedicata ai principi dell’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII.
Il 28 dicembre 1965 ritirò la candidatura a Presidente della Repubblica, permettendo a Giuseppe Saragat di salire al Quirinale. Fu determinante nell’unificazione dei due partiti socialisti, PSI e PSDI, del 1966, ma non riuscì a evitare la nuova scissione del 1969: rimase nel PSI, di cui fu presidente sino alla morte. Nel 1970 fu nominato senatore a vita. Morì a Roma il primo gennaio 1980.
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Maria De Unterrichter nacque ad Ossana-Fucine, in provincia di Trento, il 20 agosto 1902, da una famiglia nobile. Durante la prima guerra mondiale si trasferì a Innsbruck. Tornò a Trento al termine del conflitto. Si laureò in Lettere alla Sapienza di Roma. Entrò in contatto con Giovanni Battista Montini, assistente ecclesiastico della FUCI, futuro papa Paolo VI. Presidente del movimento femminile delle universitarie cattoliche e membro della FUCI, fu ispirata dal cattolicesimo sociale e diffuse l’idea di parità tra uomini e donne. Si adoperò per affermare l'autonomia del movimento femminile e il protagonismo nelle donne nella vita associativa. Entrò nella Pax romana, l’organizzazione europea degli universitari cattolici che perseguiva una fraterna convivenza fra i popoli.
Dopo la laurea vinse due concorsi per l'insegnamento di letteratura tedesca. Con il matrimonio si trasferì a Napoli ed entrò in contatto con la realtà dell'Italia meridionale, cercando di allargare la sfera di intervento delle donne. Assunse il Segretariato napoletano dell'Unione donne cattoliche e diventò Consigliera nazionale della stessa istituzione. Diede vita alla Settimana della madre, per recuperare il ruolo della famiglia nel progetto di ricostruzione del modello di cattolicesimo sociale.
Dopo l'8 settembre 1943, si occupò della rinata Unione donne e gioventù femminile e della nascita della Democrazia Cristiana. Si impegnò sui temi dell'educazione dei figli, dell'apprendimento, dei diritti politici e del voto alle donne, dando vita, nell'aprile del 1945, al Centro italiano femminile di Napoli. Memore delle teorie di Jacques Maritain, si batteva perché con la politica fosse perseguito il bene comune e considerava l’azione delle donne una naturale conseguenza della loro innata capacità di comprendere i bisogni delle altre persone e di aiutarle nei momenti di necessità.
All’interno dell’Assemblea Costituente fu nominata nella Commissione per i trattati internazionali. Sostenuta da Alcide De Gasperi, agì in funzione del recupero della credibilità e dignità internazionale. Si occupò inoltre di educazione e infanzia, facendo parte della Sottocommissione di inchiesta per la riforma della scuola e intervenendo affinché Maria Montessori rientrasse in Italia.
Venne eletta parlamentare per tre legislature. Fece parte della Commissione Rapporti con l'estero e della Direzione del Comitato permanente per il Mezzogiorno presieduto da don Luigi Sturzo. Fu membro della direzione nazionale della Democrazia Cristiana e delegata nazionale del movimento femminile. Convinta dell’importanza della crescita della persona nella società, attraverso la famiglia e la scuola, partendo dalla materna, dal 7 marzo 1947 fu commissario dell'Opera nazionale Montessori, di cui sarà Presidente, e divenne Vicepresidente dell'Associazione Mondiale Montessori. Nel 1950 entrò nella Consulta didattica del Ministero della pubblica istruzione e contribuì ad elaborare i programmi della scuola materna. Nel febbraio 1953 divenne presidente del Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali (CEPAS). Fondò con Maria Federici, Angela Guidi e Lina Merlin, il Comitato italiano per la difesa morale e sociale della donna finalizzato all’assistenza e al reinserimento delle ex prostitute. Fu Sottosegretario alla Pubblica Istruzione, seconda donna ad avere un incarico di Governo dopo Angela Maria Guidi, e membro della delegazione italiana all'UNESCO.
Morì a Roma il 27 dicembre 1975. L’Opera Montessori istituì un premio in suo onore.
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Palmiro Togliatti nacque il 26 marzo 1893 a Genova (il padre era economo al Convitto Nazionale). Iscritto al Partito socialista dal 1914, si laureò in giurisprudenza a Torino, dove conobbe Antonio Gramsci. Interventista, partecipò alla Grande Guerra. Alla fine del conflitto iniziò a collaborare al settimanale Ordine Nuovo, aderì al marxismo e al bolscevismo e nel 1921 partecipò alla nascita del Partito Comunista Italiano. Subì diversi arresti e, dopo che Gramsci andò in carcere, nel 1927 divenne segretario del partito e si trasferì in Francia. Nel 1934 fu chiamato a Mosca per collaborare alla preparazione del VII Congresso dell'Internazionale comunista ed entrò a far parte della segreteria del Comintern. Nei primi mesi del 1935 tenne un corso sul fascismo che sarà pubblicato nel 1969 con il titolo Lezioni sul fascismo e sarà considerato l'analisi più approfondita del fascismo fra quelle svolte dai suoi contemporanei. Nel 1937 fu inviato in Spagna come commissario politico del Comintern. Tornato in URSS nel 1939, curò la preparazione delle Lettere dal carcere e lo studio dei Quaderni del carcere di Gramsci, pubblicati da Einaudi fra il 1947 e il 1951.
Rientrò a Napoli nel 1944 e, con la cosiddetta “svolta di Salerno”, promosse la collaborazione tra le forze antifasciste, anche monarchiche, per dare vita a un governo di unità nazionale. Vicepresidente del Consiglio e poi Ministro della Giustizia, propose l'amnistia per gli ex fascisti, con lo scopo di favorire la riconciliazione nazionale e allargare il consenso democratico.
Fu membro dell’Assemblea Costituente, nella quale si impegnò, fra le altre cose, perché fosse approvato l'articolo 7, coi relativi "Patti Lateranensi", che regolano i rapporti fra Stato e Chiesa. Nel 1948 venne eletto deputato. Il 14 luglio, uscendo da Montecitorio, fu colpito dal liberal-qualunquista Antonio Pallante ed evitò la guerra civile raccomandando ai dirigenti del Partito Comunista di interrompere le manifestazioni che si stavano svolgendo in tutta Italia. Guarito, tornò a capo del partito e fu rieletto nelle successive legislature.
Promosse il progetto di uno Stato democratico basato sul riconoscimento delle libertà e dei diritti politici e sociali, della proprietà pubblica accanto alla proprietà privata e della programmazione economica, nel quale la classe operaia, che aveva collaborato alla lotta al fascismo e alla guerra di liberazione dal nazifascismo, diventasse la classe dirigente. Tali contenuti furono recepiti dalla Costituzione.
La sua strategia si basava sull'ipotesi che le sfere di influenza politica nate al termine della Seconda guerra mondiale non si contrapponessero, come poi accadde durante la guerra fredda, provocando in Italia uno scontro politico e sociale e la fine della coalizione antifascista: il legame con l'URSS escluse dal governo il Partito Comunista, che rimase isolato anche nei primi anni del centrosinistra, avendo sostenuto la repressione della rivolta ungherese nel 1956. Nello stesso anno, la rottura fra l'URSS e la Cina di Mao segnò l'inizio della crisi del movimento comunista che permise, in Italia, una riorganizzazione del partito basata sul concetto di interdipendenza, che iniziava a caratterizzare il sistema delle relazioni internazionali, e sul convincimento che la divisione del mondo in blocchi contrapposti avrebbe dovuto essere superata. Promosse la revisione del marxismo, dando priorità alla pace e agli interessi comuni al genere umano rispetto a quelli di classe, di Stato o di partito. La "coesistenza pacifica" avrebbe dovuto portare alla collaborazione fra gli stati, le religioni e i popoli per promuovere il disarmo e la cooperazione politica ed economica internazionale.
Il 21 agosto del 1964 a Yalta (oggi in Ucraina), poche ore prima di morire, Togliatti concluse il documento riservato, poi chiamato Memoriale di Yalta, scritto in vista di un colloquio con il capo dell’Unione Sovietica Chruščëv che non si realizzò proprio a causa della sua morte improvvisa. In tale documento affermò la necessità di riforme democratiche nei paesi socialisti, dando l’avvio a una differenziazione del comunismo italiano rispetto a quello sovietico.
Nel Discorso all’Assemblea Costituente dell’11 marzo 1947 Togliatti riflette sul fallimento della vecchia classe dirigente che ha portato il Fascismo al potere.
Noi siamo responsabili del futuro verso i nostri figli, verso i nostri nipoti. Per questo facciamo una nuova Costituzione, cioè vogliamo fondare un ordinamento costituzionale nuovo, tenendo conto di quello che è accaduto, cioè tirando le somme di un processo storico e politico che si è concluso con una catastrofe nazionale.
Questa catastrofe, signori, è stata in pari tempo il fallimento di una classe dirigente, e questa è dunque la vera questione, che sta davanti a noi e che ci deve orientare in tutto il dibattito costituzionale. Il popolo italiano infatti oggi non può [fare] a meno di chiedersi se questa sconfitta che abbiamo subìto, questo disastro nel quale ci hanno gettato, era qualche cosa di inevitabile, legata a uno di quei cataclismi che travolgono popoli e regimi, come furono nel passato le invasioni barbariche, e li travolgono alle volte nonostante tutti gli sforzi che essi possano fare per salvarsi. La risposta non è dubbia. Questa sconfitta non era inevitabile. Non ci troviamo di fronte a uno di quei cataclismi. Ci troviamo di fronte a una catastrofe che non possiamo non considerare legata a una politica determinata e conseguenza di essa, e questa politica fu voluta da una classe dirigente, la quale non seppe né vedere, né prevedere, perché anche quando assisté alla distruzione di beni, e materiali e morali, cui è legata tutta la vita della nazione, oppure quando era in grado di prevedere che verso questa distruzione si precipitava in modo fatale, lasciò fare e fu complice, perché sopra gli interessi di tutti fece prevalere l’interesse proprio egoistico, di casta, di conservazione di determinate strutture politiche, economiche, sociali. La vecchia classe dirigente italiana, nel, momento che compiva questo errore fatale, si rivelava come classe non più nazionale, perché nazionale è soltanto quella classe che quando difende le proprie posizioni e afferma se stessa, difende e afferma gli interessi di tutti gli uomini e, vorrei dire, di tutta l’umanità. È da questo fatto storicamente incontrovertibile che noi dobbiamo, trarre, oggi, tutte le conseguenze che ne derivano.
Angela Gotelli nacque a San Quirico, una frazione di Albareto, in provincia di Parma, il 28 febbraio 1905. Compì gli studi liceali a La Spezia e frequentò la facoltà di Lettere a Genova. Dopo la laurea vinse un concorso per l'insegnamento delle lettere classiche presso il ginnasio di Trieste e fu nominata delegata della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI), di cui sarà presidente nazionale delle universitarie, collaborando con Aldo Moro e Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI. Partecipò poi al Movimento Laureati di Azione cattolica.
Durante la Seconda guerra mondiale si impegnò come crocerossina e nascose perseguitati politici o fuggiaschi, continuando la sua opera dopo l'8 settembre. partecipò a varie attività resistenziali e nella sua qualità di crocerossina. La casa di famiglia a La Spezia divenne sede del comando partigiano e rifugio per sfollati e sbandati. Seppe fronteggiare i sospetti dei repubblichini e nel 1944 trattò con un reparto tedesco uno scambio di ostaggi, evitando rappresaglie alla popolazione civile.
Si interessò, alle attività dei Comitati di liberazione nazionale Alta Italia e nel 1945 si trasferì a Roma impegnandosi nella rinata organizzazione dei laureati cattolici; nel 1946 fu eletta vicedelegata nazionale del Movimento femminile della Democrazia Cristiana e deputata all'Assemblea costituente. Nel 1947 entrò nella Commissione dei Settantacinque e partecipò alla I Sottocommissione per i diritti e i doveri dei cittadini. Si batté per i diritti delle donne sostenendo l'accesso delle donne alla magistratura. Fu eletta alla Camera per tre legislature. Divenne Sottosegretario alla Sanità e al Lavoro. Fu autrice della legge sul patronato scolastico e sostenne la legge Merlin, impegnandosi per il recupero sociale delle ex prostitute; partecipò a diverse commissioni parlamentari relative ai temi della scuola e dell'assistenza all'infanzia. Dal 1963 al 1973 fu Presidente dell'Opera nazionale per la maternità e l'infanzia. Rimase sempre vicina agli studenti cattolici e favorì iniziative di aggiornamento delle metodologie di apprendimento e convivenza, in linea con i fermenti del concilio Vaticano II, che accolse con entusiasmo, auspicando alcuni cambiamenti radicali della Chiesa. Restò vicina alla politica di Aldo Moro e il suo impegno politico ebbe ricadute a livello locale, con la formazione delle giunte comunali di centrosinistra. Morì ad Albareto il 21 novembre 1996.
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Alcide De Gasperi nacque a Pieve Tesino, in provincia di Trento, il 3 aprile 1881. Cresciuto nell'Impero Austro-Ungarico, si iscrisse alla facoltà di Filologia dell'Università di Vienna dove entrò in contatto con le associazioni studentesche e con gli esponenti del cattolicesimo sociale; aderì all'Unione Accademica Cattolica Italiana. Nel 1902 accompagnò a Roma il docente di teologia Ernst Commer; furono ricevuti da papa Leone XIII e da importanti esponenti della gerarchia ecclesiastica. Venne eletto Presidente dell'Associazione Universitaria Cattolica Trentina (AUCT) e si impegnò nel promuovere l’istituzione di un'università italiana a Trieste, ma il Governo creò una facoltà giuridica italiana nei pressi di Innsbruck, per timore della diffusione dell’irredentismo. Dopo i gravi incidenti scoppiati tra gli studenti di lingua italiana e tedesca in occasione dell'inaugurazione, nel 1904, la facoltà fu soppressa e De Gasperi fu rinchiuso in carcere. Conseguita la laurea in filologia, tornò a Trento ed entrò nella Direzione dell’Unione Politica Popolare del Trentino (UPPT). Sostenne la campagna per il suffragio universale maschile, che venne istituito nell’impero asburgico nel 1907. Si impegnò anche come sindacalista tra gli operai e i contadini.
Fece le prime esperienze politiche nel Consiglio comunale di Trento e nel Parlamento asburgico, sviluppando, come rappresentante di una minoranza etnica, una grande sensibilità per i temi delle autonomie e per le questioni internazionali. Nutrì una sensibilità per i problemi sociali ed economici anche grazie alla diffusione dei principi contenuti nella Rerum Novarum, l’enciclica scritta da Leone XIII nel 1891. Fu componente del Comitato per l'industria e di quello per la stampa, denunciò il disinteresse del Governo per le questioni economiche, sociali e culturali poste dagli italiani del Trentino. Nel 1914 venne eletto nella Dieta tirolese.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale entrò in crisi l’idea di conciliare le istanze di nazionalità diverse per mantenere una coesistenza pacifica. Consapevole delle conseguenze che un conflitto tra Italia e Impero avrebbe potuto avere sugli Italiani del Trentino, cercò di evitarlo, incontrando Benedetto XV, l'ambasciatore di Vienna e il ministro degli Esteri Sonnino e sperando nella cessione del Trentino in cambio della neutralità italiana. La dichiarazione di guerra all'Austria comportò la deportazione e l'internamento degli Italiani. Per evitare il confino, De Gasperi si trasferì a Vienna, dove organizzò iniziative a sostegno dei deportati. Al Parlamento, riaperto nel 1917, denunciò le limitazioni della libertà personale, riuscendo a ottenere aiuti per gli internati. Promosse la riunificazione all'Italia dei territori italiani dell'Impero ottenendo che il Regno d’Italia riconoscesse al Trentino l’autonomia di cui aveva goduto sotto l'Austria.
Nel 1919 fu chiamato a presiedere il primo congresso del Partito Popolare Italiano di Luigi Sturzo, di cui divenne Segretario regionale. Nel 1921 venne eletto al Parlamento italiano. Membro del Consiglio nazionale e della Direzione del Partito Popolare, presiedette il gruppo parlamentare. Continuò a promuovere il tema dell'autonomia, sostenendo l'autogoverno delle comunità locali nelle materie di interesse locale quali istruzione, lavori pubblici, attività produttive.
Intanto la crisi delle istituzioni democratiche che il Paese stava vivendo portò all'ipotesi di una collaborazione parlamentare con i socialisti a difesa della democrazia minacciata dal Fascismo. I due partiti avevano in comune l'attenzione per gli interessi dei lavoratori e l'obiettivo di inserirli nella ricostruzione del Paese. L'opposizione della Santa Sede, le divisioni tra i socialisti, l'emergere delle prime crepe nella compattezza del Partito Popolare fecero fallire le trattative. Con l'avvento al potere di Mussolini, nell'ottobre 1922, il Partito Popolare decise, contro il parere di Sturzo, di entrare nel governo; De Gasperi cercò di evitare una spaccatura del partito, che avrebbe potuto portare a un accordo fra la componente clerico-moderata e Mussolini. Il 17 novembre, nel corso del dibattito sulla fiducia, ribadì in Parlamento i principi democratici e sottolineò che l'azione diretta e violenta usata dal Fascismo non corrispondeva ai "criteri etici e politici" del Partito Popolare. L'approvazione della legge Acerbo, che nel luglio 1923 riformò il sistema elettorale in un clima di pesantissime minacce, portò alla disgregazione del Partito Popolare, con l'espulsione dei deputati favorevoli. Lo stesso Mussolini pose fine alla partecipazione dei popolari al governo.
Nel 1924 De Gasperi fu rieletto in Parlamento e divenne Segretario nazionale del Partito popolare. Dopo la scomparsa di Matteotti collaborò con i socialisti nel Comitato delle opposizioni e condivise la secessione dell'Aventino, sostenendo la necessità di un'azione comune a difesa della democrazia contro la violenza e l'illegalismo fascista, sempre più dilagante dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, che inaugurò la dittatura. Subì minacce alla sua incolumità e si trasferì a Borgo Valsugana; venne rapito dai fascisti trentini e fu dichiarato decaduto dalla carica di deputato. Si nascose a Milano e a Roma e nel 1927 fu arrestato e condotto in carcere. Scarcerato, non poté lasciare Roma e fu sottoposto a stretta sorveglianza. Nel 1929 venne assunto alla Biblioteca Vaticana, dove poté studiare la storia del movimento cattolico-sociale. Temette che i Patti Lateranensi stipulati fra Mussolini e la Chiesa potessero creare confusione tra cattolicesimo e fascismo. Continuò a frequentare clandestinamente il gruppo degli ex popolari dando vita, da metà maggio 1943, alla costruzione del nuovo partito d’ispirazione cattolica, la Democrazia Cristiana, che coinvolgeva la vecchia e la nuova generazione. Mantenne i contatti con i rappresentanti degli altri partiti antifascisti. Dopo il 25 luglio, democratici cristiani, liberali, socialisti, comunisti, democratici del lavoro e azionisti si riunirono nel Comitato nazionale delle correnti antifasciste, che dopo l'armistizio si trasformò nel Comitato di Liberazione Nazionale.
Favorevole alla "svolta di Salerno", che nel 1944 portò tutti i partiti antifascisti a sostenere un governo di unità nazionale, fu Ministro degli Esteri nel Governo Bonomi, tenendo così contatti diretti con le forze di occupazione anglo-americane e nominando nuovi ambasciatori per sottolineare il rinnovato corso dell’Italia democratica. Si impegnò inoltre a vigilare sulla sorte degli Italiani d'Istria e Dalmazia, esposti alle rappresaglie dell'esercito iugoslavo. Il 10 dicembre 1945 fu nominato Presidente del Consiglio e mantenne la guida del governo fino al 1953, dapprima con socialisti e comunisti e, dopo il 31 maggio 1947, con i soli partiti di centro; fu considerato uno dei più grandi statisti, capace di far riemergere l’Italia dalle conseguenze di una guerra dagli esiti catastrofici in termini istituzionali, politici, economici e sociali.
In seguito agli scontri che ci furono all’indomani della vittoria repubblicana al referendum istituzionale e all’esitazione del re Umberto II nel lasciare l’Italia, De Gasperi assunse la carica di Capo provvisorio dello Stato fino all’elezione di Enrico De Nicola. All’inizio del 1947 si recò negli Stati Uniti dove incontrò il presidente Truman e i massimi rappresentanti dell'amministrazione americana, ottenendo aiuti economici e una legittimazione del suo potere. Nel 1948 firmò il Trattato istitutivo dell’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (OECE), creata per gestire i fondi del Piano Marshall. Ciò avvenne due giorni prima delle elezioni in cui la Democrazia Cristiana ottenne alla Camera il 48,5 % dei voti e De Gasperi fu nuovamente chiamato a presiedere il Governo, impegnato nella ricostruzione del Paese. Nei primi anni ’50 nacquero la Cassa per il Mezzogiorno, la riforma tributaria che implementava il principio costituzionale della progressività delle imposte dirette, il Piano INA-Casa, per la costruzione di case popolari, l'Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), tra i "motori" dello sviluppo economico italiano; fu approvato un disegno di legge che vietava la ricostituzione del Partito fascista.
Per le elezioni amministrative del maggio 1952 De Gasperi resistette con coraggio e fermezza alle pressioni di papa Pio XII, che auspicava un’alleanza con i monarchici e i neofascisti del Movimento Sociale Italiano, resistenza che ripeté in occasione delle politiche del 1953, quando però non ottenne la fiducia e pose fine alla sua esperienza politica.
Presidente della Comunità Economica del Carbone e dell'Acciaio (CECA) dal maggio 1954, fin dalla giovinezza fu consapevole del fatto che i popoli europei avessero valori morali e spirituali comuni, nati dal cristianesimo. Nel 1947, quando alla Conferenza di Parigi sul Piano Marshall fu accettato il principio per cui la ricostruzione tedesca dovesse avvenire in maniera controllata, De Gasperi, Adenauer e Schuman furono i protagonisti del processo di integrazione della Germania e l’Italia ebbe un ruolo significativo nello scacchiere internazionale, firmando il Patto Atlantico, con cui fu istituita la NATO, il Trattato di Londra, con cui venne istituito il Consiglio d'Europa, e partecipando ai negoziati sul piano Schuman per la messa in comune delle risorse europee nei settori del carbone e dell'acciaio, progetto che darà vita nel 1951 al primo organismo europeo dai poteri sovranazionali, la CECA. Per l’impegno mostrato nella costruzione della mentalità europea nel 1952 ricevette il premio Carlo Magno.
In condizioni di salute sempre più precarie, nel luglio 1954 pronunciò, al Congresso democristiano di Napoli, il suo testamento politico, invitando i successori a non trascurare le esigenze degli indigenti, senza danneggiare il ceto medio, e a mantenere un'autonomia laica nelle scelte di partito, alimentate dall'ispirazione cristiana. Morì a Borgo Valsugana il 19 agosto 1954.
Fonti
Portale Storico della Presidenza della Repubblica
Con un Discorso pronunciato nell'Aula del Senato della Repubblica italiana il 15 novembre 1950, di fronte all'ostilità di socialisti e comunisti, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi sostenne un appassionato appello a favore della nascita di un progetto europeo federalista in grado di mantenere la pace attraverso la collaborazione fra i popoli. Ne pubblichiamo uno stralcio.
Noi domandiamo che ci sia per tutti la libertà politica di difendere la propria opinione, di organizzare un proprio partito, la libertà spirituale, la dignità personale, lo scambio libero di progressi, di idee tra Russia e non Russia, fra l'oriente e l'occidente, perché questa è la salvezza, perché è la chiusura del sipario, che rappresenta il pericolo di guerra. E, tutto sommato, mi pare, che sia ancor più realistico pensare che col favore di particolari circostanze sia possibile giungere a creare un organismo politico economico, unitario, federativo in Europa, vincolato cioè a patti di collaborazione e di solidarietà, piuttosto che ritenere insormontabili in eterno le attuali frontiere. Ma quale alternativa scegliete voi? Io dico che questo problema di dilatazione, di allargamento, è il problema del progresso, perché va parallelamente col progresso delle comunicazioni, col progresso meccanico in genere: è l'apertura verso l'avvenire. Non vi è dubbio, ché, altrimenti, non ci sarebbe che da rinserrarsi, diventare nazionalisti, cercare la soluzione di tutti i problemi all'interno. Badate bene che quando diciamo che non siamo nazionalisti, lo intendiamo in questo senso, che cioè non vogliamo la soluzione di tutti i problemi attraverso la forza della nazione, attraverso l'iniziativa nazionale, e non diciamo qualche cosa che limiti le nostre forze reali, che diminuisca, comprima e deprima il nostro sentimento nazionale italiano: la base di tutte le cooperazioni è la nazione, in un consorzio di nazioni libere.[...] Ora, io credo che la federazione europea sia quella la cui possibilità di pratica realizzazione è la più vicina. Qualcuno ha detto che la federazione europea è un mito. È vero, è un mito nel senso soreliano. E se volete che un mito ci sia, ditemi un po' quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda i rapporti fra Stato e Stato, l'avvenire della nostra Europa, l'avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l'unione? Volete il mito della dittatura, il mito della forza, il mito della propria bandiera, sia pure accompagnato dall'eroismo? Ma noi, allora, creeremmo di nuovo quel conflitto che porta fatalmente alla guerra. Io vi dico che questo mito è mito di pace; questa è la pace, questa è la strada che dobbiamo seguire.[...] nessuno, in Germania, ha potuto salvare la situazione quando si è avuto il crollo della Società delle Nazioni e, ugualmente, nessuno in Italia ha potuto – trovandosi di fronte ad una lotta con la Società delle Nazioni, come per il problema delle sanzioni – invocare argomenti di speranza contro chi diceva invece che non c'era altra speranza che nella forza, che non si poteva che creare un esercito perché non c'era che la guerra come ultima soluzione. Non si pronunciava questa parola, ma la guerra era logicamente in fondo a tutti gli sviluppi, e noi che stavamo fuori, che vedevamo avvicinarsi tutto quel turbine, quel disastro e la disfatta – di cui oggi non so per quale castigo della Provvidenza noi dobbiamo essere chiamati corresponsabili – mentre eravamo isolati e incapaci di parlare non potevamo nemmeno dire la nostra parola, e nemmeno il nostro nome poteva essere pronunciato, poiché eravamo messi ai margini della vita civile; e oggi che si pagano le conseguenze, siamo noi a pagarle qui, e ad essere accusati di essere stati gli autori della disfatta. Ebbene: questo si ripeterà domani, se noi non troveremo una soluzione di carattere internazionale, in cui l'Italia abbia una parte della sua giustizia, abbia una parte di quello che deve avere, perché molto tempo passerà prima di avere tutto quello che si chiede.[...] intendiamo agire così: 15 La politica europea. Discorso ai giovani. 1) agire per la pace, promuovendo o favorendo la progressiva solidarietà e l'unificazione dei paesi europei, in tutte le forme e in tutti i settori possibili, fino alla creazione di un vincolo federativo; 2) tendere con tenacia e con pazienza a superare difficoltà, esitazioni, lentezze che si oppongono ancora ad una solidarietà europea totale, senza escludere attuazioni graduali per settore o per ambito regionale che si dimostrino realizzabili. Nel recente Consiglio europeo tenutosi in Roma fu accolta l'idea di rendere più elastico lo statuto e più variata la graduazione degli impegni. È anche questo un processo che bisogna utilizzare e sviluppare, in quanto conduca al raggiungimento del fine; 3) strumento decisivo di solidarietà europea federativa può essere un patto comune di difesa, con un esercito al servizio di tale patto. Siamo favorevoli ad ogni sforzo che tenda sinceramente a costituire tale solidarietà e corresponsabilità di pace, e riteniamo che esso debba essere baluardo permanente della nostra civiltà e l'armatura stabile dell'Europa unita.
Maria Maddalena Rossi nacque a Cadevillo, in provincia di Pavia, nel 1906; si laureò in Chimica e lavorò in uno stabilimento chimico a Milano.
Durante la Resistenza entrò nel Soccorso Rosso per raccogliere fondi da destinare alla lotta partigiana e si iscrisse al Partito Comunista. Fu arrestata e mandata al confino. Rientrata a Milano alla caduta del Fascismo, si trasferì in Svizzera e scrisse su giornali clandestini. Divenne responsabile della commissione femminile Alta Italia del Partito Comunista ed entrò nella redazione dell’Unità e nella Commissione Stampa e Propaganda.
Eletta all’Assemblea Costituente, intervenne nella discussione sul Titolo II, che riguardava i rapporti etico-sociali, affermando la centralità della famiglia, l’obbligo da parte dello Stato di sostenerla sul piano economico e nella sua funzione educativa verso i figli. Si dichiarò contraria all’introduzione del principio dell’indissolubilità del matrimonio nella Costituzione e rivolse l’attenzione ai reduci di guerra che ritornando in patria avevano trovato la famiglia distrutta; reclamò per loro il diritto a rifarsi una vita. Condivise, inoltre, il principio della parità fra uomo e donna in campo politico, economico, sociale, giuridico e morale, soprattutto nell’ambito familiare, dove la diversità dei compiti non poteva significare disparità di potere. L’altra battaglia riguardò l’accesso delle donne alla Magistratura. In un intervento del 26 novembre del 1947 sostenne che “le qualità di sensibilità, di intuizione, di tenacia, di pazienza, di coscienza, il senso di umanità che spesso si riscontrano nella donna, uniti alla conoscenza profonda del diritto, troverebbero un impiego infinitamente utile nel campo della Magistratura” e citò Il mercante di Venezia, la commedia in cui Shakespeare aveva scelto una donna come giudice, “un giudice dotato di finezza, di cuore, d’intelligenza ed onestà, un giudice che amministri la giustizia vera, la giustizia dello spirito della legge e non della lettera soltanto”, Porzia, “la quale salva, insieme con la maestà della legge, la vita di un innocente e domina alla fine con la sua sottile ed umana misericordia il malvagio usuraio. […] Trecentocinquanta anni fa Shakespeare affermava nella sua opera immortale che una donna può possedere le qualità di un giudice. Trecentocinquanta anni dopo nella Assemblea Costituente Italiana si contesta alle donne il diritto di partecipare alla amministrazione della giustizia, negando loro le qualità per farlo”.
Membro della Commissione per i trattati internazionali, intervenne in merito all’approvazione del Trattato di pace fra l’Italia e le potenze alleate firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, sostenendo la costruzione di istituzioni internazionali per affrontare i problemi che richiedevano la solidarietà tra le nazioni, perché una pace duratura non si sarebbe ottenuta semplicemente attraverso un Trattato, ma attraverso una politica di riconciliazione e di collaborazione fra i popoli. Come dirigente dell’Unione Donne Italiane, di cui fu Presidente dal 1947 al 1953, continuò a sostenere tali temi, uniti a quelli dell’emigrazione, del lavoro, dei diritti dell’infanzia.
Venne eletta alla Camera dei Deputati per tre legislature e divenne componente della Commissione Rapporti con l’Estero. Fece parte del Direttivo del Gruppo Comunista. Fu la prima parlamentare ad affrontare il problema dell’adozione richiedendo la modifica dell’articolo 297 del Codice Civile per snellirne le procedure. Nel 1952 intervenne su “uno dei drammi più angosciosi” del dopoguerra, sulla “violenza più orrenda e ripugnante di qualsiasi altra violenza che la guerra può recare con sé", gli stupri dei militari, causa di disonore e minaccia all’orgoglio nazionale: "Noi conosciamo le madri che hanno perso i figli, le mogli che hanno perso i mariti: noi le amiamo, le onoriamo, manifestiamo loro la nostra intera solidarietà, sì che esse trovano qualche volta una sorta di conforto nel sapere che il loro lutto è condiviso, che la memoria dei loro cari scomparsi è sacra a milioni di cittadini. Ma queste donne no! Per queste non c’è conforto possibile. Si devono nascondere, come se si sentissero infette anche moralmente. A queste donne si vorrebbe vietare di parlare della loro sventura, di riunirsi, di reclamare, in nome della pubblica moralità”. Sostenne, quindi, la liquidazione di 60.000 pratiche di pensione e di indennizzo alle vittime del Lazio Meridionale.
Nel 1963 lasciò l’attività parlamentare e divenne prima Consigliere comunale e Assessore ai lavori pubblici e poi Sindaco a Porto Venere, in provincia di La Spezia. Nel dicembre 1987 la Provincia di Milano le conferì la medaglia d’oro per l’impegno sociale, politico e civile. Morì a Milano il 19 settembre 1995.
Fonti
Fondazione Archivio Diaristico Nazionale
Nel Discorso tenuto a Montecitorio l’8 marzo 1949 in occasione della Giornata internazionale della donna, Maria Maddalena Rossi ricordò l’importanza di una collaborazione fra gli Stati per difendere la libertà e la pace, iniziando con un saluto alle donne italiane, che hanno scritto pagine gloriose nella storia del nostro Paese. Hanno saputo affrontare, in tempi difficili non lontani, l’eroismo ed il martirio, perché fosse data a noi la possibilità di parlare da questa tribuna. [...]
Per oltre 20 anni la data dell’8 marzo non fu ricordata, nel nostro Paese, che nel segreto delle famiglie e nei cuori delle nostre donne. Ma all’indomani della liberazione con più slancio si tornò a festeggiare questa giornata. Ora, quasi tutte le donne del nostro Paese ne attendono ogni anno il ritorno, la stragrande maggioranza del popolo italiano la celebra. Ciò dimostra ancora una volta, se ve ne fosse bisogno, che la coscienza dei diritti di coloro che sono oppressi per motivi di classe, di nazionalità, di razza e di sesso, si fa irresistibilmente strada, anche quando le forze che a quei diritti si oppongono si illudono di averla soffocata. È giusto ricordare oggi, otto di marzo, che quelle stesse forze organizzarono il fascismo e ad esso affidarono il governo dell’Italia, quelle forze condussero il nostro Paese sull’orlo della rovina e, oggi, risollevate e riorganizzate, lavorano attivamente per preparare il ritorno ad una situazione politica ed economica nella quale ogni libertà, ogni diritto degli uomini e delle donne che vivono del loro lavoro siano soffocati, nella quale sia ad esse possibile riprendere le loro guerre di rapina. Non v’è donna in Italia che non sappia. cosa significherebbe per noi una nuova guerra: significherebbe la distruzione di ciò che a noi è più caro, la perdita di ogni conquista raggiunta, la perdita della nostra indipendenza nazionale. Ecco perché I’8 marzo di quest’anno nella stragrande maggioranza le donne italiane hanno stretto fra di loro un patto, hanno mandato ed hanno chiesto alle donne di tutto il mondo la solenne promessa di difendere la pace. Già nel novembre scorso una delegazione di donne italiane chiese all’organizzazione delle Nazioni Unite, con la testimonianza di 3.000.000 di firme, che si procedesse ad un effettivo disarmo ed alla distruzione delle armi atomiche. Oggi, nella ricorrenza dell’8 marzo, noi auspichiamo che si giunga veramente ad una collaborazione pacifica fra tutte le Nazioni, nello spirito della Carta delle Nazioni Unite. La causa della pace è la causa di tutti i popoli, e, in primo luogo, di tutte le donne, perché dalla salvaguardia della pace dipende la vita delle nostre famiglie, dipendono le nostre conquiste sociali, civili, politiche. Per questo, onorevoli colleghi, noi siamo lieti e fieri di mandare oggi da questa tribuna un saluto alle donne d’Italia, un saluto alle donne di tutto il mondo e di rinnovare a tutte la promessa di lavorare, anche noi, accanto ad esse, attivamente per la salvaguardia della pace.
Piero Calamandrei nacque a Firenze il 21 aprile 1889. Il padre, docente di Diritto commerciale, era stato un Deputato repubblicano. I suoi primi scritti, pubblicati tra il 1910 e il 1912 su Il giornalino della domenica e il Corriere dei piccoli, appartennero alla letteratura infantile. Si laureò in Giurisprudenza a Pisa e a Roma si perfezionò negli studi di Diritto processuale civile, divenendo poi titolare della cattedra a Messina.
Durante la Prima guerra mondiale si arruolò volontario. Al termine del conflitto si trasferì all'università di Modena e riprese l’attività scientifica, pubblicando nel 1920 La Cassazione civile, un’opera di politica del diritto che portò alla riforma della Corte di Cassazione, per dare un’uniforme applicazione della legge. Nei suoi scritti emerge, infatti, la preoccupazione di costruire un quadro istituzionale che garantisca i valori della legalità e della certezza del diritto, legato ai problemi reali dell'organizzazione sociale più che alle costruzioni teoriche e ai formalismi.
Nel 1919 collaborò a L'Unità di Gaetano Salvemini e l’anno successivo divenne professore ordinario all'università di Siena, dove il 13 novembre 1921 lesse il discorso su Governo e magistratura, in cui denunciò le ingerenze dell'esecutivo nell'attività giudiziaria. Negli anni del Fascismo entrò nel consiglio direttivo dell'Unione nazionale antifascista di Giorgio Amendola, firmò nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce, aderì alla società "Italia libera" e mantenne stretti rapporti con il gruppo antifascista fiorentino del giornale "Non mollare", al quale appartenevano i fratelli Carlo e Nello Rosselli, con cui aveva fondato il Circolo di Cultura, devastato dagli squadristi e chiuso per ordine prefettizio nel 1924.
Con il consolidarsi del regime si dedicò agli studi e all'avvocatura e collaborò alla fondazione dell’università di Firenze, nel 1924. Socio dell'Accademia dei Lincei e membro della regia commissione per la riforma dei codici, fu uno dei principali ispiratori del nuovo Codice di procedura civile, limando gli eccessi ideologici del regime fascista e sostenendo una volontà di resistenza all'interno del sistema. Quando però gli fu chiesto di sottoscrivere una lettera di sottomissione a Mussolini, si dimise dall'incarico universitario. La sensibilità verso la legalità e la certezza del diritto lo portò, insieme ad altri giuristi, a denunciare il nazismo, con la trasformazione della magistratura in una polizia politica al servizio del regime.
Nel 1941 aderì al movimento Giustizia e libertà e nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d'azione. Alla caduta del fascismo divenne Rettore dell'università di Firenze; l'8 settembre, colpito da un mandato di cattura, si rifugiò in Umbria, da dove collaborò con la Resistenza, nella quale fu attivo il figlio Franco.
Dopo la liberazione si batté per la continuità costituzionale dello Stato italiano, opponendosi al referendum istituzionale. Partecipò alla Consulta nazionale e fu eletto alla Costituente; divenne membro della Commissione dei Settantacinque e relatore sull'ordinamento della magistratura e sulla Corte costituzionale. Propose un nuovo ordinamento dei diritti sociali, si preoccupò per la stabilità dell'esecutivo, agì a favore dell'indipendenza della magistratura e dell'introduzione della Corte costituzionale, si oppose all’inclusione dei Patti lateranensi nella Costituzione.
Sciolto il Partito d'azione, entrò a far parte del gruppo Azione socialista Giustizia e Libertà, poi confluito nell'Unione dei socialisti insieme con un gruppo guidato dallo scrittore Ignazio Silone. Nel 1948 venne eletto alla Camera dei deputati per il raggruppamento Unità socialista, formato con il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI). La delusione politica lo portò a parlare di “nuovo regime” e di "Costituzione inattuata". Votò contro il Patto atlantico, in contrasto con il proprio partito.
Entrò nel Partito Socialista Unitario (PSU), poi nel Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e infine nel raggruppamento di Unità popolare, che alle elezioni del 1953 non ottenne nessun seggio Nel 1955 vide la realizzazione della Corte costituzionale e partecipò, come avvocato, alla prima udienza, sostenendo la tesi, poi accolta, della sindacabilità delle leggi anteriori all'entrata in vigore della Costituzione.
Poiché sapeva che non bastavano le leggi ad attuare la Costituzione, ma che era necessario ritrovare lo spirito della lotta contro i nazifascisti, nel 1955 scrisse Uomini e città della Resistenza, in cui raccolse i fatti che avevano portato alla nascita della nuova Italia grazie alla lotta per la Liberazione.
Morì a Firenze il 27 settembre 1956.
Fonti
In occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti, il 26 gennaio 1955, nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria di Milano, Piero Calamandrei tenne il Discorso sulla Costituzione, di cui riportiamo uno stralcio.
Fino a che non c’è la possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società. E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi! […] c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. […] Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. […] la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori- il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo- io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui- queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese. Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. […] questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.
Bianca Bianchi nacque a Vicchio, in provincia di Firenze; alla morte del padre, quando lei aveva sette anni, si trasferì a Rufina presso l’abitazione dei nonni materni. Il nonno, un contadino antifascista, le diede i primi rudimenti sulla letteratura e sulla politica e la incoraggiò a trasferirsi a Firenze per frequentare la scuola magistrale e la Facoltà di Magistero, dove si laureò in Filosofia e Pedagogia. Insegnò in diversi istituti superiori ma i suoi metodi, ispirati alla libertà di pensiero e al dialogo, erano in contrasto con i principi della scuola fascista e dei suoi dirigenti, soprattutto per lo spazio dedicato alla cultura ebraica; abbandonò pertanto l’insegnamento in Italia e nel 1941 si trasferì in Bulgaria.
Rientrò in patria l’anno seguente e dopo la firma dell’armistizio partecipò alle riunioni del Partito d’Azione, contribuendo alla Resistenza; dopo la Liberazione aderì al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), nato nel 1943 dalla fusione del Partito Socialista con il Movimento di Unità Proletaria. Visti i consensi acquisiti tra la base, le fu proposto di presentarsi come capolista alle elezioni per l’Assemblea Costituente, cosa che non fu accolta di buon grado dai vecchi militanti; sarebbe stata, dirà lei stessa, “lo strumento giusto per accrescere voti e attirare le donne fuori dall’indifferenza”, ma speravano che non fosse eletta. Ottenne invece il doppio delle preferenze del capolista Sandro Pertini e a novembre venne anche eletta al Consiglio comunale di Firenze. All’interno dell’Assemblea Costituente fu Segretaria di Presidenza. Le cronache non parlarono della sua preparazione, del suo impegno e del suo lavoro, ma del suo abbigliamento e dei suoi capelli biondi
Nel 1947 entrò nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), divenuto poi Partito Socialista Democratico italiano (Psdi), nelle cui liste fu eletta nella prima Legislatura. Presentò proposte di legge sulla scuola, contro le sovvenzioni statali alle scuole private, proponendo di sostituirle con quelle parificate, sulle pensioni, sull’occupazione, sull’allargamento della ricerca della paternità, sul riconoscimento obbligatorio da parte della madre, su una migliore assistenza alle madri nubili, sul superamento di ogni discriminazione giuridica o sociale tra bambini nati dentro o fuori dal matrimonio e sul riconoscimento dei figli naturali, mostrandosi contraria alla dizione di figlio di NN (Nomen Nescio); bisognerà però attendere il 1955 perché una legge abolisse dai documenti anagrafici la menzione della nascita illegittima e solo nel 1975 si ebbe una prima Riforma del Diritto di Famiglia, completata con la legge n. 219 del 10 dicembre 2012.
Il suo approccio alle questioni politiche faceva emergere una forma mentis che interrogava un problema non partendo dalla soluzione più facile e drastica, ma andando a cercarne le cause profonde, provando a mettere in campo sensibilità ed empatia. Anche se le proposte vennero in gran parte osteggiate, fanno emergere una visione del mondo che contenesse un’attitudine femminile ai problemi e alla gestione della società italiana, arretrata in materia di famiglia, scuola, rapporti fra uomo e donna. Fu anche sostenitrice dell’autonomia regionale, considerando che il rispetto delle singole tradizioni fosse espressione di libertà e democrazia.
Al termine della prima legislatura non fu più rieletta e riprese il suo impegno in campo educativo fondando a Montesenario la “Scuola d’Europa”, centro di sperimentazione didattica basata sul metodo del pedagogista Pestalozzi, che accoglieva ragazzi delle scuole elementari e medie. Una ventina di anni dopo fu eletta consigliera comunale e poi Vicesindaco e Assessore alle questioni legali e affari generali a Firenze, dove morì il 9 luglio del 2000.
Fonti
Quando a Roma il 25 giugno 1946 si aprirono i lavori dell’Assemblea Costituente fu per tutti un giorno molto emozionante: finiti il fascismo e la guerra, la Repubblica iniziava il suo corso. Anni dopo, Bianca Bianchi descriverà l’arrivo nella capitale e il suo ingresso a Montecitorio con queste parole:
Vado a Roma qualche giorno prima del 25 giugno [1946]. Trovo una camera alla pensione California vicino a Porta Pinciana. La mattina dopo scendo a piedi, attraverso via Veneto, piazza Barberini e via del Tritone, fino a Montecitorio. Voglio prendere confidenza con la città. Roma mi presenta una bellezza disarmante. (…) Mi è impossibile pensare. Persino il colore dei palazzi mi confonde: l’ocra o la pietra hanno ceduto il posto a un rossiccio tutto particolare che mi ricorda i colori di Giotto o un prato di risolacci appassiti. L’animo è preso dalle fontane, dalle vie larghe e tortuose dalle piazze immense, costruite con armonia disinvolta quasi da sembrare nate dal soffio divino vivificante ed eterno. La confidenza con Montecitorio è una conquista più difficile ancora. Me ne vado su e giù per il transatlantico, rispondo alle domande dei giornalisti curiosi, mi siedo sulle poltrone disposte ai lati, leggo i giornali in sala di lettura e non mi azzardo ad allontanarmi. Mi dà l’impressione di trovarmi in un labirinto e mi sento di nuovo una ragazza di campagna. Sono molto tesa quando entro per la prima volta nell’aula della Camera. Sento gli sguardi degli uomini su di me. Cerco di osservare gli altri per liberarmi dal senso di disagio. Lentamente entrano i deputati eletti nelle liste di quindici partiti: li guardo attraverso l’emiciclo, prendere posto secondo una geografia politica molto rigida. (…) Ci sono due porte d’ingresso in aula: una a sinistra, una a destra. I compagni mi hanno avvertito di non sbagliare per non trovarmi mescolata a “reazionari politici” e tradire l’ideale. Io avevo già sbagliato: ho attraversato l’emiciclo e mi sono seduta nel terzo settore a sinistra, terzo banco”.
Benedetto Croce nacque a Pescasseroli, in provincia dell'Aquila, il 25 febbraio 1866 (il nonno, magistrato durante il regno borbonico, era stato consigliere presso la Suprema Corte di giustizia in Napoli). Si trasferì a Napoli e poi a Roma, dove iniziò gli studi di Giurisprudenza, che abbandonò per intraprendere i corsi di Etica e approfondire gli interessi filosofici. Diede quindi inizio a un’attività che contribuì al rinnovamento della cultura italiana; nel 1903 fondò la rivista La Critica, che ebbe un ruolo significativo in tale rinnovamento.
Senatore dal 1910, sostenne le posizioni "neutraliste" polemizzando contro il dilagare della demagogia nazionalista, in difesa dell'unitarietà della cultura europea e del ruolo che in essa aveva quella tedesca Fu Ministro dell'Istruzione nel governo Giolitti (1920-21). Nell'estate che seguì il delitto Matteotti si oppose al Fascismo e nel 1925, su invito di Giovanni Amendola e in risposta a quello scritto da Giovanni Gentile e firmato da un gruppo di intellettuali fascisti, pubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti, di cui divenne un esempio: il suo ruolo politico non fu mai disgiunto dal suo essere uomo di pensiero. Rimase al Senato come oppositore del regime e tra il 1929 e il 1934 votò contro tutte le leggi liberticide. Nel 1929 prese la parola contro i patti lateranensi.
Caduto il fascismo, ebbe un ruolo rilevante nello sciogliere la questione dell'abdicazione di Vittorio Emanuele III e della reggenza fino al referendum istituzionale. Entrò a far parte del secondo governo Badoglio e del primo governo Bonomi. Fu membro della Consulta e venne eletto alla Costituente nella lista dell'Unione democratica nazionale. Intervenne nel dibattito sulla Costituzione per pronunziarsi contro l'art. 7 che regolava i rapporti tra la Santa Sede e lo Stato italiano.
Nel 1947 diede le dimissioni da Presidente del Partito liberale, di cui rimase Presidente onorario fino al 1948. Fu nominato socio onorario dell'Accademia dei Lincei e fondò a Napoli l'Istituto italiano per gli studi storici, mettendo a disposizione la sua biblioteca, forse la più importante biblioteca privata d’Italia. Dal 1948 divenne Senatore di diritto. Morì a Napoli il 20 novembre 1952.
La propria attività di filosofo fu sempre parallela a quella di studioso di problemi storici, letterari, politici: la sua "metodologia della storia" nasceva infatti dalla concretezza della realtà. Dagli eventi seguiti alla Prima guerra mondiale nacque il suo liberalismo: se prima aveva rivendicato l'autonomia della politica, così, di fronte alla violenza fascista, rivendicò l'autonomia e l'alterità della vita morale rispetto all'attività politica.
Considerò la storia legata al presente e il lavoro dello storico legato a interessi attuali. La storiografia non è cronaca di avvenimenti, ma ricostruzione e giudizio dei fatti; ha una valenza etico-politica perché riguarda la vita morale e civile dell'uomo. Per l’apporto che diede alla cultura italiana, è considerato uno degli intellettuali di maggior rilievo della prima metà del Novecento.
Fonti
Il 24 luglio 1947, in occasione della ratifica del Trattato di pace, Benedetto Croce pronunciò all’Assemblea Costituente un discorso in cui denunciava le umilianti condizioni a cui lo Stato italiano avrebbe dovuto sottostare se il trattato fosse stato firmato.
Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta ‹‹tutti››, anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra Patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra Patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte. Ciò è pacifico quanto evidente.
Sennonché il documento che ci viene presentato non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e prende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi o tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano, coi vincitori, gli altri popoli, anche quelli del Continente nero. […]
Signori deputati, l’atto che oggi siamo chiamati a compiere, non è una deliberazione su qualche oggetto secondario e particolare, dove l’errore può essere sempre riparato e compensato; ma ha carattere solenne, e perciò non bisogna guardarlo unicamente nella difficoltà e nella opportunità del momento, ma portarvi sopra quell’occhio storico che abbraccia la grande distesa del passato e si volge riverente e trepido all’avvenire. E non vi dirò che coloro che questi tempi chiameranno antichi, le generazioni future dell’Italia che non muore, i nipoti e pronipoti ci terranno responsabili e rimprovereranno la generazione nostra di aver lasciato vituperare e avvilire e inginocchiare la nostra comune Madre a ricevere rimessaménte un iniquo castigo; non vi dirò questo, perché so che la rinunzia alla propria fama è in certi casi estremi richiesta all’uomo che vuole il bene o vuole evitare il peggio; ma vi dirò quel che è più grave, che le future generazioni potranno sentire in se stesse la durevole diminuzione che l’avvilimento, da noi consentito, ha prodotto nella tempra italiana, fiaccandola. Questo pensiero mi atterrisce, e non debbo tacervelo nel chiudere il mio discorso angoscioso. Lamentele, rinfacci, proteste, che prorompono dai petti di tutti, qui non sono sufficienti. Occorre un atto di volontà, un esplicito ‹‹ no ››. Ricordare che, dopo che la nostra flotta, ubbidendo all’ordine del re ed al dovere di servire la Patria, si fu portata a raggiungere la flotta degli alleati e a combattere al loro fianco, in qualche loro giornale si lesse che tal cosa le loro flotte non avrebbero mai fatto. Noi siamo stati vinti, ma noi siamo pari, nel sentire e nel volere, a qualsiasi più intransigente popolo della terra.
Adele Bei nacque il 4 maggio 1904 a Cantiano, in provincia di Pesaro e Urbino. Il clima socialista in cui viveva la portò a provare un sentimento di ribellione verso le ingiustizie sociali e a maturare una profonda avversione contro il Fascismo. Legata fin dalla fondazione al Partito Comunista, nel 1923, per sfuggire all’arresto andò in Belgio, poi in Lussemburgo e infine in Francia. Rientrò più volte in Italia per diffondere materiale antifascista. Nel 1933 venne arrestata mentre si trovava a Roma. Giudicata “socialmente pericolosissima” fu condannata a diciotto anni di carcere. Dopo otto anni di reclusione venne inviata a Ventotene dove rimase due anni. In quel periodo conobbe e frequentò Giuseppe Di Vittorio, Umberto Terracini e altri perseguitati politici.
Il 25 luglio 1943 riacquistò la libertà e rientrò a Roma. Sfuggì a un nuovo arresto e collaborò alla Resistenza con il compito di organizzare i “Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà” (GDD), in cui militavano donne di ogni età, ceto sociale, tendenza politica e fede religiosa che facevano propaganda antifascista e partecipavano ad azioni contro le forze tedesche di occupazione.
Dopo la liberazione di Roma ebbe inizio il suo impegno sindacale, come responsabile della Commissione consultiva femminile della Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL). Collaborò alla fondazione dell’Unione donne italiane (UDI), venendo eletta nel Consiglio nazionale. Collaborò alle iniziative a favore delle famiglie che vivevano in condizioni di miseria durante gli anni della ricostruzione. Nel 1945 venne designata dal sindacato nella Consulta nazionale e partecipò alla Commissione industria e commercio.
Nel Partito Comunista si occupò dell’organizzazione delle donne, che cercò di indurre a impegnarsi in politica e ad uscire da una dimensione esclusivamente privata per far valere la presenza femminile nella società e contribuire alla rinascita dell’Italia. Venne inviata per qualche tempo in Lucania e in Calabria, partecipando all’occupazione delle terre.
All’Assemblea Costituente sostenne la parità tra uomo e donna. Divenne segretario della terza Commissione per l’esame dei disegni di legge. Quando, il 18 febbraio 1947, si discusse della soppressione del ministero dell’Assistenza postbellica, si dichiarò contraria alla decisione del governo di tagliare i fondi alle opere assistenziali, sebbene il suo partito avesse dato l’assenso, e ricordò le famiglie bisognose, i giovani disoccupati, l’infanzia abbandonata, sostenendo la necessità di risollevare dai disastri della guerra un’Italia ancora povera.
La propria autonomia di giudizio emerse anche in occasione del primo congresso della CGIL dove, nella veste di responsabile femminile, presentò la Carta della lavoratrice, in cui chiedeva che la donna godesse degli stessi diritti degli uomini relativamente al lavoro, al contratto, alla retribuzione e all’assistenza, mentre il sindacato aveva firmato un accordo che prevedeva per le lavoratrici una retribuzione inferiore del 30%.Nel 1948 lasciò l’incarico nella commissione femminile della CGIL e diventò presidente dell’Associazione donne della campagna. Entrò di diritto in Senato, essendo stata imprigionata per più di cinque anni. Utilizzava già allora un linguaggio inclusivo: si definiva infatti “senatrice” e parlava di “lavoratrici”. Partecipò alla decima commissione Lavoro, emigrazione e previdenza sociale e si fece portavoce delle proteste per la mancanza di lavoro e della situazione disumana in cui vivevano alcune categorie di lavoratrici. Chiese inoltre una riforma per migliorare le condizioni carcerarie delle donne, insistendo sul carattere corruttivo della detenzione, che invece avrebbe dovuto avere una funzione di correzione; propose l’abrogazione dell’ergastolo.
Dal 1952 al 1960 guidò il Sindacato nazionale delle tabacchine, le lavoratrici del tabacco, sottoposte a condizioni di lavoro molto dure, in grandi stanzoni a una temperatura generalmente superiore ai 30 gradi, con le mani costantemente bagnate e respirando polvere di tabacco. Eletta nel 1953 e nel 1958 alla Camera dei deputati, si occupò della vita in fabbrica, delle assicurazioni e della previdenza dei lavoratori e delle loro famiglie, presentando proposte di legge sulla parità retributiva tra uomini e donne, sulla tutela per le lavoratrici madri e sull’introduzione del divieto di licenziamento delle donne in seguito al matrimonio. Intervenne anche contro l’operato dell’Ispettorato del lavoro, carente nell’effettuare controlli o nel comminare sanzioni alle aziende, soprattutto nel caso di inadeguate misure di sicurezza che provocavano incidenti sul lavoro.
Al termine del mandato non ebbe più incarichi politici né sindacali, forse a causa della sua determinazione e della sua autonomia rispetto alle gerarchie, ma entrò nel comitato esecutivo dell’Associazione perseguitati politici italiani antifascisti e rimase all’interno del consiglio nazionale dell’UDI, sollecitando le donne a far sentire la loro voce, così che la forte presenza della donna nella società e nelle istituzioni avrebbe reso davvero democratico il nostro Paese.
Morì a Roma il 15 ottobre 1976.
Le sue scelte, i suoi comportamenti, la sua capacità di sfidare stereotipi, pregiudizi e abitudini consolidate, anticipando i tempi, possono continuare a ispirare ancora oggi coloro che hanno a cuore il benessere dello Stato, dei cittadini e delle cittadine.
Riportiamo le motivazioni con cui, alla fine della guerra, le fu assegnata la Croce di guerra al valor militare: Animata dai più puri sentimenti di giustizia e di libertà, fin dall'inizio si distingueva per il suo spirito intrepido e per la capacità organizzativa. Nel suo compito di dirigente delle formazioni femminili fu valido ausilio ai combattenti, fiancheggiandoli efficacemente nella lotta contro l'oppressione ed accorrendo personalmente là ove fosse necessaria la sua presenza incitatrice senza badare a rischi e pericoli.
Fonti
Vittorio Foa nacque a Torino il 18 settembre 1910 da una famiglia di origini ebraiche. A causa dell’impegno politico e del conseguente arresto, non seguì il fratello e la sorella, che emigrarono negli Stati Uniti. Aveva infatti interpretato la politica come una forma di partecipazione alla costruzione del proprio domani, che dava un senso al proprio essere e al proprio agire.
A otto anni scrisse una breve storia della rivoluzione russa in cui si schierava con i “simpaticissimi” liberali. L’immagine della Camera del Lavoro devastata e incendiata dai fascisti e l’omicidio Matteotti ribaltarono però tale scelta. Al liceo D’Azeglio ebbe tra i compagni Giancarlo Pajetta, arrestato e processato dal Tribunale speciale, che ammirò per il coraggio e la determinazione dei comunisti.
Si laureò in Giurisprudenza ma fu attratto dalla questione operaia. Nel 1933, su invito di Leone Ginzburg, partecipò all’attività clandestina di Giustizia e Libertà e collaborò agli omonimi quaderni che Carlo Rosselli pubblicava a Parigi; i giellini rifiutarono di definirsi “antifascisti”, espressione che “definiva solo per negazione e disconosceva in qualche modo la nostra positività. Preferivamo definirci postfascisti per affermare il nostro disegno per il futuro”. Nel 1934, dopo l’arresto di Leone Ginzburg, diresse i giellisti di Torino. A causa della denuncia dello scrittore Dino Segre, in arte Pitigrilli, agente dell’Organizzazione per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo (OVRA), fu arrestato il 15 maggio 1935 con altri intellettuali, come Norberto Bobbio, Giulio Einaudi, Carlo Levi, Cesare Pavese, Massimo Mila e Augusto Monti. Venne condannato dal Tribunale speciale a 16 anni di reclusione. Liberato dopo la caduta del fascismo, tornò a Torino ed entrò nel Partito d’Azione (PdA), di cui fu rappresentante nel Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte e dell'Alta Italia, occupandosi della stampa clandestina, delle riforme economiche e sociali e della democrazia operaia. Fu membro della Direzione del partito.
Criticava i partiti e la democrazia rappresentativa e auspicava che i Comitati di liberazione nazionale diventassero espressione delle autonomie e di un autogoverno delle masse e delle classi intermedie costruito dal basso. Visse l’esperienza partigiana tra Milano e Torino. Sopravvalutò il ruolo della resistenza nella guerra; l’arrivo delle truppe alleate, che determinò la sconfitta dei nazifascisti, provocò la perdita di autonomia dell’Italia e ciò fu interpretato come una ripresa delle forze reazionarie e un arretramento delle aspirazioni al rinnovamento. L’incapacità di comprendere la novità dei partiti di massa rispetto al sistema parlamentare precedente lo portò a vedere la loro affermazione come la restaurazione dell’Italia prefascista e a difendere la necessità di superare l’antitesi tra i gruppi di interessi dotati di protezione e le masse prive di protezione. Nel 1946 il Partito d’Azione subì una dura sconfitta. Foa, eletto alla Costituente, si aggregò al gruppo autonomista e si batté per combinare i diritti politici con quelli economici, dando un contributo alla stesura degli articoli 39 e 40 della Costituzione, sulla libertà di organizzazione sindacale e sul diritto di sciopero.
Fra il 1948 e il 1949 ebbe inizio il suo impegno sindacale nella CGIL, indirizzato a incidere sui rapporti sociali e politici. Ebbe incarichi di direzione all'Ufficio economico. Alla scissione del Partito d’Azione si schierò con la maggioranza che entrò nel PSI, ma le questioni sorte all’interno del partito lo portarono a dedicarsi sempre di più all’attività sindacale.
Nell’autunno 1949, eletto vicesegretario confederale e responsabile dell’ufficio studi della CGIL, si trasferì a Roma e collaborò con Giuseppe Di Vittorio e Bruno Trentin. Si occupò del Piano del lavoro, che mirava a uno sviluppo fondato sul pieno impiego e sui bisogni popolari. L’avvio del 'miracolo economico' era fuori dell’orizzonte di una sinistra convinta, grazie alle analisi staliniane e al ricordo della crisi del 1929, che il capitalismo fosse incapace di riprendersi. Nel 1953, 1958 e 1963 fu eletto parlamentare per il Partito Socialista. Diresse la Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM) dal 1955 al 1957, anno in cui entrò nella segreteria della CGIL Fece parte della corrente Sinistra socialista, fondata nel 1959, e scrisse sulla rivista “Quaderni Rossi”, fondata nel 1961. Cercò un nuovo socialismo ed ebbe rapporti tesi con Nenni e Pertini. Nel 1962 votò per il governo democristiano guidato da Fanfani, ma si schierò contro il centrosinistra. Fu uno dei fondatori del Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP),
Si impegnò nella riforma delle pensioni e contro le gabbie salariali e sostenne l’unità sindacale. Nel 1970 si staccò dal sindacato e si dedicò allo studio della storia, scrivendo sulle lotte operaie e sindacali in Italia per la Storia d’Italia Einaudi (1973) e sostenendo l’autonomia operaia. Appoggiò i consigli di fabbrica, in cui vide un esperimento di democrazia diretta, rivendicando la loro autonomia anche rispetto al sindacato e considerandoli come soggetti di un nuovo movimento di massa, tra il sindacale e il politico.
Dopo la crisi del PSIUP, fondò il Partito di Unità proletaria (PdUP), che nel 1974 si unì al movimento del “Manifesto”. Nel 1976, eletto a Milano e Napoli, si dimise a favore di candidati di Avanguardia operaia e Lotta continua. I passi verso l’accordo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista lo amareggiarono. Nel 1976 si era sciolta Lotta continua, nel 1979 avvenne la sconfitta elettorale della sinistra: Foa reagì alla crisi con il silenzio. Ne uscì dopo quattro anni, riflettendo sulla categoria del tempo, che avrebbe sostituito quella della «centralità operaia». Il tempo era centrale per gli operai, per le donne, per i giovani. Nel 1980 affermò che la storia sociale avrebbe potuto contribuire alla ricerca di vie d’uscita dalla crisi di un movimento operaio che, bloccato nei dogmi ideologici e chiuso nelle istituzioni, non era in grado di leggere la realtà. Occorreva interrogare il passato e verificarne la continuità col presente, aprirsi al confronto coi giovani, guardare al futuro.
Nel 1983 tornò alla CGIL, divenendo direttore dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali (IRES). Insegnò Storia contemporanea a Modena e Torino. Vedeva la crisi delle idee che avevano motivato il suo impegno morale e politico e ne discuteva con altri studiosi; questi dialoghi contribuirono a lavori significativi, come quello di Claudio Pavone sulla Resistenza come guerra civile. La libertà, la storia, la politica, il lavoro, il futuro erano i temi principali di questi dialoghi, animati dalla sua allergia alle ideologie e dalla tensione tra il valore dell’autonomia e quello della solidarietà, tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa.
Nel 1987 fu eletto senatore per la Sinistra indipendente, nel 1991 appoggiò la guerra in Iraq e nel 1995 incoraggiò Gianfranco Fini nel suo tentativo di superamento del Movimento Sociale Italiano. Protestò contro i governi Berlusconi. Morì a Formia, in provincia di Latina, il 20 ottobre 2008.
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Maria Nicotra nacque a Catania il 6 luglio 1913 in una famiglia nobile. Dal 1940 al 1948 fu presidente diocesana della Gioventù femminile dell’Azione cattolica di Catania. Durante la seconda guerra mondiale operò come infermiera volontaria della Croce rossa italiana, meritando la medaglia d’oro al valore, e si occupò dell’organizzazione e del coordinamento dei volontari del sangue e della fondazione dell’Associazione volontari italiani del sangue (AVIS) di Catania. Partecipò alla realizzazione della casa dei lavoratori, della casa dello studente e delle scuole artigiane. Fece parte del Consiglio nazionale della Confederazione cooperativa. Nel 1944 si iscrisse all'Associazione cristiana lavoratori italiani (ACLI), dove entrò a far parte della Commissione nazionale femminile occupandosi, in particolare, delle artigiane. Fu eletta all’Assemblea Costituente nelle liste della Democrazia cristiana. Sottoscrisse un emendamento sulla prima parte dell’articolo 51 nel quale si affermava che tutti i cittadini di ambo i sessi potevano accedere agli uffici pubblici o alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, senza alcun limite legato alle loro attitudini.
Si interessò di assistenza sociale per le fasce più deboli della popolazione, creando in Sicilia case dei lavoratori, una casa dello studente e scuole per artigiani. Nel 1948 fu eletta alla Camera dei deputati. Fece parte della III commissione (Diritto, procedura e ordinamento giudiziario, affari di giustizia, autorizzazioni a procedere) e della VIII (Trasporti, comunicazioni, marina mercantile). Tra il 1949 e il 1953 si impegnò nella Commissione di vigilanza sulle condizioni dei detenuti; partecipò alla Commissione d’inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla e alle delegazioni incaricate di recarsi nel Delta del Po e in Sicilia; si occupò dello stato della tubercolosi in Italia, di un’indagine sui bilanci delle famiglie povere e sulle loro condizioni di vita, del controllo sulla stampa destinata all'infanzia e all'adolescenza, di questioni legate al settore dei trasporti e delle comunicazioni e della tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri, votando però a favore della riduzione dell'indennità giornaliera, contrapponendosi alle colleghe parlamentari, per la difficile situazione economica. Firmò la proposta di legge sull’istituzione dei collegi delle infermiere professionali e delle assistenti sanitarie.
Non essendo stata rieletta nel 1953, si dedicò al movimento femminile democristiano e fu eletta vicedelegata nazionale. Dal 1960 al 1965 fu Presidente dell’Istituto autonomo case popolari di Catania e dal 1975 al 1976 fu la prima donna Presidente di una squadra di calcio, la Società Siracusa. Nel 2006 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le conferì la massima onorificenza della Repubblica e divenne Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Morì Padova il 14 luglio 2007.
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Nadia Gallico nacque a Tunisi il 2 giugno 1916, esattamente 30 anni prima della nascita della Repubblica italiana. La sua era una famiglia borghese di emigrati antifascisti e comunisti; sua madre fu la prima donna a laurearsi nel Nord Africa.
Aderì al Partito comunista. Prima a Tunisi, città multietnica, con una compresenza di italiani, francesi, ebrei, musulmani, cristiani e liberi pensatori, poi in Italia, si impegnò nella Resistenza. Durante il regime collaborazionista di Petain instauratosi durante l'occupazione tedesca della Francia fu condannata dal Tribunale speciale militare francese per la sua attività politica. Sfuggì alla cattura e, clandestinamente, continuò a lottare per la liberazione. Giunta a Napoli nel 1944, Palmiro Togliatti la incaricò di formare un’organizzazione femminile di massa. Fu attiva nei Gruppi di difesa della donna e nella presidenza dell’Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti (ANPPIA); collaborò alla fondazione dell’Unione Donne Italiane (UDI), presieduta fino al 1958.
Nel giorno del suo compleanno fu eletta per il Partito Comunista all’Assemblea Costituente; sostenne la causa dei più deboli e delle donne, battendosi per la tutela della famiglia e l'uguaglianza dei coniugi, il diritto al lavoro e alla parità salariale, la tutela dei figli anche illegittimi: la donna non avrebbe più dovuto avere solo dei doveri ma anche diritti, pari opportunità e dignità in ogni ambito. Come le altre Madri costituenti, sentì che era importante collaborare fra loro, benché diversi fossero i partiti di appartenenza, in quanto unite avrebbero potuto essere più incisive nel sostenere gli argomenti tipicamente femminili “che paternalisticamente i Costituenti lasciarono al nostro impegno", perché "altrimenti sarebbero stati scarsamente affrontati".
Fu parlamentare dal 1948 al 1958; impegnata nello sviluppo del Mezzogiorno, fece parte della commissione incaricata di esaminare la legge per la "sistemazione" della Sardegna, affinché superasse lo stato di arretratezza in cui si trovava. Si dedicò in particolare al miglioramento della condizione femminile e divenne Presidente dell'Unione Donne Sarde fino al 1958, convinta che l'emancipazione femminile fosse la base per l'emancipazione dell’intera società.
Lavorò alla Federazione del Partito Comunista, nelle borgate romane, occupandosi di infanzia e organizzando i "treni della felicità" che conducevano verso il Nord, alla fine della guerra, i bambini bisognosi del Centro e del Sud Italia. Si occupò dei popoli africani alla Sezione Esteri del PCI.
Morì a Roma il 19 gennaio 2006. Poche settimane prima era stato pubblicato un suo libro di memorie: Mabruk. Memorie di un'ottimista. Mabruk, in tunisino, sta per benedizione, speranza.
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In un'intervista rilasciata al giornale «Noi donne» sul diritto di voto alle donne, Nadia Spano dichiarò: «Il voto alle donne in Italia da parte dei partiti fu un riconoscimento unanime in forza dei meriti acquisiti durante la guerra, cioè l’aver retto l’intelaiatura della società in anni in cui gli uomini erano assenti. Noi donne abbiamo accettato questa impostazione, anche se avremmo dovuto affermare invece il principio del diritto naturale. Tutta la propaganda elettorale per l’Assemblea costituente e per il referendum si rivolgeva alle donne che dovevano votare per il prigioniero o per il bambino, per la saggezza amministrativa, cioè sempre per gli altri. Nessun richiamo, mai, era al diritto per sé. Per le donne andare a votare fu comunque importante anche se a sinistra si diceva 'mia moglie vota come dico io' e nelle parrocchie il prete ammoniva ‘Dio ti vede, tuo marito no’ ma, nella cabina elettorale, le donne per la prima volta hanno scelto a chi dare la fiducia o magari anche da chi farsi influenzare, ma hanno scelto. Sono state libere».
Arrigo Boldrini nacque a Ravenna il 6 settembre 1915. Perito agrario, fu educato dalla madre cattolica e dal padre socialista ai principi della solidarietà sociale e all'amore per la libertà. Lavorò presso l’Eridania Zuccheri a Ravenna, Padova, Littoria e Napoli, dove incontrò personalità dell’antifascismo come il poeta Libero Bovio. Partito nel 1942 per il fronte bellico nel sud della Jugoslavia, alle Bocche di Cattaro, fu a capo della Compagnia Comando e Servizi del 120° Reggimento Fanteria ma non partecipò ad azioni belliche. Ebbe contatti con la Resistenza jugoslava e si rifiutò di comandare un plotone d’esecuzione per la fucilazione di alcuni partigiani; grazie all’avvedutezza del suo Comandante evitò la Corte marziale.
Pochi giorni prima della caduta del fascismo rientrò in Italia. L’8 Settembre 1943 esortò gli abitanti di Ravenna raccolti in piazza Garibaldi a continuare la guerra per cacciare i nazifascisti. Sfuggì all’arresto grazie all’aiuto dell’operaia Lina Vacchi e organizzò la guerriglia partigiana assumendo anche incarichi di coordinamento nell’intera Romagna. Le sue capacità tattiche gli valsero il soprannome di “Bulow”, dal generale dell'armata prussiana von Bulow, che contribuì alla sconfitta di Napoleone a Waterloo e a Lipsia. Poiché gli alleati stavano risalendo l'Italia, capì che bisognava lasciare le montagne, in quanto la pianura stava diventando una zona di guerra fondamentale, e ideò una rete nelle campagne, nei paesi e nelle città del ravennate con il sostegno di contadini, operai, braccianti, settori del ceto medio urbano, studenti, intellettuali, alcuni sacerdoti e tanti ex militari; sfruttò le opportunità offerte dal territorio delle valli a nord-est di Ravenna. Tale esperienza partigiana fu la prima e la più importante della Resistenza italiana.
La 28^ Brigata da lui comandata dal novembre 1944 all’aprile 1945 svolse un'azione decisiva a ridosso della linea gotica. Concepì il piano militare per la Liberazione di Ravenna (4 dicembre 1944) che fu approvato dal Comando dell’VIII Armata Britannica e attuato dai partigiani da lui guidati e dai reparti alleati, evitando alla città distruzioni e bombardamenti e mettendo in salvo gli importantissimi tesori d’arte. Dal gennaio 1945 la Brigata fu integrata nello schieramento alleato e posizionata alla destra del Gruppo di Combattimento “Cremona” del Regio Esercito Italiano, alle sue dirette dipendenze. Il 4 Febbraio 1945 il Generale McCreery, Comandante dell’VIII Armata Britannica, gli consegnò in piazza Garibaldi la Medaglia d’oro al valor militare e nel mese di settembre la bandiera della 28^ fu decorata con la Medaglia d’argento.
Uomo moderato, cercò di porre un freno agli eccessi in guerra e nelle vicende politiche del dopoguerra. Nel 1943 aveva aderito al Partito Comunista Italiano. Fu Presidente dell'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) dal 1947 al 2006 (ne divenne poi Presidente onorario). Fece parte della Consulta Nazionale e dell’Assemblea Costituente. Si batté per l'applicazione della Costituzione, che difese nelle gravi crisi politico-istituzionale tra gli anni ‘60 e '80.
Dal 1948 al 1976 fu Vicepresidente della Camera dei Deputati e dal 1976 al 1994 fu Senatore. Divenne Vicepresidente della Commissione Difesa di Camera e Senato operando per la democratizzazione delle istituzioni della difesa, militari e civili, e per la loro razionalizzazione, convinto dell’importante ruolo da esse ricoperto per il rafforzamento della democrazia.
Presidente della Fondazione del Corpo Volontari della Libertà (CVL) dal 1991 al 2008, venne anche eletto membro dell’Unione Europea Occidentale e sostenne la coesistenza pacifica, il disarmo bilaterale e bilanciato, la salvaguardia della pace mondiale, il superamento dei blocchi militari, l'integrazione europea e lo sviluppo della democrazia e delle libertà in Italia, in Europa e nei Paesi oppressi da regimi dittatoriali e coloniali. Critico nei confronti del socialismo reale, aiutò la resistenza portoghese, spagnola, cilena, greca, argentina, uruguaiana, iraniana contro le dittature. Sostenne la causa indipendentista algerina e vietnamita e quella nazionale curda, quella palestinese e quella antisegregazionista di Nelson Mandela. Fu insignito di tre Croci di guerra e delle medaglie d’onore cecoslovacca, polacca, statunitense, jugoslava e sovietica.
Fu membro del Comitato Centrale e della Direzione nazionale del Partito Comunista Italiano e Presidente della Commissione Centrale di Controllo. Dopo lo scioglimento del Partito Comunista partecipò alla fondazione del Partito Democratico della Sinistra (PDS) e aderì ai Democratici di Sinistra (DS). Venne sempre eletto negli organismi dirigenti nazionali di questi due partiti. Non aderì al Partito Democratico (PD).
Morì a Ravenna il 22 gennaio 2008. Nell'ottobre dello stesso anno è stato ristampato il suo diario di guerra dal titolo Il diario di Bulow.
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Nel suo ultimo messaggio come Presidente onorario dell'ANPI Arrigo Boldrin scrisse: «Nostro compito è raccontare la nostra esperienza partigiana, con le sue luci e le sue ombre. Perché possa essere di esempio e monito per fare comprendere il valore della libertà, il rischio di perderla, il sacrificio che occorre per riconquistarla».
Riportiamo la motivazione della Medaglia d'oro al valor militare conferitagli alla fine della Seconda guerra mondiale:
Ufficiale animato da altissimo entusiasmo e dotato di eccezionale capacità organizzativa, costituiva in territorio italiano occupato dai tedeschi due brigate di patrioti che guidava per più mesi in rischiose e sanguinose azioni di guerriglia. Nell'imminenza dell'offensiva alleata nella zona, sosteneva alla testa del propri uomini e per più giorni consecutivi, duri combattimenti contro forti presidi tedeschi, agevolando così il compito delle armate alleate. Successivamente, con arditissima azione, costringeva il nemico ad abbandonare un'importante località portuale adriatica che occupava per primo. Benché violentemente contrattaccato da forze corazzate tedesche e ferito, manteneva le posizioni conquistate, contrastando con inesauribile tenacia la pressione avversaria. Si univa quindi con i propri uomini alle armate anglo-americane, con le quali continuava la lotta per la liberazione della Patria.
Giorgio Amendola nacque a Roma il 21 novembre 1907. Il padre, liberale di sinistra, fu Deputato e Ministro delle Colonie del Regno; la madre, nata a Vilnius, frequentava i salotti alla moda e gli fece conoscere numerosi intellettuali e gli uomini più in vista dei movimenti politici di destra e del fascismo, come D'Annunzio, Marinetti, Mussolini.
Quando suo padre iniziò ad assumere, a partire dalla seconda metà del 1923, il ruolo di capo riconosciuto dell'opposizione costituzionale al fascismo, crebbe in lui la determinazione di opporsi alle prevaricazioni e alle violenze squadristiche. L’anno successivo, mentre il padre, attraverso l'Unione democratica, diede vita ad una vasta alleanza di forze politiche democratiche, il giovane figlio partecipò all'Unione goliardica della libertà, un'associazione con scopi antifascisti, che raccoglieva liberali, repubblicani, popolari e socialisti.
Nell'autunno del 1926, dopo la morte del padre, avvenuta in Francia a causa dell'ennesimo pestaggio subito a Montecatini, si trasferì a Napoli, dove si laureò in Giurisprudenza. Nel 1929 si iscrisse al Partito Comunista, spinto dal desiderio di assegnare alle élites comuniste una funzione simile a quella assegnata dal padre alle élites liberaldemocratiche e di far vivere il mito di Piero Gobetti per cui il proletariato doveva diventare la "classe portatrice dell'avvenire".
Nella sua analisi il fascismo era la rivelazione delle insufficienze del Risorgimento: era mancata la "rivoluzione" agraria, basata sulla formazione della piccola proprietà contadina. Manifestava un giudizio entusiastico sull'Unione Sovietica, su Stalin, sulla dittatura del proletariato e sulla rivoluzione proletaria come unico mezzo per liberare l'Italia dal fascismo. Nel 1930 assunse la direzione della federazione comunista napoletana e l’anno successivo, al congresso di Colonia, denunciò il "socialfascismo", mise in guardia contro "i più abili manipolatori di ideologie", come Pietro Nenni e Arturo Labriola, che indirizzavano verso sbocchi anticomunisti la crisi della gioventù democratica antifascista, e polemizzò contro Giustizia e Libertà, accusandola di "attivismo generico e sentimentale".
Entrò nella sezione propaganda del partito e poi gli fu affidata la direzione della sezione alleati del proletariato. A Parigi si sentiva un disertore, così chiese di essere inviato dal centro estero come suo rappresentante presso la federazione di Parma. Fu arrestato a Milano nel 1932. Non subì il processo presso il Tribunale speciale in quanto, forse, gli fu riservato un certo riguardo essendo figlio di Giovanni Amendola; venne trasferito nel carcere di Roma e così poté beneficiare dell'amnistia per il decennale del fascismo per i reati minori; per i reati più gravi fu stabilito il non luogo a procedere per insufficienza di prove. In seguito venne portato a Napoli e a Ponza, dove scontò cinque anni di confino. Diresse la biblioteca e tenne un corso sulla storia del Risorgimento. Il confino venne interrotto da due condanne causate dall'essere rimasto implicato in manifestazioni di protesta dei confinati politici contro restrizioni arbitrarie ai loro diritti. Nel 1937 il confino fu commutato in ammonizione. Ritornato a Roma, dovette abbandonare l'Italia ed espatriò clandestinamente a Parigi, dove era nata l'Unione popolare: collaborò al suo quotidiano, La Voce degli Italiani. Si allineò allo stalinismo e diresse la Libreria italo-francese, le Edizioni di cultura sociale, i circoli di Stato operaio. Nel 1939 si trasferì a Tunisi e diresse il quotidiano antifascista Il Giornale, che denunciò l’aggressività del nazismo e del fascismo, espresse solidarietà coi paesi aggrediti e promosse la salvaguardia della pace e l’isolamento degli aggressori. Accusò i fascisti non solo di avere rinnegato le libertà statutarie, ma anche di aver calpestato l'indipendenza nazionale nata dal Risorgimento, legando l'Italia alla Germania in un'alleanza, che si riduceva a una subordinazione. Il quotidiano entrò in crisi dopo la firma del patto di non aggressione tra la Germania e l'URSS.
Amendola tornò a Parigi tra novembre e dicembre del 1939 e chiese un'azione concreta per mantenere l'Italia fuori della guerra; quando l’Italia entrò in guerra, fu incaricato di riorganizzare i lavoratori comunisti italiani e di altre nazionalità (armeni e spagnoli) per preparare un movimento di solidarietà con l'Unione Sovietica che preludesse all'inizio della lotta armata contro gli eserciti che occupavano la Francia, per sostenere il Partito Comunista Francese. Nel novembre 1942 divenne dirigente nel centro estero del Partito Comunista. Quando nell'inverno 1942-43 la Resistenza francese passò all'azione armata, mantenne il collegamento politico tra il Partito Comunista Francese e i “franchi tiratori” italiani, che combattevano coi partigiani francesi soprattutto nelle città. Fu il principale artefice del patto di unità d'azione tra il Partito Comunista Italiano, il Partito Socialista Italiano e Giustizia e Libertà, firmato il 3 marzo 1943, che conteneva le linee di ricostruzione dell'Italia, assumendo a valore fondamentale la libertà, tutelata dalla democrazia del lavoro.
Avendo come obiettivi abbattere il fascismo, riconquistare l'indipendenza nazionale e ristabilire la democrazia, da raggiungere con la più larga intesa tra le forze politiche attraverso l'insurrezione popolare, tornò in Italia nella seconda metà dell'aprile 1943 e partecipò al tentativo di difendere Roma. Si rese conto della sproporzione tra fini e mezzi, perché i comunisti, che puntavano all'insurrezione nazionale, non avevano organizzato un movimento popolare. Si scontrò poi con chi, pur accettando come obiettivo la libertà, la democrazia e l'intesa con gli altri partiti, non voleva rinunciare alla conquista del potere e all'instaurazione della dittatura del proletariato.
Alla caduta del fascismo fu inviato a Roma dalla direzione del partito presso il Comitato centrale delle opposizioni. Approvò il governo formato da Badoglio con i partiti antifascisti per attuare l'armistizio e guidare la lotta contro i tedeschi e rinnovò a nome del Partito Comunista il patto d'unità d'azione col Partito Socialista. Rientrato a Milano, subì critiche e accuse per il suo operato dai nuovi dirigenti comunisti, che, dopo i rischi e i sacrifici affrontati, temevano di essere messi in secondo piano dalla vecchia classe politica, mentre la presenza di uomini legati al potere nell’epoca prefascista dava ai conservatori garanzia di stabilità e continuità.
Il 9 settembre 1943, a Roma, fu il solo comunista a partecipare alla riunione in cui fu decisa dai responsabili dei partiti comunista, socialista, azionista, democristiano, democratico del lavoro, liberale la trasformazione del Comitato delle opposizioni in Comitato di liberazione nazionale. Rappresentò il partito nel comitato esecutivo e nella giunta militare, costituita con i socialisti e gli azionisti; fu comandante delle Brigate Garibaldi e responsabile dei Gruppi di azione patriottica (GAP): autorizzava le azioni militari, compreso l'attentato di via Rasella del 23 marzo 1944, cui sarebbe seguito l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Nel maggio del 1944 tornò a Milano e guidò le formazioni partigiane in Emilia, Veneto e a Torino, dove organizzò l'insurrezione del 26-28 aprile 1945.
Alla fine del conflitto fece parte del gruppo dirigente del partito entrando nel comitato centrale e nella direzione. Nominato membro della Consulta nazionale, divenne Sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi.Fu eletto all'Assemblea costituente e divenne Segretario regionale del Partito Comunista di Campania, Molise e Lucania, sostenendo che la "questione meridionale", così come l'avevano intesa Salvemini e Gramsci, rientrava nella linea politica e culturale del partito. Dal punto di vista etico sostenne lo spirito di disciplina e formò una generazione di politici che interiorizzarono i valori della puntualità e dell'impegno. Promosse la politica di unità nazionale. Fra le tante iniziative realizzate con instancabile attivismo merita attenzione la costituzione, nel 1947, del Fronte democratico del Mezzogiorno, trasformato nel 1950 in Comitato nazionale per la rinascita del Mezzogiorno. Fu fra i fondatori della rivista Cronache meridionali (1954-1964).
Venne eletto Deputato fino all'ottava legislatura (1979). Nel 1953 Togliatti, convinto che fosse conveniente rimuovere da incarichi di potere all'interno del partito uomini ritenuti poco fidati, puntò su di lui per la sua adesione alla scelta democratica nel rispetto della legalità costituzionale, favorendone prima l'elezione a segretario della commissione d'organizzazione e poi l’ingresso nella segreteria del partito. Furono gli anni in cui gli iscritti al partito diminuirono a causa della repressione dei moti ungheresi del 1956, nei cui confronti il gruppo dirigente si allineò con le posizioni sovietiche giudicandoli una controrivoluzione promossa da gruppi reazionari.
Nel 1960 fu responsabile della commissione del lavoro di massa e della sezione economica del partito. Tentò di compiere un'analisi aggiornata della situazione economica dell'Italia, ritenendo che, dopo lo sviluppo tumultuoso dell'industria, fossero invecchiati gli schemi interpretativi adottati dalla sinistra italiana. Pur riconoscendo l’espansione dell'economia italiana, sottolineava il persistente divario tra Nord e Sud, lo spostamento di grandi masse da un'area a un'altra del Paese, lo sfruttamento degli operai. Si trattava di uno sviluppo distorto dall'interesse del capitale monopolistico, pertanto propose la "programmazione democratica", con soluzioni trasversali alle ideologie dei partiti.
Nel 1964 lanciò sulla rivista Rinascita l'idea di un partito nuovo, con una nuova strategia per realizzare il socialismo in Italia. La sua proposta ottenne aspre critiche ed egli continuò a occuparsi con maggiore insistenza dei problemi della classe operaia, delle ripercussioni date dalla congiuntura economica negativa, dalla ristrutturazione tecnologica, dalla nuova organizzazione del lavoro.
Nel testo La classe operaia italiana (1968) riproponeva la funzione unificante, dal punto di vista politico e pedagogico, del Partito Comunista: gli operai avrebbero dovuto accettare l'egemonia e la tutela del partito, riconoscendo ai capi la funzione di guida.
A metà degli anni ’60 entrò a far parte dell'ufficio politico del partito e divenne il responsabile del Centro studi di politica economica (CeSPE).
Europeista, fu inviato nel 1969 al Parlamento di Strasburgo e venne eletto nelle prime elezioni dirette dei parlamentari europei (10 giugno 1979). Il suo programma superava la visione nazionale dei problemi economici e prevedeva un'Europa democratica e pluripartitica, mediatrice di pace tra USA e URSS, fedele all'alleanza atlantica, non ostile ad un capitalismo capace di sottoporre a controllo i monopoli e le multinazionali, in grado di tutelare i lavoratori emigrati, decisa a condurre una lotta a fondo contro delinquenza, droga e terrorismo.
Per lui il partito doveva affermare la propria funzione dirigente, dedicandosi al lavoro, mantenendo vive le attività più che le discussioni; le sezioni del partito non dovevano diventare circoli politico-culturali in mano agli intellettuali, dove l'operaio non si sarebbe sentito partecipe delle attività.
Vista la grave crisi economica degli anni ’70, furono forti, nel 1979, il suo richiamo ai doveri individuali e collettivi e la sua critica al sindacato, con cui cercò di contribuire alla "salvezza dell'Italia dallo sfascio, dal fallimento economico, da una soluzione autoritaria, se non fascista". I suoi interventi suscitarono disagio e critiche nel partito e lo stesso segretario, Enrico Berlinguer, gli rimproverò di avere come obiettivo il “ripristino di un sistema di equilibri economici e sociali che appartengono al passato". I consensi ottenuti dai partiti moderati e liberaldemocratici gli procurarono, invece, la fama di uomo capace di elevarsi al di sopra degli interessi di parte, come un vero maestro di vita, custode dell'interesse comune della nazione.
Morì a Roma il 5 giugno 1980. Raccontò la sua vita in alcuni libri di memorie, come Una scelta di vita e Un’isola.
Fonti
Nel discorso alla Camera del 5 giugno 1952 Giorgio Amendola si soffermò sulla domanda chiave della sua ricerca esistenziale, che riguardava il motivo per cui uno Stato democratico avesse capitolato di fronte a un gruppo di avventurieri. La risposta a tale domanda determinò la sua scelta di vita.
Bisognava andare più a fondo per comprendere il fenomeno, per comprendere che cosa era avvenuto; bisognava ricercare nella società italiana, nelle sue forze sociali, nei suoi contrasti di classe, nelle sue contraddizioni, nell’insufficienza della democrazia prefascista; bisognava ricercare nel modo stesso che, nel secolo scorso, si era formata l’unità italiana, i motivi della crisi politica che nel dopoguerra aveva permesso l’apparizione e la vittoria del fascismo. Io sono diventato comunista, da liberale che ero, perché il comunismo mi diede questa risposta: Gramsci mi diede questa indicazione e ci dimostrò quali erano le cause, i motivi di questa tragedia, che cos’era il fascismo, e come esso non fosse caduto dal cielo.
Elisabetta Conci nacque a Trento il 23 marzo 1895. Suo padre era stato eletto alla Dieta di Innsbruck e al Parlamento Austro-Ungarico, dove si batté per l’autonomia del Trentino. Internato a Linz fino al maggio 1917 per il suo patriottismo, alla fine della guerra divenne commissario per l’amministrazione della nuova provincia italiana e dal 1920 fu senatore del Regno d'Italia per il Partito Popolare Italiano, incarico che mantenne nel secondo dopoguerra, con la Democrazia Cristiana, fino al 1953.
Dopo aver frequentato il liceo a Innsbruck ed essersi diplomata in pianoforte, come la madre, Elisabetta Conci raggiunse la famiglia confinata a Linz e, in seguito al reperimento di materiali di propaganda nel suo appartamento, subì un processo per irredentismo, ma non venne giudicata grazie all'amnistia alla morte dell’imperatore nel 1916.
Iscritta alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Vienna, si trasferì poi alla Facoltà di Lettere dell'Università di Roma dove si laureò. Partecipò alla Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) e divenne Presidente della sezione romana.
A Trento iniziò l’opera di organizzazione della gioventù femminile. Insegnò lingua tedesca e collaborò alla creazione di centri di studio e assistenza, doposcuola gratuito e mense per studenti, rimanendo attiva nel campo dell'assistenza all'infanzia, dell'assistenza sociale e della formazione professionale femminile.
Iscritta nel 1933 al Fascio femminile di Trento, fu molto critica verso il governo fascista, in particolare per le leggi razziali e l’ingresso in guerra. Durante il conflitto continuò le attività assistenziali e contribuì al processo di costruzione della Democrazia Cristiana.
Nel 1945 entrò nel Comitato provinciale della Democrazia Cristiana trentina per i gruppi femminili e fu la prima donna a intervenire in un congresso provinciale del partito. Contribuì alla riattivazione dell'Opera nazionale di assistenza all'infanzia delle regioni di confine (ONAIRC) e dell'Istituto professionale femminile; promosse la costituzione a Trento della Scuola superiore di servizio sociale. Venne eletta Deputato alla Costituente e fece parte del Comitato dei Diciotto, che coordinava e armonizzava il lavoro prodotto dalle tre Sottocommissioni; si occupò degli statuti delle Regioni ad autonomia speciale in relazione al testo Costituzionale e intervenne in particolare nella discussione sul disegno di legge relativo allo statuto speciale per il Trentino e l’Alto Adige, accogliendo le rivendicazioni di autonomia degli altoatesini di lingua tedesca. Nel 1947 divenne vice delegata nazionale del Movimento femminile democristiano.
Fu eletta alla Camera dei deputati per quattro legislature e fece parte della I Commissione Affari interni, Ordinamento politico e amministrativo, Affari di culto, Spettacoli, Attività sportive, Stampa, della III Commissione Diritto, Procedura e Ordinamento giudiziario, Affari di giustizia, Autorizzazione a procedere, della IV Commissione Finanze e Tesoro, dell'XI Commissione Lavoro, Emigrazione, Cooperazione, Previdenza e Assistenza sociale, Assistenza post-bellica, Igiene e Sanità pubblica, della Commissione speciale per l'esame delle proposte di legge costituzionali concernenti l'Alta Corte per la Regione siciliana e la Corte Costituzionale, della rappresentanza della Camera all'Assemblea consultiva del Consiglio d'Europa e della Commissione speciale per l'esame del disegno e delle proposte di legge concernenti provvedimenti per la città di Napoli.
Fu cofirmataria, fra le altre, delle proposte di legge per la tutela del rapporto di lavoro domestico, per la costituzione di un corpo di polizia femminile, per l'istituzione dell'Alto Commissariato per il lavoro all'estero, per l'ammissione delle donne all'ufficio di segretario comunale e provinciale e agli uffici dipendenti dalle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, per l’adozione dei minori in stato di abbandono, per la tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri e per l'ordinamento della professione e l’istituzione dell'albo degli assistenti sociali. Dal 1952 divenne segretaria del gruppo Dc alla Camera.
Per l'attaccamento al partito e l'attiva azione politica venne definita dagli avversari «la pasionaria bianca». Nel 1954 fu eletta delegata nazionale del Movimento femminile della Democrazia cristiana.
Convinta europeista, prese parte alla delegazione italiana al Parlamento europeo di Strasburgo e, nel 1955, fu tra le fondatrici dell'Unione femminile europea, di cui divenne Presidente nel 1959.
Componente del comitato direttivo del gruppo parlamentare della Democrazia cristiana, ricevette diversi riconoscimenti tra cui la Croce "Pro Ecclesia et pontifice" conferitale da Paolo VI per il servizio prestato alla Chiesa «nell'umiltà e soprattutto in assoluto disinteresse di sé».
Morì a Mollaro in Valle di Non il 1° novembre del 1965.
Fonti
L'8 marzo 1947 Elisabetta Conci, nel Discorso alla Camera per la celebrazione della Giornata della donna, affermò che «il primo compito nostro, il più sacro e il più alto, è la famiglia [...] per questo [...] reclamiamo dalla nuova Costituzione quelle nuove disposizioni di legge, come il salario familiare, come i limiti al lavoro delle donne, che le permettano di svolgere in pieno la sua funzione familiare. Ma noi sentiamo oggi che una più vasta famiglia richiede il nostro sacrificio e la nostra dedizione: che tutto il popolo nostro è la nostra famiglia. Noi ci proponiamo di lavorare con quello spirito che è cemento di ogni vita familiare, spirito di volontà, di fermezza nella difesa di ciò che è equo, di serenità, di comprensione, ma più di tutto di fraternità [...]. Con questi sentimenti noi donne ci proponiamo di lavorare alla ricostruzione sociale e politica del nostro Paese».
Giorgio La Pira nacque a Pozzallo, in provincia di Ragusa, il 9 gennaio 1904. Da giovane strinse amicizia con Salvatore Quasimodo, frequentò i circoli futuristi, ammirò il nazionalismo di Gabriele D'Annunzio, lesse gli autori russi, fra cui Dostoevskij. Negli anni 1921-22 ebbe la crisi spirituale che lo portò alla riscoperta della fede e della tradizione cristiana. Si laureò in Giurisprudenza a Firenze e divenne terziario domenicano con il nome di fra' Raimondo. Negli anni Venti e Trenta ottenne diversi incarichi universitari a Firenze, Siena e Pisa e vinse una borsa di studio presso le Università di Vienna e Monaco di Baviera. Nel 1936 divenne ordinario di Istituzioni di diritto romano presso l'ateneo fiorentino.
Nel 1928, entrato nell'Istituto secolare dei missionari della Regalità di Cristo, legato al movimento spirituale del Terz'Ordine francescano, pronunciò i voti di povertà, castità, obbedienza. Si impegnò nell'Azione cattolica fiorentina e animò un'innovativa esperienza pastorale nella parrocchia operaia di Rifredi. Nel 1934 dette vita, prima a S. Procolo poi alla Badia, alla "messa del povero" in cui, dopo la celebrazione, si rivolgeva ai fedeli con una predicazione laica e praticava un'assistenza caritativa, coinvolgendo i giovani della città. Nel 1937 fondò la Conferenza di S. Vincenzo "Beato Angelico", che si riuniva presso la Libreria editrice fiorentina (LEF), una piccola casa editrice cattolica. Strinse amicizia con Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, e conobbe don Raffaele Bensi, sacerdote legato alla Gioventù di Azione cattolica e noto per gli orientamenti antifascisti. Nel 1936 fu accolto nella comunità domenicana di S. Marco. Prese le distanze dalle iniziative del regime, soprattutto dopo l'emanazione delle leggi razziali: condannava il razzismo e affermava l'uguaglianza di tutti gli uomini.
Nel novembre 1941 organizzò presso il convento di S. Marco una "settimana di cultura cattolica" che suscitò un'inchiesta della polizia politica. Alla fine di settembre del 1943, in seguito a una perquisizione nazifascista del convento durante la quale risultò tra i ricercati, si ritirò a Fonterutoli, presso Siena; in novembre, in seguito a un mandato di cattura nei suoi confronti, si diresse a Roma, dove ottenne una tessera di riconoscimento della Città del Vaticano come collaboratore de L'Osservatore romano. Nel settembre 1944, dopo la liberazione di Firenze, rientrò in città e venne nominato presidente dell'Ente comunale di assistenza.
Fu eletto alla Costituente nelle liste della Democrazia cristiana. Membro della Commissione dei Settantacinque, relatore nella prima sottocommissione sui Diritti e doveri dei cittadini, intervenne su molti temi e, in assemblea generale, nel dibattito che precedette la votazione finale, propose di porre all'inizio della Costituzione il riferimento al "nome di Dio", che non fu accolto. Contribuì all’elaborazione dello storico compromesso con Togliatti che portò all'approvazione dell'articolo 7.
Eletto alla Camera nel 1948 e nominato, nel quinto governo De Gasperi, Sottosegretario al ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, appoggiò le lotte sindacali e fondò, con Giuseppe Dossetti, la rivista Cronache sociali. Dopo due anni, per dissensi su alcuni aspetti della politica economica e sociale del governo, si dimise.
Nel 1951 venne eletto sindaco di Firenze, sostenendo una linea politica aperta alle istanze del cattolicesimo sociale. Desideroso di studio e di vita ascetica e contemplativa, quando gli era stato chiesto di fare il Sindaco trascorse un’intera notte in preghiera; alla fine avrebbe detto: “Vogliono così, e noi faremo così!”. Si occupò degli sfrattati e dei senza tetto, cercando di dare una soluzione al problema dell'emergenza abitativa, e dei disoccupati, appoggiando le lotte operaie delle fabbriche fiorentine del Pignone, che contribuì a salvare facendo intervenire lo Stato e sottolineando, con gli industriali il principio di solidarietà e il principio di fraternità (tale intervento suscitò polemiche nella stampa moderata e in ambito cattolico). La Pira sapeva bene che la realtà era molto lontana dagli ideali di umanità e di civiltà a cui aspirava, e denunciava il divario tra paesi ricchi e paesi impoveriti, tra soggetti benestanti e popolazione in miseria; sapeva che non si possono esercitare i diritti se non si ha accesso ai beni comuni.
Il suo metodo politico promuoveva costantemente l’incontro e il dialogo e la sua instancabile azione nasceva dall’attenzione ai più deboli e tendeva sempre a unire: aveva come obiettivo la tutela dei bisognosi e cercava di intervenire sulle patologie del sistema economico, trovando percorsi e regole nuove che favorissero la giustizia e la libertà di ciascun membro del corpo sociale. Operò perché tutti avessero il lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria, la scuola, un luogo degno per pregare. La questione sociale, il cui cuore è l’economia, aveva come chiave fondamentale il lavoro. Per questo indicò come obiettivo prioritario dell’agire politico la piena occupazione ed ebbe sempre presente la dignità dell’uomo e della donna che lavora.
Si interessò alla politica estera perché vedeva tutto interconnesso, e stabilì relazioni internazionali tra Firenze e le città del mondo. In campo internazionale operò a favore della pace, adoperandosi per far uscire la produzione delle armi dalla stessa logica degli investimenti e del mercato; propose la riconversione delle industrie belliche in fabbriche per uso civile: sapeva che la guerra è inutile strage e che la violenza non è in grado di garantire la pace. Organizzò i convegni internazionali "Per la pace e la civiltà cristiana". Cercò di tenere unite le varie espressioni culturali presenti all’interno del cristianesimo e di incoraggiare il dialogo tra culture diverse; negli ultimi convegni ci fu una significativa presenza di rappresentanti del mondo arabo. La necessità di un confronto politico più specifico fece nascere a Firenze dal 1958 al 1964 i quattro Colloqui mediterranei, dove si ebbe un primo tentativo di dialogo tra arabi ed ebrei e un approccio alle tematiche relative al rapporto Nord-Sud. La consapevolezza del ruolo di primo piano rivestito dalle città nella costruzione della pace portò all’organizzazione, nel 1955 a Firenze, del Convegno dei sindaci delle capitali del mondo, che firmarono un appello contro la guerra nucleare. In piena Guerra Fredda sosteneva la necessità di costruire ponti culturali e relazioni economiche tra le città, edificando la pace attraverso la strategia del dialogo.
Malgrado l’incremento dei voti democristiani nelle elezioni amministrative del 1956, non fu facile per Giorgio La Pira gestire la coalizione e si dimise da sindaco. Eletto nel 1958 alla Camera, nel 1961 divenne nuovamente sindaco di Firenze in una delle prime giunte di centro-sinistra. Le novità che stavano affiorando nel pontificato di Giovanni XXIII e nel Concilio Vaticano II lo portarono ad abbandonare il modello della civiltà cristiana e a considerare i temi della libertà religiosa e della libertà di coscienza, per costruire un rinnovato rapporto della Chiesa con la società e con la storia.
Nel 1961 si impegnò in un'azione diplomatica per evitare la prima esplosione nucleare sovietica. Quando nacquero i dibattiti sull'obiezione di coscienza, collegati al processo al primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, tenutosi a Firenze nel 1962, e ai successivi processi per "apologia di reato" contro padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani, organizzò la proiezione del film Tu ne tueras point di Claude Autant-Lara, di cui era stata proibita la circolazione.
Nel novembre 1964 ritirò la candidatura a sindaco e lasciò questa carica, ma continuò a promuovere una vasta azione diplomatica per una soluzione politica della guerra del Vietnam. Nell'aprile 1965 si tenne a Firenze un simposio internazionale per la pace in Vietnam, con parlamentari inglesi, francesi, sovietici. Dal convegno ebbe origine il viaggio ad Hanoi, dove incontrò Ho Chi Minh e Pham Van Dong, e la proposta di pace trasmessa al governo americano tramite Amintore Fanfani, Ministro degli Esteri e presidente dell'Assemblea generale dell'ONU. L'iniziativa fallì e La Pira subì violenti attacchi giornalistici; quando si giunse alla pace, gli accordi presentavano sostanziali punti di contatto con i suoi suggerimenti.
Nel periodo delle censure arrivate dalla curia fiorentina e romana, che alla fine degli anni ‘50 aveva allontanato alcuni religiosi legati a lui, proseguì e ampliò l’intensa attività politico-diplomatica internazionale sui temi del disarmo nucleare e della distensione con numerosi viaggi e iniziative; dal 1967 divenne presidente della Federazione delle città unite. Propose gemellaggi per approfondire la cooperazione tra le città dell'Ovest, dell'Est e del Sud del mondo; partecipò nei primi anni Settanta alle iniziative per le conferenze di convergenza, come quella di Helsinki per la sicurezza e cooperazione in Europa (CSCE), quella di Parigi sulla fine della guerra e il mantenimento della pace in Vietnam, quella di Ginevra per il cessate il fuoco in Medio Oriente dopo la quarta guerra arabo-israeliana.
Si impegnò nella campagna per il referendum sul divorzio (13 maggio 1974), in appoggio alla richiesta di abrogazione della legge Fortuna-Baslini. Nel 1976 si candidò come capolista alla Camera dei deputati, dove fu eletto con un alto numero di preferenze. La sua candidatura rispondeva alla candidatura nella Sinistra indipendente di non pochi cattolici che nel passato gli erano stati molto vicini.
Morì a Firenze il 5 novembre 1977. Il suo funerale, a cui parteciparono molte persone, con esperienze diversissime fra loro, fu la conferma del rapporto profondo che aveva instaurato con la Chiesa e la città. Nel gennaio 1986 il cardinale Silvano Piovanelli, arcivescovo di Firenze, aprì il processo diocesano per la causa di beatificazione; nel 2018 è stato dichiarato venerabile da papa Francesco.
Fonti
Nel discorso tenuto a Firenze il 2 ottobre 1955 durante il Convegno dei sindaci delle capitali del mondo Giorgio La Pira sottolinea il valore insostituibile delle città. Ne riportiamo alcuni stralci.
Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietra: […] Tutti si chiedono: - che sarebbe il mondo umano privato di questi centri essenziali, di queste fontane insurrogabili, di questi fari creatori di luce e di civiltà? Ecco il problema fondamentale dei nostri giorni: il quale ha anche una sua precisa impostazione giuridica. È il seguente. Hanno gli Stati il diritto di distruggere le città? Di uccidere queste "unità viventi" - veri microcosmi nei quali si concentrano valori essenziali della storia passata e veri centri di irradiazione di valori per la sto ria futura - con le quali si costituisce l'intiero tessuto della società umana, della civiltà umana? La risposta, a nostro avviso, è negativa. Le generazioni presenti non hanno il diritto di distruggere un patrimonio a loro consegnato in vista delle generazioni future! Il diritto all'esistenza che hanno le città umane è un diritto di cui siamo titolari noi delle generazioni presenti, ma più ancora quelli delle generazioni future. Un diritto il cui valore storico, sociale, politico, culturale, religioso si fa tanto più grande quanto più riemerge, nella attuale meditazione umana, il significato misterioso e profondo delle città. Ogni città è una città sul monte, è un candelabro destinato a far luce al cammino della storia. Ciascuna città e ciascuna civiltà è legata organicamente, per intimo nesso e intimo scambio, a tutte le altre città ed a tutte le altre civiltà: formano tutte insieme un unico grandioso organismo. Ciascuna per tutte e tutte per ciascuna. Storia e civiltà si trascrivono e si fissano, per così dire, quasi pietrificandosi, nelle mura, nei templi, nei palazzi, nelle case, nelle officine, nelle scuole, negli ospedali di cui la città consta. Le città restano, specie le fondamentali, arroccate sopra i valori eterni, portando con sé, lungo il corso tutto dei secoli e delle generazioni, gli eventi storici di cui esse sono state attrici e testimoni. Restano come libri vivi della storia umana e della civiltà umana: destinati alla formazione spirituale e materiale delle generazioni venture. Restano come riserve mai esaurite di quei beni umani essenziali - da quelli di vertice, religiosi e culturali, a quelli di base, tecnici ed economici - di cui tutte le generazioni hanno imprescindibile bisogno. La città è lo strumento in certo modo appropriato per superare tutte le possibili crisi cui la storia umana e la civiltà umana vanno sottoposte nel corso dei secoli. La crisi del nostro tempo - che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano - ci fornisce la prova del valore, diciamo così, terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Ebbene: questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia e nella cui tradizione essa è organicamente inserita. E prima di finire questo discorso sul valore delle città sul destino per la civiltà intiera e per la destinazione medesima della persona, permettete che io dia un ammirato sguardo di insieme alle città millenarie, che come gemme preziose, ornano di splendore e bellezza le terre dell'Europa e dell'Asia. […] Ognuna di queste città non è un museo ove si accolgono le reliquie, anche preziose, del passato; è una luce ed una bellezza destinata ad illuminare le strutture essenziali della storia e della civiltà dell'avvenire. Le città non possono essere destinate alla morte: una morte, peraltro, che provocherebbe la morte della civiltà intiera.
Angiola Minella nacque il 3 febbraio 1920 a Torino. Il padre fu assassinato il 13 giugno del 1932 con tre colpi di rivoltella sul pianerottolo di casa da un ex collega avvocato, in un attentato di matrice fascista. Frequentò il liceo classico "Massimo d'Azeglio" (fu compagna di banco di Gianni Agnelli). Dopo lo scoppio della guerra, superò il primo anno di Corso per infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, cominciando ad operare nell'ospedale provvisorio di Bra, in provincia di Cuneo. Si laureò in Lettere e Filosofia.
A Bra entrò in contatto con gruppi di partigiani badogliani e con loro partecipò alla Resistenza, nel novembre 1944. Dopo una serie di bombardamenti su Torino in cui venne rasa al suolo anche la sua casa, lasciò la città e si trasferì prima a Desenzano e poi a Noli presso la nonna materna. Proseguì nell’attività di crocerossina spostandosi tra Bra e Noli dove entrò nelle formazioni garibaldine. Fu partigiana combattente dal 1° gennaio 1945 e si impegnò come staffetta nella Squadra di azione partigiana (Sap) "Antonio Gramsci" brigata "Vincenzo Pes", una delle formazioni semiclandestine che operavano nella zona di collina come collegamento tra i partigiani in montagna e i Gruppi di azione partigiana (Gap) in città. In seguito a questa esperienza aderì alla Resistenza comunista. Al termine del conflitto fu insignita del riconoscimento di "partigiana combattente" e della "croce di guerra".
Dopo la Liberazione frequentò la sezione del Partito Comunista di Savona e si dedicò all'organizzazione dell'Unione donne italiane (Udi), di cui divenne Presidente provinciale a Savona; fece parte della presidenza dell'Udi di Genova e fu attiva collaboratrice della rivista del movimento, "Noi donne".
Portò in Parlamento le istanze femminili e presentò proposte di legge come quella per la garanzia di previdenza sociale a favore delle ostetriche, mossa da ideali di emancipazione del ruolo delle donne nella società; per questo, nell’ambiente parlamentare, era spesso chiamata “deputato delle donne”.
Nell’ottobre del 1945 nacque il Movimento di ospitalità, che promosse la campagna “Salviamo l’infanzia”, consentendo di trasferire i bambini di tutta Italia in difficoltà economiche e sanitarie presso famiglie disponibili ad accoglierli. Questa opera di solidarietà popolare coinvolgeva il partito, le cooperative, i sindacati, coordinati dal “gruppo della stufa rossa” con a capo Teresa Noce. Angiola Minella e Nadia Spano racconteranno l'esperienza nel libro “Cari bambini, vi aspettiamo con gioia... Il movimento di solidarietà popolare per la salvezza dell’infanzia negli anni del dopoguerra” (1980).
Venne eletta membro della segreteria della Federazione provinciale di Savona e consigliera comunale nelle elezioni amministrative del 1946; fu nominata Assessore supplente alla Beneficenza (Sanità e Servizi Sociali).
Fece parte dell’Assemblea Costituente, mostrando di possedere grandi capacità oratorie e forte personalità: nell’aprile del 1948, indignata per le cariche della polizia contro i lavoratori in sciopero, irruppe a Montecitorio dirigendosi verso Giulio Andreotti, Sottosegretario alla Presidenza, per chiedergli di far cessare ciò che stava accadendo a pochi passi dall’Assemblea.
Anche lei, come le altre Costituenti, pensava che il contributo delle deputate alla nascita della Costituzione non fosse ispirato da sterili rivendicazioni di genere, ma dalla consapevolezza che lo sviluppo della società dovesse passare attraverso l’allargamento dei diritti di cittadinanza e sociali alle donne, per costruire una compiuta democrazia nel Paese.
Si dedicò alla solidarietà e promosse una nuova idea di assistenza, contrapposta all’idea di beneficenza come dono offerto dall’alto ai più poveri dalle dame di carità o dalle classi più abbienti, che però continuavano a mantenere i propri privilegi.
Fu eletta alla Camera nel 1948 e nel 1958 e al Senato per due legislature, avendo acquisito un certo prestigio internazionale fra il 1953 e il 1957, quando, non rieletta, fu inviata a rappresentare l’Italia nella Federazione democratica internazionale delle donne (Fdif) con sede a Berlino Est, un ente che diede un contributo fondamentale alla conquista dei diritti delle donne in tutto il mondo; nel 1955 ne divenne segretaria generale. Ebbe così modo di viaggiare e di incontrare esponenti politici di tutto il mondo, ma soprattutto del blocco orientale comunista. Svolse un ruolo di coordinamento tra i movimenti femminili e pacifisti.
Quando dovette prendere posizione, come per la repressione in Ungheria del 1956, la rottura del fronte popolare con i socialisti, il centro-sinistra di Moro nel 1963 e la repressione in Cecoslovacchia del 1968, fu sempre allineata con il Partito. Riteneva che l'esistenza di due blocchi contrapposti svolgesse un ruolo di equilibrio per la pace nel mondo. In occasione del colpo di Stato in Cile nel 1973 si attivò per contrastare il regime di Pinochet e per dar voce ai perseguitati cileni rifugiatisi in Italia. Si schierò a favore del divorzio e dell’aborto.
In Parlamento fu promotrice delle idee che confluirono, negli anni ’70, nella legge di riforma del diritto di famiglia e della riforma sanitaria. Si occupò, infatti, di maternità, infanzia, disoccupazione, pace, istruzione, ambiente e sicurezza sul lavoro. Cercò di porre al centro dell’attenzione politica le categorie più deboli sotto il profilo sanitario e sociale: casalinghe, vedove di guerra, madri, bambini, mutilati di guerra e del lavoro.
Si occupò degli Enti comunali di assistenza e della tutela della maternità e dell’infanzia, riservando una particolare attenzione all’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi). Fu prima firmataria di una proposta di legge (8 febbraio 1962) per l’istituzione del servizio nazionale dei nidi-asilo per la vigilanza diurna e la prevenzione igienico-sanitaria dei bambini fino a 3 anni. Come si legge nel testo, il progresso della società moderna aveva determinato una profonda evoluzione dei principi fondamentali dell’azione assistenziale. Doveva essere riconosciuta la funzione altamente sociale della maternità: la responsabilità di vigilanza e di intervento protettivo non riguardava più soltanto la famiglia, ma tutta la società. Oltre alla tradizionale assistenza «curativa» era maturata l’esigenza dell’assistenza «preventiva», con tutele a partire dai primissimi anni di vita, anche per sconfiggere la mortalità e l’alto indice di malattie in età infantile. Inoltre, l’entrata massiccia delle donne nel lavoro produttivo aveva provocato sostanziali trasformazioni nella vita e nella coscienza della donna, suscitando problemi nuovi e complessi per l’equilibrio materiale e morale della famiglia. Pertanto l’assistenza non poteva più avere carattere facoltativo o caritativo e doveva garantire un’adeguata tutela, attraverso l’intervento pubblico, a tutte le madri, a tutti i bambini e, in primo luogo, alle madri lavoratrici. Pertanto era stato proposto un radicale rinnovamento delle strutture assistenziali alla maternità e infanzia, particolarmente nel settore che riguarda l’assistenza sociale e la vigilanza dei bambini da 0 a 3 anni, con la creazione di una capillare rete di nidi-asilo di carattere pubblico, organicamente distribuiti e democraticamente gestiti in tutto il Paese, destinati alla vigilanza diurna e alla prevenzione sanitaria dei bambini nei primi tre anni di vita. L'Opera nazionale per la protezione ed assistenza della maternità e dell'infanzia (Onmi) aveva, infatti, bisogno di una riforma che prevedesse il collegamento tra il settore assistenziale e altri settori pubblici come scuola, sanità ed enti locali, soprattutto dopo l’istituzione delle Regioni, alle quali la Costituzione attribuiva i poteri in ambito assistenziale e sanitario.
Angiola Minella si impegnò anche nel campo dell’assistenza sanitaria (fece parte della Commissione igiene e sanità alla Camera e poi al Senato e operò a sostegno delle donazioni di sangue e delle vaccinazioni), della pubblica istruzione e della previdenza sociale (con riguardo a invalidi e reduci di guerra). Si occupò di turismo, lavoro portuale, protezione ambientale e sicurezza abitativa.
Si interessò di politica estera e intervenne contro l’adesione al Patto Atlantico, definita “un atto d’asservimento allo straniero, di impegni militari, di provocazione alla guerra”. Si batté contro il colonialismo francese in Algeria e contro l’arruolamento, mediante inganno, di giovani ragazzi italiani nella Legione straniera. Si occupò delle pratiche nei meandri degli uffici perché era convinta del fatto che dietro a ogni pratica ci fosse la vita di una persona. Dal 1972 si impegnò presso la commissione sicurezza sociale della Direzione del Partito per sviluppare la riforma dell’assistenza. In seguito mise in ordine l’archivio della Federazione del Partito Comunista di Genova. Morì a Torino il 12 marzo 1988.
Fonti
Fondazione Archivio Diaristico Nazionale
La lucidità di pensiero che portò Angiola Minella ad agire in maniera incisiva nel campo dell’assistenza è testimoniata dall’intervento tenuto durante la seduta del 25 Maggio 1958 alla Camera dei Deputati, di cui riportiamo alcuni stralci.
La Costituzione sostituisce in modo definitivo ogni residuo concetto dell’assistenza come fatto caritativo, limitato all’ambito dei più poveri, con il moderno concetto dell’assistenza come servizio sociale dello Stato, fondato sul riconoscimento del diritto del cittadino al mantenimento e ad una serie di prestazioni che la società deve fornirgli quando si trovi in determinate condizioni, quali l’indigenza, la malattia, la vecchiaia, la maternità, l’infanzia. [...] In tal senso una vera riforma dell’assistenza in Italia non può, a nostro avviso, impostarsi se non sulla base dell’unificazione e del coordinamento dei vari servizi al centro, sotto la responsabilità di un ministero unico, che a noi, come a molti di voi, sembra dover essere il Ministero della sanità; di un effettivo decentramento di funzioni agli enti locali, alleggeriti dagli attuali controlli prefettizi, rafforzati nella loro autonomia, affiancati da appositi organi collegiali; della instaurazione di un sano rapporto tra iniziativa pubblica e privata sulla base di una chiara definizione delle funzioni e dei limiti di queste e di un adeguato rafforzamento dei servizi e degli istituti a carattere pubblico. [...] Ma, soprattutto, una vera riforma dell’assistenza non può – a nostro avviso – non basarsi, come punto essenziale di partenza, se non su di un metodo nuovo di definizione e di accertamento del bisogno, metodo realistico di ricerca e di valutazione che metta al centro di tutto il sistema l’assistito, con le sue sofferenze, le sue necessità, la sua reale condizione umana, la sua dignità personale, proporzionando gli aiuti all’entità reale dei bisogni, cosicché l’assistenza possa essere liberata da tutto quello che di arbitrario, di discriminatorio, di umiliante, di fiscale persino, la caratterizza ancora oggi, per trasformarsi in un effettivo pieno diritto umano e sociale.
Giancarlo Pajetta nacque a Torino il 24 giugno 1911. La sua identità politica fu segnata dal quartiere operaio in cui visse, borgo S. Paolo, sentendo parlare in casa di Ordine nuovo di Antonio Gramsci, di Energie nuove di Piero Gobetti e della scissione dei comunisti dal Partito Socialista. Iscritto alla Federazione giovanile comunista, da giovanissimo si dedicò all’attivismo politico: aveva iniziato gli studi al liceo d’Azeglio, ma nel 1927 fu espulso da tutte le scuole del Regno per tre anni, per aver fatto propaganda comunista e aver parlato contro la religione, e fu arrestato e condannato a due anni di carcere minorile per propaganda sovversiva, avendo distribuito volantini antifascisti. Nel 1928 venne trasferito a Roma, in attesa del processo, e poi a Forlì, da dove scriveva ai suoi familiari di non temere la solitudine e di trascorrere le giornate impegnato nel lavoro e nella lettura. Anni dopo dirà di aver usato nelle lettere un linguaggio rassicurante per non "spaventare nessuno a proposito di una vita che altri avrebbe dovuto avere il coraggio di affrontare" e per allontanare da sé "lo sconforto e il dubbio".
Scarcerato alla fine del 1929, contribuì alla creazione di una rete clandestina. La sua esperienza politica maturò quando assunse responsabilità direttive importanti, come segretario della Federazione giovanile comunista, delegato del partito al congresso di Colonia e rappresentante dell’organizzazione giovanile comunista italiana all’Internazionale giovanile a Mosca. Viaggiò da Parigi a Berlino, da Berlino a Mosca, dove visse quelle esperienze che definivano l’identità del movimento comunista internazionale e creavano solidarietà. Propose una più intensa attività di propaganda fra i giovani e fra i militari e diverse volte rientrò illegalmente in Italia per promuovere l’organizzazione giovanile.
Nel 1933 fu di nuovo arrestato e condannato a 21 anni di detenzione dal tribunale speciale. In carcere continuò la sua attività politica e la sua formazione culturale come membro attivo della ‘Università del carcere’ a Civitavecchia, dove fu trasferito nel 1934. Anche durante questa seconda detenzione, più dura della prima, scrisse lettere rassicuranti. In quella del 2 gennaio 1940 citò a memoria, per descrivere il suo stato d’animo, un discorso di Stalin nel quale i pescatori sorpresi dalla tempesta si dividevano fra naufraghi disperati ed eroici marinai. "Io aggiungo molto modestamente che non è escluso si possa andare a fondo in tutte e due le maniere ma che comunque non sarà mai la prima quella che vorrei scegliere". La citazione mostra come circolassero i testi marxisti-leninisti nelle carceri. Malgrado il rifiuto del crocianesimo espresso in una lettera, lesse anche le opere di Benedetto Croce, per non “rifiutare quel tanto di oro fino che c’è senza dubbio nei suoi libri”. Era interessato a “capire che cosa fosse l’Italia del De Sanctis, del Cuoco, del Colletta, l’Italia del Labriola. E anche l’Italia degli ultimi anni, di Croce e di Gentile, estranei e nemici per certi aspetti ma che noi ricercavamo come elemento della realtà”.
Liberato dopo la caduta di Mussolini, si impegnò nella riorganizzazione del Partito Comunista, svolse un ruolo significativo nell’unificazione delle forze partigiane nel Corpo volontari della libertà e fu di fatto il Vicecomandante generale delle brigate Garibaldi. In rappresentanza del Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) si recò a Roma negli ultimi mesi del 1944 per trattare con gli Alleati e con il governo Bonomi l'accordo politico-militare che avrebbe portato al riconoscimento delle formazioni partigiane come formazioni regolari e all'attribuzione al CLNAI delle funzioni di governo nell’Italia occupata. Rimasto al Sud, ebbe la responsabilità del movimento giovanile comunista e prese parte alle riunioni degli organi dirigenti del partito.
Dopo la Liberazione fu nominato direttore dell’edizione milanese dell’Unità e segretario della federazione comunista di Milano, dove si era spostato poco dopo il 25 aprile 1945. Venne eletto alla Consulta, all'Assemblea Costituente e, nel 1948, alla Camera dei deputati, dove è stato riconfermato per dodici mandati. Durante le tensioni nate dalla rottura dell’unità fra le forze antifasciste, nel 1947 partecipò all’occupazione della prefettura di Milano, punto culminante della protesta per l’allontanamento del prefetto della Resistenza.
Dal 1946 al 1986 fu membro della direzione del Partito Comunista, poi divenne Presidente della commissione di garanzia. Si dedicò alle questioni estere e dal 1970 fu responsabile della commissione per la politica internazionale, promuovendo un’unità non fittizia del mondo comunista e il riconoscimento delle diversità dei movimenti nazionali anticolonialisti e antimperialisti in diverse parti del mondo. Sostenne i vari fronti di liberazione nazionale (dall’Algeria al Vietnam), l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’Egitto di Nasser. Propose il tema dell’unità nella diversità. Dal 1984 fu anche parlamentare europeo.
Nel PCI degli anni Settanta e Ottanta, rappresentò una posizione di centro e riconobbe gli errori commessi negli anni dello stalinismo, definendoli il frutto di tragiche e travagliate necessità e nutrendo sempre una fede totale verso il comunismo. Non ebbe mai il timore di esprimere le proprie opinioni anche quando queste erano in disaccordo con la linea ufficiale del partito alle cui linee guida si atteneva, però, scrupolosamente. Rimproverò al leader sovietico Bresnev e ai suoi successori di aver mentito sulle reali condizioni dell’Urss e del comunismo sovietico.
Visse con dolore con dolore la crisi che avrebbe portato allo scioglimento del Partito Comunista. Morì a Roma il 13 settembre 1990.
Vittoria Titomanlio nacque a Barletta, in provincia di Bari, il 22 aprile 1899. Conseguì il diploma magistrale e insegnò nelle scuole elementari. Fece parte del Consiglio diocesano di Napoli ed entrò nella Gioventù femminile dell’Azione cattolica. Nel 1932 venne nominata propagandista nazionale, per cui teneva corsi e relazioni tra i lavoratori e le lavoratrici in tutta Italia, e nel 1936 entrò a far parte del Consiglio superiore e venne nominata incaricata regionale per la Campania.
Dopo il 1943 fu consigliere nazionale dell’Associazione italiana maestri cattolici e segretaria provinciale dell’Associazione Cattolica Lavoratori Italiani (Acli), delegata nazionale del Movimento femminile per l’artigianato italiano e membro del comitato consultivo ministeriale per l’artigianato e le piccole industrie; entrò a far parte del Consiglio nazionale del Movimento Femminile della Democrazia Cristiana e, nel 1947, del suo Comitato centrale.
Fu eletta all’Assemblea Costituente e poi al Parlamento per quattro legislature. Si occupò di assistenza, industria, commercio, e istruzione. Fece parte delle Commissioni Lavoro e Previdenza Sociale, Istruzione e Belle Arti, Industria e Commercio. Partecipò alla commissione per la Disciplina giuridica delle Imprese artigiane e a quella parlamentare consultiva per l'Assicurazione obbligatoria contro le malattie per gli artigiani; fu presidente e dirigente di varie istituzioni legate al mondo delle professioni, in particolar modo dell’artigianato, che, all'interno della realtà meridionale ampiamente deindustrializzata, non era regolato da norme certe ed era scarsamente protetto (riuscì ad assicurare ai lavoratori del settore il basilare diritto alla salute). Divenne presidente del Collegio dei sindaci della sezione campana del Sindacato nazionale musicisti. La sua lunga militanza nell'Azione Cattolica e nelle organizzazioni di volontariato l’avevano portata a conoscere in modo diretto e approfondito i problemi della città di Napoli e con questo bagaglio di esperienze diede un contributo significativo ai lavori della Commissione per i provvedimenti su Napoli, istituita nella III legislatura. Contribuì alla tutela dell’autonomia regionale come espressione di libertà e democrazia. Morì il 28 dicembre 1988 a Napoli.
Fonti
Amintore Fanfani nacque a Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo, il 6 febbraio 1908. Frequentò il liceo scientifico ad Arezzo, dove seguì le lezioni di storia dell'arte e di disegno del professore e pittore Guglielmo Micheli, allievo di Giovanni Fattori e primo maestro di Amedeo Modigliani. Nel 1920 si iscrisse all’Azione cattolica e divenne guida dell'Unione studenti medi a Sansepolcro. Si trasferì poi a Milano per studiare all’Università Cattolica del Sacro Cuore fondata nel 1921 da padre Agostino Gemelli e si laureò in Scienze economiche e sociali. Padre Gemelli, avendo notato la sua intelligenza, lo avviò alla ricerca e all’insegnamento: nel 1933 divenne direttore della Rivista internazionale di scienze sociali e iniziò a insegnare Storia delle dottrine economiche alla Cattolica fino al 1955, quando si trasferì all’Università di Roma. Si iscrisse al Partito nazionale fascista (PNF) per non avere problemi accademici. Studiò, fra le altre cose, le origini del capitalismo nel rapporto con cultura e religione, fornendo un giudizio fortemente critico sul capitalismo, grazie anche allo studio della crisi del 1929 e dei suoi devastanti effetti.
Nella veste di consigliere privilegiato di padre Gemelli, si interessò anche al dibattito culturale contemporaneo, in cui si cercava di ricondurre il fascismo a un orizzonte cattolico e moderato, usando il corporativismo come mediazione tra dottrina sociale cattolica e Stato autoritario e appoggiando l’imperialismo etiopico e la politica razziale, all’interno della concezione cattolica per cui lo Stato era un mezzo e non un fine e l’etica limitava la politica. Tale orientamento mutò nel corso del 1942, quando il giudizio verso il fascismo divenne sempre più critico. Rimanendo ordinario alla Cattolica, assunse nel 1938 anche l’insegnamento di Storia economica presso l’Istituto superiore di Scienze economiche e commerciali di Ca' Foscari, a Venezia, dove tenne i corsi di Storia economica e di Storia delle dottrine economiche. Nell’autunno 1940 prese parte agli incontri sulle novità della guerra e sui loro possibili effetti, schierandosi su posizioni mediane. Amico di Giorgio La Pira, dall’ottobre 1941, contattato da Giuseppe Dossetti, partecipò agli incontri in cui si pensava a un futuro postfascista e alla ricostituzione di un partito cattolico. Nel 1942 entrò nell’ufficio direttivo dell’Istituto cattolico attività sociali: la tematica della giustizia sociale cominciava a comprendere un orizzonte politico pluralistico e democratico.
Fu richiamato alle armi nel luglio 1943. Non partecipò alle attività del gruppo di De Gasperi per la nascita di un partito dei cattolici, nonostante Gemelli si stesse convincendo dell’opportunità di tale azione. Dopo l’8 settembre, quando i Tedeschi ordinarono ai militari in servizio di presentarsi ai comandi, decise di espatriare in Svizzera, lasciando la famiglia sfollata a Viggiù, vicino a Varese. Dapprima internato in varie località, si stabilì infine a Losanna. Aveva intanto maturato un giudizio retrospettivo durissimo sul fascismo e alternava squarci di ottimismo a periodi di depressione. Nei campi di internamento organizzò attività religiose e presso l’Università di Losanna insegnò agli italiani espatriati. Negli ultimi mesi dell’esilio si avvicinò alla Democrazia cristiana e, rientrato in Italia nel luglio 1945, divenne collaboratore del Servizio stampa e propaganda (Spes) del partito. Nel 1946 venne eletto nel Consiglio nazionale e poi nella Direzione.
All’interno dell’Assemblea costituente fu nominato nella Commissione dei Settantacinque e nella III sottocommissione si dedicò ai principi economico-sociali; dopo una discussione tra Togliatti, Moro e Dossetti ebbe un ruolo abbastanza importante nello scrivere l’emendamento al primo articolo sul concetto di "repubblica democratica fondata sul lavoro". In questo impegno si consolidò il gruppo che ruotava intorno a Dossetti e che chiedeva una politica riformista a favore della ‘piena occupazione’.
Eletto in Parlamento dal 1948, fu fino al 1968 Deputato e poi Senatore. Nel giugno 1947 divenne Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale nel primo governo De Gasperi senza le sinistre e rimarrà tale nei successivi governi; elaborò il piano Ina-Casa per l’edilizia residenziale pubblica. Rimasto fuori dal sesto governo De Gasperi come tutti i dossettiani, nel luglio 1951 entrò come Ministro dell’Agricoltura nel suo settimo esecutivo e ruppe con Dossetti. Durante la crisi politica del 1953 divenne Ministro degli Interni e nel gennaio 1954 gli fu conferito l’incarico di Presidente del Consiglio: tentò di formare un monocolore democristiano, ma non ottenne la fiducia del Parlamento. A luglio fu eletto Segretario nazionale della Democrazia Cristiana, promuovendo il rilancio e la modernizzazione organizzativa del partito, che assunse una dimensione di massa, indipendente dalla gerarchica ecclesiastica e legato al sistema dell’impresa pubblica.
Propose una linea politica centrista, arrivando ad accordi con il socialista Pietro Nenni, e cercò di avere buoni rapporti internazionali con l’amministrazione Eisenhower: la politica estera democristiana e italiana doveva mettersi al servizio della costruzione della pace, sostenendo l’unità dell’Occidente. Durante i moti di Budapest, nel novembre 1956, tenne una posizione anticomunista. Nel 1957 sostenne la riunificazione socialista “su basi di vera democrazia e di sostanziale autonomia dal comunismo” per realizzare l’asse del centro-sinistra. Nel 1958 fu di nuovo Presidente del Consiglio e mantenne l’interim degli Esteri: avviò il ‘neoatlantismo’, sostenendo una politica nazionale più autonoma e favorendo i fermenti rinnovatori dei popoli del Mediterraneo che avevano ottenuto l’indipendenza, di cui accettava la neutralità.
La concentrazione di potere nelle proprie mani gli procurò un’opposizione interna alla DC e, a causa dei voti contrari dei franchi tiratori in Parlamento, nei primi mesi del 1959 si dimise dalle cariche di Presidente del Consiglio e Segretario del partito.
L’anno successivo collaborò con Moro, il nuovo Segretario, nel tentativo di far nascere un governo aperto all’astensione socialista, che venne osteggiato dalle gerarchie ecclesiastiche e non fu appoggiato dai gruppi parlamentari. A luglio, dopo una lunga crisi, presiedette un governo monocolore democristiano di “convergenza democratica” con i partiti del centro, il cosiddetto governo delle “convergenze parallele”. Nacque così quell'alleanza di centro-sinistra che avrebbe potuto realizzare il riformismo preparato dalla stagione dossettiana, coerente con il riformismo del nuovo quadro internazionale: un riequilibrio dei rapporti sociali favorito dalla crescita economica, che doveva sanare gli squilibri nati nella precedente fase di crescita rapida e disordinata della ricostruzione. Furono realizzate la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, la riforma della tassazione azionaria; restarono in bilico l’attuazione delle regioni a statuto ordinario e la riforma urbanistica.
Con le elezioni del 1963 e la perdita dei voti democristiani, causata, secondo alcuni, da un’accelerazione che aveva spaventato i moderati, le riforme si arrestarono e Fanfani fu escluso dal governo. Consapevole dell'impossibilità di tornare indietro rispetto all’alleanza di centro-sinistra, rivendicò una maggior libertà riformatrice per la DC: se si fosse dato troppo spazio all’area socialista, si sarebbe potuti arrivare a una pericolosa alternativa di sinistra alla Democrazia Cristiana. Tale riflessione incrinava il consenso all’alleanza e favoriva gli ambienti più conservatori e radicalmente ostili al centro-sinistra.
Dopo le dimissioni di Segni, alla fine del 1964 tentò di concorrere all’elezione del Presidente della Repubblica, contro il candidato ufficiale Giovanni Leone, ma non ottenne consensi né dalla sinistra né dalla gerarchia ecclesiastica e lasciò il passo alla convergenza su Giuseppe Saragat. Nel 1965 divenne Ministro degli Esteri nel governo Moro e ricoprì tale carica per più di tre anni, muovendosi con abilità nella dimensione internazionale, tanto che fu designato Presidente della 20^ Sezione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite fra il 1965 e il 1966, con consensi trasversali ai blocchi ed estesi a molti paesi emergenti. La volontà di protagonismo lo portava a sopravvalutare le possibilità per l’Italia di svolgere operazioni di mediazione e pacificazione; i suoi tentativi di allargare i vincoli della politica estera italiana causarono nell’alleanza di governo qualche tensione: nel caso vietnamita, spiccarono le sue prese di distanza dalla strategia dei bombardamenti di Washington dopo il 1966; nel caso mediorientale, elaborò una linea attenta alle ragioni dei paesi arabi, che scontentò soprattutto Nenni e Saragat; in Cina cercò di avvicinare il riconoscimento italiano della Repubblica popolare.
Nel 1968 divenne Presidente del Senato. Assunse una posizione sempre più moderata, preoccupato per le agitazioni sindacali e studentesche e ostile al dialogo con il Partito Comunista. Alla fine del 1971 fu candidato alla Presidenza della Repubblica, ma anche questa volta non fu eletto e venne scelto Giovanni Leone. Nominato Senatore a vita nel 1972, l'anno successivo, quando si riaprì la stagione del centro-sinistra, fu rieletto Segretario del partito, tentando un recupero della ‘centralità’ democristiana, che puntava al consolidamento del rapporto con la Chiesa e i ceti medi. Fu attivo nella campagna referendaria di abrogazione della legge sul divorzio. La sconfitta del 12 maggio 1974 indebolì le sue posizioni e l’anno successivo diede le dimissioni da Segretario. Si chiuse su posizioni anticomuniste, critiche verso il ‘compromesso storico’ che avrebbe portato il Partito Comunista ad appoggiare il governo.
Presidente del Senato dal 1976 al 1982, occupò una posizione istituzionale sobria e defilata. Pubblicò un libro in cui rilanciò la tesi della partecipazione operaia agli utili e alla gestione delle imprese, coerentemente con le vecchie idee di integrazione sociale. Si dedicò alla pittura, partecipando a importanti mostre collettive e ottenendo successi in tutto il mondo con le personali.
Nei giorni del rapimento di Aldo Moro sembrò uno dei dirigenti democristiani più flessibili nei confronti delle proposte di trattativa, pur coltivando parecchi dubbi. Proprio il 9 maggio 1978, quando fu ritrovato il cadavere dello statista, era atteso un suo intervento alla Direzione democristiana.
Appoggiò la posizione che mise fine al periodo dei governi di “solidarietà nazionale” con il Partito Comunista ma sostenne una nuova linea a sinistra della Democrazia Cristiana. Nel 1982 assunse nuovamente la Presidenza del Consiglio in un governo rimasto in carica un anno. Ancora una volta Presidente del Senato fra il 1985 e il 1987, guidò in quell’anno un governo di transizione pre-elettorale e nella successiva legislatura divenne Ministro dell'Interno e poi del Bilancio e della programmazione economica, fino al 1989.
Fu Presidente della commissione Esteri del Senato tra 1992 e 1994. Appoggiò la nascita del nuovo Partito popolare nel 1994. Morì il 20 novembre 1999 a Roma.
Elettra Pollastrini nacque a Rieti il 15 luglio 1908, anno importante per l’emancipazione femminile: si era aperto a Roma il primo Congresso nazionale delle donne italiane con l’intervento di più di 30 associazioni. Si trasferì con la famiglia a La Spezia dove ottenne la licenza tecnica. Morto il padre, nel 1924, insieme alla madre, raggiunse il fratello, rifugiato in Francia per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Grazie a lui iniziò a frequentare gli ambienti degli esuli comunisti e fu reclutata da Teresa Noce. Lavorò come operaia e lottò per difendere i diritti dei lavoratori. Nel 1930 divenne correttrice dei compiti in italiano all’Ecole universelle par correspondance; nel 1932 aderì alla Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà, un’associazione che mostrava come la mancanza di diritti civili e politici fosse un denominatore comune per le donne in moltissimi paesi. Nel 1933 si iscrisse al Partito comunista francese e l’anno successivo prese parte a Parigi, come delegata, al Congresso mondiale contro la guerra e il fascismo. Il crescente impegno nel movimento antifascista la portò a frequentare, nel 1935, una scuola di partito e a iniziare a collaborare al mensile La voce delle donne, che l’anno successivo sarebbe diventato Noi donne. Condusse l'attività politica nei gruppi comunisti di lingua italiana e contribuì a organizzare i comitati dell’Unione Donne Italiane aderenti all’Unione Popolare Italiana cui facevano riferimento gli antifascisti italiani emigrati. Prese parte nel 1936 alle riunioni dei comitati per la propaganda contro il fascismo e la guerra in Abissinia. Nel 1937, al tempo della guerra civile, fu inviata in Spagna come componente di una delegazione internazionale femminile per gli aiuti e la solidarietà al popolo spagnolo e partecipò al congresso delle donne spagnole a Barcellona e Valencia.
Nonostante fosse stata dichiarata “indesiderabile” dalle autorità, nel 1938 rientrò in Francia, dove organizzò i comitati femminili dell'Unione Popolare Italiana e collaborò alla Voce degli italiani come stenodattilografa e traduttrice. Strinse amicizia con Maria Luigia Nitti, figlia dello statista Francesco Saverio, a casa del quale fu occupata come cameriera. Questa sua frequentazione, insieme alla relazione con un esule antifascista, destò i sospetti della polizia italiana, che iniziò a compiere indagini su di lei e la segnalò per l’arresto. Nel 1939 fu arrestata e rinchiusa prima nel carcere femminile della Roquette a Parigi, poi nel campo di concentramento di Rieucros, dove incontrò Teresa Noce. Nel 1941 fu trasferita a Marsiglia, poi a Mentone e infine consegnata alle autorità italiane, che la portarono a Rieti, dove le fu diagnosticata una tubercolosi; per questo motivo, quando fu dimessa non fu inviata nelle colonie confinarie, ma venne assegnata al confino a Rieti. Nonostante la sorveglianza, riprese subito l’attività clandestina e diede impulso all'organizzazione del Partito Comunista. Dopo l'armistizio entrò nella Resistenza romana. Nell’ottobre 1943 fu sorpresa dalla polizia tedesca a Roma mentre trasportava chiodi a quattro punte per rifornire le formazioni partigiane. Arrestata e incarcerata, subì il processo da parte del tribunale militare nel gennaio del 1944, venne condannata a tre anni di lavori forzati e deportata in Germania, nel carcere femminile di massima sicurezza di Aichach. Fu liberata il 28 aprile 1945 con l’arrivo delle truppe alleate.
Tornata in Italia, fece parte della Consulta Nazionale e dell’Assemblea Costituente e divenne Assessore all’Assistenza del Comune di Rieti. Responsabile femminile della Federazione comunista di Rieti, membro del comitato federale e del comitato direttivo, fu eletta Deputato nel 1948 e nel 1953, mantenendo un costante rapporto con il territorio e affrontando problemi legati alla realtà locale. Lavorò prima nella XI commissione Lavoro, emigrazione, cooperazione, previdenza e assistenza sociale, assistenza post bellica, igiene e sanità pubblica e poi nella VII commissione Lavori pubblici. Nella I Legislatura, con altre colleghe, aveva sostenuto la tutela della maternità, che, al di là delle dichiarazioni retoriche, restava per le donne una non scelta, spesso un obbligo, e un problema per le lavoratrici, le quali riuscivano difficilmente a conciliare figli e lavoro: all’epoca l’astensione riguardava un periodo minimo, da 14 a 16 settimane. Promosse anche l’assicurazione obbligatoria per le lavoratrici agricole, con l’esclusione da lavori nocivi alla salute come il macero della canapa, la monda, il trapianto e l'essiccazione del riso.
Nella II Legislatura intervenne sulle alluvioni che avevano danneggiato la zona di Rieti, nel 1952: chiese un piano organico di opere idrauliche e forestali per impedire le calamità dovute al disboscamento e alla cementificazione. Nella II Legislatura fu cofirmataria di una legge per la tutela dei figli nati fuori del matrimonio, già richiesta dall’associazionismo prefascista, ma che aveva trovato ostilità anche fra le donne: quelle benestanti temevano di dover dividere l’asse ereditario familiare con figli illegittimi o presunti tali avuti dal marito in relazioni extra coniugali; quelle povere temevano di vedere aumentare il peso della povertà. Ma la guerra aveva accentuato il problema, con il carico di lutti, reduci, scomparsi, la formazione di nuovi nuclei familiari con figli non riconosciuti e gli stupri e le violenze carnali su donne e bambine che in molti casi avevano avuto come conseguenza figli naturali e non voluti.
Nel 1956 fu eletta Consigliere provinciale a Rieti e fece parte della segreteria della Federazione comunista cittadina.
Il suo carattere determinato la portò a collezionare dodici richieste di autorizzazione a procedere, per lo più per resistenza e oltraggio alla forza pubblica, per aver partecipato a manifestazioni per il lavoro e la pace e per aver difeso la sua dignità di donna.
Nel febbraio 1946 partecipò al I congresso internazionale degli ex deportati politici nei campi nazisti; nell’agosto 1947 fece parte della delegazione dell’Unione donne italiane che visitò l’Unione Sovietica; nell’aprile 1949 a Parigi partecipò al congresso costitutivo del Movimento dei partigiani della pace, di cui divenne dal 1950 al 1954 responsabile a Rieti. Nel 1958 su incarico della Commissione femminile nazionale fu inviata in Sicilia a sostenere la commissione femminile del PCI. Poco dopo si trasferì in Ungheria, dove lavorò come giornalista per cinque anni a Radio Budapest. Tornata in Italia, continuò a partecipare alla vita politica, prima nella Federazione comunista romana e poi a Rieti, senza assumere incarichi. Morì a Rieti il 2 febbraio 1990
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Emilio Lussu nacque il 4 dicembre 1890 ad Armungia, in provincia di Cagliari. Si laureò in Giurisprudenza. Tra il 1912 e il 1913 aveva indossato l’uniforme come allievo ufficiale a Torino e come ufficiale di prima nomina al 46° reggimento di fanteria di Cagliari. Convinto interventista, dal 1915 fu sottotenente, tenente e infine capitano alla brigata Sassari e per quasi tutta la Prima guerra mondiale venne impiegato in trincea; fu ferito il 28 gennaio 1918 a Col del Rosso, sull’altopiano di Asiago, che darà il titolo alla sua opera più famosa, Un anno sull'altipiano, pubblicata in esilio a Parigi nel 1938, nella quale sono narrate le esperienze e le riflessioni fatte al fronte. Ricevette due medaglie d'argento e due di bronzo al valor militare. La guerra rappresentò un'esperienza formativa sotto il profilo umano, sociale e politico. Con i fanti della brigata, contadini e pastori della sua terra, stabilì un rapporto di solidarietà fondato sulla contestazione dell'autoritarismo e dell'inettitudine degli alti comandi. La presa di coscienza dell'assurdità e del classismo della guerra non portò però a un ripensamento sulle ragioni ideali dell'intervento contro gli Imperi dell’Europa centrale.
Al termine del conflitto fu trasferito nella zona d'armistizio tra Italia e Iugoslavia, dove seppe della sua elezione a Presidente dell'associazione dei reduci di Cagliari. Fu congedato nel settembre 1919. Al rientro trovò in Sardegna tensioni sociali e sollecitazioni autonomiste, espresse da un nuovo blocco sociale, composto da ex combattenti, intellettuali e piccola borghesia. Il movimento, antisocialista e ostile ai partiti e agli uomini del passato, partecipò alle elezioni con proprie liste e fece affidamento sul prestigio e sulla popolarità di Emilio Lussu, che era divenuto una figura leggendaria grazie al racconto dei reduci: a lui guardavano con fiducia contadini e pastori che rivendicavano il riscatto promesso dal governo negli anni di guerra. Non avendo l'età per candidarsi, contribuì comunque al successo della lista dei combattenti, che elesse tre rappresentanti alla Camera.
Al III Congresso dei combattenti sardi del 1920 si confrontarono le due anime del movimento: quella che si ispirava a Gaetano Salvemini, liberista e fautrice del cooperativismo, e quella classista, influenzata dalle teorie sul sindacalismo rivoluzionario del filosofo Georges Sorel, nella quale si riconosceva Lussu. Eletto nello stesso anno al Consiglio provinciale di Cagliari, si candidò alle elezioni politiche del 1921 nelle liste del Partito Sardo d'Azione (PSd'A), nato in seguito al dissolvimento dell'Associazione nazionale combattenti (aveva adottato lo stemma dei quattro mori): fu eletto alla Camera dei deputati insieme a tre compagni.
Il radicamento del partito nel territorio e le sue origini popolari furono tra i motivi per cui la nascita e l'affermazione del fascismo arrivarono in Sardegna più lentamente rispetto al resto del Paese: la stessa borghesia era favorevole a questo grande movimento proletario che agiva per la rinascita dell'isola, dove il fascismo arrivò dopo la marcia su Roma, quando lo Stato era diventato fascista. Nei confronti del fascismo l'atteggiamento del PSd'A fu equivoco e contraddittorio. Alcuni esponenti riconobbero le affinità tra i due partiti e nel dicembre 1922 Mussolini affidò al prefetto di Cagliari il compito di avviare le trattative per la loro fusione. Lussu guidò la delegazione del PSd'A pensando che, aderendo al fascismo ma conservando le sue caratteristiche programmatiche, il partito avrebbe realizzato in tempi più rapidi il sogno di rinnovamento e moralizzazione della vita pubblica. Nel 1923, quando due gruppi di sardisti entrarono nel Partito Fascista, reagì alla dissoluzione del PSd'A e al clima d'incertezza e di disordine che regnava in Sardegna dimettendosi da deputato. Le sue dimissioni vennero respinte e il 15 luglio intervenne alla Camera per contestare l'affermazione di Mussolini secondo cui tutti i combattenti d'Italia si riconoscevano nel fascismo, dichiarando che un'infinità di combattenti “non hanno ritenuto di dare la loro adesione al fascismo e non la daranno fino a quando non si accorgeranno che veramente ha concesso all'Italia la libertà" e che “non avrebbe votato la fiducia al governo”. Mise a tacere le voci sulla sua prossima adesione al fascismo comunicando che sarebbe restato "irriducibilmente solidale con quelli che oggi in Italia combattono arditamente per la libertà contro il fascismo". Nel 1924 il PSd'A emerse come l'unica forza politica in grado di contrastare l'avanzata del fascismo in Sardegna; sull'esito elettorale influì molto Lussu, uno dei due deputati eletti, visto dal popolo come il difensore della libertà e degli umili.
Membro del comitato che guidò la secessione dell'Aventino, dopo il discorso del 3 gennaio 1925 con cui Mussolini riprese il controllo della situazione dopo l’omicidio di Matteotti, avrebbe voluto l'inasprimento della lotta contro il fascismo in Parlamento e nel Paese. Il 31 ottobre 1926 i fascisti assediarono la sua abitazione a Cagliari; riuscì a salvarsi uccidendo con un colpo di pistola uno degli assalitori e mettendo in fuga gli altri. Arrestato e rinviato a giudizio per omicidio volontario, rimase in carcere fino al 22 ottobre 1927, quando fu assolto in istruttoria avendo agito per legittima difesa. Venne però condannato a cinque anni di confino e inviato, il 17 novembre, nell'isola di Lipari. Qui strinse amicizia con Carlo Rosselli e Fausto Nitti, con i quali il 27 luglio 1929 organizzò la fuga in Francia. A Parigi furono accolti, tra gli altri, da Gaetano Salvemini e Filippo Turati. In autunno partecipò alla costituzione del movimento Giustizia e libertà (GL), impegnandosi nell'attività organizzativa e di propaganda tra gli emigrati italiani.
Agli inizi del 1933 all'interno di GL si aprì una discussione tra chi avrebbe voluto caratterizzarla come un movimento o una federazione di gruppi e chi, come Lussu, avrebbe preferito darle la struttura di un partito; un’ulteriore divergenza riguardava l'orientamento politico, come emerse nel 1934 in seguito alla crisi della Concentrazione antifascista, cui il movimento aveva aderito nel 1931. Lussu voleva trasformare GL nel nuovo partito socialista, democratico, repubblicano e federalista, non marxista (forti erano le critiche al Partito comunista d'Italia), classista e libertario, che avrebbe dovuto prendere il posto del Partito socialista italiano e promuovere l'unificazione di tutte le correnti socialiste. Ai socialisti rimproverava l'inconcludenza e la passività davanti al fascismo; i comunisti, ai quali riconosceva capacità rivoluzionarie e sacrificio nella lotta ideale, gli apparivano sottomessi al volere di Mosca e assertori dogmatici di un'utopia che nella pratica si traduceva nella negazione della democrazia e della libertà. Le reazioni di comunisti e socialisti e l’avversione di Salvemini e dei principali esponenti liberaldemocratici alla prospettiva indicata da Lussu impedirono l’attuazione del suo piano politico.
Fu deluso dall'andamento di tale dibattito, che sembrava rivelare un’iniziativa politica “scolorita” rispetto ai postulati iniziali, a cominciare dal carattere socialista del movimento. Verso la fine dell'anno, anche per l'aggravarsi di una malattia polmonare che lo costrinse a trasferirsi in Alta Savoia per curarsi, se ne allontanò. All'inizio del 1935 si dimise dal comitato centrale, ormai screditato agli occhi sia della borghesia sia del proletariato, e auspicò l'unità di tutte le correnti socialiste in un solo partito, non essendo ancora ipotizzabile la necessaria unità politica di tutto il proletariato. Una tale prospettiva divenne più concreta nel 1936, con l'avvio della politica di unità d'azione in seguito alla vittoria dei fronti popolari in Spagna e in Francia e alla solidarietà con la Repubblica spagnola. Riprese, così, l'attività politica e cercò di andare in Spagna, ma fu trattenuto in sanatorio.
Nel 1937 tornò a Parigi ed esaminò con Rosselli le prospettive di GL: entrambi erano convinti della necessità di unificare il proletariato italiano, ma, a differenza di Rosselli, che voleva trattare direttamente con i comunisti, propose di realizzare prima una federazione di tutti i partiti e movimenti socialisti. Riuscì a recarsi in Spagna, ma dovette rientrare dopo pochi giorni, in seguito all'uccisione di Carlo e Nello Rosselli; divenne quindi il leader di GL e ne accentuò la caratterizzazione socialista, suscitando le forti resistenze di altri dirigenti. Anche i comunisti erano contrari al tentativo di farne un movimento proletario, anziché una forza in grado di mobilitare l'antifascismo democratico e liberale, e attaccarono lui e i giellisti.
Il 14 giugno 1940, mentre le truppe tedesche entravano a Parigi, abbandonò la città e si trasferì, con la moglie Joyce (partigiana, scrittrice, poetessa, medaglia d’argento al valor militare, capitano nelle brigate GL), in un piccolo villaggio ai piedi dei Pirenei. Nella tarda estate raggiunse Marsiglia per organizzare l'imbarco clandestino degli antifascisti più esposti e minacciati e nel giugno 1941 si trasferì a Lisbona, per farne espatriare negli Stati Uniti un gruppo, bloccato a Casablanca. Nella capitale portoghese ebbe diversi incontri con rappresentanti del governo britannico, ai quali espose un piano per uno sbarco di antifascisti in Sardegna volto a suscitare un movimento insurrezionale. Ai suoi interlocutori sottolineò l'esigenza che gli oppositori del regime non apparissero, agli occhi del popolo italiano, asserviti agli Inglesi invece che garanti degli interessi nazionali.
Nel tentativo, rivelatosi vano, di convincere il governo britannico ad appoggiare il suo piano, nel gennaio 1942 si trasferì a Londra, da dove a marzo raggiunse gli Stati Uniti. Nelle due settimane trascorse a New York incontrò Salvemini e altri esponenti della Mazzini society, che si mostrarono prevalentemente contrari a ipotesi di alleanze con i comunisti, mentre Lussu, che perseguiva tale obiettivo, rientrato clandestinamente a Marsiglia nell'estate 1942 ebbe una serie di incontri con Giorgio Amendola. A dicembre fu costretto a lasciare Marsiglia e si recò a Lione; tentando poi di entrare in Svizzera, fu arrestato dai Tedeschi ad Annemasse, ma, non essendo stato riconosciuto, venne rilasciato.
Rientrato a Lione, ebbe nuovi incontri con Giorgio Amendola per il PCI e Giuseppe Saragat per il PSI e il 3 marzo 1943 si arrivò alla firma di un patto di unità d'azione tra le tre forze politiche. Il 26 luglio scrisse con altri fuorusciti un appello al Paese e il 12 agosto riuscì a rientrare in Italia. In agosto raggiunse Roma, dove incontrò i compagni che avevano aderito al Partito d'azione (Pd'A), costituito nel giugno 1942, ritenendolo erede del movimento giellista. A Lussu invece appariva come una formazione di borghesia radicale nella quale c'erano scarse tracce della tradizione socialista di GL. Decise tuttavia di aderire al nuovo partito e partecipò al suo I convegno clandestino, dove fece circolare uno scritto, La ricostruzione dello Stato, in cui evidenziava le divergenze tra il pensiero di GL e i "sette punti" del primo programma azionista. Tornò a Roma per partecipare al tentativo di resistenza armata di porta S. Paolo e alla costituzione del Comitato di liberazione nazionale (CLN). Durante l'occupazione tedesca partecipò alla Resistenza romana, impegnandosi nella stampa del foglio Italia libera e nella definizione del nuovo programma azionista dei "sedici punti", a cui si pervenne dopo una lunga e tormentata discussione tra i "ventuno punti" proposti dal Lussu e i "dieci punti" fissati da Ugo La Malfa a nome della componente liberaldemocratica del partito. Lussu configurava il Partito d'Azione come un partito socialista, federalista, antiautoritario e laico e annoverava tra i punti programmatici l'esproprio senza indennizzo del grande capitale commerciale-industriale-bancario, un sistema economico pubblico e privato, con forme di collettivizzazione della terra. Il congresso meridionale del partito dell’agosto 1944, facendo prevalere tali tesi, dimostrò la precarietà del compromesso raggiunto tra l'ala socialista e quella liberaldemocratica e l'equivoco sulla natura del partito, che provocò altre laceranti discussioni.
Dopo la Liberazione di Roma fece ritorno in Sardegna, dove realizzò l'affiliazione del ricostituito Partito Sardo d'Azione al Partito d'Azione. Fu Ministro dell'Assistenza postbellica nel governo Parri e, nel successivo governo De Gasperi, Ministro senza portafoglio incaricato dei rapporti con la Consulta, di cui fu membro. Si dimise da ministro il 20 febbraio 1946, all'indomani del congresso del Pd'A, che aveva sancito l'uscita dal partito della "destra" guidata da Parri e La Malfa.
Eletto il 2 giugno 1946 all'Assemblea costituente, fece parte della Commissione dei Settantacinque, occupandosi in particolare delle autonomie regionali. Le elezioni segnarono una netta sconfitta del Pd'A, che si sciolse nel giugno 1947. Lussu aderì al Partito Socialista, mentre abbandonò il PSd'A, considerato un partito di clientele, conservatore, che usava demagogicamente i temi del "nazionalismo sardo" e del separatismo. Il 4 luglio 1948 fondò il Partito sardo d'azione socialista, che dopo le elezioni regionali del 1949 confluì nel PSI.
Nominato senatore di diritto nel 1948, fu confermato al Senato per altre tre legislature. Membro della direzione nazionale del PSI, fu contrario alla politica di centrosinistra, ruppe con Pietro Nenni e nel 1964 aderì al Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP). Nel 1972, allo scioglimento del PSIUP, si ritirò dalla politica attiva per dedicarsi alla ricostruzione storiografica della mancata difesa di Roma nel 1943 e delle vicende del Partito d'azione. Morì a Roma il 6 marzo 1975.
Laura Bianchini nacque a Castenedolo, in provincia di Brescia, il 23 agosto 1903. Ottenne il diploma magistrale e la laurea in Lettere. Iniziò a insegnare a Brescia, prima come maestra, poi come docente di storia e filosofia; divenne infine preside dell’Istituto magistrale. La sua passione per le tematiche educative la portò a collaborare con la casa editrice cattolica La Scuola, per la quale realizzò alcuni libri scolastici; pubblicò saggi su varie riviste italiane nel campo pedagogico e didattico. La sua formazione spirituale e culturale si sviluppò nell’ambito del cristianesimo sociale, all’interno della Gioventù femminile dell’Azione cattolica e con i padri Filippini dell'Oratorio della Pace di Brescia, che riunivano intorno a sé l'élite intellettuale dell'area cattolica bresciana, avanguardia di un cattolicesimo democratico vicino alla spiritualità di Maritain, Mounier e Guardini, per la sua ricerca pedagogica e le sue pubblicazioni sui temi della scuola. In questo ambiente è cresciuto Giovanni Battista Montini, figlio di un ex parlamentare popolare e futuro papa Paolo VI, ispiratore delle nuove generazioni giovanili cattoliche raccolte nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), di cui Laura Bianchini divenne Presidente del Circolo femminile bresciano. Fece anche parte del Movimento Laureati. In questo contesto maturò il suo antifascismo.
Durante la Seconda guerra mondiale stabilì i primi contatti con il Partito Popolare e dimostrò esperienza, sensibilità politica e coraggio: dopo l'8 settembre la sua abitazione divenne la sede del I comando Militare, ospitando le riunioni di militari e politici antifascisti e una tipografia di fortuna per redigere il giornale "Brescia libera", con cui venivano elaborati scritti e volantini clandestini. In uno dei suoi articoli si rivolse agli insegnanti, cui muoveva la critica di non aver aiutato i giovani a capire quello che stava succedendo: “Voi avete la responsabilità gravissima di averci illusi, Voi che tacevate, che sopportavate, che non avete mai trovato il coraggio di dire a noi, giovani inesperti, la parola della verità”; li esortò a non prestare giuramento al governo della Repubblica Sociale Italiana: “Se giurate, non siete educatori di anime, siete dei corruttori del costume”.
Sospettata e sorvegliata dalla polizia fascista, si trasferì a Milano dove, ospite delle suore poverelle, intensificò l’attività con le formazioni partigiane cattoliche. All’interno della brigata partigiana "Fiamme Verdi" si occupò dell’organizzazione dei soccorsi ai detenuti politici, dirigendo l’ufficio assistenza alle famiglie dei patrioti caduti e dedicandosi al soccorso dei perseguitati politici e degli ebrei, che aiutava a raggiungere la Svizzera mettendo spesso a repentaglio la sua stessa vita; fu staffetta partigiana agli ordini di Enrico Mattei, futuro Presidente dell’Eni. Divenne responsabile stampa per le Fiamme verdi, coordinando il foglio "Il ribelle", sul quale esortava gli Italiani alla lotta contro il nazifascismo: accanto ai bollettini di lotta partigiana, alle immagini dei martiri, agli identikit delle spie, proponeva un messaggio spirituale e pedagogico per arrivare a una rigenerazione sociale e politica. Per queste attività e i tanti rischi corsi le fu conferito il grado di maggiore dell’esercito partigiano.
Finita la guerra, su indicazione di De Gasperi promosse l’organizzazione della Democrazia Cristiana nel bresciano ed ebbe un ruolo di primo piano nel movimento femminile del partito. Designata membro della Consulta nazionale, assunse l’incarico di segretaria della Commissione Istruzione e Belle Arti, in cui discusse numerose proposte riguardanti la scuola.
Eletta all’Assemblea Costituente, aderì allo schieramento cristiano sociale di Giuseppe Dossetti. Diede un contributo sul diritto all’educazione. Cercò di evitare che il tema della scuola assumesse il carattere di un conflitto ideologico interno al rapporto Stato-Chiesa. I democristiani che guidarono i lavori della Commissione dei Settantacinque (Dossetti, La Pira, Moro) e lo stesso De Gasperi cercarono ogni possibile convergenza in questo campo. Laura Bianchini, in nome del pluralismo sociale, promosse una convivenza fra scuola statale e scuola privata basata sul valore dell'autonomia del processo educativo che riguarda entrambe, secondo un principio proprio della cultura classica, per cui il docente non deve forzare, ma liberare, e così poter far crescere, la cultura del discente. La scuola di Stato non è dello Stato, o al suo servizio, ma è per la maturazione libera dei cittadini; così come le scuole aperte dalla Chiesa, ma nell'interesse della società, sono per i cittadini e per la loro formazione: “L'insegnamento non è un servizio pubblico ma un servizio di utilità pubblica, di pubblico interesse”. La persona in quanto soggetto del diritto a essere istruita deve essere aiutata nel raggiungimento dei fini propri. Inoltre sottolineò l'importanza dell’educazione della prima infanzia e la necessità di non considerare la scuola dell’infanzia come un semplice luogo di assistenza, ma come un vero e proprio centro di educazione. Infine sostenne il tema dell'educazione al lavoro proponendo di non restare vincolati all’idea di una scuola finalizzata solo alla cultura e di dare invece il giusto spazio alla formazione professionale. Proseguì la sua azione nel settore pedagogico quando, nel 1947, fu nominata nella Commissione nazionale d’inchiesta per la riforma della scuola, e, entrando in Parlamento nel 1948 come Deputata, fece parte della Commissione Istruzione e Belle arti e si dedicò al progetto di riforma della scuola proposto dal Ministro della Pubblica Istruzione Guido Gonnella, con cui collaborò attivamente, impegnandosi per portare avanti istanze innovatrici, come quella della scuola inferiore obbligatoria fino ai quattordici anni, che non riuscì a trasformarsi in legge. Divenne anche membro della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla e diede un contributo sui diritti delle donne, sostenendo, tra le altre cose, la legge Merlin contro la regolamentazione della prostituzione e operando per il recupero sociale e culturale delle ex-prostitute.
Nel 1953 terminò l'esperienza parlamentare, continuò l’attività nell’Azione cattolica e tornò all’insegnamento di storia e filosofia presso il Liceo Classico Virgilio a Roma, dove morì il 27 settembre 1983. La città di Brescia, nel 1999, per iniziativa del gruppo «Promozione Donna», le ha dedicato il premio Laura Bianchini.
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