PER SAPERE COSA è IL MIF
MIF, 10 maggio 2026
[10/05/26, 13:03:58] Tortorelli Ilaria
Ringrazio Silvia per la sua testimonianza e per averci accompagnati alla scoperta dell’altro e di noi stessi: davvero una mattinata preziosa!
Mi ha particolarmente colpita la frase «noi siamo prima un NOI e poi diventiamo un IO», perché mi ha ricordato che l’identità individuale prende forma all’interno delle relazioni.
È nel “noi” che abbiamo imparato a parlare, a pensare, a dare un senso al mondo.
Solo successivamente emerge l’“io”, che non è mai del tutto separato dal legame originario: non cancella il “noi”, ma lo rielabora e lo porta dentro di sé.
L’avverbio «profondamente», che ci hai confidato di usare spesso, può rafforzare anche questa idea, indicando che tale legame non è occasionale, ma radicato in modo intimo e duraturo.
«Profondamente» aggiunge una dimensione emotiva che richiama ciò che agisce dentro di noi senza essere sempre evidente, ma che continua a influenzarci nel tempo.
[10/05/26, 13:04:48] Tortorelli Ilaria
Ringrazio tutti per la condivisione di pensieri e di esperienze 🙏🏻.
[10/05/26, 14:00:48] Poclen Giuseppe
Cara Silvia, grazie.
Durante l’intervisione sono emerse tante cose che risuonano profondamente nei nostri vissuti emotivi, e anche nel mio sentire legato al lavoro che facciamo. Mi colpisce pensare a quante porte si aprano e si svelino davanti ai nostri occhi, magari solo per pochi secondi, forse una sola volta, ma sufficienti a trasformare il nostro sguardo e a dare un senso profondo a ciò che facciamo ogni giorno.
Ascoltando la tua relazione sulla musicoterapia in psichiatria, ho percepito come essa possa diventare uno spazio sonoro dove il mondo interiore trova forma, relazione e possibilità di trasformazione.
Hai trasmesso con sensibilità l’idea che la musica non sia evasione, ma presenza autentica, capace di dare voce a emozioni profonde e frammentate. In questo senso, il suono non è fuga dalla realtà, ma possibilità di attraversarla con maggiore consapevolezza, restituendo identità, continuità affettiva e presenza.
E, come già riportato da Ilaria, quel “Noi” che diventa “Io” mi porta a riflettere anche sul nostro NOI come MIF: un gruppo che, attraverso le intervisioni fatte e quelle future, continua a nutrire il nostro essere IO, musicoterapeuti in continuo movimento, collegati e attenti ai cambiamenti che una società anch’essa in continuo movimento ci porta davanti.
Grazie davvero.
[10/05/26, 14:23:19] Cerri Stefania
Mi unisco alle profonde riflessioni precedenti, che condivido appieno.
Aggiungo: musica = ambiente.
Un ambiente in cui si può ri-costruire la propria personalità.
Complimenti, Silvia, per la tua chiarezza, solidità e creatività nel lavoro che svolgi e per aver dato a tutto il gruppo un arricchimento di pregio 🤗.
[10/05/26, 14:34:19] Crescenzi Valeria
Oggi, giornata d’intervisione, con la collega Silvia Cornara: “Musicoterapia e psichiatria, nel senso del suono”.
Silvia ha cominciato a descrivere il suo ambito (ambiente) di lavoro, intrecciandolo alla sua storia personale e di formazione, raccontandoci, nonostante la fatica, che “sta bene in psichiatria”.
Con qualche battuta e tanti spunti di riflessione, tra citazioni e incursioni legate inevitabilmente anche all’altra parte lavorativa che caratterizza la sua vita, ovvero l’attività di formazione al CSMDB (Centro Studi Maurizio Di Benedetto) di Lecco, in cui si dedica alla ricerca, all’ambito pedagogico, al “nido sonoro” in cui va ad approfondire le condotte musicali infantili spontanee come forma primaria di espressione di sé, Silvia ha cominciato la narrazione del suo viaggio e la volontà di non perdere il filo narrativo del suo racconto, della sua storia, cosa che invece succede, alle persone che incontra.
Quelle deviazioni, che rendono invece difficile l’orientamento, che portano alla disgregazione e alla frammentazione nel senso più aspro che si possano immaginare per la persona che li vive, fino al disconoscimento, la spersonalizzazione, la deformità, l’allontanamento sociale.
Può una persona, che vive tutto questo, ritrovare un proprio senso nel suono?
Silvia, divide il suo intervento in tre momenti (tre movimenti) ed entrando nel primo, propone un ascolto condiviso: L’uomo coi capelli da ragazzo, di I. Fossati, facendoci riflette su come sia dover vivere dentro l’istituzione psichiatrica.
Si riferisce ai disturbi mentali come disturbi psichiatrici e non psichici, per rafforzare la sua idea, la sua convinzione che la società abbia nei confronti di questi malati, l’idea di categorizzazione, confine, una società che mette l’etichetta al disturbo, alla malattia, senza considerare la persona.
Lei invece, suggerisce un approccio non giudicante, che sappia stare nelle storie degli altri in ascolto, che sappia stare in mondi dentro ai quali sia più importante stare nello stesso racconto piuttosto che rappresentare il proprio punto di realtà rispetto a tutto questo.
E via ancora con gli esempi, ci parla degli “abitanti” de “la casa”, ridando un senso narrativo sia alla struttura ospitante “la casa” per l’appunto e ai pazienti, che in fondo sono solo le persone, che la vivono, la abitano.
Ci parla delle allucinazioni uditive, del “sentire le voci” e di aver reso quelle stesse voci (degli “abitanti”), come istallazioni, opere, realizzate con audio registrazioni, suoni, improvvisazioni vocali e strumentali.
Silvia ci parla poi dei limiti, del fatto che debba varcarli, anche con se stessa, cercando di mantenersi ben salda su di sé e cercando di fare fede alla sua autenticità, senza il rischio di perdersi o farsi del “male” in quel contesto in cui invece lei cerca, di stare bene.
Così, continua nel suo viaggio, accomunando la musica, il suo concetto di musica, condiviso con noi, e la psichiatria, nel fatto che siano profondamente e fondamentalmente umane, universali, due prodotti della nostra umanità.
Universali, proprio come possibilità costruttive delle categorie mentali e utili.
Silvia confessa poi la sua sofferenza, l’intollerabilità, conferma la sua fatica, per tutto ciò che va contro questo ordine, questa costruzione, riferendosi all’infanzia disabilitata, dal punto di vista della sensori-motricità, che si riversa sempre di più come impossibilità di autoregolarsi e della mancanza, in questo periodo storico, della regola, della costruzione della regola, come fondamento di sviluppo.
Perdendo aspetti cruciali, come il piacere di manifestarsi, dimostrarsi, scoprire il mondo, attraverso l’esperienza senso-motoria ecco che s’impoverisce il simbolo, il simbolico, che viene a mancare di nutrimento, proprio come in psichiatria.
Torna qui, torna quindi, il suono, suono come presenza.
Cercando proprio attraverso tutto questo di rintracciare questa dimensione senso-motoria come scoperta di sé e possibilità, anche di cura, andando oltre il sistema, che collude, che offre soluzioni e decisione predate, confezionate, che svaluta la persona e anche, il nostro lavoro a volte.
Si passa al secondo movimento, con un altro ascolto: Corso Buenos Aires di L. Dalla.
“Ma allora chi è…?” ripete Silvia, più volte, al termine della canzone.
Riflettendo sull’interpretazione che gli altri fanno di noi, su quanto sia difficile reggere il giudizio, di quanto, sia complesso poterci esprimere…e sul fatto che ognuno debba esprimere la propria sofferenza, il proprio malessere secondo un modo consentito dalla società.
Silvia c’invita ad interrogarci, sui malesseri del nostro tempo, sugli elementi patologici di una socialità, quindi il malato diventa testimone del tempo, anello debole della società, vittima.
Ma cos’è normale, cos’è non normale?”
Nel frattempo sono già cominciate le risonanze dei colleghi, G. Cassano, D. Caldognetto, S. Pasinetti, F. Delicati, cominciano ad ampliare la riflessione su tutti questi temi emersi: l’ambito psichiatrico, il giudizio sociale, l’istituzione come vincolo, il corpo della persona come possibilità…
Quindi si arriva dal concetto di musica a quello di musicoterapia, dove la persona, non è la sua malattia.
Frase chiave dell’intervisione sicuramente è “Prima siamo un NOI, poi diventiamo un IO”, ed ecco che qui si passa all’anima, all’essenza di ciò che siamo, a prescindere dai frammenti che ci compongono.
Dai FRAMMENTI ai FRA(m)MENTI, il discorso cambia…ed ecco nuovi interventi come quello di M. Da Rold, che ci riportano all’essenza, al suono che corrisponde alle leggi universali, alla musica come possibilità, come risorsa, come mezzo efficace proprio per la sua soggettività e universalità.
Di nuovo il filo sottile tra limite e confine, che Bonardi chiarisce e siamo già arrivati al terzo movimento, da Fossati a Dalla a Silvia, che ci guida nell’ascolto di sue musiche, realizzate proprio con l’idea di mettere insieme i frammenti, delle persone che incontra, come un grande insieme.
Un puzzle, fatto di contributi, di quello che la persona può fare e che sceglie di fare per esserci.
In cui percepire il proprio “gesto” creativo, diventa parte di un’opera, che oltre a crearsi resta, che viene audioregistrata, che si può riascoltare, che si può giudicare, stavolta riuscendo a tollerare il giudizio perché critico e costruttivo, come possibilità evolutiva e di cambiamento, nonché, cura.
Ecco che il gesto creativo, nel momento in cui viene messo in campo, nel “qui ed ora” della seduta musicoterapica, diventa suono, ricerca, contributo, diventa parte di un collage narrativo e musicale, che trova il suo senso.
Musica come unione di frammenti, come unione delle parti, come unico racconto, con un proprio svolgimento, che Silvia, riesce a narrare e far narrare, in modo eccellente.
Arriva poi, dai colleghi e in chiusura, l’idea che i nostri frammenti individuali riescano, in un’unica opera a renderci uniti, anche nel MIF: nell’intervisione le nostre storie, anche professionali, senza giudizio, diventano reali e assumono un senso, più ampio, quello del NOI.
Grazie Silvia per la ricchezza della tua intervisione.
[10/05/26, 15:30:24] Farina Marco
Ciao Silvia, grazie per la profondità e la ricca umanità con cui hai illustrato le sollecitazioni a cui, da musicoterapeuti, siamo chiamati a dar risposte, a livello personale e nelle nostre relazioni con le persone che ci vengono affidate e con le Istituzioni di cura.
Uno dei temi verso i quali ho sentito maggior risonanza tra quelli che hai citato è il rischio della "collusione" con l'Istituzione Psichiatrica. Come hai detto in maniera molto sintetica ed efficace, implicitamente ci si aspetta che entriamo in quei contesti "con il Gabbard sotto al braccio", che il nostro agire prenda le mosse dell'inquadramento psicopatologico e poi, successivamente e per quanto possibile, da una osservazione e comprensione delle istanze profonde di cui è portatore quella determinata persona.
Per quella che è la comune esperienza della quasi totalità di chi svolge la nostra professione, si osserva che nelle Istituzioni di cura spesso prevalgono gerarchicamente gli aspetti normativi e formali (compilazione del diario degli interventi per la successiva rendicontazione alle ASL); mentre quelli sostanziali che riguardano la nostra disciplina devono essere conquistati e poi nutriti nel tempo, per poter dare un senso al lavoro con persone che, grazie alla nostra sollecitazione, scoprono spesso di avere potenzialità espressive, relazionali e di crescita, in tanti casi insospettabili per essi stessi.
Quindi le tue parole, Silvia, mi hanno ricordato che - in buona parte - siamo tenuti ad essere dei "rivoluzionari gentili", in grado di non essere d'accordo intellettualmente con la medicalizzione totalizzante del ventaglio d'offerta delle strutture presenti sul territorio. Gentili ma determinati, perché lo spazio di musicoterapia è troppo prezioso per non farne gradualmente uno strumento gioioso di crescita per le persone con cui lavoriamo… e per noi stessi!
Grazie ancora Silvia!
[10/05/26, 15:46:30] Caroli Roberto
Pensando al suo racconto, alle testimonianze, alla sua voglia di condividere, alla sua notevole esperienza e professionalità: tracce di vita, questo è il pensiero che è emerso in me. Le sue testimonianze e pensieri sulle problematiche e difficoltà di crescita dei bambini, ci ricorda e fa riflettere sul mondo in cui viviamo, sempre più complesso, paradossale e contraddittorio. Altrettanta riflessione, va posta sul pericolo della frammentazione, a cui la persona ed il suo mondo deve affrontare, a vari livelli di gravità... ricordando che da tale pericolo nessuno è esonerato. Silvia è una grande organizzatrice, attenta e propositiva; alla ricerca del presente e sul come arricchirlo con senso e significato musicoterapico e umano.
Tra normale, non normale... il confine, il frammento.. mi è venuta in mente l'opera di Mussorgsky, "quadri di una esposizione"; per i suoi contemporanei non era un tipo tutto a posto, ne come uomo forse neppure come musicista... la sua psichiatria o istituto psichiatrico, forse era il mondo stesso, ma la musica gli aveva permesso di esprimere, fin dove era riuscito, "in modo organizzato", il suo mondo interiore... la sua visione... i suoi frammenti. La presentazione di Silvia, arricchisce la nostra visione personale, lasciando spazi e condivisione sul nostro fare, pensare e progettare in musicoterapia. Parole emerse come: dubbi, paure, confini, limiti, immaginazione, creatività, espressività, profondità... sono richiami e risonanze che per un verso o l'altro ci accomunano e accomunano a noi le persone, con il nostro fare ed essere. Penso che il fatto di essere autentici sia già una incredibile "improvvisazione"... così Silvia lascia "tracce di vita" e non solo valido lavoro e prodotti sul campo. L'esperienza è anche fatta di "fratture" e, riconoscere le proprie, è riconoscere quelle altrui: soccorrersi, è soccorrere. Le coinvolgenti descrizioni di Silvia con conseguenti risonanze mi fanno anche dire: Grazie Silvia, per la tua presenza, autenticità e disponibilità. con un saluto-pensiero-enigma per te. Dalla musica all'uomo, dall'uomo alla musica.
[10/05/26, 16:25:58] Parmeggiani Paolo
Grazie Silvia, sono rimasto molto coinvolto questa mattina.
Ho visto la tua profonda umanità, ma anche la stanchezza di una vita passata fra mondi, “universi diversi” che con fatica, a volte nell’impossibilità di comunicare con il mondo definito “normale”.
L’immagine dello sciamano con le visioni che in un nostro contesto occidentale sarebbe immediatamente rinchiuso e sedato in un reparto psichiatrico mi ha colpito, cosa è la normalità?
In certe culture, un disturbo che da noi è definito “psichiatrico”, può essere visto come un contatto con un’altra dimensione, col divino.
Come dal tuo racconto, solo il “NOI” ci può curare, forse anche guarire.
Dove non ci sono più “scrivanie” che dividono e definiscono da quale delle due parti sta la normalità.
Poi la musica al centro, quale “Musica”.
La musica sempre più semplificata, ma sempre con maggiore valore e significato.
Come è stato per me.
Mi ha illuminato l’idea di musica come “Suono organizzato”, sotto questa visione il mio passaggio da un diploma di conservatorio alle Campane Tibetane assume un nuovo aspetto.
Dopo 40 anni di Violino, ho sentito il bisogno di “organizzare” il suono in una maniera diversa.
Con la stabilità, la brillantezza, l’armonia cristallina che le campane hanno.
Grazie Silvia per il calore e umanità che hai condiviso.
[10/05/26, 16:56:48] Cassano Giacomo
La giornata di oggi è come spesso accade nelle nostre intervisioni, stata pervasa da innumerevoli spunti di riflessioni e condivisione di emozioni profonde. Silvia ha esposto in modo molto “autentico” temi che nel nostro lavoro sono “fondamentali”. a cominciare dal tema dell’essere veri e autentici nel porsi in relazione con gli “abitanti” delle comunità psichiatriche dove molti di noi si trovano a prestare la loro relazione di aiuto. Abbiamo riflettuto sul concetto di “umanità” che accomuna e lega la Musica con la Psichiatria; due ambiti profondamente umani nel senso che alle fondamenta di entrambe (come del resto anche in tutte le arti espressive) vi è il valore umano non solo inteso nell’essere oggetto di creazione umana ma anche come valore che sottende e soggiace. Alla base vi è un comune terreno di umus umano che ci avvicia e ci accomuna.
[10/05/26, 17:03:29] Delicati Francesco
Tantissime le risonanze e le suggestioni che Silvia ci ha trasmesso. Parafrasando le parole della canzone-sigla di Ivano Fossati, Silvia ci “è venuta a prendere una domenica e ci ha fatto vedere che bel mare che c’è” nel suo mondo musico-psichiatrico.
Ancora una volta è stata per me una gradita sorpresa, perché il MIF che si offre come “casa” sicura e accogliente, si conferma come una storia di storie, ed è affascinante seguire il percorso di vita, (non solo professionale), che i partecipanti chiamati a raccontare, ci narrano.
Sì, siamo raccontatori di storie e abbiamo bisogno di raccontarcele più volte per meglio farle nostre e trovarvi un senso; e abbiamo bisogno di una comunità di ascoltatori che sono anch’essi coinvolti a specchiarsi nella narrazione, ad arricchirla e a renderla ancora più coinvolgente e articolata.
Intanto grazie per la tua esposizione molto varia e articolata, non scontata, con la parte autobiografica, le canzoni intervallate nel tempo, la parte pratica che ha dato l’idea di come ti muovi, il tuo percorso formativo davvero ammirevole, l’umiltà che traspariva dalle tue parole da come parlavi, il rispetto della dignità dei tuoi amici che hanno una postura esistenziale diversa verso l’esistenza, la cura che metti nel proteggerti da ciò che potrebbe disturbare (il rumore istituzionale generalmente ‘congelante’), lo sguardo aperto anche su un’epoca e una società che disintegra e marginalizza, una certa tua stanchezza che notava anche Paolo Parmeggiani, la speranza che mi sembra comunque di aver colto come spinta motivante nel tuo lavoro.
Personalmente sono stato toccato da alcune tematiche per me significative.
[10/05/26, 17:08:10] Losacco Annalisa
Oggi ho partecipato per la prima volta a questi momenti di intervisione.
È stato per me un bel momento di ascolto e di riflessione.
Durante l'intervento di Silvia, mi è venuto in mente un incontro di musicoterapia, avvenuto venerdì pomeriggio con una ragazza che risiede nel reparto RSD della Fondazione Germani, presso cui lavoro.
È stato un incontro molto particolare, in quanto S. appena entrata nel setting mi ha detto "Oggi suono solo io, tu stai qui e mi ascolti. Ti dirò io quando potrai suonare con me".
Questa verbalizzazione mi ha fatto molto riflettere.
Io ho accolto la sua richiesta e sono stata lì con lei in "dolce" ascolto.
Il momento in cui mi ha chiesto di suonare con lei è stato quello della "ninna nanna"...
Quindi grazie Silvia 😘
[10/05/26, 17:24:01] Parmeggiani Paolo
Questa mattina mi è tornata in mente l’esperienza che ho avuto con Maria Silvia Spolato.
Rappresenta la “Musica” che rimane registrata, indelebile, anche in una mente che da tanti anni vive in un suo “universo diverso”.
Per il raggiungimento dell’età era passata dalla strada alla casa di riposo.
Ho rivisto il suo mondo “irraggiungibile”.
L’ultima volta che l’ho vista, pochi giorni prima della morte, addormentata, su una sedia a rotelle, di fianco alla macchinetta del caffè, durante la pausa pranzo, dove la casa di riposo rimane vuota e silenziosa, nella più totale solitudine e abbandono.
Allora, per me era la “barbona puzzolente” che tanti anni prima avevo visto per strada a Bolzano e poi qui in casa di riposo da una decina di anni.
In questi 10 anni, poche volte ci siamo scambiati qualche parola.
Viveva nel suo mondo, di solito borbottava non ti dava risposte, ma ti chiedeva sempre una sigaretta, difficilmente si lasciava avvicinare da uomini.
Nessuno sapeva niente di lei.
Poche volte ci siamo parlati, solo con la Musica.
Per la festa dell’8 marzo, la sua ultima, l’animatrice mi ha detto di provare a chiederle se c’era una canzone che si ricordava.
Subito le è tornato vivido un ricordo e una canzone che mi ha cantato e che io ho potuto registrare, eravamo nella portineria della casa di riposo, stava aspettando che le dessero una sigaretta.
Questa registrazione non viene da un setting di Musicoterapia, la prima volta l’ho fatta ascoltare alla fine del suo funerale, dopo tanta retorica e buonismo, alla conclusione della cerimonia ho voluto fare ascoltare la sua voce.
C’era la televisione e la sua voce è stata riproposta nel servizio televisivo, poi è arrivata su YouTube.
Solo dopo la sua morte si è saputo che era un’attivista, una delle prime, sulla liberazione dei movimenti omosessuali.
L’8 marzo del 1972 era a Roma a Campo dei fiori con uno striscione per la “liberazione omosessuale”.
Le è stata fatta una foto e questa foto è stata messa sulla copertina di un settimanale.
Prima le ha fatto perdere il posto di lavoro come insegnante e poi cominciare lentamente la deriva che l’ha portata a vivere sui treni e per strada.
Sento di voler condividere questo ricordo:
https://youtu.be/GD_8OqgtNAI?is=dLZwCpxHFwZolxKW
[10/05/26, 17:53:40] Cassano Giacomo
Cercare di trovare la chiave di lettura adatta per comprendere il linguaggio dei pazienti (abitanti-ospiti) delle comunità psichiatriche è lo sforzo con cui ci confrontiamo ogni giorno provando a non colludere con un sistema che tende da sempre (anche se oggi in maniera minore rispetto al passato) a stigmatizzare il disagio mentale, fondamentalmente, forse, per paura. Certo è vero che chi si interessa di questi temi inizialmente lo fa per comprendere meglio il proprio disagio interiore ma vorrei aggiungere che solo chi ha una sensibilità tale da saper ascoltare il proprio disagio è in grado di ascoltare e comprendere il disagio altrui. Si certo la nostra sensibilità e la presa di coscienza della propria fragilità ci rende più esposti e per questo dobbiamo essere vigili e cercare di non sottovalutare la necessità di raccontarsi e confrontarsi che non è solo un bisogno di chi curiamo ma anche nostro. Silvia ha accennato al disagio mentale come un fenomeno strettamente correlato al contesto storico e sociale mettendo in evidenza come lo stesso concetto e il modo di rapportarsi alla malattia mentale è cambiato negli anni (per fortuna direi). Io cerco di non usare più il termine “Malattia mentale” perchè ho imparato che un modo di vedere e di percepire diverso dal mio non vuol dire essere malato o avere una malattia. In passato uomini e donne che avevano visioni o sentivano le voci erano considerati santi, profeti, guide e maestri spirituali; le stesse poi, nell’epoca oscura, sono state considerati demoni, stregoni e streghe da mettere al rogo. Gli studi di De Martino sul fenomeno del Tarantismo, legato ad un contesto culturale tipico del sud Italia, hanno dimostrato come l’uomo ha bisogno che la società accetti e riconosca la voce del disagio affinché la comunità si faccia carico della cura della persona in difficoltà e che se ciò non avviene, l’isolamento porterà la stessa, irrimediabilmente, alla morte. Infatti ogni definizione diagnostica è un tentativo di inquadrare il disagio in un ambito “normato” e solamente dopo saraà possibile e attuabile un processo di cura. Questo è il modo in cui un sistema medico cerca di affrontare quello che sfugge a ciò che, per “convenzione”, si definisce normale (standardizzato) e la stessa persona con disagio finisce per sentirsi parte di un ambito psichiatrico, perché almeno così può essere libera di esprimere il suo disagio, in quanto riconosciuto dalla società. Tutto questo porta all’annoso problema dell’istituzionalizzazione per cui si sa quando si entra nel circuito della psichiatria ma non si sa quando se ne esce e se se ne esce. Silvia ha posto l’accento sul bisogno di riconcettualizzare il concetto di “normalità” interrogandosi su cosa è e cosa non è normale e se la stessa normalità è oggi un concetto da considerare ancora valido. Forse è meglio dire che ci sono modi diversi di percepire ed esprimere la realtà e tali universi sommersi sono a volte molto distanti tra di loro. La musica è allora un “ponte” che permette a tali universi di avvicinarsi e mettersi in connessione e dialogo. Mi verrebbe da dire che il musicoterapeuta ricopre, allora, più che il ruolo di “sacerdote” (come spesso si intende in quanto preside a rituali che possono essere catartici) quello di “pontefice” in quanto colui che costruisce ponti (fecit-ponte) ma di questi tempi è meglio tralasciare il paragone. Per ultimo il tema della “frammentazione” vissuta dalla maggior parte degli ospiti di comunità, visto anche come termine diagnostico, è centrale in psichiatria. Sono concorde con Silvia che la frammentazione è il modo comune di cogliere la realtà in quanto soggettiva e parziale e tanto più ampia da non poter essere compresa nelle categorie umane. Se non partiamo da questo punto non ci può essere un “farsi vicino all’altro” e un sentirsi tutti essere umani. Ridefinire i “confini” è, forse, la chiave di volta, dato che gli stessi sono anche essi una convenzione stabilità dall’uomo, facenti parte della realtà sociale e per questo non reali in quanto tali. Diverso dal concetto di “limite” inteso come qualcosa che ci delimita e che ci definisce in quanto essere finiti. Concludo con un grazie di cuore a Silvia per la sua chiarezza espositiva e per avere portato oggi tutti questi temi, da sempre a me molto cari. Un grazie anche al gruppo MIF che esiste affinché ci siano questi bei momenti di condivisione.
[10/05/26, 18:20:50] Giangiuseppe Bonardi
[10/05/26, 18:24:32] Delicati Francesco
Aggiungo in forma sintetica alcune tematiche di questa intervisione da cui in particolare sono stato toccato:
• il NOI: a ben pensarci, fin dal momento del parto, alla nascita siamo accolti in una comunità che ci offre tutto quel che ci serve per farci crescere come individui, con un Io che piano piano si struttura nel tempo. Il problema è che la dimensione del NOI in questo tempo travagliato e violento, l’abbiamo dimenticata nell’illusione della nostra onnipotenza che produce soltanto solitudine; e tu Silvia ci hai fatto vedere e sentire come la musicoterapia può essere di aiuto nel recuperare la dimensione della relazione e nel sanare questa frattura con gli altri;
• l’essere ABITANTI di una ‘casa; ascoltare le loro voci, dare voce e suono alla loro sofferenza, offrire opportunità per farli esprimere, magari aiutarli ad accomodarsi a questa abitazione (penso ad es.: agli anziani in una casa di riposo) a prepararli a ‘lasciare’ questa casa per una dimora che sia la propria casa o quella celeste;
• la centralità del CORPO che abitiamo e che è il mezzo per avere coscienza del proprio stare al mondo e la SENSOMOTRICITA’ come base del nostro conoscere;
• il considerare i malati psichiatrici, i DIFETTATI, come EVIDENZIATORI di un malessere più generale della società in cui viviamo, gli anelli deboli a cui dare ascolto perché portatori di domande che non possiamo ignorare. Il rapporto con le diverse articolazioni del POTERE che domina, definisce e marginalizza;
• l’accoglienza della DIVERSITA’ e il rispetto della dignità. Silvia ci hai ricordato come è importante adattarsi alle modalità relazionali delle persone e ai loro tempi, senza forzare, ma essere capaci di aspettare, di dare loto tempo.
Ancora grazie a Silvia per il dono della sua condivisione e al MIF per essere casa protetta e accogliente.
[10/05/26, 18:27:17] Cornara Silvia
Ciao a tutte e tutti.
Questa mattina e tutte queste vostre risonanze sono per me un prezioso momento di nutrimento e conforto.
Il gruppo MIF è uno spaziotempo in cui poter essere, sentire e conoscere: si percepisce in modo palpabile un ascolto rispettoso, curioso e attento.
Ringrazio davvero tutto il gruppo e ognuno di voi.
In particolare, non l'ho detto stamattina, ma recupero ora, ci tengo a ringraziare Pino per avermi invitato a entrare nel gruppo, oltre che per la possibilità di percorrere dei tratti di strada insieme, sempre molto piacevoli e arricchenti.
Grazie!!!
[10/05/26, 18:34:25] Giangiuseppe Bonardi https://sites.google.com/view/mtintervisionfree/mif
[10/05/26, 20:28:25] Valeria Crescenzi
SONO ANCHE ONLINE, NELLA PAGINA MIF! 🙂 https://www.facebook.com/profile.php?id=61565024305058
[10/05/26, 00:20:25] Giangiuseppe Bonardi
Sistemare le risonanze dei Colleghi mi conforta perché, intervisione dopo intervisione, avverto che stiamo diventando sempre di più una polifonia in cui le nostre riflessioni vocali intonano l’esser noi.
Ognuno con le proprie sensibilità, profondità, esperienze, inclinazioni ri-suona con un’altra o un altro Collega, amplificando i contenuti proposti da Silvia che promanano da un corposo e solido orientamento teorico di riferimento che ispira e concretizza il suo fare musicoterapico.
Un orientamento teorico di riferimento dinamico che si evolve, riflettendo sui concetti e le interazioni concettuali che lo creano e che orientano costantemente il suo fare terapeutico.
Ri-scoprire come sia salutare interrogarsi sul concetto di musica in musicoterapia, cogliendone l’evoluzione concettuale e il senso che assume man mano che la pratichiamo nei nostri ambiti di lavoro, è rinfrancante.
Scoprire che Silvia utilizza, nella sua prassi musicoterapica, il concetto di musica di Edgard Varèse inteso come «suono organizzato”, come materia viva, una “massa sonora” in continuo movimento» è per me affascinante e degno di un sicuro approfondimento.
E ancora, a cascata…
Musica come presenza… umana.
Musica come corpo.
Musica come espressione individuale e al contempo, paradossalmente, universale.
È bello altresì essere condotti da Silvia a riflettere sull’evoluzione storica e culturale dei concetti di psichiatria e di malato mentale.
Il malato mentale che, facendo musicoterapia, finalmente ha la possibilità di riacquistare la dignità di persona ossia di essere umano che, in uno spaziotempo adeguato, può esprimersi, può essere ascoltato, accolto e può ri-ascoltarsi, ri-ascoltare a sua volta e ricucire, per quanto possibile, le sue frammentazioni purché, da parte nostra, ci sia un fare autentico.
E così, la persona intesa come “massa sonora frammentata”, in un noi gruppale curativo, riscopre il piacere di essere, trovando la nuova “direzione” esistenziale, come sottolinea il Collega Giacomo Cassano, diventando e creando musica.
Da “materia viva”, “massa sonora frammentata”, la persona diventa così “suono organizzato” (musica) volto all’integrazione individuale e relazionale di sé, con una rinnovata consapevolezza.
E a conclusione di una mattinata densa di concetti, riflessioni e risonanze, ben appagato, ringrazio Silvia per i doni che ci ha regalato oggi.
[11/05/26, 10:03:25] Francesco Delicati
Nell'ora di risveglio stamattina mi è tornato in mente un altro aspetto del lavoro di Silvia e che è la valorizzazione dell'unicità di ogni persona. Fare sperimentare e far comprendere come ciascuna ha il suo stile, il suo modo specifico sonoro e musicale di stare al mondo, far accorgere che esistono anche gli altri e farne percepire la voce o il suono, è un obbiettivo grandioso per queste persone.
Grazie ancora a Silvia.
[11/05/26, 10:23:53] Cassano Giacomo
https://youtu.be/Pa-ipXInPT0?is=PEH9r0x2472byCKc
Questo è il brano che ho suggerito nella chat relativamente al tema dell’essere tutti esseri umani uguali ma con strade diverse.
[11/05/26, 12:19:53] Roberto Caroli
Pensieri aggiuntivi per Silvia risonanze e risonanze generali.
Silvia ha parlato di sofferenza, partendo dalla sua, per passare a quella dell’altro e a quella prodotta dal mondo, ovvero, il sociale con le sue strutture.
Oltre ai successi, vi sono gli insuccessi, le difficoltà, i dubbi… questo è il rovescio della medaglia, o meglio, il “dietro le quinte”.
É un bene affrontare questa dimensione, spesso celata, non considerata, per paura di impoverirsi…
Silvia ha toccato un tema importante: parlandone possono nascere le contromisure che equivale alla maggiore consapevolezza di dove, e come si è. Da psicologa sempre in navigazione, descrive ciò che va anche al di fuori dell’ambito professionale e “tocca” il vivere in generale… da qui la musica... vista con altri occhi… insegna che si possono trovare soluzioni, lei, donandogli ascolto, nutre, fa anche soffrire ma anche meravigliare, gioire e capire.
Allarga la nostra disponibilità a conoscere e ad aprisi.
Per me la musica è una grande rete di relazioni che si espandono così come lo sono le reti neurali: se ci alimentiamo in vari modi, si espandono.
Tutto ciò non è una consolazione ma uno strumento evolutivo prezioso.
Dunque dalla sofferenza può nascere non solo lei stessa ma anche l’evoluzione. La musica, questa potente compagna, è la nostra carta vincente, per noi stessi e l’altro...e l’universo, come qualcuno diceva… la musica è in sé, già relazione, cura, aiuto e mistero.
Il quesito è: cosa è l’armonia senza la disarmonia.
Grazie Silvia
[11/05/26, 13:24:53] Giacomo Cassano
L’ultimo commento di Giangiuseppe sul senso della musica che può dare una direzione esistenziale e un senso alle nostre vite mi ha fatto venire in mente questa bella canzone di Arisa: Il futuro ha bisogno d’amore.
Magari può servire nelle vostre attività.
Io credo che per gli abitanti di ogni casa c’è necessità di aprire una finestra per mostrare un futuro possibile 😉.
Grazie Gian, mi ero dimenticato di aggiungere il mio commento finale relativo alla parola Musica 🙏.
[12/05/26, 11:15:40] Marzia Da Rold
Eccomi, arrivo ora ad unirmi alle vostre risonanze!
Ho riflettuto su come nel tempo il nostro modo di raccontarci nello spazio delle intervisioni si sia evoluto, sia per chi espone il proprio lavoro sia per tutti gli altri che ascoltano ed intervengono in un modo o nell'altro, a voce o con risonanze scritte.
Sento questa evoluzione sia nella familiarità crescente di tutti nell'aprirsi, nel mostrarsi, nel condividersi.
La sento nell'esposizione delle tematiche che spesso affrontano il 'fare' musicoterapia a partire dall'essere, dalla dimensione interiore, dal cuore -nostro e dell'altro da noi- che è la sorgente del nostro agire.
La sento dalle considerazioni più aperte e libere intorno alle più varie dimensioni della nostra professione, anche nel trattare le fatiche, le difficoltà che ci coinvolgono...
Grazie a Silvia per il suo lavoro, la sua solida professionalità.
Grazie per tutte le considerazioni sulla musica in musicoterapia che a partire dal 'suono organizzato' si sono estese ad altre considerazioni e punti di vista: sarebbe davvero bella una condivisione a largo raggio su questa tematica che mi sta a cuore!
Un abbraccio e un Grazie a tutti voi!