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MIF, 22 marzo 2026
22 marzo 2026, sintesi dell’intervisione musicoterapica “Non voglio uccidere i miei sogni”. Musicoterapia e adolescenti in difficoltà: quando i percorsi clinici e quelli musicoterapici si incontrano
Domenica, 22 marzo 2026, in collegamento online, realizzato dalla Collega Maria Grazia Bianchi, dalle ore 10:00 alle ore 13:00, il MIF realizza, con il Ferruccio Demaestri l’intervisione musicoterapica inerente: “Non voglio uccidere i miei sogni”. Musicoterapia e adolescenti in difficoltà: quando i percorsi clinici e quelli musicoterapici si incontrano.
All’evento sono presenti:
Barriera Giacomo;
Bianchi Maria Grazia;
Boito Loredana;
Bonardi Giangiuseppe;
Branchini Lisa;
Caldognetto Davide;
Caroli Roberto;
Cassano Giacomo;
Cavallini Daria;
Cerri Stefania;
Cornara Silvia;
Crescenzi Valeria;
Demaestri Ferruccio;
Da Rold Marzia;
De Venuto Angela;
Farina Marco;
Ippoliti Alessia;
Luchetta Giulia;
Massone Andrea;
Merione Anna;
Pallotto Nicola;
Pantaleo Renato;
Pasinetti Sandra;
Poclen Giuseppe;
Quaglino Biagio;
Ramella Gal Veronica;
Rizzardi Simone;
Siluri Elisabetta;
Taglietti Stefano;
Tortorelli Ilaria;
Venturi Barbara;
Zavalnaya Vanda.
L'intervisione musicoterapica inizia alle ore 10:00 e termina esattamente alle ore 13:00 ma per avere un'idea di quanto è accaduto stamane riporto le risonanze dalla Collega Valeria Crescenzi.
Giangiuseppe Bonardi
"Da subito ho risuonato con i discorsi di Ferruccio e con tutti i punti che ha scelto di condividere in questa intervisione cosi piena di possibilità.
Per prima cosa avrei voluto dire “Assisi c’è”.
Sento di parlare spesso di questa formazione Assisana, condivisa da tanti e in tanti momenti, anche storici e sociali diversi.
Io, che invece ci sono ora, avrei voluto dire che sento chiarezza, modernità, aderenza, rispetto alla “musicoterapia in Italia”.
Mentre il discorso proseguiva, sulla delucidazione che Ferruccio faceva rispetto al contesto sanitario del suo lavoro, citava Gino Stefani, che ho avuto la fortuna di conoscere, col suo bastone, negli ultimi anni della sua vita e penso che ricchezza enorme trovarmi in questa fase di passaggio, in cui io invece percepisco che tutti questi saperi possano confluire senza “sconfinare”.
E qui, in tutto questo mio discorso silenzioso, mentre cercavo di non perdere nemmeno un soffio delle parole di Ferruccio avrei voluto riproporre la riflessione di Bonardi sul confine e sul limite, su quanto stia a noi guidare la barca, distinguendo tutto questo, anche nel rapportarci clinicamente in un’équipe o con dei professionisti sanitari, che a volte, faticano a comprenderci.
Preziosi gli interventi, tutti al femminile, delle colleghe MIF.
Io, non voglio spiegare la musicoterapia… cioè mi rendo conto nella mia piccolissima esperienza che il lavoro più grande che sto cercando di fare, è quello di costruire un linguaggio che sia alla portata del gruppo di lavoro che si occupa dei pazienti che fanno musicoterapia.
Non voglio, quasi anche per difesa, entrare in merito alla musica, l’humana musica che condivido con i pazienti, penso che le persone (medici, neuropsichiatri, primari di reparto ecc) a cui attualmente mi riferisco, non vogliano sapere minimamente l’emozione che si prova in seduta quanto…voglio attenermi a come TUTTI questi aspetti musicali siano veicolo, attraverso la relazione musicoterapica, di un processo clinico.
Non posso spiegare ciò che accade in una seduta di musicoterapia piuttosto voglio spiegare cosa di ciò che accade, contribuisce al processo di cura del paziente che sto seguendo.
In fondo, io non chiedo al fisioterapista cosa sta facendo muovendo un arto del bambino o non mi sognerei mai di chiedere ad uno psicoterapeuta il contenuto di un dialogo con il suo paziente.
Perché dovrebbero avvicinarsi allora al contenuto di una seduta di musicoterapia?
Trovo necessario adeguarmi a quest’idea e a trasformare tutto questo in un linguaggio condivisibile, questo si, assolutamente, con cui posso invece rapportarmi sia al fisioterapista che alla psicoterapeuta.
Ecco questa un po' l’idea.
(Ah se intervenivo, magari era più semplice da spiegare.)
Inoltre, pensando alle fratture multiple che descriveva Ferruccio, rispetto ad una sua paziente, penso che noi, curiamo le fratture interne…ed ecco che mi collego ad Angela, Marzia e all’essere, all’essere umano e umani, che ritrovo anche in Ferruccio.
Questo, effettivamente mi conforta.
Sapere che la dimensione umana ed emotiva sia cosi comune, rafforza e ci lega.
Questo, l’ho ricollegato anche al discorso sul dolore e sulla sofferenza, dell’ultima intervisione…ma…non voglio distrarmi e allora vado avanti, ad ascoltare e ragionare.
Quando parla Pantaleo, tutto si fa chiaro, mi ritrovo…io ci credo al fatto che la prassi debba essere assolutamente condivisa e condivisibile quando inserita in un contesto clinico-sanitario e credo che avere chiari i punti della progettazione terapeutica, dello svolgimento e del monitoraggio e di produrre dei dati che siano condivisibili faccia della musicoterapia di oggi, la chiave di volta, rispetto al passato.
Certo, tra dire e fare, di strada ne dovrò fare ma almeno su questo ho le idee abbastanza chiare.
Dobbiamo avere tutti, con unione, chiari questi punti, nella nostra unicità, differenza e specificità, per essere credibili, all’interno dei contesti in cui ci troviamo a lavorare.
Non lo dico con rigidità ma con devozione quasi.
Questo ci accomuna e deve anche intensificarsi, sempre nell’ottica di condivisione e intervisione.
Sempre sul discorso del limite e del confine, ho trovato interessantissimo il confronto sulla trap, in fondo, è lo specchio dei ragazzi di oggi…chissà come questa trap che forse ci irrigidisce, possa essere un modo per mettere in atto un meccanismo creativo, nei percorsi di Ferruccio.
Come sarebbe bello entrare nella sua stanza!
Rifletto, anche sulla collocazione della stessa…mentre la descrive…questa stanza a cui accedere scendendo, a cui si deve arrivare, per poter far succedere qualcosa.
Che possibilità enorme e quante cose racconta Ferruccio su cui ha riflettuto e continua a riflettere, nonostante l’esperienza.
Quando entra nel vivo… “non voglio uccidere i miei sogni”… ecco che conosco la persona.
Per me, il suo è un nome letto, riletto e noto ma non lo conoscevo prima di oggi.
Più lo ascolto e più credo che la musicoterapia sia resa possibile dalla relazione umana e che lo spazio maggiore che uno possa offrire è il proprio spazio interiore.
Solo li succedono le cose.
Mi gusto poi gli interventi in chiusura, bello ascoltare anche Stefano Taglietti…sull’idea di non lasciar cadere alcuni temi emersi per poterci confrontare ancora.
Il tempo della cura, la necessità di un linguaggio che possa descrivere i percorsi, le storie evolutive dei pazienti anche quando vengono dimessi e spostati, da realtà a realtà diverse, strutture nuove, senza dover ricominciare…questo si, è un altro aspetto che trovo fondamentale…fare in modo che questi percorsi cosi forti, queste storie, queste evoluzioni terapeutiche, non miracolose ma trasformative si…possano essere condivise, restare come bagaglio di cura della persona…traccia, di ciò che è stato svolto, all’interno di questi setting, scenari, set, di svolgimento incredibili".
Crescenzi Valeria