Musica come scienza della relazione.
Perché?
Vivere la vita con la musica e concluderla in musica,
di Raffaele Schiavo
PER SAPERE COSA è IL MIF
Musica come scienza della relazione.
Perché?
Vivere la vita con la musica e concluderla in musica,
di Raffaele Schiavo
Siracusa, 8 marzo 2022
Nella giornata della donna,
possa il femminile prendere il sopravvento
e ribaltare i destini del mondo
Ringrazio tutte le persone, alcune a me assai care, che hanno creato questo interessante e inusuale gruppo di confronto: colleghi e colleghe in presenza on line e che, da ogni parte d’Italia, mi hanno reso partecipe del loro progetto di intervisione e per cui mi sento assai onorato. Sono stato invitato a presentare (il 27 marzo 2022), nei limiti del possibile, entro un margine di tre ore, il metodo socio-musicale che ho costruito negli ultimi vent’anni e che tuttora continuo a definire e delineare in ogni suo aspetto e contesto operativo, procedendo ad ampio raggio dalla performance alla terapia.
Mi ero già prefissato di mostrare a questo gruppo di lavoro l’unico ambito sanitario a cui ormai amo fare riferimento, dopo tanti anni di esperienze nei più svariati luoghi del dolore, per il mio lavoro di formatore e di artista delle relazioni d’aiuto nel fine vita e per le unità di cure palliative, operative sia in ospedali che al domicilio dei pazienti. E posso affermare di averlo fatto, sebbene non nella modalità che avrei desiderato.
In altre parole, poiché mi è stato consegnato un titolo - Musica come scienza della relazione. Perché? - , tra l’altro gentilmente estrapolato da una frase del mio ultimo libro, avrei preferito arrivare per gradi al delicato ambito terapeutico in questione, così come alla pratica relazionale, fondata su parametri musico-teatrali, che porto avanti anche come musicoterapia (termine che a dire il vero mi è sempre stato piuttosto stretto) partendo proprio dalle tematiche e dagli spunti che alla terminalità e al pensiero palliativista inevitabilmente si intersecano. Tuttavia, pur non avendolo fatto secondo i miei soliti criteri di presentazione, ritengo che buona parte dei contenuti sia comunque passata al filtro dell’accoglienza globale. E probabilmente, grazie a questa diversa opportunità di esposizione, per cui ringrazio il contenitore MtIntervisionFree, sento che un altro tassello prezioso va ad aggiungersi così alla mia complessa griglia di lavoro.
Era proprio di questa complessità relazionale che avrei voluto meglio argomentare, seguendo un criterio estetico, mostrandola come inesauribile contenitore di risorse, al di là di quanto essa sia già motivo conosciuto di innumerevoli problematiche sul fronte della comunicazione.
Per fare questo, sono essenzialmente abituato a ricorrere alla modalità del laboratorio esperienziale (group workshop), programmato per appuntamenti da distribuire in diversi livelli di acquisizione e verifica. On line, come dal vivo, propongo video e immagini che metto in connessione a una serie di ipotesi sui principi della Polifonia, perché, al di là del contenitore musicale, possano applicarsi al comportamento umano e alla quotidianità del vivere civile. Sono convinto, e anche notevolmente esaltato, rispetto a questo pensiero. Credo che attraverso una più ampia rieducazione musicale, di impatto estetico-relazionale, sia possibile ricontestualizzare il moto irrequieto e incontenibile delle diverse individualità umane, ciascuna a suo modo diversamente disturbata nel suo impegno a mantenere integra la precarietà del corpo sociale, dentro cui è parte attiva e pensante.
Mi è mancato fare chiarezza in tal senso, perché innanzitutto avrei dimostrato come la polifonia non è solo uno stile musicale diverso da altri, bensì una condotta di gruppo i cui minimi elementi di interazione sono presenti in qualsiasi pratica di costruzione musicale, dalla più elementare alla più complessa. Ed è qualcosa che, in certi casi, si verifica anche procedendo da soli, in quella solitudine specchiata e riflettente dentro cui il performer errante si obbliga a ricercare.
Echo avanza come unica opportunità di riflessione mancata, avendo la scienza privilegiato le verità riflesse dell’occhio che non può ascoltare, incantato com’è sopra lo stagno di Narciso (pensiero centrale del mio metodo VoxEchology). È Lei, ninfa trascurata, a condurre il gioco delle nostre percezioni verso lo spazio-tempo della performance, laddove esso sia persino vuoto e sospeso, quando in quella rarità dimensionale, che è accettazione sinestesica di sé, riusciamo a intuirlo comunque pieno e trepidante di presenze in ascolto.
Quell’istante totalmente sentito, creativamente delirante, si vede rinnovato da un nuovo modo di “essere con” le cose e con i fatti del mondo. Tra gli elementi di questo gioco, il proprio delirio è infatti la prima entità da ascoltare e, paradossalmente, sempre da mantenere allerta, sempre in agguato, sempre disponibile all’interazione con le proprie polifonie interne, sempre agitate, motivate e vibranti, capaci di portare le proprie verità “fuori di sé” nel mondo condiviso. Lì altre entità simili, fortunatamente contrastanti e deliranti anch’esse, sebbene diverse da noi, ci attendono.
Allo stesso modo, una più concreta polifonia chiede di poter essere profondamente ascoltata. E si annida all’interno di ciascun singolo suono vocale, se si è capaci di mantenerlo a intonazione ferma. Accade infatti che la voce, producendo una sola nota dentro cui articolare una precisa sequenza di vocali, diventa in grado di liberare una serie di vibrazioni sottili dall’aspetto flautato, disposte per logiche di risonanza naturale secondo curiosi e obbligati intervalli musicali. L’esercizio graduale e rigoroso aiuta a controllarle una per una e a riprodurle a proprio piacimento in forma di melodie (tecnica del Canto degli Armonici). Sentire in prima persona, direttamente dalle proprie cavità osseo-facciali, come l’integrità di questo unico suono possa aprirsi a ventaglio nello spectrum variopinto dei suoi multipli di frequenza è un’esperienza musicale colorata di magia e così concretamente condivisibile, dunque accessibile a tutti, ancor più perché aiuta a comprendere come questo potenziale psico-acustico sia innato in ciascun volto umano sulla faccia della Terra. E in più, da questo fenomeno praticato diventa possibile comprendere come un suono fondamentale non sia altro che il prodotto dell’interazione variabile e sorprendente di questi sottili suoni (detti ipertoni o armonici) che lo costituiscono, mantenendo viva e incredibilmente organizzata la sua integrità.
L’incanto multisensoriale che Echo trasferisce sulle condotte musicali suscita un mondo di riflessi e riflessioni che può benissimo rispondere a un processo frattale autogenerativo: un sistema di richiami e riflessioni continue e ricercate, limitato ad alcune obbligate formule di rimandi e di puntuali rientri al mittente. Nel bel mezzo di questa performance, turba scoprire quanto possa essere inaspettatamente indispensabile dover contare sulla propria rigidità: quella capacità autentica che, se non altro, dovrebbe corrispondere alla stessa condizione materiale delle pareti di una stanza per poter garantire la giusta riflessione del suono e col giusto ritardo. Paradossalmente, partire da qui, da questo controllo esercitato del proprio schema corporeo-vocale, giacché la voce è prolungamento del corpo, aiuterebbe a cogliere e a sviluppare gradualmente il grado misurato di accoglienza, prima di rischiare infelici cadute dentro inopportune analogie con l’altra forza antagonista: ossia, l’elasticità. Termine abusato, come può esserlo umiltà rispetto a vanità, insieme a tutte quelle altre parolone ridondanti che idealizzano l’essere umano come nucleo ideale di disponibilità, all’insegna della bontà e della compassione, preferendo scartare coi paraocchi e i tappi alle orecchie tutto ciò che può essere destabilizzante e pregnante, nondimeno carico di innata complessità e di impenetrabile contraddizione.
Finché una parete è rigida e dura, essa si porrà comunque a garanzia di una efficace riflessione del suono. Occorre invece fare attenzione a quelle che sono le condizioni dell’elasticità, quantomeno sul fronte psico-acustico, se non si conosce il suo potenziale implosivo. Essa ha necessità di ricorrere alla sua forza antagonista per modulare se stessa e scongiurare ai suoni il destino della fono-assorbenza: quell’esperienza orrenda e avvilente testimoniata da chi avesse voluto cantare naturalmente, senza microfonie e sistemi elettronici al seguito, tra le pareti debitamente ovattate di una regolare sala di registrazione. Il compromesso tra queste due forze, rigidità ed elasticità, deve poter privilegiare la tendenza alla modalità riflessiva della prima e sperimentare in tal senso ogni equilibrio d’insieme, per tutto ciò che riguarda le architetture relazionali rispetto al suono naturale e alla felice convivenza delle più diverse individualità, ben amalgamate insieme nei loro contrasti e allineamenti. Un piccolo eccesso di elasticità sarebbe già sufficiente a soffocare la risposta propriocettiva di ognuno nello spazio-tempo della performance.
Viene a delinearsi così il sacro perimetro, la rischiosa linea di confine entro cui addestrarsi alla produzione di novità, da destinare all’istruzione avanzata della tribù che sperimenta il modo di ridefinire le identità di ognuno. La struttura polifonica che si intende costruire con gli altri deve poter mantenere sullo sfondo un disegno spiraliforme, rigoroso e concreto nell’avvolgere e sbrogliare di continuo la matassa dell’intero in movimento con le sue parti: un programma comportamentale che abbia a cuore la necessità di non dover mortificare i paradossi e le incongruenze della natura umana.
Se da una parte imparare a gestire le forze contrarie aiuta a calibrarle nella loro molteplice difformità, dall’altra occorre affidarsi a quel processo linguistico musicale che ha saputo mostrare, in circa mille anni di musica occidentale progressivamente contaminata e globalizzata, una griglia di procedure relazionali in una prospettiva geometrica multidimensionale a incastri di complessità variabile, dentro cui organizzare le diverse voci in campo e orientarle per spostamenti da compiersi per vie orizzontali e in verticale allo stesso tempo. Solo in questi termini può descriversi a parole un sistema di condotte così articolato, tuttavia rigoroso e ingarbugliato, come può risultare l’arte della composizione polifonica, già sulla carta come a ridosso delle prove d’insieme, per un gruppo di operose individualità. Vale per le voci come per gli strumenti: le une nude, al naturale e senza difese, se non addestrate a fingere dal corpo intero il loro completo trasferimento sulla scena emozionale e narrativa; gli altri, straordinarie invenzioni di abilità e virtù, laddove non finiscano per ripiegarsi in solitarie logiche da protezione a scudo. Voci e strumenti d’ogni sorta, identità individuali e di gruppo, personalità diverse e caratteri all’opera, in un gioco di squadra dove le gerarchie sono continuamente interscambiabili, dove ognuno s’è addestrato con gli altri a intrecciare sottili antagonismi e trionfali intese. La forza del contrappunto, della possibilità di intrecciare insieme le singole diversità che tra di loro entrano in conflitto, contrasta con ciò che essa stessa è andata generando nei secoli producendo bellezza, fino a sancire la sua istituzionale ricchezza nelle architetture musicali del nostro magnifico Rinascimento, liberando nel concreto la forza dell’armonia. Da una parte, il gioco dei contrasti, delle necessità individuali e delle loro tensioni; dall’altra, l’intelligenza degli accordi e la chiara identificazione dei compromessi. Ecco i pilastri della conversazione musicale a più voci: intelligenza relazionale e precarietà del dialogo versus forza di gravità e stabilità dell’intesa. Una sorta di galateo orgiastico affiancato alla percezione della forma. Procedimenti d’insieme che, secoli dopo, raggiungono l’acme con la produzione di Johann Sebastian Bach e che sembrano bruscamente interrompersi alla sua morte. D’un tratto riemergono, nella più complessa contemporaneità, con quei procedimenti minimalisti a cui io stesso, pur amando e praticando ogni genere e stile, preferisco aderire; quantomeno rispetto alla produzione sacra delle mie più recenti composizioni.
Tornando all’incontro di domenica scorsa, anche queste ultime avrei voluto mostrare, attraverso un programma di trascrizione musicale (chiamato Finale) che dà la possibilità di riprodurre, seppur meccanicamente e in modo arido, l’ascolto di ciò che accade in partitura. Sono composizioni di una certa difficoltà esecutiva, sebbene all’ascolto risultino piuttosto immediate e familiari; assolutamente tonali rispetto alle questioni armoniche, ma assai intricate sul fronte del contrappunto.
Ormai la mia persona vive immersa in questo bosco di architetture relazionali e di intrighi programmati. Il desiderio di poter istituire un master universitario per la diffusione del mio VoxEchology, al di là di tutte le conquiste artistiche ed editoriali che al metodo stesso si agganciano, è diventato l’obiettivo primario della mia esistenza. Spero tanto di poterci riuscire, avendo dalla mia parte tante persone valide, competenti e autorevoli lungo il territorio italiano, forte anche di alcune care referenze dall’estero. Sento che il tempo scorre veloce e sfugge in maniera inesorabile, ora più che mai, insieme a una serie di difficoltà e accidenti personali che si riflettono perfettamente nella condivisione angosciosa della contemporaneità pandemica e adesso persino bellica.
Questo mi riporta ai video mostrati per far conoscere il mio lavoro nel fine vita, insieme allo strazio dei sospesi e dei deliri che dai pazienti inguaribili passa dritto al mondo dei loro affetti e di chi li assiste, équipe ospedaliera compresa. Di quella indecisa e inevitabile terminalità è la vita stessa del corpo sociale a risentirne, perduta com’è dentro i tratti difficili della sua irrisolta polifonia.
Mi si chiede come io faccia a costruire momenti di così alta tensione, estremamente coinvolgenti coi pazienti e i loro familiari, senza subire alcuna scossa emotiva, senza portarmi a casa gli strascichi devastanti “della morte e del morire”, senza vivermi addosso le ferite dalla perdita imminente. “Semplicemente perché…”: no, non è una cosa semplice! Non esistono le cose semplici, neppure in natura. Questa è una maledetta illusione che ci tiene lontani dalla realtà concreta: quella di un mondo che si muove dentro una grande psiche devastata, disorientata e immancabilmente distruttiva. La verità del mondo è la complessità. E noi, a furia di negarla e di temerla come fosse estranea alla nostra natura, la perdiamo di vista e pure di udito, mentre lei ci rincorre e ci demolisce inesorabilmente dall’interno. La semplicità potrebbe anche essere una conquista, ma non certo una violenta azione riduzionista fatta passare per scientifica. La semplicità, per risolversi nella maestosità della vera sintesi, dovrà pur passare da un compromettente calcolo compiuto insieme alla sua forza antagonista. Ed è lo stesso motivo per cui la rigidità, nella sua intrinseca complessità, è lì a fare da protezione al libero fluire controllato dell’acqua che scorre all’interno dei tubi di casa e del sistema idrico-rigenerativo della città intera: che se quei tubi non fossero rigidi sarebbe prima uno sperpero e poi un disastro. La rigidità controllata contiene e lascia fluire; così come la tensione, provocata e ben gestita, crea il nervo e il sistema di nervature che anima tutte le dinamiche relazionali: tutte quelle che si possono inventare all’interno di una performance. E non con la falsità, ma nello spirito della finzione costruita e autorevolmente improvvisata, per saperla donare alla persona appena conosciuta. È con questi paradossi gonfiati di seriali contraddizioni che gli esseri umani dovrebbero imparare a convivere. A questo dovrebbero istruirsi e trovare la via per imporselo. Sentire di doverlo fare per recuperare la propria funzione nel caotico e depauperato sistema-mondo, nonché capire quanto il proprio benessere possa dipendere dal fatto di saper mantenere in salute la creatività del corpo sociale.
Ecco come faccio! Istruisco la mia persona alle più stravaganti polifonie perché ho bisogno di credere a una via d’uscita per l’umanità e che non sia solo post mortem. Ho bisogno di stare in questa dimensione utopica quando mi ritrovo con persone da addestrare in tal senso. Mi sento in dovere di mostrare un’altra versione del genere umano e del suo poco sperimentato potenziale perché sia accolta e digerita la finitezza della vita che si fonde ai limiti e alle imperfezioni, ma anche alle godurie e alle solennità. Il dolore umano condiviso deve poter trovare un appiglio di speranza in un conforto imprevisto, inaudito, straordinario. La questione riguarda tanto l’ambito dello spettacolo e dell’intrattenimento, quanto quello sanitario e terapeutico in senso largo.
È per questo che ho ideato il metodo socio-musicale VoxEchology. L’ho pensato per insegnare a come ascoltare, apprendere, eseguire e come comporre musica, secondo canoni totalmente diversi dalle realtà accademiche, eppure con l’ambizione di poterle felicemente contaminare. Sono consapevole di quanto sia un lavoro di squadra altamente complesso. Tuttavia, credo esista nel concreto la possibilità di fornire un programma da destinare alle più svariate aree artistiche e a quelle di pronto soccorso, dove la disciplina polifonica - quella del saper fare e del saper ascoltare allo stesso tempo - corre in aiuto a tutte le professioni impegnate a trattare l’umana precarietà e la sua spocchia onnipotente. Non è solo un dovere metaforico. In una società dove troppe sono le voci che avanzano richieste d’aiuto e ragioni d’intervento per la propria rituale esistenza con gli altri, c’è bisogno di una formazione sensibilmente polifonica: una pratica giocosa e intelligente dentro le case e tra le famiglie, per tutte quelle persone che vogliono far pace con tutte le meraviglie e le miserie della natura umana.
Raffaele Schiavo