MIF, 23 novembre 2023
Concetti cardini dell’esperienza presentata in intervisione musicoterapica
Il caso presentato in intervisione musicoterapica MIF dell'11 giugno 2023 ha riguardato Emanuele, nome di fantasia in ottemperanza alla normativa sulla privacy, conosciuto in comunità psichiatrica per minori nel 2014 a cui poi è seguito un percorso privato quando, raggiunta la maggiore età, decise di uscire dalla comunità, fino ad oggi, 2023.
La diagnosi di ingresso di Emanuele era Disturbo di personalità non altrimenti specificato (NAS) con presenza di agiti aggressivi (per lo più sugli oggetti). Più tardi comparvero i sintomi di allucinazioni uditive, probabilmente indotte dai farmaci.
Ho evidenziato, di seguito, tre punti salienti del percorso musicoterapico, i quali possono essere considerati, a mio avviso, concetti cardine di ogni trattamento mi Mt in ambito psichiatrico:
L’ascolto accogliente dell’altro
È ciò che ha permesso l’aggancio relazionale e, di conseguenza, l’inizio del percorso terapeutico.
Dalla iniziale diffidenza, passando per un modo inadeguato di chiedere aiuto (agiti distruttivi, dinamiche di sabotaggio dell’attività, atteggiamento minaccioso e di sfida) si è giunti ad una prima apertura e una sorta di test sulla fiducia nei miei confronti, per finire con un affidarsi completamente.
Accettare qualsiasi “territorio di dialogo”
Quando in comunità, un po’ forse, per emulazione di un altro ospite, ha abbracciato degli ideali satanici e anche dopo, nel percorso privato, ha continuato ad avere contatti con personaggi che bazzicavano l’occultismo, ho dovuto accettare di giocare la partita della relazione su questo terreno facendo conto con le mie resistenze; Ho dovuto documentarmi in maniera approfondita sull’argomento e accettare di leggere dei testi satanici che lui stesso mi passava e che rappresentavano, di fatto, in quel momento, il nostro terreno di dialogo. Questo non è stato più solo un test di prova della nostra relazione ma un vero SOS. Emanuele aveva bisogno che io gli offrissi una ragione valida per poter uscire da quel ginepraio in cui lui stesso si era cacciato, scegliendo orgogliosamente di appoggiare un certo modo anticonformista di vedere la realtà. Resosi conto della pericolosità delle persone che gli stavano attorno, non poteva fuggire ammettendo di essere stato plagiato perché questo sarebbe stato un duro colpo alla sua autostima; Emanuele voleva che io gli offrissi una via di fuga che salvaguardasse l’immagine di sé, di modo che alla fine risultasse comunque una sua scelta, presa in seguito ad un attento discernimento.
Non perdere mai la speranza
Nel nostro mestiere di certezze non ce ne sono. Ma nonostante questo io non ho mai perso la speranza di un miglioramento che permettesse a Emanuele di “vivere una vita normale” come lui mi confessò un giorno, fosse il suo maggior desiderio. Ciò significa affrontare le proprie paure riconoscendo che spesso sono le medesime di chi ci è di fronte. La paura più grande di Emanuele (rivelatami dopo diverso tempo) era di diventare come suo zio malato schizofrenico da anni in carico al servizio sanitario, a cui lui era molto affezionato. Quello che io ho continuato a sostenere era semplicemente un dato di realtà: la sua giovane età era la carta migliore che giocava a suo favore e ci permetteva di poter sperare in almeno un miglioramento che evitasse che il suo futuro fosse la fotocopia di quello di suo zio. I nostri sforzi e la costanza nel percorso terapeutico sono andati al di là di ogni più rosea aspettativa: Emanuele è, ad oggi, un ragazzo che conduce una vita più che “normale” e spesso, essendo rimasto in contatto con alcuni suoi amici della comunità terapeutica, mi riporta le condizioni peggiorative di altri ragazzi che, nonostante il rientro in famiglia, dopo magari altri passaggi in comunità per adulti, non sono riusciti a ritrovare un loro equilibrio o addirittura, per l’appunto, sono peggiorati.
Vorrei concludere riportando le conclusioni della mia relazione scritta per la supervisione in questione:
Prendendo in prestito lo schema di un famoso docente della PNL, Robert Dilts, Il percorso compiuto può, in sintesi, essere rappresentato in tre punti salienti: la Crisi, La Transizione, La Trasformazione.
Crisi
Crisi, dal greco Krisis, vuole dire scelta. È il momento in cui bisogna decidere se portare avanti o meno un dato evento. In età adolescenziale è il punto di inizio del cambiamento; senza la crisi non c’è trasformazione. Spesso questa crisi, fisiologica dell’età in questione, quando tocca degli individui fragili e/o con problematiche “in germe”, risalenti alla prima infanzia, porta con sé sintomatologie che possono sfociare nella patologia.
Per fortuna a tale età ci sono buone probabilità di reversibilità di tali sintomi e di conseguenza l’uscita da un quadro patologico.
Transizione
Ecco, quindi, la seconda fase, quella della transizione. In tale fase c'è un movimento ma la situazione non è ancora delineata. Qui, l’unica certezza è ciò che ci si è lasciati alle spalle, il vecchio mondo, ma ancora il nuovo equilibrio non si è costituito.
È il momento dell’inizio del percorso terapeutico, in cui è avvenuto il cosiddetto aggancio; ma la persona in cura non sa bene se può davvero fidarsi del terapeuta e lasciarsi andare completamente nelle sue mani. Questo è stato, per me ed Emanuele, un punto cruciale molto delicato, in cui ho dovuto avere una infinita pazienza per non forzare gli eventi, vincendo la paura di poter perdere l’aggancio terapeutico.
Sapevo di essere su un piano di prova, lui mi stava testando o meglio stava testando la mia tenuta, la mia capacità di tollerare e accettare le sue intemperanze, per capire se fossi io la persona giusta che avrebbe saputo ascoltarlo fino in fondo e tirarlo fuori del buio in cui si trovava. Sono stati momenti difficili in cui ho dovuto ricorrere a tutto il mio lato “zen” per non rispondere, in maniera simmetrica, alla sua rabbia e alle sue invettive.
La strategia, per fortuna, è risultata vincente e tutti i miei sforzi sono stati premiati.
Trasformazione
Con l’inizio del percorso privato con Emanuele ebbe inizio la terza fase, quella della trasformazione.
Come dice Dilts1, “questa fase comporta una rottura della struttura vigente eccessivamente rigida o non più sostenibile. Questa rottura provoca una regressione ad uno stato più primitivo non integrato che ci mette in contatto con le nostre ombre ma anche con le risorse che precedentemente non sono state riconosciute e utilizzate2”.
In quel momento ho avvertito la sua richiesta di essere “preso per mano”
Anche se ancora per un po’ stentò a fidarsi completamente, ormai i tempi erano maturi e lui aveva gli strumenti per riconoscere i propri errori e tornare sui suoi passi.
Il percorso terapeutico è stato un processo che dalla rigidità, attraverso la regressione, è approdato alla riorganizzazione.
C’è da dire che quando ho preso in carico privatamente Emanuele ho avuto subito la percezione che sarei stato l’unico attore del processo di cura e questo significava, contestualmente, non avere più alcun “paracadute” da parte della comunità, e ciò mi spaventava un po’.
Quando Emanuele decise di interrompere del tutto la terapia farmacologica, senza una guida del medico, e di non andare più al centro di salute mentale, nonostante avessi insistito, a più riprese, affinché non lo facesse in quel modo, Il problema delle voci divenne un ulteriore enorme preoccupazione per tutto quello che responsabilmente significava. Il contatto con la famiglia divenne quasi giornaliero per assicurarmi che Emanuele non peggiorasse ulteriormente.
La comunicazione con Emanuele era ostacolata dalle sue voci e io capii che non potevo più prescindere dalle sue allucinazioni uditive per arrivare a lui direttamente.
Decisi di non ignorarle, ma cercai di riconsiderarle come risorsa e, per far questo, dovetti documentarmi più approfonditamente sull’argomento. Trovai, in letteratura, interessanti punti di vista in merito che avvaloravano il mio punto di vista.
Il Dr. Rufus May3, psicologo clinico esperto in materia, sostiene che lo scopo di connettere le persone con le loro voci è quello di permettergli di incorporarle nella loro vita quotidiana, di modo che esse non provochino più disagio. Egli afferma che: “Le voci, in quanto tali, non sono il vero problema, è invece importante la relazione che la persona ha con le voci. Quindi, invece che essere qualcosa che vogliamo evitare e sopprimere a tutti i costi, come vorrebbe il tradizionale modello psichiatrico di malattia mentale, dovremmo incoraggiare le persone ad affrontare queste voci, comprenderle e lavorarci insieme”.
Cortens riferisce: “Dialogare con le proprie voci è un momento importante in cui le voci possono svelare la loro identità e rivelare cose mai dette prima alla persona (Cortens, et al, 2011)4”.
D. Caramia nel suo interessante libro “L’Amore per la prima nota4” cita Julian Jaynes, noto psicologo di Princeton, che alla fine degli anni Settanta, in un affascinante trattato sulla mente bicamerale (Jaynes 1984), afferma che l'emisfero non dominante, quello muto, non coinvolto direttamente nella formazione del linguaggio, sia stato un tempo la residenza delle voci degli dèi.
“Erano voci, le cui direzioni e pensieri partivano dal lato divino della mente, una mente bicamerale, quelle stesse voci udite dagli eroi dell'Iliade così come nelle allucinazioni di certi pazienti schizofrenici.
Come afferma, ancora, Caramia – Queste voci hanno ancora, come residuo vestigiale di un'organizzazione della coscienza verbale, effetti fortemente persuasivi riguardo ai nostri moti interiori, forse influendo anche sul nostro destino interagendo a livello del nucleo cellulare sulle caratteristiche espressive del DNA”5.
In definitiva, il pensiero di molti esperti in materia, che condivido pienamente, è quello che sia possibile cambiare visione sulla malattia mentale, scostandosi da un modello medico-centrico, e dimostrare, anche dal punto di vista scientifico, che le voci non sono sempre da considerarsi sintomo di patologie psicotiche ma che, in alcuni casi, possono considerarsi una sorta di reazione, paradossalmente sana, in risposta a circostanze insane.
Tuttavia, dialogare con le voci non è per niente facile, per cui spesso occorre appoggiarsi a gruppi di auto-mutuo-aiuto per uditori di voci o esperti (con trattamenti farmacologici di supporto).
Per tale motivo, dopo aver arginato un po' la sensazione di panico del momento, riuscii a rassicurare Emanuele, sufficientemente, perché non si spaventasse delle sue voci, dando loro ascolto e riferendomi il loro contenuto. Ci concentrammo sul significato delle frasi e sull’intenzionalità che poteva esserci dietro. Lo aiutai a capire che erano frutto della sua mente e, progressivamente, i sintomi paranoici che nel frattempo erano subentrati, si attenuarono. Si fidava di me e riuscii a convincerlo a riporre la sua fiducia anche nella dottoressa Contini che gestiste, a Reggio Emilia, un centro specialistico per gli “Uditori di voci”. La persona giusta al momento giusto, che seppe indirizzarlo alle cure di uno psichiatra a Milano che guadagnò la sua fiducia e gli propose una terapia farmacologica più adatta, da scalare progressivamente, con la giusta tempistica. Ancora una volta la strategia fu vincente.
Oggi, riguardando tutto il cammino fatto, posso dire di essere soddisfatto; soprattutto per aver creduto fortemente nel potere della musicoterapia. Il caso di Emanuele è forse uno dei pochi casi in cui il percorso di guarigione è pienamente attribuibile alla sola terapia musicale dato che Emanuele, dopo le prime fasi, si è completamente affidato al trattamento musicoterapico, tralasciando qualunque altro percorso di cura. In conclusione, dopo nove anni di percorso insieme, auguro a lui, di continuare a navigare a vele spiegate, ora che, forse, per la prima volta nella sua vita, intravede una meta futuribile e una possibile direzione da seguire.
Note a piè pagina
1R. Casadio https://www.stateofmind.it/2014/09/parlare-voci-significato/
2D. Corstens, E. Longden & R. May, R. (2011). Talking with voices: Exploring what is expressed by the voices people hear. Psychosis: Psychological, Social and Integrative Approaches. Advance online publication p. 22-23.
3Rufus May lavora come psicologo clinico e gestisce il servizio di psicologia in ricovero a Bolton, Lancashire. È appassionato di approcci olistici e creativi ai problemi di salute mentale.
Ha lavorato a stretto contatto con i gruppi Hearing Voices dal 2001 e ha usato il “Voice dialogue” con le persone che sentono le voci dal 2005. Questo ha portato Rufus May ad interessarsi ad approcci compassionevoli, all'ascolto delle voci e a creare supervisioni e formazione per tali approcci.
Nel suo lavoro usa anche la danza, il movimento consapevole, le arti marziali, il teatro e il drumming ed è appassionato anche di comunicazione nonviolenta. Inoltre, condivide questi approcci con i colleghi e le persone che usano i servizi di salute mentale.
4D. Corstens, E. Longden & R. May, R., (2011), Ibidem.
5D. Caramia, A. Romai L’amore per la prima nota. Principi di neuromusicologia, Roma, UniversItalia, 2018.
https://youtu.be/9haI9NtX-yI?si=_puX-fHy3w-EtLPq
Giacomo Cassano