Una gradevole brezza veniva a mitigare la calura. Come al solito Don Vincenzo Callisto e i suoi amici, incuranti delle condizioni meteorologiche sfavorevoli, sedevano a chiacchierare nel giardinetto della piazza dove l'antica fontana dispensava insieme all'acqua il suo monotono mormorio a cui non facevano più caso.
Don Vincenzo Callisto sedeva, naturalmente, sulla panca più alta, in guisa di re, meglio dire come un maestro in cattedra. I suoi ascoltatori, perché generalmente gli amici tacevano e ascoltavano, erano addossati gli uni agli altri su due panchine mezzo sprofondate nel terreno. Pendevano dalle labbra di quell'uomo dal viso emaciato, dagli occhi spiritati e dalla lunga pipa sospesa a un angolo della bocca. Egli palesava a volte una sofferenza interiore, sospettosamente ostentata, che lo faceva ancora più vecchio di quanto non fosse realmente. Sembrava un uomo senza età in quel luogo sospeso in un tempo indefinito, dove i giorni e le notti si susseguivano sempre uguali. Il suo aspetto e le sue ascendenze nobili lo collocavano, infatti, agli occhi degli astanti, in una specie di limbo in compagnia di personaggi illustri dell'antichità. E tutto ciò che lo riguardava, sia le storie che raccontava sia le dicerie sul suo conto, non facevano che confermarlo fuori dal tempo. Del resto, essi stessi vivevano in uno stato di poca consapevolezza tanto che a volte non sapevano neppure in quale anno fossero.
Così si tendeva ad attribuirgli qualsiasi fatto accaduto nel passato. Ad esempio, uno tra i più vecchi e fidati discepoli raccontava che un giorno si discorreva degli avvenimenti dell'attualità. C'era la guerra ma sembrava una cosa tanto lontana in quell'angolo di mondo neppure segnato sulle carte geografiche, dove la vita scorreva abbastanza tranquilla. Le notizie che vi giungevano erano scarse e imprecise. C'era stato un momento in cui questa tranquillità era stata dolorosamente scossa, quando era giunta la notizia della morte di Alfreduccio, il figlio di Pina, la vedova. Ma per quanto l'accaduto potesse colpire quelle povere menti, esse non andavano oltre le piccole considerazioni sulla caducità della vita.
Così restavano pensierosi più che ciarlieri e lo stesso Don Vincenzo, sempre pronto a filosofeggiare, era meno loquace del solito, anzi indugiava con lo sguardo a terra e il mento appoggiato al bastone.
A un certo punto sbucò da una stradina laterale la mole ragguardevole di Dagoberto, il federale, il quale, anche in ossequio al proprio nome, si comportava come un un antico cavaliere. Completamente calvo, con due occhi piccolissimi perennemente in movimento, scrutava in lungo e in largo e nulla gli sfuggiva. Fin da subito era entrato nella parte e la interpretava con la massima dedizione. Vedendo quell'assembramento sospetto scese dall'infelice bicicletta, suo abituale mezzo di locomozione durante il giro quotidiano del paese per controllare che tutto fosse in ordine, e si mise ad osservare il gruppetto con aria truce. Non poteva dimenticare il fatto che lo avessero estromesso dalla loro cerchia allorquando aveva abbracciato le nuove idee e assunto il suo incarico di responsabilità patriottica. Sentiva il loro astio che lo colpiva come uno schiaffo facendogli trangugiare sorsate di amarezza e di risentimento. Vigeva allora l'ordine di non riunirsi in gruppi di più di tre persone ed egli faceva di tutto per fare osservare tale disposizione. Si accingeva a richiamare quei suoi compaesani poco obbedienti quando si avvide che tra di loro c'era un lontano parente della moglie, dal quale si aspettava una parte di eredità. Così, controllando il suo primo impulso, lasciò correre. Solo per quella volta, però. Se in seguito avessero continuato a tenere quel comportamento illegale gliela avrebbe fatta sicuramente pagare. Rimontò in sella e si allontanò.
La visita del federale non scompose più di tanto i congiurati, anzi qualcuno profferì, a proprio rischio e pericolo, qualche commento non proprio amichevole, moderato dall'opinione generale che fosse un po' tocco. Il fatto deviò la conversazione su quanto accadeva oltre il limite del paese e poiché erano digiuni di tante nozioni e sapevano solo quello che diceva il capo del governo attraverso la radio durante l'adunata del Sabato, i cospiratori si rivolsero a chi ne sapeva di più, per averne lumi al riguardo, nemmeno a dirlo, a Don Vincenzo Callisto.
“Che dite” - fece Raffaelone, che si era aggregato al gruppo dopo che aveva ceduto al figlio la conduzione del suo fondo sulla riva del fiume - “la vinceremo questa guerra?”.
Don Vincenzo rimase lungamente assorto. Poi, storcendo la bocca in una smorfia dolorosa, socchiuse gli occhi e guardò altrove come se non avesse sentito o volesse sviare da sé quella domanda importuna, mentre macchie purpuree gli imbrattavano quel suo viso quasi trasparente. Infine emise un suono indistinto che voleva dire tutto e niente. Si fece piccino piccino e sembrò annullarsi nel recondito desiderio di sprofondare in quella piazzetta.
I discepoli rimasero perplessi, non sapendo comprendere il significato di quella ritrosìa. O forse lo compresero ma desiderarono lo stesso che il maestro si esprimesse senza ambiguità.
“Allora?” - fece Raffaelone, evidentemente ancora poco abituato alla deferenza del gruppo nei confronti della propria autorevole guida.
Don Vincenzo parve vacillare di fronte a tanta sfrontatezza. La sua smorfia prese l'aspetto della paralisi. Adesso era bianco più della cera e tutti i suoi nervi erano pericolosamente tesi. Tuttavia il suo rango e la sua esperienza non gli permettevano di sottrarsi all'interrogativo, per cui, con un estremo sforzo di volontà, emise per la seconda volta quel suono oscuro, simile a un grugnito. Niente da fare, di più non si poté ottenere ed anche Raffaelone dovette arrendersi.
Ecco quanto raccontò quel suo amico ma, come abbiamo accennato, non era sicuro che si trattasse effettivamente di Don Callisto.