La monotonia pomeridiana fu interrotta, per modo di dire, dal ritorno di Peppe Chirozzi, vecchio maestro elementare. Di statura piuttosto alta, senza capelli, magro, era vestito quasi sempre in modo trasandato. La sua giacca risentiva degli anni e delle sue varie occupazioni. Comunque era un compagnone. Beh, proprio maestro con tutti i certificati a posto non lo era, sussurravano le malelingue, che non mancano mai nei nostri paesi. Esse dicevano che Peppe era diventato maestro per causa o merito di guerra, in quanto era dovuto partire prima di conseguire il diploma. Tornato dalla guerra, il governo lo aveva inserito, insieme a tanti altri, nella scuola e Peppe si era ritrovato maestro senza diploma e senza concorso. Tuttavia si era votato interamente alla causa dell'insegnamento esercitando la professione con dignità. La perdita di una gamba, amputatagli a seguito di una ferita in combattimento, gli aveva assicurato, peraltro, soprattutto nei primi anni dopo il conflitto, una certa simpatia come benemerito della patria. Cosa di cui andava legittimamente fiero. Infatti portava sempre una medaglia attaccata al bavero della giacca.
La professione esercitata, la ferita di guerra e una certa infarinatura di cultura generale (era pur sempre arrivato alla soglia del diploma), gli avevano consentito di ritagliarsi uno spazio di sicuro rispetto. Ma non era solo questo che faceva di Peppe Chirozzi una persona nota nell'ambito del paese. Si sapeva, infatti, che aveva un rapporto non sempre pacifico con l’italiano, e non solo, e si scontrava con frequenti strafalcioni.
Quando parlava era piuttosto oscuro, usava circonlocuzioni, frasi campate in aria, concetti astrusi, solo apparentemente di un qualche significato. In realtà gli ascoltatori abituali ci capivano poco ma, da zoticoni, erano portati a pensare che fossero discorsi al di sopra delle loro capacità e Peppe Chirozzi alimentava cosi il suo prestigio. Quelle povere menti bevevano i suoi svarioni culturali come vino di qualità.
Lo stesso don Vincenzo Callisto, che, in quanto a conoscenze, sapeva il fatto suo, a volte rimaneva perplesso di fronte al significato di una frase o all'uso di una parola che gli pareva stonato in un certo contesto. Ma ci passava sopra, non chiedeva lumi, si limitava a tirare lunghe boccate di fumo dalla sua pipa di creta.
Don Vincenzo domandò: "Che ti è successo? Non ti vediamo da giorni. Tutti ci domandavamo dove ti eri cacciato".
Grattandosi nelle parti intime, che non è mai una cosa da trascurare, Chirozzi disse: "Due settimane. Sapete sono stato da certi parenti in Ciociaria che non vedevo da anni. Chi vuol vivere e star sano, dai parenti stia lontano. Sempre a pregarmi di andarli a trovare. Alla fine ho deciso e li ho accontentati. Ecco la ragion pura. Ma non sono riuscito a stare più a lungo lontano dal loco natìo, anche perché il tempo, all’improvviso, si è guastato e c’è stato un naufragio. Molte case sono state danneggiate”.
“Naufragio?”, pensò don Vincenzo ma si guardò bene dal correggere il maestro elementare.
“Eh, non ci sono più le stagioni di una volta!”, esclamò Raffaelone che aveva smesso di coltivare il fondo in riva al fiume. “Tu che ne pensi?”, disse ancora, interpretando il pensiero di tutti.
“Sono questi missili che rovinano il tempo”, rispose sicuro Peppe Chirozzi, la cui autorità in questo campo era incontestata. “Vogliono andare sulla luna… éeh bum, ma non è possibile! Cadono tutti in mare e fanno solo strage di vertebrati acquatici e ittici”, sentenziò.
“Eh?”, chiese Graziano Caruso che si esprimeva solo per interiezioni.
“Pesci”, rispose il maestro con una lieve smorfia di disprezzo.
"E’ lontana questa Ciociaria?", chiese Raffaelone, che da quando aveva ceduto il terreno al figlio ci teneva ad apprendere quanto più possibile.
"Eh... eh?", appoggiò la domanda il monosillabico.
"Hai voglia", interloquì Vittorio Caiazzo, ex scrivano comunale che sapeva tutto. "Devi attraversare prima l'Italia, poi la Svizzera e poi viene la Ciociaria”.
Don Vincenzo si astenne. Non era proprio sicuro e non voleva fare la figura dell’ignorante. Ma non era sicuro nemmeno del contrario.
"No, ti sbagli", corresse il maestro elementare.
"Vuoi che non lo sappia", ribatté lo scrivano. " io ho un figlio proprio in Svizzera".
"Niente affatto, è prima di Roma", puntualizzò Chirozzi.
Don Callisto alzò la testa a sentire quella parola. Proprio a Roma aveva svolto una parte del servizio militare e ricordava con struggente nostalgia quel periodo.
"Ti dico che mio figlio è in Svizzera e mi parla sempre di questa Ciociaria", ribadì lo scrivano.
"Vabbè, vuoi vedere che io vengo dal morto... dovete sapere che vado col treno fino a Frusenone, lì prendo la corriera e vado al paese dei miei parenti. Alia iacta est. In mezza giornata faccio tutto il tragitto".
"Diciamo come dici tu. Io sono sicuro perché ho un figlio in Svizzera", insistette l'impiegato comunale il quale non tollerava che si mettesse in dubbio la sua cultura.
"E’ come ti dico io, invece, te l'assicuro”.
Don Vincenzo, da parte sua, continuava a tacere, combattuto tra le due posizioni. Ne aveva per la testa di nomi di luoghi appresi dai compagni d'arme! Luoghi che non sapeva dove si trovassero perché non si era mai premurato di chiedere. Ogni posto corrispondeva a un compagno e questo gli bastava. Val Camonica, Valli di Comacchio, incassate in chissà quali montagne inaccessibili, Mugello. Tutti nomi mitici. E mentre pensava a tutto ciò e ai volti dei commilitoni, si chiedeva se fossero tornati dalla guerra sani e salvi e, quasi passandoli in rassegna, mormorava tra sé e sé: "Val Camonica, Valli di Comacchio, Sila, Mugello".
"Eh no, permettetemi di correggervi", disse il maestro Peppe Chirozzi, "non Mugello, Bargello. Mugello è un museo".
"Ah...ah", assentì quello che parlava per interiezioni.
Don Vincenzo, pur sapendo di avere buona memoria, non rispose. Gli altri? E che ne potevano sapere? Mugello, Bargello si equivalevano non solo per assonanza ma per assoluta mancanza di significato.
Peppuccio Mannesi, maniscalco senza più cavalli, chiese: "Beh, e come si vive in questa Ciociaria, sono come noi?".
"Oh, si vive benone", rispose il maestro, contento che gli si desse di nuovo la parola. "Noi abbiamo condizioni climatologiche, astrologiche e fisiocratiche più favorevoli, lì il tempo è quasi sempre umido e molti soffrono di micranie e sinosite. Per carità, qui stiamo meglio, non discutandum. Col nostro sole e con la brezziolina che viene dal mare...”
"Ma mangiano come noi, parlano come noi?", insistette Raffaelone.
"Parlano un po' strano, spesso non li capisco, però mangiano come noi. È il modo di cucinare un po' diverso. Hanno un'altra arte colinatoria e anche qualche piatto particolare. I miei parenti, ad esempio, mangiano molta pasta fatta in casa e spesso il bacchio".
"Che cos'è", disse don Callisto, incuriosito.
"Una specie di pecora, un ovinide, la pecora ce l'abbiamo solo noi. Essi hanno il bacchio ma è buono altrettanto. E l'acqua, poi, è ottima, arriva da un altro piano ed è ricca di soda e bicarbonato. Quando bevi te la senti veramente scendere".
Gli astanti rimanevano abbagliati da tanta cultura. Ecco cosa significa, pensavano, non aver fatto le scuole. Il monosillabico commentava a modo suo: "oh...oh" di meraviglia. Poiché lo diceva Peppe Chirozzi, a nessuno veniva in mente che la soda la utilizzavano a piene mani le donne di casa e il bicarbonato lo tenevano in dispensa pronto all'occorrenza.
E così, tra bacchi e Ciociarie, tra valli e monti si consumò l'ennesima discussione del gruppo con qualche mugugno da parte di chi era sicuro che la Ciociaria fosse al di là della Svizzera.
Il commento conclusivo, appropriato, furono le interiezioni di Graziano Caruso: "ih...ih"