- L'araba fenice

di Alessandra Economo

La fenice e lo sciamanesimo
 
La fenice è in realtà il frutto di una complessa fusione di tradizioni antichissime, che, secondo molti autori, hanno il loro punto di origine in Estremo Oriente, e più precisamente in area mongolo-siberiana, culla dello sciamanesimo.  Il tipico volo sciamanico consisteva nell‘ascesa, attraverso l‘Albero cosmico, al sole (vedi anche la danza del sole degli indiani d‘America), affinché lo sciamano, trasfigurato in uomo-uccello di luce, raggiungesse l‘immortalità. 
Il costume indossato era quello dell‘aquila, ma a ben vedere veniva arricchito con particolari di molti altri uccelli simbolici, ed ancora oggi nelle danze rituali asiatiche si usa la maschera della fenice. 
Dunque, la cavalcatura dello sciamano sembra essere il vero antenato della fenice, spesso rappresentata in tale area con doppia testa .
Particolare non trascurabile, è la presenza di decorazioni, quali nastri e pendenti, a simboleggiare i serpenti: tanto in Europa quanto in Asia la fenice risulta essere sempre predatrice di serpenti.

La fenice in Mongolia
 
Attraverso il lamaismo tibetano, in Mongolia si diffuse la fenice in forma di Garuda, l‘aquila-fenice di origine indiana. La tradizione Bön aggiunse il dettaglio delle corna bovine, che ci riporta ancora al costume sciamanico. Qui la fenice rappresenta lo ―Spirito del Bogdo Ula‖, che è una delle 4 montagne sacre. 
Secondo i mongoli, fu proprio un‘aquila dalle ali d‘oro a trasmettere le leggi fondamentali, aiutandoli a fondare il loro impero, e insediando sul trono Gengiz Khan. Emerge un altro tratto caratteristico asiatico ed europeo comune: la fenice, o aquila d‘oro, è legata all‘origine della regalità. 

La fenice in Cina

Per molti studiosi, la Cina è la vera patria di tale uccello che ha qui radici nella protostoria.  Già nel 16° sec. a.C. si hanno immagini stilizzate di cinesi che affrontano draghi,  Feng, la fenice appunto, è l‘animale sacro situato a sud. Diversamente dalla tradizione occidentale, in cui la fenice è sempre maschio, al Feng si aggiunge una controparte femminile, Huang. In tal modo il fenghuang risponde alla legge della dualità cosmica, espressa in Cina dai termini polari yin e yang.  Ma potrebbe anche riferirsi ad un più antico simbolismo, sempre di origine sciamanica, e alla fenice a due teste. Il fenghuang ha una testa piccola, un lungo collo, una perla (o i
testi sacri) nel becco, ed artigli da rapace. Le sue piume sono di 5 colori, i fondamentali (blu, rosso, giallo, bianco e nero) ovvero i 5 elementi: fuoco, acqua, legno, metallo e terra; e nel corpo reca iscritti i 5 precetti fondamentali: sul capo la virtù, sulle ali la giustizia, sul dorso i riti, sul petto l‘umanità, e sul ventre la sincerità. Il suo corpo era una mistura dei corpi celesti: la testa era il cielo; gli occhi rappresentavano il sole; la schiena, la luna; le ali il vento; le zampe , la terra, e la coda i pianeti. Rappresentava il potere e la prosperità, tanto da comparire solo alla presenza di un imperatore illuminato o in periodi di pace.    
Solo gli imperatori potevano portare il simbolo del Feng, spesso rappresentato con una sfera di fuoco che rappresenta il sole, ed è chiamato ―l‘uccello scarlatto‖. 
Nel Taoismo, diverrà ―l’uccello del cinabro‖, non solo per il suo colore rosso, ma soprattutto per la sua capacità di conferire
l‘immortalità. La fenice  diventa quindi la cavalcatura dei taoisti immortali che risiedono nelle ―Isole dei Beati‖ del mare orientale.
Altra caratteristica importante è il suo canto, che conteneva le 5 note della scala musicale cinese. 
Non a caso, la fenice è l‘emblema di Nűgua, la prima imperatrice ed inventrice del cheng, uno strumento musicale a fiato a forma, appunto, di fenice.
 
La fenice in Giappone
 
Qui figura con il nome Ho-oo (o Karura), ovvero una coppia di maschio (Ho) e femmina (Oo). Diversamente dalla ―cugina‖ cinese, è rappresentata come enorme aquila alitante fiamme, con piume dorate e gemme magiche sulla testa. 
Anche in questo caso annuncia l‘arrivo di una nuova era, ed è solito, come in Cina, trovarla sui tetti degli edifici: ve ne sono due sul tetto del tempio Byodo-in, chiamato ―Palazzo della Fenice‖ anche perché ne ricorda la forma.
L‘altro termine giapponese con cui si designa la fenice è Karura, evidente deformazione della Garuda indù.  Tale nome indica una maschera dell‘antica tradizione teatrale buddista, il Gigaku, proveniente dall‘India, che ruotava su tre personaggi, uno dei quali era l‘uccello.  La maschera del Karura, una specie di aquila-pappagallo, rappresentava proprio la fenice, con la perla nel becco ed il piumaggio rosso.  Anche in tal caso, l‘attore che indossava tale maschera diventa un uomo-uccello dal corpo umano ma con ali e becco d‘aquila, ad indicare un‘evidente richiamo all‘antichissimo retaggio sciamanico.
 
La fenice indù e buddista
 
Nota col nome di Garuda, era identificata con i raggi del sole. Ha ali e becco d‘aquila, con notevoli tratti antropomorfi.  Associata per il suo colore rosso al dio del fuoco Agni, il termine ―garuda‖ sembra derivare dalla radice ―grî‖, parola. Tutti i sacri testi indù vi fanno riferimento. Nel Mahabharata si allude alla sua funzione cosmologica: tale uccello è infatti in grado di ―arrestare con il vento delle sue ali la rotazione dei tre mondi‖.
Nei Purana la sua nascita è collegata alla contrapposizione con i serpenti. 
Nacque infatti da un uovo deposto da una delle due mogli del Rishi Kasyapa: era bellissimo di aspetto, ma con le dita dei piedi ad artiglio. Dall‘altra moglie del Rishi nacquero 1000 serpenti. 
Nel tema della loro lotta sembra emergere il compito della Garuda di spogliare i serpenti della loro pelle per conferire loro la natura luminosa, presente in tutti gli esseri.  Secondo un altro mito, Kadru, madre dei serpenti, combatte e cattura Vinata, madre di Garuda.  L‘uccello, per liberarla, ruba agli dei l‘amrita, la bevanda dell‘immortalità, andando così a rappresentare l‘eterna lotta tra demoniaco e divino.
Stessa funzione ha in Tibet, dove è detto Vinâyaka ovvero ―colui che rimuove gli ostacoli‖ alla conoscenza suprema.  Anche nel buddismo, i serpenti contro cui lotta sono l‘ignoranza, le azioni compiute nella totale inconsapevolezza, in questa vita e nelle vite passata, che tengono legato l‘uomo. Nel buddismo tibetano si identifica con l‘uccello Khyung, con in testa due corna (vedi sciamani e maschere mongoliche), un gioiello rubato ai Naga, ed i capelli che assomigliano a fiamme che vanno verso l‘alto. 
Spesso su un disco solare, stringe due serpenti tra gli artigli. Protegge le quattro direzioni dello spazio, e durante le cerimonie Bôn compare insieme agli spiriti delle montagne sacre.  Particolarmente interessante è il Garuda nero, con cui i lama trasmutano i veleni inoculati nell‘esistenza mondana. Inutile dire che Garuda è la cavalcatura di alcune divinità, tra cui Vishnu e sua moglie Laksmî.
Al livello esoterico, la fenice buddista rappresenta il lampo dell‘illuminazione: è l‘uccello che ―artiglia‖ e solleva al cielo supremo, ovvero alla luce eterna divina. Ecco perché fu collegato al simbolo della regalità: solo colui che, come lo sciamano, aveva compiuto sia l‘ascesa che la ridiscesa spirituale lungo tutti i piani del cosmo poteva essere un vero sovrano. In viaggio verso l’Occidente attraverso il Vicino e Medio Oriente e l’Egitto
Il simbolismo dell‘aquila-fenice, dopo essersi ampiamente diffuso in tutta l‘area asiatica, attraverso l‘India si diffuse poi nella Penisola Arabica, in Africa nordorientale e nel Vicino Oriente, giungendo da qui anche in Occidente.
Storicamente parlando, il primo resoconto dettagliato della fenice deriva dallo storico greco Erodoto, il quale collegò tale uccello all‘Arabia. Da qui l‘erronea definizione di Araba Fenice, dovuto forse al fatto che fu proprio il mondo islamico a fondere nuovamente le varie tradizioni relative a tale mitico uccello.
 
La fenice nel mondo iranico, arabo e persiano
     
Viene citata nell‘Avesta con il nome di Saèna (dal sanscrito syenâ, ovvero aquila o falco) meregha, che nidifica nel mare primordiale, sull‘albero primordiale cosmico.   Lasciando il nido, l‘uccello scuote l‘albero, cosicché i semi vanno in tutte le direzioni. In epoca sasanide (III-IV d.C.) si stabilisce l‘immagine canonica del Simurgh, usata soprattutto come simbolo di regalità. 
La letteratura arabo-persiana si ispira al  sufismo, che considera la fenice come lo spirito immortale che risiede in ogni essere umano, identificandolo con l‘essenza divina.  Per ogni uccello-anima, prigioniero della rete del mondo fisico e sensibile, esiste la fenice, simbolo di Dio. Ciascun uomo ha dunque la possibilità di scegliere: o spiccare il volo, cavalcando la fenice o facendosi afferrare dai suoi artigli, o restare legato al mondo visibile. Si tratta, in sostanza, dell‘antico volo sciamanico, in questo caso completamente interiorizzato, simbolo di un‘iniziazione.
Nel testo ―Il verbo degli uccelli‖ (XII/XIII), di Farîd addîn Attâr, un sufi persiano, un gruppo di uccelli decide di partire alla ricerca del misterioso Simurgh per farne il loro re.  Il viaggio è irto di difficoltà, ed alla fine solo 30 superstiti giungono a lui. I loro corpi bruciarono, riducendosi in cenere, mentre le loro anime furono investite da una luce vivificante. Allora essi contemplarono e compresero ciò che già viene indicato dal significato del nome di tale creatura: si = trenta e morgh = uccelli. 
Guardando Simurgh videro sè stessi, e guardando se stessi videro Simurgh.
Il viaggio da loro compiuto altro non era che la ricerca di loro stessi. Gli uccelli altro non sono che il simbolo dell‘anima umana che, imprigionata dal corpo, ovvero dalla personalità, anela invece al ricongiungimento con l‘Unità originaria. La più antica fenice
conosciuta dagli arabi è però l‘Ankâ, un airone di chiara derivazione egizia, poi assimilato al Simurgh. 
Resta ai margini il Roc, che compare anche nei racconti delle Mille e una notte, un uccello che rapisce gli uomini e sembra
essere una deformazione del Garuda indiano. 
 
La fenice in Egitto 
 
E‘ nota come Bennu egizio. Il verbo BENU significa risplendere, sorgere fulgidamente, librarsi in volo. E‘ l‘uccello del sole, emblema del dio Sole Ra e simbolo di resurrezione e di immortalità. Poiché risorge per prima, la fenice fu associata al pianeta Venere, detto ―la stella della nave del Bennu-Asar‖, in cui Asar è il nome egizio di Osiride, che avrebbe rivelato al Bennu il segreto dell‘immortalità.
In Egitto, quindi, la fenice viene collegata, nel corso del tempo, a 3 divinità: Ra, Atum ed Osiride.
In quanto simbolo del sole, la sua nascita era autogenerata: appariva ogni mattina come sole sorgente, ed era creduto essere l‘anima (BA) di Ra, tanto che più tardi il geroglifico Bennu fu usato proprio ad indicare il nome del dio. Ogni mattina, come sole sorgente, splendeva sul mondo dalla cima del sacro salice di Eliopoli, dove si rinnovava. 
Nei Testi della Piramide è scritto che la Fenice, uccello della luce, si era posata sulla pietra ben-ben per dare inizio alla grande era del dio. 
La fenice rappresenta non solo la prima luce, ma lo stesso Logos: infatti è con il suo grido che si avvia ciò ―che è e che ancora non è‖ nella creazione. E‘ l‘origine del tempo ciclico, così come esso era concepito dagli Egizi, e non a caso il tempio di Heliopolis era connesso al calendario. Come aspetto di Atum, quindi, sorvola le acque primeve di Nun prima della creazione: fu la prima forma di vita ad apparire: si creò da sé dal fuoco che bruciava in cima al sacro salice di Heliopolis. L‘essenza vitale era giunta dall‘Isola di Fuoco, la sede dell‘eternità, da cui proveniva anche la Fenice, che dunque è anche messaggero del mondo divino.
Il bennu fu inevitabilmente associato ad Osiride risorto, con la Corona Bianca dell‘Alto Egitto, l‘Atef, emblema del dio, o con il disco solare, tipico di Ra.
In alcuni documenti si allude al cadavere ed alla mummificazione del bennu: si credeva, infatti, che Osiriode-Ra possedesse un corpo nel corso del suo viaggio notturno, che poi abbandonava al momento di risorgere.
Il fatto che venisse rappresentata dall‘airone dipende dal fatto che gli Egizi salutavano grati tale uccello che si poggiava sulle rocce che iniziavano ad intravedersi dopo la periodica inondazione del Nilo, che fecondava la loro terra, ed era dunque simbolo di prosperità e vitalità. Una piccola curiosità: ci sono 4 piramidi dedicate alla Fenice: quella di Cheope, detta ―dove il sole sorge e tramonta; tre piramidi ad Abusir: Sahure,―splendente come lo spirito Fenice‖; Neferikare, ―dello spirito Fenice‖; Rene-
feref, ―divina come gli spiriti Fenice‖.
Sintetizzando, in Egitto la fenice simboleggia tanto la rinascita del giorno, quanto la resurrezione dopo la morte.
 
La fenice nel  mondo greco-romano
 
Deriva direttamente dal bennu egizio: la parola latina  è phoenice‖, quella  greca phoinix‖, termine che vuol dire rosso (collegato anche ai Fenici ed alla porpora, nonchè alla palma da dattero, ma anche a phònos = spargimento di sangue). Curiosamente, non si ha nessuna rappresentazione o effige greca della fenice, ma le descrizioni e le citazioni abbondarono, spesso creando leggende distorte sulla sua origine, vita e morte. Il primo a parlarne fu Esiodo, ma non mancarono i naturalisti come Plinio ed Eliano, ed ancora Ovidio, e molti altri. Esistono due tesi diverse. La prima sosteneva che essa avesse un padre. Secondo Erodoto, proveniva dall‘Arabia, ed ogni 500 anni giungeva ad Eliopoli per seppellirvi la salma del padre che portava in un uovo, accompagnata da un stormo di uccelli.    
Secondo Tacito, il volatile si fabbricava un nido in Arabia, da cui usciva la nuova fenice, che poi bruciava il padre.
La versione più conosciuta resta quella della fenice che non ha alcun padre e che, sentendo arrivare il momento della trasformazione, inizia a raccogliere erbe e rametti profumati (di natura ignea, quali mirra ed incenso) per costruirsi un pira funeraria, bruciata dal sole. Dalla cenere nasceva un piccolo verme che poi diveniva fenice. Queste due tradizioni spesso si intrecciarono, ma la caratteristica comune della fenice resta quella di essere un uccello solare.
Un dato interessante è la diversità del periodo della sua vita: 500 e 540 anni, 1000 anni e, nel caso di Tacito, 1461 anni, che corrispondono al periodo sothiaco: indicano il momento in cui il sole sorge insieme a Sirio. Da qui l‘identificazione della vita della Fenice con il Grande Anno, quando stelle, pianeti, luna e sole ritornano al punto di partenza.
In ogni caso, rappresenta il periodico rinnovamento dell‘universo che segue la sua distruzione alla fine di ogni ciclo e dà inizio ad una nuova età dell‘oro.
 
La fenice nel giudaismo
     
Nel mondo giudaico si risente in modo particolare l‘influenza iranica, ma anche quella egizia e greco-romana. 
Nel ―Libro dei Salmi‖ si parla dello Ziz, un uccello enorme ed immortale, che sarebbe stato creato da Dio insieme a Behemoth e Leviathan. Alla fine dei tempi, quando la carne di questi tre animali mitologici verrà servita al banchetto del Messia, cesserà l‘immortalità della fenice. 
Conosciuta con il nome di Milcham, o Malham, nella Torah, fu l‘unico animale, secondo la versione midrashica della Genesi, a non cedere alla tentazione di Eva che, mangiato il frutto proibito, era invidiosa dell‘immortalità delle creature dell‘Eden, e le convinse a fare altrettanto. Dio ricompensò la fenice mettendola in una città fortificata, la mitica città di Luz (in ebraico vuol dire mandorla, ed è connessa anch‘essa al concetto di immortalità) dove avrebbe vissuto in pace per 1000 anni; poi bruciava e risorgeva da un uovo che nasceva dalle sue stesse ceneri, a rappresentare la prova della rigenerazione dei Giusti nel mondo a venire.
Narra una leggenda che Noè benedisse la fenice, presente nell‘arca, perché era l‘unico animale a non mangiare nulla, con la frase ―Dio voglia che tu non muoia mai‖. Nelle fonti più antiche è chiamata Hol, ma la descrizione più accurata si trova nel ―Libro dei segreti di Enoch‖ in cui compare con zampe e coda di leone, testa di coccodrillo, al pari del Simurgh iranico.
 
La fenice nel Cristianesimo
 
Già simbolo della Sapienza divina (cfr. Giobbe 38 verso 36), intorno al IV secolo d.C., quale simbolo di immortalità e resurrezione,  i Padri della Chiesa fecero di tale mitico uccello il simbolo della resurrezione della carne, del Cristo risorto.  Con l'utilizzo di alcune analogie prese dal mondo naturale come il sorgere ed il tramontare del sole, la trasformazione dei semi e dei fiori, o la fenice che si riteneva potesse risorgere dalle proprie ceneri — gli autori cristiani cercavano poi di mostrare che la loro dottrina sulla resurrezione non era avulsa dalla natura del cosmo. Il potere di Dio nel far risorgere i morti non contraddiceva le leggi della natura, ma piuttosto le portava a pienezza, dando loro una nuova e definitiva prospettiva di vita.
Il riferimento più antico compare nella lettera ai Corinzi di Clemente Romano (95/98 d.C.), ma fu soprattutto Tertulliano che utilizzò la simbologia della fenice.
Il Physiologus greco del II secolo d.C. stabilisce il primo parallelo tra morte e rinascita della fenice e morte e resurrezione del Cristo, ripreso poi da tutto il medioevo. Si predilige la versione della fenice che giunge nel mese nuovo di Nisan o Adar ad Eliopoli, ed il sacerdote, preavvertito da un segno, prepara l‘altare su cui brucerà l‘uccello.       In tale testo viene anche scandita passo per passo la rinascita: il primo giorno il sacerdote trova un verme; il secondo un piccolo uccello, ed il terzo la nuova fenice, che ritorna nella sua patria. 
Da ciò il parallelo con i tre giorni trascorsi prima della Resurrezione del Cristo. Dice il testo: ―Se dunque questo uccello ha il potere di uccidersi e di rinascere, come possono gli insensati Giudei indignarsi contro le parole del Signore: “Ho il potere di deporre la mia anima, e il potere di riprenderla‖ (Giovanni 10,18). ―La fenice è un’immagine del Salvatore nostro: Egli è sceso infatti dai cieli, ha steso le sue due ali, e le ha portate cariche di soave odore, cioè delle virtuose parole celesti, affinché anche noi spieghiamo le mani in preghiera, e facciamo salire un profumo spirituale mediante buoni comportamenti‖.
Inoltre ad Eliopoli erano conservati gli scritti antichi, e il parallelo fu presto fatto: la fenice, come Cristo, viene come un Messia per far risorgere una nuova religione dai resti di quella precedente.
Interessante però notare come la fenice possa simboleggiare l‘uomo in generale, destinato a tornare a quello stato paradisiaco di immortalità e alla perfezione originaria
L‘immagine della fenice ricorre spesso nelle catacombe: possiamo vederla a Roma in quelle di Santa Priscilla, in cui viene raffigurata con raggi intorno alla testa; a SS. Cosma e Damiano, San Pietro, nell‘abside di Santa Prassede. Ed ancora a Verona ed Aquileia, solo per citarne alcune. L‘uccello fu anche utilizzato per rappresentare Maria: vergine, ma tuttavia madre.
 
...e in altre correnti...
 
L‘identificazione della fenice con l‘anima,  già da ricercarsi in Egitto, permase nel mondo classico: Esiodo parla di 927 anni di vita della fenice, che indicano il periodo che l‘anima deve attendere prima di potersi reincarnare. Il mistero della fenice si legava così anche alla dottrina orfico-pitagorica della metempsicosi.
Sempre restando in ambito più esoterico, in uno dei testi gnostici ritrovati a Nag Hammadi,  l‘ ―Origine del Mondo‖, si parla delle tre fenici: quella eterna, quella che vive mille anni e quella che ―sarà consumata‖, relazionandole ai battesimi pneumatico, di fuoco e di acqua. Si scandisce cioè la conversione tramite le fasi del rinnovamento della fenice: immersione nell‘acqua, incendio nel fuoco e rinascita. Come la fenice, lo gnostico farà ritorno alla sua vera patria.
 
…nonché in alchimia e nell’esoterismo in genere
 
La Fenice ha anche essa attinenza col fuoco, perché, come si sa, ha il potere di rinascere dalle proprie ceneri. In alchimia essa è «uccello colorato con tutti i colori della Grande Opera» (Fulcanelli, Le Dimore Filosofali, Roma 1973), sui quali predomina il rosso porpora, in greco Phoinix. 
E‘ il simbolo della rigenerazione e dell'eterno ritorno, e l‘uovo della Fenice è l‘uovo filosofico, e del compimento della Trasmutazione Alchemica - processo Misterico equivalente alla rigenerazione umana ("Fenice" era il nome dato dagli alchimisti alla pietra filosofale).
Rappresenta la produzione di sostanze nuove tramite la metamorfosi della materia prima, per giungere alla ―pietra filosofale‖. E‘ dunque la fase finale dell‘Opera, ovvero la spiritualizzazione completa. Ne ―Le Nozze Chimiche‖ di Christian Rosenkreutz, testo rosa- crociano, il serpente compare sotto forma di drago, il Re nero, che deve essere decapitato e cotto con altri metalli dentro l‘uovo filosofico, da cui nascerà poi l‘uccello miracoloso: l‘araba fenice?
In generale, possiamo dire che la fenice riunisce in sè tutti gli opposti: origine – fine, vita-morte, maschio-femmina (a volte si sottolinea il suo carattere androgino), ed anche, seguendo quanto dice Ovidio, Sole e Luna, perché è negli Elisi che spiega le sue ali. El, il sole, ed Isi, la luna, a rappresentare la compenetrazione dei due Luminari in una sintesi che vuol dire conquista dell‘immortalità e Sapienza suprema.
E‘ il Fuoco Spirituale che purifica, o, in ambito orientale, la necessità della reincarnazione per l‘evoluzione dell‘umanità. 
Ma la Fenice è anche l‘Iniziato che, al contrario del serpente (ricordate, colui che sempre combatte) che si riveste di continuo della sua pelle terrena, non è più legato alla materia, e che, attraverso l‘autosacrificio, muore continuamente a sé stesso, ai suoi egoismi ed alle inutili ―personalizzazioni‖,  per raggiungere la Verità Suprema, superando le mutevoli e molteplici forme rappresentate proprio dalle spire del serpente. Per questo, forse, l‘accostamento della fenice alla divinità messicana Quetzalcoatl (quetzal=uccello e coatl=serpente) non sembra così azzardata per alcuni studiosi: egli non è né materia né spirito, ha superato tale dicotomia.
 
in astronomia
 
La Fenice è una costellazione dell‘Emisfero Sud, formata da 11 stelle. Situata vicino al Tucano e a Sculptor, venne così definita da Johann Bayer nel 1603. La cosa curiosa è che tale costellazione è chiamata con nomi diversi, ma sempre di uccello: grifone, aquila, struzzo, uccello di fuoco.

in geografia

Le isole della Fenice fanno parte del Kiribati, insieme a Gilbert, Fiji, Sporadi e isola di Banaba, e sono situate nel Pacifico del sud.
 
SI DICE INOLTRE
 
che la Fenice, dal momento che si crea da sé, non può avere alcun Maestro.
che, essendo un uccello unico (ne esiste soltanto una per volta), è un essere solitario . 
che è ancora più solitario per via del fatto che non si riproduce. 
che può vivere centinaia d'anni, ma sempre da sola, senza nessuno dei suoi simili. 
che, pur essendo lo scopo della sua vita quello di riportare la felicità sulla Terra, lei stessa ha dovuto rinunciare alla sua felicità personale e alla possibilità di amare nel senso fisico del termine, dal momento che una Fenice non può avere un compagno, ma conosce l‘Amore Universale e Cosmico.
Una interessante spiegazione ornitologica per il mito della Fenice, è che alcuni grandi volatili sbattono le ali sul fuoco per uccidere i parassiti col fumo.    
La Fenice, nel suo aspetto distruttore, viene a liberare il mondo dal male - i parassiti, appunto - bruciandolo col Fuoco Spirituale.
 

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