“TU, O DIO, CHE HAI CREATO OGNI COSA IN MODO MERAVIGLIOSO, HAI ANCHE INCORONATO L’UOMO CON LA CORONA DORATA E PURPUREA DELLA RAGIONE E CON L’ABITO PIÙ DIGNITOSO DELLA SUA FIGURA SENSIBILE E COSÌ LO HAI POSTO, PER COSÌ DIRE, AL DI SOPRA DI TUTTE LE CREATURE.” (SCIVIAS)
Una vita intensa
Figlia della sua epoca, ma allo stesso tempo assolutamente originale, Hildegard von Bingen, mistica tedesca e figura di notevole spessore nell’ambito dell’esoterismo cristiano, è senza dubbio un personaggio di spicco nel panorama culturale del XII secolo, al punto da suscitare ancora oggi grande interesse e molti interrogativi. I quali, forse, trovano una risposta solo conciliando le qualità che la contraddistinsero: l’esperienza visionaria e profetica ed una acuta intelligenza. Binomio, questo, che le consentì un’autorità ed un’indipendenza straordinaria in un’epoca decisamente patriarcale e dominata da una cerchia ristretta maschile e clericale. L’ampiezza e la ricchezza delle sue opere e la sua intensa attività è sbalorditiva: Ildegarda fu, infatti, non solo badessa al servizio di Dio; scrisse di teologia, di scienza, di medicina, di cosmologia, di filosofia, fondò monasteri femminili, predicò al clero ed al laicato, fu compositrice, rivestendo ruoli di norma negati alle donne.
Le fonti circa la sua vita a nostra disposizione, oltre alle prefazioni delle sue opere e ad alcuni documenti conservati nei monasteri, sono la “Vita Sanctae Hildegardis”, scritta dal monaco Goffredo di San Disibodo, e completata da Teodorico di Echternach con alcuni passi autobiografici che la stessa monaca aveva dettato al biografo precedente; e la Vita, incompleta, scritta da Gilberto di Gembloux, che fu il suo ultimo segretario.
Ildegarda è la decima ed ultima figlia di una nobile famiglia di Bermersheim, una cittadina vicino Alzey. Nata nel 1098, fin dalla primissima infanzia la sua vita è segnata da visioni e doti profetiche che, unite ad una salute molto cagionevole e all’usanza di destinare una decima a Dio, appaiono cause determinanti per il suo ingresso in un romitaggio femminile annesso al monastero di San Disibodo, allora in ricostruzione per volere dell’arcivescovo Rutardo. All’età di 8 anni (secondo Barbara Newman la sua vita da reclusa iniziò a 14 anni) Ildegarda viene affidata alle cure claustrali di Giuditta di Spanheim, crescendo nell’osservanza della regola benedettina. La giovane viene istruita sul salterio, ovvero l’ abbecedario medievale, iniziata ai testi liturgici, apprende a leggere e a cantare i salmi in latino, familiarizzando con il canto gregoriano, e poi anche a scrivere, senza ricevere però, come invece era d’uso nei monasteri maschili, nessuna preparazione sulla grammatica, la più importante delle 7 arti liberali, necessaria per poter affrontare tematiche quali la teologia.
Alla morte di Giuditta, avvenuta nel 1136, Ildegarda, che aveva preso i voti all’età di 15 anni, diventa lei stessa maestra spirituale. Devono però passare altri 5 anni di vita “ordinaria” prima della svolta decisiva. All’età di 42 anni, infatti, Dio le ordina di scrivere ciò che sente e che vede. Ma lei resiste a questa Voce, e le sue sofferenze aumentano, fino a che, affiancata e consigliata dall’assistente spirituale e segretario Volmar, inizia la stesura della sua prima opera, lo Scivias , avallata in seguito da Bernardo di Chiaravalle prima e da papa Eugenio III poi, il quale, dopo aver inviato una delegazione per indagare sulla sua attività, leggerà la parte già scritta del testo al Sinodo di Treviri del 1147.
Animata da una forza straordinaria che l’accompagnerà per tutta la vita, Ildegarda si trasferisce con le sue consorelle, ormai aumentate notevolmente di numero, grazie alla sua fama, nel monastero di Rupertsberg, e ne fonderà poi un altro ad Eibingen dopo una decina di anni. La sua attività di scrittrice prosegue, interrotta da periodi di malattia e da 4 lunghi viaggi intrapresi per predicare, senza risparmiare mai parole dure contro il clero corrotto e dimentico della Giustizia divina. Scrive opere mediche e scientifiche, la Physica ed il Causae et Curae (1151-1158), , compone musica, e scrive altre due opere teologiche importanti, il Liber Vitae Meritorum (1158- 1163) ed il Liber Divinorum Operum (1163-1174). Inoltre scrive la Vita Sancti Disibodi, eremita irlandese e fondatore del monastero, e quella di Sancti Ruperti, il quale in un sogno profetico aveva presagito la sua morte, all’età di trent’anni, ed aveva continuato a compiere numerosi miracoli. Scrive anche un trattato sulla Regola di San Benedetto, intitolato Explanatio regulae Benedicti. Nel 1098, anno di nascita di Ildegarda, infatti, oltre all’avvio della prima crociata, viene fondata da Roberto di Molesme l’abbazia di Citeaux : l’ordine cistercense, grazie a Bernardo di Chiaravalle, opererà un rinnovamento della regola benedettina nell’ambito della riforma monastica, impostando norme assai più severe, che miravano alla sobrietà ed alla moderazione, anche nello stile architettonico, opponendosi in tal modo allo stile di vita più confortevole dei cluniacensi. Ildegarda è sicuramente vicina ai riformatori, ed in tal senso rispecchia perfettamente l’ansia di rinnovamento ed il desiderio tipico del suo secolo di una religione più apostolica, che prevede la predicazione, ed allo stesso tempo, in piena riserva contro i nuovi ordini religiosi, propone una difesa dei benedettini, rimproverati di essere elitari, troppo legati alla liturgia e poco sobri. In questo rimane una conservatrice: prima di San Benedetto la vita monastica era troppo severa, impostata solo su penitenze e clausure, dimentica del corpo, che per Ildegarda mantiene sempre un altissimo valore. I monaci dovrebbero, nella sua ottica, continuare sulla strada dei loro predecessori.
Nonostante la sua fragile salute, Ildegarda vive una vita intensa e molto lunga. Si spegne alla veneranda età di 81anni, il 17 settembre del 1179. Così dice la Vita: “In cielo, al di sopra della stanza nella quale…la beata vergine restituì a Dio l’anima beata, apparvero due luminosissimi archi di diverso colore….Nel punto più alto…brillava una luce chiara a forma di luna…in tale luce si vedeva una croce rosso splendente…” La sua tomba, che emanava profumo, attirò molti pellegrini, mentre Ildegarda continuava a concedere miracoli anche dopo la sua morte. Nel 1227 papa Gregorio IX aprì ufficialmente il processo di canonizzazione, che fu poi bloccato per l’impossibilità di autenticare i prodigi che le venivano attribuiti.
Ma per tutti era ormai Santa Ildegarda, nominata nel martirologio romano di Baronio e nel calendario ecclesiastico. Le sue reliquie, andato distrutto il monastero di Rupertsberg, furono trasportate ad Eibingen.
Le visioni e la loro natura
Donna e incolta, almeno secondo i canoni intellettuali dell’epoca , Ildegarda diventerà famosa con gli appellativi Sibilla del Reno, Profetessa teutonica e Tromba di Dio. Come fu possibile? Ildegarda non è affatto incolta, ha letto molto, ed ha quanto meno una profonda ed ampia conoscenza della Bibbia, come dimostra il suo stile simile a quello dei profeti biblici; lei stessa sostiene che non solo comprese gli scritti sacri, ma anche quelli filosofici, sebbene non possiamo sapere quali testi abbia avuto a disposizione. Nel sostenere la sua comprensione immediata e non mediata dalla “cultura”, non sta affatto suggerendo di essere a corto di fonti. In tal modo, la risposta è da ricercare nella natura delle sue visioni, quelle che Ildegarda, divenuta adolescente, cercò di reprimere al mondo esterno, fino a quando, nel 1141, ebbe la visione più importante della sua vita. La voce e la presenza divina le si manifestano, e Dio la esorta e la elegge a sua portavoce per rivelare al mondo quei misteri divini che, tutto ad un tratto, le vengono svelati. Le Sacre Scritture le sono immediatamente comprensibili. Ildegarda non cade mai in estasi: nel momento delle visioni è sempre sveglia e cosciente, ma la percezione non avviene attraverso i sensi corporei. Le visioni di Ildegarda coinvolgono principalmente la vista e l’udito (da ricollegarsi alle illustrazioni ed alla musica), e le parole che lei percepisce sono lette e ascoltate, o scritte e dette al contempo, evidenziando il carattere sinestetico della sua percezione mistica, ovvero il sincronismo funzionante di due organi di senso.
Si è fatta strada l’ipotesi che queste sue esperienze fossero dovute all’emicrania di cui soffriva, e questo sembra avvalorato dalla presenza costante di ciò che lei stessa chiama “ombra della luce vivente”, e da quella occasionale della “luce vivente”. In sostanza, ci si riferisce all’aura che accompagna l’emicrania. Tra i sintomi, vi sono anche alterazioni nella percezione ed allucinazioni visive: “scotomi scintillanti, che seguono la percezione di fosfeni nel campo visivo” (Sabina Flanagan, op. citata nelle fonti, pag.207), associati spesso alla cecità. E’ quello che la stessa mistica potrebbe avere descritto quando parlò di “stelle estinte” nello Scivias. Gli attacchi di emicrania sono normalmente seguiti da infermità e paralisi, sintomi riportati da Ildegarda, che sperimentò anche la classica “rinascita” euforica e notevole miglioramento che seguono. Fu dunque la sua capacità di vedere l’aura che le permise, solo per fare un esempio, di profetizzare la morte di due giovani donne di Ruperstberg? E Ildegarda era cosciente di questa sua facoltà? Da donna religiosa qual’era, ella interpretò come il segno di un messaggio divino la sua capacità di vedere oltre la mera apparenza, entrando in rapporto diretto con le cose, per coglierne la qualità. Di certo il migliorare della sua salute, sia fisica che psicologica, nel rispondere al richiamo divino deve avere giocato un ruolo determinante. Molti autori sottolineano che Ildegarda faceva dipendere la sua malattia dalle visioni, e non viceversa. Accettato e riconosciuto il suo compito, Ildegarda dichiara di rimanere una ricevente passiva (ma è difficile, a volte, distinguere la voce di Dio dalla sua), che tralascia la sua soggettività e mette da parte il suo essere e pensare per riflettere ciò che la sua anima apprende: “E quello che scrivo è ciò che vedo e sento nella visione, non aggiungo altre parole a quelle che sento…” Mentre il suo corpo sperimenta il mondo terreno, la sua anima viene trasportata in quello celeste, illuminata e risvegliata dallo Spirito Santo, e questo è il compito della santa: risvegliare e riscoprire il divino che c’è nell’uomo.
Il messaggio di ildegarda: le opere teologiche
Concetto basilare nel pensiero ildegardiano è l’unità, l’armonia, l’interdipendenza di tutte le cose, una visione cosmica che in Ildegarda si snoda nella tipica ideologia trinitaria, ma anche nella conciliazione di opposti che solo apparentemente sono in rapporto dualistico.
Ildegarda rimane coerente a questo suo pensiero non solo nelle sue opere, ma anche nella sua vita, caratterizzata da atteggiamenti apparentemente contrastanti tra loro, ma che in realtà, tra asservimento e proteste, tra il suo essere conservatrice ma anche progressista, donna “incolta” ma anche audace e molto intelligente, le permisero di agire in piena libertà e di produrre opere da intendersi come testi divulgativi ed educativi, lontani dalla pura e semplice dialettica, o dall’astrazione speculativa, e miranti invece all’utilità per il genere umano. E’ per questo stesso motivo che i concetti da lei espressi rispondono allo stesso criterio: ogni singolo elemento trova la sua giusta collocazione in un più vasto insieme. Un’opera, la sua, definita a ragione multimediale, composta da scritti, immagini e suoni.
Gli scritti teologici sono tre: lo SCIVIAS, il LIBER VITAE MERITORUM ed il LIBER DIVINORUM OPERUM, il cui schema è uguale. Si inizia con una visione (“E io vidi”), seguita dalla spiegazione data da una Voce dal Cielo, che fa parte della visione stessa, (“Io udii”) nel modo tipico dei profeti biblici, ed ogni sezione si chiude con una formula ammonitrice.
La sua prima opera teologica, lo Scivias (1141-1151), è principalmente un manuale di fede che, attraverso la storia dalla Creazione fino al Giudizio, si rivolge ai fedeli, e, passando attraverso i sacramenti, esorta a comportarsi secondo i dettami divini.
Fondamentale è il concetto del Dio uno e trino, da non potersi comprendere con la ragione, ma solo con la fede. L’eco della trinità si riflette nell’uomo, creato a immagine di Dio: “Dio è la vita stessa che si muove ed opera, una sola vita in un triplice vigore. L’eternità è il Padre, il Verbo è il Figlio, e il soffio che li connette è chiamato Spirito Santo, e di ciò Dio ha posto il segno nell’uomo, in cui vi sono corpo, anima e razionalità” (Liber Divinorum Operum). Il corpo è il vaso che porta l’anima, mentre l’anima, plasmata da Dio insieme al corpo, porta la vita vivificando la percezione sensoriale, quella che consente all’uomo di entrare in contatto con il mondo esterno, e caratterizza l’essere umano attraverso la volontà, il discernimento e la capacità di pensare e parlare. Ma se il corpo può essere percepito con i sensi e la mente con la razionalità, rimane quel terzo elemento che è inconoscibile: lo Spirito Santo.
Ecco perché Ildegarda viene definita panenteista: sebbene Dio, attraverso lo Spirito Santo, sia presente in ogni cosa, nessuno potrà mai conoscerlo pienamente.
Al pari di Dio, per Ildegarda l’uomo resta un mistero, da spiegare con una splendida analogia ritratta dal mondo della natura: l’anima è come la linfa dell’albero, mentre l’intelletto e la volontà sono per l’anima come le braccia-rami. Anche la concezione storica risente del principio unità-trinità.
Ciò che Ildegarda ricerca è il senso e lo scopo della storia, che acquista significato solo se vissuta nell’ ottica della rivelazione divina, che coinvolge lo spirito e non la sola materia, travalicando in tal modo i limiti spazio-temporali. La teoria evoluzionistica è la risposta dell’uomo che si riconosce solo come forma, destinata a perire, ignorando la sua essenza spirituale, e dunque la possibilità di una sua realizzazione eterna. Allo stesso modo, la storia non è soltanto forma, un susseguirsi di eventi autonomi che hanno il loro inizio con la comparsa dell’uomo. Il quale, in realtà, è venuto alla luce in mezzo al tempo, e proiettato in un dramma cominciato prima, ovvero con la ribellione di Lucifero, dramma in cui l’umanità, apparsa per volere di Dio, si trova a “recitare”. E’ in questo teatro in cui Dio rimane il regista indiscusso realizza la Storia, che ripropone di continuo la lotta tra bene e male. L’uomo sceglie da che parte schierarsi. Lontana da ogni dualismo radicale, per Ildegarda il male non esiste ab origine, come principio che si contrappone al bene, né è l’origine della materia: è un modo di agire e di comportarsi. E’ la ribellione, il desiderio di autonomia, il rifiuto di subordinarsi alla legge di Dio che, dopo aver determinato la caduta degli angeli ribelli, caratterizzerà anche quella di Adamo, in balia di questo male spirituale, portando l’essere umano sempre più lontano dall’invisibile spirito e troppo legato alla visibile materia.
Forte è la battaglia di Ildegarda contro coloro i quali pensano di poter indagare i misteri divini nella presunzione di trovare la verità, mentre la sezionano, se ne allontanano, riducendo gli stessi sacramenti ad un’indagine intellettualistica e rifiutando che possa esistere alcun campo inaccessibile all’umana conoscenza. La storia si snoda attraverso tre momenti fondamentali: Creazione e caduta, Rivelazione e possibilità di redenzione, e Giudizio finale. Una triade in cui la Rivelazione, possibile grazie all’Incarnazione, ha un ruolo determinante: il Figlio di Dio si fa terra e carne, e diventa il mezzo con cui il Creatore si riavvicina alla sua creatura, che non ha mai abbandonato: perché se la Giustizia di Dio è implacabile nel diluvio, altrettanto grande è il suo amore da stringere nuovamente patti ed alleanze. Il Suo agire salvifico inizia con la creazione dell’uomo nella prospettiva del farsi Uomo di suo Figlio.
La teologia ildegardiana si incentra sulla creazione, nel senso di atto creativo, e dunque sulla Vita. Fondamentale è infatti il concetto di viriditas, ciò che “verdeggia”, ovvero una linfa vitale, espressa dal colore verde e da ciò che germoglia e produce frutti, non solo nella vegetazione, ma in tutto il creato. Nel secondo libro dello Scivias appare il tema di Dio come fuoco vivo, la cui Parola, incarnandosi per opera dello Spirito Santo, ha vivificato l’umanità, nutrendola della viriditas. L’anima è dunque è il fuoco vivo nel corpo dell’uomo. Questo tema sarà ripreso e ampliato nel Liber Divinorum Operum. Per Ildegarda non esiste nulla di statico, tutto è dinamismo fecondo. Per questo non si sofferma sulla Passione, ma si rivolge all’Incarnazione, cioè al Cristo che nasce come un ramo dalla Vergine, impostando così un parallelismo con la fecondità della donna e quella della terra, e trasformando gli statici concetti ortodossi in una splendida immagine vitale. E mentre i Padri della Chiesa parlavano delle due nature, umana e divina, ed il pensiero platonico ed aristotelico ne facevano una questione di forma e materia, Ildedarga invece concepisce l’Incarnazione come fusione di anima e corpo, così come erano unite prima della caduta, fusione di cui Cristo è simbolo. Un Cristo cosmico, che non compare nella teologia agostiniana, e che recupera non solo il lato divino dell’uomo, ma anche la sua relazione con tutto il creato, e lo stretto rapporto tra salvezza spirituale e cura corporea. La struttura dell’universo pulsante di Vita viene splendidamente raffigurata in Scivias come uovo cosmico, immerso e circondato dal fuoco divino che ricopre un fuoco scuro, seguito dalla parte più sottile dell’aria e dalla sfera dell’acqua, mentre nel centro si trova il globo terrestre, cui i venti danno movimento. Dio vuole l’umanità affinché, grazie ad un rinnovamento interiore, sia la chiave per ristabilire quel rapporto armonico con tutto il creato, spezzatosi con la ribellione,. E nel recuperare quello stato di salute l’uomo si avvia a cogliere la presenza di Dio e a cooperare contro il male per una creazione rinnovata. Il cammino dell’uomo ha una meta che esiste da sempre: proviene dall’alto e nel cielo può scegliere di tornare, in uno stato di beatificazione eterna, che prevede la riunificazione di anima e corpo.
Nella storia della salvezza l’umanità è chiamata a delle scelte precise, affinché “corpo, anima e Razionalità” siano, nel futuro eterno, di nuovo uniti, ed in armonia con ogni parte della creazione, che in seguito al peccato, perde il suo ordine e diventa ostile all’uomo. L’ordine e la presenza di una legge universale non implicano, infatti, una visione meccanicistica, e se la volontà del Creatore è suprema, rimane sempre fondamentale il concetto della responsabilità morale dell’uomo, tema fondamentale nello Scivias, che sarà ripreso e sviluppato nelle opere successive. Lo Scivias è dunque un ammonimento volto alla riscoperta di una vita più interiorizzata, un’indicazione su come comportarsi per raggiungere il Regno dei Cieli: non esiste peccato che non possa essere perdonato, se non il credere che Dio non sia infinitamente misericordioso. E’ per questo che vi sono rappresentate, in tre parti composte rispettivamente da 6, 7 e 13 visioni, virtù ed attributi divini che sostengono l’uomo nel suo cammino, con alcune figure femminili di incommensurabile bellezza, non semplici allegorie, ma emanazioni di Dio. La più importante è quella dell’ECCLESIA come personificazione della Chiesa, che occupa ben 5 visioni, utilizzata sia come perno della storia della salvezza che per esporre l’importanza dei sacramenti: Ecclesia è il mezzo tramite cui Dio offre all’uomo la possibilità della salvezza, un potente sostegno nella lotta dell’uomo contro satana: da lei vengono il battesimo, la cresima, l’eucarestia, l’ordine e la penitenza. Interessante notare che anche affrontando una tematica dogmatica, Ildegarda però insiste più sull’importanza del sacramento, come avvicinamento a Dio, che sulla sede preposta ad elargirlo: nel caso del battesimo e della confessione, laddove non vi sia un sacerdote, anche le ostetriche ed i laici possono dispensarli. Lo Scivias è rivolto a tutti i fedeli, alle gerarchie terrestri, ovvero laicato, clero e ordine monastico, che per Ildegarda rispecchiano quelle celesti (anime dei giusti, arcangeli ed angeli), con una maggiore bonarietà nei confronti dei laici, una feroce critica contro la corruzione delle cariche ecclesiastiche più alte, ed un’attenzione particolare alle vergini ed ai monaci, considerati ad un livello più elevato di spiritualità. Innegabilmente Ecclesia rimane la figura chiave, che risplende di fronte alla Chiesa in quanto istituzione ecclesiastica che, corrotta ed assente, non poteva essere oggetto di devozione. Ecclesia può essere quindi considerata come l’antecedente spirituale con cui la Chiesa terrena, purificata dai suoi orrori, deve armonizzarsi. E’ la Chiesa mistica, Sposa di Cristo. Questa succede alla Sinagoga, altra figura femminile, che rappresenta il popolo giudeo, ripudiato da Dio per la sua cecità di fronte al Messia. Sul suo seno ha Mosè, nel grembo porta Abramo ed i Profeti dell’Antico Testamento. I suoi abiti sono scuri e lo sguardo è rivolto verso il basso, a differenza di Ecclesia, luminosa, che contempla il mistero divino.
Ildegarda, critica nei confronti della Chiesa del suo tempo, predice che Ecclesia sarà quasi profanata da quello stesso male che le nasce dentro, dai suoi stessi figli. Nella figura n. 7 è mostrato lo splendore della parte superiore del suo corpo, che contrasta nettamente con la parte inferiore, dove è coperta di squame e di macchie. “Invece nel punto caratteristico di una donna, appariva una pelle mostruosa e nera come la pece, con occhi ardenti, orecchie come d’asino, narici e bocca come un leone…Ma dalle ginocchia in giù fino ai piedi ancora bianchi era sanguinante. E guarda, la pelle mostruosa si liberò con un tale boato che l’intero corpo femminile venne scosso in tutte le sue membra.” Già in questa prima opera, che si conclude con una splendida visione ricca di musica, si può notare con quanta forza ed originalità Ildegarda affronti temi teologici comuni.
Temi ripresi ed ampliati nel Liber Vitae Meritorum, che in 6 visioni presenta una vera e propria lista dei vizi che affliggono l’umanità. Ildegarda ne descrive ben 35, enfatizzandone la negatività e definendo meglio il male con l’ausilio delle virtù, già descritte nello Scivias, in qualità di replica. Quel male splendidamente visto come una nuvola di fumo nero che investe la terra, urla e nebbia, con cui Satana vuole oscurare la divinità e la fede nell’uomo e ridurlo alla sola ragione. Che se pure è l’elemento che lo distingue non deve essere sopravvalutata.
In opposizione alle virtù, i vizi sono rappresentati come esseri ripugnanti, spesso ibridi, in parte umani ed in parte animali, ricordando da vicino, come già nell’Ecclesia profanata, le opere del pittore fiammingo Bosch. Il dialogo tra vizi e virtù rappresenta quindi la battaglia tra i desideri “peccaminosi” dell’uomo, e i mezzi che Dio mette a sua disposizione nel suo lungo viaggio. Oltre alle figure dei vizi, Ildegarda descrive il loro effetto , l’ira di Dio, nonché le punizioni e le varie possibilità di salvezza: l’uomo, dal momento della caduta, è facile preda delle tentazioni di Satana, ma Dio lo soccorre con le virtù che lo indirizzano ad una vita meritoria.
In questa seconda opera, che può essere definita un manuale di vita, la visione ricorrente è quella di Dio nella figura di Uomo, al centro dell’universo, che, dal principio, sovrasta la creazione, immerso dalla testa ai piedi negli elementi, per poi muoversi invece in un mondo ormai contaminato, e sulla terra, ora luogo della battaglia contro il male, che sarà infine sconfitto dalla divinità. In ognuna delle sei visioni egli guarda nelle diverse direzioni: est-sud; ovest-nord, nord-est; sud-ovest, poi alla totalità del mondo, per muoversi infine attraverso le quattro zone della terra. In sostanza, egli osserva le varie interazioni tra i poteri della luce e quelli dell’oscurità. Tra gli argomenti trattati emerge quello dell’autonomia dell’uomo, trattato già nello Scivias nel suo aspetto più propriamente “cristiano”, che sceglie di idolatrare sé stesso, attratto dalla volontà di dominare e gestire il mondo, da una conoscenza puramente materialistica che misconosce il Creatore: “Solo l’uomo è ribelle. Egli smembra il suo Creatore nella pluralità delle Creature”.
Stupisce l’attualità di un tale messaggio, che mira alla sintesi tra fede e scienza. Una scienza così analitica da perdersi in dettagli minuziosi, perdendo l’idea della totalità e dimenticando che l’uomo è fatto anche di spirito; una ragione che si attende dalla scienza qualsiasi risposta, non comprendendo che questa ha dei limiti e non può attingere al mistero dell’universo se non conciliandosi con la fede, perché lo spirito non può essere accertato ed indagato tramite rigidi procedimenti tecnologici, non è determinabile o quantificabile. Tale atteggiamento è vicino all’ateismo: la ragione, che pure distingue l’essere umano, non serve a nulla senza le virtù divine, la giustizia e la rettitudine morale, senza le quali quello stesso dono divino ci fa schierare contro Dio. “Quando l’uomo apprende intellettualmente più di quanto possa rielaborare dentro di sé allora si ammala, perché non si trova in uno stato di equilibrio. Gli manca l’opus cordis, il lavoro del cuore che tutto amalgama. Si ammala per troppo raziocinio.” Già nello Scivias la monaca scrive: “l’uomo può sì vedere il corpo dell’uomo, ma non il suo spirito.” E nel Liber Vita Meritorum aggiunge: “L’uomo credente però afferri l’aratro dietro al bue in modo da poter nondimeno guardare a Dio che alla terra dona la verdezza e tutti i frutti…cioè curi la terra senza tuttavia tralasciare le cose celesti.” Ed ancora “Il diavolo, non Dio, venerano coloro che guardano alla creazione come fosse uno scritto leggibile…”.
Ildegarda dice che la scienza è un dono di Dio: come la rivelazione, proviene dall’alto. Questo tipo di scienza, che dimentica lo spirito, può portare solo alla distruzione, in quanto non gli corrisponde un eguale progresso spirituale e morale. Il ritenersi autonomo al livello razionale porta, come conseguenza, ad una condotta amorale, alla superbia, alla malvagità, alla presunzione, all’avidità. Ecco, ad esempio, cosa dice la superbia: “… la mia voce giunge da lontano, oltre i monti. Chi può misurarsi con me? Il mantello stendo su campi e colline e non accetto che alcuno mi opponga resistenza. So che nessuno è pari a me.” Poche parole che dimostrano la capacità di osservazione psicologica di Ildegarda, che nel descrivere la figura del “dolore universale”, forse, parla con cognizione di causa: una donna interamente imprigionata da un albero secco e senza foglie, e con piedi di legno, che non possiede quindi la vitalità naturale, o viriditas, né può elevarsi spiritualmente. E’ la tipica frustrazione di chi, non riuscendo ad ottenere di più, viene assalito da ciò che oggi chiameremmo depressione, quella tristezza che ci deriva dal fatto stesso di vivere in un mondo apparentemente insensato: “..a me Dio non ha mostrato niente di buono…non so neppure chi sia io stesso. Creato per disgrazia e per disgrazia nato, tiro avanti senza conforto…Perché mi trovo sulla terra dove comunque non può esserci per me alcun bene?” E gli risponde la gioia celeste: “…Ora alza per un momento lo sguardo verso il sole e la luna e le stelle, contempla la magnificenza della terra verdeggiante e pensa solo a quanti beni Dio ha donato all’uomo con tutte queste cose….Tu invece vedi solo la parte priva di valore…”.
Ad ogni vizio risponde una virtù: umiltà, gioia, verità, timore di Dio, disciplina, giustizia, misericordia, ecc. Ritorna il concetto di co-operazione, e non di separazione, quando si sottolinea che l’uomo tende a voler dominare la natura, a concepire il cosmo come un mezzo per realizzare ogni suo desiderio; anche tra le catastrofi naturali e l’agire umano c’è una correlazione: “Non voglio ubbidire né a Dio, né a qualsiasi uomo! Voglio assicurarmi da solo ogni possibilità che possa recarmi vantaggio….” “E udii come gli elementi si volsero a quell’Uomo con un urlo selvaggio. E gridavano: Non riusciamo più a correre e a portare a termine la nostra corsa come disposto dal Maestro. Poiché gli uomini con le loro cattive azioni ci rivoltano sottosopra come una macina. Puzziamo già come peste e ci struggiamo per fame di giustizia.” La creazione richiede giustizia, e Dio la attua attraverso “ i tormenti di coloro che vi hanno macchiati…” Egli è il supremo Artigiano che dalle acque dell’abisso estrae il materiale con cui operare e creare il cosmo, ed i pezzi da lui lavorati sono e devono essere inaccessibili all’uomo che si ritenga creatore autonomo. L’anima di colui il quale ascolta Dio diventa il laboratorio del supremo artigiano, in cui le opere giuste e sante sono come i pezzi che il mastro sta lavorando. Costruttore ed Architetto, che crea unione, stabilità, armonia. L’uomo ribelle va punito affinché riconosca i suoi errori, e ne ha la possibilità sia durante il corso della vita che nell’aldilà, prima di presentarsi al cospetto di Dio. Ildegarda insiste molto sull’importanza del pentimento finchè si è ancora in vita, come un’opera incessante di purificazione e perfezionamento su noi stessi, che se pur comprende dure punizioni corporali così come l’isolamento dagli altri, non contempla in alcun caso la pena di morte, nemmeno per punire chi ha ucciso a sua volta, “secondo la parola di Dio che dice: Misericordia voglio, non olocausti”.
Nello Scivias, inoltre, Ildegarda, rimanendo fedele alla sua considerazione dell’essere umano, ricorda che qualsiasi tipo di punizione deve anche tener conto del singolo individuo, della sua natura e della sua debolezza. Ma anche dopo la morte l’anima può essere sottoposta a tormenti e pene, e costretta a rivedere la propria vita riflessa in una fontana di acqua chiara. Non appare, in questo concetto, l’idea ricorrente di un mondo di luce e serenità che attende ognuno di noi nell’aldilà, ma piuttosto un ritrovarsi ancora di fronte ad un mondo “fisico” e “visibile” ed ancora lontani da quello eterno e spirituale, in cui l’anima deve sopportare pene “materiali”, come fuoco, sassate o vermi. Il libro si conclude con il compimento della creazione purificata e rinnovata, in cui risuona una splendida musica: “Subito compariranno un cielo rosso splendente e una terra liberata dalle impurità, poiché entrambi saranno purificati al di là degli elementi di questo mondo. Allora l’uomo, se è tra il numero dei beati, purificato in questi elementi, sarà come il cerchio dorato di una ruota. Giungerà subito alla piena maturità dell’anima e del corpo e si troverà dinanzi ai segreti dei profondi misteri.”
Possiamo considerare il Liber Divinorum Operum, il cui titolo originale era De Operatione Dei, come una grande sintesi del suo pensiero, in cui idee già espresse nei lavori precedenti vengono riprese e spesso ampliate. Anche questo scritto, in cui compare la teoria cosmologica di Ildegarda, è suddiviso in tre parti, di diversa lunghezza. Il primo libro, in 4 visioni, parla della creazione del mondo con l’aiuto di Amore e del rapporto dell’uomo con essa; il secondo, in un’unica visione, sviluppa la tematica del globo terrestre, mentre il terzo libro, con 5 visioni, parla della storia della salvezza, mettendo in relazione il mondo della rivelazione divina con quello dell’uomo. Il rapporto tra uomo-microcosmo ed universo-macrocosmo appare come concetto legante del testo. Secondo quanto la stessa Ildegarda dice, in una visione le fu chiaro il senso del prologo del Vangelo di Giovanni, la cui spiegazione, pur se posta alla fine della 4° visione sembra essere il perno dell’opera, in un tentativo da parte di Ildegarda di accostarlo alla creazione dell’Universo come descritta nel I° capitolo del Genesi.
Il libro si apre con un’immagine molto bella, la rivelazione dell’apparire del mondo nella figura divina alata in “forma simile a quella umana”, sovrastata dalla testa di un anziano. Nelle sue mani ha un agnello, mentre i suoi piedi schiacciano un essere mostruoso, avvolto da un serpente. In questa splendida visione c’è tutta la storia, dalla creazione dell’Universo, alla caduta dell’uomo, alla salvezza, tutto ciò che era già prefigurato da Dio; con lo spirito Santo come Anima Mundi.
Ma è anche l’aspetto trinitario dell’uomo nella sua condizione primordiale.Le visioni successive sono una sorta di splendida sequenza fotografica che si aprono sull’opera d’arte di Dio: ora il mondo è stato creato, non è più solo un’idea, è dinamico, ed è infatti rappresentato dalla ruota, a cerchi concentrici, ancora circondata dall’amore divino nell’abbraccio del Figlio. L’uomo è posto al centro, irraggiato dalla forza dei pianeti, ed esposto all’azione dei venti, rappresentati da teste di animali, che indicano anche le virtù che il soffio divino immette nell’animo. In questa splendida visione tutto è legato, e l’uomo, apice della creazione, deve rimanere connesso non solo al creato, ma anche ai doni dello Spirito Santo. Nel medioevo era usuale rappresentare la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo tramite un uomo a braccia aperte all’interno di un cerchio. L’uovo cosmico è divenuto ora una sfera, e ciò le consente di operare meglio con le proporzioni, anticipando il genio vinciano: “Con le braccia e le mani tese ai lati del torace, l’altezza della figura umana coincide con la sua larghezza, proprio come l’altezza del firmamento è uguale alla sua larghezza”. Questa immagine richiama alla mente quella della Trinità. Ildegarda, quindi, procede concentrandosi sulle forze cosmiche che agiscono sull’uomo, stabilendo parallelismi tra l’organismo umano e le parti della creazione. I venti, associati allo Spirito, hanno dunque la funzione di conferire la vita e dare coesione al mondo: non solo essi mettono in moto i pianeti ed il firmamento, ma lo rendono stabile con il loro equilibrio. Dominando gli elementi, ne consegue che essi agiscono anche sull’uomo, influenzandolo, perché se non si trova in perfetta armonia con il creato, anche il suo sistema umorale ne sarà sconvolto. La malattia è un segno di sprofondo squilibrio spirituale. “L’anima è presente nel corpo come un vento di cui non si vede né si sente il soffio”. Il leopardo, il lupo, il leone e l’orso sono i venti principali, cui corrispondono il pensiero, la parola, l’intenzione e la vita affettiva, e sono accompagnati dai venti collaterali rappresentati dal granchio, cervo, serpente ed agnello. Essi hanno qualità diverse, che non influenzano solo il corpo e la salute (Ildegarda stabilisce delle corrispondenze con gli organi interni), ma anche il suo spirito. Dio ha creato ogni cosa affinché fosse utile all’uomo, che ha una grossa responsabilità nei confronti della natura, “non può vivere né esistere senza la natura”, ma deve agire e co-operare con essa, non manovrarla come crede. Un’unica forza muove ed anima il mondo: “Io sono la vita. Io sono anche la Razionalità, che porta dentro sé l'alito della Parola risuonante…Perché la razionalità è la radice, in lei fiorisce la Parola che risuona ..” Nell’affrontare il tema della razionalità del Verbo, Ildegarda sembra riferirsi all’umanità intera, più che alla figura del Cristo, che non appare come una persona separata dall’essere umano: è il principio vitale incarnato. Grazie all’Incarnazione, l’uomo recupera quella unione di anima e corpo che appare come l’ottenimento di uno stato restaurato. In questo modo si arriva all’argomentazione centrale dell’intera opera. Alla fine della 4° visione Ildegarda ci dà la sua personale interpretazione del Logos nel Vangelo di Giovanni come dell’energia vitale. Qui Ildegarda si distacca completamente dalla teologia scolastica che si riferiva più all’aspetto statico della divinità. Infatti, la monaca concepisce Cristo come Colui il quale ha il compito di restituire e restaurare lo stato orginario dell’umanità. Non si parla di Essere Supremo, ma di Luce Vivente ed ignea, attraverso il cui Verbo ogni creatura viene plasmata. La divinità è presente in tutta la creazione, che esisteva già nel pensiero di Dio prima che nell’esistenza del tempo. Ecco i due momenti fondamentali dell’Operatione Dei: l’amore è il momento creativo, l’Incarnazione ne è lo scopo. Ed è questa che deve far comprendere quanto inutili siano gli sforzi e le azioni dell’uomo che si considera solo come entità biologica, perché in quella sola veste egli non ha alcun futuro. Egli è infatti relazionato al mondo celeste, quanto a quello naturale, e ad ogni stagione corrisponde una stagione della vita umana. Così dicembre “immobilizza la terra nel duro ghiaccio…e rende odiosa e difficile la vita su di lei…”, proprio come l’uomo indurito spiritualmente rifiuta il calore dello Spirito Santo. E’ lo stato invernale anche dell’uomo, prima che ritorni gennaio, il mese del risveglio e dell’infanzia. La badessa compie la stessa operazione con i giorni della settimana. Come Dio nella creazione del firmamento, che avviene nel 2° giorno, assicura l’ordine e l’equilibrio dinamico attraverso cui il mondo può esistere e conservarsi, allo stesso modo lo Spirito Santo agisce sull’uomo con il dono del discernimento, che gli permette di ritrovare il suo equilibrio, con sé stesso e con il cielo. E’ però nel 7° giorno che Cristo s’incarna, rivelando la promessa di una nuova creazione, quella in cui divinità come trinità (3) e materialità (4) sono perfettamente riunite.
Nella terza parte del testo sono messi in evidenza proprio i mezzi con cui Dio realizza il suo progetto, per la distruzione finale del mondo e la costruzione della Città Celeste: Amore, Umiltà e Pace, insieme alla sapienza e all’onnipotenza divina che si concretizzano nella creazione, nell’incarnazione e nella Chiesa. Le tre figure femminili sono in piedi su una fonte, che rappresenta Dio, e sono le stesse virtù cui l’uomo deve aspirare, per essere al centro del cosmo, così come Amore è al centro della ruota nell’ultima visione. Che non poteva che concludersi che con la fine dei tempi, ovvero le predizioni dell’Apocalisse. La Gerusalemme Celeste, che nella 6° visione era racchiusa in un quadrato, appare ora associata all’elemento circolare della divinità, ad indicare che questi, l’eterno e il tempo, sono un’unica realtà. Sono presenti le tavole della Legge, mentre una mano che benedice sovrasta l’intera immagine. E’ il trionfo di Dio che, attraverso l’uomo pentito, sconfigge l’Anticristo. Le epoche che conducono alla fine del mondo, ovvero i diversi settori della ruota, peraltro rappresentati verbalmente con i 5 animali dello Scivias, ovvero il cane infuocato, il leone rossiccio, il cavallo bianco, il maiale nero ed il lupo grigio, non vengono mai indicate precisamente al livello temporale, ma si evince che l’epoca dell’Anticristo deve ancora venire.
Opere mediche e scientifiche
“O uomo, guarda l’uomo. Perché l’uomo ha in sé i cieli e la terra e tutte le creature. E’ uno, e tutte le cose sono nascoste dentro di lui.”
La visione unitaria della creazione si riflette nelle opere mediche e scientifiche di Ildegarda. Queste si differenziano dagli altri grandi scritti, in quanto non ci vengono presentate come derivanti da visioni: Ildegarda non afferma mai che sono la Parola di Dio. Ma è anche vero che nella prefazione al Liber Vitae Meritorum si riferisce a tali conoscenze come doni profetici e visionari. Inizialmente esisteva un solo libro, dal titolo “Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum”, ovvero “Le sottigliezze delle diverse nature delle cose create”, che solo dopo la morte di Ildegarda fu diviso in due parti, “Libro della medicina semplice” e “Libro della medicina composita”. La perdita del manoscritto originale e l’assenza di copie di prima mano, non inficiano l’autenticità dei testi oggi conosciuti come Physica (Storia naturale) e Causae et Curae (Le cause e i rimedi), nonostante siano state individuate aggiunte e correzioni. Curioso rimane comunque il fatto che il suo testo di medicina fu l’unico ad essere escluso dalla raccolta dei suoi scritti dopo la sua morte.La questione relativa alle fonti utilizzate da Ildegarda sembra di nuovo richiamare l’attenzione sia su un minimo di esperienza diretta, quantomeno nel caso di alcune piante familiari perché utilizzate nell’infermeria del monastero o rintracciabili nei boschi (l’uso di parole tedesche, da un lato, ha fatto dubitare che Ildegarda fosse la vera autrice dei testi, ma dall’altro potrebbe suggerire che Ildegarda si rifacesse più ad una tradizione orale che scritta), sia sulla capacità di fare deduzioni logiche a partire da alcuni principi medici, alcuni dei quali stabiliti da Plinio, Isidoro, Galeno ed Ippocrate, ma anche dalla scuola di Salerno, Chartres, nonché dalla diffusione della medicina araba. In ogni caso, Ildegarda rimane assolutamente originale nella loro utilizzazione per la sua visione del corpo umano. Il suo interesse risiede nella capacità dei diversi elementi di nutrire la vita; per questo non parla mai della loro sostanza, ma di sottigliezza, ad indicare il superamento di un’osservazione puramente fisica per vedere oltre, e cogliere aspetti inimmaginabili. La malattia è il risultato dello squilibrio degli elementi e dei corrispondenti umori, conseguenza della caduta; non viene isolata come fatto a sé stante e casuale, ma collegata alla personalità e al tipo di vita che l’individuo conduce, concetto base di ciò che oggi chiamiamo omeopatia. Per questo motivo, non esiste, nelle ricette di Ildegarda, un unico rimedio per ogni determinata malattia. Ildegarda non dà solo suggerimenti pratici, che prevedono bagni, inalazioni, impacchi, tisane, unguenti, salassi, e così via, ma parla anche dell’alimentazione, del piacere derivante da una bella disposizione del cibo, dei digiuni (ovvero ingestione di soli liquidi) purificatori, e del tipo di vita più sana da condurre. Curare la malattia è necessario quanto curare lo spirito nel processo di riavvicinamento dell’umanità al Regno dei Cieli, perché essa deriva e viene trasmessa al livello ereditario dalla colpa della prima coppia. Una delle grandi preoccupazioni di Ildegarda è la cura della “malinconia”, l’eccesso di bile nera. Questa uccide la viriditas, per favorire la quale Ildegarda indica tre elementi: farro, il migliore in assoluto, frumento e segale. Per Ildegarda non esiste differenza tra organico ed inorganico, ogni cosa possiede la viriditas, e dunque concepisce la natura come una fonte inesauribile per l’uomo, che da essa può attingere qualsiasi rimedio per la cura delle sue malattie. La natura fornisce dunque all’essere umano la viriditas persa: perché l’uomo, il microcosmo, è in relazione dinamica continua con il macrocosmo, che comprende tutto (visione olistica), e dunque il mondo della natura diventa il tramite tra i due. La modalità scientifica, che si basa sulla conoscenza dei poteri curativi del mondo naturale, in accordo con il concetto che l’intera creazione è al servizio dell’uomo, emerge rispetto ai rimedi consistenti in preghiera, fede e penitenza. Ildegarda conosceva bene l’antica cosmologia greca che stabiliva profonde corrispondenze tra macro e microcosmo, in quanto basata sulla credenza che l’uomo fosse costituito dagli stessi elementi che formano il cosmo: fuoco, aria, acqua e terra con le loro qualità elementari di caldo, secco, umido e freddo. Nella Physica, che può definirsi una sorta di enciclopedia che in nove sezioni affronta e cataloga qualità ed usi terapeutici e farmacologici di piante, alberi, pietre preziose, pesci, uccelli, animali terrestri, rettili ed infine metalli, Ildegarda indaga proprio sulle qualità elementari della natura, soprattutto su caldo e freddo, per stabilire quale effetto potesse produrre il loro uso: una pianta fredda combatte la prevalenza del caldo, ad esempio uno stato febbrile. Utilizzando un elemento naturale che possiede la qualità che manca in quel momento nel corpo umano, si ristabilisce il giusto equilibrio. Per ognuna delle sezioni emerge un diverso criterio: nel caso degli alberi, ad esempio, la loro qualità si identifica con la grandezza e la quantità dei frutti che producono, e bisogna anche tener conto dei mutamenti stagionali; mentre, nel caso dei pesci, molto incide ciò che essi stessi mangiano. Nel parlare degli animali, Ildegarda sottolinea che cibarsi del fegato e delle interiora del cane è dannoso per l’uomo, ed oggi sappiamo che ciò produrrebbe un avvelenamento da vitamina A. Molto interessanti sono le sezioni dedicate alle pietre ed ai metalli. Sembra improbabile che fosse pratica comune utilizzare le gemme a fini curativi, ed è per questo che Ildegarda è considerata anche come l’anticipatrice della cristalloterapia. Il discorso si complica, in quanto Ildegarda dà molto importanza al loro luogo di origine ed al momento della giornata in cui si solidificano: “Le pietre preziose provengono dall’Oriente e dalle regioni particolarmente calde. Ivi le montagne traggono dal Sole il calore e il fuoco e i fiumi sono sempre in ebollizione. Dove l’acqua lambisce le montagne che si innalzano infuocate, queste espellono una sorta di schiuma che poi si solidifica e si stacca. A seconda della temperatura raggiunta durante l’essiccazione esse acquistano i loro colori e loro proprietà…” La loro origine orientale le rende molto calde all’interno, e pur essendo tutte formate da acqua e fuoco, l’ora della solidificazione influisce sulla loro proprietà. “Vi sono anche altre pietre che non scaturiscono da queste montagne…ma derivano da altre cose prive di valore. A seconda della loro natura, con tali pietre si può, col consenso di Dio, fare il bene o il male”. Se da un punto di vista scientifico alcune delle sue affermazioni circa la formazione delle pietre non sono accettabili, ciò che colpisce è il concetto di esse come accumulatori di quell’energia emanata dai quattro elementi. L’universo è formato cioè dalla combinazione di energie di diverso tipo, dalla cui mescolanza nascono tutte le forme di vita. La badessa si sofferma sulle pietre menzionate nella Bibbia. Posto privilegiato ha lo smeraldo, la cui virtù principale è proprio la verdezza (viriditas, ovvero virtù e salute). In generale, le pietre preziose sembrano avere un potere soprannaturale, e sono temute dal diavolo. Egli “le odia e le detesta perché gli rammentano il fatto che esse già si mostravano in tutto il loro splendore prima che egli precipitasse…, perché alcune pietre traevano la loro origine proprio dal fuoco in cui egli viene precipitato per punizione…” A differenza di Plinio, o Isidoro, nel breve catalogo di Ildegarda vengono indicate le “qualità magiche”, al punto di sostenere che alcune pietre vanno tenute in bocca, o portate al dito e guardate di frequente, anche recitando una formula religiosa. I minerali vanno usati in modo diverso, a seconda dello squilibrio da curare. La possibilità di guarigione, come nel caso dello spirito, è sempre presente, a patto che l’uomo stesso, riconosciuta la sua esistenza come cellula dell’universo, sviluppi la consapevolezza di avere la responsabilità della sua malattia. Il più breve libro dell’opera è l’ultimo, dedicato ai metalli, che vengono classificati come caldissimi (ferro ed acciaio), caldi (oro e rame), freddi (piombo, stagno ed argento). Ildegarda sapeva bene, ad esempio, che il piombo è velenoso, e sconsigliava di utilizzarlo come recipiente per cibi o bevande. Il CAUSAE ET CURAE comincia con la creazione del mondo e dell’essere umano, dapprima apice della creazione, poi nella sua perdita di armonia, e quindi soggetto alla malattia. La ricerca delle cause e dei rimedi, dà luogo ad uno studio sulla sessualità, psicologia e fisiologia, per concludersi con i lunaria. Punto focale è l’analogia tra il cosmo e l’essere umano, ma se all’inizio del libro viene stabilito un rapporto tra le parti del cosmo e l’organismo, riprendendo quindi la fisiologia e la cosmologia greca, Ildegarda classifica gli umori, le loro qualità e corrispondenze in modo diverso. La classificazione classica può essere così riassunta: caldo fuoco bile gialla temperamento bilioso secco aria sangue temperamento sanguigno umido acqua flegma temperamento flegmatico freddo terra bile nera temperamento melanconico Nelle corrispondenze di Ildegarda con il corpo umano troviamo delle differenze: il fuoco viene rappresentato dal calore, l’aria dal respiro, l’acqua dal sangue e la terra dalla carne, ed i 4 umori corrispondenti sono il secco, l’umido, lo spumoso ed il fresco. Questi sono anche chiamati flegmata e livores, intendendo con i primi i due umori dominanti. Quando i livores, che sono gli umori secondari, tentano di dominare, allora si hanno squilibri mentali e fisici. E’ da questa diversa classificazione che deriva la valutazione originale dei temperamenti maschili e femminili. Un argomento molto importante è la sessualità. Abbiamo già visto che Ildegarda mantiene una posizione ottimistica rispetto al sesso: esso sembra rientrare pienamente nelle condizioni originarie, in cui uomo e donna furono creati l’uno per l’altra e per procreare. Uno studioso della vita e delle opere di Ildegarda, Heinrich Schipperges, ha riportato nel suo libro “Il giardino della salute: la medicina nel medioevo” un passo che non compare nella traduzione dei teologi moderni. Tratto dal sito www.ilbolerodiravel.org: “Per la sua opera procreatrice l’uomo dispone di tre facoltà: la concupiscenza, la potenza, e l’atto sessuale. Dapprima la libido accende la potenza, affinché l’atto sessuale dei partners si svolga con ardente desiderio da parte di entrambi. Così accadde già nel momento della creazione del primo uomo, quando tutta la potenza della volontà divina formò l’uomo, emise in quest’opera tutta la sua bontà, perché creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Così nella volontà divina devi vedere la concupiscenza, nella potenza di Dio la potenza sessuale dell’uomo e nella bontà divina che riunisce volere e potere, l’atto sessuale, che porta in sé sia libido sia potenza”. La caduta, provocata dall’uomo ribelle, ha creato disarmonia con il creato, lo stato di malattia, ed anche un’alterazione nel rapporto sessuale: il sangue puro è diventato “spuma del seme”. Ildegarda dà anche una descrizione “fisica” del diverso desiderio sessuale tra uomo e donna, paragonati al fuoco, un vento che nasce nel midollo, attraversa i reni e si concentra nel pene, e al sole che riscalda, istinto diffuso nel ventre, contrastando così il concetto che le donne fossero più lussuriose degli uomini (ma confermando anche il pregiudizio che la donna sia più debole perché fatta di carne e non di terra come l’uomo): "…La virilità venne ad Adamo dalla forza vegetale della terra, e la sua grande forza dagli elementi, mentre Eva dal midollo delle sue ossa ebbe la delicatezza e una mente leggera e acuta e una vita fatta per il piacere, perché il peso della terra non la opprimeva”. Ecco di seguito l’atto sessuale dal punto di vista femminile: “Quando la donna fa l’amore con un uomo, una sensazione di calore nel suo cervello, che porta con sé il piacere dei sensi, comunica il gusto di quel piacere durante l’atto e richiama l’emissione del seme dell’uomo. E quando il seme è caduto al suo posto, il calore violento discende dal cervello, attira a sé il seme e lo trattiene, e subito i suoi organi sessuali si contraggono, e tutte le parti che si aprono facilmente durante il periodo mestruale ora si chiudono, allo stesso modo che un uomo forte può tenere qualcosa racchiuso nel pugno.” A parte l’evidente convinzione errata che la donna possa raggiungere l’orgasmo solo dopo l’uomo, colpisce la chiarezza nell’esposizione da parte di una monaca, che, secondo alcuni, avrebbe descritto qui le contrazioni vaginali. Nella seconda parte, la più lunga, Ildegarda analizza tutta una serie di disturbi, partendo dalla testa e procedendo verso il basso, malattie per le quali fornisce i rimedi nel 3° e 4° libro, con pochissime indicazioni circa i minerali. Ma anche in quest’opera compaiono riferimenti a pratiche magiche: contro il veleno, viene raccomandata una mistura di piante da raccogliere a metà aprile, da annaffiare in certe ore diurne e notturne, da asciugare al sole, per poi triturarle ed annusarle quotidianamente. La stessa composizione, se legata intorno ai fianchi, ha proprietà antiafrodisiache. Nei Lunaria, che costituiscono l’ultima parte del Causae et Curae, Ildegarda elabora una teoria del concepimento in base alle fasi lunari. Il sangue, da cui deriva lo sperma, aumenta il suo volume con la luna crescente, ed è questo quindi il momento più propizio per il concepimento. L’influenza lunare trova applicazione anche per le donne, visto che il feto si nutre del sangue mestruale. Il concepimento in diversi giorni del mese lunare caratterizza differentemente il nascituro, anche a seconda che sia maschio o femmina. Quando la fecondazione avviene il secondo giorno dopo la luna nuova, darà la nascita ad una donna melanconica, mentre un maschio concepito nello stesso momento non lo sarà. Nonostante i molti dubbi sull’autenticità integrale di tali opere, nella trattazione più attenta versa il mondo femminile, nella sua originalità rispetto alle tradizioni, e nella ripresa di alcuni temi nel Liber Divinorum Operum, la mano di Ildegarda sembra aver apposto la sua firma.
L’arte nell’opera di Ildegarda
All’inizio di questo lavoro, è stato sottolineato che i sensi maggiormente coinvolti nelle visioni sono la vista e l’udito. Ed è nella musica e nei disegni, che corredano e pervadono le sue opere, che la badessa trova un’ulteriore mezzo per esprimere l’inesprimibile. In Ildegarda l’arte diventa essenziale, sia perché operazione creativa, sia perché risveglia nell’uomo quel “linguaggio spirituale” che condivideva con gli angeli prima della caduta. In sostanza, dona un senso diverso al linguaggio umano, altrimenti inadeguato. Infatti mentre le parole raggiungono l’uomo in quanto essere razionale, l’arte richiama il suo lato divino. E’ in quest’ottica che dobbiamo intendere la sua musica e i suoi disegni: l’arte ha la facoltà di operare una sintesi armoniosa tra uomo e Dio, tra intelletto e spiritualità, tra scienza e fede, e, rivolgendosi al nostro intimo, risveglia, attraverso il simbolo, la nostra sostanza spirituale.
Armonie celesti
“L’anima è una sinfonia…Nell’ascoltare un canto talora l’uomo respira profondamente e sospira: ciò ricorda che l’anima deriva dall’armonia celeste e conserva qualcosa di quello stato superiore”
L’intera opera ildegardiana è pervasa dalla musica e dal suono, che assurge a simbolo attraverso cui cogliere l’universo intero. Nei suoi scritti molte sono le comparazioni in cui la badessa ricorre ad immagini tratte proprio dal mondo musicale. Anche in questo campo Ildegarda rappresenta un’eccezione, in quanto opera una sintesi tra la musica non udibile delle sfere (tipica della concezione neoplatonica) e quella percettibile prodotta dall’uomo. L’importanza della musica è ancora da intendersi alla luce della triade Creazione, Incarnazione, Redenzione. Il suono, infatti, è il primo gesto della creazione, è il Verbo con cui Dio ha posto in essere, sublimandolo, il mondo. La creazione è sinfonia che ha dato impulso al movimento circolare delle sfere ed ai cori angelici, che riecheggiano il suono divino. Nell’uomo, però, il peccato originale ha spezzato l’armonia, trasformando il canto in “brutali risate”. Di questo stato paradisiaco di perfetta integrità tra anima e corpo, e di compartecipazione con l’Universo, resta il desiderio e la vocazione, che si esplica proprio attraverso la creazione musicale. E se è vero che il dramma storico dell’uomo ha inizio con questa rottura d’equilibrio, tramite la voce e gli strumenti il corpo è chiamato a risvegliare la sua anima sinfonica, ovvero a vivificare lo Spirito, con la possibilità di reintegrarsi all’unità ed armonia originaria. Nel canto si realizza l’unità di corpo e spirito, e forse anche un aspetto più fisico: il piacere di cantare per unirsi a Dio. La musica diventa un ponte di collegamento tra celeste e terreno, tra eternità e storia: la melodia che dall’alto discende per risuonare nel mondo e nell’anima è in continuo dialogo con la musica che dall’anima, attraverso il corpo, ascende al cielo. E’ il Cristo incarnato, il Verbo che si fa Uomo, il primo alito che scende in veste materiale, ed al contempo si rivolge costantemente al Padre. Nonostante la condanna esplicita dell’uso della voce femminile e degli strumenti musicali, etichettati come elementi disturbatori, e quindi diabolici, che distraevano dalla vera musica celestiale, Ildegarda , che nelle opere iniziali usa solo una voce solista senza accompagnamento, introduce in seguito anche alcuni strumenti, sottolineandone il simbolismo: ad esempio, il flauto esprime il respiro dello Spirito, mentre l’arpa richiama l’origine divina dell’uomo. Ildegarda cresce con il canto gregoriano, che ascolta e canta per lunghe ore dalla sua cella. Ma anche in questo caso la sua personalità originale emerge nel superamento di alcuni limiti propri di quello che era lo stile imperante dell’epoca. I suoi inni sono molto più complessi e lunghi; l’estensione vocale risulta notevolmente ampliata, fino a superare le due ottave; nei suoi canti, a differenza di quelli dei suoi contemporanei, vengono spesso abbandonate le levigature per fare ricorso a ritmi irregolari, in cui le melodia è intimamente connessa al testo: la scelta delle note, degli acuti e dei bassi è collegata al concetto espresso, stabilendo così un parallelismo tra testo e musica. Ildegarda non ha studiato musica, eppure ci lascia in eredità una produzione molto ampia. Si tratta di 77 composizioni, tra antifone, sequenze, responsori, sinfonie e inni (in onore della Trinità, di Maria, santi e martiri), un Kyrie ed un Alleluia, riunite sotto il titolo Symphonia Harmoniae Caelestium Revelationum, ovvero “Sinfonia dell’armonia delle rivelazioni celesti”, cui va aggiunto l’“Ordo Virtutum” (La schiera delle virtù), che in versione ridotta si trovava già alla fine dello Scivias. Esistono due manoscritti della sua musica, il Dendermonde ed il Riesenkodex. Il primo fu compilato tra il 1170 e il 1180 a Ruperstberg, il secondo dopo la morte di Ildegarda. A parte le differenze nel contenuto, più completo nel Riesenkodex, è importante notare che nel Dendermonde le canzoni dedicate alla Vergine vengono prima di quelle in onore dello Spirito Santo, ordine che sarà invertito invece nel codice successivo. L’Ordo Virtutum è la prima moralità play (genere famoso nel 14° secolo, in cui i personaggi sono allegorici, ovvero personificazioni di concetti) conosciuta nella storia del dramma medievale. Ed inoltre fu messo in musica, con diversi assoli femminili, a rafforzare l’idea che fosse stato creato proprio per il convento di Ruperstberg: è probabile che all’inizio fosse rappresentato dalle religiose e da Volmar nella parte del Diavolo. E’ un dramma liturgico che affronta il tema dell’Anima allontanatasi da Dio, ma poi sorretta dalle forze divine, che alla fine incatenano il diavolo. Questi è l’unico che non canta, ed è anzi atterrito di fronte alla voce melodiosa degli uomini, perché la musica è opera di Dio, il quale la mette a disposizione dell’uomo, affinché con canti di lode scelga la via del ritorno. La musica umana, eco imperfetta di quella celeste, è il mezzo attraverso cui riscoprire la nostra dimensione metafisica, non individuale, ma cosmica, quella che ci consente di accordarci con il resto dell’universo. Con Ildegarda la musica, essenzialmente legata alla liturgia e comunque vista come elemento celebrativo, diventa invece anche suono che dona pace, serenità, e quindi benessere, con una funzione terapeutica che anticipa la moderna musicoterapia. La musica, oltre ad essere il fondamento della sua teoria del mondo e del cosmo, rappresenta un’ulteriore mezzo con cui dare sostanza alle sue visioni, insieme ai disegni.
Illustrazioni
L’uso di disegni sembra voler sottolineare l’inadeguatezza e la limitatezza del linguaggio umano. Anche le illustrazioni che accompagnano le sue opere sono decisamente innovative e molto originali. Sembra che Ildegarda stessa ne creasse una prima bozza sulle tavolette di cera durante la visione, mentre cioè dettava al suo segretario, per poi trasferirla sulla pergamena, con modifiche nella collocazione e nelle dimensioni. Originali le figure esageratamente grandi e alcune illustrazioni che suscitano orrore, come quella della Chiesa invasa dall’Anticristo (FIGURA 7), che sembra descrivere il diavolo stesso. I suoi disegni sono molto dinamici: contrasti tra luce ed oscurità, stelle con forme irregolari stagliate contro un fondo scuro. Il manoscritto dello Scivias sparì durante la 2° Guerra Mondiale, e restarono solo poche foto in bianco e nero, più una copia a colori realizzata dalle monache nel 1927-1933. I disegni che accompagnano il LDO furono invece realizzati dopo la sua morte, in vista del processo di canonizzazione, dai prelati di Magonza. Nonostante questi seguirono le sue indicazioni, i disegni presentano alterazioni e l’inserimento a posteriori di alcuni elementi. Le illustrazioni hanno un altissimo valore: Ildegarda ci invita ad usare la vista, non quella degli occhi, ma quella interiore, come già aveva sollecitato il nostro “udito” nel caso della musica. Non è assolutamente semplice parlare dell’uso dei colori, perché ad ognuno Ildegarda dà una molteplicità di significati. Se, in generale, possiamo dire che il bianco ed il nero si riferiscono al bene ed al male, non è altrettanto semplice classificare la posizione di colori quali il rosso, che da un lato indica lo spirito divino, la passione, ma anche la purezza e l’amore. Allo stesso modo il color oro, che indica spesso la sapienza, condivide con il rosso l’ambito dell’amore. Senza entrare troppo in dettaglio, è evidente che l’alto simbolismo nell’uso dei colori rifletti la visione olistica, stabilendo corrispondenze ed analogie tra colori diversi. Tra essi, il verde, attinente alla viriditas, ha un posto speciale proprio per l’infinita gamma di significati. In questa miniatura, chiamata la Trinità, nonostante venga rappresentata la figura maschile di Cristo, predomina il colore blu, collegato all’acqua che dona la vita. Cristo è al centro di alcuni cerchi concentrici, il cui color oro indica la forza dell’Amore, stagliati su uno sfondo quadrangolare, a simboleggiare proprio la fusione di cielo e terra. In tal senso, Cristo è divino, ma anche umano, e materno nel suo amorevole sentimento per l’umanità. Il colore blu contraddistingue anche la rappresentazione della Sophia, la Sapienza di Dio. Il colore richiama l’oceano e la simbologia cristiana del pescatore di anime, rinforzata dalla similitudine impostata tra le braccia della figura e le pinne. Di nuovo prevale, quindi, un’immagine materna, che si riallaccia, come tipico in Ildegarda, al mondo della natura. Ildegarda, come visto già nel precedente disegno, fa uso dei mandala, che visualizzano la relazione esistente tra le varie forze del cosmo. Essi esprimono un mezzo tramite cui riunire il microcosmo ed il macrocosmo, l’uomo e l’universo, rinforzando così la sua idea di collaborazione con la natura, a completa disposizione per il benessere dell’uomo. Nella famosa “quadratura del cerchio” le due figure, rispettivamente il celeste ed il creato, vengono a fondersi. Non si può fare a meno di notare che le religioni orientali ne fanno un identico uso: sollecitare il ritorno ad una coscienza primigenia di unità. Senza azzardare troppo, si possono individuare anche altre aree di contatto tra Ildegarda e l’oriente. Nelle Upanishad, ad esempio, si sostiene che bisogna superare l’erudizione e lo studio intellettuale dei testi, in nome di una conoscenza diversa, senza la quale non si può conoscere l’Atman, il Sé o anima individuale, il principio vitale che anima l’uomo. Data l’analogia tra macro e microcosmo, questo corrisponde al principio vitale dell’universo, o brahman, l’Assoluto, una forza creatrice che penetra in tutti gli esseri, costituendone il fondamento. In tal modo, i testi sacri orientali affrontavano la sofferenza dell’uomo che si ritiene separato dal tutto. Il brahman, o essenza del cosmo, viene tradotto con esistenza, coscienza e beatitudine, la stessa triade pitagorica e platonica di corpo, psiche e spirito, e ildegardiana di corpo, anima e razionalità (anche se in lei risolve il dualismo tra corpo e anima) Ildegarda, del resto, adotta un linguaggio universale, e simbolico, di cui il Medioevo era intriso, ed in questo risiede la sua grande forza: ella parla a tutti gli uomini che vogliono colmare il vuoto apparente tra il mondo della fisicità e quello della spiritualità e del sacro.
Simboli
Solo per citare alcuni dei simboli usati nella sua vastissima opera, quello dell’uovo, adottato nello Scivias, compare in moltissime culture. Esso rappresenta l’energia vitale, poiché contiene in sé il germe da cui nasce il mondo, e dunque indica anche la creazione prefigurata fin dall’inizio. Poi, nel LDO diventerà la sfera del mondo, in forma di ruota, che accentua quell’effetto di dinamismo dell’universo e del suo movimento. Anche l’immagine della corona rientra nel campo simbolico, e richiama il cerchio, ovvero la discesa del sacro nel mondo umano. Come Maria è incoronata, così lo è anche l’uomo: “Con la sfericità della scatola cranica dell’uomo Dio ha voluto significare la sua posizione di dominio. Infatti il cervello ha potere e regna su tutto il corpo”. L’uso dell’albero che fruttifica, che nel cristianesimo si pone come la vita voluta da Dio, in opposizione all’albero secco e sterile, veniva spesso associato a Maria, l’Albero della Vita, collegato alla Salvezza tramite quel frutto derivante dal tronco di Jesse (rappresentato, peraltro, all’inizio del manoscritto dello Scivias, padre di Davide. Anche nelle liriche di Ildegarda compare tale associazione: da un lato il riferimento all’albero genealogico sottolinea il Cristo umano nato da donna, dall’altro si associa alla viriditas, alla storia dell’umanità come albero cosmico con le sue fasi di nascita, fioritura e declino, al mondo della natura, ed anche alle antiche simbologie che vedevano nell’albero quell’elemento che collega la terra con il cielo. Anche il numero 5 sembra avere un ruolo importante. Cinque sono le epoche della storia della salvezza umana, , definite da Ildegarda come toni della giustizia divina: Abele, Noè, Mosè, l’Incarnazione, che raggiungeranno il culmine con la venuta dell’Anticristo e la sconfitta finale del male. Dunque, il 5 è il numero dell’armonia ritrovata, dei sensi, è il pentagramma in cui l’uomo si trova inscritto in posizione eretta, quello che per i pitagorici esprimeva perfettamente l’armonia tra corpo ed anima; mentre per gli alchimisti riconduceva al numero degli elementi, completati dalla quintessenza, ovvero l’elemento immateriale dello spirito del mondo. E’ molto interessante notare che tale numero compare proprio nella 5° visione del LDO, che occupa da sola la seconda parte, ovvero il centro del testo. Compare il globo terrestre, suddiviso in 5 settori (i 4 punti cardinali più il centro) visibilmente distinti ma comunicanti, che rappresentano non solo le varie epoche, ma l’uomo stesso, supino, i suoi sensi, le sue difficoltà e desideri. E’ l’immagine della trascendenza che investe la creazione, e nonostante vi siano zone luminose, zone oscure, zone miste, ed anche una grande bocca nera che rappresenta la dannazione, sempre è presente la salvezza. Anche l’immagine dello specchio, peraltro molto diffusa nel medioevo, compare in punti e frasi chiave. Associato alla creazione, come immagine speculare di Dio, lo specchio rappresenta la luce, ovvero la saggezza, è l’attributo della conoscenza e delle virtù. Ildegarda sostiene che Dio ha concesso un aiuto all’uomo “con lo specchio che è la donna”, rafforzando l’idea di una sapienza femminile, che peraltro viene estesa a Maria, che rispecchia, senza essere violata, Dio attraverso suo Figlio. Lo specchio riflette proprio come l’acqua la propria immagine, o come la luna quella del sole. Il valore positivo dipende da chi vi si contempla (vedi differenza con le anime penitenti descritte nel Liber Vitae Meritorum). L’idea di conoscenza e di saggezza viene ripresa ancora nella 9° visione del LDO, in cui Ildegarda vede due figure, la sapienza e l’onnipotenza divina., la seconda delle quali ha 6 ali (i giorni della creazione) che partono dalle spalle, dalla nuca e dalle gambe. Su quelle che partono dalla nuca vi sono 5 specchi, con queste iscrizioni: Via e Verità; Io sono la porta di tutti gli arcani di Dio; Io sono la manifestazione di ogni Bene; Io sono lo specchio che riflette le buone intenzioni degli eletti; Dicci se sei proprio tu il popolo di Israele. Questa immagine riassume un po’ quanto detto finora: la perfezione delle opere divine, l’Amore per l’uomo e la creazione, il presente ed il futuro, da ricollegare alle varie epoche e personaggi chiave, nonché il potere che risiede in tale zona del corpo.
La lingua ignota e le Litterae Ignotae
Tra i vari lavori di Ildegarda spicca il libro della lingua ignota, che contiene anche la trascrizione di un alfabeto sconosciuto di 23 lettere. Il manoscritto annovera più di 1000 termini, affiancati dal significato in lingua latina. Le parole non sono raccolte in ordine alfabetico, ma secondo gruppi tematici: termini religiosi, parti del corpo, malattie, rapporti di parentela, vestiario, gerarchie e ranghi sociali, giorni e mesi, oggetti della casa, piante ed animali. Gli studi effettuati concordano nel ritenere tale lingua molto importante per Ildegarda, che non la concepì certo per puro passatempo, e per le sue consorelle, che ebbero la premura di trascriverla dopo la morte della badessa nel codice con i suoi scritti. La Lingua ignota contiene solo sostantivi e pochi aggettivi, terminanti spesso con la lettera Z, cosa che sembrerebbe indicare che essa non sia una vera e propria lingua, ma un qualcosa da inserire su una struttura grammaticale e sintattica. L’unica che può aiutarci è proprio Ildegarda, che molto ha scritto sulla differenza tra il linguaggio degli angeli e quello degli uomini, e che nella prefazione del Liber Vitae Meritorum indica nella “rivelazione” la fonte di questa sua forma di comunicazione. Secondo quanto affermato nello Scivias, Adamo capiva la lingua degli angeli, e dunque di Dio e “custodiva nel proprio sapere tutte le lingue che più tardi vennero scoperte dagli uomini”. Ildegarda parla del linguaggio creativo di Dio come di una struttura basilare ed unitaria, non ancora suddivisa in vari idiomi, ovvero della capacità linguistica stessa. Quando l’uomo si allontana dallo stato paradisiaco, perde anche l’essenza della lingua, ed inizia la confusione delle lingue. Ma la capacità di parlare umana è un dono dello Spirito Santo, un riflesso della somiglianza divina, e fa parte della creatività spirituale: come Dio ha creato ogni cosa attribuendo ad essa un nome ed un numero particolare, così “Esclusivamente attraverso i nomi l’uomo può cogliere l’essenza di una cosa ed esclusivamente attraverso i numeri (da intendersi come definizione di rapporto rispetto alle altre cose create) può conoscere la varietà delle cose.”
Ildegarda sta dicendo che l’uomo, al pari di Dio, possiede l’essenza spirituale della lingua celestiale, che poi si trasferisce nel mondo sensibile attraverso la parola. E’ il Verbo che dona la vita: “Dio l’ha dimostrato nell’uomo che, prima di lasciar uscire le parole di bocca, parla segretamente al proprio cuore, così nel momento in cui parla la parola è ancora presso di lui e al contempo ciò che pensa interiormente è nella parola….con la stessa parola anche la ragionevolezza dell’uomo compie le proprie opere…poiché, grazie all’anima vivente, l’uomo è un essere razionale creato a immagine di Dio” (LDO). Di certo l’appellativo Ignota non può che suggerire l’aspetto della segretezza: in tal senso, appare possibile che quei pochi concetti formavano un linguaggio privato, non universale, e che dovessero rimanere oscuri ai più.
Nelle sue opere, solo in un’antifona dedicata alla Chiesa, compaiono 5 parole della lingua sconosciuta.
Agire e sentire al femminile nel XII secolo
Entriamo ora nella sfera di un tema molto discusso e controverso, ma di fondamentale importanza ai fini della comprensione di Santa Ildegarda: nella sua vita e nei suoi scritti predomina una visione femminile? E’ innegabile che nel suo attivismo si celi un segno di protesta contro una cultura misogina. E a questo punto è lecito chiedersi se Ildegarda scelse di non contestare apertamente il ruolo attribuito alla donna per potere invece assumere posizioni assolutamente innovative.
Pensiamo ai primati che ha conquistato: le viene riconosciuta autorità in campo teologico, ha la facoltà di predicare sia al clero che ai laici, è la prima autrice conosciuta di una morality play e di una vasta opera enciclopedica, una donna, quindi, che è riuscita ad esprimersi influenzando il suo tempo. La sua accettazione del ruolo subordinato del mondo femminile non sempre collima con il suo agire ed il suo pensare, che vanno comunque analizzati nel suo contesto storico. Per la cultura medievale, la teologia, al pari della filosofia, erano discipline riservate agli uomini. L’unico modo di abbattere tale barriera era proprio l’illuminazione divina, che risolveva il problema di affrontare le questioni di fede con la razionalità. In Ildegarda, sarà proprio la natura divina della sapienza che sopperirà alla sua “ignoranza” terrena e al suo essere donna. Nel definirsi profetessa e nel farsi accettare come tale, come mezzo per propagare la voce di Dio e non la sua, Ildegarda ottiene un grandissimo e duplice risultato: trionfa sul mondo maschile, superando brillantemente la questione relativa al suo sesso, al punto di definirsi ella stessa come “uomo che non ha l’ardore dei forti leoni e non è neppure stato istruito secondo la loro dottrina”, ed inoltre, proprio distanziandosi dai “letterati” può lavorare in modo creativo ed al tempo stesso molto critico. In tal modo, opera una sintesi tra la ragione e l’immaginazione, tra l’intelletto e la creatività: potremmo parafrasare dicendo che Ildegarda usò entrambi gli emisferi cerebrali. Ecco emergere nuovamente il concetto di sintesi, che possiamo anche leggere alla luce di una fervida fede, non caratterizzata, però, dal tipico ripiegamento su sé stesso del mistico, ma coniugata brillantemente ad un dinamismo che riflette quello del mondo in cui vive. Azione, in lei è parola chiave: la vera religiosa deve essere virile ed agire come un cavaliere, dice in un passo autobiografico. Ildegarda non si ritira affatto nel mondo spirituale con un distacco da quello terreno. La sua partecipazione agli eventi che caratterizzarono il periodo storico in cui visse è sottolineata da una corrispondenza con vescovi, sacerdoti, monaci, abati e badesse, ma anche principi e papi, che le scrissero chiedendo risposte a quesiti teologici, ed anche consigli etici e morali. Il XII secolo è ricco di eventi e fermenti, poliedrico, caotico e creativo allo stesso tempo, sia nella vita politica e sociale, ma, soprattutto, in quella religiosa, che respira aria di riforma. Da tempo la situazione della Chiesa è assai critica, lontana dallo spirito e legata alla mondanità ed al potere. La corruzione dilaga. Imperversano il nicolaismo, ovvero la convivenza dei sacerdoti con donne, e la simonia, cioè il conferimento di cariche ecclesiastiche dietro compensi materiali; cosa che da un lato favorisce l’ingerenza del mondo laico negli affari della Chiesa e, dall’altro, allontana sempre più il clero dal suo compito. Non solo i vescovi, che al contempo sono anche conti dell’Impero, ma anche gli stessi pontefici vengono imposti con la stessa modalità. Ciò conduce, a partire dal conflitto tra Gregorio VII ed Enrico IV, a scomuniche papali e nomine di antipapi. L’interruzione della disputa con il concordato di Worms è breve. Papa Eugenio III, chiedendo aiuto contro normanni e romani al re Federico Barbarossa in cambio della corona imperiale, innesca nuovamente il vecchio meccanismo e conduce al doloroso e lungo scisma. Sono questi i mali in seno alla Chiesa contro cui la badessa combatte nello Scivias Ildegarda, già trasferitasi nel monastero da lei fondato a Rupertsberg, era fermamente convinta che allo Stato spettasse il potere secolare ed alla Chiesa solo quello spirituale, e che i due organi dovessero collaborare. Per questo arriva a scrivere all’imperatore Barbarossa, che pure stima, parole moto dure, soprattutto dopo la spedizione punitiva contro gli abitanti di Magonza fedeli al papa legittimo. Ecco la sua ultima lettera: “Così parla Colui che è: distruggerò l’indocilità e schiaccerò l’opposizione di coloro che mi sfidano. Guai, guai a questa malvagia condotta degli empi che mi disprezzano! Presta ascolto, o re, se vuoi vivere! Altrimenti la mia spada ti trafiggerà!”. La mancata risposta di Federico, che pure le aveva concesso la sua protezione, spezzerà definitivamente il loro legame. Contro la secolarizzazione della Chiesa, scriverà a San Bernardo, quando questi caldeggerà la seconda crociata: “Come può essere giusto che sacerdoti con la loro tonsura e casubi si accompagnino ad armi e soldati?”. In una lettera a papa Anastasio IV emerge il rimprovero per la sua posizione troppo tollerante nei confronti dell’eresia catara, che nel disprezzo della carne e delle donne, negano che “Dio creò ogni cosa e la invitò a rigenerarsiattraverso il seme che cresce”, rinnegando quindi l’Incarnazione, ed il cui radicalismo merita solo l’espulsione dal paese. E’ evidente che l’umiltà di Ildegarda, quella che all’inizio l’aveva spinta a tenere nascoste le sue visioni, e a ricercare l’appoggio dei suoi “superiori”, ha lasciato il posto ad una sicurezza tale da castigare i loro peccati. Di questo sono state date due interpretazioni totalmente opposte. La sua attività, come già detto, decolla proprio a partire dallo Scivias. Ildegarda inizia la stesura della sua prima opera teologica in seguito ad una malattia, che ella interpreta come conseguenza del suo rifiuto di obbedire al comando divino. Dopo 4 anni, non ancora conosciuta, avendo già ottenuto dei riconoscimenti dagli ecclesiastici magontini, scrive anche a Bernardo di Chiaravalle. In seguito, ottiene la più alta autorizzazione terrena, l’imprimatur del pontefice Eugenio III. La maggior parte degli studiosi identifica la sua ricerca di permessi e rassicurazioni con il suo senso di inadeguatezza, ma qualcuno ha avanzato il sospetto che Ildegarda in realtà stesse cercando un modo efficace per ottenere la possibilità di spostarsi nel nuovo monastero di Rupertsberg, luogo indicatogli in una visione dallo Spirito Santo. Eugenio III, infatti, era un cistercense che si era formato proprio con Bernardo, e, riconoscendo nelle sue visioni la presenza di Dio, nella lettera di consenso allo Scivias, darà la sua benedizione anche al trasferimento.
La questione delle donne nell’ambito monastico era, di fatto, anche affare economico. Pur essendo ricomparsi i monasteri doppi, quelli femminili erano sempre sottomessi a quelli maschili, che amministravano tutte le donazioni. Fondare il monastero femminile di Ruperstberg significava togliere diritti, anche se illegittimi, e notevoli entrate a quello di Disibodenberg, ovvero riprendersi terreni e beni che costituivano la dote delle religiose. Porre la questione in tal modo sembra essere riduttivo e inopportuno. E non solo per timore di dire qualcosa di troppo offensivo nei confronti di una santa. Insistere su una tesi o sull’altra sminuirebbe la sua personalità, additandola, in un caso, come fredda manipolatrice, e nell’altro considerandola davvero inferiore intellettualmente alla stregua dei suo “colleghi” medievali. La sua acutezza e la sua intelligenza non possono essere messe in discussione, ma neanche il suo sapere “superiore”, qualsiasi fosse la vera natura delle sue illuminazioni. E tra atteggiamenti concilianti e critiche molto aspre, alla fine riuscì nel suo intento, ed ottenne la sua indipendenza, grazie anche all’appoggio economico della nobiltà, nella persona della marchesa Riccarda Von Stade, madre di una monaca molto amata da Ildegarda, la quale convinse molti nobili ad appoggiare economicamente la badessa. Le monache erano tutte aristocratiche, e rispondendo ad una lettera della badessa di Andernach, che la accusa di essere elitaria, e contraria ai dettami dell’amore cristiano, Ildegarda difende la divisione sociale esistente perché voluta da Dio, al quale “spetta esaminare le differenze di classe…soprattutto affinché non si ferisca l’onore di classe, permettendo loro di sbranarsi vicendevolmente, scatenandosi il ceto più elevato su quello inferiore e quello più basso elevandosi al di sopra di quello superiore…” proprio come accadde con Satana ed Adamo. La gerarchia terrestre rispecchia quella celeste. Ildegarda combatte fino alla fine dei suoi giorni. Negli ultimi anni della sua vita, infatti, fu punita per aver seppellito a Rupertsberg un uomo, scomunicato in precedenza dall’episcopato di Magonza. Essendosi confessato ed avendo ricevuto l’estrema unzione, era stato seppellito in quel luogo consacrato. Al suo rifiuto di riesumare il cadavere, lei ed il convento ricevono l’interdizione: veto di celebrare messa, proibizione dei sacramenti e sospensione dei canti di lode. Seppure in torto dal punto di vista del diritto ecclesiastico, Ildegarda, cui interessava solo la grazia concessa da Dio, ancora una volta riesce, pur ammettendo la sua colpa, a rimproverare i prelati per aver privato “Dio dell’onore della lode che a lui conviene…”. Impedire la musica è opera di satana. E’ l’ultima battaglia, prima di spegnersi il 17 settembre del 1179. Dopo di lei, lentamente tramonta il periodo delle grandi badesse. Questa “Sposa di Cristo”, che avrebbe dovuto essere subordinata all’insegnamento maschile, che aveva sostenuto l’inferiorità delle donne, le quali non potevano essere ordinate preti, operò esorcismi, predicò e castigò molti uomini della sua era, dimostrando di avere una grandissima influenza. Dette certamente fastidio. Le suo opere teologiche, pur lette molto, vennero infatti ignorate da molti teologi dell’epoca. Ma in Ildegarda l’agire ed il pensare sono tutt’uno.
Nel corso dei secoli la donna è considerata un essere inferiore. Platone sosteneva che solo gli uomini fossero stati creati dagli dèi ed avessero un’anima, ed Aristotele giudicava la donna un essere imperfetto, incapace di produrre il seme procreativo, e quindi essenzialmente un maschio difettoso. I Padri della Chiesa fecero proprie tali idee, in quanto solo l’uomo era stato creato ad immagine e somiglianza di Dio: Eva nasce da una costola da Adamo, come fosse un essere secondario, e il genere femminile porta il marchio del peccato della progenitrice. Ildegarda assume una posizione di netta opposizione su tutti i fronti, pur riconoscendo la ovvia diversità biologica tra i due sessi: “L’uomo non può essere chiamato uomo senza donna, né la donna può essere chiamata donna senza uomo”.
Nell’opera creativa di Dio uomo e donna sono uguali, entrambi dotati di corpo e anima. E da qui si sviluppa il pensiero innovativo di Ildegarda, che, focalizzando l’attenzione proprio sulla diversità corporale, afferma la complementarità tra maschile e femminile. La sessualità assume un diverso significato anche all’interno del matrimonio: la badessa inneggia all’amore coniugale come atto nel quale due individui possono cooperare con il loro atto generativo all’atto creativo di Dio. La maternità ne è la prova assoluta. Il matrimonio, argomento cui dedica ampio spazio nello Scivias, è dunque la condizione naturale dell’essere umano che, attraverso il concetto fondamentale di Vita, unifica. Perciò, se da un lato è vero che la monaca, come si evince dai suoi attacchi contro gli abusi e le deviazioni sessuali, cerca di incanalare il sesso nella canonicità, dall’altro scompare in lei la figura della donna-diavolo, lussuriosa, che conduce al peccato della carne, polemica ancora più forte alla luce della sua battaglia contro il dualismo cataro.
Ma Ildegarda va oltre. La teologia medievale sosteneva che “ così come dal corpo di Cristo mentre era addormentato nella morte sulla croce è derivata l'origine della chiesa cioè l'acqua ed il sangue attraverso i quali si esprimono i sacramenti con i quali vive la chiesa ed ha la sua origine e diviene sposa di Cristo, così dal fianco di Adamo mentre dormiva nel paradiso è stata formata la sua sposa quando le fu presa una costola, dalla quale Eva venne creata”.
Sant’Agostino, rappresentando la chiesa come madre di tutti i cristiani rinati attraverso il battesimo, aveva stabilito una perfetta analogia con la nascita di Cristo dalla Vergine, evidenziando la prima come fondamentale.
Nello Scivias la monaca rappresenta la Chiesa con la splendida figura femminile dell’Ecclesia con cui, oltre ad un’evidente tentativo di istituzionalizzare il sacramento dell’Eucarestia, tramite cui rinnovare la promesse di nozze con Cristo, opera uno slittamento dalla figura maschile di Cristo a quella femminile di Maria, in quanto sua madre. Figure femminili quali Ecclesia, Sinagoga, Eva, Maria, Sapienza, Carità, Amore, fondamentali nella storia della salvezza, implicano, secondo quanto sostenuto da Barbara Newman in “Sister of Wisdom” una teologia al femminile, in cui la Carità appare associata allo Spirito Santo, divenendo così il terzo elemento della Trinità. Tra i molti archetipi femminili, la verginità ha un ruolo importante, da estendersi non solo a Maria, ma anche alla Chiesa e alle suore in quanto spose di Cristo. Nell’epoca medievale ciò consentiva alle religiose di porsi su un piano neutrale dal punto di vista “sessuale”; e non essendo sottoposte ai vincoli di inferiorità che vigevano tra le mura domestiche, esse guadagnavano una maggiore possibilità di affermarsi in campo intellettuale e in quello spirituale. Di Maria , paragonata ad una pietra preziosa, Ildegarda non esalta solo la verginità, ma anche la maternità. Il suo grembo, infatti, diventa luogo privilegiato di contatto con Dio, l’unico ancora incontaminato ed immacolato, in cui il corpo di Cristo è cresciuto ed è venuto al mondo. Nelle liriche della Symphonia la purezza di Maria sembra opporsi alla carnalità di Eva, colei che in sostanza ha disfatto l’opera divina. Nel poter leggere Eva come il contrario di Ave, alcuni studiosi hanno suggerito che Eva e Maria sono due facce della stessa medaglia. E’ infatti nel suo ruolo di madre che la Vergine ha dischiuso agli uomini la possibilità di salvezza, attraverso suo figlio, il “nuovo sole”, ma è sempre nel ruolo di madre che Eva gioca un ruolo attivo, seppur portatore di dolore, per l’umanità intera. Maria è, in tal senso, Eva prima della cacciata dal Paradiso. L’importanza della fecondità e del grembo materno negano la visione aristotelica, e restituiscono alla donna una funzione importantissima nel ciclo vitale. L’uomo fornisce il seme, la madre il nutrimento al feto, Dio instilla la vita e lo spirito. E se il grembo è la “camera segreta” dove avviene la metamorfosi, figurativamente parlando, esso corrisponde alla terra feconda: “…Tuttavia è lei, la terra, a essere fertile, poiché tutto quello che si forma nelle creature terrene viene dalla terra. Lei stessa, la terra, è anche l’elemento di base dell’opera di Dio nell’uomo, che, a sua volta, costituisce ancora la materia utilizzata per l’incarnazione del Figlio di Dio”. (Liber Vitae meritorum) La madre, dunque, associata alla terra, intesa come matrice. Un richiamo alla Grande Madre, che presiedeva nell’antichità i culti di fertilità, ad antiche dee quali Iside, Cerere, Ishtar, a quell’archetipo di energia femminile perso nel tempo? Ma ascoltiamo ancora le sue parole: “Ma tu, o uomo, devi considerare con attenzione anche il fatto che nella consacrazione assieme al vino deve venir mescolata l’acqua, perché dal fianco di mio Figlio sono fuorisciti sangue e acqua. E questo perché nel vino viene riconosciuta la sua divinità e nell’acqua viene percepita la sua umanità. E dal momento che in lui sono divinità e umanità, anche nella consacrazione il vino deve essere unito all’acqua.” (SCIVIAS) Non sembra un’affermazione tanto diversa da quella ortodossa, in cui si esprime l’indissolubile unione tra Chiesa e fedeli. Se non fosse che in un altro passo Ildegarda sostiene che: “La donna è opera dell’uomo, l’uomo strumento della consolazione femminile, e i due non possono vivere separati. L’uomo indica la divinità, la donna l’umanità del Figlio di Dio”. (Ed alla fine dello Scivias la santa rappresenta l’umanità di Cristo con le parole, e con la musica la sua divinità).
Di certo c’è l’idea del Cristo che unisce cielo e terra, che è sia divino che umano, ma è possibile che Ildegarda volesse “recuperare” il lato femminile di Dio, Egli stesso perfetta sintesi di principio maschile e femminile? La domanda resta senza una risposta certa, ma può essere analizzata anche alla luce di alcuni suoi disegni che privilegiano il blu, associato all’acqua, e dunque all’aspetto femminile. La terra, l’acqua (ovvero simboli della germinazione, come l’uovo, d’altronde), la viriditas in ogni cosa creata: Ildegarda si riferisce spesso al mondo naturale, a volte quasi volesse indicarlo come luogo di accesso al sacro (Ildegarda sembra contrastare l’insegnamento cristiano secondo cui la natura è sì creazione divina, ma non divina essa stessa, mentre lei sembra suggerirlo perché la celebra, quasi la loda), anche quando parla dell’Eucarestia: il pane, frutto del frumento che dà una farina secca, si unisce al frutto dell’uva, in quanto questa non ha una buccia dura, occultando all’uomo il corpo ed il sangue di Cristo, allo stesso modo in cui l’uomo, la pietra dura, dando il suo seme alla donna, la terra morbida, non conserva però la sua identità separata nella prole.
Alla fine di questo lungo excursus, emerge chiaramente la valorizzazione della donna da parte di Ildegarda. Ma c’è una grande differenza tra femminile e femminista. Ed Ildegarda, pur esaltando il femminile, sottolinea la complementarità tra uomo e donna al fine di trasmettere la vita. Di fatto, Ildegarda inventò qualcosa di nuovo: un comportamento ed un linguaggio in cui maschile ed analitico, come negli scritti scientifici, e femminile ed intuitivo, come nelle opere teologiche, si combinano. Non esiste che una splendida fusione di due opposti apparenti, che devono raggiungere l’armonia tra loro, con il creato e con Dio.
Qualsiasi articolo, studio, o libro scritto su Ildegarda di Bingen non riuscirà certo ad entrare nell’anima così come le sue parole, i suoi disegni e la sua musica. Scrivendo su di lei, in realtà, ci si serve di quel linguaggio che può colpire solo la nostra razionalità, ma non il nostro intimo. Quel suo linguaggio così oscuro non dovrebbe essere farcito con niente altro, ma solo letto con gli occhi interiori, lasciando che evochi in ognuno la rivelazione che siamo pronti a ricevere. Proprio come un simbolo può comunicare un’infinità di significati. Le persone che conoscono Ildegarda ne restano letteralmente affascinate, e vengono “catturate” per sempre: non è come affrontare uno studio, tanto per fare un esempio, sulla storia di un’antica civiltà. Il materiale su cui si “lavora”, in questo caso, non ha fine: siamo noi stessi. Ildegarda, così lontana nel tempo storico, ha la capacità di parlare all’uomo di ogni tempo ed ogni dove. E, forse (ma solo perché la vivo), a maggior ragione alla nostra epoca, che seppure in cerca costante del suo sacro Graal, rimane profondamente scettica nei confronti di un dogmatismo, non solo religioso, che spaventa.
Ildegarda riesce a sanare questa rottura, parlando ad un uomo messianico, fusione di materia e spirito, restituendogli un posto d’onore, una dignità, ed un’infinità di possibilità finora negategli sia dalla fede ortodossa che dalla scienza analitica, che uccidono la sua immaginazione, la sua intuizione e la sua creatività. I fisici moderni affermano oggi molte delle idee proprie di Ildegarda. La fisica quantistica e la visione olistica ci mostrano un universo non frazionato in tante parti indipendenti e lontano da un rapporto basato su leggi meccaniche Secondo David Bohm “la relatività e la fisica quantistica implicano la necessità di guardare il mondo quale insieme indiviso, in cui tutte le parti dell’universo, incluso l’osservatore e i suoi strumenti, si uniscono in una totalità”; mentre secondo Fritjof Capra nella materia “abbiamo trovato un’intricata rete di relazioni tra le varie parti di un intero unito.” E’ la dimostrazione che anche la scienza ha iniziato a rivolgersi ad un mondo invisibile.
Quel mondo invisibile che è anche dentro di noi, che a torto ci sentiamo solo mortali, e finiamo con il perderci in un mondo finito, annichiliti da oggetti quotidiani, dalla quantità, che ci realizzano come Io ora ed in questo momento, ma ci separano dal nostro Io eterno ed immortale, e non ci consentono di ascoltare lo Spirito che condividiamo con l’intero universo. Non partecipiamo di quell’unico grande concerto armonioso, che non conosce frontiere geografiche, politiche e religiose, la cui nota dominante è l’Amore. Quell’Amore con cui Dio ha creato il mondo, e con cui l’uomo, fatto a sua immagine e somiglianza, evidentemente non fisicamente, ma con gli stessi poteri, è chiamato a compiere la sua Grande Opera, dentro sé stesso e, quindi, nel cosmo. Per chi ha “orecchie”, la Tromba di Dio non ha mai smesso di suonare.
BIBLIOGRAFIA:
EDUARD GRONAU: Hildegard La biografia – Editrice Àncora Milano 1996
REGINE PERNOUD: Storia e visioni di Sant’Ildegarda – Ed. Piemme 1996
SABINA FLANAGAN: Ildegarda di Bingen, vita di una profetessa – Ed. Le Lettere 1191
Siti internet consultati:
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