3° - Il buio

https://sites.google.com/site/biostoriaspugna/home/poesia%20voce%20ai%20silenzi.pngLo sguardo biostorico tra echi di realtà e tempi 0

Il ruolo storico dell'Osservatore nella costruzione della realtà multi-proiettiva
Antonia Colamonico
3°  Campo - Il vuoto cognitivo e l'apertura dello spazio individuo/campo
  2011 - Il filo, Bari)

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"… Il credere l'universo infinito, è un'illusione ottica: almeno tale è il mio parere. Non dico che possa dimostrarsi rigorosamente in metafisica, o che si abbiano prove di fatto, che egli non sia infinito; ma prescindendo dagli argomenti metafisici, io credo che l'analogia materialmente faccia molto verisimile che la infinità dell'universo non sia che illusione naturale della fantasia. Quando io guardo il cielo, mi diceva uno, e penso che al di là di qué corpi ch'io veggo, ve ne sono altri ed altri, il mio pensiero non trova limiti, e la probabilità mi conduce a credere che sempre vi sieno altri corpi più al di là, ed altri più al di là. Lo stesso, dico io, accade al fanciullo, o all'ignorante, che guarda intorno da un'alta torre o montagna, o che si trova in alto mare. Vede un orizzonte, ma sa che al di là v'è ancor terra o acqua, ed altra più al di là, e poi altra; e conchiude, o conchiuderebbe volentieri, che la terra o il mare fosse infinito..." Giacomo Leopardi - Zibaldone, 1827.




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La conoscenza: l'arte dello svelare

La conoscenza è l'arte dello svelamento, del cavare fuori da un ignoto un quid, privo di forma spazio-temporale, senza un nome, e totalmente svincolato da qualsivoglia proprietà costitutiva. Quel quid, senza identità, si presenta come un “uno/tutto” del buio cognitivo.

Il vuoto, sin dall'antichità ha assunto l'immagine di uno spazio cavo, come un “buco” su una superficie che crea una depressione, una discontinuità sulla linea di contorno, si pensi ad esempio alle strutture a frattale delle coste o di un terreno. L'ampiezza frastagliata della cavità crea le struttura a “gravina” come una molteplicità di doline e inghiottitoi, che rendono l'idea del carsismo della conoscenzai, con un intricato insieme di cunicoli e anfratti.

L'atto del conoscere è l'azione del cavare una qualche parvenza di forma di verità da un vuoto informativo perché si faccia “cosa nota” e spendibile nell'attuazione dei fatti storici. L'atto del far emergere implica la presenza di una realtà sommersa pregressa, preesistente. Di un non definito che si presta ad essere conosciuto, tale preforma grezza è lo stato di prerealtà

Il tempo 0 segna l'atto di nascita del quid che prende forma-casa in quel particolare spazio storico che segna la linea del confine di essere/non essere. Al di là di tale piano 0 c'è tutto un movimento non conosciuto che aspetta di essere rilevato e partorito grazie ad un osservatore che affonda il suo occhio in tale sacca di vuoto, colmo di tensioni, come il delfino nell'oceano gioca a tuffarsi per puoi riemergere, per portare alla luce una qualche forma-nome di realtà, in cui resterà tuttavia impresso il suo stesso sguardo con la sua particolare angolazione e connotazione semantica.

Per comprendere tale vicendevole “riflesso d'immagine”, si pensi al negativo di una pellicola fotografica che si fa positiva, nella fotografia, come il processo di presa di spessore, colore, forma. L'immagine acquistando identità, conserverà in sé lo stesso valore attribuitole dal fotografo. È lui infatti ad imprimere, con uno scatto, le due forme a diritto/rovescio di realtà, come due differenti livelli di finezza.

Le metafore del delfino e del fotografo rendono l'idea di come l'attribuzione dello stato di realtà passi per dei gradi successivi di chiarezza da parte dell'osservatore:

  • il quanto storico che diviene quid informativo, poi racchiuso in un nome e in una forma di significato che ne vincolano il peso storico.

In tale trastullo di immersioni e di ritorni a galla, di scatti e sviluppi, è lo stesso agente storico a disegnare, in rapporto, anche, alle sue particolari situazioni culturali e sociali, la sua carta-geografia di realtà. La carta non è mai definitiva, ma sottoposta a continue verifiche e limature, grazie a un'attività maieutica che permette la messa in discussione dei sensi comuni:

  • La conoscenza è una forma d'innamoramento, essendo alla base dello sforzo del vedere, l'intravedere una meraviglia storica, che spinge ad aguzzare la vista per attraversare le aree dell'ignoto.

La funzione maieutica dell'azione dell'apprendimento è stata descritta sin dall'antichità da Socrateii come una forma dialogica, di 1° livello, tra il soggetto e la parte nascosta di sé, quale moto interiore a cui diede il nome di psyché (anima).

La funzione maieutica

Socrate, rispetto alle altre tendenze filosofiche della sua epoca, attuò un salto nell'organizzazione d'indagine, che fece ribaltare la direzione dello sguardo di lettura dal fuori-osservato, al dentro-osservatore.

La forma dialoganteiii è stata da lui usata come il metodo d'esplorazione, d'elaborazione e di confronto delle idee per affinare gli appresi e rendenderli certezze splendenti di verità storica. Utilizzava, come tecnica intrinseca al ricercare, l'ironia da lui vista come il campo-area della messa in dubbio dell'idea. Ne nasceva così un flusso d'interscambi di punti di vista che permetteva di vagliare e poi concordare le direzioni dei significati che, così limati e armonizzati, si aprivano a un sistema informativo reticolare a multi-verso di sguardi, come le facce di un diamante.

Dare un topos (nicchia) alla facoltà del dubitare, infatti crea il ordine di ragionamento, che si fa il garante delle affermazioni. Tale secondo spazio organizzativo nella coscienza fa da campo di coltura e cassa di risonanza della tenuta della verità storica.

Indagando, oggi, intorno agli spazi mentali, sta emergendo come nella messa in discussione dell'idea (piano dell'ironia Socratica), si attui una proiezione prospettica con un allargamento del campo d'osservazione e nel contempo un distacco dal piano relazionale emittente-destinatario in grado di creare il 2° livello dialogico di pensiero:

  • In tale prospettiva l'osservatore assume la "coordinata" di profondità, che introduce un'altra scala di ordine, relativa al nuovo punto-occhio neutro che essendo posizionato oltre la membrana della dinamica individuo/campo, si svincola dalle logiche comuni e si auto-organizza, nella lettura, su un livello più evoluto d'approfondimento, da cui nasce la libertà privata di funzione storica.

Introdurre le scale di valoreiv, nella formulazione del giudizio storico è della massima importanza, per leggere il movimento cinetico degli effetti di evento, poiché i significati nascono da una complessità di visioni paradigmatiche e culturali generali relative al gruppo d'appartenenza che standardizzate e poi condivise, sono interiorizzate dal singolo come piani valoriali, nodi-chiave di riferimento, per la valutazione circa la bontà o meno di una scelta.

Sono le scale a creare la variazione cinetica, crescente o decrescente, circa le qualità di azioni che possano soddisfare l'eventuale gradimento privato e collettivo. Il marketing, ad esempio, indaga tali lacci immaginativi per le campagne pubblicitarie, pilotando le scelte del consumatore con la nascita di mode che spingono alla massificazione dei comportamenti. Il non aver sviluppato un livello complesso di coscienza, rende pedine storiche.

Socrate ponendo l'anima, come il movimento interiore che apre alla coscienza razionale e morale, colse per primo, con la lungimiranza tipica di una mente aliena alle tirannie, lo stato di presenza a sé della coscienza:

  • Nell'istante in cui il bimbo comincia ad acquisire il mondo e se stesso, attiva nel pensiero oltre alla facoltà d'induzione (induce = portare-dentro a sé il duce-comando), una capacità di riflessione (riflette = portare-dentro a sé un flette-piega) che lo fa porre difronte ad uno specchio di doppio di sé, il dialogante, in cui guardarsi vivere.

  • In sì fatta posizione si attua un distacco emotivo che permette di vagliare con lucidità serena i comportamenti e le ricadute storiche delle azioni. Solo in tale posizione si può parlare d'organizzazione sistemica del sé, come un doppio occhio di lettura degli stati d'animo e delle variazioni dei movimenti del pensiero a seguito delle perturbazioni di campo.

Questa area-specchio è il luogo-finestra della messa in discussione dei sensi comuni che rendono le risposte scontate, automatiche, prive di una verifica relazionale che fanno essere sordi e ciechi alle variazioni di campo.

La mancanza di visione e d'ascolto dei movimenti-sospiri perturbativi delle dinamiche crea le gabbie delle generalizzazioni che aprono ai conformismi pregiudizievoli che rendono a loro volta inopportune, inappropriate le risposte storiche individuali e sociali, se condivise.

A guardar bene il pregiudizio è solo una valutazione fatta prima della stessa azione, quindi è il risultato di una cecità storica per l'assenza di elaborazione della visione, in quanto si è proiettato un eco di passato noto, conosciuto, senza un opportuno adeguamento, nel futuro. In tal senso è una inefficienza storica.

L'arte dialogica

L'anima socratica, collocata nello stesso corpo-mente, si poneva dunque come una costruzione interna all'individuo storico e non una reminiscenza di un “mondo iperuranio”, di una sosta prenatale come per Platone che ridusse il senso profondo di arte del dialogare quale la costruttiva alternanza di conoscenza/ignoranza (pieno/vuoto a spugna), in una conoscenza/dimenticanza, quasi quale condizione punitiva per l'essersi l'anima, incarnata in un corpo che l'ha depauperata.

Nel pensiero socratico l'anima, come coscienza è semplicemente il modo come il pensiero incarna (rende carne) le immaginazioni-comprensioni prodotte dalla stessa mente che si apre alle azioni. Egli aveva creato una carta topologica a dentro/fuori di sé, che per mezzo del dialogare permetteva di percorre i perimetri degli spazi cognitivi, generando le sempre nuove risposte storiche e le sempre nuove inflessioni di campo-habitat.

Nel mettersi alla finestra, a guardarsi vivere, l'osservatore assume la posizione di meta-occhio, Egli, e vaglia il mantenimento del significato nel flusso informativo, registrando le angolazioni con le eventuali slabbrature di senso che possono aprire a nuove direzioni o rendere stupide le azioni. Il rendere stupido, fa abbandonare un certo modo storico per un nuovo indirizzo-cresta di realtà.

Tutto lo studio socratico sul ruolo-funzione della parola-verità è una formulazione di come essa sia una roccia viva di particella topologica che costruisce e gli spazi interni all'osservatore e gli ambienti sociali, culturali, tecnologici... Nella carta platonica invece essa si fa macigno caduto sulla terra, con tutta la sua artificiosa architettura, che svilendo la mente, la relega in un sotto-piano di sottoscala di quel mondo assoluto di cui il soggetto ha solo una pallida reminiscenza, un'immagine separata di sé, da mente scissa.

Platone associava l'atto di nascita dell'individuo a una divisione, una scomposizione di un'unità e non una moltiplicazione di uno zigote che si auto-organizza, complicandosi e specializzandosi in sotto-sistemi funzionali alla vita.

Intorno ad un'interpretazione dell'atto di nascita come divisione si è elaborata la chiave di lettura negativa dell'abitare nella storia, come l'essere eternamente inadeguato a comprendere la vita nelle sue maglie costitutive e profonde. Lo stato d'incompletezza spinse Platone a disegnare le gerarchie di ordini, con le fasi evolutive di umanità e i livelli di potere, giustificati come necessità sociale per guidare gli “incapaci”, non è un caso che egli parlasse di supremazia dei filosofi per una società del Bene. Intorno a tali proiezioni sono state legittimate, per secoli, le molteplici forme di tirannie, con le derivanti nicchie di privilegi e di sopraffazioni che ancora oggi scindono l'umanità in tante sotto-umanità di figli di un dio minore.

Socrate, invece, diede una dimensione fortemente terrena, al movimento dell'anima, in cerca di una verità storica, incarnata nelle stesse maglie della mente-campo, che desse coerenza tra gli stati di sé e gli stati del campo, tra le scelte storiche e i bisogni delle Società.

Il solo dubitare non è funzionale all'elaborazione della conoscenza, poiché può assumere un aspetto contraddittorio fine a se stesso (il piacere del no, per il gusto delno). Era in ciò che Socrate leggeva il limite dei Sofisti che con i loro giochi esponenziali di “ma” e “se cadevano nel relativismo, aspetto questo fortemente deleterio che, dando valore a tutto e negando valore a tutto, fa perde la visione intorno ai detti e ai fatti e rende ballerine le valutazioni storiche. Tali tipologie di conversazioni restano sterili chiacchiere, funzionali alla semplice perdita di tempo, ma non certo “pietra viva” su cui edificare la storia. Le parole, private di una radice, di un vincolo-cardine in grado di trasformarle in cerniere fattuali, diventano delle “cose” da offrire al migliore offerente di turno, infatti la critica che i contemporanei facero ai sofisti era di aver fatto della verità un oggetto di mercato.

Allargando la finestra cognitiva al periodo storico, non è un caso che essi agirono nel momento di crisi dei valori democratici ateniesi che sfociarono nella Guerra del Peloponneso (430-403) con le lotte per la supremazia sull’intera Grecia. In un tale contesto di conflitti interni ed esterni alle poleis che stavano assumendo una svolta autoritaria, le idee elaborate intorno al significato di libertà, stavano perdendo senso, come dei gusci vuoti di cicala.

La perdita del valore etico

La morte del significato in Socrate è nella perdita del valore etico della verità trasformato, poi, in perdita del valore della vita. Ed è stata questa stessa il fulcro, l'attrattore localizzatorio, della sua indagine sul processo di conoscenza:

  • Solo imparando a scoprire la verità, si può far trasformare l'azione nella più idonea risposta alla vita e da ciò scaturisce che il vivere è un tutt'uno con il conoscere.

Certo l'aver unificato la conoscenza con la virtù, non faceva tenere conto a Socrate della capacità di scelta tra il bene e il male; della possibilità che tra due valori compresi si possa scegliere il minore di importanza in una scala qualitativa del vivere. Tuttavia per il maestro ateniese la ricerca della verità era un fattore essenzialmente cognitivo, mentre il non conoscere era sinonimo di un livello più pigro di pensiero, un non esercitare il secondo ordine di conoscenza.

Creare, infatti, una zona franca, una nicchia del dubitare come metodo chiarificatore che assiste al nascere delle idee, senza il gusto dell'ostacolare, rende il dubbio sì vincolato ai punti di vista, ma con uno scopo preciso:

  • studiare gli effetti del “fare luce intorno ad un affiorato che chiede valore storico all'interno di una coscienza relazionale e sistemica.

Tale posizione neutra, né positiva e né negativa, è quindi l'area privilegiata del poter osservare la relatività storica, che nasce dai vincoli tra la direzione dell'occhio, la tipologia d'azione e l'effetto di ritorno dell'azione, in un tutto interconnesso. La verità, in un sì fatto sistema, si lega al suo verso di realtà che si può fare cresta, pieno di storia solo mantenendo inalterati i legami vitali, si pensi alle grandi scelte con cui gli individui di una società si accordano, tutti insieme, dopo una catastrofe, assumendo una netta coerenza tra le tendenze e i fatti, quasi come un volo di stormi o di lucciole che punta coeso verso la stessa linea di orizzonte.

La coerenza etica delle idee-conoscenze è misurata dagli effetti di azioni sul campo che se sono buoni si è nella verità, se negativi nella falsità. Il falso o meno è rapportato alla vita stessa quale processo di creazione e moltiplicazione di spazi sociali e storici, in tal senso l'etica si radica nella vita e la vita nell'etica e l'essere virtuoso si fa tutt'uno con il saper vivere. In tale apertura cognitiva si pone come primato umano non tanto la conoscenza quanto la saggezza, il solo sapere ad esempio del filosofo non è sufficiente per agire bene nella vita, ma necessità la virtù del sapere.

Il dinamismo del pensiero dialogante era per Socrate una autentica “forma di cosa viva” che non poteva essere fermata (appuntata) nella scrittura. Si spiega così il perché non abbia lasciato alcuno scritto, essendo, secondo lui, l'appuntare su una pagina, un'azione altra in grado di alterare e di falsificare quella particolare verità “cavata” all'interno di un “collocato” flusso comunicativo di emittente/sé e destinatario/sé (doppio cerchio dialogico).

Tralasciando tutte le disquisizioni delle differenti scuole filosofiche intorno alla costruzione del pensiero e delle idee che hanno più un valore speculativo, che funzionale ai fini di una topologia della geografia delle interazioni tra mente/campo-habitat, Socrate pose in primo piano la capacità dell'esercizio del ragionare intorno alle cose per cavarne una verità, da calare poi nei fatti storici. La sua consapevolezza dello stretto legame osservazione-conoscenza-verità-azione-verifica dell'azione, fu così profonda da fargli accettare la morte per cicuta per restare coerente con gli insegnamenti esercitati, in un momento storico in cui la verità veniva fatta passare per follia e anarchia.

Interessante a tale proposito constatare che la perdita della visione sui fatti implica sempre una perdita del valore di verità e ogni perdita del valore apre alla tirannia, in quanto ogni svolta autoritaria è l'effetto di una cecità cognitiva che rende offuscata la scena storica.

Esiste un vincolo funzionale che si fa vitale tra lo stanziare in un dato presente storico e il sapere apprendere sul come agire “bene” in quella nicchia di spazio di realtà.


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iA. Colamonico. Dall’esplorazione biostorica alla geografia del Pensiero Complesso, in AA VV, Cultura e Pedagogia della Riforma, pp. 129-140. Ed Cacucci. Bari, 2006.

iiG.Giannantoni, Dialogo socratico e nascita della dialettica nella filosofia di Platone. Bibliopolis, 2005.

   G. Reale, Socrate. Alla scoperta della sapienza umana, Rizzoli, Milano, 2000

iiiG. Vlastos, Socrate il filosofo dell'ironia complessa La Nuova Italia, Firenze 1998.

iv“... L'obiettivo fondamentale di uno studio per piani è l'appropriazione delle linee che portano alla concatenazione delle risposte, riguardanti sia il particolare piano d'indagine, sia altri piani parzialmente interessati. Per questo l'analisi va effettuata in senso orizzontale: ad esempio se si studia un fatto politico, la sua incidenza sulla sfera politica. Ed in senso verticale: incidenza nelle altre sfere: economia, cultura, tecnologia. Il quadro di informazioni permetterà di cogliere i legami che uniscono in un tutto l'azione, per cui si potrà osservare, ad esempio, che una risposta politica, parte da un fattore economico e questo a sua volta da un fattore tecnologico e questo da uno etico e quest'ultimo da uno geografico, ecc. ...”, p. 39. A: Colamonico. Fatto Tempo Spazio, op. cit. 1993



Pagine secondarie (1): 3° p. 2
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