2a Nicchia

L'accoglienza della novità
Il processo creativo e il dispiegamento degli spazi-tempi frattali


Antonia Colamonico - © 2012






Premessa



Crisi di lettura di un occhio univoco-sequenziale




Traduzione-estratto da A. Colamonico. Edgar Morin and Biohistory: the story of a paternity. In World Futures Vol. 61 - n° 6, pp. 441-469. Taylor & Francis Group - August 2005




"Edgar Morin e Biostoria: storia di una paternità" -  © 2003


di Antonia Colamonico



Abstract


"È importante il nome. Nel processo di conoscenza il nome dà la dignità di esistere. Il nome, isolando un quid da un tutto, attribuisce a quel quid uno stato, cioè gli fa assumere un luogo, un tempo e un fatto.

Biostoria prese nome nell’agosto 1992, nell’attimo in cui la mia mente isolò il quanto storico, quale promotore di vita. Al nome segue, poi, il corpo e Biostoria iniziò a prendere corpo nel 1993 dall’incontro col pensiero di Edgar Morin.

Biostoria era stata per circa un anno un giocattolo (didattico) con cui mi trastullavo per mostrare agli alunni l’esplosione degli eventi negli spazi. Le avevo dato anche una veste poetica, Spazioliberina, sotto forma di filastrocche (Colamonico, 1993).

Quando, nell’estate 1993, lessi Introduzione al pensiero complesso (Morin, 1993) in cui è ipotizzata la nascita di una nuova scienza e di un nuovo pensiero in grado di leggere l’uno-tutto, capii che quello sarebbe stato il corpo-mente-sguardo della mia gioiosa bambina. Fu così che adottai Morin come padre per biostoria.

Nel prologo a L’Universo Sapiente il fisico G. L. Schroeder (2002), interrogandosi sulle origini dell’organizzazione della vita, dice:

  • "... Ogni particella, ogni essere, dall’atomo all’essere umano, sembra contenere al suo interno un livello di informazione, di intelligenza consapevole… l’idea che all’origine dell’esistenza vi possa essere un elemento non fisico come l’informazione o l’intelligenza non sminuisce in alcun modo gli aspetti fisici delle nostre vite...."

L’informazione sembra, alle soglie del terzo millennio, avvolgere l’umanità, come alghe profonde e stratificate in un oceano, da cui l’uomo, nella sua piccolezza infinitesimale, sembra non riuscire a venirne a capo.

L’informazione, oltre ad aver invaso l’economia, la politica, la vita quotidiana, le strade, le stazioni metropolitane, gli scaffali dei supermercati, gli studi dei dentisti, le cucine di casa, i telefonini degli studenti; inizia la sua scalata alla materia, al pensiero, alla stessa costruzione profonda della vita (Lwoff, 1974).

L’informazione, vera star del XXI secolo,  con tutte le sue sfumature di significati:

  • spiazza, disorienta, isola,  avvicina, scava e crea correnti di umori, di emozioni, di condivisioni, di dissensi, di mode, di paure, di ordini, di sistemi, di organismi.

Da semplice dato che mostra all’occhio osservatore la presenza di un quid, si sta trasformando essa stessa in organizzatore di realtà.

A tutti i livelli esplorativi si coglie la presenza di un filo-codice che entra nelle maglie organizzative delle identità storiche. La scoperta di una complessità informativa a più livelli soggiacenti di spazi-tempi, sta di fatto rivelando (velando di nuovo) la molteplicità del reale, con la messa in discussione delle certezze, elaborate nel corso degli ultimi cinquecento anni dalla Cultura Occidentale e non solo.

Volendo provare, con un processo neghentropico, a risalire tale groviglio di flussi semantici e organizzativi, per comprenderne a pieno l’ampiezza storica del fenomeno informazione, si può partire dalla constatazione di una profonda crisi nel rapporto osservato-osservatore che sta rivelando un ribaltamento nelle logiche di lettura dei processi (Morin, 1993).

Ribaltamento dovuto allo sconfinamento, come un’interferenza-rumore, tra chi guarda e chi è guardato; tra chi legge e chi è letto.

[...] La constatazione della forza rigeneratrice della natura che risponde ai fattori aleatori edificando processi nuovi (effetto farfalla), limita il determinismo fisico, secondo cui la natura deve ineluttabilmente seguire il suo corso, secondo una sequenzialità lineare di causa-effetto. Secondo la scienza classica, una volta isolato e identificato un processo naturale, esso diviene percorso-legge ben definito, tanto che si può calcolare con certezza matematica il suo divenire nel tempo (orologio). Una simile organizzazione produce, a sua volta, come effetto di ricaduta sull’occhio-mente osservatore, una linearità, rigidità e assolutezza di visione:

  • unica la dinamica, unica la lettura.

Si possono spiegare, così, gli irrigidimenti ideologici di destra e di sinistra che hanno prodotto gli estremismi e le divisioni con i relativi  eccidi di massa del ‘900 (Morin, 2001).

Dalla rigidità mentale nasce l’interpretazione univoca della natura e della storia. Dalla rigidità dell’interpretazione della natura e della storia, quella univoca della mente:

  • le due si assolutizzano e rinforzano a vicenda.

In tale nodo storico di vincolo visione-processo si può leggere tutta la miseria del novecento, che ha portato al livello estremo la concezione di Laplace. I genocidi e i lager sono il risultato delle menti malate di linearità, di titanismo e di assolutismo:

  • la razza perfetta, lo stato perfetto, la chiesa perfetta, la famiglia perfetta, l’uomo perfetto, il padre perfetto, il marito perfetto, il figlio perfetto.

L’alea,  introducendo l’indeterminismo, ha dato nuovo ossigeno al gioco storico-naturale con una visione aperta di futuro:

  • i processi non sono necessariamente consequenziali, da un processo può scaturirne, per sdoppiamento, uno completamente nuovo che annulla il precedente o lo ridimensiona.

Ma cosa significa un futuro aperto se non dare lettura all’imperfezione, al disordine, all’imprevisto, all’errore, alla malattia e offrire loro nuova dignità, integrandoli nel dialogo vitale.

La dinamica di processo, aperta alle alee di percorso, visualizza un’innegabile asimmetria tra i piani passato-futuro; mentre il passato è un costruito che non può essere modificato; il futuro è invece un costruibile che si presta a delle continue modificazioni, per effetto della forza creatrice della natura e dell’uomo che rispondono alle strozzature o agli stalli evolutivi con la loro intelligenza (Popper, 1984).

Ecco come si spiega l’importanza data alla stessa informazione nel processo d’organizzazione della natura, visto come un apprendimento di tutta quanta la casa cosmica (Capra, Steindl-Rast, 1993).

La capacità d’inventare equilibri nuovi permette alla storia di liberarsi del passato che non è più, da solo, il garante del futuro. È quello che Cipolla (1974) definirebbe “il passato è morto”. Da un punto di vista biostorico, il passato  muore nell’istante in cui il suo paradigma non è più accettabile a giustificazione dei fenomeni, intendendo per paradigma le strutture sovra-logiche che giustificano le scale di valore di una data gnoseologia (Khun, 1978).

Sono le scale di valore che aprono ai mondi possibili o meglio alle futurizazzioni dei tempi 0, che rendono sempre presente la vita.

Ma facciamo un passo indietro. Distinguendo il passato, come l’area dello spazio-tempo fattuale (che è stato fatto-costruito-dato); dal futuro, come area dello spazio-tempo del fattibile (che può essere fatto-costruito-dato),  si assegna al primo lo spazio di una visione chiusa; al secondo quello di una visione aperta (Colamonico, 1993).


https://sites.google.com/site/biostoriaspugna/home/struttura/assorbire/rapporto%20passato%20presente%20futuro.png

Il futuro, pur influenzato dal presente, rimane sempre legato a tutte le ipotesi, essendo il mondo del possibile. La liberazione implica, a livello mentale, imparare a confrontarsi con l’imprevisto, il non immaginato, l’impensato, l’inatteso.

In una visione di futuro a campo aperto, il passato entra marginalmente nella costruzione storica, in quanto non necessariamente può imprimere il senso-direzione alla edificazione della sua struttura.

Per comprendere tale mutamento di prospettiva si dovrà iniziare a pensare alla struttura della storia come ad una realtà bio-fisico-informativa complessa e non lineare come invece è rappresentata nella carta temporale del Cellario, utilizzata nelle scuole, in cui la storia è scomposta in:

  • Preistoria → Storia antica → Medioevo → Età moderna → Storia contemporanea (Colamonico, 1993).

Con occhio biostorico, la storia è un’organizzazione naturale d’edificazione di spazi-tempi-fatti  che nel corso del tempo ha assunto e assume una struttura a spugna, per effetto della gemmazione degli eventi.

La spugna, a sua volta, è una struttura complessa in costruzione che contiene l’informazione dell’uno-tutto, pur aprendosi a espansioni nuove.


La spugna eco-biostorica (A. Colamonico, 1998)


Per comprendere meglio è bene precisare che la dinamica dei quanti perturba lo stato del presente, modificando gli stadi vitali che potranno assume differenti forme-creste evolutive (Colamonico, 2002).

Procedendo con ordine, si può comprendere il salto di visione dalla linearità alla complessità e riflettere sui sistemi di lettura, d’indagine:

  • Se il passato non è il garante del futuro, automaticamente gli appresi e i conosciuti, come il bagaglio informativo accumulato e custodito, non sono più sufficienti per saper rispondere alla vita. La scoperta dell’incompletezza delle letture ha prodotto in questi anni, come effetto, lo smarrimento delle menti. Il caos informativo è emerso in tutti i campi della conoscenza, tanto che molti hanno profetizzato, la morte dell’Occidente o per eccesso d’informazione (Toffler,1988) o per corto circuito degli eventi (Baudrillard, 1993). E si è registrata l’insorgenza di una schizofrenia collettiva.

Ma quale è il fattore scatenante di tale follia umana?  Se di follia si può parlare. La risposta è semplice:

  • nella incapacità di lettura della complessità. La mente umana non viene educata a leggere la complessità, vista come una molteplicità di linee evolutive che si perturbano insieme e si auto-organizzano, ri-perturbandosi nuovamente, secondo un processo di retroazione positiva, esponenziale.

Nel corso degli ultimi secoli, sono stati privilegiati i sistemi sequenziali, nell’organizzazione delle informazioni. La catalogazione, la stesura, la memorizzazione, l’osservazione, ecc. delle informazioni, avvenivano secondo ordini temporali lineari di successione, di causa-effetto.

L’organizzazione alfabetica della scrittura, ad esempio, è una successione temporale di lettere-parole-periodi che rendono linea il discorso con il corrispettivo occhio di lettura.

Lo stesso non può dirsi di uno schizzo pittorico in cui l’artista visualizza un disordine informativo che assume una particolare armonia visiva dall’interazione del pieno/vuoto di segno:

  • Qui, gli spazi assumono un pari valore al fine dell’effetto sematico-visivo e l’occhio-lettore è libero di focalizzare e muoversi sul tutto, libertà dell’occhio (Rovetta, 2002), scegliendo, di volta in volta, il fuoco di lettura (Hubel, 1989).




(Octavio Ocampo)

In un testo narrativo, invece, alla linearità di scrittura-lettura, che scinde il pieno (lo scritto) dal vuoto (il bianco della pagina), attribuendo a questo un valore 0, corrisponde una scissione mentale tra il contenuto-contenitore; per cui il contenuto emerge, il contenitore scompare, secondo un gioco di ombra/luce che porta a scindere la realtà in sequenze disciplinate.

Lo stesso avviene nell’azione d’esplorazione della realtà, quando l’occhio osservatore, nel processo di lettura, mette a fuoco l’individuo-oggetto, isolandolo dal campo  e inizia ad indagarlo. La capacità ad isolare, rendere isola, dà oggettività all’individuo-oggetto, attribuendogli un’entità storica (Putnam, 1993); ma nel contempo lo separa dal campo che lo contiene, non visualizzando i legami-fili che costituiscono gli interscambi informativi individuo-campo/campo-individuo, con le relative perturbazioni.

Nello studio, ad esempio, del moto armonico smorzato del pendolo, le variazioni del campo nel tempo erano indifferenti, ai fini della lettura, per cui si poteva tranquillamente affermare la ripetitività del tracciato di volta in volta. Oggi grazie ai sensori di un computer, si è dimostrato che ogni tracciato è un percorso nuovo, unico, per effetto delle risposte, di volta in volta, del campo, tanto che si parla di una costruzione a otto ( 8 ) (Gleick, 1989).

Le letture unidirezionali e univoche, negando valore a parti del tutto non risultano sufficienti a gestire l’alea, in quanto non aprono la mente alla visualizzazione di tracce di imprevisti.

La capacità a giocare su più fuochi e su differenti livelli semantici può essere considerata la risposta alla gestione delle alee.

Sdoppiare l’occhio di lettura è il salto di paradigma che bisognerà compiere:

  • un occhio-mente che sappia vedere insieme le dinamiche individui/campi/lettori. 

Ma un occhio sì fatto è schizato, poiché sa focalizzarsi su più dinamiche nello stesso tempo, come un sensore con cento occhi.

  • È fortemente dinamico in quanto si muove ad angolo sferico.

  • È paradigmatico in quanto sa attuare i salti di registro semantico, aprendosi a nuove scale di valore.

  • È un occhio topologico che si muove per costrutti di mappe e non solo per costrutti di periodi.

Ma per partorire tale nuova capacità di lettura è importante partire da una visione a salti-finestre nella lettura della dinamica storica (Colamonico, 1993). [...]

L'occhio-mente Eco-biostorico è la "lente-cognitiva" per affrontare le sfide della Complessità, leggendola come un'organizzazione vitale di un unico Sistema in sistemi, di un uno/tutto che si presta ad essere esplorato e compreso come una fioritura a frattale di "fatti-tempi-spazi" di senso storico-sematico, ogni "senso" è una "direzione" di futuro che permette allo stesso Osservatore di anticipare, con un gioco di proiezioni di effetti, le possibili evoluzioni storiche.

In una simile impostazione di visione della Conoscenza, il futuro si fa campo di indagine, privilegiato,  per l'ideazione di risposte storiche e in tale prospettiva nell'impostazione delle didattiche di insegnamento c'è un cambio di indirizzo che rende vecchie le precedenti metodologie di insegnamento delle discipline a sistemi chiusi e costringe ad un rimodellamento del modo di porgere la conoscenza, a sistema biostorico, a uno/tutto, potenziando nei ragazzi, futuri cittadini:

  • il saltare dalla mente che così saprà  ordinare non solo un già conosciuto, ma il non ancora visto creando le visioni di spazi-tempi-fatti nuovi... in vista di un benessere comune. Tale mutamento dell'occhio-sgardo permettere il take-off della Conoscenza, come campo-nicchia da cui prenderanno le trame gli eventi.

In tale prospettiva si edifica la democrazia che non è una semplice idea o tipologia di società, ma essenzialmente, profondamente, un modello organizzativo del pensiero.



L'Uno/tutto della vita

 e il processo di Conoscenza.


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Nota: La scelta del nome:

  • Il dare un nome è una scelta di campo che parte da una particolare qualità dell'osservato, che isolata, si fa radice-legame di collegamento con un altro nome di un altro indirizzo-disciplinare che allarga il senso-significato di una parola, già posta.

Nel caso di Biostoria, il nome quanto storico è scaturito dalla qualità del quid-res di "fatto-spazio-tempo" (evento privo di nome) che nel variare lo stato di un sistema si mostra come una unità discreta, in tale discrezionalità che genera una visione non continua, ma a salti, si è creata l'analogia con il quanto fisico.

La parola "quanto " si è allargata come una bolla che ne assorbe un'altra e si è esteso il significato.

Nella costruzione del linguaggio è importante tenere presente che anch'esso è una crescita naturale, a frattale (spugna). Se l'osservatore ha una mente scissa inorridisce è parla di uso improprio di parola per ignoranza di significato reale, ma se ha una mente coesa con una visione allargata al conteso-campo  ( il perturbatore, funzionale alla gemmazione dei significati), riesce a comprendere la ricchezza della nuova apertura di senso.

Le incomprensioni nascono da una presunzione (presa-prima di significato = pre-giudizio che rende sordi al campo) di avere la visione totalizzante a tutto pieno, come una linea continua e non a insieme di punti, in successione lineare.

Le geografie mentali entrano nella comprensione o meno dei significati e nelle valutazioni storiche. Il giudicare diviene quindi una gabbia mentale (mente scissa) che impedisce di osservare le reali dinamiche, mentre assumere un occhio neutro (non giudicante) rende le spugne mentali degli osservatori permeabili al campo (mente fusa io/tu) più percettive, quindi, e in grado di essere presenti, nelle situazioni (a t. 0).

Il destinatario da parte sua percepisce gli stati di coerenza e incoerenza dell'osservatore-emittente e nelle risposte si adegua più ai sentiti di informazione (le emozioni) che ai detti veri e propri, in ciò consiste lo stato di incomprensione che rende blande, se non nulle, le comunicazioni che non si evolvono in conversazioni (con-verso-azione = andare insieme verso la stessa meta):

  • In sintesi sono gli stati etici (area delle coerenze o incoerenze tra i pensati e gli affermati-agiti) che rendono coeso o scisso il sistema storico-individuo.




"... gli uomini comuni guardano le cose nuove con occhio vecchio.

 L'uomo creativo osserva le cose vecchie con occhio nuovo..."

G. B. Bono

Viaggio dentro la parola "parti-cella topologica".


Quanto storico: "... Volendo provare a disegnare le linee di dinamica biostorica, si può partire proprio dalla visione del campo globale (finestra a massima apertura che fa vedere il tutto) e con un processo neghentropico di risalita degli impulsi-segni cercare di isolare l'evento 1, quale qualità energetico-creatrice elementare dell'insieme. Esso costituisce, anche, il campo1... come la carica prima propulsiva che permetterebbe il generarsi, a catena, degli altri eventi, spazi, tempi. Porre il concetto di campo in relazione a quello di evento, permette di studiarli entrambi con una visione a fuoco sdoppiato sia come nicchia di spazio-tempo interessata all'azione, delimitante il contorno-habitat, sia come la carica auto-propulsiva generatrice, costituente la forza-segno-spinta. Con tale visualizzazione allargata, si può definire l'evento come fatto vitale e il campo come nicchia-sacca-stanza di tempo-spazio che garantisce la vita.

Fatto-tempo-spazio (a. Colamonico, 1973) non sono delle entità a sé, come realtà autonome e svincolate l'una dall'altra, bensì elementi costitutivi e inscindibili dello stesso quanto storico:

  • non può esistere un evento senza un tempo-spazio, così pure uno spazio senza un tempo-evento e un tempo senza uno spazio-evento.

La relazione che unisce in un'unità multipla i tre elementi può essere letta come la chiave di accesso all'indagine biostorica, in quanto, i tre, sono l'uno nell'altro e non possono essere scissi, se non per esigenze di lettura..."1 (p.43)

La dinamica vitale è il processo di futurizzazione, impresso ai campi di realtà dai quanti storici  che sono i promotori di vita.

[...] "... L’evento, quale spinta-propulsiva elementare, può essere definito il quanto1 storico che una volta attuatosi si annulla, sprigionando la sua forza nello spazio. Il perdersi è l’elemento entropico che fa perdere memoria del suo passaggio, pur turbando e segnando l’habitat.

    L’attuarsi, o meglio l’oggettivarsi, segna l’inizio del tempo, quale massa a tempo 0 che è il punto-forza di partenza del mutamento per ricaduta dell’effetto prodotto nello spazio.

La ricaduta che non produce identità2 è la forza auto-propulsiva, generatrice di altre dinamiche con nuovi eventi, nuovi spazi, nuovi tempi.

    Semplificando si può isolare il quanto storico3, quale esplosione elementare che, mutando l’habitat, irreversibilmente, lo dilata4. Considerato poi che lo spazio è pluridimensionale e si allarga a più coordinate, anche gli effetti di evento, seguendo diverse linee evolutive, si espanderanno a raggiera e ciascun percorso avrà un suo tempo di elaborazione-risposta all’evento iniziale. La crescita di una simile dinamica sarà di tipo esponenziale, essendo l’effetto di evento un processo moltiplicatore e non sommatorio, per cui da un evento 1 si potranno generare ad esempio 10 eventi 2, e da questi 200 eventi 3 e così all’infinito.

    Leggendo... la dinamica prodotta dall’evento, essa sarà lineare/rotatoria, come uno scatto/vortice:

  • lo scatto o fuga indica la direzione-spinta ( @ ) in avanti.

  • Il vortice-massa ( · ), l’attrattore5 che conduce al nuovo evento, quale azione equilibratrice dello spazio e nello stesso tempo destabilizzante del nuovo grado di ordine.

Ordine/disordine sono le due linee di letture di un medesimo effetto, l’una si pone in relazione al prima, l’altra al dopo.

    Le due fasi di scatto/vortice determinerebbero la discontinuità del processo, come una intermittenza di fasi:

  • 1. rottura di simmetria -> apertura dello spazio-tempo,

  • 2.  creazione di nuova simmetria6 -> chiusura dello spazio-tempo.

    Ad ogni  grado di ordine corrisponde una forma diversa del sistema di funzione, come perdita di identità della forma iniziale ed acquisto di una nuova identità.

    Volendo disegnare il movimento dei quanti si può costruire un campo con delle masse-fughe di evento che generano una visione di tipo pirotecnico.

    Elementi della dinamica7 storica sarebbero, dunque:

  • lo scatto in avanti, come si può notare dalla mappa, la rottura della simmetria e la perdita dell’evento da un lato;

  • dall’altro lato l’acquisto-consolidarsi di un nuovo evento, la perdita del tempo, la simmetria della forma.

    Il passaggio da un prima ad un dopo, spiega la discontinuità della linea della storia che avanza a salti, come l’apertura a nuovi spazi-orizzonti e la chiusura-cristallizzazione dei nuovi confini; nuova apertura e nuova chiusura... così come si evolve un fuoco di artificio con spazi di luci e buio di luci.

  • Le luci sono gli eventi, il buio è l’assenza di evento, le prime sono lo stato del mutamento, il secondo lo spettro vuoto del mutamento.

  •  Il vuoto è quella porzione di dinamica inaccessibile all’occhio osservatore8.

L’uomo non riesce a cogliere le fasi di processo intermedio tra un evento e la risposta ad esso, per questo ad ogni risposta segue, sempre, un grado di imprevisto.

E l’imprevisto è la libertà di risposta del campo-habitat all’azione.

Maturana e Varela in L’albero della conoscenza9, cercando di  porre le basi per uno studio biologico della conoscenza umana, fanno un’interessante distinzione tra le mappe esterne di una dinamica di processo e la rete delle connessioni interne10. Essi scindendo la mappa dalla rete, sottolineano la diversità tra l’apparire e l’essere.

L’essere come totalità di legami di un sistema aperto o vivente, non è accessibile all’occhio osservatore, in quanto egli percepisce solo la forma esterna o l’apparire dello stesso. Questa è in parte la spiegazione della differenza tra corpo e sistema vivente:

  • è dato leggere il contorno uomo o bambino o foglia o sole, ma non l’essenza dinamica e autopropulsiva che tiene in vita tali sistemi. Solo fermando l’attimo vitale si può espletare l’azione di lettura. Ma il fermare è il far morire l’essere.

    Applicando tale intuizione alla lettura della dinamica biostorica si può spiegare come l’osservatore colga le forme di eventin (fatti) e non le dinamiche che le hanno innescate (trame). Queste sono solo presumibili, immaginabili e quelli in quanto forme, non possono contenere tutta la  complessità del reale.

Il conoscere è un ridurre la realtà all’occhio lettore11,  come un condurre a sé, un assoggettare alle propria storia o vissuto. Per questo l’atto di conoscenza non è mai definitivo e si presta ad essere messo in discussione da ogni nuovo elemento o parametro di esplorazione:

  • la consapevolezza del limite gnoseologico è la migliore garanzia alla libertà a conoscere.

    Volendo ora provare a mappare le più importanti dinamiche generate da un quanto storico, si possono isolare differenti evoluzioni in rapporto allo spazio-tempo, alla velocità e alle diversità naturale dei campi-ambienti di propagazione...)1 (p.47-48)

Quanto informativo: ".... L’evento attuandosi si annulla nello spazio-tempo ed il suo perdersi, turbando il campo vitale, lascia un segno-eco, quale filo del suo passaggio che si presta ad essere rintracciato, chiamato, misurato, conosciuto, elaborato, trattato, trasformato, traslato in spazi-tempi nuovi che, anch’essi a loro volta,  subiranno l’erosione della caduta di quell’evento.

    Di tutta la dinamica biostorica l’osservatore/attore può conoscere solo le informazioni che egli stesso codifica dei fenomeni. Gli esperimenti, le leggi, le relazioni, le visualizzazioni e tutte le molteplici operazioni che l’io compone e scompone, come un tessuto intrecciato a più fili, non gli permettono di uscire da un sistema di parole, quale simbolo o metafora che si fa numero, sillaba, formula, linea, modello...

    La stessa relazione elementare multipla, cellula-atomo-idea, ad esempio,  posta nelle pagine precedenti, più che come un oggetto di realtà, va colta come un ordine informativo del gioco vitale, posto e costruito per espletare una lettura frattale inter-correlata del processo biostorico.

    Uno dei limiti della cultura classica, colti da E. Morin1, è l’aver confuso il piano osservato con quello osservatore, per cui si parlava in senso assoluto delle parole-conoscenze, come entità a sé, e non in senso funzionale: ogni parola-conoscenza è valida sino a quando riesce ad assolvere una precisa funzione storica che la lega al suo contesto.

  La parola, quale simbolo o metafora di realtà, è alla base della conoscenza e si presenta come un detto2 che pone fuori, dando un nome, un reale dal tutto: in questo far uscire essa dà senso e significato al reale isolato; infatti ad ogni parola corrisponde un’immagine-forma di senso.

    La conoscenza è un dire e non dire insieme, in quanto presuppone la facoltà dell’io a dare valore e insieme a negare valore a parti di realtà: gli enunciati, i primi; i taciuti, i secondi.

    La parola, come un simbolo-metafora di una porzione di realtà che è isolata da un tutto, chiama, appella e dà dei confini, degli attributi, delle caratteristiche, delle prerogative, secondo degli ordini informativi3.

 Dare il nome è l’atto primo per attuare conoscenza.

    Presupporre insieme il dare e il non dare senso fa scaturire la  proprietà fondamentale del detto, cioè la sua ambiguità che si può riassumere nei due abiti contenuto-contenitore:

  • il primo è quello formale, quale segno-metafora-significato che dichiara, definisce, delimita;

  • il secondo è la veste informale, quale segno-significato che vela, nasconde altre possibilità di senso.

Da tale bivalenza senso-non senso nasce, poi il gioco di conoscenza che si chiude e si allarga alle diversità dei fenomeni del reale con un processo di espansione.

Ad esempio il nome mamma, indica la madre di un bambino, ma anche il capolino terminale del carciofo che si sviluppa prima di quelli laterali.  

    L’ambiguità è la plasticità della parola che può essere rovesciata, aprendosi con un salto analogico a significati nuovi, ma l’aprirsi presuppone il superamento dell’assolutezza e l’accettazione di un pluriverso di sensi4, in rapporto a più occhi-contesti di lettura.

Solo accettando l’ambiguità si può iniziare a coltivare la mente con i giochi di apprendimento5, quali voli analogici che aprono nuove frontiere di senso....)1 (p.63-64)

(1 - Da A. Colamonico. Biostoria. Il filo. Bari, 1998)



La struttura a spugna della Storia
a dentro/fuori di sé-universo.


I salti logici: I cambiamenti veloci dell'indirizzo-verso di lettura a multi-verso-semantico, hanno come effetto nell'organizzazione del pensiero un salto di organizzazione-logica a "mente/cuore di Spazioliberina", metafora per indicare l'organizzazione di un pensiero ad "apertura logica", continua, che sappia rendere fusi i due lati mente: pensiero razionale e pensiero emotivo. Da cui,poi, nascono le visioni a occhio frattale.






Nell'organizzazione biostorica, l'Osservatore è il l'anello che tiene unita la coscienza-memoria (sé/mondo) ed è contemporaneamente il filtro che interpreta, dando il "valore" alle differenti situazioni, creando le scale di valore (+ o -) e le coordinate  di lettura, intorno a cui indirizzare le scelte fattuali-fattibili nei differenti campi-spazi dei fatti (t.0).



Lo sguardo-mente eco-biostorico

Il Pensiero di ogni (tutti) osservatore storico è il campo di coltura degli eco-informativi, i vuoti di vita-parola, che rendono possibili le proiezioni a multi-strato e a multi-verso dello spazio-tempo mentale/storico ad apertura a dentro-fuori.




Ogni viaggio è il frutto di un quid "quanto storico" che se percepito come lieve variazione del campo che cade sotto gli occhi (finestra a t.0), permette di far emergere un "
quanto informativo" che come una bolla, a superficie-senso chiuso, permette di creare un isolato-identificato storico che si presta ad essere trattato, come consapevolezza informativa di una possibilità di organizzazione storica-semantica futura multi-proiettiva .

(I frattali Poetici: Organizzazioni ad occhio eco-biostorico di peni/vuoti informativi che creano le organizzazioni a multi-strato, a multi-forma e e multi-senso di informazioni)




Fuori Campo: la pagina di Spazioliberina


L’esercizio

L’osservatore prenda tre fili uno grigio per il passato, uno giallo per il presente, uno verde per il futuro e, seguendo i tre piani della coscienza fatti di ricordi, di realtà e di sogni, annodi un passato grigio a un futuro verde, per poi calarsi nel presente giallo. E partire di nuovo. Ancora un passato e un altro ancora, poi, un futuro vicino, uno lontano. Un passato, un altro ancora e poi tornare nel presente.

Un grigio, un giallo, ancora un grigio, un verde, un altro ancora, un grigio,

un giallo, un verde, un verde...

Annodando e lasciando, l’idea viaggerà nella mente, elaborando una rete tridimensionale che via, via acquisterà spessore, rivelando la profondità dello stesso osservatore.

Consiglio per la lettura:

  • Se la quantità gialla supera le altre due, si è presumibilmente un soggetto pescecane, in carriera, attento a non sprecare le occasioni, in grado di auto-assolversi.

  • Se quella grigia ha la vittoria si è un soggetto gambero, trascorsa carriera, attento a non sprecarsi in occasioni, in grado di piangere su una spalla amica.

  • Se predomina il verde, allora, si è decisamente un soggetto anguilla, di incerta carriera, sempre pronto a sprecarsi in ipotesi di occasioni, in grado di giustificare, offrendo una spalla per amica.

 Si avverte l’osservatore che qualora il risultato dell’esercizio non fosse di suo gradimento, può cancellarsi tutto ed incominciare a costruire una nuova identità.

(da A. Colamonico. Le stagioni delle parole - Ed Altro, in Fatto tempo spazio. OPPI, Milano 1993)


Il conto

L’ultima neve aveva bruciato le fronde degli alberi del viale che con un’aria da convalescente si lasciavano cullare da quel vento primaverile. In alto il cielo macchiato dal colore dei palazzi, cercava di difendersi dagli attacchi di quei piani.

Superato l’incrocio di via Turati, il taxi svoltò a sinistra e una fila di case recintate si mostrò con superbia di quartiere altolocato.

Mentalmente, Valeria, accompagnata da suo figlio, si stava preparando a quel confronto. L’ansia l’invase all’idea di quel volto sconosciuto che nel giro di poco meno di due ore, il tempo che la separava dal suo treno, avrebbe potuto distruggere il suo lavoro.

Aveva racchiuso in quello scritto, quasi telegrafico, le visioni che con zelo certosino aveva estrapolato da tutte le lievi percezioni che, sin da bambina, l’avevano accompagnata nel suo viaggio nella vita.

Erano esili tracce che piano, piano avevano preso corpo, facendosi strada nel suo spazio, per poi con prepotenza eclissare tutto intorno e rimanere unico chiodo nella sua mente.

Chiodo che le aveva strappato Daniele che non accettava le sue manie d’indagare nel labirinto degli affetti per cogliere le corrispondenze tra un sorriso e una parola, tra un ciglio e un riflesso, tra un’intenzione e un comportamento.

Chiodo che le aveva tagliato le ali che non  si adattano a quel insieme di meschinità e d‘ipocrisia sulla faccia della gente, sempre pronta ad additare e a non perturbare lo stato di potere.

Chiodo che le aveva risparmiato solo quel fagotto, ormai ingombrato dentro i panni, che si legava saldamente al suo braccio per seguirla in ogni giro.

Davanti al 22 la sua ansia si placò.

Messo fine al suo passato Valeria, a testa alta, entrò nel suo futuro, consapevole di aver pagato il conto della sua diversità.

(da A. Colamonico. Le stagioni delle parole - Ed Altro© 1993)


il salto

Il grigio della strada l’assalì all’improvviso e via, via che questo procedeva, come una spugna di mare beveva ogni suo attimo. I battiti, i respiri, le luci si integravano nella macchia che cresceva, lasciando in ombra lo spettro di vita che lentamente continuava a camminare, ripetendosi:

  • Sono stanco di tutto e di tutti, anche di te!

Ogni punto del suo corpo si stava cancellando, lasciando spazi dentro spazi di tessuti, di emozioni, di vissuti. Fu così che Agnese perse il tempo. La cosa non la spaventò. Era troppo attenta a registrare il salto e quando tutto fu finito, era già entrata nell’ordine delle diversità. Non si era mai accorta di quanto quella storia l’avesse logorata con il susseguirsi di tutti quegli attimi che si perdevano in durate di senso a metà.

Metà le letture. Metà le scritture.

Aveva cercato di riunire in un unico insieme le singole porzioni, ma vi era sempre una maglia che sfuggiva, rendendo fragile l’insieme, quale il vibrare di ala di farfalla che costruendo vuoti di moti si innalza per poi precipitare.

La nuova dimensione le piacque. Vide un’esplosione di materia e di colori e i significati si erano moltiplicati. Ogni punto o virgola o affetto assumeva una sua collocazione e il disegno si mostrava tutto intero.

(da A. Colamonico. Le stagioni delle parole - Ed Altro (1993), in Ordini Complessi. Il filo. Bari 202)