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Giardini del Lago Maggiore

I GIARDINI DEL LAGO MAGGIORE


 Villa San Remigio

Villa Taranto

Villa Anelli

Villa Pallavicino

 I giardini di “VILLA SAN REMIGIO”

Un Sogno Romantico

“Noi Silvio e Sofia Della Valle di Casanova
qua dove l’infanzia ci unì questo giardino 
nato da un comune sogno di gioventù 
adolescenti ideammo sposi eseguimmo…

Dove si trova - Villa San Remigio si trova sulle rive del Lago Maggiore, sul colle piuttosto scosceso della Castagnola di Pallanza, accanto al più noto giardino di Villa Taranto da cui lo divide solo un muro di pietre a secco.Facilmente raggiungibile in auto sulle statali sia da Fondotoce e quindi anche da Milano o Domodossola, sia dalla Svizzera, sia in barca dal lago.

La Storia - Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, i marchesi Silvio e Sofia Della Valle di Casanova riuscirono a realizzare un sogno che avevano coltivato fin da piccoli cioè costruire insieme un romantico giardino dove la bellezza della natura si armonizzava con l’arte e dove le emozioni potessero prendere corpo sullo sfondo di acqua e montagna.Infatti, in quanto cugini, avevano frequentato durante l’infanzia lo “chalet” che lo zio aveva originariamente costruito sulla collina.Silvio era discendente di una famiglia napoletana, Sofia invece era originaria di Dublino.Silvio, poeta e musicista, aveva una perfetta conoscenza della lingua tedesca che utilizzava per la composizione delle sue opere. Da giovane si era recato in Germania dove aveva studiato musica al Conservatorio di Stoccarda e Weimar, sviluppando un rapporto profondo con il musicista Liszt, durato poi tutta la vita, e una sensibilità fortemente romantica nei confronti della natura.La poesia fornì al marchese il mezzo ideale per esprimere il suo gusto estetico fondato sulla nostalgia nordica per il passato e sull'amore per la mitologia greca.Sofia invece era una brava pittrice, di temperamento vivace e molto creativo, autrice di gran parte delle opere presenti nel giardino.Per entrambi i coniugi il giardino rappresentava un rifugio dalle preoccupazioni ed emozioni della vita quotidiana.
Il giardino è senz’altro il frutto di un gusto educato all’eleganza, rispettoso dei vari stili e delle varie culture del passato e che spesso lascia trapelare la grande immaginazione che lo sostiene.

Che cosa hanno dovuto fare - Si tratta di un complesso di giardini che riproducono vari stili architettonici del passato con effetti quasi magici riflettenti l’ambiente languido del lago.Alla costruzione parteciparono molti lavoranti che, nel periodo che va dal 1896 (anno del matrimonio di Silvio e Sofia) al 1916 (anno di conclusione dei lavori) non rappresentavano un problema per la retribuzione.I due nobili infatti spesero per:

Ø sbancamenti di terreno 
Ø terrazzamenti 
Ø erezione di muri di sostegno
Ø scalinate di raccordo 
Ø scavi per gli invasi delle vasche 
Ø scavi per l’irrigazione 
Ø impegnativi trasporti di materiale
Ø trasporto di piante adulte, statue e obelischi.

Nel frattempo, il vecchio “chalet” dello zio Peter, si era trasformato in una decorosa dimora patrizia circondata da una serie di terrazze per risolvere il dislivello e dare spazio ai vari giardini dalle tematiche diverse in grado di evocare con le loro architetture delle emozioni particolari.

I “diversi” giardini della villa - I giardini con tematiche diverse evocano ancora oggi con le loro architetture emozioni particolari. Ad esempio il “Giardino della Mestizia” attraverso le sue penombre evoca la malinconia. È circondato da canfori e conifere pregiate ricco d’ombra e privo di fiori. Il piano erboso di bosso sagomato, invita a soffermarsi in silenzio davanti alla statua di Ercole con l’Idra posta in una nicchia a mosaico, in un ambiente circondato da fontanelle, conchiglie, delfini ed obelischi. Passando alla terrazza sovrastante si raggiunge il “Giardino della Letizia” che secondo la marchesa Sofia doveva suscitare un sentimento gioioso.È un ambiente dal verde ben potato e scolpito con l’impiego di bosso, tasso, alloro e gelsomino, misti a specie esotiche come profumatissimi osmani, camelie, criptomerie e cipressi americani.

Lo spazio intorno alla statua del carro a Conchiglia di Venere è stato colmato da rose e altri fiori per le emozioni che dovevano suscitare i diversi colori.Più sobrio è il “Giardino delle Ore” così chiamato per la presenza di una meridiana in pietra su cui sono scolpite le seguenti parole: “Silvio e Sofia pongono perché ogni dì la luce novella lambisca l’ombra delle ore che furono”.

Molto ricco di statue questo luogo celebra un momento di vita felice ma che come ogni cosa è destinato a finire. Dal giardino delle ore si passa all’ ”Hortus Conclusus”, un piccolo spazio quadrato, molto tranquillo, con una vasca centrale con acqua ferma ed ornata da cipressi, un segreto asilo per meditare.Poco più in la si trova una piccola grotta tappezzata di felci con la statua del dio Pan, figura mitologica molto amata dal romanticismo tedesco.

Dal piazzale della villa si scende al “Giardino dei Sospiri” con una vasca sovrastata da una esedra a sette nicchie con statue e mosaici.Il vicino “Giardino delle Memorie” riprende la soffice atmosfera di decadentismo. In esso si trova un’ampia vasca, grandi vasi, colonne, obelischi e aiuole molto colorate. La bellezza dei fiori doveva celebrare l’eternità dell’amore. È su questo spazio che si affacciava lo studio di Sofia.Statue di putti ricoperte di rose stanno a ricordare la brevità e l’allegria dell’adolescenza. Una scritta in mosaico recita “Le rose passano ma la memoria resta”. Lo spirito del marchese, invece, deve aver influenzato maggiormente la parte del parco a bosco spontaneo dove è bello addentrarsi per ascoltare la voce del bosco.Qui s’innalza maestoso il cedro dell’Himalaya, la quercia palustre, il faggio rosso, bambù, ligustri e rododendri.In tutti questi ambienti, la marchesa, aveva studiato tutti gli effetti di luce ed ombra, persino al chiaro di luna e si era impegnata nella introduzione di specie provenienti dal Giappone, dall’Asia e dall’America.Troppo lungo risulterebbe l’elenco dei personaggi famosi che hanno avuto il privilegio di godere della bellezza di questo luogo che secondo l’aspirazione dei marchesi doveva superare la banalità materiale.

Bosso o della Fermezza - Il Bosso è conosciuto soprattutto come siepe sagomata in modi molto diversi grazie alle sue foglie, lucide e di colore verde scuro che si rinnovano costantemente.Un tempo era molto apprezzato per le sue proprietà medicinali, come rimedio efficace contro la calvizie e come febbrifugo.In Grecia era sacro ad Ade, il dio che proteggeva gli alberi sempreverdi, simbolo della Vita che continuava anche negli “inferi” dell’inverno e quindi simbolo anche di eternità.Con il suo legno, durissimo e liscio, di color giallo limone, si fabbricavano le tavolette da scrittura, ricoperte con un leggero strato di cera o le scatolette circolari per riporre gioielli ed altri preziosi.Dal Medioevo, il suo nome (pisside=bosso) designò, il vaso scuro che serve ancora oggi per contenere l’Eucarestia.Si è fatto ricorso al suo legno, per la indeformabilità e durevolezza per fabbricare i pezzi degli scacchi, per strumenti matematici e persino per uno strumento musicale.Ha evocato anche i simboli della Fermezza e Perseveranza, per questo motivo è ancora utilizzato per confezionare i martelli delle logge massoniche.Poiché il bosso si autofeconda, ha evocato pure il simbolo della Castità e agli uomini era vietato deporne ramoscelli sugli altari consacrati a Venere, pena la perdita della virilità.

Situazione attuale - La Villa ed il suo bel giardino rimasero proprietà della famiglia Della Valle fino al 1977, quando la proprietà venne ceduta dalla contessa Ester, figlia di Silvio e Sofia, alla Regione Piemonte. La Villa ospita attualmente la sede dell’Ente Parco Nazionale della Val Grande.La manutenzione del parco è affidata al Servizio forestale della Regione Piemonte.




I giardini di “VILLA TARANTO”

 Non c'è dubbio che l'autore di questo giardino è stato un uomo al passo con il suo tempo, libero di esprimersi, flessibile alle innovazioni, sicuro di mantenerne il controllo grazie al suo senso estetico".

La sua forza immaginativa ha permesso alla sua opera di acquistare pienezza e valore con il passare del tempo.

Convinto di poter sempre migliorare e di far partecipi le generazioni future della sua fortuna disse:

“Al centenario che rinunciò ai lavori del giardino, è preferibile quel vecchio che piantò un cipresso per constatare direttamente se è vero che i cipressi vivono due secoli e comperò un corvo per verificare se i naturalisti, a proposito della favolosa longevità di questo uccello, non avevano mentito".

IL PASSATO

Chi ha vissuto a Verbania , per lungo tempo o una stagione o anche solo un pomeriggio ha certo visitato Villa Taranto. Entrare nei suoi giardini è come compiere un viaggio attraverso paesi lontani. Il grande parco, allungato sul promontorio nell'angolo del golfo Borromeo risale con pendenze notevoli fino ai panorami più aperti sulle montagne prealpine. Al suo interno, un vecchio castagno del XVII secolo, testimonia le origini del luogo, rievocando la presenza dei numerosi castagni che in passato popolavano il pendio della Castagnola.

In tempi lontani quel lato di collina ospitava il casotto di una polveriera circondato da terreno incolto.

Dalla parte del lago, un ripido pendio boscoso separava i prati piantumati a gelso, logica presenza accanto agli opifici allora attivi per la filatura della seta.

IL LUOGO

Il turismo d'oltralpe era via via cresciuto, verso la fine dell'Ottocento, parallelamente al miglioramento delle condizioni dei trasporti.

Grande stimolo venne poi dall'apertura della linea ferroviaria del Sempione.

In particolare le bellezze del golfo Borromeo, adatte ad un turismo raffinato, avevano favorito la costruzione di grandi alberghi e splendide ville.

I giardini andarono così a sostituire i boschi di specie poco pregiate.

Accanto a famose personalità straniere (la regina Vittoria, lo scultore John Ruskin), la facile accessibilità del posto aveva attirato i nobili milanesi, nonché gli esponenti della politica e dell'industria lombarda, andando a gonfiare il fenomeno della “villa con giardino”.

Questo ha portato ad un mutamento radicale nell'aspetto delle sponde lacustri.

Il gusto dell'epoca spingeva i proprietari a sostituire le specie vegetali del posto con specie esotiche, facili da reperire dai ben riforniti vivaisti locali e che ben si adattavano al favorevole clima umido del lago.

In quegli anni l'atmosfera del lago favorì non solo il rigoglio della vegetazione ma fu complice della fioritura di nuovi talenti artistici.

Folta fu la schiera di pittori impegnati a ritrarre le bellezze del lago, dal Ranzoni a Tominetti, Sala ed altri, nonché di artisti tra cui lo scultore di origine russa Paolo Troubetzkoy.

Nel 1930 approda su queste sponde il Capitano Neil McEacharn, destinato a lasciare un'impronta indelebile sul colle della Castagnola, acquistando un grande terreno e gli edifici pertinenti.

STORIA DELLA PROPRIETA'

Prima dell'arrivo del Capitano, il terreno fu di proprietà del conte Alessandro Orsetti, che aveva riunito vari lotti con acquisti successivi durati fino al 1895.

Nel 1870 ebbe termine la costruzione della villa voluta dal conte per il figlio malato, nella speranza che l'aria salutare del lago fosse di giovamento ai suoi polmoni delicati.

L'anno dopo, non avendo uno sbocco sul lago, il conte chiese in concessione un pezzo di spiaggia demaniale per farne una darsena ed un casotto per i bagni.

Nel 1880 ottenne il permesso per costruire uno chalet vicino alla villa che venne chiamata “la Crocetta”.

Verso l'anno 1900 la villa fu venduta ad una signora inglese, moglie di un marchese maestro di cerimonie del re Vittorio Emanuele III.

La marchesa ampliò la casa, acquistò un terreno per l'accesso dal lago e un vicino edificio con giardino.

Tra i numerosi ospiti, i figli della famiglia reale, vennero spesso a trascorrervi le vacanze.

Nel 1929 la marchesa si trasferì vicino Dover e mise in vendita “la Crocetta”.

A questo punto arriva il Capitano.

IL CAPITANO

Nato a Garlieston il 28 Ottobre 1884 da una antica famiglia scozzese, Neil McEacharn ebbe un infanzia molto agiata.

Il padre era il fondatore di un grande compagnia di navigazione con l'Australia, dove la moglie possedeva vastissimi territori a pascolo.

La lana di circa un milione di pecore veniva spedita per nave in Europa.

Infatti, lo stemma dei McEacharn raffigurava lo scudo con un veliero con la scritta: “ Per mare Per Terras”.

A soli 8 anni il giovane Neil conobbe per la prima volta l'Italia durante una crociera sul panfilo del padre.

 

Da allora avrebbe trascorso tutte le sue vacanze sul Mediterraneo fino a stabilirsi definitivamente nel nostro paese. Completò ad Oxford la sua educazione scolastica continuando ed ampliando il suo amore per la botanica ed il giardinaggio. Nel 1910, alla morte del padre, fu costretto ad occuparsi dei lavori di manutenzione dell'enorme castello di Galloway House, in Scozia e alla sistemazione dei giardini. Lo scoppio della guerra lo coinvolse in prima persona in quanto Capitano del Reggimento Reale delle guardie scozzesi di frontiera.

Solo al termine del conflitto poté tornare ai suoi lavori. Importante fu per lui l'incontro e l'amicizia con il direttore dei giardini di Kew. Insieme, a caccia di giardini, avevano girato l'Inghilterra, la Francia e l'Italia. L'inesperienza e il troppo entusiasmo innovativo del Capitano, portarono a Gallowey House qualche fallimento. Tutta via le innovazioni riuscite ed il risultato complessivo vennero giudicati favorevolmente dagli esperti.

A soli 16 anni, accompagnato da un arcivescovo, aveva già compiuto il giro del mondo, arrivando fino in Giappone ricevuto dall'imperatore in persona. Seguirono viaggi in Siam, Indocina, Indonesia, Australia, America e Medio Oriente, per conoscere nuove specie botaniche ed allacciare contatti utili ai suoi progetti.

I suoi viaggi non erano spedizioni su incarico di qualche università, ma la coltivazione di una grande passione per la botanica e resi possibili dalle sue possibilità economiche.



Come conobbe questo luogo

Insoddisfatto dei risultati della sua residenza scozzese, nel 1928 si mise alla ricerca, in Italia, di un luogo che si prestasse alla realizzazione di un grande e meraviglioso giardino in un clima senz'altro migliore.

Nel 1930, mentre si trovava sull'Oriente-Express diretto a Venezia dove possedeva Ca' Rezzonico, venduta in quei giorni allo Stato Italiano, si avverò il suo sogno.

Sul lussuoso e leggendario treno, lesse fra gli annunci del “Times”, una interessante offerta su di una villa con parco a Pallanza.

Subito prese la decisione di far sosta in quel luogo.

Sbrigò in fretta la procedura di acquisto e già nel giugno 1931 fu in grado di stabilirsi lì, in un luogo che pur ricordandogli la sua terra gli offriva un clima più adatto ai suoi scopi.

Il suo fu un compito non facile dovendo superare difficoltà tecniche notevoli e molto costose.

Mentre i lavori del giardino iniziavano, la situazione politica si aggravava fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Per il governo inglese fu costretto a trasferirsi a Roma e poi a lasciare l'Italia, non senza aver donato i giardini e la villa allo Stato a condizione che rimanessero privati e che potesse mantenerne l'usufrutto.

Affidò il tutto all'amico ed amministratore avvocato Cappelletto e a malincuore partì con la moglie per l'Australia.

Esilio durato 6 lunghi anni ma proficuo per le ricerche di botanica.

I coniugi Cappelletto, durante il conflitto, evitarono al giardino danni irreparabili, permettendo al ritorno del Capitano, dopo la fine della guerra, di riprendere i lavori di sistemazione.

Nel 1940, dopo la morte della prima moglie, sposò una principessa tedesca, nipote della regina d'Olanda e cugina di una contessa, zia della regina d'Inghilterra.

Nel 1947, dopo la morte della seconda moglie, abbandonò i lunghi viaggi.

Suoi ospiti furono politici, artisti, sovrani e scienziati.

Amante di ogni espressione artistica avrebbe voluto fin da piccolo diventare pittore, ne è conferma le quantità di volumi di pittura ora presso la biblioteca Ceretti di Verbania.

In Australia aveva acquistato parecchi quadri di autori contemporanei.

Per la sua originalità di studioso è stato insignito del titolo di Accademico Linneano.

Da ricordare la sua modestia e la bontà d'animo, ben espressa con trattamenti salariali superiori a quelli di categoria.

Il 18 aprile 1964, la morte lo colse nella veranda affacciata sull'amato giardino.

Il 27 luglio 1963, la città di Verbania gli aveva conferito la cittadinanza onoraria.

LA REALIZZAZIONE

L'obiettivo principale che aveva spinto il Capitano era quello di realizzare un ambiente dove acclimatare una ricca collezione di piante esotiche rispettando le esigenze biologiche di ciascuna specie.

Tenuto conto del potenziale ornamentale delle diverse specie voleva dar vita ad una composizione di giardini che integrasse la curiosità scientifica con il godimento estetico.

Fu pertanto necessario modificare la topografia naturale, sia per ricavare nicchie a microclima diversificato, sia per ottenere una nuova espressione paesaggistica sempre rispettando l'armonia unitaria.

Pertanto l'aspetto odierno del giardino non è un frutto spontaneo, ma il risultato nel tempo della trasformazione da parte del Capitano con l'aiuto di parecchie decine di lavoratori.

In poche settimane liberarono il parco da circa 2000 alberi infestanti come bambù e robinie, lasciando soltanto alcuni castagni e qualche altro albero degno di rimanere.

Dopo il taglio del bosco fu necessario l'opera di sbancamento per creare le terrazze, gli specchi d'acqua, le scalinate, il rimodellamento delle curve di livello.

Inoltre furono acquistati altri lotti di terreno e costruiti muri a secco con pietra locale.

Il giardino all'italiana davanti alla villa fu sostituito da un ampio prato il cui verde brillante è dovuto all'utilizzo di una graminacea perenne che resiste alla siccità ed al caldo impedendo alle erbe infestanti di crescere.

Ai margini trovarono posto le aiuole con fiori sgargianti in tutte le stagioni e sullo sfondo alberi fioriti come il ciliegio giapponese, le grandi magnolie e azalee.

Alberi ed arbusti provenienti dalla Cina, dal Sud America, dalla Tasmania trovarono sistemazione ottimale.

Il Capitano si avvalse della collaborazione di esperti di notevole spessore.

Fu necessario lo scavo di una valletta, l'incanalamento delle acque di scolo, la sostituzione del materiale tolto con grandi blocchi di granito di Montorfano, la costruzione di un ponte ad arcata unica con parapetti in pietra, appoggio ideale per rampicanti spinose di cui una originaria dell'Himalaya e una di Hong Kong.

Impossibile fare un elenco di tutte le varietà e le specie vegetali presenti in questo giardino, sempre diverso ed affascinante in tutti i periodi dell'anno.

Il materiale intanto continuava ad arrivare da ogni parte del mondo: Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Giappone, Australia, Sud Africa, Stati Uniti.

Molti furono i floricoltori italiani coinvolti, tra i quali la contessa Sofia della Valle di Casanova, proprietaria della vicina villa di San Remigio e del suo splendido giardino. Il principe Borromeo regalò due alberi di sequoia di cui una ritenuta ormai estinta.

In pochi anni il Capitano stabilì una rete internazionale per lo scambio di semi con gli orti botanici più importanti.

Pertanto la parte più bassa e pianeggiante del giardino venne adibita a vivaio mentre la parte più vicina al lago divenne un frutteto.

Nel 1934 venne acquistato un terreno per la costruzione di un grande serbatoio idrico. Il sistema di convogliamento dell'acqua del lago consisteva in una pompa elettrica posta in una piccola cabina sulla riva e oltre otto chilometri di tubature.

Tre grandi terrazze erano percorse da basse cascatelle con effetto di raccordo e dove un divertente calcolo di pressione, portata e profilo dei bordi, appiattiva l'acqua e facendola cadere rumorosamente come se fosse una lastra di vetro.

Alla piscina si affiancarono due vasche per diverse specie di ninfee e il bacino dei fiori di loto.

Nel 1937 si pose mano al giardino palustre popolato da un'ampia varietà di vegetazione acquatica.

Nacque in seguito il giardino delle eriche dalle infiorescenze dalla primavera all'autunno.

La presenza di flore esotiche rese necessaria la costruzione di una serra dove la temperatura fosse sotto controllo.

Poi si costruì il giardino d'inverno, un colonnato sui tre del cortile riscaldato durante la brutta stagione ed apribile d'estate grazie a pannelli mobili di vetro.

Nel 1946, il dopoguerra rese necessario i lavori di restauro delle parti danneggiate e a modifiche importanti come la creazione del giardino delle rose, l'acquisto di altro terreno e l'eliminazione della strada pubblica che lo tagliava in due.

L'esigenza di un nuovo accesso portò ad opere notevoli di ingegneria per evitare di sopprimere alberi. La strada fu sollevata con canali sotterranei in cemento armato.

Il tempo passava e i giardini venivano ad assumere sempre più la configurazione desiderata dal suo ideatore, permettendo la combinazione delle conoscenze teoriche con l'abilità pratica ed il gusto personale.

Le bordure miste portarono ad una esplosione di colori nel loro aspetto stagionale.

Un effetto speciale è stato studiato per la stagione autunnale cercando di imitare il modello scozzese.

Altra macchia di colore fu il “giardino blu” e le aiuole stracolme di piante e fiori della medesima tinta.

L'apertura ai visitatori portò il Capitano ad abbellirli ulteriormente coltivando ogni anno migliaia di piante da fiore in particolare tulipani soprattutto intorno alla casa.

PROBLEMI… E RISULTATI

Il Capitano stesso ebbe modo di stupirsi dei risultati ottenuti in molti casi.

Le piante attecchivano grazie allo spesso strato di humus che ricopriva i depositi alluvionali lacustri sulla collina della Castagnola.

Si tratta, infatti, di un terreno scuro per la presenza di terriccio di foglie e la povertà di calcio è favorevole alla crescita delle piante acidofile.

Inoltre le abbondanti precipitazioni annuali, mantengono l'aria umida, soprattutto in primavera ed in autunno.

Inoltre, sebbene la massa d'acqua del lago, abbia una azione mitigante, si possono verificare delle escursioni annuali accentuate con il pericolo di siccità estive e forti sbalzi di temperatura, nocivi soprattutto per le piante esotiche.

Il Capitano, grande conoscitore della flora australiana, fece arrivare un folto numero di eucalipti, che formarono una collezione unica in Italia, con essenze rare e delicate, molte delle quali purtroppo non superarono i rigori invernali.

L'impossibilità di ambientare alcune specie molto sensibili, lo spinse ad escogitare con il suo capo giardiniere dei metodi di coltivazione alternativi.

Per alcune specie si decise il ricovero invernale al chiuso, per altre si tentò una acclimatazione graduale.

Alla germinazione dei semi, le piante in vaso venivano poste a primavera in vivaio dove restavano fino all'autunno per poi svernare in serra. L'anno seguente, le piante rinvasate tornavano fuori nella bella stagione e questo si ripeteva fino a quando erano sufficientemente robuste per essere messe a dimora permanente.

Accanto ai successi ottenuti con artifici si era costatato con sorprese che piante ritenute molto fragili riuscivano a crescere molto bene all'aperto.

Si concluse che proprio il caldo intenso, soprattutto nel mese di agosto, facesse maturare il legno rendendole non solo resistenti al freddo, ma anche più prolifiche di semi.


Trattamento dei semi

Circa 50 persone erano impegnate nella raccolta dei semi da usare come riserva e per lo scambio con altri giardini. Si riempivano diverse buste, messi in scatole di cartone e lasciati asciugare fino alla ripulitura. Eliminati gli scarti, si passava ai contenitori di vetro etichettati e riposti in ordine alfabetico su apposito scaffale. Ogni anno veniva compilato e stampato un catalogo, circa un centinaio di copie, da spedire agli orti botanici, amici e conoscenti.

In cambio, da ogni parte del mondo giungevano altri cataloghi per procurare semi di rimpiazzo e le novità:

367 voci nel 1936,

819 nel 1940,

1367 nel 1951, fino ad arrivare a più di 3.000.

Basti pensare che nel 1959, partirono da villa Taranto 11.484 pacchetti di semi per 250 giardini in 40 paesi diversi.

Purtroppo un incendio ha devastato la preziosa collezione di testi, riviste ed altro materiale di giardinaggio, orticoltura, tassonomia e paesaggistica. 

Frequentatori

Prima dell'apertura al pubblico, i visitatori erano amici o colleghi del Capitano che avevano un invito personale, senza eccesso di formalità.

L'usanza tipicamente inglese di far piantare all'ospite un albero nel giardino, venne mantenuta.

Si ricordano in particolare le specie messe a dimora dalla regina Vittoria Eugenia e S.A.R. Don Jaime Infante di Spagna, dalla principessa Margaret di Gran Bretagna e dal canceliere Adenauer.

Ogni anno, in occasione della fioritura dei tulipani, venivano dati sontuosi ricevimenti.

Al ricevimento per i settant'anni del Capitano partecipò il senatore Andreotti, che cinque anni dopo, in occasione della stessa ricorrenza, conferì all'amico il titolo di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana.

Numerosi i riconoscimenti per la botanica applicata. 

Situazione attuale

Nel 1962, il Capitano donò Villa Taranto al governo italiano, con la sola clausola di potervi rimanere fino alla morte, mentre già dieci anni prima aveva aperto i cancelli al pubblico.

I soci attuali sono: il Comune di Verbania, La Provincia del VCO, la Fondazione Banca di Intra e la Fondazione Banca di Novara.

Lo scopo dell'Ente è perseguire lo scopo del Capitano, senza fini speculativi o di lucro.

Attualmente, l'edificio principale ed una ristretta porzione di terreno intorno è riservato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, mentre i giardini sono gestiti dall'Ente che paga un canone simbolico al demanio.

Nello Statuto dell'Ente sono precisate le “finalità culturali, scientifiche e didattiche nel campo botanico ed agrario”, il proposito di favorire con i mezzi idonei l'insegnamento del giardinaggio, l'organizzazione di convegni di studio, la valorizzazione del Verbano.

Finalità ambiziose e difficili da realizzare con l'introito dei biglietti d'ingresso.

I fondi vengono impiegati per la conservazione del patrimonio botanico e per i necessari interventi per contenere il degrado dovuto all'invecchiamento del giardino.

La vita del giardino dipende anche dai visitatori che vengono a goderne le bellezze, calcolati intorno a 200.000 ogni anno.




VILLA ANELLI

Ciao! Benvenuto a Villa Anelli!

 

OGGEBBIO, INFORMAZIONI SULLA LOCALITA'

Oggebbio è il nome collettivo di ben 15 frazioni che dal lago risalgono la fascia collinare fino a raggiungere Piancavallo.

Due sono le componenti ambientali del comune: il lago e le montagne retrostanti.

E' raggiungibile in auto da Verbania o dal confine svizzero e in barca dal lago.

Il Comune di Oggebbio si trova a pochi chilometri da Intra sul Lago Maggiore ed è una località turistica le cui frazioni presentano tutte qualche caratteristica particolare. Tra queste, la chiesa della Natività della Vergine Cadesimo, la parrocchiale di Gonte che è il capoluogo del comune e l'oratorio di Sant'Agata a Novaglio. Il campanile della parrocchiale di Gonte è alto ben 42 metri e al suo interno c'è un crocifisso miracoloso legato ad una storia curiosa.

Questo crocifisso fino al Settecento si trovava in una chiesa milanese.

Gli abitanti di Oggebbio lo chiesero in dono lamentando l'assenza di un crocifisso nella loro chiesa. Il crocifisso fu ceduto malvolentieri dai milanesi, fu rinchiuso in una botte piena per meta' di vino e trasportata in paese.


Panorama di Oggebbio

 

UN NOTAIO DAL POLLICE VERDE

L'impianto del giardino e la costruzione di villa Anelli risalgono al 1872 quando un antenato degli Anelli, Carlo Berzio, notaio di Milano, si ritirò dalla professione e si stabilì sul lago.

I lavori iniziarono con la progettazione del giardino, in quanto l'uomo di legge ed esperto botanico era più interessato al verde che alla costruzione dell'abitazione, risiedendo già in una bella villa nella vicina frazione di Piazza.

La costruzione dell'edificio principale si rese necessaria in un secondo tempo (1875), per accudire più da vicino le rare specie botaniche che all'inizio arricchirono il giardino all'inglese di gusto romantico ma che non rifuggiva dall'elemento esotico.

La villa del notaio

 

L'INTERVENTO DELL'UOMO SULL'AMBIENTE NATURALE

Il notaio Carlo Berzio dovette affrontare una grande sfida con l'ambiente per realizzare il giardino che aveva progettato.

L'ambiente naturale che si presentava ai suoi occhi non aveva mai subito l'intervento dell'uomo e si mostrava, dunque, in maniera piuttosto “selvaggia”.

La forte pendenza del terreno sul quale sorgeva il giardino richiese interventi di terrazzamenti e la realizzazione di sentieri e scalette.

Sul torrente (chiamato Rio Paradiso) che scorreva nella valletta sottostante alla villa e che assicurava acqua e frescura alle piante, il notaio-architetto fece costruire due ponticelli.

Studiando con competenza le rocce e la conformazione del terreno, Carlo Berzio abbellì il giardino con grotte, fontane e statue trasformando l'ambiente naturale in un luogo incantevole e molto vario.

 

 

ETIMOLOGIA

Il nome camelia deriva dal cognome del gesuita G. J. Kamel (1661-1704), botanico boemo che, secondo la tradizione, portò i primi esemplari di camelia dal Giappone in Europa.

In Giapponese, la camelia viene chiamata "Tsubaki", parola che in italiano richiama il significato di "pianta dalle foglie spesse" o "pianta dalle foglie lucide".

 

IL GUSTO ORIENTALE E OCCIDENTALE

Gli orientali, nella scelta delle camelie preferivano la varietà dal fiore semplice con petali centrali che coprono gli stami. Anche i samurai custodivano preziosamente queste piante. In Cina e in Giappone le varietà più prestigiose erano riservate a ai nobili.

Gli europei hanno sempre preferito fiori dalle forme complesse con petali disposti a spirale come la “Vergine di Collebeato” che è anche simbolo della Società Italiana della Camelia.

 

CENNI ALLA CAMELIA NELL'ARTE

Tra le opere letterarie più famose che vedono come protagonista questo fiore, la più famosa è senz'altro “ La signora delle camelie ” del romanziere francese Alexandre Dumas . La protagonista di questa vicenda è Marguerite Gautier , una donna molto affascinante che per venticinque giorni al mese portava con sé una camelia bianca, negli altri cinque una camelia rossa perché non sopportava il profumo penetrante di altri fiori. Il romanzo ebbe molto successo tanto che il famoso musicista Giuseppe Verdi mise in musica la vicenda narrata da Dumas nell'opera lirica “ La traviata”.

 

PARTICOLARITA'

Le camelie presenti a Villa Anelli provengono da tutto il mondo e sono più di seicento qualità.

Tra gli esemplari più rari si può incontrare un tipo di camelia chiamata “Camelia reticulata ” che proviene dalla Cina ed è uno dei pochi esemplari presenti in Europa.

Altre particolarità rendono unico il giardino di Villa Anelli: molte piante di camelia presentano sullo stesso ramo fiori di forme e colori differenti; alcune specie, in alcuni periodi dell'anno, hanno fiori talmente fitti che nascondono il verde della vegetazione.

Passeggiando per il giardino, possiamo incontrare alberi centenari come un esemplare di “Metasequoia” che è tra i più vecchi d'Italia o, ancora, antiche piante di conifere che convivono tranquillamente con esemplari esotici come la palma e il bambù.

 

ACROSTICI

 

SIGNIFICATO DEI COLORI

La camelia è da lungo tempo considerata simbolo di legame d'amore, felicità, lunga vita, matrimonio felice, fortuna, vittoria.

La camelia bianca esprime "eleganza eterna".

La camelia rossa è simbolo di "bellezza delicata e discreta”.

La camelia rosa promette: “Saprò tenerti non mi sfuggirai”


La camelia variegata è simbolo di amore, fede, speranza.

 



VILLA PALLAVICINO 

La villa, elegante e maestosa, sorge poco prima di Stresa.

Gode di un panorama che spazia dal promontorio della Castagnola di Pallanza sino ai monti della Svizzera e il suo parco arriva alle colline dov'era l'antico castello di Stresa.

Costruita intorno al 1850 da Ruggero Borghi, fu acquistata dal duca di Villambrosa prima e dal marchese Ludovico Pallavicino poi.

Fu il duca di Villambrosa che ingrandì ed abbellì la villa facendo piantare gli alberi che ancora oggi ammiriamo, in particolare i lyriodendron tulypifera con le loro foglie dorate e le sequoie ancora sconosciute in Italia.

Nel 1862 la villa passò ai marchesi Pallavicino che completarono l'opera di rimboschimento, arricchirono il parco delle serre e realizzarono i viali che ancora oggi hanno uno sviluppo di circa 7 chilometri.

IL PARCO

Attualmente si estende per oltre 150.000 mq. Ha l'aspetto di un'oasi naturale intatta e suggestiva, con scintillanti ruscelli, fiori dai vari colori e alberi fra i più antichi e rari, come i faggi rossi, gli aceri, i larici, i maestosi ginko biloba, le sequoie dal verde trasparente, le querce, i platani, le magnolie, le conifere, innumerevoli alberi da fiore e da frutto e, come un monumento della natura, il superbo cedro del Libano.

I FIORI

Nella zona più pianeggiante, soleggiata e colorata del parco sorge un mare di fiori con una festa di colori e di profumi: rose, azalee, rododendri, narcisi, agerati, taigeti, magnolie, oleandri, glicini.

I giardinieri curano ogni fiore realizzando con le corolle fantastici disegni.

 

GLI ANIMALI

In mezzo al parco c'è anche un laghetto, regno del superbo cigno nero e intorno a lui, a popolarne la superficie, i pigri fenicotteri, le cicogne, gli anatroccoli.

Non ci sono solo gli animali più comuni in Italia ma anche di specie provenienti da varie parti del mondo!

Fu la marchesa Luigia Pallavicino che ne completò l'opera di raccoglimento per costruire uno zoo di eccezione che richiama oggi molti studiosi di zoologia ed appassionati di botanica.

Sapete la caratteristica strana ma curiosa di questi animali? Essi non scappano davanti ai visitatori, non li aggrediscono ma piuttosto si avvicinano facendo la gioia dei più piccoli. Così si comportano i lama , le caprette tibetane, i daini.

Protagonista di questo paesaggio è il pavone con la sua ruota preziosa come un antico ventaglio.

Ma tanti altri sono gli animali curiosi e insoliti che popolano il parco della villa come il canguro, abilissimo saltatore delle sterminate praterie dell'Oceania, la lontra, le zebre, l'alpaka e, nelle voliere, i variopinti esemplari di calao e pappagalli.

 

A completare questo paesaggio idilliaco e originale per gli ospiti che ne fanno parte, c'è oltre la piccola torre che sorge lungo il percorso tra i fiori, un campo giochi fornito di scivoli, altalene e perfino una graziosa casa della bambola ricavata da un grosso fungo.

Anche qui ci sono tanti amici animali e, fra i più disponibili al gioco, l'otaria e i pinguini.

 

 

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