Un cicloviaggio di oltre due settimane nel cuore della Georgia, da Tbilisi agli altopiani dello Javakheti, attraverso il Piccolo Caucaso e fino alle vette della remota Svaneti. Un Paese forse non wow! ma comunque interessante ed impegnativo, tra lunghe salite, sterrati, passi d’alta quota e improvvisi temporali, ma anche monasteri, fortezze, villaggi sospesi nel tempo e incontri segnati da una straordinaria ospitalità. Un’avventura vissuta lentamente, al ritmo della bicicletta, per scoprire i paesaggi e l’anima più autentica del Paese.
14 tappe, 858 km e oltre 12.500 metri di dislivello positivo. Da Tbilisi, l’itinerario si dirige inizialmente verso sud, attraverso gli aspri paesaggi del Piccolo Caucaso: attraversa l’altopiano dello Javakheti e raggiunge la spettacolare città rupestre di Vardzia, per poi risalire verso nord, nel cuore del Gran Caucaso e della Svanezia. Qui il percorso tocca luoghi iconici come Mestia e Ushguli, fino a culminare nel leggendario Passo di Zagari, a 2.620 metri di quota. Un viaggio intenso e selvaggio, concluso con un comodo trasferimento verso la capitale, arricchito da alcune soste culturali, poiché i giorni a disposizione non consentivano di completare il rientro in bicicletta. A posteriori, confermo la suddivisione delle tappe e il senso orario di percorrenza; affrontare la Svanezia nella parte finale ha rappresentato un crescendo perfetto, perché le sue montagne e i caratteristici villaggi si sono rivelati la parte più affascinante dell’intero viaggio.
MTB o Gravel?
MTB Front (Consigliata per tracce sterrate/gravel): Ottima la configurazione usata con gomme generose (es. Pirelli Cinturato da 45). Gli sterrati georgiani sono spesso molto sconnessi e il comfort/controllo di una front fa la differenza sulle lunghe distanze.
Gravel (Sufficiente per tracce cicloturistiche): Adatta se l'itinerario prevede una netta prevalenza di asfalto o strade lastricate. I tratti di strada bianca o i passaggi su frane non sono mai lunghi al punto da giustificare una MTB se si viaggia su asfalto.
Per mia moglie abbiamo noleggiato una e-bike KTM Macina Race 271 Glorious, motore Bosch CX batteria 500W.
Nonostante un carico di circa 18 kg di bagagli, grazie all'allenamento di Emily la bici aveva un autonomia di circa 80 km/1200 D+.
La bici è stata noleggiata presso Georgia Tandro Bike con sede sia presso Tbilisi che Kutaisi ad un costo di 588€ per 14 gg.
La trattativa si è svolta con Andrea, persona molto precisa che risponde subito con whatsApp. La bici è stata ritirata/consegnata a Tbilisi.
+995 599 37 37 88
l clima in Georgia ad agosto è caratterizzato da forti contrasti altimetrici:
Pianure e Altopiani del Sud: Caldo intenso, con temperature che superano spesso i 30°C.
Alta Montagna (Svaneti / Mestia & Ushguli): Clima alpino. Al calar del sole le temperature crollano rapidamente fino a 10°C.
Instabilità: I temporali pomeridiani in quota sono frequenti. Anche se durano poche ore, possono far crollare le temperature sui passi alpini.
Tempo caldo da corto, ma quando si sale in montagna le temperature posso scendere anche di molto. In caso di pioggia abbiamo utilizzato mantellina e manicotti. Durante la risalita verso lo Svaneti si attraversano alcune gallerie, inutile il giubbetto catarifrangente ma indispensabili le luci avanti e dietro.
7 agosto 2026
Le formalità in dogana sono veloci, nessun controllo del possesso Assicurazione Sanitaria. Usciti della hall arrivi per l’acquisto della SIM Card della Magti con il quale non abbiamo mai avuto alcun disservizio, neanche nelle aree più remote di montagna. Con un taxi raggiungiamo l’albergo dove ci lasciamo riposare sui divani in attesa del check-in. Prima di pranzo abbiamo appuntamento con Tega della Tandro Bike per il ritiro della bici. Anche qui le formalità sono veloci, proviamo la bici, ci assicuriamo di avere tutto e pago l’intera somma pattuita. Rientriamo in albergo e prendiamo possesso della stanza, facciamo una doccia veloce e poi ci dirigiamo verso la Cattedrale della Santissima Trinità (da fare).
Pernotto Hotel New Metekhi ***
8 agosto 2026 — Tbilisi > Manglisi (63 km /1.761 D+)
La giornata comincia subito in salita. Nei primi 18 chilometri affrontiamo pendenze che raggiungono l’8%, mentre il caldo accompagna ogni pedalata. Man mano che ci lasciamo alle spalle la periferia di Tbilisi, il traffico si dirada e la strada si fa più tranquilla. Siamo ormai oltre i 1.400 metri di quota, ma la foschia provocata dal calore nasconde in parte il paesaggio circostante. Poco dopo Kojori, il percorso diventa piacevolmente ondulato, salite e discese si alternano con regolarità e i chilometri scorrono più rapidi. Lungo il tragitto troviamo senza difficoltà viveri e acqua. Manglisi ci accoglie con l’atmosfera quieta di un piccolo centro di montagna, dove non mancano guest house e negozi alimentari. Dopo aver preso possesso della stanza, usciamo per visitare la chiesa di Manglisi Sioni e concludere così la nostra prima giornata in bicicletta.
Pernotto Khedi Hotel ***** (consigliato)
9 agosto – Manglisi > Dashbashi Canyon > Tsalka (44 km/904 D+)
I primi 7 chilometri scorrono veloci in discesa, poi la strada s’impenna nei successivi 14 km, con una pendenza media del 6%. In prossimità del lago Gohnari, a quota 1.619 metri, il percorso torna piacevolmente ondulato. Un violento temporale ci costringe a fermarci, ma dura soltanto pochi minuti. Ripartiamo e, verso le 12:00, raggiungiamo il magnifico Dashbashi Canyon (da fare). Il costo è molto elevato rispetto agli standard georgiani (20 € a persona), ma con condizioni meteo favorevoli si tratta di una bella esperienza adrenalinica; è invece sconsigliata in caso di maltempo. Purtroppo, non ci lasciano parcheggiare le bici in prossimità della biglietteria, così le lasciamo sotto la tettoia del vicino ristorante. Nella zona è inoltre possibile fare escursioni in quad o a cavallo e provare altre attrazioni. Riprendiamo la strada e, in pochi minuti, arriviamo a Tsalka, appena in tempo per evitare un altro forte temporale.
10 agosto – Tsalka > Poka > Akhalkalaki (97Km/1142 D+)
Nei primi 17 km pianeggianti costeggiamo il Tsalka Green Lake a una quota media di 1.550 metri; poi, raggiunto l’abitato di Aiazmi, la strada s’impenna per 11 km fino al Chikiani (Tiklatashi) Pass (2.168 m). Siamo alle porte del magnifico altopiano dello Javakheti. Il vento soffia forte e il cielo è di un magnifico blu terso. Al km 30,6 imbocchiamo la deviazione sterrata che costeggia il lago Paravani in direzione di Akhali Khulgumo. Inizialmente il fondo è compatto, ma, superato l’abitato di Tambovka dopo circa 5 km, diventa molto accidentato fino a Vladimirovka, per un tratto di circa 17 km: la MTB è decisamente la scelta migliore. Nei circa 31 km da Tsalka a Poka non troviamo alcun negozio, quindi è bene portare scorte sufficienti di cibo e acqua. A Poka visitiamo il piccolo monastero di Santa Nino, una sosta piacevole, e finalmente possiamo pranzare. Da qui un lungo e gradevole falsopiano in discesa ci conduce fino ad Akhalkalaki. Lo sterrato si è rivelato piuttosto impegnativo; decidiamo quindi di seguire la strada asfaltata principale, più lunga di 17 km rispetto all’alternativa sterrata che passa da Abuli e Kartikami, ma più scorrevole e comunque poco trafficata.
11 agosto - Akhalkalaki > Vardzia > Khertvisi (49Km/400 D+)
Riprendiamo lo sterrato e pedaliamo per 25 km tra dolci saliscendi, immersi in una prateria sconfinata, dove l’erba ondeggia al vento e l’orizzonte sembra non avere confini. La pista attraversa un paesaggio solitario e luminoso, punteggiato qua e là da piccoli villaggi, fino a raggiungere Apnia. Qui termina l’altopiano dello Javakheti e, quasi all’improvviso, davanti a noi si apre il fondovalle: un ampio scenario di montagne e profonde vallate che lascia senza fiato. Comincia quindi una discesa tanto spettacolare quanto impegnativa: oltre 10 km su uno sterrato sconnesso e polveroso, con pendenze negative che superano anche il 10% e richiedono attenzione continua, fino al sito archeologico di Vardzia. Le antiche cavità scavate nella parete rocciosa appaiono poco a poco davanti a noi, rendendo l’arrivo ancora più suggestivo. Qui incontriamo un gruppo di AnM, con il quale condividiamo la visita guidata del complesso: un’esperienza affascinante e assolutamente imperdibile. Tornati in sella, percorriamo altri 17 km di falsopiano seguendo il fondovalle fino al piccolo villaggio di Khertvisi, dominato dall’imponente sagoma del suo castello. Decidiamo di visitarlo, ma l’ingresso si rivela evitabile: superate le mura, infatti, non c’è molto altro da vedere.
12 agosto – Khertvisi > Aspindza > Akhaltsikhe (46 Km/332 D+)
Oggi ci attende una tappa breve e veloce, con poco dislivello, perché sono molte le cose che vogliamo visitare. Alle 12:30, sotto un sole cocente, raggiungiamo Akhaltsikhe, dove pernotteremo nel bellissimo centro storico, ai piedi della fortezza di Rabati, che visitiamo subito. Alle 17:00 abbiamo appuntamento con un taxi privato per raggiungere il monastero di Sapara, una decina di chilometri fuori città. La strada sale tra curve e boschi sempre più fitti, fino a rivelare all’improvviso il complesso monastico, raccolto in una gola e protetto da alte pareti rocciose: non a caso il suo nome significa “riparato” o “nascosto”. L’atmosfera e la posizione isolata sono davvero affascinanti, ma la visita ci lascia un po’ delusi, possiamo entrare soltanto nella piccola chiesa e non ci è consentito fotografarne l’interno, dove la luce fioca lascia appena intravedere gli antichi affreschi. Riprendiamo il taxi al calare del sole, mentre le valli intorno a noi si tingono d’oro.
13 agosto – Akhaltsikhe > Abastumani > Sairme (73 Km/1485 D+)
Partiamo all’alba, oggi ci attende lo Zekari Pass, a 2.182 metri, e vogliamo raggiungerlo entro il primo pomeriggio, nella speranza di evitare i temporali in quota. Attraversiamo il bellissimo villaggio montano di Abastumani e, nei pressi dell’abitato di Saghrdze, dopo 22 chilometri, imbocchiamo la strada sterrata che ci condurrà nella regione dell’Imereti. La pista è sempre ampia e presenta un fondo compatto e ben pedalabile. Lo Zekari Pass, però, ci accoglie sotto un vero e proprio diluvio. Tra la foschia intravediamo un anziano, che ci invita a ripararci nella sua umile casetta di legno. Accendono la stufa e ci offrono pane, formaggio e miele, in quel momento non avremmo potuto desiderare nulla di meglio. Un improvviso spiraglio di sole ci regala per qualche istante paesaggi magnifici, ma la tregua dura poco. Riprendiamo la strada e, con essa, ricomincia anche la pioggia. Davanti a noi si stendono 26 chilometri di discesa, l’acqua scorre sullo sterrato formando rivoli e pozzanghere, le ruote sollevano spruzzi di fango e la foschia riduce il paesaggio a poche sagome indistinte. Procediamo con le mani serrate sui freni, evitando le pietre più viscide e le buche nascoste dall’acqua, mentre la pioggia ci sferza il viso e penetra lentamente attraverso ogni strato. A ogni curva speriamo di scorgere il fondovalle, ma la strada continua a scendere nel bosco, lucida e interminabile. Arriviamo infine a Sairme completamente fradici e coperti di fango. Fortunatamente non fa freddo e, una volta raggiunto l’albergo, possiamo finalmente lasciare le biciclette, cambiarci e asciugarci.
Note
Ad Abastumani non abbiamo visto la deviazione per l’osservatorio astronomico ed inoltre la cabinovia non è funzionante causa lavori di ammodernamento, pertanto non abbiamo potuto fare questa escursione ammesso che vi fosse tempo.
14 agosto – Sairme > Kutaisi (53km/286 D+)
La discesa prosegue e, con essa, ci lasciamo alle spalle il Piccolo Caucaso. All’altezza di Bagdati il paesaggio cambia gradualmente: le montagne si addolciscono in colline, mentre gli abeti cedono il posto ai campi coltivati e ai vigneti. È il segnale che la prima parte del nostro viaggio sta per concludersi. Poco dopo raggiungiamo Kutaisi, dove ci fermeremo per due notti.
15 agosto Kutaisi
È il nostro primo giorno di vero riposo, senza chilometri da percorrere né salite da affrontare. La sveglia resta finalmente silenziosa, ma l’abitudine delle partenze mattutine ha la meglio e ci ritroviamo comunque in piedi presto, pronti a scoprire Kutaisi con passo lento. La prima tappa è il Green Bazaar, un intricato susseguirsi di banchi colmi di frutta, verdura, spezie, formaggi e dolci tradizionali. Tra le corsie si mescolano il profumo intenso delle erbe aromatiche, i colori vivaci dei prodotti e il brusio delle contrattazioni: ancora una volta il mercato si conferma uno dei luoghi migliori per osservare da vicino la vita quotidiana e le abitudini locali (da fare). Attendiamo mezzogiorno, quando entra in servizio la storica funicolare. Le vecchie cabine ci sollevano lentamente sopra il fiume Rioni e i tetti della città, regalandoci per qualche minuto una prospettiva diversa su Kutaisi, prima di raggiungere il Besik Gabashvili Amusement Park. Ad accoglierci troviamo un parco d’altri tempi, immerso nel verde, con giostre dai colori accesi e attrazioni che conservano un inconfondibile fascino sovietico. A quest’ora, però, l’atmosfera è ancora sonnolenta e molte strutture sono ferme: per viverlo nel suo momento migliore conviene arrivare la sera, quando le luci si accendono, le giostre entrano in funzione e il parco si anima di famiglie e bambini. Nel pomeriggio prendiamo un taxi diretto al Monastero di Gelati (da fare). La strada lascia gradualmente la città e sale tra colline ricoperte di vegetazione, fino a raggiungere il complesso monastico. La chiesa principale è purtroppo avvolta dai teli del restauro e, all’interno, una fitta trama di ponteggi ne nasconde quasi completamente l’architettura e gli affreschi. La delusione iniziale viene però attenuata dall’incontro con una gentile signora che, costruendo con pazienza un curioso mosaico di parole inglesi, italiane e tedesche, ci racconta parte della storia del luogo. I suoi gesti e il suo entusiasmo riescono a restituire vita a ciò che i ponteggi ci impediscono di vedere, rendendo la visita inaspettatamente più interessante. Riprendiamo il taxi e raggiungiamo il Monastero di Motsameta (imperdibile), adagiato in una posizione spettacolare sopra una gola verde e profonda. Il complesso sembra sospeso tra le pareti boscose e il corso del fiume, in un silenzio che invita a fermarsi e contemplare il paesaggio. È uno dei luoghi più suggestivi visitati finora. Prima di rientrare ci attende un’ultima tappa: la Cattedrale di Bagrati. La sua sagoma imponente domina Kutaisi dall’alto della collina e, nella luce più morbida del tardo pomeriggio, le antiche pietre assumono sfumature calde. Da lassù lo sguardo abbraccia la città e le montagne circostanti: una conclusione solenne e perfetta per questa giornata trascorsa, lontano dalla bicicletta.
Da Tbilisi a Kutaisi abbiamo attraversato una Georgia sorprendentemente varia, dalle prime salite verso Manglisi agli altopiani ventosi dello Javakheti, dalle acque del lago Paravani alle vertiginose pareti di Vardzia, fino alle fortezze, ai monasteri e ai villaggi del Piccolo Caucaso. Sono stati giorni intensi, segnati dal caldo, dagli sterrati impegnativi e dai temporali, ma anche da panorami sconfinati e incontri inattesi, come l’ospitalità ricevuta sullo Zagari Pass. Con l’arrivo a Kutaisi si chiude una prima parte impegnativa e ricca di emozioni, che ci lascia stanchi ma già consapevoli di aver vissuto alcuni dei momenti più autentici del viaggio.
16 agosto – Kutaisi > Khoni (auto) > Zugdidi (82km/984D+)
Dalle informazioni raccolte, il percorso diretto da Kutaisi a Zugdidi risulta molto trafficato e poco interessante; è quindi consigliabile spingersi più a nord, verso le colline di Martvili. Poiché l’intera tappa avrebbe superato i 100 chilometri, decidiamo di prendere un taxi fino a Khoni per ridurre la distanza. Da qui riprendiamo le biciclette e ci dirigiamo verso le colline del Ledzadzame Park, percorrendo piacevoli strade sterrate. Nei pressi di Betlemi, però, la traccia si perde tra il bosco e i rovi più fitti, costringendoci a tornare sui nostri passi e ad allungare il percorso di oltre 8 chilometri. Solo in seguito scopriremo, grazie a Garmin, che ci separavano appena 300 metri dall’asfalto. Fa molto caldo, la temperatura supera i 30 °C e, anche una volta tornati sull’asfalto, l’avvicinamento a Zugdidi resta impegnativo per i continui saliscendi. Arriviamo in città intorno alle 16:00, giusto in tempo per visitare il Palazzo e il Museo Dadiani. La visita delle due palazzine è molto interessante sia per i diversi cimeli religiosi che per una delle sole 3 maschere funerarie di Napoleone (da fare).
17 agosto – Zugdidi > kortskheli > Khaisci (48Km/604D+)
Lasciamo Zugdidi con grande entusiasmo: finalmente ci dirigiamo verso l’Alta Svanezia e il Grande Caucaso. Ma il cielo sembra deciso a metterci alla prova. Poco dopo la partenza si scatena un temporale violento e ostinato, di quelli che cancellano l’orizzonte e trasformano ogni chilometro in una piccola battaglia. Dopo appena 11 chilometri, a Kortskheli, siamo già esausti e ci rifugiamo sotto la tettoia di un distributore, fissando la pioggia nella speranza di cogliere il minimo segnale di tregua. I minuti scorrono lenti, ma l’acqua continua a cadere senza sosta. Sconsolati, chiediamo al gestore di aiutarci a trovare un’auto che possa portarci fino a Khaisci. Bastano pochi minuti e, quasi dal nulla, compare una station wagon: carichiamo le biciclette sul portapacchi e partiamo. Con il trascorrere dei chilometri il temporale finalmente perde forza; superata Jvari, imbocchiamo la salita e, una volta raggiunta la deviazione per la diga di Enguri, la pioggia si arresta. Davanti a quei panorami magnifici torna subito la voglia di pedalare, chiediamo all’autista di scaricare biciclette e bagagli e ripartiamo, pur pagando l’intera somma concordata di 200 GEL. Per qualche chilometro ci sembra di aver vinto la nostra sfida contro il maltempo. Ma la tregua è soltanto un’illusione, a quattro chilometri da Khaisci il cielo si richiude e la pioggia torna a investirci. Non fa freddo, ma arriviamo alla guest house stanchi, bagnati e profondamente provati da una giornata in cui entusiasmo, frustrazione e meraviglia si sono alternati senza concederci respiro.
Guest House IA *** unica sistemazione accessibile in paese per custodire la bici
18 agosto – Khaisci > Mestia (68Km/1598D+)
Il cielo è limpido, ma il sole non è ancora riuscito a superare il profilo delle montagne. Una nebbiolina sottile avvolge la strada e addolcisce i contorni del paesaggio, regalando alla partenza un’atmosfera quasi sospesa. Davanti a noi si stendono 45 chilometri di salita continua, segnati da numerose frane che interrompono spesso il ritmo della pedalata. Con pazienza guadagniamo quota fino al valico di Hebudi, a 1.490 metri, poi la strada si distende in una successione di lievi discese e falsopiani. A Ienashi, finalmente, appare la prima torre svaneta, l’avevamo attesa a lungo e scorgerla davanti a noi ci fa sentire davvero entrati nel cuore dello Svaneti. Da qui proseguiamo lentamente verso Mestia, le cui torri cominciano a emergere in lontananza, una dopo l’altra, annunciando l’arrivo. Siamo a soli 11 chilometri dal confine Russo. La cittadina ci accoglie vivace, affollata e decisamente più turistica di quanto immaginassimo. Lasciati i bagagli in albergo, ci immergiamo subito nei suoi vicoli, curiosi di respirare l’atmosfera di questo luogo tanto desiderato.
Nota
Mestia è una cittadina molto bella e vivace dove si possono fare numerose escursioni, tra cui il vicino ghiacciaio oppure l’attraversata a piedi sino ad Ushguli.
19 agosto – Mestia > Ushguli (44Km/1295D+)
Per un momento siamo indecisi se fermarci a Mestia una seconda notte, ma il desiderio di vedere la mitica Ushguli ha presto la meglio. Un piacevole falsopiano ci conduce fino alla Torre dell’Amore; da qui la strada comincia a salire lentamente, facendosi largo tra una frana e l’altra. Poi, quasi all’improvviso, a 2.120 metri di altitudine, scorgiamo i villaggi di Ushguli. La vista ci lascia senza parole, le case di pietra e le antiche torri sembrano emergere da una favola, incastonate in un paesaggio grandioso. Qui tutto appare più naturale e genuino rispetto a Mestia, e siamo felici di poterci fermare per due notti. Al calare del sole passeggiamo tra le case di pietra, mentre le ultime luci accarezzano le torri e il silenzio avvolge lentamente il villaggio. Davanti a un caldo stufato di manzo ripensiamo alla strada percorsa e alla meraviglia dell’arrivo. In quel momento sentiamo di aver raggiunto non soltanto una meta a lungo desiderata, ma uno di quei luoghi capaci di restare dentro anche quando il viaggio sarà finito.
20 agosto – Ushguli > Shkhara Glacier > Ushguli (20Km/461D+)
Oggi niente sveglia. Ci concediamo una colazione lenta, con lo sguardo rivolto alla mole imponente dello Shkhara, tutti i suoi 5.068 metri si stagliano contro un cielo blu e terso, così limpido da mettere in risalto ogni cresta, canalone e piega della montagna. È uno spettacolo che invita a restare in silenzio, ma la giornata promette troppo per indugiare a lungo. Saliamo in bicicletta e percorriamo gli 8 chilometri che separano Ushguli dal punto di partenza del trekking verso il ghiacciaio Shkhara. Lasciamo le bici legate a un albero nei pressi del parcheggio e iniziamo a camminare lungo l’argine sinistro della morena. Il sentiero è abbastanza agevole e, in circa un’ora, raggiungiamo il fronte del ghiacciaio e il piccolo lago glaciale a 2.552 metri, un luogo imperdibile, dominato dalla parete grandiosa dello Shkhara. Ci fermiamo a lungo, assaporando ogni istante e cercando nuovi punti di vista; le fotografie non si contano, anche se nessuna sembra riuscire a restituire pienamente la vastità del paesaggio. Mangiamo il panino portato da valle e poi iniziamo con calma la discesa, voltandoci spesso per imprimere ancora una volta nella memoria quella visione. Mentre perdiamo quota il cielo si copre e le nubi finiscono per nascondere le cime, ma la pioggia ci risparmia. Tornati alle biciclette, ripercorriamo la valle fino a Ushguli e rientriamo in albergo con il cuore colmo di gioia, consapevoli di aver vissuto uno dei momenti più intensi dell’intero viaggio.
Nota
Salire assolutamente al ghiacciaio solo con meteo favorevole e la mattina perché nel pomeriggio è facile che si formino delle perturbazioni.
21 agosto – Ushguli > Passo di Zagari (2.620 mt) > Lentekhi (74Km/758D+)
È l’alba e il termometro segna appena 8 gradi. Il sole non ha ancora superato il profilo delle montagne e la strada, immersa nell’ombra, conserva tutto il freddo della notte. Attendiamo in silenzio che i primi raggi facciano capolino, quasi volessimo prolungare ancora un poco la magia di Ushguli prima di rimetterci in cammino. La salita comincia subito, ci separano dal valico soltanto 6 chilometri, ma li percorriamo con estrema lentezza, fermandoci spesso a contemplare un’ultima volta le montagne, i ghiacciai e gli spettacolari paesaggi che ci circondano. Ogni tornante sembra offrirci una prospettiva nuova e rende difficile distogliere lo sguardo. Raggiungiamo finalmente il Passo di Zagari, a 2.620 metri, ma non ci fermiamo, imbocchiamo la sterrata sulla sinistra e proseguiamo ancora per qualche centinaio di metri fino alla piccola chiesa. Da lassù i ghiacciai appaiono così vicini da sembrare quasi a portata di mano. Restiamo senza parole, avvolti dal silenzio e dalla vastità del Grande Caucaso. Nel profondo sentiamo che il viaggio potrebbe concludersi proprio qui, in questo luogo sospeso tra cielo e montagne. Ma la strada ci richiama, davanti a noi ci attende una lunghissima discesa tutta su asfalto di oltre 50 chilometri fino a Lentekhi e, più avanti, ancora molti chilometri prima di raggiungere Kutaisi e infine Tbilisi.
Hotel-Guesthouse Leksur ***** (consigliato)
22 agosto – Lentekhi > Tsageri > Kutaisi (92Km/882D+)
È il nostro ultimo giorno di pedalata e, fin dai primi metri, ogni cosa sembra avere un sapore diverso. La strada verso Kutaisi continua a scendere per altri 66 chilometri, ma questa volta non abbiamo fretta, sappiamo che ogni curva, ogni villaggio attraversato e ogni colpo di pedale ci stanno avvicinando alla fine del viaggio. Scivoliamo lungo il fondovalle mentre il Grande Caucaso si allontana lentamente alle nostre spalle, e insieme alla soddisfazione cresce una sottile malinconia. Al 53° chilometro, proprio quando immaginiamo che la strada voglia accompagnarci dolcemente fino all’arrivo, ci attende un ultimo colpo di coda, una salita di circa 3 chilometri, con pendenze che raggiungono la doppia cifra. Le frane hanno cancellato l’asfalto, lasciando uno sterrato sconnesso e polveroso. Le gambe sono stanche, ma ormai non possono arrendersi; affrontiamo quella rampa come l’ultima prova di un viaggio che ci ha chiesto tanto e ci ha restituito ancora di più. Quando finalmente scolliniamo, la strada torna a scendere e il paesaggio cambia davanti ai nostri occhi. Le montagne si abbassano fino a diventare colline, le valli si aprono in vaste pianure e l’orizzonte, un tempo chiuso tra pareti di roccia e ghiacciai, si fa improvvisamente ampio e luminoso. Poi, ancora lontana ma inconfondibile, compare la ruota panoramica di Kutaisi. La riconosciamo nello stesso istante e per qualche secondo non diciamo nulla. Non serve, quel profilo basta a dirci che ce l’abbiamo fatta. Gli ultimi chilometri scorrono tra sorrisi, ricordi e immagini che riaffiorano una dopo l’altra, gli altopiani battuti dal vento, i temporali, gli sterrati interminabili, l’ospitalità inattesa, le torri dello Svaneti e i ghiacciai del Grande Caucaso. Entrare a Kutaisi significa arrivare alla meta, ma anche accettare che la nostra avventura in bicicletta finisca qui. Non abbiamo abbastanza giorni per percorrere anche i circa 200 chilometri che ci separano da Tbilisi e per domani abbiamo prenotato un taxi. È una decisione inevitabile, accompagnata da un piccolo rimpianto, ma mentre scendiamo dalle biciclette prevalgono l’orgoglio e la gratitudine. Siamo stanchi, impolverati e felici, la strada termina, ma ciò che abbiamo vissuto continuerà a pedalare dentro di noi ancora a lungo.
23 agosto – Kutaisi > Tbilisi (taxi)
Con una calma ormai rassegnata prepariamo le borse e sistemiamo le biciclette sul taxi. Dopo tanti giorni, trascorsi a misurare le distanze in chilometri, salite e colpi di pedale, partire senza metterci in sella ci lascia una sensazione insolita, quasi un vuoto. La strada verso Tbilisi, però, ci riserva ancora un’ultima giornata intensa. La prima sosta è a Katskhi, dove visitiamo il magnifico monastero, un luogo davvero imperdibile, capace di sorprenderci per la sua posizione e la sua atmosfera raccolta. Proseguiamo poi verso Gori per il Museo di Stalin, una visita interessante e certamente da inserire nell’itinerario, infine Mtskheta, antica capitale della Georgia e ultima tappa del nostro lungo rientro. Anche se questa volta il paesaggio scorre dietro i finestrini, la giornata si rivela comunque densa di luoghi, immagini e sensazioni. Arriviamo a Tbilisi nel tardo pomeriggio, riconsegniamo la e-bike di Emily e preparo la mia bici per il rientro, idealmente il cerchio del viaggio si chiude, ma dentro di noi continuano a scorrere le strade, le montagne e i ricordi di un’avventura che sarà difficile dimenticare.
Sunny Hotel Tbilisi ***
24 agosto – Tbilisi
Oggi la sveglia non suona e, per la prima volta dopo tanti giorni, il tempo sembra non avere più alcuna importanza. Facciamo colazione senza fretta, assaporando la libertà di una giornata priva di chilometri, dislivelli e orari da rispettare. Poi prendiamo la funivia che sale verso la statua di Kartlis Deda, la Madre della Georgia, e il Castello di Narikala, purtroppo non visitabile. A dire il vero, nelle condizioni attuali, l’escursione può essere evitata, anche il sentiero che scende a piedi verso Abanotubani è chiuso per lavori e siamo quindi costretti a tornare a valle con la stessa funivia. Una volta scesi, raggiungiamo il quartiere di Abanotubani, dove le cupole in mattoni dei celebri bagni sulfurei emergono tra vicoli, balconi e antiche facciate. Da qui ci lasciamo guidare senza fretta dalle strade del centro storico, finalmente liberi di camminare senza una meta precisa e di osservare dettagli che, durante il viaggio in bicicletta, sarebbero scivolati via troppo rapidamente. Attraversiamo piazze animate e viuzze cariche di storia fino a raggiungere la sorprendente Torre dell’Orologio, una costruzione fiabesca, storta e colorata, che sembra uscita dalla fantasia di un illustratore.
25 agosto – Tbilisi > Aeroporto
Dopo colazione contrattiamo con un tassista il passaggio fino alle Cronache della Georgia, l’ultima visita del nostro viaggio. A circa 15 chilometri da Tbilisi, sulla sommità del monte Keeni, si innalza questo maestoso monumento in bronzo, una successione di enormi colonne scolpite che, viste dal basso, sembrano voler raggiungere il cielo. Camminare tra quelle figure imponenti, affacciati sulla città e sul grande bacino sottostante, ci regala ancora una volta una sensazione di meraviglia. È un luogo solenne e spettacolare, assolutamente imperdibile, quasi un ultimo saluto della Georgia prima della partenza. Rientrati in città, ci dedichiamo agli ultimi acquisti e ai preparativi, controllando borse e bagagli con gesti ormai automatici. Alle 15 raggiungiamo l’aeroporto. Questa volta non ci sono altre strade da percorrere né nuove salite dietro l’orizzonte, soltanto il volo di ritorno e quella sottile malinconia che accompagna la fine di ogni grande viaggio. Lasciamo Tbilisi stanchi e felici, portando con noi molto più di ciò che riusciremo a chiudere nelle valigie.
Ora che la strada è finita, ci accorgiamo che questo viaggio non può essere racchiuso soltanto nei chilometri percorsi, nei dislivelli superati o nei luoghi segnati sulla mappa. Resta nei silenzi degli altopiani dello Javakheti, nel rumore della pioggia sugli sterrati, nelle torri di Ushguli illuminate dall’ultima luce e nello Shkhara che domina immobile la valle. Resta nella fatica delle salite, nelle mani strette sui freni, nell’ospitalità inattesa di chi ci ha offerto un riparo e nella meraviglia provata davanti a paesaggi che sembravano non avere confini. Siamo partiti da Tbilisi con le biciclette cariche di borse e aspettative; vi facciamo ritorno stanchi, impolverati e diversi. La Georgia ci ha messo alla prova, ci ha sorpreso e ci ha accolto, regalandoci molto più di quanto fossimo venuti a cercare. Le biciclette ora sono ferme e il viaggio è terminato, ma sappiamo che basteranno una fotografia, il profumo della pioggia o il ricordo di una strada tra le montagne per riportarci laggiù. Perché alcuni viaggi finiscono all’aeroporto; altri, invece, continuano a pedalare dentro di noi.
Lasciamo questa ultima foto quale ricordo che più di ogni altro sentimento racchiuderà i ns ricordi