BANDE DI IGNOTI


Nelle zone di un certo tipo, come quella in cui stavamo noi, avere un parente stretto che fosse un mezzo sballone era un classico. Motorini con adesivi, qualche pecciottata kitsch attaccata in giro, il fumare, un certo tipo di abbigliamento, certe discoteche e certi vinili con musica che era tipica di quella linea. La quintessenza di uno stereotipo, che mi garbava pure, e che io, nella mia ingenuità di quegli anni, come mi accadeva per altre cose, credevo si trattasse di un aspetto delle persone che non si sarebbe mai estinto. Lui abitava nella casetta poco più avanti nel perimetro, finita anch'essa sotto i ferri edilizi durante i restauri. L'aveva in parte costruita suo padre, in parte quasi completata lui. I suoi stavano sotto. Lui al piano di sopra. Avevano lasciato incompiuta una sezione del retro, con dei mattoni rimasti così, a vista, per decenni. Ci aveva aggiunto un telo di plastica verde che tutti guardavano nel passarci ma che nessuno nominava più. Una cosa provvisoria, rimasta provvisorie per decenni. Sotto ci facevano il nido le vespe. La sua stanza la chiamava laboratorio, che mio padre, ironizzando, associava a un laboratorio di una certa chimica. Era una stanza con un tavolo grande pieno di roba elettronica, cavi, scatole di metallo con manopole e spie luminose, quaderni caotici e altri rottami che non avevo mai decifrato completamente nel tipo di utilità. Non mi ero stupita che lui e Jerry si trovassero volentieri per delle chiacchierate tra quei dispositivi, perché la passione per incasinare stanze con cose tecnologiche l'avevano entrambi. Andavo a farci un saluto a volte nel fine settimana, la sera, quando la mia casa era entrata nella sua modalità tipica serale. Aveva il CB lui, che era un apparecchio radio, riceveva e trasmetteva, con una fila di tasti nella parte bassa, un display con i canali e le frequenze, e richiedeva, per funzionare bene, un'antenna esterna che lui aveva montato sul balcone. Mi parlava di spettro radio, di megahertz, e faceva sempre una certa faccia quando arrivava a parlare dei canali senza licenza. La notte, da casa mia, sentivo voci. Mi attiravano. Per questo avevo iniziato a curiosare da lui. Presenze sonore strane. I primi tempi avevo pensato a un macchinario per comunicare con i suoi amici. Poi ho scoperto che era qualcosa di più. Uno dei canali era pure riservato alle emergenze, almeno in teoria. C'era un canale dei camionisti, con un traffico di innumerevoli voci, poi i saluti tra persone che non si sono probabilmente mai incontrate di persona nella vita ma che si conoscevano per voce da anni. C'era un canale di uso generale, in cui si trovavano conversazioni di ogni tipo; radioamatori solitari parlavano forse senza aspettarsi nemmeno una risposta. Certe voci si cercavano tra loro e non sempre ci riuscivano, e partivano le bestemmie, uno degli aspetti più divertenti da ascoltare. La prima volta che sono andata da lui per il motivo del CB, sono rimasta minuti a vederlo organizzarsi per la nottata in ascolto. Si udiva un fruscio continuo, e dentro quel fruscio a volte emergevano voci senza preavviso che mi spaventavano. Lui sapeva interpretare anche il fruscio, competenza credo su anni di ascolto ripetuto. Mi spiegava mentre orientava l'antenna sul balcone, ma con un linguaggio tecnico che capivo a tratti, o non capivo affatto. Voci vive nella notte fonda, in tempo reale, provenienti da posti che chissà mai. I canali vuoti avevano una qualità diversa dai canali occupati. Un canale vuoto aveva un fruscio quasi uniforme. Mentre certi canali su cui stava per arrivare qualcosa producevano un fruscio diverso che spesso precedeva di uno o due secondi la voce in arrivo da chissà dove. Voci di persone che forse non sempre sapevano di essere ascoltate potenzialmente da chiunque. Oppure frammenti di conversazione che arrivavano senza inizio e finivano senza conclusione, o voci singole che sembravano stare parlando col nulla. Non ho mai saputo con certezza cosa fossero alcuni dialoghi. Si stabiliva il contatto con un colpo di voce sul canale generale. Qualcuno rispondeva, o non rispondeva. Una sera avevo provato anch'io, per gioco, convinta che il gesto rimanesse sospeso nel caos de frequenze e fruscii. Qualcuno aveva risposto. Non aveva detto nulla di esplicito, nulla di identificabile. Ma aveva fatto domande che non sembravano casuali. L'apparecchio rimaneva acceso anche quando non si stava ascoltando, quando si parlava d'altro o si beveva del vino. Quella presenza sonora di fondo era parte dell'atmosfera della stanza. Si notava molto la sua assenza quando lui spegneva tutto. Da adulta, quelle notti le ho portate tutte via con me, nella mia mente.