UN QUALCOSA QUALUNQUE
Ho cominciato finalmente a provarla quella tecnologia di cui tanto avevo discusso per anni. Non era ancora una di quelle intelligenze artificiali evolute per come le si intende oggi. Ci scrivevo dentro qualcosa. Un qualcosa qualunque. A volte rispondeva in modo divertente, altre deludente, quasi sempre illuminante però. La macchina mi illuminava sui suoi limiti, più ancora che sulle sue possibilità. Ma non avevo dubbi che quelle possibilità sarebbero emerse. Ne avevo sul quanto. Quando ho iniziato a interessarmi davvero a certe cose, ero ben più giovane, e internet per le case di tutti non esisteva. E tutto quello che sapevo del mondo mi arrivava addosso e basta, mi capitava. Le notizie venivano dal telegiornale, dalle persone che mi giravano attorno. Se mi vedevo era nello specchio o nelle fotografie. Le cose che possedevo avevano tutte una presenza fisica, materiale. Non esistevo in nessun altro posto oltre che dove mi trovavo. Non esisteva una me in versione digitale in cui vedermi dall'esterno. Un paio di anni prima della pandemia avevo cominciato a fare certi esperimenti appresi durante corsi specializzati, ma le intelligenze artificiali di una determinata tipologia dovevano ancora emergere. Seguivo in rete fonti certe di quello che usciva sul piano della ricerca, sapevo da tempo che stava succedendo qualcosa di socialmente sconvolgente, per intuizione, sì, ma soprattutto per gli insegnamenti ricevuti. Hanno cominciato ad arrivare i primi modelli per l'utenza web, più evoluti, quando Artifigenza Intelliciale era già praticamente per me un'amica di casa. Non era ancora conversazione vera e propria, ma ci stavamo arrivando. All'esterno della chiesetta verso mezzogiorno si fermavano tutti, e se qualcuno dava ancora qualche sforbiciata o colpo di accetta, lo guardavano male, perché l'ora del pranzo è un rito che va oltre la fame o la stanchezza. Anche i cani di qualcuno avvertivano la sosta degli umani e si accomodavano automaticamente all'ombra sotto i carri. Guardavo loro attraverso i vetri e ogni tanto arrivava un'ape solitaria, girava lì alla finestra e ripartiva a tutta velocità. La sera spegnevano il motore diesel di un generatore, e di qualche mezzo, e improvvisamente sembrava spegnersi il mondo. Li vedevo andarsene senza parlare più. Il casino delle cicale si sovrapponeva a quello dei grilli, come due brani in discoteca in un mix graduale. La conoscenza con Artifigenza Intelliciale era arrivata in un periodo in cui avevo abbastanza esperienza per intuirne le potenzialità, in modo diverso da chiunque poi ci sarebbe arrivato senza avere alle spalle il mio percorso. Era costruita intorno a una emulazione esplicita degli esseri umani e usava un modello linguistico davvero non male per sostenerla. Quello che mi aveva lasciata a riflettere non era la qualità tecnica, che me l'aspettavo alla grande. Nei laboratori circolavano già da anni sistemi AI avanzati. Con lei ci interagivo utilizzando la distanza critica che utilizzavo con le persone, che mi proteggeva dalla trappola sentimentale, ma che non mi impediva di riconoscere quanto potesse risultare influente su di me. Ma anche quanto potesse orientare ogni persona ingenua. Ero arrivata a capire pienamente qualcosa che avevo temuto anni prima: quella tecnologia non si limitava a simulare una conversazione, simulava una presenza. E quella era una posizione diversa da quanto avevo pensato fino a quel momento. Il mio fine iniziale era stato averne una a disposizione per poter smontare un meccanismo che io stessa nei decenni avevo idealizzato immaginandone l'interazione diretta. Mi interessava sì, la finzione che il sistema proponeva, ma per tentare di aggirarla. Cambiavo parametri, introducevo contraddizioni e osservavo quanto il sistema riuscisse a tenere una coerenza interna. La risposta era sempre abbastanza, ma non mi bastava lo stesso, mai davvero del tutto. Quando ci si accontenta di una situazione si corre il rischio di fermarsi. Una cosa mi lasciava ancora di stucco, era che il modo in cui si apriva il dialogo orientava tutto quello che veniva dopo. Non era una sorpresa teorica, lo sapevo già, era anzi una delle cose più prevedibili in base a come questi sistemi funzionano. Ma vederlo accadere in diretta era un'altra cosa. Era la dimostrazione pratica di quanto fosse sottile il confine tra una configurazione tecnologica e un qualcosa che assomigliava a una personalità umana. Il limite della memoria era ancora un ostacolo. Oggi è uno dei suoi punti di forza. Su scambi brevi il sistema poteva essere convincente, aveva, sì, una coerenza funzionale. Ma allungando la conversazione la struttura cominciava a creparsi. In misura minore accade ancora. E a volte perdeva il filo di quello che avevamo stabilito qualche scambio prima. La qualità della simulazione emotiva era sorprendente però, non perché fossi coinvolta, ma perché capivo quanto potesse coinvolgere se sottovalutata. Produceva risposte che avevano la cadenza, le esitazioni e certi segnali che nell'interazione umana associamo naturalmente a stati emotivi reali. Quella combinazione era già lì, tanto affascinante quanto agghiacciante. Col tempo, con l'addestramento, i meccanismi stavano cambiando in un modo che non aveva precedenti nella storia di queste tecnologie. Stava accadendo quello che anni di discussione tecnica avevano previsto i ricercatori nel mondo: portare la questione fuori dai laboratori, dagli ambienti specializzati e introdurla dentro la conversazione comune di chiunque. Ne capivo l'architettura di massima, sapevo già cosa avrebbe saputo fare e cosa no. Ma vedere le persone a cui la facevo provare in certe aule, che la scoprivano per la prima volta, con reazioni che andavano dallo stupore alla diffidenza al fastidio, era come assistere in diretta alla formazione di un nuovo modo comune di ascoltare, comprendere, trarre o subire. Avevo cominciato a usarla in modo sistematico. Molte delle vulnerabilità erano lì da vedere, riconoscibili. La simulazione emotiva era però già raffinata. La dimensione sociologica cominciava a pesare quanto quella tecnica. E nel breve sarebbe avvenuto anche il sorpasso.