TECNOLOGIA SOMMERSA
Studiavo, ero al liceo, ma forse anche prima. Il parcheggio destinato ai visitatori casuali era l'unica area con la ghiaia a terra. Era stata una pessima idea di qualcuno di casa. Pneumatici delle automobili in arrivo la pressavano generando uno scoppiettio, ma non potente come quando arrivava un trattore. Mio padre accoglieva gli ospiti, mio fratello faceva da vice e si muoveva con sicurezza, mentre qualche parente si univa al loro giro per dare una mano o semplicemente per compagnia. Io mi accodavo, ma non sempre. C'è stata per un periodo anche una grande pozza sul fondo di una linea di viti, tra le ultime, quelle due o tre da sempre trascurate che fanno più da confine che da altro. Una pozza quasi circolare dovuta a non ricordo cosa. A memoria era una ventina di metri di diametro, un po' nascosta. Poi è scomparsa negli anni successivi. Un giorno sono tornata lì a trovare il contesto e non c'era più. Si trovava a ridosso dell'ultima linea del fosso intelligente a noi utile, ma separata. L'acqua era scura, nei giorni nuvolosi quasi nera. Rifletteva due alberi vicini con alcuni rami pesanti che toccavano la superficie. Un anno in particolare la pozza si era espansa. L'acqua aveva invaso il terreno intorno, che si era fatto molle, traditore. Un albero era sceso, non di colpo. Il suolo probabilmente aveva perso la sua tenacia attorno alle radici, senza tempesta né vento, si era adagiato di suo. Un arrendersi lento, durato qualche giornata. Fino a quando si era steso sull'acqua. Sembrava voler dormire. Era rimasto lì, mezzo sommerso e mezzo esposto. Con il passare dei mesi, uno dei suoi rami più robusti aveva iniziato a crescere in verticale, verso l'alto. Era come se avesse deciso di diventare lui il nuovo fusto ufficiale. Non so quanto tempo ci ho messo a notarlo davvero. Andavo spesso lì, soprattutto verso sera, a osservare le rane anche, ma le zanzare mi impedivano di godermi la serenità della scena. A quei tempi non sapevo niente del perché di quel ramo così ribelle. Lo avrei capito tempo dopo, nel solito modo, leggendo. Poi l'acqua era scomparsa. L'albero era divenuto legna per il camino. Durante i giri con i visitatori imparavo senza chiedere. Mi segnavo nella memoria i commenti degli ospiti, confrontavo le loro parole con quello che stavano osservando e valutando da vicino. Ogni tanto si voltavano tutti di colpo a guardarmi. C'era chi a un certo punto, vedendomi lì attorno, chiedeva qualcosa su di me a mio padre, e lui rispondeva mentre mi guardava, mentre mi guardavano. Anche se non sentivo le parole, intuivo. Se durante la visita serviva improvvisamente qualcosa, una data da controllare, un oggetto dimenticato, un quaderno per annotare, mi mandavano in casa a recuperarlo o a chiedere a mia madre. Partivo di corsa, come se mi avessero affidato chissà quale missione. I colori dei filari in estate erano di un verde intenso, quasi elettrico a volte. Un colore che non a caso utilizzo io stessa spesso per l'abbigliamento e certi accessori, e una volta, in una situazione molto particolare, e che ovviamente al momento mi sfugge, mi sono pure tinta i capelli di verde. In autunno invece i filari si facevano gialli, rossi, arancioni anche. In inverno invece, al solito, linee scure, spesso con lo sfondo grigio o bianco di nebbia. Alcune viti nella nebbia sembravano scheletri disegnati a matita su fogli opaco. In primavera si tornava ai verdi, e a dei fiori vari, spontanei e pure a certi dei soliti insetti. Oltre ai filari e alla pozza, vicino al fosso intelligente e intorno a certi tronchi, venivano su dei funghi di tipi diversi. Li osservavo con curiosità ma anche con un certo timore, perché mi avevano insegnato presto a non toccarli tutti, perché alcuni potevano essere buoni e altri no. Se alcuni visitatori arrivavano con un cane, veniva loro consigliato di tenerlo al guinzaglio, anche appunto per via di certi funghi. Quello che non sapevo allora, e che ho capito molto dopo, è che quei funghi erano la parte visibile di qualcosa di molto più esteso e invisibile, definiamoli, per semplificare al massimo, filamenti sottilissimi che si sviluppano sotto il terreno e connettono tra loro piante e organismi. Una rete di comunicazione che esiste da centinaia di milioni di anni. Oggi studio anche queste reti come modelli per i sistemi artificiali. Non nel senso che tratto i funghi come hardware, ma nel senso che la logica con cui quei filamenti distribuiscono informazioni, anche elettriche, assomiglia, aggiungerei in modo quasi inquietante, alla logica con cui certi sistemi artificiali costruiscono connessioni. La natura ha già prodotto cose in un lontano passato che somigliano a cose del futuro.