L'ORLO DI UN SACCO


Nata e cresciuta in un paese della provincia, la città non la conoscevo ancora. Si avvertiva, ovunque, una libertà nelle scelte personali. Mentre nei decenni successivi la soglia di libertà personale ha condotto spesso la gente a dei conflitti, la libertà personale di quegli anni sapeva sempre di funzionale. Ci si scambiava il pensiero in un baratto quotidiano in cui tutto sembrava poter coincidere al resto e senza infastidire nessuno. Non è che tutti ci si amasse, ma si era simili nel mirare, nel possibile, a quel modello del godersi la vita. Erano anni in cui, se si rispettava la legge, era permesso praticamente tutto, giorno o notte che fosse. E non c’era alcuna traccia, se non in chi era di un ramo specifico, di percezione di quanto il mondo sarebbe cambiato di lì a breve. Si era tutti sull'orlo di un sacco di cose. E c'era anche l'illusione che la vita sarebbe sempre stata così. Alcune questioni in arrivo, non venivano contemplate, internet tra tutte. Del liceo ricordo il metodo di studio più che le nozioni, una ginnastica mentale che mi porto dietro ancora adesso. C'era un uomo che puliva le aule e le scale. Non è che non volesse parlare, ma non parlava mai per primo, come se celasse una tregua tutta sua col mondo. Quel dettaglio mi è rimasto addosso. Non lo ricordo perché stava in quel luogo quotidianamente, ma perché ho assimilato quella sua soglia di silenzio, l'ho fatta mia. A volte, mentre passava il pavimento, mi avvicinavo e lo fissavo per costringerlo a iniziare a parlare, una sfida muta tra il mio gioco e la sua attesa. Lo sapeva che volevo ascoltarlo parlare per primo, glielo avevo detto, e per quello ogni volta tratteneva a stento il sorriso. Studiare è utile, insegna inoltre, oltre le nozioni d’ambito che si assimilano, a come imparare, e mi interessava e mi serviva, ma avevo la sensazione di imparare molte cose che non mi sarebbero mai più servite a nulla nella vita. Una sorta di zavorra intellettuale. E poi sentivo che esisteva anche altro, ma che non l'avrei mai trovato tra quelle mura. Fuori passavano motorini, colonna sonora di pomeriggi identici. Avevo conosciuto una persona sulle scale del teatro, sul corso principale della città. Poche parole, in due o tre occasioni, incontri flash, e poi, senza una causa particolare, senza un motivo logico, ha iniziato a comparire nei miei sogni nel sonno con una frequenza che definire anomala è poco. Un mattino c'è stato un tentativo di interruzione delle lezioni, simbolica, in un'aula. L'uomo che non parlava mai per primo è rimasto in silenzio anche in quel caso, immobile col suo straccio, anche dopo essere stato interpellato. In verità qualche parola da solo la faceva, borbottava tra sé, e sembrava filosofeggiare su spugne, stracci, aloni. Aveva in mano una confezione che perdeva gocce di detersivo, ma se ne era dimenticato, in quel suo mondo parallelo. Fuori, motorini parcheggiati, incastrati, appoggiati uno all'altro. Marmitte che facevano un rumore inaccettabile. Non sarei mai uscita con qualcuno con un motorino chiassoso. Dopo le lezioni si andava nei bar, rifugi di fumo e prime libertà. Minorenni con alcolici e sigarette senza troppi problemi. I divieti esistevano, ma tanti baristi erano tolleranti, a condizione che non si eccedesse. Era già un eccesso, a guardarlo bene, ma contestualizzato a quegli anni oggi fa sorridere se qualcuno se ne stupisce. Durante il restauro precedente alla pandemia ho recuperato alcuni diari, polvere e fogli ingialliti. Dentro c'erano infatuazioni temporanee, molte più di quante ne ricordassi, un catalogo di batticuori poi svaniti. Si viveva senza permanenza digitale, dove se perdevo un quaderno, perdevo per sempre delle memorie, nel cartaceo il backup andava fatto a mano. Rileggendo quelle pagine con gli occhi di adesso, trovo date che all’apparenza sembrano nemmeno coincidere con gli anni a cui associo a mente certi eventi, come se la memoria interna avesse rimescolato il mazzo e dato nuove carte. E ricordo emozioni con un'intensità che oggi non potrei considerare nemmeno per ironia. Un ragazzo, dico ironicamente, era un poeta, o almeno ci provava a modo suo, mi parlava di pneumatici e aderenza, e mi ricordava l’importanza del rapporto tra automobile e asfalto in pochi millimetri di materiale. Il dialogo mi annoiava ma quell’osservazione l’avevo negli anni convertita in una metafora perfetta verso le mie storie con i ragazzi. La mia attenzione si era spostata poi su un quartiere cittadino che a volte visitavo dopo il liceo e prima di andare alla fermata del pullman. Un binario con l’idea di deragliare. Non era lontano, appena oltre il confine visibile delle piazze principali, quelle della città bene. La città che precedentemente avevo conosciuto io, quella rassicurante e quadrata, finiva lì. E da lì, cominciava qualcosa di indefinito. Case posizionate in modo irregolare, sghembe, alcune chiuse con assi di legno. Dentro certi portoni, serie di cassette postali distrutte e cognomi scritti molto prima dell'abbandono. Tende di ragnatele in un magazzino di rottami dalla serranda sfondata. Quella mia necessità di infilarmi nei vicoli ciechi, aveva la stessa identica struttura dei miei studi e delle mie infatuazioni, un'attrazione per l’imprevisto. Spesso, per arrivare a qualcosa di veramente interessante, mi servivo di drastiche derive. Smantellavo le mie stesse regole.