NOTIFICHE DALLA TUTELA
Il mio primo computer fisso l'ho preso negli anni Novanta. Ingombrante e rumoroso, più simile a un elettrodomestico meccanico che a uno strumento per operazioni matematiche o cognitive. Era un oggetto massiccio che non avevo ancora posizionato alla scrivania ma tenevo in sala da pranzo. Il programma di scrittura era limitato e semplice, ma sufficiente per archiviare sul computer bozze e testi interi, salvati in cartelle improvvisate che si accumulavano. Davo titoli d'istinto, parole che dimenticavo. Scrivevo dopo cena, spostando piatti e bicchieri per far posto alla tastiera. Scrivevo velocemente, sbagliavo lettere, notavo gli errori in tempo reale ma non tornavo indietro per correggerli. I primi assistenti digitali non distinguevano l'errore dalla scelta intenzionale. Stavo scrivendo anche il giorno in cui, nella chiesetta, ho ricevuto una telefonata inaspettata. Il numero non era in rubrica, ma la sequenza di cifre non mi era affatto nuova. L'uomo che mi chiamava era un lavorante stagionale da anni, una figura insieme inquietante e affidabile. Era stato incaricato di controllarmi la notte, dall'esterno. Ero sola lì, a poche decine di metri da casa, ma qualcuno restava costantemente preoccupato. Insomma, svelato il mistero: la misteriosa presenza che a volte intuivo la notte, e le notifiche che a volte udivo, provenivano dal suo cellulare. I primi tempi in casa non avevano voluto ammetterlo. Lui controllava anche il portone e la finestra. Senza distrazioni burocratiche, senza impegni extra. Ho avuto modo di portare l'attenzione a livelli che solamente in era pre-internet, tanti anni prima, avevo potuto raggiungere.