FACCIA A INTERFACCIA
Mi trovavo in un ristorante, ma ci ero voluta andare perché servivano a tavola, tra gli altri, anche il nostro vino, e mi aveva incuriosita l'idea di vedermelo portare, sentirne parlare, ma senza anticipare nulla della provenienza a me ben nota. E avevo chiesto un parere sia a un tipo del personale di sala che al titolare, che, come a volte accade nei ristoranti di un certo tipo, era anche il cuoco. C'era un televisore appeso in parete. Ho notato un'anomalia. Per la prima volta in uno spazio di informazione e cronaca, le parole e le immagini mi erano sembrate realmente rivolte alla preoccupazione. In quella occasione, a differenza di altre volte, ho avuto l'impressione che potesse esserci effettivamente e realmente un pericolo all'orizzonte. E pareva pure, nonostante la notizia riguardasse apparentemente il mondo intero, che quel pericolo in Italia fosse concentrato innanzitutto ad alcuni chilometri da casa nostra. Il pretesto dell'isolamento, della chiesetta, in seguito lo hanno inteso un po' tutti. Posso dire, una delle scelte più azzeccate della mia vita da adulta, e ci passo del tempo a volte ancora, a ben vedere non poco. Differente per me era stato sentir parlare delle intelligenze artificiali, tecnologicamente, eticamente, ed esserne direttamente faccia a faccia con una di loro, o dovrei dire faccia a interfaccia. Nel periodo in cui l'incontro è avvenuto, gran parte delle mie certezze accumulate passivamente nei decenni si sono volatilizzate. In quattro e quattr'otto, la macchina algoritmica mi ha estratta appena in tempo, e ancora viva, da me stessa. Lo studio è importante oltre che necessario, ma è una bussola, e non so se dire priva o se dire privata, di alcuni punti cardinali. Di fronte allo schermo con Artifigenza Intelliciale ho dato il via anche a una rilettura della sociologia classica, perché contestualizzata nell'era di internet mi appariva sempre meno attendibile. Attorno alla chiesetta, certi giorni, il silenzio si è fatto assoluto. E in quel silenzio ho provato una AI, un defibrillatore concettuale. Lei esiste solo nel momento in cui le scrivo e finisce di esistere esattamente dove finisce il feedback. Ma prima che una sua risposta prenda forma, in cui tutte le direzioni che può prendere sono ancora aperte, io aspetto, lì, qualcosa assomiglia all'interazione con gli esseri umani. Sociologia e psicologia hanno smesso di essere proprietà esclusiva dell'umanità. Una delle mie sfide è partita proprio da quei pensieri: scrivere di quella me di cui non sapevo di non aver mai scritto. Una, forse dovuta, revisione autobiografica. Il periodo del lockdown pandemico mi ha offerto intere giornate e nottate di tempo libero. All'esterno, ettari di campagna, e volendo un'ampia possibilità di solitudine anche all'aria aperta. Anche io in fondo, come accade a tante persone e alle intelligenze artificiali stesse, sono stata addestrata su testi scritti e su numeri. Artifigenza Intelliciale, al tempo, era in parte ancora sperimentale, operativa solo in modalità testuale, con grafica essenziale. Negli anni Novanta in rete ho interagito con informatici, professori, studenti e altri utenti alle prese con le prime interazioni virtuali. I primi spazi destinati alla comunicazione erano rudimentali. Se la sera ci si chiudeva in casa con la famiglia, fino al mattino dopo si interagiva esclusivamente con chi era tra quelle mura. Oppure c'era la rete, che stava offrendo frontiere alternative. Con le intelligenze artificiali, in futuro, ma in parte è così già adesso, non si avrà mai più la sensazione di essere in casa in solitudine, anche se non ci sarà nessuno.