FOSSI INTELLIGENTI
A notte fonda ho avuto il pensiero di qualcuno lì fuori dalla chiesetta. Per un dettaglio in particolare ho escluso il vento o il passaggio di animali. Ma niente quello, poi a distanza ho notato la luce di un display in movimento, in evidente allontanamento. Chiamando casa il mattino, nessuno si è rivelato al corrente di possibili iniziative notturne. Una delle prime albe mi sono sentita come se il sogno appena terminato mi avesse affidato un dettaglio operativo. La videocamera mi stava ancora riprendendo, come da impostazioni. Ho deciso, per gioco, di proseguire la trama onirica anche da sveglia, andando a controllare il fosso. Pochi passi. Non mi ci avvicinavo da anni, pur avendolo sempre avuto lì a tiro. Da ragazzina mi ci buttavo senza pensarci. Acqua alta o bassa, lenta o veloce, pulita o sporca. Non importava se ogni tanto si vedeva una biscia nei dintorni o se i topi attraversavano l'acqua per infilarsi nei buchi delle sponde. In famiglia si alternavano nel dirmi di non fare il bagno da sola, e subito dopo si voltavano a occuparsi d'altro. Avvertimenti rituali, messi lì per dimostrare d'averci pensato. Io mi buttavo, strillavo, ridevo, perché al primo impatto con l'acqua fredda c'era sempre quell'attimo in cui inspiravo profondamente senza volerlo. In casa lo chiamavo il respiro all'indietro. Una reazione d'impatto alla mia spavalderia termica. Tornando lì ho percepito l'acqua come un flusso da rispettare, a distanza. Il mio corpo, che un tempo ci si buttava senza esitazioni, mi ha come avvertita di starne alla larga. Quel corso d'acqua era stato scavato, corretto, ridistribuito. Mi hanno raccontato che nei secoli aveva cambiato confini e direzioni minime. Sul fondo era rimasta per decenni una cosa, ancora riconoscibile per volume e per forma. Il mio interesse per le intelligenze artificiali è nato a lato di un fosso. Un altro fosso però, non quello di casa. Un fosso distante chilometri. La persona con cui stavo aveva parcheggiato l'automobile poche centinaia di metri dopo l'uscita dalla discoteca, in una fascia oraria sospesa tra buio e una prima luce lontana. Una stradina che andava a morire in un campo. Finestrini alti e ben chiusi per via delle zanzare. Dopo aver finito di giocare a nomi, città e cose, si era inserito nel nostro blaterare da sonnolenza uno dei dialoghi a me graditi, e in una direzione ben precisa: il primo convegno sulle intelligenze artificiali, quello storico del 1956, quando nemmeno esistevamo. Prima di quel convegno esisteva già una ricerca attiva e c'era già consapevolezza che una forma di intelligenza meccanica fosse un campo di studio più che legittimo, ma è lì che è stata presentata una denominazione precisa: Intelligenza Artificiale. Anni dopo sono andata in quel luogo di studio, per vedere l'edificio del convegno, che nella mia mente era diventato un simbolo. Quell'alba trascorsa in automobile, l'argomento si era infilato quasi per sbaglio. Un tema sproporzionato rispetto al nostro stato di stanchezza. Ma è da quel dialogo che ho iniziato a dare davvero peso all'ambito. In quegli anni mi stavo specializzando proprio sulle interazioni sociali. Quella conversazione notturna non ha prodotto decisioni lì al momento. Ha però lasciato in me una prima predisposizione verso la possibilità di un nuovo sistema di elaborare dialoghi, ma non in modalità solo umana.